Rinasce l’antico orologio della Matrice di Calatafimi Segesta

Completato il primo restauro vincitore del premio Borghi dei Tesori. All’opera un “manutentore del tempo”, esperto di strumenti monumentali. La chiesa sarà visitabile per Borghi dei Tesori Fest, dal 20 agosto

di Redazione

Sentir risuonare la campana della chiesa madre è stata una vera emozione e non soltanto per gli anziani di Calatafimi Segesta: si è trattato di un processo di restituzione della memoria e di senso della comunità. È stato appena completato il restauro dell’antico orologio e della campana della Matrice, progetto del Comune di Calatafimi, uno dei due vincitori del Premio Borghi dei Tesori, al fianco dell’associazione Cap 96010 che sta recuperando i vecchi magazzini del porto di Portopalo di Capo Passero.

Uno scorcio di Calatafimi Segesta con la Chiesa Madre

Alla sua prima edizione, il premio è stato lanciato dall’associazione Borghi dei Tesori, sotto l’egida della Fondazione Le Vie dei Tesori, ed è nato con l’intento di promuovere progetti di rigenerazione urbana che coinvolgano le comunità. Sono arrivati in tutto diciotto progetti e il comitato scientifico dell’associazione ha scelto, appunto, quelli di Calatafimi Segesta e di Cap 96010 di Portopalo, finanziati con 3000 euro ciascuno, il primo erogato dalla stessa associazione, il secondo sostenuto dalla Fondazione Sicilia.

L’orologio restaurato sulla Chiesa Madre di Calatafimi Segesta

Sia Calatafimi-Segesta che Portopalo di Capo Passero parteciperanno a Borghi dei Tesori Fest, Festival che vedrà 40 piccoli Comuni aprire le porte dei propri tesori per tre weekend, a partire da sabato 20 agosto. E la Matrice con l’orologio di Calatafimi-Segesta sarà uno dei tesori visitabili.

Il sindaco Francesco Gruppuso

L’orologio è stato per secoli punto di riferimento dell’intera comunità. “Riascoltarlo, è stata un’emozione reale straordinaria: siamo rientrati nella nostra storia, nel nostro tempo. In passato la campana condizionava e segnava la vita quotidiana, oggi è simbolo di rinascita”, dice il parroco della Matrice, don Giovanni Mucaria. Le sue lancette sono state ferme per decenni, la campana silenziosa, ma ora è tornato alla vita, grazie al progetto della parrocchia San Silvestro Papa, realizzato dalla ditta Manutentori del tempo di Danilo Gianformaggio, affascinante figura di orologiaio contemporaneo, uno dei pochissimi nel Sud Italia che si occupa di restauro di strumenti monumentali. “Dopo vent’anni è stato un obiettivo raggiunto, ma la vera sorpresa è stata vincere il contest dei Borghi dei Tesori – dice il sindaco Giuseppe Gruppuso -: grazie a tutti e ci prepariamo alla nostra prima edizione del festival, venite, Calatafimi sarà una sorpresa”.

Per Laura Anello, presidente dell’associazione Borghi dei Tesori, un risultato importante “perché nato da una rete, quella di 50 piccoli comuni aderenti all’associazione che vogliono fare sistema, superando i campanilismi e lavorando a un progetto culturale e turistico integrato e sostenibile”.

A sinistra Danilo Gianformaggio

Nato dalla storica azienda Uscio di Genova, di cui reca ancora il nome inciso, l’orologio è realizzato con pezzi lavorati a mano in ferro battuto, incastonati in un telaio a castello. Nel 1564, su richiesta della comunità e su compenso del Comune, fu concesso all’allora feudatario della zona, Ludovico Enriquez de Caprera, il posizionamento dell’orologio nella chiesa Madre. Da allora, è stato il punto di riferimento della vita del borgo. “Siamo felici di aver ridato vita a questo orologio storico a cui tutta Calatafimi teneva moltissimo”, spiega Danilo Gianformaggio che si è occupato del complesso recupero, ha ridipinto il telaio e sostituito le lancette in metallo con altre in alluminio compatibili con il nuovo movimento”. L’illuminazione a led rende l’orologio visibile da lontano.

Viaggio a Pantelleria, dove anche l’umanità è patrimonio

La costa nera frastagliata, lo scenografico Specchio di Venere, la vite ad alberello e i muretti a secco, la perla nera del Mediterraneo, tra la Sicilia e l’Africa, incanta per fascino e bellezza

di Ornella Reitano

A 85 chilometri dalla penisola tunisina di Capo Bon affiora una delle più belle isole di Sicilia e di tutto il Mediterraneo: Pantelleria incanta e seduce per il suo essere unica. Detta anche “l’isola del vento” e “la perla nera del Mediterraneo” per la sua origine vulcanica, è la quinta isola più grande d’Italia e vanta ben due patrimoni Unesco e un’iscrizione nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici.

Costa di Pantelleria

Affascina e ammalia già quando la si scorge dall’oblò dell’aereo. La costa nera frastagliata; lo scenografico Specchio di Venere in cui la dea dell’amore e della bellezza trovò qui, in un lago vulcanico e termale, il luogo ideale in cui potersi ammirare; il nero della lava che esalta il giallo della ginestra e il verde della vegetazione che con ostinazione e perseveranza si fa strada anche grazie al lavoro sapiente dell’uomo.

