E il muretto a secco divenne patrimonio mondiale

L’Unesco ha annunciato in un tweet l’iscrizione di un sapere antichissimo che ha diversi esempi in Sicilia. L’esperto Giuseppe Barbera: “Tutela fondamentale, è una tecnica che rischia di estinguersi”

di Antonella Lombardi

“Era la contea un piccolo regno nel regno, una storia leggibile in modo inconfondibile mediante l’interminabile linea dei muri di pietra a secco che consiglierei dovrebbero essere tutelati come parte integrante e caratteristica del paesaggio”. A dirlo era Leonardo Sciascia, nel libro “La contea di Modica”, accompagnato dalle foto di Giuseppe Leone; a esaudire quella richiesta corale – per anni rimasta inascoltata – ora è l’Unesco. L’organizzazione, infatti, ha annunciato con un tweet sul proprio profilo internazionale che l’arte dei muretti a secco, o “Art of dry stone walling” è stata iscritta nella lista del patrimonio immateriale da tutelare.

Tra gli otto paesi europei che hanno presentato la candidatura c’è anche l’Italia e la nostra regione è tra quelle che si contraddistinguono per la presenza di tali manufatti, scuri quando a essere utilizzata è la pietra lavica, chiari quando si tratta di rocce calcaree. Le pietre vengono posate una sopra l’altra a “secco” appunto, cioè senza l’utilizzo di altri materiale, se non un po’ di terra. “È un’usanza che ha origini antichissime – spiega Giuseppe Barbera, agronomo, professore di Colture arboree all’Università di Palermo e autore di diversi libri – nata con l’idea di proteggere un giardino, parola che, sin dalle sue origini etimologiche nella radice indoeuropea ‘garthr‘ o ‘gord‘ indica l’idea di uno spazio recintato, chiuso, come sarà con l’hortus.

Ha origini millenarie, alcuni muretti ritrovati risalgono infatti all’età del bronzo. In Sicilia si trovano fin dalle origini dell’agricoltura e sono un tratto distintivo del nostro paesaggio, scuri sull’Etna dove è facile reperire la pietra lavica, in pietra bianca calcarea nelle zone più a Sud. Pantelleria o il Ragusano sono zone dove se ne trovano diversi, come le famose chiuse attorno all’albero di carrubo per tenere gli animali al pascolo”.

“Ancora una volta i valori dell’agricoltura sono riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale dei popoli”, ha commentato il ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio. La pratica rurale dell’arte dei muretti a secco appartiene oltre che all’Italia, a Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera, Paesi che hanno presentato la propria candidatura all’Unesco.
Le ragioni che hanno portato nei secoli gli uomini a costruire queste barriere tanto faticose da realizzare quanto durature sono diverse, e sottolineate anche dall’Unesco: fini abitativi o scopi legati all’agricoltura “in perfetta armonia con l’ambiente – afferma l’organizzazione – con un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”. 

“Sono preziosi anche per la biodiversità perché offrono l’habitat e rifugio ideale a piante che non sono presenti altrove e animali come le lucertole – prosegue Barbera – è una tecnica molto legata al sapere tradizionale, perché dopo la fatica della pulitura del terreno, spietrandolo, c’è l’arte della costruzione del muretto a secco: un’operazione che richiede una tecnica particolare perché ogni tipo di pietra è diversa dall’altra, occorre trovare la stabilità e l’equilibrio giusto, le pietre possono essere grezze o sagomate, ma devono essere poste in un incastro perfetto. Un’opera a prova di intemperie e tempo, che ripara dal vento o dagli animali le colture o rende maggiormente coltivabile una superficie. Una tecnica che ‘trasforma la montagna in pianura’”.

Ma questo sapere antico e faticoso è fatalmente legato all’età dei pochi che ancora lo sanno realizzare. Un patrimonio di esperienze che difficilmente si tramanda. “Anni fa a Pantelleria abbiamo organizzato dei corsi per trasmettere di padre in figlio quest’arte- spiega l’esperto – occorrono anche degli attrezzi particolari per tagliare la pietra nel modo corretto. Questo riconoscimento Unesco finalmente incontra l’interesse collettivo del nostro paesaggio, certo occorre un piano di gestione di politiche a livello locale per salvaguardare e valorizzare i muri a secco, la tutela non può essere esclusiva dell’agricoltore”.

