Il fiume Oreto salvato dai social

Al lavoro le community per far ripartire la bonifica del corso d’acqua. A settembre una giovane associazione avvierà i trekking lungo il suo percorso. Crescono intanto i clic per scalare la classifica del Fai nell’ambito del concorso nazionale “I luoghi del Cuore”

di Maria Laura Crescimanno

Forse, a realizzare il sogno perduto del parco urbano sul fiume Oreto, potrebbe essere la tenacia di una community di giovani palermitani armati di smartphone ed attivi sui social. Un piccolo esercito che conta già oltre un migliaio di volontari riuniti nel comitato “Salviamo l’Oreto”, che ha lanciato sul web l’hashtag #nostroreto, con l’obiettivo concreto di raccogliere voti per il concorso biennale nazionale “I luoghi del Cuore” promosso dal Fai, il Fondo italiano per l’ambiente.

Bersaglio quasi del tutto centrato. Grazie ai clic, il fiume Oreto potrebbe rientrare tra i primi tre posti in classifica nazionale, già primo nella sezione dedicata ai corsi d’acqua. Il vincitore si aggiudicherebbe 50 mila euro per avviare i lavori, assieme alla visibilità sui media nazionali.

Quella del recupero del fiume dimenticato perfino dai palermitani, che scorre per circa venti chilometri nella Conca d’Oro, e sfocia sul litorale di Sant’Erasmo, dopo aver attraversato le campagne di altri due comuni, Monreale e Altofonte, è una delle grandi scommesse perse in passato dalle amministrazioni comunali. Esempio di paralisi nel recupero ambientale della periferia schiacciata dal cemento. Anche se, nell’ultimo Piano regolatore del 2006, il bacino dell’Oreto era già destinato a diventare un’area protetta.

L’ecologo palermitano Silvano Riggio, che ha seguito le vicende del fiume dei palermitani negli ultimi cinquant’anni, sull’ipotesi di bonifica del corso fluviale, non sembra per niente ottimista: “Ormai, dopo gli anni della cementificazione dell’alveo del fiume e dell’abusivismo edilizio nella valle, la situazione ambientale di degrado è davvero molto grave, gli scarichi fognari, i frantoi e i pesticidi che vi si riversano, hanno alterato la vegetazione spontanea di canne e salici, che non riesce a funzionare più come depurazione e filtraggio naturale. Ci vorrebbe un progetto d’ingegneria ambientale illuminato, basato sulla green economy, cioè sul ritorno all’agricoltura nei terrazzamenti, che un tempo dava alla città frutta ed ortaggi di speciale pregio. Troppo cemento è stato gettato alla foce, adesso il regime delle acque è veramente compromesso”.

Frattanto, il fiume dei palermitani in questi ultimi anni di silenzio è diventato sempre più “una cloaca” a cielo aperto. Così la definisce il blogger e videomaker palermitano Igor D’India che dal 2012 ha esplorato il fiume da mare a monte almeno due volte, denunciando con i suoi video molto cliccati su canali online, lo stato di degrado ambientale tra plastica, scarichi e altri rifiuti ingombranti. Assieme ad altri cittadini volenterosi, ha lavorato all’idea di rimettere gli attori giusti attorno ad un tavolo, per tornare, fuor di metafora, a smuovere le acque.

Primi obiettivi centrati: alcune riunioni operative la domenica mattina nella sede del museo del Mare di Sant’Erasmo. Non si è trattato solo di parole. Il risultato è stato rimettere in contatto i responsabili del degrado e far insediare un tavolo tecnico, con amministratori regionali e comunali, sindaci dei tre comuni coinvolti, Arpa, Agenzia regionale per l’Ambiente, polizia ambientale Nopa, responsabili delle associazioni ambientaliste locali, e soprattutto l’assessorato regionale competente, che da metà giugno sono di concerto al lavoro per realizzare il primo contratto di fiume, il nuovo strumento che dovrebbe consentire di utilizzare fondi europei per la bonifica ed il recupero, a fronte di un nuovo progetto condiviso che deve essere ancora realizzato.

Ma il fermento attorno al recupero dell’Oreto è solo iniziato: dopo i caldi estivi, da fine settembre partiranno alcune passeggiate alla riscoperta della sorgente. Risalire il fiume da mare a monte, dove si trovano il torrente e la fontana Lupo, non è affatto semplice, ma di sicuro sorprendente per la portata d’acqua, la fauna che lo popola, ed i paesaggi insoliti. Sulla rete, infatti, l’Oreto non mostra soltanto la sua faccia peggiore, ma anche insoliti paesaggi d’acqua, uccelli, natura ed orti che stanno via via rinascendo lungo le campagne.