Lago di Venere

Di certo non è la sola isola vulcanica in Sicilia degna di nota, ma di certo è unica nel suo genere. Non a caso la pratica agricola della vite ad alberello (nel 2014) e l’arte dei muretti a secco (nel 2019) sono stati dichiarati dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Sono opera dell’adattamento dell’uomo in un terreno piuttosto arido, molto fertile ma soggetto a forti venti di scirocco e maestrale. I panteschi hanno saputo trovare un sistema che non altera la storia e l’identità dei luoghi ma li esalta e li valorizza.

Viti e costruzione a secco

La coltivazione ad alberello (vitigno a bacca bianca Zibibbo) è una tecnica molto antica e tramandata nei secoli per via orale. Consiste nel tenere le piante ad altezza d’uomo e nel metterle al riparo dal clima spesso ventoso e sfavorevole circoscrivendo una conca tutt’attorno via via che la pianta cresce. I muretti a secco, invece, sono presenti sull’isola sin dall’epoca fenicia e poi ereditati dai saraceni, arabi e bizantini. La tecnica viene detta a secco perché ogni singola pietra viene squadrata a mano e incastrata con le altre senza alcun utilizzo di malta.

Paesaggio interno con dammusi

Ma non solo muretti e terrazzamenti, con questa tecnica vengono realizzate le tipiche case pantesche: i dammusi, caratterizzati da tetti a cupola bianca per la raccolta di acqua piovana. Sono presenti in tutta l’isola e oltre ad essere testimoni di una particolare tipologia e tecnica costruttiva sono fruibili anche dai turisti grazie alla riconversione in strutture ricettive. La realizzazione dei muretti a secco per preservare le piante e di terrazzamenti per sfruttare anche i terreni più in pendenza rendono Pantelleria uno dei luoghi in cui uomo e natura trovano un’intesa perfetta. Nel 2018 il paesaggio della pietra a secco di Pantelleria è stato iscritto nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici.

Insegna del Parco nazionale di Pantelleria

Pantelleria non è solo mare, cibo e passito. Il territorio, per l’80 per cento, dal 2016, è Parco nazionale che con i suoi 21 sentieri per un totale di 100 chilometri offre una varietà di itinerari tematici percorribili in autonomia o con guide ufficiali. Quello più panoramico è sicuramente l’itinerario di Montagna Grande lungo i sentieri 971-971-971C che conducono alla parte più alta dell’isola dopo aver superato un dislivello di 460 metri distribuiti su 8 chilometri. Camminando fino alla vetta si può godere di una vista meravigliosa dell’isola e della vicina costa africana.

Ulivi di Pantelleria

Ma tanti altri sono i percorsi da non perdere come quello che da Cala Cinque Denti attraversa il laghetto delle Ondine dove potersi ristorare immergendosi nelle sue fresche acque e poi continuare fino al museo vulcanologico. Per tutti gli altri percorsi, si può consultare il sito internet del parco per valutare la destinazione e i relativi livelli di difficoltà e soprattutto per conoscere quest’isola riservandosi il piacere della scoperta.

Un’isola in cui “anche l’umanità è patrimonio” e dove, per chi arriva in aereo, si viene accolti con legni di imbarcazioni,  testimonianza del dramma dei migranti e la frase “al di là dei muri e delle frontiere”. Di tutto questo non si può non sentire di farne parte.

(Foto di Ornella Reitano)

Ritorna alla luce l’agorà di Selinunte: è la più grande del mondo

Riemerso un ampio spazio di 33mila metri quadrati, cuore dell’antica città. Gli scavi restituiscono amuleti, gioielli e un misterioso oggetto rituale

di Redazione

L’agorà più grande del mondo, quasi 33mila metri quadrati. È ritornata alla luce a Selinunte dove finalmente è stata delineata secondo le indicazioni degli archeologi. E sono balzati fuori anche gioielli e amuleti, e uno stampo che ha una storia a sé visto che è la seconda parte di un manufatto già scoperto dieci anni fa e che così ritorna perfettamente integro. A cosa serviva? Forse uno scettro, forse un oggetto rituale che non doveva assolutamente essere replicato e dunque lo stampo, diviso in due parti, era stato sepolto nel recinto sacro. Lo sta studiando Clemente Marconi, che guida una missione che vede insieme l’Institute of Fine Arts della New York University e l’Università degli Studi di Milano in collaborazione con l’Istituto Archeologico Germanico.

L’area dell’agorà interessata dagli scavi

Soltanto osservando le immagini realizzate con il drone ci si riesce a rendere conto dell’effettiva ampiezza di quello che doveva essere il cuore dell’antica Selinus, prima della distruzione cartaginese. Ma il mistero la avvolge ancora oggi: perché era così grande? A cosa era dovuta la forma perfettamente trapezoidale (che si può apprezzare meglio dall’alto) che sembra avesse un cuore nell’antica tomba di Pàmmilo, che gli archeologi indicano come fondatore della città? I sondaggi non hanno risolto l’enigma, attorno alla tomba e in profondità, non esiste nessuna struttura o tomba di epoca classica, solo piccole costruzioni posteriori, del periodo punico.