L’Unesco ha annunciato in un tweet l’iscrizione di un sapere antichissimo che ha diversi esempi in Sicilia. L’esperto Giuseppe Barbera: “Tutela fondamentale, è una tecnica che rischia di estinguersi”

di Antonella Lombardi

“Era la contea un piccolo regno nel regno, una storia leggibile in modo inconfondibile mediante l’interminabile linea dei muri di pietra a secco che consiglierei dovrebbero essere tutelati come parte integrante e caratteristica del paesaggio”. A dirlo era Leonardo Sciascia, nel libro “La contea di Modica”, accompagnato dalle foto di Giuseppe Leone; a esaudire quella richiesta corale – per anni rimasta inascoltata – ora è l’Unesco. L’organizzazione, infatti, ha annunciato con un tweet sul proprio profilo internazionale che l’arte dei muretti a secco, o “Art of dry stone walling” è stata iscritta nella lista del patrimonio immateriale da tutelare.

Tra gli otto paesi europei che hanno presentato la candidatura c’è anche l’Italia e la nostra regione è tra quelle che si contraddistinguono per la presenza di tali manufatti, scuri quando a essere utilizzata è la pietra lavica, chiari quando si tratta di rocce calcaree. Le pietre vengono posate una sopra l’altra a “secco” appunto, cioè senza l’utilizzo di altri materiale, se non un po’ di terra. “È un’usanza che ha origini antichissime – spiega Giuseppe Barbera, agronomo, professore di Colture arboree all’Università di Palermo e autore di diversi libri – nata con l’idea di proteggere un giardino, parola che, sin dalle sue origini etimologiche nella radice indoeuropea ‘garthr‘ o ‘gord‘ indica l’idea di uno spazio recintato, chiuso, come sarà con l’hortus.

Ha origini millenarie, alcuni muretti ritrovati risalgono infatti all’età del bronzo. In Sicilia si trovano fin dalle origini dell’agricoltura e sono un tratto distintivo del nostro paesaggio, scuri sull’Etna dove è facile reperire la pietra lavica, in pietra bianca calcarea nelle zone più a Sud. Pantelleria o il Ragusano sono zone dove se ne trovano diversi, come le famose chiuse attorno all’albero di carrubo per tenere gli animali al pascolo”.

“Ancora una volta i valori dell’agricoltura sono riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale dei popoli”, ha commentato il ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio. La pratica rurale dell’arte dei muretti a secco appartiene oltre che all’Italia, a Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera, Paesi che hanno presentato la propria candidatura all’Unesco.
Le ragioni che hanno portato nei secoli gli uomini a costruire queste barriere tanto faticose da realizzare quanto durature sono diverse, e sottolineate anche dall’Unesco: fini abitativi o scopi legati all’agricoltura “in perfetta armonia con l’ambiente – afferma l’organizzazione – con un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”. 

“Sono preziosi anche per la biodiversità perché offrono l’habitat e rifugio ideale a piante che non sono presenti altrove e animali come le lucertole – prosegue Barbera – è una tecnica molto legata al sapere tradizionale, perché dopo la fatica della pulitura del terreno, spietrandolo, c’è l’arte della costruzione del muretto a secco: un’operazione che richiede una tecnica particolare perché ogni tipo di pietra è diversa dall’altra, occorre trovare la stabilità e l’equilibrio giusto, le pietre possono essere grezze o sagomate, ma devono essere poste in un incastro perfetto. Un’opera a prova di intemperie e tempo, che ripara dal vento o dagli animali le colture o rende maggiormente coltivabile una superficie. Una tecnica che ‘trasforma la montagna in pianura’”.

Ma questo sapere antico e faticoso è fatalmente legato all’età dei pochi che ancora lo sanno realizzare. Un patrimonio di esperienze che difficilmente si tramanda. “Anni fa a Pantelleria abbiamo organizzato dei corsi per trasmettere di padre in figlio quest’arte- spiega l’esperto – occorrono anche degli attrezzi particolari per tagliare la pietra nel modo corretto. Questo riconoscimento Unesco finalmente incontra l’interesse collettivo del nostro paesaggio, certo occorre un piano di gestione di politiche a livello locale per salvaguardare e valorizzare i muri a secco, la tutela non può essere esclusiva dell’agricoltore”.

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