Ballarò diventa una tela da dipingere

Inaugurate le “Cartoline da Ballarò”, cinque pitture urbane realizzate nel centro storico di Palermo. Il progetto, nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, ha coinvolto alcuni artisti della scena pittorica palermitana: oltre agli stessi ideatori, a realizzare i murales sono stati anche Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Angelo Crazyone. Le opere monumentali degli artisti sono state pensate e progettate per dialogare, ciascuna a suo modo, con il tessuto urbano e la comunità residente del quartiere.

Inaugurate le “Cartoline da Ballarò”, cinque pitture urbane realizzate nel centro storico di Palermo. Il progetto, nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, ha coinvolto alcuni artisti della scena pittorica palermitana: oltre agli stessi ideatori, a realizzare i murales sono stati anche Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Angelo Crazyone. Le opere monumentali degli artisti sono state pensate e progettate per dialogare, ciascuna a suo modo, con il tessuto urbano e la comunità residente del quartiere.

Hai letto questi articoli?

Giulia Mei: canto in siciliano e ne sono fiera

Ha iniziato a 9 anni e non ha più smesso, fino al premio Lauzi arrivato per una canzone in dialetto palermitano. “Adoro Palermo, la Sicilia e Rosa Balistreri”

di Antonella Lombardi

“Cantare in dialetto? È stata come una magia, non credevo di riuscirci, eppure a un tratto mi è venuto naturale, la musica e le parole sono affiorate e ho scritto tutto di getto. Per me è un sogno che si avvera, il siciliano mi ha sempre ispirato”. È ancora incredula la cantautrice palermitana Giulia Mei (all’anagrafe Catuogno), 25 anni a settembre, fresca di successo con il suo brano A picciridda mia, vincitore del Premio Lauzi per la miglior musica e del Premio Cora per la migliore interpretazione. Lei, che con la musica fa i conti da quando ha 9 anni, prima con il coro delle voci bianche del conservatorio di Palermo, poi con lo studio del pianoforte che insegna privatamente mentre prepara la tesi di laurea al conservatorio.

“Ho sempre adorato la forza e la storia di Rosa Balistreri che canto sempre ai miei concerti. Brani come Tu sì bedda e Terra ca nun senti mi sono entrate sottopelle. Quello di Rosa è il grido di un siciliano costretto ad andare via da una terra che ama, ma che non ascolta il suo dolore. Ma mi piacciono molto anche altri autori siciliani come Francesco Giunta, Mario Incudine, Lello Analfino, Carmen Consoli, Alessio Bondì”. L’idea di andare via dalla Sicilia Giulia la accarezza da un po’, anche se con rammarico: “Il mio team di lavoro fa base a Roma. La verità è che la Sicilia è un po’ una terra maledetta, offre ancora poco ai giovani, ma io vorrei che tutte le città fossero come Palermo, sono orgogliosa di essere palermitana e trovo che la città stia cambiando molto. E poi sono innamorata del cibo siciliano: adoro la nostra pasticceria, la cassata, il cibo di strada… ho trovato qualche consolazione in Campania, mentre ero al premio Lauzi, ma se davvero dovrò andare via dalla Sicilia lo deciderò dopo la laurea”.

Una tappa per la quale sta consumando avidamente libri: “Sono sempre stata una secchiona, adoro leggere – ammette – sono stata divorata dall’angoscia dopo aver letto Cecità di Saramago, ma sono scoppiata in lacrime per un libro consultato per la mia tesi, Storia della mia vita di George Sand, l’amante di Chopin, una donna forte, emancipata, indipendente, che si vestiva da uomo ed era veramente libera, anche sessualmente, ma capace di grandi slanci di dolcezza”. Giulia è un fiume in piena che travolge anche gli amici in cui si imbatte nel corso dell’intervista, con il suo carico di grinta e freschezza che trasferisce nei suoi brani.