È stata necessaria un’imponente operazione di scerbatura, su indicazione degli archeologi della missione dell’Istituto Germanico di Roma, ma alla fine l’antica agorà è riemersa, al centro dell’abitato e circondata da quartieri residenziali ed edifici pubblici; il centro abitato era collegato all’acropoli da una stretta lingua di terra, e si sviluppò in buona parte verso Nord, sovrapponendosi, sembra pacificamente, a un villaggio preesistente di sicelioti. Nell’agorà si concentrava la vita civile della comunità e fungeva da snodo urbanistico tra le diverse parti della città.

L’agorà ripresa dal drone

Si pensa quindi ad un recinto sacro  per il culto degli antenati, con al centro un heroòn, un monumento commemorativo per un personaggio importante, un impianto che ricalca perfettamente – ampliandolo a dismisura, praticamente il doppio – quello di Mégara Hyblaea, cellula “madre” da cui provenivano i coloni greci che fondarono Selinunte; resti di strutture in pietra e ossa di animali fanno pensare ad altari dove venivano compiuti i riti per sancire i confini dei lotti e la loro ripartizione. Sempre su questo lato dell’agorà, intorno alla metà del VI secolo avanti Cristo, fu eretto un edificio in un unico grande vano, forse un hestiatòrion, una sala per banchetti rituali dove potevano trovare posto nove grandi klìnai, i lettini su cui i greci consumavano i pasti.

Con una diretta sulla pagina Facebook del Parco Archeologico di Selinunte, ieri sono stati infatti presentati i risultati degli scavi della missione diretta dall’archeologo Clemente Marconi, condotta dall’Institute of Fine Arts della New York University e dell’Università degli Studi di Milano, con grandi risultati, soprattutto sulle prime due generazioni di vita della colonia greca. La ricerca ha interessato, principalmente, lo spazio tra il Tempio A e il Tempio O, con una trincea che ha visto la collaborazione con l’Istituto Archeologico Germanico. Lo scopo era quello di datare i due templi, è stata invece individuata una sorgente vicino alle fondazioni del Tempio A: questo fa ragionevolmente ipotizzare che si tratti del primo insediamento in assoluto dei coloni di Megara Hyblaea, di fatto Selinus nasce in questo luogo.

L’agorà di Selinunte dall’alto

È stata scoperta, inoltre, la seconda porzione di uno stampo che finalmente si ricompone, visto che la prima parte era stata rinvenuta dieci anni fa. Gli archeologi ipotizzano che servisse per uno scettro prezioso, un oggetto unico e infatti lo stampo, dopo la prima e unica fusione, era stato diviso nelle sue due componenti e seppellito nell’area sacra. È in programma un’indagine metallografica per comprendere che tipo di metallo (probabilmente bronzo) sia stato utilizzato per la fusione, e replicarlo. L’ultima scoperta ha avuto luogo in laboratorio: è stato infatti ricomposto perfettamente da frammenti trovati nel 2017 in uno scavo nel Tempio R, un ciondolo in avorio a forma di sirena, databile alla metà del VI secolo avanti Cristo.

Rinvenuto anche un piccolo amuleto che raffigura un falcone in pasta di vetro blu, prodotto in Egitto tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo avanti Cristo. “È l’immagine del dio Horus (divinità del cielo e del sole) – spiega Marconi -, è uno dei più importanti oggetti di produzione egizia scoperti in Sicilia e dà l’idea della ricchezza delle dediche alla dea del tempio R”.

Riapre la riserva di Monte Cofano, scrigno di natura e storia

Chiusa per crolli da diversi anni, torna fruibile l’area protetta del Trapanese, un promontorio di grande bellezza che conserva specie caratteristiche della flora mediterranea

di Ruggero Altavilla

Il suo promontorio affacciato sul mare, dai colori cangianti a ogni ora del giorno, è uno dei più belli della Sicilia occidentale. Un massiccio dolomitico risalente al periodo giurassico ricoperto in molte parti da una vegetazione mediterranea. Dopo i lavori iniziati nell’aprile del 2021, riapre integralmente la riserva di Monte Cofano, chiusa per crolli da diversi anni. A darne notizia è l’assessore regionale dell’Agricoltura, Sviluppo Rurale e Pesca mediterranea, Toni Scilla, anticipando l’evento ufficiale di riapertura fissato per venerdì 22 luglio alle 11, all’ingresso della riserva, a Macari, nel Trapanese.

La sagoma di Monte Cofano (foto Giulio Giallombardo)

Grazie ai lavori ultimati progettati dal Comune di Custonaci, in collaborazione con il dipartimento Sviluppo rurale e territoriale, ente gestore della riserva naturale, e finanziati dall’Ufficio per il Commissario contro il dissesto idrogeologico, – fanno sapere dalla Regione – si può tornare a visitare questo lembo di territorio protetto di grande bellezza che conserva specie caratteristiche della flora mediterranea, alcune delle quali particolarmente rare.

Monte Cofano e le cave di Custonaci (foto Krisjanis Mezulis, Wikipedia, licenza CC0 1.0)

“Gli interventi di messa in sicurezza dell’importo complessivo di 1,4 milioni di euro, non invasivi e rispettosi della naturalità dei luoghi – aggiunge Scilla – assicureranno la mitigazione del rischio da dissesto idrogeologico, consentendo quindi la ripresa della fruizione dopo l’interdizione avvenuta a seguito del distacco di un grosso masso avvenuto nel 2017”.

