I confetti alla droga nel negozio di Lucky Luciano

In piazza san Francesco d’Assisi, a Palermo, una sessantina di anni fa il boss italo americano impiantò un’anomala fabbrica di dolciumi chiusa poi di gran premura da un giorno all’altro. Quello che ne restava è un’insegna oggi cancellata da un murale assai vistoso

di Giulio Giallombardo

Oggi è uno dei quartier generali della movida, crocevia di turisti e palermitani. Un tempo nascondeva una centrale per un traffico di ben altra natura. In piazza San Francesco d’Assisi, nel cuore del centro storico, tra la chiesa e l’antica focacceria, c’è un piccolo edificio su cui da qualche anno è stato realizzato un murales. Una fanciulla in abito rosso sbuca da una porta dipinta su una parete. Ha le mani sul volto e sembra fuggire da un uomo che sta entrando dalla porta accanto. Su una sagoma, a fianco, è stato ridipinto un trompe-l’oeil che riproduce la parte superiore di una fontana barocca andata perduta, di cui esiste oggi solo la vasca.

Proprio lì, più di mezzo secolo fa, c’era un confettificio molto particolare. Non era come tutte le altre botteghe che s’incontravano tra i vicoli del centro storico, perché quell’attività era gestita da Salvatore Lucania, più noto col nome di Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della mafia. In apparenza, si trattava di uno dei tanti negozi di dolciumi della zona, ma dentro quei confetti non c’erano soltanto mandorle. Luciano, infatti, che gestiva l’attività insieme a Calogero Vizzini, considerato uno dei più importanti esponenti di Cosa nostra degli anni Cinquanta, aveva dato vita a un florido mercato di confetti, esportandoli in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti.

Lucky Luciano

L’attività si svolse negli anni in cui il boss fece ritorno in Italia, dopo essere stato espulso da Cuba nel 1947. Il confettificio aprì i battenti nel 1949, ma l’11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo su cui era scritto che in quei confetti, “due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla”. Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.

La vicenda è ricordata anche in un articolo del marzo del 1983, pubblicato su “I Siciliani”, il giornale di Giuseppe Fava, a firma di Michele Pantaleone. “La fabbrica di confetti – si legge – era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al ‘Sig. Salvatore Lucania di Lercara’, cugino del grande gangster (e suo omonimo, ndr). Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l’ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti”.

Fino a qualche anno fa, prima che la parete fosse coperta dai murales, si poteva ancora leggere la vecchia insegna del confettificio. A ricordare la storia è l’ex militante del Pci e blogger Giovanni Rosciglione, certo che il confettificio di Luciano si trovasse proprio in quell’edificio. Poche settimane fa ha scritto un post su Facebook sulla vicenda, suscitando diverse reazioni. “Prevengo qualche obiezione di chi vorrebbe interpretare quell’intervento come un segno di ‘antimafia militante’, – scrive Rosciglione, facendo riferimento alla cancellazione dell’insegna – perché tutta la via Maqueda e tutto il corso Vittorio Emanuele pullulano di negozietti di souvenir di Palermo traboccanti di Marlon Brando, Padrino, di coppole di tutti i colori… Non è certo l’indignazione antimafia che ha fatto scomparire quell’insegna. Ma solo sciatteria, ignoranza, disprezzo del rigore storico”.

Cancellare, dunque, la memoria dei luoghi se scomoda o ingombrante, oppure conservarla come testimonianza, senza ovviamente celebrarla? In questo caso la risposta è già data: dei confetti di Lucky Luciano non c’è più alcuna traccia.

In piazza san Francesco d’Assisi, a Palermo, una sessantina di anni fa il boss italo americano impiantò un’anomala fabbrica di dolciumi chiusa poi di gran premura da un giorno all’altro. Quello che ne restava è un’insegna oggi cancellata da un murale assai vistoso

 

di Giulio Giallombardo

Oggi è uno dei quartier generali della movida, crocevia di turisti e palermitani. Un tempo nascondeva una centrale per un traffico di ben altra natura. In piazza San Francesco d’Assisi, nel cuore del centro storico, tra la chiesa e l’antica focacceria, c’è un piccolo edificio su cui da qualche anno è stato realizzato un murales. Una fanciulla in abito rosso sbuca da una porta dipinta su una parete. Ha le mani sul volto e sembra fuggire da un uomo che sta entrando dalla porta accanto. Su una sagoma, a fianco, è stato ridipinto un trompe-l’oeil che riproduce la parte superiore di una fontana barocca andata perduta, di cui esiste oggi solo la vasca.

Proprio lì, più di mezzo secolo fa, c’era un confettificio molto particolare. Non era come tutte le altre botteghe che s’incontravano tra i vicoli del centro storico, perché quell’attività era gestita da Salvatore Lucania, più noto col nome di Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della mafia. In apparenza, si trattava di uno dei tanti negozi di dolciumi della zona, ma dentro quei confetti non c’erano soltanto mandorle. Luciano, infatti, che gestiva l’attività insieme a Calogero Vizzini, considerato uno dei più importanti esponenti di Cosa nostra degli anni Cinquanta, aveva dato vita ad un florido mercato di confetti, esportandoli in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti.

Lucky Luciano

L’attività si svolse negli anni in cui il boss fece ritorno in Italia, dopo essere stato espulso da Cuba nel 1947. Il confettificio aprì i battenti nel 1949, ma l’11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo su cui era scritto che in quei confetti, “due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla”. Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.

La vicenda è ricordata anche in un articolo del marzo del 1983, pubblicato su “I Siciliani”, il giornale di Giuseppe Fava, a firma di Michele Pantaleone. “La fabbrica di confetti – si legge – era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al ‘Sig. Salvatore Lucania di Lercara’, cugino del grande gangster (e suo omonimo, ndr). Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l’ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti”.

Fino a qualche anno fa, prima che la parete fosse coperta dai murales, si poteva ancora leggere la vecchia insegna del confettificio. A ricordare la storia è l’ex militante del Pci e blogger Giovanni Rosciglione, certo che il confettificio di Luciano si trovasse proprio in quell’edificio. Poche settimane fa ha scritto un post su Facebook sulla vicenda, suscitando diverse reazioni. “Prevengo qualche obiezione di chi vorrebbe interpretare quell’intervento come un segno di ‘antimafia militante’, – scrive Rosciglione, facendo riferimento alla cancellazione dell’insegna – perché tutta la via Maqueda e tutto il corso Vittorio Emanuele pullulano di negozietti di souvenir di Palermo traboccanti di Marlon Brando, Padrino, di coppole di tutti i colori… Non è certo l’indignazione antimafia che ha fatto scomparire quell’insegna. Ma solo sciatteria, ignoranza, disprezzo del rigore storico”.

Cancellare, dunque, la memoria dei luoghi se scomoda o ingombrante, oppure conservarla come testimonianza, senza ovviamente celebrarla? In questo caso la risposta è già data: dei confetti di Lucky Luciano non c’è più alcuna traccia.

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