Sul gruppo facebook Oreto Urban, Igor D’India, esploratore e videomaker, scriveva a fine maggio: “O adesso o mai più, non ci sono più scuse”. Sono suoi i video choc che mostrano lo stato di degrado del corso d’acqua, pronto a rigonfiarsi di pioggia in modo minaccioso in autunno, che Igor ha risalito due volte, dalla foce sino alle montagne.

A portare abitanti e giovani studenti lungo le sponde dell’Oreto, ci sta anche pensando la giovane associazione Up Palermo, con la sua presidente ventiquattrenne Beatrice Raffagnino, laureanda in disastro ambientale ed aspetti giuridici, che si è messa in testa di portare i palermitani da settembre, a faret rekking guidati lungo il fiume, attraversando fondi e campagne private.

A fine maggio si è chiusa una mostra fotografica che ha documentato gli aspetti naturalisti e paesaggistici davvero sorprendenti della zona alta del fiume. Pregi ben noti agli esperti, docenti di ecologia e di architettura, che da anni sollecitano interventi concreti per salvaguardare il sito fluviale, peraltro inserito tra i Sic, zona di interesse comunitario.

“Un conglomerato di problemi da monte a mare – spiega Beatrice Raffagnino di Up Palermo -. La cosa più urgente è ripartire dal censimento fatto a suo tempo, anche se superato, individuare gli scarichi fognari abusivi, convogliandoli al depuratore di Acqua dei Corsari. Nonostante i passaggi in zone private, con l’assenso dei residenti, stiamo tracciando un trekking possibile, per proporlo con la guida di esperti, a piccoli gruppi. Lungo l’Oreto si coltivano ancora oggi frutta, albicocche e cachi, ma anche funghi, e si cominciano a vedere i primi orti ben coltivati. Ma la plastica, i rifiuti e gli scarichi restano sotto gli occhi di tutti”.

A volere il parco urbano con forza, adesso, a distanza di vent’anni, con la forza dei loro clic, potrebbero essere i giovani abitanti dei quartieri interessati dal futuro parco fluviale di Altofonte, Maredolce, Sant’ Erasmo. Staremo a vedere.

(Foto: Giulio Giallombardo)

Al lavoro le community per far ripartire la bonifica del corso d’acqua. A settembre una giovane associazione avvierà i trekking lungo il suo percorso. Crescono intanto i clic per scalare la classifica del Fai nell’ambito del concorso nazionale “I luoghi del Cuore”

di Maria Laura Crescimanno

Forse, a realizzare il sogno perduto del parco urbano sul fiume Oreto, potrebbe essere la tenacia di una community di giovani palermitani armati di smartphone ed attivi sui social. Un piccolo esercito che conta già oltre un migliaio di volontari riuniti nel comitato “Salviamo l’Oreto”, che ha lanciato sul web l’hashtag #nostroreto, con l’obiettivo concreto di raccogliere voti per il concorso biennale nazionale “I luoghi del Cuore” promosso dal Fai, il Fondo italiano per l’ambiente.

Bersaglio quasi del tutto centrato. Grazie ai clic, il fiume Oreto potrebbe rientrare tra i primi tre posti in classifica nazionale, già primo nella sezione dedicata ai corsi d’acqua. Il vincitore si aggiudicherebbe 50 mila euro per avviare i lavori, assieme alla visibilità sui media nazionali.

Quella del recupero del fiume dimenticato perfino dai palermitani, che scorre per circa venti chilometri nella Conca d’Oro, e sfocia sul litorale di Sant’Erasmo, dopo aver attraversato le campagne di altri due comuni, Monreale e Altofonte, è una delle grandi scommesse perse in passato dalle amministrazioni comunali. Esempio di paralisi nel recupero ambientale della periferia schiacciata dal cemento. Anche se, nell’ultimo Piano regolatore del 2006, il bacino dell’Oreto era già destinato a diventare un’area protetta.

L’ecologo palermitano Silvano Riggio, che ha seguito le vicende del fiume dei palermitani negli ultimi cinquant’anni, sull’ipotesi di bonifica del corso fluviale, non sembra per niente ottimista: “Ormai, dopo gli anni della cementificazione dell’alveo del fiume e dell’abusivismo edilizio nella valle, la situazione ambientale di degrado è davvero molto grave, gli scarichi fognari, i frantoi e i pesticidi che vi si riversano, hanno alterato la vegetazione spontanea di canne e salici, che non riesce a funzionare più come depurazione e filtraggio naturale. Ci vorrebbe un progetto d’ingegneria ambientale illuminato, basato sulla green economy, cioè sul ritorno all’agricoltura nei terrazzamenti, che un tempo dava alla città frutta ed ortaggi di speciale pregio. Troppo cemento è stato gettato alla foce, adesso il regime delle acque è veramente compromesso”.

