Dalle teste di moro ai fischietti: a Palermo in mostra antiche maioliche

Nell’ex cavallerizza di Palazzo Drago esposti duecento pezzi di epoca borbonica provenienti dalla collezione dei fratelli Tortorici

di Guido Fiorito

Dal neolitico, l’uso della ceramica e della maiolica ha accompagnato ogni giorno la vita dell’uomo acquisendo pian piano gusto per la bellezza. Oggetti di uso comune spesso di estetica non comune. La mostra “Maiolica. Regno delle due Sicilie” celebra questa storia, con splendidi oggetti provenienti da un territorio che in gran parte coincide con l’Italia meridionale. In Sicilia la tradizione è forte, con centri rinomati come Burgio, Caltagirone, Collesano, Sciacca. E poi Vietri e Cerreto Sannita (Campania), Laterza (Puglia), Gerace (Calabria). Duecento pezzi in tutto che fanno parte della collezione dei curatori della mostra, i fratelli Stefano, Michele ed Emanuela Tortorici, antiquari di Athena antichità. Pezzi collocati in un ambiente straordinario: l’ex cavallerizza del ritrovato Palazzo Drago Airoldi di Santacolomba di via Vittorio Emanuele a Palermo. La mostra, ad ingresso gratuito, chiuderà il 29 maggio.

La mostra nell’ex cavallerizza di Palazzo Drago

Ogni oggetto, una storia. Particolare quella delle teste di moro, che sono oggi di gran moda. Sono legate ad una leggenda che ha diverse varianti ma un filo conduttore. Un moro, un arabo berbero o a volte un pirata turco, si innamora ricambiato di una bella donna palermitana. Ma quando lui vuole ripartire (oppure si scopre che ha già moglie e figli) lei lo decapita e mette nel balcone la sua testa in guisa di vaso, piantando all’interno del basilico che cresce rigoglioso. Nella mostra si vedono due delle prime teste di moro, realizzate a fine Settecento a Caltagirone: la pelle molto scura, le labbra carnose, gli occhi curiosamente celesti.  “In epoche successive – spiega Michele Tortorici – appaiono teste bianche e nasce la decorazione in verde. Venivano infornate due volte: la prima per dare la forma e la seconda dopo aver inserito disegni e colori. Più il committente era ricco più l’oggetto realizzato era prezioso”.

Maioliche in mostra

Oggetti di uso pratico come oliere, contenitori per raffreddare che venivano riempiti di neve, vere e proprie glacette d’epoca, fischietti in forma di animali come un cane, quartare per trasportare l’acqua o il vino, porta olive in salamoia, lucerne antropomorfe a forma di monaco. E poi crescintiere (contenitori in cui lievitava la pasta), acquasantiere da capezzale. Altri oggetti, dalla forma di zucche o zucchine,  venivano usati riempiti di acqua calda per scaldare le mani.

Uno degli oggetti in mostra

Tra le curiosità alcune piccole brocche. “Queste vengono da Ariano Irpino in Campania – dice Emanuela Tortorici, presidente dell’associazione Balat  – . Erano usate nelle feste con intento scherzoso, goliardico. Vi sono alcuni fori molto piccoli, quasi invisibili. Si riempiono e se il bevitore non conosce il trucco si bagnerà del vino che inclinandole vien fuori dai piccoli buchi. Chi conosce il trucco, invece, li tura con le dita e può bere tranquillamente”. Rare le ceramiche firmate, come una bellissima idria, un contenitore di acqua medicamentosa da farmacia, con rubinetto di bronzo, realizzata da Giuseppe Di Bartolo. Alcune portano gli stemmi della famiglia che li ha commissionati, per esempio un porta piante datato 1700 della famiglia Bonanno. “Le ceramiche – spiega Emanuela Tortorici – in generale non sono punzonate e per risalire al luogo di origine bisogna conoscere bene i disegni e gli stili”. Un’esame complicato dal fatto che gli artigiani di zone diverse, detti maiolicari, erano in contatto tra loro, con scambi di stile e raffigurazioni.

Brocca

Numerosi i piatti esposti. Si tratta in generale di fangotti o fangotte (il nome  ricorda il legame del prodotto con la terra) di grandi dimensioni, almeno quaranta centimetri, talvolta usati per condividere il cibo sulla tavola di famiglia e più spesso per esporre la salsa al sole per l’estratto di pomodoro o per realizzare i pomodori secchi. Al centro, i disegni spesso alludono a fatti reali, come una vela in un mare in tempesta. Particolare un piatto che porta al centro un cuore trafitto da una freccia e anche da una scala, probabilmente il regalo di un innamorato che vuole scalare (o ha raggiunto) il cuore della donna amata.

Un pezzo della collezione

“Il nostro scopo  – conclude  Emanuela Tortorici  – è di fare cultura e far scoprire oggetti meravigliosi che altrimenti rimarrebbero a tutti ignoti. Si fa sentire l’assenza di un museo della manifattura siciliana che possa mostrare il valore e la bellezza del nostro patrimonio. Per questo la mostra è particolarmente indicata per le scuole, in particolare quelle che si occupano di arte e storia dell’arte”.

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