Così tornerà in piedi un telamone tra i templi

Una delle enormi statue del Tempio di Zeus sarà innalzata con l’appoggio di una struttura metallica. Previsto anche il restauro di altri reperti della stessa area

di Antonio Schembri

Erano svariate già dalla fine del 2019 le iniziative annunciate per festeggiare quest’anno un evento che è in sé una sfida al tempo. Il duemilaseicentesimo compleanno della Valle dei Templi, l’area dell’antica Akràgas, definita da Pindaro la più bella città dei mortali nel suo periodo più fulgido: quello successivo al completamento delle ambiziose opere pubbliche promosse dal tiranno Terone all’indomani della vittoria contro Himera, con cui la pianta urbana venne punteggiata dai magnifici monumenti in calcarenite che oggi ipnotizzano lo sguardo in un paesaggio aggredito dalla cementificazione. Poi tutto si è paralizzato con l’emergenza sanitaria dei mesi scorsi.

Il telamone del Museo archeologico di Agrigento

Tra le azioni previste, la ricostruzione in posizione verticale di uno dei 38 telamoni – le enormi statue con le braccia piegate attorno alla testa rievocanti la figura mitologica dell’Atlante – che attorniavano e sorreggevano al posto delle colonne la trabeazione del Tempio di Giove Olimpio, il principale dell’area e tra i più maestosi del mondo ellenistico (più grande dello stesso Partenone di Atene). Tempio di cui però nella Valle dei Templi si possono osservare solo le macerie. Oggi di queste statue (alte oltre 7 metri e mezzo) si conoscono due esemplari all’interno del Parco archeologico agrigentino: uno originale, esposto nel Museo archeologico e una copia “coricata” vicino alle vestigia del Tempio di Giove, poche centinaia di metri in linea d’aria dalla Via Sacra, il camminamento dall’ingresso nella Valle che conduce al Tempio della Concordia.

La copia del telamone

Nei giorni scorsi l’iniziativa di ricomporre e mettere in piedi un telamone ha sollevato polemiche. Tutte legate al dubbio che a dovere essere tirata su fosse proprio la copia. A confermare la scarsa gittata di questa fake news che non ha comunque mancato di girare veloce nel web creando confusione, è lo stesso direttore del Parco Archeologico, Roberto Sciarratta: “Quella che vogliamo rimettere in piedi non è affatto la copia della statua, ma un altro telamone originale, i cui pezzi, situati a poca distanza, vennero ritrovati e ricomposti grazie agli scavi condotti nel 1920 dall’archeologo Pirro Marconi”. L’attuale operazione, puntualizza, “è lo step finale di uno studio che il Parco porta avanti dal 2005 in collaborazione con l’Istituto Germanico di Roma, sotto la guida del professor Heinz Beste, grazie al quale è stato possibile finalizzare i risultati acquisiti durante gli scavi di un secolo fa”. Ricerche, quelle di Pirro Marconi, che in effetti di telamoni ne individuarono in tutto sette.

Rovine del Tempio di Zeus (foto José Luiz Bernardes Ribeiro, da Wikipedia)

L’attuale progetto, oggi alla fase finale, prevede l’innalzamento e la sistemazione del telamone con l’appoggio di una struttura metallica fissa: una lastra di sostegno con mensole in acciaio corten (resistente alla corrosione e alla trazione), sulle quali il peso del gigante di pietra verrà in pratica scaricato. Ma, tengono a precisare al Parco, questa operazione non è isolata. Si inquadra invece in un più ampio progetto di restauro e musealizzazione di tanti altri reperti (catalogati sempre con l’Istituto Germanico) all’interno della stessa area del grande tempio. Più in dettaglio, questi interventi riguarderanno anche il recupero di una novantina di frammenti di telamoni, il rimontaggio e la ricollocazione di parte della trabeazione del Tempio di Giove e infine la liberazione dell’antistante spazio orientale per collegare l’altare di Giove con lo stesso tempio. “Entro la fine dell’estate pubblicheremo in un apposito libro tutti gli studi e i restauri fatti su quest’area”, dice Sciarratta.

Rovine del Tempio di Zeus (foto Palickap, da Wikipedia)

Un immenso ammasso di calcarenite, le rovine del tempio di Zeus: simile, come scrisse Goethe, “agli ossami d’un gigantesco scheletro”. Probabilmente utilizzato come cava di pietra per la ricostruzione del molo di Ponente dello scalo marittimo di Porto Empedocle. “Un’area che a questo punto merita di essere recuperata e valorizzata – riprende Sciarratta – Il suo collegamento con la Via Sacra viene oggi facilitato da una passerella, ma puntiamo a liberare l’intera area dell’altare di Giove dai massi crollati durante gli scavi degli anni ’20 così da far riguadagnare dal punto di visto percettivo proprio il collegamento tra altare e tempio. Vogliamo insomma dare continuità di fruizione a tutta la collina dei Templi, fino al Tempio dei Dioscuri e al sottostante bacino della Kolymbetra, includendo i vari ettari in cui sono sparpagliate le rovine del tempio di Giove. Significa visite più lunghe, che indurrebbero i turisti a uscire dalla logica dai sopralluoghi ‘mordi e fuggi’ alla Valle”.

Turisti nella Valle dei Templi

Da giugno dell’anno scorso fino al lockdown partito a marzo, la Valle dei templi ha fatto registrare una lunga “volata” di presenze in aumento. “Difficile recuperare quei risultati in tempi brevi, ma – conclude Sciarratta – dopo la riapertura i flussi turistici stanno tornando vivaci, con una media di mille visitatori al giorno: turismo di prossimità, ma adesso anche con l’arrivo di stranieri”.

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