I colori nascosti della natura: a tu per tu con il fotografo del buio

Gli scatti notturni dell’artista israeliano Rafael Yossef Herman ricercano la visione pura, contro l’inquinamento luminoso che altera la percezione della realtà. Fino al 24 giugno sono in mostra a Palermo

di Guido Fiorito

Ci sono due modi di guardare la mostra dell’artista israeliano Rafael Yossef Herman nelle sale di Palazzo Sant’Elia, a Palermo: ragionare sulla nostra percezione della realtà, perdendo qualche certezza, oppure lasciarsi dietro ogni pensiero logico e cogliere la poesia delle immagini. Una mostra che si chiama Esse, dove la lettera S è coricata, un segno incompleto d’infinito. È allestita dallo stesso artista, con un percorso a zig zag per un’esperienza di immersione nelle singole immagini. È accompagnata da una serie di appuntamenti, che comprendono colloqui e dibattiti, on line e non, ma anche concerti fino alla chiusura del 24 giugno.

Rafael Y. Herman

Herman è un artista israeliano cresciuto a Be’er Sheva, nel deserto del Neghev, a sud del Paese. Le rappresentazioni esposte nelle dodici sale del palazzo di via Maqueda sono notturne luminose. “Quindici anni fa – racconta l’artista – mi sono incuriosito al tema dei colori al buio, quando la luce non c’è. Mi sono chiesto, qual è l’aspetto della materia senza luce. Così ho iniziato a lavorare di notte alla ricerca dei colori ‘nascosti’ dalla luce”. Quando gli altri sono a letto, Herman va nella natura, cerca il buio assoluto nelle notti di luna nuova. Usa tecniche di sua invenzione che prevedono lunghi tempi fotografici di esposizione. Torna a casa all’alba. Così ha fatto anche durante i suoi soggiorni in Sicilia negli ultimi otto mesi.

Rafael Y. Herman, “Coniuctis”

“La realtà che vediamo – continua – è falsa, la luce la nasconde. Il mio lavoro mira a ritrovare una realtà oggettiva e a fissare la sua luce interna, prodotta dall’energia contenuta, come dice la fisica, in ogni porzione di materia. In inglese si dice ‘glow’, incandescenza”.

Rafael Y. Herman, “Nocte decus”

La ricerca dell’assenza di luce per trovare la vera luce della realtà, si lega a una denuncia dell’inquinamento luminoso. “La luce artificiale condiziona la realtà in cui viviamo, mi interessa una realtà non condizionata. In passato non era così”. Herman fa l’esempio del quadro “Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, Arles” di Vincent Van Gogh. Siamo nel 1888 e nel cielo notturno sono dipinte brillanti stelle. “Oggi non è più possibile. Per le mie opere scelgo luoghi dove la luce artificiale non arriva. L’inquinamento luminoso fa male all’uomo e anche agli animali, riducendo la biodiversità. In effetti noi abbiamo bisogno della natura, la natura non ha bisogno di noi. La gente non si rende conto di quanto sia diffuso l’inquinamento luminoso che non risparmia nemmeno la zona dell’Etna”.

Rafael Y. Herman, “Renaissance”

L’operazione si accompagna a domande filosofiche. Intanto sul nostro modo di vedere. “La psicologia della visione – continua l’artista – dice che ciascuno di noi vede con il cervello e, quindi, attraverso il suo background culturale, l’occhio è solo uno strumento. Lavorando in assenza di luce, tolgo anche il mio punto di vista, sottraggo la mia influenza su quello che realizzo. Cerco una visione oggettiva. Nell’oscurità totale vengono in mente le domande fondamentali, cos’è l’esistenza, se Dio esiste”.

Rafael Y. Herman, “Lapis nubes”

Girando per le sale della mostra, possiamo dimenticare tutto questo e raggiungere quella che Herman chiama “una esperienza primitiva, vicina a quella dei bambini, che hanno uno sguardo puro meno condizionato dalla cultura”. E allora ci immergiamo in questi paesaggi materici e dell’anima. Immagini che fanno talvolta pensare alle pennellate impressioniste, a volte sono astratti e non si riconoscono oggetti. Si colgono strane prospettive e come Alice si vorrebbe entrare dentro il paesaggio. Se dimenticassimo tutti i nostri ragionamenti? I muri del palazzo scompaiono, rimane solo bellezza.

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