Franco & Ciccio e Palermo? “Soprassediamo”

Rapporto complesso quello fra la città e il duo comico per eccellenza Franchi e Ingrassia: amati, snobbati,  dimenticati. Tenuti in vita dall’impegno di qualche volontario o da un recente bassorilievo. E non riesce a decollare il progetto di un museo a loro dedicato

Totò Rizzo - Giornalista

A settembre (la sera del 18) si inaugurerà una breve rassegna  (Palermo, Villa Filippina) perché quel giorno sarebbero stati 90 gli anni compiuti da Franco Franchi se fosse ancora in vita, a dicembre scorso se ne commemorarono invece i 25 dalla morte. Stesso discorso per il suo sodale in arte, Ciccio Ingrassia – 40  anni di “ditta” e ben oltre cento titoli soltanto di film – di cui lo scorso anno caddero i 15 dalla morte e di cui fra quattro anni dovrebbe celebrarsi il centenario della nascita. 

Poca roba però, frutto della testardaggine e del sudore del volontariato, Giuseppe Li Causi in testa che è la memoria storica della coppia comica più popolare sul grande schermo negli anni Sessanta, quelli che con i loro film di cassetta (arrivarono a girarne cinque in un mese) “inguaiarono” il cinema italiano come affermarono Ciprì e Maresco in un loro docufilm (ma lo salvarono anche con i loro incassi). Poca roba ma simbolica come il bassorilievo che li raffigura nella piazzetta a loro intitolata dietro il Teatro Biondo (che fu il loro primo palcoscenico, il primo test della coppia che si cimentava nel teatro da marciapiedi), un paio di giochi per bambini (uno scivolo e un’altalena basculante con le loro effigi realizzate dal Laboratorio Saccardi al Capo) e, in ultimo, uno dei grandi murales inaugurati a Ballarò ma con la sola immagine di Franco (la sua smorfia passata alla storia che divertì perfino Buster Keaton, un’icona della comicità pixellata nello stencil di Angelo Crazyone) con la figlia dell’attore, Maria Letizia Benenato, che all’inaugurazione invocava: “Sì, ma adesso dedicate uno dei murales anche a Ciccio, loro erano inseparabili”. La presenza delle istituzioni si limita a una spesa finora irrisoria e allo svelamento di targhe, cippi e installazioni. 

E comunque si va avanti così, a spizzichi e bocconi, a singhiozzo, rincorrendo anniversari spuri, mai uno bello tondo (forse il primo è per questi 90 anni di Franchi) pur con la difficoltà che certamente presenta rispettare quattro date diverse (due di nascita e due di morte). E’ come se – allo stesso modo di quando venivano snobbati dalla critica dalla quale poi furono ampiamente rivalutati, come è capitato a quasi tutti i grandi guitti della risata – a Franco e Ciccio fosse nuovamente inibito un pantheon della memoria cittadina che dovrebbe essere il sempre vagheggiato, sempre promesso, sempre annunciato museo al quale volentieri Maria Letizia e Massimo Benenato, figli di Franchi, e Giampiero, figlio di Ingrassia, affiderebbero volentieri quel piccolo tesoro di sceneggiature, copioni (spesso poco rispettati per recitare a braccio), ciak, ritagli di stampa, fotografie e oggetti di scena ma anche immagini private, autografi, dediche, locandine, dischi, premi, insomma tutti i memorabilia della coppia più prolifica del cinema nostrano. 

Eppure Franco e Ciccio “sono” Palermo. Quella dei mercati storici, soprattutto, intorno ai quali nacque e ruotò la loro vita e cominciò la loro carriera (prima che venissero per motivi di lavoro e di celebrità, “adottati” da Roma). Vicolo delle Api e via San Gregorio richiamano Capo e Vucciria (poi ci furono traslochi familiari anche a Ballarò) e la stessa piazzetta oggi intitolata ai due artisti è a trenta metri dagli scalini di Discesa Caracciolo che del mercato del quale non avrebbero mai dovuto asciugarsi le “balate” è uno degli accessi. Insomma, non c’è solo il materiale ma c’è soprattutto l’anima panormita di Franchi e Ingrassia ad invocare l’istituzione di una “casa della memoria” (ovviamente di contemporanea multimedialità) che potrebbe trasformarsi anche in curiosità-attrattiva turistica. Nel frattempo, ricordiamo e celebriamo un po’ oggi e un po’ domani, un po’ qua e un po’ là e, come avrebbe detto quel simpatico e impunito gaglioffo di Franco prima di finire seduto tra le lunghe braccia di Ciccio, “soprassediamo”. 