“Ho adorato la musica sin da bambina, mio padre, avvocato, ha sempre amato cantare”, racconta. Ma Giulia non si è mai sentita davvero in bilico tra un lavoro creativo e la professione di avvocato. Nel suo brano Tutta colpa di Vecchioni non ne fa mistero: “Potevo fare l’avvocato, c’era già un posto già pronto per me, ma non si hanno molti tentativi di esser vivi”, canta

“In realtà a Giurisprudenza non ho mai pensato seriamente, ma solo quando le cose non andavano per il verso giusto. La verità è che ho sempre voluto fare questo, i miei genitori mi hanno sempre incoraggiata perché mi vedono felice in questa dimensione”. Ai talent show non ha mai pensato, “Credo sia una scelta da fare quando si ha una grande coscienza di sé e si è maturato un proprio progetto musicale, altrimenti si rischia di bruciarsi. Non li escludo in futuro, ma mi avvalgo della facoltà di non sapere se voglio farli!”.

Su di sé però, ha le idee chiare: “Chi sono realmente? Mi affido alle parole di George Sand “Io non sono né uomo né donna, sono un bambino. Che trova ancora il modo di meravigliarsi sempre”.

Ha iniziato a 9 anni e non ha più smesso, fino al premio Lauzi arrivato per una canzone in dialetto palermitano. “Adoro Palermo, la Sicilia e Rosa Balistreri”

di Antonella Lombardi

“Cantare in dialetto? È stata come una magia, non credevo di riuscirci, eppure a un tratto mi è venuto naturale, la musica e le parole sono affiorate e ho scritto tutto di getto. Per me è un sogno che si avvera, il siciliano mi ha sempre ispirato”. È ancora incredula la cantautrice palermitana Giulia Mei (all’anagrafe Catuogno), 25 anni a settembre, fresca di successo con il suo brano A picciridda mia, vincitore del Premio Lauzi per la miglior musica e del Premio Cora per la migliore interpretazione. Lei, che con la musica fa i conti da quando ha 9 anni, prima con il coro delle voci bianche del conservatorio di Palermo, poi con lo studio del pianoforte che insegna privatamente mentre prepara la tesi di laurea al conservatorio.

“Ho sempre adorato la forza e la storia di Rosa Balistreri che canto sempre ai miei concerti. Bbrani come Tu sì bedda e Terra ca nun senti mi sono entrate sottopelle. Quello di Rosa è il grido di un siciliano costretto ad andare via da una terra che ama, ma che non ascolta il suo dolore. Ma mi piacciono molto anche altri autori siciliani come Francesco Giunta, Mario Incudine, Lello Analfino, Carmen Consoli, Alessio Bondì”. L’idea di andare via dalla Sicilia Giulia la accarezza da un po’, anche se con rammarico: “Il mio team di lavoro fa base a Roma. La verità è che la Sicilia è un po’ una terra maledetta, offre ancora poco ai giovani, ma io vorrei che tutte le città fossero come Palermo, sono orgogliosa di essere palermitana e trovo che la città stia cambiando molto. E poi sono innamorata del cibo siciliano: adoro la nostra pasticceria, la cassata, il cibo di strada… ho trovato qualche consolazione in Campania, mentre ero al premio Lauzi, ma se davvero dovrò andare via dalla Sicilia lo vedrò dopo la laurea”.

Una tappa per la quale sta consumando avidamente libri: “Sono sempre stata una secchiona, adoro leggere – ammette – sono stata divorata dall’angoscia dopo aver letto Cecità di Saramago, ma sono scoppiata in lacrime per un libro consultato per la mia tesi, Storia della mia vita di George Sand, l’amante di Chopin, una donna forte, emancipata, indipendente, che si vestiva da uomo ed era veramente libera, anche sessualmente, ma capace di grandi slanci di dolcezza”. Giulia è un fiume in piena che travolge anche gli amici in cui si imbatte nel corso dell’intervista, con il suo carico di grinta e freschezza che trasferisce nei suoi brani.

