I chioschi di piazza Verdi dichiarati beni di interesse culturale

Firmato un decreto della Regione che riconosce il valore storico e artistico dei piccoli gioielli liberty progettati da Ernesto Basile

di Marco Russo

Sono i due “custodi” del Teatro Massimo. Piccoli gioielli liberty da oltre un secolo punti di ritrovo per i palermitani. I chioschi Ribaudo e Vicari, progettati da Ernesto Basile, sono stati riconosciuti beni di interesse culturale dalla Regione Siciliana, con un decreto del Dipartimento regionale dei Beni culturali. La verifica era stata richiesta dal Comune di Palermo, proprietario degli storici chioschi, e dopo il parere positivo della Soprintendenza, è arrivato il decreto del Dipartimento, che sottolinea – si legge nel documento – come i due beni siano di “interesse storico, artistico e demoetnoantropologico, in quanto pregevoli esempi di microstruttura urbana, ancora oggi punto di riferimento per i palermitani”.

Chiosco Ribaudo

Il chiosco Ribaudo nella sua cupola conserva la cifra delle future costruzioni del Basile, così particolare da sembrare futurista, e invece risale a fine Ottocento, precisamente al 1894. Quella cupola, tipica delle torri carioca, era un omaggio-vezzo al viaggio in Brasile fatto dall’architetto palermitano, ma a rendere particolare lo stile sono anche i “merletti” in ferro battuto che fanno da contrasto con il rosso che fa da sfondo e su cui si staglia, in caratteri dorati, il nome Ribaudo. Una zona dove il Basile ha disseminato con il suo stile uno degli angoli più belli della città. Inizialmente adibito alla vendita di bibite, il chiosco – progettato in stretto dialogo con il teatro Massimo – vendeva soprattutto acqua e anice, molto in voga per i tempi, ma era anche biglietteria ed edicola. Poi ha iniziato a vendere tabacco e caramello, finendo per consolidarsi come tabaccheria.

Chiosco Vicari

Dall’altro lato, il chiosco Vicari, invece, costruito nel 1897, è un omaggio all’arte islamica, ispirato a un gusto eclettico di matrice neomoresca. Coniuga elementi attinti dalla tradizione locale con citazioni tratte dall’architettura coloniale vittoriana. Come nel precedente chiosco, la base è in marmo di Billiemi e la struttura è percorsa da un intarsio in legno abbinato a elementi in ferro battuto.

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