Frattanto, il fiume dei palermitani in questi ultimi anni di silenzio è diventato sempre più “una cloaca” a cielo aperto. Così la definisce il blogger e videomaker palermitano Igor D’India che dal 2012 ha esplorato il fiume da mare a monte almeno due volte, denunciando con i suoi video molto cliccati su canali online, lo stato di degrado ambientale tra plastica, scarichi e altri rifiuti ingombranti. Assieme ad altri cittadini volenterosi, ha lavorato all’idea di rimettere gli attori giusti attorno ad un tavolo, per tornare, fuor di metafora, a smuovere le acque.

Primi obiettivi centrati: alcune riunioni operative la domenica mattina nella sede del museo del Mare di Sant’Erasmo. Non si è trattato solo di parole. Il risultato è stato rimettere in contatto i responsabili del degrado e far insediare un tavolo tecnico, con amministratori regionali e comunali, sindaci dei tre comuni coinvolti, Arpa, Agenzia regionale per l’Ambiente, polizia ambientale Nopa, responsabili delle associazioni ambientaliste locali, e soprattutto l’assessorato regionale competente, che da metà giugno sono di concerto al lavoro per realizzare il primo contratto di fiume, il nuovo strumento che dovrebbe consentire di utilizzare fondi europei per la bonifica ed il recupero, a fronte di un nuovo progetto condiviso che deve essere ancora realizzato.

Ma il fermento attorno al recupero dell’Oreto è solo iniziato: dopo i caldi estivi, da fine settembre partiranno alcune passeggiate alla riscoperta della sorgente. Risalire il fiume da mare a monte, dove si trovano il torrente e la fontana Lupo, non è affatto semplice, ma di sicuro sorprendente per la portata d’acqua, la fauna che lo popola, ed i paesaggi insoliti. Sulla rete, infatti, l’Oreto non mostra soltanto la sua faccia peggiore, ma anche insoliti paesaggi d’acqua, uccelli, natura ed orti che stanno via via rinascendo lungo le campagne.

Sul gruppo facebook Oreto Urban, Igor D’India, esploratore e videomaker, scriveva a fine maggio: “O adesso o mai più, non ci sono più scuse”. Sono suoi i video choc che mostrano lo stato di degrado del corso d’acqua, pronto a rigonfiarsi di pioggia in modo minaccioso in autunno, che Igor ha risalito due volte, dalla foce sino alle montagne.

A portare abitanti e giovani studenti lungo le sponde dell’Oreto, ci sta anche pensando la giovane associazione Up Palermo, con la sua presidente ventiquattrenne Beatrice Raffagnino, laureanda in disastro ambientale ed aspetti giuridici, che si è messa in testa di portare i palermitani da settembre, a faret rekking guidati lungo il fiume, attraversando fondi e campagne private.

A fine maggio si è chiusa una mostra fotografica che ha documentato gli aspetti naturalisti e paesaggistici davvero sorprendenti della zona alta del fiume. Pregi ben noti agli esperti, docenti di ecologia e di architettura, che da anni sollecitano interventi concreti per salvaguardare il sito fluviale, peraltro inserito tra i Sic, zona di interesse comunitario.

“Un conglomerato di problemi da monte a mare – spiega Beatrice Raffagnino di Up Palermo -. La cosa più urgente è ripartire dal censimento fatto a suo tempo, anche se superato, individuare gli scarichi fognari abusivi, convogliandoli al depuratore di Acqua dei Corsari. Nonostante i passaggi in zone private, con l’assenso dei residenti, stiamo tracciando un trekking possibile, per proporlo con la guida di esperti, a piccoli gruppi. Lungo l’Oreto si coltivano ancora oggi frutta, albicocche e cachi, ma anche funghi, e si cominciano a vedere i primi orti ben coltivati. Ma la plastica, i rifiuti e gli scarichi restano sotto gli occhi di tutti”.

A volere il parco urbano con forza, adesso, a distanza di vent’anni, con la forza dei loro clic, potrebbero essere i giovani abitanti dei quartieri interessati dal futuro parco fluviale di Altofonte, Maredolce, Sant’ Erasmo. Staremo a vedere.

(Foto: Giulio Giallombardo)

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