Il Belice oltre il terremoto: tra utopie, lotte sociali e ricostruzione

A Gibellina l’EpiCentro della Memoria Viva, un museo sempre in divenire, custodisce video, documenti e fotografie, che rappresentano la coscienza storica della gente del territorio

di Beniamino Biondi

“Con tutto il rispetto, l’affetto e la gratitudine per chi ha faticato e pensato prima di noi cercando di rendere più civile il mondo, migliorare la vita, non possiamo non vedere che un nuovo mondo ci occorre”. Sono le parole di un poeta, pronunciate da Danilo Dolci in piazza Kalsa a Palermo l’11 marzo 1967, a conclusione della Marcia della Speranza e della Protesta. Il nuovo mondo che occorre si riferisce alla Sicilia e si interseca con le vicenda della Valle del Belìce, che, prima ancora del terremoto che la rese famosa nel 1968, fu un attivissimo laboratorio di pratiche di lotta civile e di partecipazione, noto già dagli anni ‘50 tra le avanguardie sociali di tutta Europa.

Una tendopoli dopo il sisma

La gente del Belìce seppe lottare contro la mafia e il latifondo chiedendo la costruzione di dighe e infrastrutture minime per la sopravvivenza, in un tempo in cui in Sicilia l’analfabetismo era la regola e la luce elettrica un privilegio. Le rivendicazioni e le lotte popolari si intrecciano dopo il terremoto con le vicende della ricostruzione, con il malaffare e le sperimentazioni urbanistiche, le utopie artistiche e la corruzione politica. È una storia intensa e affascinante, e, soprattutto, poco conosciuta dai siciliani stessi.

L’EpiCentro della Memoria Viva

Esiste però un luogo che racconta la storia del Belìce nelle sue complesse declinazioni sociali, ed è uno dei posti più belli che ci siano in Sicilia; si trova a Gibellina Nuova e ha un nome curiosamente geniale: EpiCentro della Memoria Viva. Un museo sempre “in costruzione” che nasce come luogo aperto e vissuto dalla gente, un luogo che narra la storia di una Sicilia che sorprende, che attrae e ispira. Lo spazio contiene e offre alla fruizione video, racconti, disegni, fotografie, documenti che rappresentano la coscienza storica della gente del territorio belicino e raccontano storie importanti e poco conosciute di lotte e di mobilitazione popolare prima e dopo il terremoto del 1968.

Danilo Dolci nel 1992

In questo sito il viaggiatore scopre la storia di un territorio, la Valle del Belìce, e del suo popolo, che a partire dagli anni ‘60 produsse uno dei più interessanti esperimenti di democrazia partecipativa in Italia. Gli “scioperi alla rovescia”, le denunce sociali, le inchieste, i digiuni di Danilo Dolci e del suo Centro per la Piena Occupazione, i Comitati Cittadini per lo sviluppo del Belìce, il terremoto del 1968 e le lotte popolari per la ricostruzione del Belìce. Tutto questo è il racconto dell’EpiCentro della Memoria Viva, un itinerario inedito e originale che ha il suo evento soglia nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, quando un violentissimo terremoto colpisce la Valle del Belìce distruggendo interi paesi.

Ruderi di uno dei centri colpiti dal sisma

Le vittime sono più di 400. Migliaia le persone rimaste senza una casa. La vita difficile in tendopoli contro l’impreparazione istituzionale, tra mille disagi: il freddo, il fango, la mancanza di servizi igienici. I primi giorni dopo il terremoto sono i giorni dei “ministri” che scendono dal cielo con elicotteri: a dispetto delle tante promesse elargite tra una stretta di mano e l’altra, le istituzioni (Stato e Regione) si dimostrano completamente impreparate a gestire l’emergenza. Il caos spinge la popolazione a riprendere le forme di autorganizzazione e protesta: nascono i comitati di tendopoli che, per prima cosa chiedono l’espulsione dei militari.

Una mostra allestita all’EpiCentro della Memoria Viva

La grande mobilitazione. A spingerla, c’è anche lo sdegno generale di fronte al palese incoraggiamento da parte delle istituzioni all’emigrazione. Il 24 gennaio, durante una sessione speciale all’aperto del Consiglio comunale di Santa Ninfa, vengono esortate le persone a non lasciare il paese e unirsi per ricostruirlo. I tentativi di pianificazione partecipata. Grazie all’esperienza di progettazione partecipata che aveva preceduto il terremoto, le richieste della popolazione del Belìce vanno oltre la semplice assistenza, ma guardano, ancora una volta, al problema dello sviluppo locale come fatto centrale per la rinascita del territorio; i comitati lavorano alla redazione di un piano comune in cui vengono indicate le azioni prioritarie da compiere per far si che la ricostruzione sia occasione di sviluppo democratico.

Una strada di Poggioreale Antica

I comitati popolari in lotta per la ricostruzione continuano a trovare modalità nuove, provocatorie ed efficaci per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e del governo sulla drammatica situazione nel Belìce. A Roccamena si decide di intentare un pubblico processo contro lo Stato colpevole di non aver rispettato gli impegni presi per la ricostruzione. Il Belice diventa campo per la sperimentazione urbanistica.

Il Teatro di Consagra a Gibellina

Nonostante precise esigenze della popolazione, il dibattito nazionale sull’urbanismo fa della valle del Belìce un esperimento sul campo delle più illuminate teorie di pianificazione, che si esprimono sia nel percorso di costruzione del “Piano città-territorio”, a cura del Centro Studi e Iniziative con il coinvolgimento dei più illustri esponenti della pianificazione organica (Zevi, Carta, tanto per citarne alcuni); sia nel percorso di pianificazione istituzionale centralizzata, che si articola nei diversi livelli territoriale, comprensoriale e comunale (Piani di ricostruzione parziale e totale). Entrambi i percorsi risentono delle stesse matrici culturali, che sono quelle predominanti dell’epoca (zonizzazione delle funzioni, gerarchizzazione della viabilità).

Una sala dell’EpiCentro della Memoria Viva

Di tutto questo, l’EpiCentro della Memoria Viva offre un percorso suggestivo ed esplorativo in cui è possibile tracciare un vero e proprio viaggio di questi luoghi e paesaggi attraversati dal tempo, dai movimenti popolari e dagli eventi naturali. Il progetto di allestimento tiene conto di come una determinata area territoriale possa riconquistare un diverso interesse culturale mediante una operazione di salvaguardia e di valorizzazione posta in relazione con “la coscienza e la memoria” dell’intero popolo belicino, attraverso le testimonianze materiali o le esperienze raccontate.

La “Porta del Belice” di Consagra

Il passaggio nel Belìce – tra marce, scosse naturali ed umane – diventa così un passaggio delle coscienze, un itinerario che dalle città distrutte arriva alle città ricostruite, all’idea di società estetica e di città utopica che questo pezzo di Sicilia deve all’incontro con l’arte e l’architettura contemporanea realizzato da Ludovico Corrao. Così che ancora oggi la Stella d’ingresso al Belice, la grande opera di Pietro Consagra che troneggia all’ingresso di Gibellina Nuova, è il cammino a un grande sogno che si trova nello splendido altrove della provincia di Trapani, in un pezzo delle cento Sicilie che ci ricordano orgogliosamente chi siamo stati.

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