Uno stilista che viene da lontano

Gli bastano due pezzi di stoffa per farne un oggetto concreto o un abito. Lui è Adbul, minorenne del Gambia che ha imparato la vecchia arte della sartoria rivelando un grande talento. Una vicenda che racconta di solidarietà e migrazione, integrazione e sacrificio

di Federica Certa

Gli basta un pezzo di tela color avorio per fare un abito da sposa con lo strascico. O un ritaglio di stoffa, provvidenzialmente riciclato dagli educatori della comunità, per realizzare un vestito stile impero leggero e vezzoso. Due fazzoletti o un lembo di cuoio per cucire una borsa.

Abdul – il nome è di fantasia – a soli 16 anni e mezzo è un talento della sartoria. Ma la sua non è la storia ordinaria di un ragazzo di talento che scopre la moda sulle riviste patinate e si innamora di ago, filo, colori, balze e merletti. Abdul è nato in Gambia. Ancora ragazzino ha lavorato in una fabbrica di tessuti, dove ha imparato che la moda è anche una catena di montaggio, grandi numeri e poche sofisticherie, e lo stile spesso molto distante da quello impeccabile e ricercato delle passerelle europee.

Poi dal Gambia è andato via, da solo, senza certezze, senza prospettive, senza mezzi. Non è chiaro il motivo: lui parla, vago e sfuggente, della separazione dei suoi genitori, della famiglia distrutta. Non ricorda povertà e stenti. Sorride quasi mai e tiene gli occhi bassi. Di sicuro custodisce segreti che non riesce a dire e che ancora gli pesano addosso come catene. Ha camminato lungo la “traiettoria” dell’azzardo, dal Senegal al Burkina Faso, dal Niger alla Libia e poi a bordo di un barcone, in balia delle acque del Mediterraneo, è sbarcato al porto di Messina nell’ottobre 2016.

E’ rimasto un mese in albergo, poi è stato trasferito nella comunità “Maria Ausiliatrice Longo” di Cammarata, un centro di accoglienza per minori non accompagnati nell’Agrigentino, dove è cominciato il suo percorso per diventare adulto, smussare gli spigoli della diffidenza, aprirsi alla fiducia e all’accudimento. Ha ottenuto la protezione internazionale e il permesso di soggiorno fino ai 18 anni. Ha cinque anni per cercare la sua strada in Italia.

Così, in poco meno di ventiquattro mesi, ha imparato a parlare e scrivere nella nostra lingua, ha preso la licenza media, frequentato un corso di ristorazione e partecipato ad uno stage in una pizzeria di Cianciana (tutti progetti finanziati dal ministero dell’Interno). Ma, soprattutto, ha continuato a tagliare, imbastire, cucire, fino all’incontro, fortuito, quasi rocambolesco, con Filippo Calì, stilista d’Alta moda e sarto palermitano che lo ha voluto mettere alla prova, gli ha dato libri e consigli e forse, da settembre, un futuro, con il lavoro che Abdul sogna e ama da sempre.

“E’ una storia in positivo – dice suor Nella Cutrali, educatrice della comunità che ad Abdul riserva ogni giorno suggerimenti, preghiere e impegno –. Ma non è certo l’unica. Il ragazzo ha grandi capacità, ma è molto chiuso, difficilmente si lascia guidare. Tutti noi, con Rena Mirti, che lo segue dal punto di vista della tecnica sartoriale e lo aiuta a studiare, facciamo il tifo per lui. E speriamo che il suo stile e il suo gusto nella moda diventino più maturi, e il suo carattere più malleabile”.

“Ho conosciuto Abdul quando è arrivato per l’incontro di pragmatica con i giudici minorili – racconta Mari Di Vita, docente di psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, esperta di psicologia giuridica e per tre anni giudice onorario del Tribunale dei minori di Palermo – . Lui si è sentito accolto, capito, e ha cominciato a cercarmi. Poi, lo scorso Natale, ha cucito per me dei regali in stoffa, degli alberi di vari colori che mi sono stati recapitati in due grandi casse. Io ho insistito per pagarli, perché era giusto che Abdul fosse ricompensato, li ho regalati ad amici e colleghi e li ho esposti in una piccola mostra in un ristorante del centro di Palermo. Filippo Calì li ha notati e si è subito interessato al ragazzo”.

Per tutta l’estate Abdul ha frequentato la sartoria di via De Spuches, tre volte alla settimana, in treno da Cammarata. A metà settembre tornerà dal suo mentore per decidere se intraprendere un tirocinio formativo. “Io gli faccio la predica – scherza Mari Di Vita – gli raccomando di dare ascolto a Filippo, ci sentiamo al telefono la mattina e la sera e ci raccontiamo la nostra giornata”.

Abdul occhi basi e anima inquieta. Che ha tanto da imparare. Tantissimo da insegnare. “Quante occasioni di scambio e di confronto possiamo sperimentare accogliendo i migranti – dice con orgoglio la professoressa – l’importanza di fare rete tra di noi per aiutare chi ha bisogno, il valore di un sogno che si realizza. Questi ragazzi soli, smarriti – conclude – sono anche un esempio per i nostri figli. E Abdul riuscirà nella vita. Io credo in lui”.