Monte Cofano da Macari (foto Giulio Giallombardo)

Le pareti rocciose del promontorio che si staglia a oltre 650 metri di altezza, si elevano ripide e in molte parti verticali, formando un profilo inconfondibile. I sentieri della riserva resi nuovamente fruibili dopo i lavori, consentono di orientarsi con facilità per esplorare l’area protetta. Uno in particolare, in gran parte costiero, permette di effettuare il giro completo del monte in massimo due-tre ore di cammino.

Grotta Mangiapane (foto: Tato Grasso, Wikipedia, licenza CC BY-SA 3.0)

Importanti sotto il profilo geologico e paleontologico sono, poi, le grotte presenti all’interno della Riserva. Qui sono state rinvenute tracce di insediamenti del periodo preistorico di grande valore come fossili, armi, utensili di selce, graffiti, risalenti fino al Paleolitico Superiore. La più nota è quella presente in località Scurati: la grotta Mangiapane, il cui nome si riferisce all’antica famiglia che l’abitava. Un antico agglomerato rurale che dal 1983, a dicembre, si anima con uno dei presepi viventi più famosi della Sicilia. Uno dei tesori più belli della riserva è anche la cinquecentesca torre della tonnara di Cofano. Si presenta in pianta quadrata stellare a quattro punte, una forma davvero unica che non si riscontra in altri luoghi della Sicilia. Pare che le pareti concave siano state realizzate con il proposito di deviare le palle di cannone sparate dal mare.

La mappa della riserva di Monte Cofano (da riservamontecofano.com)

Riguardo ai recenti lavori nella riserva, l’assessore Scilla ha sottolineato che “un analogo intervento è in programma anche nell’area dello Zingaro, grazie al protocollo d’intesa sottoscritto tra il Comune di San Vito Lo Capo e il dipartimento regionale dello Sviluppo rurale e territoriale”.

Rinascono gli itinerari archeologici nei fondali di Pantelleria

Si può ammirare parte di un antico scafo e una gran quantità di anfore e ancore in un contesto naturalistico incontaminato. A trenta metri di profondità installato un sistema di videocontrollo subacqueo

di Redazione

Gli itinerari archeologici sommersi di Pantelleria tornano ad essere fruibili grazie alla campagna di messa in sicurezza e collocazione delle boe di ormeggio realizzata dalla Soprintendenza del Mare in collaborazione con i diving center presenti nell’Isola.

Itinerario Gadir (foto Salvo Emma)

L’attività di manutenzione – fanno sapere dalla Regione – è stata effettuata, in particolare, grazie alla collaborazione e al supporto del Diving Center Divex di Edoardo Famularo, ispettore onorario per i Beni culturali sommersi dell’Isola di Pantelleria, che ha affiancato con il suo staff la Soprintendenza del Mare nella riattivazione degli itinerari, collocando le boe in prossimità dei percorsi così da fornire ai sub un ormeggio sicuro e un ingresso in acqua in sicurezza.

L’itinerario di Cala Gadir, si sviluppa all’interno dell’insenatura del piccolo porticciolo con due tipologie di visita. La prima, che si sviluppa fino ai 18 metri di profondità, prevede una comoda entrata da terra e un percorso che parte con un primo reperto, una parte lignea di un antico scafo a circa 12 metri di profondità, per poi proseguire fino ad un pianoro alla profondità di 18 metri dove si possono ammirare una grande quantità di anfore di varia tipologia ed epoca.

La boa di ormeggio a Punta Tracino

La seconda parte dell’itinerario è riservata a subacquei in possesso di brevetto di secondo livello. Dalla boa di ormeggio, si scende in piena sicurezza lungo la catena e si arriva su un pianoro a 30 metri di profondità in prossimità di un grosso ceppo d’ancora in piombo di epoca romana del III-II secolo avanti Cristo. Si prosegue lungo un percorso che consente di ammirare un’ancora in pietra di grosse dimensioni e numerose anfore che vanno dal III secolo avanti Cristo al II secolo dopo Cristo. L’immersione prosegue, infine, fino al pianoro dei 18 metri in un susseguirsi di anfratti e cadute ricchi di flora e fauna che offrono un contesto naturalistico incontaminato.

Nella parte più profonda dell’itinerario, a 30 metri di profondità, è collocato un sistema di videocontrollo subacqueo che consente la visione delle immagini in diretta dal fondo del mare. Si tratta di un sistema realizzato per garantire la tutela del sito archeologico ma anche per rendere fruibile il patrimonio sommerso regalando l’emozione della scoperta anche a chi non si immerge. Il sistema, in fase di manutenzione, verrà ripristinato a breve.

Anfora lungo l’itinerario Gadir (foto Salvo Emma)

A poche miglia dal primo itinerario, in prossimità di Punta Tracino e a poca distanza da Cala Levante e Cala Tramontana, un secondo itinerario si sviluppa partendo dalla boa di ormeggio collocata su un fondale di 12 metri. Da qui si segue un percorso che consente di vedere da vicino una serie di ancore all’interno di un arco cronologico molto vasto, e che quindi dà l’opportunità di ammirare l’evoluzione della tipologia di ancore, da quelle in pietra a tre fori a quelle in piombo, fino alle recenti “bizantine”, testimoni dell’utilizzo del ridosso come luogo di ancoraggio in diverse epoche. Completano l’itinerario un’anfora Dressel 1B, una Keay25 e un gruppo di lingotti in piombo.

