Il gigante svedese affondato nei mari siciliani: la storia del relitto di Gliaca

Ha finalmente un nome l’imbarcazione scoperta nel 2019 al largo della spiaggia di Piraino. Si tratta del piroscafo “Cambria”, lungo 70 metri, la più grande nave a vapore costruita nei paesi nordici nel 1858

di Redazione

Fu il primo piroscafo svedese ad attraversare l’Atlantico e l’equatore nel 1861 per poi tornare in patria, dopo aver girato il mondo. Per uno scherzo del destino, affondò otto anni dopo davanti alla costa messinese di Gliaca, frazione marinara di Piraino, borgo medievale affacciato sul Tirreno. Il relitto segnalato per la prima volta nel 2019 dal subacqueo messinese Carmelo La Monica, che si trova tra i 6 e i 10 metri di profondità, ha finalmente un nome e una storia. Si tratta di una svedese, del tipo “steamshi”p (ovvero battello a vapore), dal nome “Cambria”, ex “Ernst Merck”, realizzata interamente in ferro a propulsione mista vapore e vela di oltre 1500 tonnellate, lunga 69,9 metri e larga 10,4, costruita a Nyköping nel 1858.

Particolare del relitto (foto Claudio Di Franco)

La ricostruzione dell’identità del relitto – fanno sapere dalla Regione – si deve al lavoro certosino e di ricerca storico-documentale del subacqueo Giuseppe Condipodero Marchetta e dell’ispettore onorario della Soprintendenza del Mare per i Beni culturali subacquei della provincia di Messina, Gianmichele Iaria, i quali grazie anche a numerosi rilievi subacquei che hanno potuto risalire all’esatta individuazione del relitto che era stato individuato in un primo momento come una presunta motozattera della Regia Marina.

I piani di costruzione dell’imbarcazione

Sullo sfondo delle grandi trasformazioni industriali della prima metà del 19esimo secolo, che hanno dettato una profonda evoluzione della marineria e delle rotte marittime, l’innovativo progetto della nave a vapore più grande costruita nei paesi nordici in quell’anno, prese il nome dal banchiere Ernst Merck, console generale d’Austria ad Amburgo, che ne finanziò la costruzione.

Una delle eliche del relitto (foto Claudio Di Franco)

Fu la prima “steam ship” svedese ad attraversare l’oceano Atlantico e l’equatore e nell’autunno del 1861 tornò in Svezia dove fu ampliata e convertita in nave passeggeri. Dopo il suo ultimo viaggio per portare migranti svedesi in Nord-America nel 1864, il fallimento dell’armatore Johan Holm ne determinò la vendita a J. Tomson, T. Bonar & Co a Londra.

Nonostante la vita della “Ernst Merck” sia stata fin dall’inizio abbastanza travagliata e costellata da incidenti e danneggiamenti di rilievo, nel dicembre del 1868 viene cambiato il nome in “Cambria”. La scaramanzia e la superstizione attribuiscono a questo episodio l’affondamento dell’imbarcazione per avaria e maltempo, avvenuto davanti alla costa di Gliaca di Piraino nel 1869.

Il modello dell’imbarcazione

“Analogamente a quanto recentemente avvenuto per il piroscafo giapponese ‘Taikosan Maru’ di Acireale, anche in questo caso, – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – la passione e la perseveranza profuse a beneficio della ricostruzione della verità storica restituiscono tasselli preziosi per la narrazione delle vicende dello scorso secolo. Un lavoro prezioso di indagine in cui la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana è costantemente impegnata nel tentativo di valorizzare la Sicilia sommersa”.

“Il relitto della ‘Cambria’ – spiega il soprintendente del Mare Ferdinando Maurici – giace oggi ad una profondità variabile tra i 6 e i 10 metri su un fondale sabbioso e reca quali elementi maggiormente significativi della sua struttura originaria, l’elica a quattro pale con il suo asse, la caldaia a vapore e la parte poppiera dello scafo in acciaio con doppio fondo”, Con il supporto dell’Autorità marittima e per le finalità di tutela, anche per questo relitto verrà chiesta l’emissione di un’ordinanza di regolamentazione dell’accesso al sito subacqueo.