“Ho adorato la musica sin da bambina, mio padre, avvocato, ha sempre amato cantare”, racconta. Ma Giulia non si è mai sentita davvero in bilico tra un lavoro creativo e la professione di avvocato. Nel suo brano Tutta colpa di Vecchioni non ne fa mistero: “Potevo fare l’avvocato, c’era già un posto già pronto per me, ma non si hanno molti tentativi di esser vivi”, canta

“In realtà a Giurisprudenza non ho mai pensato seriamente, ma solo quando le cose non andavano per il verso giusto. La verità è che ho sempre voluto fare questo, i miei genitori mi hanno sempre incoraggiata perché mi vedono felice in questa dimensione”. Ai talent show non ha mai pensato “Credo sia una scelta da fare quando si ha una grande coscienza di sé e si è maturato un proprio progetto musicale, altrimenti si rischia di bruciarsi. Non li escludo in futuro, ma mi avvalgo della facoltà di non sapere se voglio farli!”.

Su di sé però, ha le idee chiare: “Chi sono realmente? Mi affido alle parole di George Sand: ‘Io non sono né uomo né donna, sono un bambino’. Che trova ancora il modo di meravigliarsi sempre”.

Hai letto questi articoli?

Cuticchio a Roncisvalle sulle orme dei paladini

Hai letto questi articoli?

L’arte contro il degrado di Ballarò

Il progetto è nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, e ha coinvolto, oltre a loro, altri tre artisti della scena pittorica palermitana: Alessandro Bazan, Angelo Crazyone e Fulvio di Piazza

di Redazione

C’è l’icona della “santuzza” di Palermo, Rosalia, il viso stralunato dell’attore Franco Franchi, la folla colorata, un turbine di pesci della città “Tuttaporto”. Con pennelli e vernici (donate da un colorificio) hanno messo a disposizione il loro talento artistico per riqualificare il quartiere di Ballarò – Albergheria a Palermo, dove ora 5 murales colorati campeggiano su altrettanti edifici. Ogni opera è stata pensata per dialogare con il tessuto urbano e la comunità di residenti. Tutti insieme,infatti, artisti e abitanti del quartiere hanno collaborato per salvare dal degrado piazze e palazzi che pure avrebbero grandi potenzialità.

Il progetto è nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, e ha coinvolto, oltre a loro, altri tre artisti della scena pittorica palermitana: Alessandro Bazan, Angelo Crazyone e Fulvio Di Piazza. Proprio i residenti del quartiere hanno fatto da supporto in tutte le fasi dell’iter realizzativo che li ha impegnati nella settimana dal 21 al 27 luglio.

Sostenuto da Elenk’art, il progetto sarà ora al centro di un documentario di Salvo Cuccia che, insieme ad Antonio Bellia, racconterà l’intera operazione. Le cinque pitture urbane si snodano da Vicolo Gallo (in fondo a via Mongitore), dove si trova il ritratto di Franco Franchi opera dell’artista CRAZYoNE, fino al piazzale dell’ex Arena Tukory (in corso Tukory 205) dove si trova il muro dipinto da Alessandro Bazan.

Il progetto è nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, e ha coinvolto, oltre a loro, altri tre artisti della scena pittorica palermitana: Alessandro Bazan, Angelo Crazyone e Fulvio di Piazza

di Redazione

C’è l’icona della “santuzza” di Palermo, Rosalia, il viso stralunato dell’attore Franco Franchi, la folla colorata, un turbine di pesci della città “Tuttaporto”. Con pennelli e vernici (donate da un colorificio) hanno messo a disposizione il loro talento artistico per riqualificare il quartiere di Ballarò – Albergheria a Palermo, dove ora 5 murales colorati campeggiano su altrettanti edifici. Ogni opera è stata pensata per dialogare con il tessuto urbano e la comunità di residenti. Tutti insieme,infatti, artisti e abitanti del quartiere hanno collaborato per salvare dal degrado piazze e palazzi che pure avrebbero grandi potenzialità.

Il progetto è nato da un’idea di Igor Scalisi Palminteri e Andrea Buglisi, e ha coinvolto, oltre a loro, altri tre artisti della scena pittorica palermitana: Alessandro Bazan, Angelo Crazyone e Fulvio Di Piazza. Proprio i residenti del quartiere hanno fatto da supporto in tutte le fasi dell’iter realizzativo che li ha impegnati nella settimana dal 21 al 27 luglio.