Per tutti gli itinerari della Soprintendenza del Mare, è consentita la visita esclusivamente accompagnati dai diving center autorizzati. Sono previste, in prossimità dell’inizio percorso, boe di ormeggio che consentono di effettuare l’immersione in piena sicurezza.

Recuperate quattro antiche anfore nel mare di Mazara del Vallo

I reperti erano stati avvistati nel basso fondale dei lidi Tonnarella e sono stati prelevati dai sub della Soprintendenza del Mare

di Redazione

Affiorano nuovi reperti archeologici dai mari siciliani. Quattro anfore sono state recuperate al largo di Mazara del Vallo, nelle acque di Tonnarella, dal nucleo subacqueo della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. La presenza dei reperti, avvistati nel basso fondale dei lidi balneari della zona, era stata segnalata dalla subacquea mazarese, Francesca Maggio.

Una delle anfore recuperate (foto Salvo Emma)

Le operazioni di recupero – fanno sapere dalla Regione – si sono svolte con la collaborazione della Capitaneria di Porto di Mazara, comandata dal capitano di Fregata, Enrico Arena. I subacquei della Soprintendenza del Mare, Salvo Emma e Nicolò Bruno, hanno effettuato il recupero di quattro anfore e di altri frammenti di materiale anforaceo. Fondamentale la collaborazione di Walter Marino, della “Scuba School” di Mazara, profondo conoscitore dei fondali mazaresi, al quale sono stati temporaneamente affidati i reperti nella sede della Lega Navale Italiana di Mazara.

Il team che ha partecipato alle operazioni di recupero dei reperti

Le anfore sono state subito sottoposte al primo intervento di desalinizzazione su indicazioni dei tecnici della stessa Soprintendenza. Il sito subacqueo è stato documentato e rilevato e già nella zona di Tonnarella sono state messe in atto le procedure per verificare la possibile presenza di altre evidenze archeologiche “Ancora una volta – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – il fondamentale e tempestivo supporto dei sub locali ha consentito il recupero di importanti reperti; la tempestiva segnalazione alla Capitaneria di Porto e alla Soprintendenza del Mare ha permesso, infatti, di individuare e recuperare le anfore che si trovavano in evidente pericolo di trafugamento. Si tratta di una zona molto interessante, già in passato oggetto di ritrovamenti e di scavi archeologici, dove si potranno avviare ulteriori indagini”.

Il recupero di una delle anfore (foto Vito Licari)

Le anfore recuperate sono di quattro tipologie diverse: un’anfora romana del tipo “Lamboglia II” di età tardo repubblicana e altre tre, frammentate, di età più tarda. “La collaborazione tra istituzioni – dichiara il soprintendente del Mare, Ferdinando Maurici – ancora una volta ha consentito di porre in essere quelle azioni di tutela fondamentali per la protezione del patrimonio culturale subacqueo. Il consolidato rapporto con la Guardia Costiera, che ci fornisce supporto con uomini e mezzi, è per noi di fondamentale importanza; una collaborazione che porta sempre a risultati eccellenti”.

Da Mazara a Palermo la nuova vita degli pneumatici abbandonati in mare

È partita dalla Sicilia la nona edizione di Pfu Zero, con i volontari di Marevivo e EcoTyre impegnati nella raccolta straordinaria di questi rifiuti speciali

di Maria Laura Crescimanno

I volontari di Marevivo insieme ad EcoTyre, sono arrivati in Sicilia per recuperare dai fondali e portare al corretto smaltimento gli pneumatici fuori uso abbandonati a terra e in mare. L’iniziativa Pfu Zero, giunta alla nona edizione, è partita quest’anno in Sicilia a Mazara del Vallo. Patrocinata dal Ministero della Transizione Ecologica, grazie alle raccolte straordinarie organizzate dal consorzio EcoTyre, è realizzata con il prezioso contributo dei volontari dell’associazione ambientalista Marevivo. Prossimo appuntamento, il 20 giugno a Isola delle Femmine, sul litorale palermitano di fronte all’area marina protetta.

Isola delle Femmine

Gli pneumatici fuori uso, definiti con la sigla Pfu, sono rifiuti classificati come permanenti, cioè non si deteriorano, restano lì, in mare o in natura, per centinaia di anni. Se ben gestiti, invece sono riciclabili al 100 per cento e si trasformano in una risorsa perché il polverino derivante dalla loro lavorazione può essere impiegato in tantissimi utilizzi, dalle pavimentazioni antiurto ai pannelli fonoassorbenti, passando dall’arredo urbano agli asfalti modificati.

Mazara del Vallo

Nella prima tappa di questa edizione, EcoTyre ha portato via da Mazara del Vallo complessivamente 300 chili di Pfu grazie alle operazioni dei diving Scuba School Mazara e del Gruppo Subacqueo della Lega Navale Italiana di Mazara del Vallo (Vito Vicari, Walter Marino, Massimiano Piccolo, Daniela di Gregorio, Giuseppe Lo Iacono, Pietro Ingargiola, Cristian Galfano e Salvatore Lipari) che hanno ripulito il Porto Nuovo-Banchina Mokarta dagli Pfu che giacevano sul fondo del mare. Gli penumatici raccolti saranno portati all’impianto di trattamento più vicino, rispettando la logica di prossimità su cui EcoTyre basa la sua attività, per essere correttamente trattati, opportunamente riciclati e reimmessi nel ciclo dell’economia circolare.