L’antica cupola della Cattedrale di Palermo, un caso che fece storia

Uno scontro aspro tra studiosi che finì a carte bollate sull’aspetto della chiesa in epoca medievale. Al centro della contesa un antico sigillo che alludeva all’esistenza di una grande calotta emisferica sopra il monumento

di Ruggero Altavilla

Una cupola emisferica sopra la Cattedrale di Palermo, simile a quella della chiesa della Martorana, ma ben più grande. È l’ipotesi al centro di una vivace polemica tra addetti ai lavori, che ebbe il suo culmine negli anni Trenta del secolo scorso. Uno scontro aspro che finì a carte bollate tra studiosi, ricostruito da Piero Genova, medico appassionato della storia della città, in un post pubblicato nel gruppo Facebook “Palermo di una volta”, contenitore di storie e immagini d’epoca.

La Cattedrale di Palermo

Tra i più accesi sostenitori dell’esistenza di una cupola medievale che nell’11esimo secolo si elevava sopra la Cattedrale di Palermo – scrive Genova – era monsignor Enrico Perricone, canonico della stessa chiesa, e Francesco Valenti, allora soprintendente ai monumenti della Sicilia. Dall’altra parte, fermamente contrari gli studiosi Antonio Zanca e Nino Basile. Al centro della contesa un antico sigillo (“un bollo plumbeo”) che alludeva all’esistenza della cupola, su cui Perricone e Valenti avevano costruito la loro tesi, ma ritenuto “appositamente alterato” invece da Zanca e Basile.

Disegno di Francesco Valenti su L’Ora del 1932 (immagine concessa da Piero Genova)

“Il Valenti – scrive Genova nel post – era arrivato a proporre l’abbattimento dell’attuale cupola del Fuga e la costruzione, al suo posto, di una cupola simile a quella presupposta dal sigillo. Il dibattito si accese a tal punto da provocare una querela e una controquerela tra il Basile ed il Valenti”. Sulla vicenda è intervenuto in tempi relativamente recenti anche Rodo Santoro, architetto, storico e saggista, che nel suo libro “Palermo” – citato da Piero Genova – pur dando ragione a chi negava l’esistenza della cupola, sottolinea che “Valenti non sia andato troppo lontano nell’intuire il tipo di cupola che i costruttori della cattedrale dovevano aver previsto per coprire il centro del santuario. Questa – scrive Santoro – non poteva che essere una cupola a calotta emisferica, impostata su un tamburo ottagonale che si sviluppava dai quattro pennacchi ancora esistenti nella chiesa prima delle demolizioni del 1781-1801. Le prove di questa predisposizione sono rilevabili chiaramente in alcune incisioni che raffigurano l’interno della Cattedrale e che mostrano, appunto, l’esistenza dei pennacchi e del tamburo”.

La chiesa della Martorana (foto bjs, Wikipedia, licenza CC0 1.0)

Le incisioni in questione – prosegue Genova nel suo post – sono di Antonino Grano, del 1689, e di Antonino Bova, del 1760. La cupola sarebbe stata, quindi, “tipologicamente del tutto simile a quella della chiesa dell’Ammiraglio, ma ben più grande in proporzione, cioè con le dimensioni della Cattedrale”. Ciò la rendeva certamente di più difficile realizzazione tecnica: è assai probabile che soltanto in Oriente esistessero all’epoca costruttori capaci di voltare cupole di quella grandezza. Una difficoltà che potrebbe essere stata determinante, nel caso di Palermo ma anche di Monreale, ma non l’unica: “Bisogna anche pensare – prosegue Santoro – che la cupola era l’ultima cosa che si sarebbe costruita, nel corso dei lavori. E cioè quando le ingenti spese sostenute, sia da Guglielmo che da Gualtiero, avevano già essiccato i rispettivi, mitici ‘tesori’”.

Antonio Zanca, progetto di restauro della Cattedrale di Palermo (1901), prima soluzione (immagine concessa da Piero Genova)

“Si decise probabilmente di soprassedere, poi di rinunciare, – aggiunge Santoro – sostituendo le rispettive cupole con coperture a tetto, che negli anni successivi divennero definitive. È facile pensare, a questo punto, che se tali cupole fossero state realizzate l’aspetto che ne sarebbe conseguito per i due edifici sarebbe stato notevolmente diverso. Ed inoltre tali chiese, dal punto di vista strutturale e spaziale, avrebbero rappresentato molto di più di ciò che non rappresentino oggi nella storia dell’evoluzione dello spazio architettonico italiano dell’epoca”.