Sostenuto da Elenk’art, il progetto sarà ora al centro di un documentario di Salvo Cuccia che, insieme ad Antonio Bellia, racconterà l’intera operazione. Le cinque pitture urbane si snodano da Vicolo Gallo (in fondo a via Mongitore), dove si trova il ritratto di Franco Franchi opera dell’artista CRAZYoNE, fino al piazzale dell’ex Arena Tukory (in corso Tukory 205) dove si trova il muro dipinto da Alessandro Bazan.

Hai letto questi articoli?

“Ninna nanna” palermitana vince il Premio Lauzi

Doppio riconoscimento per la cantautrice e pianista siciliana, Giulia Mei, che ha “stregato” la giuria con una canzone scritta in dialetto

di Redazione

Doppio riconoscimento per la cantautrice e pianista Giulia Mei, che con il suo brano “A picciridda mia”, cantata in dialetto palermitano, ha vinto il Premio Lauzi per la miglior musica ed il Premio Cora per la migliore interpretazione.

La musicista siciliana, superando lo “scoglio” del dialetto, ha “stregato” la giuria composta, tra gli altri, da Giordano Sangiorgi, Alberto Zeppieri, Andrea Vianello e Rosita Marchese. Ospiti della serata, che si è svota nei giorni scorsi ad Anacapri, in Campania, il giornalista Andrea Scanzi e il cantante Enrico Ruggeri.

“È una ninna nanna d’amore universale – dice Giulia Mei –  che può essere cantata da un genitore a un figlio, da un amante a un altro amante o a se stessi. Un invito a non soffrire più. È la canzone d’amore che si dedica a chi amiamo e vogliamo salvare dal dolore, consapevoli che non possiamo farlo. A questo punto possiamo solo invitare a vivere la sofferenza, passando avanti su ciò che opprime, lasciando andare le cose come devono andare e ‘levandoci manu’, dato che non è possibile controllare tutti i fatti della vita”.

Inoltre, prodotto da Edoardo De Angelis, nei prossimi mesi uscirà il primo album della musicista, che, prima dei recenti riconoscimenti, aveva vinto il Premio Cesa nel 2017 ed era stata finalista a Musicultura e al Premio De Andrè.

Doppio riconoscimento per la cantautrice e pianista siciliana, Giulia Mei, che ha “stregato” la giuria con una canzone scritta in dialetto

di Redazione

Doppio riconoscimento per la cantautrice e pianista Giulia Mei, che con il suo brano “A picciridda mia”, cantata in dialetto palermitano, ha vinto il Premio Lauzi per la miglior musica ed il Premio Cora per la migliore interpretazione.

La musicista siciliana, superando lo “scoglio” del dialetto, ha “stregato” la giuria composta, tra gli altri, da Giordano Sangiorgi, Alberto Zeppieri, Andrea Vianello e Rosita Marchese. Ospiti della serata, che si è svota nei giorni scorsi ad Anacapri, in Campania, il giornalista Andrea Scanzi e il cantante Enrico Ruggeri.

“È una ninna nanna d’amore universale – dice Giulia Mei –  che può essere cantata da un genitore a un figlio, da un amante a un altro amante o a se stessi. Un invito a non soffrire più. È la canzone d’amore che si dedica a chi amiamo e vogliamo salvare dal dolore, consapevoli che non possiamo farlo. A questo punto possiamo solo invitare a vivere la sofferenza, passando avanti su ciò che opprime, lasciando andare le cose come devono andare e ‘levandoci manu’, dato che non è possibile controllare tutti i fatti della vita”.

Inoltre, prodotto da Edoardo De Angelis, nei prossimi mesi uscirà il primo album della musicista, che, prima dei recenti riconoscimenti, aveva vinto il Premio Cesa nel 2017 ed era stata finalista a Musicultura e al Premio De Andrè.

Hai letto questi articoli?