Bandiere di Marevivo

“Mazara del Vallo ormai da alcuni anni si distingue quale comune virtuoso per la raccolta differenziata e pertanto avere realizzato proprio nella nostra città il primo evento Pfu zero è per noi motivo di orgoglio e costituisce un ulteriore incentivo a fare di più e meglio per l’ambiente e per l’attuazione dell’economia circolare”, ha sottolineato il sindaco Salvatore Quinci. “La nostra – ha sottolineato Giacomo Mauro, assessore comunale all’Ambiente di Mazara – è una città di mare ed il ruolo dei nostri pescatori può essere determinante anche nelle azioni di salvaguardia ambientale. Apprezziamo il progetto Pfu Zero proprio perché mira in maniera contestuale ad un’azione integrata mare-terra per salvare l’ambiente e trasformare il rifiuto in opportunità”.

“Giungono sempre più richieste da tutta Italia per questa iniziativa di sensibilizzazione. I cittadini infatti spesso non sanno che gli pneumatici fuori uso sono una tipologia di rifiuto ‘permanente’ che se lasciata in natura impiega centinaia di anni per degradarsi, se è invece gestita nel modo corretto diventa una risorsa riciclabile al 100 per cento e si può riutilizzare per creare nuovi materiali, nel rispetto del principio  dell’economia circolare – ha affermato Carmen Di Penta, direttore Generale di Marevivo – . Lo scorso luglio 2021 Pfu zZero è stato organizzato a Marsala grazie ai volontari della sede operativa del territorio, alla collaborazione del comandante della Guardia Costiera Carla Picardi, con il patrocinio del Comune di Marsala”.

Tornano le Orestiadi di Gibellina sul filo della memoria

Dall’8 luglio al 6 agosto un ricco programma di spettacoli dal Baglio Di Stefano al Cretto. Si inaugura con un grande omaggio a Pasolini nel centenario della nascita

di Redazione

Nel segno della memoria che si rinnova, ritornano le Orestiadi di Gibellina, dall’8 luglio al 6 agosto, dal Baglio Di Stefano al Cretto di Burri. La 41esima edizione dal titolo “se la memoria ha un futuro”, si aprirà con un grande omaggio a Pier Paolo Pasolini, nel centenario della sua nascita, attraverso le parole dell’Orestea, per concludersi al Cretto di Burri con un ricordo delle terribili stragi del 1992 attraverso le parole di Salvo Licata e della sua tragica orazione per Falcone e Borsellino, scritta proprio trent’anni fa e messa in scena per la prima volta a Gibellina (qui il programma completo)

Silvia Ajelli

Tanti i protagonisti che ci guideranno in questo viaggio attraverso la memoria, il ricordo e i diversi linguaggi del contemporaneo: da Alessandro Haber, Imma Villa e Silvia Ajelli che rileggeranno in scena l’Orestea con le musiche di Dario Sulis e Chris Obehi anticipati, al tramonto, dalle letture “pasoliniane” di Fabrizio Romano e Gaia Insenga con le suggestioni sonore di Angelo Sicurella e dall’inaugurazione delle mostre dedicate a Pasolini di Franco Accursio Gulino e Umberto Cantone, fino alla performance inedita, itinerante, a cura del Laboratorio artistico Genia ispirata al Pilade.

Baglio Di Stefano

Le immagini di Franco Maresco incontrano le parole di Franco Scaldati per ricordare Giovanni Falcone, mentre Chiara Gambino mette in scena la storia di Calogero Zucchetto, giovane poliziotto ucciso nel 1982. Marco Baliani porta il suo originale Rigoletto e le Ebbanensis e Mario Tronco il loro “partenopeo” Così Fan Tutte. Il premio Under 35 Leo de Berardinis del Teatro di Napoli incontra il nostro premio città laboratorio nel segno dei giovani artisti. Poi tante storie di donne: Silvia Ajelli fa rivivere le donne di Dacia Mariani con Aurora Falcone, Stefania Blandeburgo e Simona Sciarabba, mentre i Fanny e Alexander portano in scena il romanzo di Nadia Terranova “Addio fantasmi” con Anna Bonaiuto e Valentina Cervi.

Fabrizio Ferracane

Al Cretto di Burri, come sempre un gran finale: Fabrizio Ferracane, Filippo Luna, Enrico Stassi con le musiche di Alessandro Presti e la partecipazione musicale di Vasco Brondi si confronteranno con l’Orazione di Salvo Licata, e Marco Paolini metterà in scena il suo nuovo spettacolo “Sani, teatro fra parentesi”, tornando a recitare sul Grande Cretto, dopo vent’anni dal suo racconto per Ustica.