Gli bastano due pezzi di stoffa per farne un oggetto concreto o un abito. Lui è Adbul, minorenne del Gambia che ha imparato la vecchia arte della sartoria rivelando un grande talento. Una vicenda che racconta di solidarietà e migrazione, integrazione e sacrificio

di Federica Certa

Gli basta un pezzo di tela color avorio per fare un abito da sposa con lo strascico. O un ritaglio di stoffa, provvidenzialmente riciclato dagli educatori della comunità, per realizzare un vestito stile impero leggero e vezzoso. Due fazzoletti o un lembo di cuoio per cucire una borsa.

Abdul – il nome è di fantasia – a soli 16 anni e mezzo è un talento della sartoria. Ma la sua non è la storia ordinaria di un ragazzo di talento che scopre la moda sulle riviste patinate e si innamora di ago, filo, colori, balze e merletti. Abdul è nato in Gambia. Ancora ragazzino ha lavorato in una fabbrica di tessuti, dove ha imparato che la moda è anche una catena di montaggio, grandi numeri e poche sofisticherie, e lo stile spesso molto distante da quello impeccabile e ricercato delle passerelle europee.

Poi dal Gambia è andato via, da solo, senza certezze, senza prospettive, senza mezzi. Non è chiaro il motivo: lui parla, vago e sfuggente, della separazione dei suoi genitori, della famiglia distrutta. Non ricorda povertà e stenti. Sorride quasi mai e tiene gli occhi bassi. Di sicuro custodisce segreti che non riesce a dire e che ancora gli pesano addosso come catene. Ha camminato lungo la “traiettoria” dell’azzardo, dal Senegal al Burkina Faso, dal Niger alla Libia e poi a bordo di un barcone, in balia delle acque del Mediterraneo, è sbarcato al porto di Messina nell’ottobre 2016.

E’ rimasto un mese in albergo, poi è stato trasferito nella comunità “Maria Ausiliatrice Longo” di Cammarata, un centro di accoglienza per minori non accompagnati nell’Agrigentino, dove è cominciato il suo percorso per diventare adulto, smussare gli spigoli della diffidenza, aprirsi alla fiducia e all’accudimento. Ha ottenuto la protezione internazionale e il permesso di soggiorno fino ai 18 anni. Ha cinque anni per cercare la sua strada in Italia.

Così, in poco meno di ventiquattro mesi, ha imparato a parlare e scrivere nella nostra lingua, ha preso la licenza media, frequentato un corso di ristorazione e partecipato ad uno stage in una pizzeria di Cianciana (tutti progetti finanziati dal ministero dell’Interno). Ma, soprattutto, ha continuato a tagliare, imbastire, cucire, fino all’incontro, fortuito, quasi rocambolesco, con Filippo Calì, stilista d’Alta moda e sarto palermitano che lo ha voluto mettere alla prova, gli ha dato libri e consigli e forse, da settembre, un futuro, con il lavoro che Abdul sogna e ama da sempre.

“E’ una storia in positivo – dice suor Nella Cutrali, educatrice della comunità che ad Abdul riserva ogni giorno suggerimenti, preghiere e impegno –. Ma non è certo l’unica. Il ragazzo ha grandi capacità, ma è molto chiuso, difficilmente si lascia guidare. Tutti noi, con Rena Mirti, che lo segue dal punto di vista della tecnica sartoriale e lo aiuta a studiare, facciamo il tifo per lui. E speriamo che il suo stile e il suo gusto nella moda diventino più maturi, e il suo carattere più malleabile”.

“Ho conosciuto Abdul quando è arrivato per l’incontro di pragmatica con i giudici minorili – racconta Mari Di Vita, docente di psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, esperta di psicologia giuridica e per tre anni giudice onorario del Tribunale dei minori di Palermo – . Lui si è sentito accolto, capito, e ha cominciato a cercarmi. Poi, lo scorso Natale, ha cucito per me dei regali in stoffa, degli alberi di vari colori che mi sono stati recapitati in due grandi casse. Io ho insistito per pagarli, perché era giusto che Abdul fosse ricompensato, li ho regalati ad amici e colleghi e li ho esposti in una piccola mostra in un ristorante del centro di Palermo. Filippo Calì li ha notati e si è subito interessato al ragazzo”.

Per tutta l’estate Abdul ha frequentato la sartoria di via De Spuches, tre volte alla settimana, in treno da Cammarata. A metà settembre tornerà dal suo mentore per decidere se intraprendere un tirocinio formativo. “Io gli faccio la predica – scherza Mari Di Vita – gli raccomando di dare ascolto a Filippo, ci sentiamo al telefono la mattina e la sera e ci raccontiamo la nostra giornata”.

Abdul occhi basi e anima inquieta. Che ha tanto da imparare. Tantissimo da insegnare. “Quante occasioni di scambio e di confronto possiamo sperimentare accogliendo i migranti – dice con orgoglio la professoressa – l’importanza di fare rete tra di noi per aiutare chi ha bisogno, il valore di un sogno che si realizza. Questi ragazzi soli, smarriti – conclude – sono anche un esempio per i nostri figli. E Abdul riuscirà nella vita. Io credo in lui”.

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