Ecco le erbe che mangiavano gli antichi Greci

Un libro di Mary Taylor Simeti ricostruisce le varietà spontanee nate in alcuni siti archeologici siciliani. Rosario Schicchi, direttore dell’Orto botanico di Palermo, analizza alcune loro proprietà: “Benefiche e utilizzate da secoli”

di Antonella Lombardi

Resistenti, preziose e antiche più dell’uomo: la loro caparbietà si ripete a ogni stagione, al punto da abituare il nostro sguardo alla loro presenza. Sono le piante spontanee che nascono a ogni ciclo lungo i siti archeologici del nostro territorio, cambiando il volto ai templi a seconda del periodo.

Una presenza che ha affascinato una scrittrice come Mary Taylor Simeti, americana trapiantata in Sicilia, autrice anche del celebre “Mandorle amare” scritto insieme a Maria Grammatico. Ora è alle stampe l’ultima sua opera, illustrata da Susan Pettee, che sarà anticipata da una mostra di acquerelli all’orto botanico di Palermo il 14 dicembre intitolata “The Garlands of the Gods”, 79 dipinti sulla flora che caratterizza le rovine greche della Sicilia e di cui vi abbiamo parlato qui

“Una pubblicazione illustrata e con un testo bilingue che ci rende particolarmente orgogliosi – dice Paolo Inglese, esperto di agraria, studioso e direttore del centro servizi del Sistema Museale d’Ateneo – nella sala Tineo dell’Orto appena restaurata ci sarà la mostra di acquerelli che anticipa l’uscita del libro”.

A curare alcune parti del volume della Simeti sono stati proprio Inglese e Rosario Schicchi, direttore dell’orto botanico, esperto di varietà spontanee che anticipa e approfondisce alcuni aspetti della ricerca: “Delle 124 specie di cui parla Taylor Simeti almeno 40 erano consumate dal popolo siciliano per la propria alimentazione, e nel 98 per cento dei casi si tratta di piante preesistenti alla comparsa dell’uomo. Sono piante caratteristiche del nostro territorio, come la borragine o l’asfodelo, il cui bulbo crudo ha sostanze tossiche che però sono termolabili, cioè si perdono con la cottura. Fino al dopoguerra le persone lo consumavano al posto delle patate”.

E poi ci sono i fiori, coloratissimi, che rompono il riposo invernale tingendo i nostri campi, come “l’acetosella, dal tipico fiore giallo e dal sapore agrodolce e che non interferisce con i cicli delle colture, spesso masticata dai bambini – ricostruisce Schicchi – sotto il terreno crescono i suoi tubercoli che venivano arrostiti sul fuoco e consumati a mo’ di castagne, o i papaveri, dalle foglie commestibili”.

Diverse le proprietà medicinali che hanno reso alcune varietà care agli dei e preziose agli uomini, come il timo, pianta mellifera che “rende il miele particolarmente utile nel contrasto alle affezioni respiratorie.

Ma immaginiamo cosa potesse comportare – osserva Schicchi – la costruzione dei templi: ferite, escoriazioni alle mani, ad esempio. Allora in assenza di emostatici e cerotti si ricorreva a una pianta come l’Inula viscosa, nota come “erba santa”, per le sue foglie vischiose che, una volta applicate sulle ferite, bloccano la fuoriuscita di sangue. Una pianta che fa anche un buon odore, e che bruciata allontana i parassiti”.

Una sezione a parte del libro è dedicata alle piante più comuni della nostra macchia mediterranea, con nozioni mitologiche, storiche e letterarie che completano la descrizione. Eterne, oggi come allora.

Un libro di Mary Taylor Simeti ricostruisce le varietà spontanee nate in alcuni siti archeologici siciliani. Rosario Schicchi, direttore dell’Orto botanico di Palermo, analizza alcune loro proprietà: “Benefiche e utilizzate da secoli”

di Antonella Lombardi

Resistenti, preziose e antiche più dell’uomo: la loro caparbietà si ripete a ogni stagione, al punto da abituare il nostro sguardo alla loro presenza. Sono le piante spontanee che nascono a ogni ciclo lungo i siti archeologici del nostro territorio, cambiando il volto ai templi a seconda del periodo.

Una presenza che ha affascinato una scrittrice come Mary Taylor Simeti, americana trapiantata in Sicilia, autrice anche del celebre “Mandorle amare” scritto insieme a Maria Grammatico. Ora è alle stampe l’ultima sua opera, illustrata da Susan Pettee, che sarà anticipata da una mostra di acquerelli all’orto botanico di Palermo il 14 dicembre intitolata “The Garlands of the Gods”, 79 dipinti sulla flora che caratterizza le rovine greche della Sicilia e di cui vi abbiamo parlato qui

“Una pubblicazione illustrata e con un testo bilingue che ci rende particolarmente orgogliosi – dice Paolo Inglese, esperto di agraria, studioso e direttore del centro servizi del Sistema Museale d’Ateneo – nella sala Tineo dell’Orto appena restaurata ci sarà la mostra di acquerelli che anticipa l’uscita del libro”.

A curare alcune parti del volume della Simeti sono stati proprio Inglese e Rosario Schicchi, direttore dell’orto botanico, esperto di varietà spontanee che anticipa e approfondisce alcuni aspetti della ricerca: “Delle 124 specie di cui parla Taylor Simeti almeno 40 erano consumate dal popolo siciliano per la propria alimentazione, e nel 98 per cento dei casi si tratta di piante preesistenti alla comparsa dell’uomo. Sono piante caratteristiche del nostro territorio, come la borragine o l’asfodelo, il cui bulbo crudo ha sostanze tossiche che però sono termolabili, cioè si perdono con la cottura. Fino al dopoguerra le persone lo consumavano al posto delle patate”.

E poi ci sono i fiori, coloratissimi, che rompono il riposo invernale tingendo i nostri campi, come “l’acetosella, dal tipico fiore giallo e dal sapore agrodolce e che non interferisce con i cicli delle colture, spesso masticata dai bambini – ricostruisce Schicchi – sotto il terreno crescono i suoi tubercoli che venivano arrostiti sul fuoco e consumati a mo’ di castagne, o i papaveri, dalle foglie commestibili”.

Diverse le proprietà medicinali che hanno reso alcune varietà care agli dei e preziose agli uomini, come il timo, pianta mellifera che “rende il miele particolarmente utile nel contrasto alle affezioni respiratorie.

Ma immaginiamo cosa potesse comportare – osserva Schicchi – la costruzione dei templi: ferite, escoriazioni alle mani, ad esempio. Allora in assenza di emostatici e cerotti si ricorreva a una pianta come l’Inula viscosa, nota come “erba santa”, per le sue foglie vischiose che, una volta applicate sulle ferite, bloccano la fuoriuscita di sangue. Una pianta che fa anche un buon odore, e che bruciata allontana i parassiti”.

Una sezione a parte del libro è dedicata alle piante più comuni della nostra macchia mediterranea, con nozioni mitologiche, storiche e letterarie che completano la descrizione. Eterne, oggi come allora.

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