C’era una volta il borgo di Malovrio, tra briganti e buon vino

A Piano d’Api, frazione operosa di Acireale alle pendici dell’Etna, si tramandano vecchie tradizioni contadine, devozioni religiose e un passato turbolento

di Livio Grasso

È uno dei luoghi simbolo del territorio di Acireale, che conserva tradizioni e culture fino ad oggi molto sentite e praticate. L’ex contrada Malovrio, tra il Cinquecento e il Seicento, era minacciata da gruppi di briganti che, nascondendosi tra gli alberi, assalivano i viaggiatori derubandoli di ogni ricchezza. È di quell’epoca il “Bando delle teste”, antico provvedimento per combattere questa criminalità. Non pochi sono stati i furti, le rapine, gli stupri e gli omicidi che sono accaduti nella zona. Nello stesso periodo, inoltre, la contrada raggiunse un ottimo sviluppo economico grazie alla coltura di vitigni e agrumeti.

Vista dell’Etna da Piano d’Api

La prima forma di comunità in senso moderno, però, avvenne verso la fine dell’Ottocento, quando la popolazione era abitata da circa settanta residenti. Fino a quel momento il paesino era povero di infrastrutture, ma, dopo l’Unità d’Italia, vennero costruite strade più efficienti. Fu così che nel giro di poco tempo Malovrio, oggi chiamato Piano d’Api, diventò una delle vie di transito più praticate per raggiungere i paesini limitrofi. Questo miglioramento urbano fu anche opera dei privati che impiegarono parte dei loro fondi per ottimizzare le vie di comunicazione.

Ritratto di Giuseppa Strano

Ma la comunità locale si consolidò maggiormente dopo la costruzione del primo edificio di culto, dedicato alla Madonna della Misericordia. Edificato dalle famiglie Strano e Tropea, il 15 agosto 1878, secondo il “Bollettino Ecclesiastico” diocesano, avvenne la posa della prima pietra. C’è pure il testamento di Antonio Strano nel quale lui stesso richiede ai suoi eredi di erigere una chiesetta nella vigna piantata dal figlio Sebastiano. L’obiettivo venne raggiunto grazie a Giuseppa Strano, figlia di Antonio, che, sposando il ricco don Rosario Tropea (detto Lapa, da qui l’attuale nome del borgo), creò le condizioni affinché il desiderio del defunto padre diventasse realtà. Il progetto venne dunque affidato a Mariano Panebianco, ingegnere di Acireale. Proprio a lui si devono la cupola levantina e il timpano sul portale in stile neoclassico.

Tela della Madonna della Misericordia

Dentro la chiesa è custodito un quadro che raffigura la Madonna della Misericordia, datato al 1881 e simbolo dell’antica devozione popolare verso la patrona locale. Si pensa che la tela sia l’imitazione di un’altra opera conservata alla chiesa della Madonna di Nostra Signora della Misericordia di Savona. Ancora oggi, non è chiaro agli studiosi il nome dell’artista, né come il dipinto sia arrivato a Malovrio. Ad ogni modo, la scena pittorica descrive l’apparizione mariana agli occhi di un pastore che si chiamava Botta.

La chiesa della Madonna della Misericordia

Secondo le fonti religiose, il pastorello, mentre pregava ai piedi di un fiume, vide una donna luminosa vestita di bianco e con una corona d’oro sulla testa. Poi alzò le mani verso il cielo, benedì per tre volte il fiumicello e comandò a Botta di andare dal suo confessore affinché ordinasse agli abitanti del paese di digiunare per tre sabati. Il significato simbolico dell’opera pittorica, dunque, sarebbe quello di praticare i gesti tipici della fede cristiana: la confessione, il digiuno, la comunione e le processioni.

Piazzetta del borgo

Nel tempo, il paese si specializzò sempre di più nella coltura di agrumeti e vigneti. La maggior parte dei fondi e delle residenze agricole, alcune delle quali tuttora esistenti, era nelle mani delle famiglie Lapa, Strano, Tosto, Scudero e Finocchiaro. Rosario Tropea, in particolare, bonificò estesi fondi a vigneto e costruì una serie di edifici rurali per favorire le attività vinicole. Come da tradizione, infatti, nel mese di settembre i vendemmiatori raccoglievano l’uva e la portavano al palmento. Qui c’erano i “pistaturi”, che si occupavano di schiacciare e versare i grappoli nel “ricevituri”.  Le vinacce, prima della spremitura, restavano per circa due giorni a fermentare. I processi di fermentazione e le varie tipologie di uva davano luogo a diverse specialità: il pistammutta, di colore chiaro, il ceraiolo, pastoso e di colore scuro, l’acquatina, allungato con l’acqua e di bassa gradazione alcolica.

Oggi Piano d’Api è ormai un centro dotato di servizi pubblici e sociali, ma queste antiche pratiche continuano a sopravvivere e a segnare la realtà storica della borgata.

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