Antonio Zanca, progetto di restauro della Cattedrale (1901), seconda soluzione (immagine concessa da Piero Genova)

Ma nel suo post, Piero Genova aggiunge che “l’ingegner Zanca, oppositore del Valenti sull’esistenza della cupola medievale, era comunque tra i sostenitori di un drastico restauro dell’intero edificio sacro: elaborò in tal senso un progetto (1901) che prevedeva due ‘soluzioni’ alternative: un rivestimento in stile neogotico della cupola neoclassica e una cupola a calotta emisferica simile a quella, sopra citata da Santoro, di Santa Maria dell’Ammiraglio”. Ma alla fine la cupola neoclassica di Fuga, regio ingegnere alla corte dei Borbone, rimase così come è oggi, simbolo di una armoniosa fusione di stili diversi.

(Nella prima immagine in alto “Vue de la Cathédrale de Palerme”, acquerello di Eugène Emmanuel Viollet-Le-Duc del 1836. Immagine concessa da Piero Genova)

Quel delitto tra i boschi nel borgo degli “Ammalati”

Flagellata da terremoti in un territorio ricco di faglie, Santa Maria degli Ammalati, frazione di Acireale alle pendici dell’Etna, è un luogo pieno di storie e leggende

di Livio Grasso

Minuscola frazione di Acireale che sorge a ridosso della Timpa, Santa Maria degli Ammalati è uno dei borghi più rappresentativi del Bosco di Aci, un tempo imponente area verde di querce e castagni che si estendeva nel versante orientale dell’Etna. Il territorio, prevalentemente lavico, si sviluppa all’interno di due faglie attive che corrono attraverso la zona Molino Testa d’Acqua di Santa Maria La Scala e l’area meridionale di Santa Tecla.

Scorcio del borgo

Le fonti storiche riferiscono che il paese è da sempre stato al centro di violenti terremoti, influenzando molto lo sviluppo dell’abitato e della vita sociale. L’evento più catastrofico si data al 1693, anno in cui la borgata fu colpita dal terribile sisma che ebbe pure degli effetti distruttivi in buona parte della Sicilia orientale. Di questa calamità ne parla proprio un documento d’archivio che rilascia una preziosa testimonianza sulla storia del borgo. A quanto pare, già dal 17esimo secolo, la contrada vantava un piccolo centro abitato. A confermarlo, sarebbe proprio la presenza di una chiesa dedicata a Maria degli Ammalati.

La villetta Mario Monaco

Sulla base di quanto tramandato, l’edificio di culto si trovava in un tratto di campagna che faceva parte del Bosco di Aci. Proprio nelle vicinanze della chiesetta, precisamente il 15 settembre 1658, avvenne un atroce delitto. Si trattò del reverendo don Giovanni Battista Grasso, che quel giorno venne in sede per celebrare la messa. Subito dopo la liturgia, il sacerdote si incamminò nei sentieri boschivi per fare ritorno ad Acireale. Improvvisamente, però, venne accerchiato da cinque briganti che lo uccisero brutalmente a sassate.

La piazzetta del borgo

Questa notizia, oltre a testimoniare la pericolosità del bosco, conferma con assoluta certezza che la comunità del paese disponeva già di una piccola cappella in cui potersi riunire. Per di più sappiamo che la parrocchia fu costruita il 14 giugno 1627 sotto l’impulso di Jacobo Grassi, ricordato come uno dei più ricchi possidenti terrieri. Secondo alcuni racconti popolari, inoltre, il titolo di “Madonna dei Malati” ha una certa attinenza con le epidemie di peste che a quell’epoca imperversavano nella zona.

Vista panoramica sul mare

Non a caso, pare che a fianco della cappella fosse presente un piccolo lazzaretto per accudire gli appestati. Un’altra tradizione, invece, riporta che il soprannome Maria degli Ammalati allude alla funzione protettiva della Madonna nei confronti degli abitanti locali costantemente minacciati dagli assalti dei banditi. In ogni caso, dopo il cataclisma del 1693, la chiesa venne ricostruita nella prima metà del 18esimo secolo grazie al supporto dei discendenti del Grassi e di fra’ Mariano Cavallaro.

La parrocchia attuale risale al 1865 e, per la sua edificazione, ebbero un ruolo di primo piano i contributi offerti da don Rosario Borzì, don Giovanni Pennisi Platania e dal Decurionato di Acireale. Saltano all’occhio gli incantevoli affreschi della volta, realizzati dall’artista Giuseppe Spina Caprizzi. A lui si attribuiscono pure i tre dipinti dell’area absidale intitolati “La gloria dell’Agnello”, “L’uccisione di Abele” e “Mosè e le Tavole della Legge”.  Di grande valore era pure il campanile gotico-normanno progettato da Mariano Panebianco, importante architetto acese. Tuttavia, nel 1914  il complesso religioso fu gravemente danneggiato da un altro fenomeno sismico che ha provocato la demolizione del campanile,  della navata, della volta e della cupola. Ben presto, però, tutto è stato restaurato ex novo. Il borghetto di Santa Maria degli Ammalati è anche apprezzato per la fertilità dei suoli e l’abbondante produzione di vini, olio e limoni.