Marco Paolini

Anche quest’anno Le Orestiadi sono dirette da Alfio Scuderi e realizzate dalla Fondazione Orestiadi con il sostegno istituzionale dell’assessorato al Turismo della Regione Siciliana e il progetto speciale al Cretto di Burri, grazie all’assessorato regionale ai Beni Culturali. “Abbiamo preso in prestito, non a caso, questa frase, ‘se la memoria ha un futuro’, da Leonardo Sciascia come titolo di questa edizione del Festival – spiega Alfio Scuderi – perché in queste Orestiadi vogliamo partire proprio dalla memoria viva per rinnovarla: vogliamo ricordare un grande autore scomparso troppo presto come Pier Paolo Pasolini, regista, scrittore, autore teatrale, ed in primo luogo vero intellettuale, pensiero critico di un paese in crisi perenne. Ma vogliamo anche marcare il ricordo, attraverso il teatro, di due avvenimenti tragici che hanno cambiato la nostra storia contemporanea, le terribili stragi del 1992”.

I 23 rostri della Battaglia delle Egadi in un database digitale

I reperti in bronzo sono stati al centro di una campagna di documentazione e presto saranno visionabili online grazie al lavoro della Soprintendenza del Mare e della statunitense Rpm Foundation

di Redazione

Sono i grandi “becchi” in bronzo con cui si armavano le antiche navi, usati anche durante la storica battaglia delle Egadi, vinta nel 241 avanti Cristo dalla flotta romana contro i cartaginesi. I 23 rostri recuperati nei fondali di Levanzo sono stati oggetti di studio di una campagna di documentazione e presto saranno visionabili online attraverso un database al quale stanno lavorando la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e la statunitense Rpm Foundation.

il team di lavoro al Museo Pepoli di Trapani

Un team composto da archeologi, tecnici e fotografi, ha lavorato per tre settimane, catalogando tutti i preziosi reperti in bronzo ritrovati e recuperati nello specchio di mare a nord-ovest di Levanzo, nelle Isole Egadi, nel corso delle numerose campagne di ricerca effettuate negli ultimi anni, grazie all’accordo stipulato tra la Regione e la prestigiosa fondazione americana. In particolare, – fanno sapere dalla Regione – sono state realizzate le scansioni laser dei rostri e la documentazione fotografica, nonché il rilievo di tutti i manufatti. Scopo dell’attività, è quello di approfondire lo studio dei rostri punici e romani mentre la prossima pubblicazione di un volume che racconterà la Battaglia delle Egadi.

Esposizione dei rostri nell’ex Stabilimento Florio a Favignana

Insieme ai 23 rostri, sono stati recuperati oltre 30 elmi del tipo Montefortino, due spade, alcune monete e un grande numero di anfore: insieme sono il frutto di una grande campagna di ricerca effettuata fin di primi anni 2000. Un lavoro che si è ripetuto ogni anno con l’ausilio della nave oceanografica Hercules, dotata delle più sofisticate tecnologie nel campo della ricerca marina ad alta profondità. Da alcuni anni, alla ricerca puramente strumentale, è stata affiancata l’opera di un gruppo di subacquei altofondalisti che operano in sinergia con i tecnici della Rpm e della Soprintendenza, rappresentando un valore aggiunto sia in termini di efficacia che di snellimento dei tempi.

Scansione laser di un rostro al Castello di Marettimo

I rilievi sono stati effettuati nelle sedi della Soprintendenza del Mare dove sono custoditi i rostri, e cioè, all’interno dell’ex Istituto Roosevelt, all’Arsenale della Marina Regia di Palermo, nell’ex Stabilimento Florio di Favignana, al Castello di Punta Troia a Marettimo e al Museo regionale Agostino Pepoli di Trapani. “La buona collaborazione nelle ricerche dà ottimi frutti. Le informazioni di dettaglio acquisite sulla Battaglia delle Egadi, grazie alla ricerca congiunta tra la Soprintendenza del Mare e la Rpm Foundation – sottolinea l’assessore regionale ai Beni Culturali, Alberto Samonà – forniscono importanti elementi per definire con maggior chiarezza gli avvenimenti che, nel 241 avanti Cristo, cambiarono il corso della storia. Il database che a breve sarà consultabile è uno strumento di conoscenza approfondito che consentirà a tutti gli studiosi di operare sulla base di informazioni scientifiche inequivocabili”.

Scansione laser di un rostro all’Arsenale della Marina Regia di Palermo

“Continua – dichiara il soprintendente del Mare, Ferdinando Maurici – lo studio della Battaglia che, grazie all’intuizione di Sebastiano Tusa, ha consentito di arricchire la storia di un evento che ha cambiato le sorti del Mediterraneo. La stretta collaborazione con la Rpm Nautical Foundation e la Sdss, The Society for Documentation of Submerged Sites, che ci fornisce un prezioso supporto con i suoi subacquei, ci permette di proseguire le ricerche che da circa 20 anni vengono svolte nello specchio acqueo delle Egadi. È ancora una volta la prova che la perfetta sinergia tra istituzioni scientifiche, rappresenta la chiave vincente per le ricerche archeologiche in mare”.

La mostra per Tusa all’Arsenale della Marina Regia

I rostri della Battaglia delle Egadi sono attualmente in mostra all’Arsenale della Marina Regia di Palermo, all’interno della mostra “Sebastiano Tusa una vita per la cultura”, a Favignana nella sala museale della Battaglia all’interno dell’ex Stabilimento Florio, al Castello di Punta Troia a Marettimo e al Museo Agostino Pepoli di Trapani.