Il liutaio di Palermo

Impeccabile nel suo camice bianco, costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini viole, violoncelli, contrabbassi

di Laura Grimaldi

Costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, viole d’amore, violoncelli, contrabbassi e anche due chitarre. Ognuno diverso dall’altro per forma e suono. C’è sapienza antica nell’attività artigiana di Ignazio Muliello. A cominciare dalla selezione delle diverse essenze di legno che utilizza. Acero per la parte inferiore e abete rosso per quella superiore. La scelta del legno è importante quanto le bombature, gli spessori, la catena, i fori di risonanza, l’inclinazione del manico, la vernice, l’anima, il ponticello, le corde, l’archetto. Lo sa bene Ignazio Muliello, classe 1938, considerato il veterano della liuteria palermitana. La sua officina-laboratorio è al civico 200 di via Sampolo, a Palermo, poco distante dalla stazione della metropolitana in piazza Giachery.

Nella sua bottega piena di attrezzi e sagome lo si trova sempre al banco di lavoro intento nella costruzione di nuovi strumenti con grande accuratezza sia nella scelta dei materiali che nelle rifiniture. Impeccabile nel suo camice bianco, il colore dei suoi capelli che raccontano di una lunga esperienza maturata in questa antica forma di artigianato. Ha iniziato da ragazzino a fianco del padre Giuseppe, ebanista. Con lui ha collaborato al lavoro di intaglio e di ebanisteria.
L’incontro con la liuteria è avvenuta negli anni Settanta quando ha frequentato per alcuni anni la bottega di Alfredo Averna presso il Conservatorio ‘Bellini’. C’è una grande passione dietro la decisione di iniziare a costruire strumenti ad arco e nel tempo ha sviluppato una particolare tecnica per ottenere i migliori risultati acustici. Lo testimonia il fatto che i suoi strumenti sono richiesti da musicisti professionisti di conservatori e teatri della Sicilia. Non a caso nel 2008, alla seconda edizione del concorso nazionale di liuteria contemporanea Città di Pisogne, Ignazio Muliello ha ricevuto una menzione speciale per l’impegno alla ricerca della liuteria siciliana.

È orgoglioso di essere stato inserito tra i più importanti ‘Liutai in Italia dall’Ottocento ai giorni nostri’, volume di Gualtiero Nicolini esperto di Storia della liuteria. E intanto solleva delicatamente uno dei leggerissimi e lucidissimi violini appena terminati di costruire. Pesano appena 280 grammi e possono arrivare a 400.

Impeccabile nel suo camice bianco, costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, violoncelli, contrabbassi

di Laura Grimaldi

Costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, viole d’amore, violoncelli, contrabbassi e anche due chitarre. Ognuno diverso dall’altro per forma e suono. C’è sapienza antica nell’attività artigiana di Ignazio Muliello. A cominciare dalla selezione delle diverse essenze di legno che utilizza. Acero per la parte inferiore e abete rosso per quella superiore. La scelta del legno è importante quanto le bombature, gli spessori, la catena, i fori di risonanza, l’inclinazione del manico, la vernice, l’anima, il ponticello, le corde, l’archetto. Lo sa bene Ignazio Muliello, classe 1938, considerato il veterano della liuteria palermitana. La sua officina-laboratorio è al civico 200 di via Sampolo, a Palermo, poco distante dalla stazione della metropolitana in piazza Giachery.

Nella sua bottega piena di attrezzi e sagome lo si trova sempre al banco di lavoro intento nella costruzione di nuovi strumenti con grande accuratezza sia nella scelta dei materiali che nelle rifiniture. Impeccabile nel suo camice bianco, il colore dei suoi capelli che raccontano di una lunga esperienza maturata in questa antica forma di artigianato. Ha iniziato da ragazzino a fianco del padre Giuseppe, ebanista. Con lui ha collaborato al lavoro di intaglio e di ebanisteria.
L’incontro con la liuteria è avvenuta negli anni Settanta quando ha frequentato per alcuni anni la bottega di Alfredo Averna presso il Conservatorio ‘Bellini’. C’è una grande passione dietro la decisione di iniziare a costruire strumenti ad arco e nel tempo ha sviluppato una particolare tecnica per ottenere i migliori risultati acustici. Lo testimonia il fatto che i suoi strumenti sono richiesti da musicisti professionisti di conservatori e teatri della Sicilia. Non a caso nel 2008, alla seconda edizione del concorso nazionale di liuteria contemporanea Città di Pisogne, Ignazio Muliello ha ricevuto una menzione speciale per l’impegno alla ricerca della liuteria siciliana.