Rapporto complesso quello fra la città e il duo comico per eccellenza Franchi e Ingrassia: amati, snobbati,  dimenticati. Tenuti in vita dall’impegno di qualche volontario o da un recente bassorilievo. E non riesce a decollare il progetto di un museo a loro dedicato

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A settembre (la sera del 18) si inaugurerà una breve rassegna  (Palermo, Villa Filippina) perché quel giorno sarebbero stati 90 gli anni compiuti da Franco Franchi se fosse ancora in vita, a dicembre scorso se ne commemorarono invece i 25 dalla morte. Stesso discorso per il suo sodale in arte, Ciccio Ingrassia – 40  anni di “ditta” e ben oltre cento titoli soltanto di film – di cui lo scorso anno caddero i 15 dalla morte e di cui fra quattro anni dovrebbe celebrarsi il centenario della nascita.

Poca roba però, frutto della testardaggine e del sudore del volontariato, Giuseppe Li Causi in testa che è la memoria storica della coppia comica più popolare sul grande schermo negli anni Sessanta, quelli che con i loro film di cassetta (arrivarono a girarne cinque in un mese) “inguaiarono” il cinema italiano come affermarono Ciprì e Maresco in un loro docufilm (ma lo salvarono anche con i loro incassi). Poca roba ma simbolica come il bassorilievo che li raffigura nella piazzetta a loro intitolata dietro il Teatro Biondo (che fu il loro primo palcoscenico, il primo test della coppia che si cimentava nel teatro da marciapiedi), un paio di giochi per bambini (uno scivolo e un’altalena basculante con le loro effigi realizzate dal Laboratorio Saccardi al Capo) e, in ultimo, uno dei grandi murales inaugurati a Ballarò ma con la sola immagine di Franco (la sua smorfia passata alla storia che divertì perfino Buster Keaton, un’icona della comicità pixellata nello stencil di Angelo Crazyone) con la figlia dell’attore, Maria Letizia Benenato, che all’inaugurazione invocava: “Sì, ma adesso dedicate uno dei murales anche a Ciccio, loro erano inseparabili”. La presenza delle istituzioni si limita a una spesa finora irrisoria e allo svelamento di targhe, cippi e installazioni.

E comunque si va avanti così, a spizzichi e bocconi, a singhiozzo, rincorrendo anniversari spuri, mai uno bello tondo (forse il primo è per questi 90 anni di Franchi) pur con la difficoltà che certamente presenta rispettare quattro date diverse (due di nascita e due di morte). E’ come se – allo stesso modo di quando venivano snobbati dalla critica dalla quale poi furono ampiamente rivalutati, come è capitato a quasi tutti i grandi guitti della risata – a Franco e Ciccio fosse nuovamente inibito un pantheon della memoria cittadina che dovrebbe essere il sempre vagheggiato, sempre promesso, sempre annunciato museo al quale volentieri Maria Letizia e Massimo Benenato, figli di Franchi, e Giampiero, figlio di Ingrassia, affiderebbero volentieri quel piccolo tesoro di sceneggiature, copioni (spesso poco rispettati per recitare a braccio), ciak, ritagli di stampa, fotografie e oggetti di scena ma anche immagini private, autografi, dediche, locandine, dischi, premi, insomma tutti i memorabilia della coppia più prolifica del cinema nostrano.

Eppure Franco e Ciccio “sono” Palermo. Quella dei mercati storici, soprattutto, intorno ai quali nacque e ruotò la loro vita e cominciò la loro carriera (prima che venissero per motivi di lavoro e di celebrità, “adottati” da Roma). Vicolo delle Api e via San Gregorio richiamano Capo e Vucciria (poi ci furono traslochi familiari anche a Ballarò) e la stessa piazzetta oggi intitolata ai due artisti è a trenta metri dagli scalini di Discesa Caracciolo che del mercato del quale non avrebbero mai dovuto asciugarsi le “balate” è uno degli accessi. Insomma, non c’è solo il materiale ma c’è soprattutto l’anima panormita di Franchi e Ingrassia ad invocare l’istituzione di una “casa della memoria” (ovviamente di contemporanea multimedialità) che potrebbe trasformarsi anche in curiosità-attrattiva turistica. Nel frattempo, ricordiamo e celebriamo un po’ oggi e un po’ domani, un po’ qua e un po’ là e, come avrebbe  detto quel simpatico e impunito gaglioffo di Franco prima di finire seduto tra le lunghe braccia di Ciccio, “soprassediamo”.

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