Premio Borghi dei Tesori, incoronati i due progetti vincitori

Rinasce l’antico orologio della Matrice di Calatafimi Segesta e verranno recuperati i magazzini del porto di Portopalo di Capo Passero

di Redazione

Il piacere della comunità, del pensare e lavorare per uno stesso obiettivo: che può essere quello di sentir risuonare la campana della chiesa madre o piuttosto di veder rinascere i magazzini del porto come hub d’arte. Due progetti voluti, sostenuti, amati dai comuni in cui sono nati: e che hanno vinto il premio Borghi dei Tesori, alla sua prima edizione, nato con l’intento di promuovere progetti di rigenerazione urbana che coinvolgano le comunità. Ieri pomeriggio a Villa Zito, a Palermo, sono stati premiati due progetti nati ai due lati opposti dell’isola, il restauro dell’antico orologio e della campana della Matrice, presentato dal Comune di Calatafimi Segesta, e il recupero d’arte dei vecchi magazzini del porto di Portopalo di Capo Passero, proposto dall’associazione Cap 96010.

L’orologio della Matrice di Calatafimi Segesta

Tutto è nato l’anno scorso quando una sessantina di comuni siciliani si è unita nell’Associazione Borghi dei Tesori, sotto l’egida delle Vie dei Tesori, e ha fatto nascere il primo Festival dei borghi. Mentre si lavorava alla seconda edizione della rassegna (fissata per la seconda metà di agosto e nel primo weekend di settembre), era stato lanciato il riconoscimento a cui potevano concorrere progetti dei comuni coinvolti (e anche di associazioni e enti che ricadevano sul loro territorio). Ne sono arrivati diciotto, in pochi mesi. I vincitori ricevono i due premi da tremila euro ciascuno, uno sostenuto dall’associazione Borghi dei Tesori, l’altro da Fondazione Sicilia, che è stata vicina al progetto sin dal suo debutto. “Dobbiamo ricordare ai nostri giovani che l’isola è colma di tesori, e che offre enormi possibilità che aspettano solo di essere scoperte. Non è necessario andarsene, non più” ha detto il presidente di Fondazione Sicilia, Raffaele Bonsignore, durante il pomeriggio di premiazione che ieri ha visto intervenire moltissimi sindaci, amministratori e responsabili dei tanti borghi coinvolti.

Da sinistra il sindaco Francesco Gruppuso, Laura Anello e don Giovanni Mucaria

I due progetti sono stati selezionati tra diciotto presentati, dal board di esperti che compone il comitato scientifico dell’associazione Borghi dei Tesori, presieduto dal fisico e professore emerito Federico Butera e composto da Giuseppe Barbera, Giacomo Gatì, Paolo Inglese, Orietta Sorgi e Pierfilippo Spoto. “Due borghi, due progetti importanti per le comunità ma, soprattutto, che nascono da una rete di comuni che vuole lavorare insieme per fare sviluppo del territorio – spiega il presidente dell’associazione Borghi dei Tesori, Laura Anello che ha ricevuto dal sindaco Gruppuso lo stemma della città di Calatafimi -. Per restituire centralità a questi luoghi dimenticati ma pieni di tesori. Da qui viene lanciato un messaggio ai giovani: c’è tanto da fare, da costruire e da ideare, basta averne il coraggio. I borghi aspettano i loro ragazzi per rinascere insieme”.

Uno dei magazzini di Portopalo che sarà riqualificato

Il primo progetto premiato è già in dirittura d’arrivo: nelle prime settimane di giugno, sarà infatti completato il restauro dell’antico orologio della Matrice di Calatafimi Segesta, da secoli punto di riferimento dell’intera comunità. Le sue lancette erano ferme da decenni, la campana silenziosa, ma ora tornano alla vita, grazie al progetto della parrocchia San Silvestro Papa, realizzato dalla ditta Manutentori del tempo. Costruito dalla storica azienda Uscio di Genova, l’orologio è un pezzo raro con elementi lavorati a mano in ferro battuto e incastonati in un telaio a castello.

A sinistra, Raffaele Bonsignore alla premiazione

“La chiesa madre è l’anima della città: sentire di nuovo la campana sarà un momento importante per la nostra comunità” dice il sindaco Francesco Gruppuso che ha ricordato come il suo primo atto appena insediato, sia stata proprio l’adesione all’associazione Borghi dei Tesori. “I nostri vecchi raccontano che il rintocco della campana segnava il ritorno dei pescatori dal mare, la vita della comunità ruotava attorno a questi piccoli eventi quotidiani. Restaurare l’orologio è un dono per la comunità – ricorda il parroco della Matrice, don Giovanni Mucaria.

Da sinistra Raffaele Bonsignore, Laura Anello, Alessandra Fabretti

Quello di Portopalo di Capo Passero è invece un vero progetto di rigenerazione urbana, proposto dall’associazione Cap 96010: saranno recuperati i vecchi magazzini dei pescatori, con interventi en plein air, trompe l’oeil, murales, stencil, decorazioni e installazioni con materiali riciclati. “Il recupero dei magazzini dei pescatori è stata possibile grazie al coinvolgimento della gente comune, delle scuole, degli stessi pescatori e anche di gente che non risiede a Portopalo – interviene Alessandra Fabretti di Cap 96010 – come la fondazione Sant’Angela Merici di Canicattini Bagni che collabora con una squadra di ragazzi diversamente abili che abbelliranno il distretto creativo che sta nascendo”.

Le Vie dei Tesori News

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