È orgoglioso di essere stato inserito tra i più importanti ‘Liutai in Italia dall’Ottocento ai giorni nostri’, volume di Gualtiero Nicolini esperto di Storia della liuteria. E intanto solleva delicatamente uno dei leggerissimi e lucidissimi violini appena terminati di costruire. Pesano appena 280 grammi e possono arrivare a 400.

Hai letto questi articoli?

“Una storia senza nome” di Roberto Andò va a Venezia

L’ultimo film del regista palermitano si occupa del misterioso furto del Caravaggio. Sarà presentato “Fuori concorso ” alla Mostra internazionale del cinema 

di Redazione

“Una storia senza nome”, il nuovo film del regista Roberto Andò incentrato sul misterioso furto della “Natività” di Caravaggio, trafugata all’oratorio di San Lorenzo di Palermo nel 1969, verrà presentato nella selezione ufficiale “Fuori Concorso” alla 75° Mostra Internazionale del cinema di Venezia. L’opera, che ha visto vari set in Sicilia, uscirà in sala il 20 settembre per la 01 Distribution, e ha come interpreti, tra gli altri, Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassmann, Laura Morante e Renato Carpentieri. “Una storia senza nome è un film sul cinema, e mi sembra particolarmente bene augurante e festoso che il suo battesimo avvenga a Venezia – ha detto il regista – nel luogo in cui è nato il primo festival dedicato alla settima arte, una vetrina tra le più prestigiose al mondo. Questo film è un atto di fede, ironico e paradossale, sulle capacità del cinema di investigare la realtà e di trascenderla. Si è sempre sostenuto che l’immaginazione, anche la più potente e visionaria, paghi il prezzo di una impotenza a priori: l’impossibilità di provocare effetti reali. Il mio film, in modo giocoso e, mi auguro divertente, mostra il contrario”. La prossima edizione della mostra del Cinema di Venezia si terrà dal 29 agosto all’8 settembre.

L’ultimo film del regista palermitano si occupa del misterioso furto del Caravaggio. Sarà presentato “Fuori concorso ” alla Mostra internazionale del cinema 

di Redazione

“Una storia senza nome”, il nuovo film del regista Roberto Andò incentrato sul misterioso furto della “Natività” di Caravaggio, trafugata all’oratorio di San Lorenzo di Palermo nel 1969, verrà presentato nella selezione ufficiale “Fuori Concorso” alla 75° Mostra Internazionale del cinema di Venezia. L’opera, che ha visto vari set in Sicilia, uscirà in sala il 20 settembre per la 01 Distribution, e ha come interpreti, tra gli altri, Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassmann, Laura Morante e Renato Carpentieri. “Una storia senza nome è un film sul cinema, e mi sembra particolarmente bene augurante e festoso che il suo battesimo avvenga a Venezia – ha detto il regista – nel luogo in cui è nato il primo festival dedicato alla settima arte, una vetrina tra le più prestigiose al mondo. Questo film è un atto di fede, ironico e paradossale, sulle capacità del cinema di investigare la realtà e di trascenderla. Si è sempre sostenuto che l’immaginazione, anche la più potente e visionaria, paghi il prezzo di una impotenza a priori: l’impossibilità di provocare effetti reali. Il mio film, in modo giocoso e, mi auguro divertente, mostra il contrario”. La prossima edizione della mostra del Cinema di Venezia si terrà dal 29 agosto all’8 settembre.

Hai letto questi articoli?
Le vie dei Tesori News

Send this to a friend