Il circo visionario del duo Ricci Forte al Teatro Massimo

Il rapporto tra uomo e donna è alla base dei due atti unici di Schönberg e Bartók, “La mano felice” e “Il castello del principe Barbablù”, fusi in un unico spettacolo nel progetto dei registi. Repliche dal 18 al 27 novembre

di Giulio Giallombardo

Il circo come sonda per scendere in profondità. Trionfo di luci, colori e apparenze dietro il quale, quando lo spettacolo finisce, si nascondono esistenze inquiete e proiettate verso la solitudine. In primo piano, il turbolento rapporto tra uomo e donna, con i tentativi del primo di espugnare il misterioso universo femminile.

Su questa linea d’ombra si muove il dittico, pensato come un unico spettacolo, “La mano felice / Il castello del principe Barbablù”, messo in scena dal duo Ricci Forte nel nuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo, in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna, con la regia di Stefano Ricci. Lo spettacolo, composto dalle due opere di Schönberg e Bartók, precedute dalla Musica d’accompagnamento per una scena cinematografica op. 34 di Schönberg, debutta al Teatro Massimo domenica 18 novembre, con repliche fino al 27 dello stesso mese. Alla guida dell’orchestra, ci sarà l’ungherese Gregory Vajda, al debutto in Italia, specialista del repertorio di Bartók. In scena il basso Gabor Bretz, protagonista di entrambe le opere, e il mezzosoprano Atala Schöck, gli attori Giuseppe Sartori e Piersten Leirom, un gruppo di performers e il Coro del Teatro Massimo diretto da Piero Monti.

Gianni Forte, Stefano Ricci, Francesco Giambrone e Gregory Vajda

La linea che lega le due opere, nell’universo di ricci/forte, è, dunque, tracciata dalla relazione tra uomo e donna. Nell’atto unico di Schönberg c’è l’amore cieco e continuamente disilluso, come ammonisce il coro all’inizio e alla fine dell’opera. “Il castello del principe Barbablù”, invece, con le sue allegoriche porte misteriose, diventa per i registi il teatro ideale per raccontare a loro modo il rapporto allusivo e stratificato del protagonista con la moglie Judit.

Così, Stefano Ricci e Gianni Forte, tornano a Palermo, proprio lì dove vent’anni fa si erano incontrati, dando vita al loro sodalizio. Freschi del Premio Abbiati per la regia di Turandot, andata in scena nella scorsa stagione alla Sterisferio di Macerata, i due registi hanno presentato ieri pomeriggio, al Teatro Massimo, il loro originale dittico.

Gianni Forte e Stefano Ricci

“Il progetto è legato alla necessità di costruire un percorso emotivo, che attraverso la musica faccia riflettere su quella che è la difficoltà delle relazione tra uomo e donna oggi – spiega Ricci nel corso della conferenza stampa al Teatro Massimo – . Oltre alla piacevolezza dell’ascolto della musica, c’è anche la necessità di raccontare il nostro tempo, permettendo al pubblico di fruire di un’opera lirica in una modalità diversa dal semplice ascolto, con qualche visione o interrogativo supplementare da portare a casa”.

“Il nostro è un viaggio all’interno dell’anima, – prosegue Forte – vogliamo scendere negli abissi, nel nostro inconscio. Vorremmo che lo spettatore non si porti a casa un osso di redenzione, come si fa con i cani, tanto per tenerli buoni. Per noi lo spettatore deve avere un ruolo attivo, partecipare, come se ci fosse una continua conversazione privata tra lui e quello che avviene sul palcoscenico”.

Il rapporto tra uomo e donna è alla base dei due atti unici di Schönberg e Bartók, “La mano felice” e “Il castello del principe Barbablù”, fusi in un unico spettacolo nel progetto dei registi. Repliche dal 18 al 27 novembre

di Giulio Giallombardo

Il circo come sonda per scendere in profondità. Trionfo di luci, colori e apparenze dietro il quale, quando lo spettacolo finisce, si nascondono esistenze inquiete e proiettate verso la solitudine. In primo piano, il turbolento rapporto tra uomo e donna, con i tentativi del primo di espugnare il misterioso universo femminile.

Su questa linea d’ombra si muove il dittico, pensato come un unico spettacolo, “La mano felice / Il castello del principe Barbablù”, messo in scena dal duo Ricci Forte nel nuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo, in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna, con la regia di Stefano Ricci. Lo spettacolo, composto dalle due opere di Schönberg e Bartók, precedute dalla Musica d’accompagnamento per una scena cinematografica op. 34 di Schönberg, debutta al Teatro Massimo domenica 18 novembre, con repliche fino al 27 dello stesso mese. Alla guida dell’orchestra, ci sarà l’ungherese Gregory Vajda, al debutto in Italia, specialista del repertorio di Bartók. In scena il basso Gabor Bretz, protagonista di entrambe le opere, e il mezzosoprano Atala Schöck, gli attori Giuseppe Sartori e Piersten Leirom, un gruppo di performers e il Coro del Teatro Massimo diretto da Piero Monti.

Gianni Forte, Stefano Ricci, Francesco Giambrone e Gregory Vajda

La linea che lega le due opere, nell’universo di ricci/forte, è, dunque, tracciata dalla relazione tra uomo e donna. Nell’atto unico di Schönberg c’è l’amore cieco e continuamente disilluso, come ammonisce il coro all’inizio e alla fine dell’opera. “Il castello del principe Barbablù”, invece, con le sue allegoriche porte misteriose, diventa per i registi il teatro ideale per raccontare a loro modo il rapporto allusivo e stratificato del protagonista con la moglie Judit.

Così, Stefano Ricci e Gianni Forte, tornano a Palermo, proprio lì dove vent’anni fa si erano incontrati, dando vita al loro sodalizio. Freschi del Premio Abbiati per la regia di Turandot, andata in scena nella scorsa stagione alla Sterisferio di Macerata, i due registi hanno presentato ieri pomeriggio, al Teatro Massimo, il loro originale dittico.

Gianni Forte e Stefano Ricci

“Il progetto è legato alla necessità di costruire un percorso emotivo, che attraverso la musica faccia riflettere su quella che è la difficoltà delle relazione tra uomo e donna oggi – spiega Ricci nel corso della conferenza stampa al Teatro Massimo – . Oltre alla piacevolezza dell’ascolto della musica, c’è anche la necessità di raccontare il nostro tempo, permettendo al pubblico di fruire di un’opera lirica in una modalità diversa dal semplice ascolto, con qualche visione o interrogativo supplementare da portare a casa”.

“Il nostro è un viaggio all’interno dell’anima, – prosegue Forte – vogliamo scendere negli abissi, nel nostro inconscio. Vorremmo che lo spettatore non si porti a casa un osso di redenzione, come si fa con i cani, tanto per tenerli buoni. Per noi lo spettatore deve avere un ruolo attivo, partecipare, come se ci fosse una continua conversazione privata tra lui e quello che avviene sul palcoscenico”.

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