I pennacchi, l’hidalga e il gioco televisivo

Una giovane ed esuberante palermitana partecipa ad una nota trasmissione su Rai Uno, mettendo a dura prova la pazienza del presentatore e scatenando la rete con migliaia di commenti sui social

Inalbera pennacchi che non ha. Mi piace moltissimo, questo modo di dire. Che uso spesso, scrivendo, ma che non è mio ma di uno dei miei maestri di giornalismo, Anselmo Calaciura. Lo tirò fuori a proposito di uno spettacolo il cui esito voleva apparire molto più grande, sproporzionato rispetto all’impegno che vi si era profuso, e allo stesso proposito iniziale. Insomma, voler far credere, come si dice con una felicissima locuzione dialettale, che “’u piruocchiu avi ’a tùssi”: pensate, chi potrebbe mai immaginare quel fastidioso esserino che espettora?

Inalberare pennacchi che non si hanno è tipico di certi siciliani, anche se quelli che più conosco, per origine, sono palermitani. È probabilmente una questione genetica. Lavorando però di fantasia più che di scienza, azzardo che questo voler farsi credere grandi, temerari, invincibili, migliori di chi ci sta accanto, derivi da certa “spagnoleria” che abbiamo nel sangue, un gene per l’appunto che origina e scorre, suppongo, da piazza Bologni e la statua di Carlo V e si perde per rivoli in strade e piazze, per secoli e generazioni, roba che non si può certo rilevare con analisi cliniche ma comportamentali sì.

Abbiamo un po’ tutti qualcosa dell’hidalgo, confessiamolo, chi più chi meno. Ci sentiamo fuori proporzione in un mondo che ci sta un po’ stretto, che pare non accorgersi del nostro valore, che lo ridimensiona (come si permette?), che non sollecita a dovere il nostro protagonismo, che ci sta ad ascoltare, sì, ma con distrazione. E chi siamo noi per essere oltraggiati da tutto questo? Magari non lo sappiamo esattamente, ma pretendiamo comunque un’attenzione diametralmente opposta. Inalberando pennacchi che non abbiamo.

Capita adesso che il virus scorra – forse non occasionalmente – anche dentro la formosa concorrente palermitana ad un gioco a premi televisivo, uno di quelli che vanno per la maggiore, della fascia dell’access prime time, per i comuni mortali quella che va – per noi del Sud – tra la prima cucchiaiata di minestra e il primo boccone di spezzatino. Lo si capisce già dall’esordio che la concorrente tracimerà, sbanderà pericolosamente dalla sua carreggiata fino ad invadere (perfino) quella del conduttore-padrone di casa (come a dire “Amedeus – ne storpia anche il nome d’arte con disappunto di quello – ma tu chi credi d’essere, sono io, qui, stasera la protagonista”). La trasmissione la fate voi, diceva d’altronde il “bravo presentatore” Frassica a “Indietro tutta”.

La panormita impennacchiata non s’accorge nemmeno che sta virando la sua performance al negativo, non solo d’immagine ma anche di strategia del gioco e dunque di soldi, di possibile vincita. O magari se ne accorge e comunque se ne frega. Sbaglia – d’accordo, in un meccanismo basato sull’intuizione – ma sembra addirittura farlo apposta, prende di petto il presentatore, i suoi interlocutori (i “soliti ignoti”) e il pubblico in studio (che rumoreggia stavolta esageratamente per fronteggiare l’esagerazione della concorrente stessa), con incontinente tracotanza sfida tutto e tutti allo sfinimento, alla perdita della pazienza, al prolasso di ogni umana volontà di recupero della psicofarsa che sta inscenando. “Non vedo l’ora di finire questa puntata”, sbotta infatti Amedeus (con la “e”).

E ovviamente in tempo reale si scatena la rete tra migliaia di post, commenti, emoticon, hashtag, per gran parte di conterranei magari anch’essi ogni tanto rodomonteschi nella “vita comune” ma in televisione no, quella scatola lì amplifica tutto e c’è un limite anche all’ipertrofia dell’ego che è una patologia che nel mondo in pollici solo i professionisti del talk show possono permettersi.

La battaglia è perduta e con essa i milioni in gettoni d’oro messi a gentile disposizione dell’hidalga dall’azienda radiotelevisiva di Stato. Ma per lei non la battaglia ma addirittura la guerra è vinta, anche senza bottino alcuno, le pale dei mulini a vento dell’altrui supponenza sono a brandelli mentre i suoi pennacchi svettano comunque, anche se non ci sono, al soffio tempestoso di una impopolarissima popolarità.

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