Creare valore con il cibo, giovane siciliano tra i migliori innovatori del mondo

Il catanese Corrado Paternò Castello, amministratore e cofondatore dell’azienda Boniviri, è l’unico italiano selezionato tra i “50 Next”, gli under 35 che stanno plasmando il futuro mondiale della gastronomia

di Giulio Giallombardo

Giovani visionari preparano il cibo di domani. La gastronomia del futuro ripensa al rapporto con l’ambiente, valorizzando le eccellenze con un approccio sempre più etico. Lo sanno bene i talenti della seconda edizione di 50 Next, un elenco di operatori del settore gastronomico, creato da 50 Best, l’organizzazione che ha ideato The World’s 50 Best Restaurants e The World’s 50 Best Bars. Non una classifica – sottolineano gli organizzatori – ma un elenco di 50 virtuosi provenienti da 30 territori in 6 continenti, che vanno dai 22 ai 37 anni. Nomi scelti tra oltre 400 candidature e ricerche ad opera del Basque Culinary Center, partner accademico di 50 Next.

Al centro Corrado Paternò Castello durante la cerimonia di 50 Next

Così, tra la pasticcera ucraina che sta rivoluzionando il mondo dei dolci, lo chef sudafricano che valorizza le donne, battendosi contro i pregiudizi, o il pescatore che lotta contro l’inquinamento marino in Grecia, c’è anche un giovane siciliano, unico a rappresentare l’Italia tra i cinquanta selezionati. È il 31enne catanese Corrado Paternò Castello, amministratore e cofondatore insieme ad Alessandra Tranchina e Sergio Sallicano, di Boniviri, start up innovativa e società benefit che ha l’obiettivo di creare valore con il cibo attraverso la selezione delle eccellenze del territorio, la valorizzazione della filiera agricola locale e la tutela dell’ambiente.

Il team di Boniviri

Una realtà siciliana giovanissima, nata da appena due anni, che sta portando avanti, con un approccio rigoroso, un nuovo modello d’impresa. L’obiettivo è promuovere i prodotti di coltivatori selezionati, avvicinando il mondo di chi consuma e quello di chi coltiva attraverso qualità e sostenibilità. “La società – spiegano i fondatori di Boniviri – vuole contribuire a contrastare l’abbandono dell’attività dei piccoli imprenditori agricoli, a combattere il cambiamento climatico, a ridurre gli sprechi della produzione e del packaging in ottica di economia circolare e a creare una piattaforma di comunicazione e collaborazione tra consumatori e produttori”.

I giovani di 50 Next 2022

Attività che i giovani imprenditori stanno portando avanti, mettendo nero su bianco i loro obiettivi nella “mappa d’impatto” e i risultati raggiunti nei primi due anni in una dettagliata “relazione d’impatto”. Il modello di Boniviri, in sintesi, prevede l’acquisto di prodotti di alta qualità, salutari e sostenibili da coltivatori di eccellenza (da qui il nome “Boniviri”, ovvero “persone di valore” dal latino), impegnandoli in un percorso verso obiettivi di sostenibilità. Nel farlo, Boniviri ripensa la filiera e il packaging dei prodotti in ottica sostenibile, azzerando l’impronta di carbonio dei prodotti attraverso progetti di compensazione.

Corrado Paternò Castello

Finora hanno aderito al progetto undici piccole aziende agricole siciliane, che si sono impegnate a seguire determinati protocolli di qualità, rispettando l’ambiente e creando così maggior valore dei loro prodotti. Esempio concreto di queste buone pratiche è stata la produzione, nella primavera dell’anno scorso, del primo olio extravergine di oliva biologico italiano “carbon neutral”. L’impatto delle emissioni della filiera dell’olio è stato calcolato durante la produzione permettendo, ad esempio, di capire che una bottiglia da 750 millilitri di olio extravergine d’oliva genera emissioni pari a 2,88 chili di CO2 equivalente. In questo senso, anche il packaging è stato rivoluzionato: dalla bottiglia con alta percentuale di vetro riciclato, prodotta localmente per ridurre l’impatto dei trasporti, all’etichetta a basso impatto ambientale realizzata con sottoprodotti di lavorazioni agro-industriali delle olive.

Coltivatori di Boniviri

Un modello studiato anche alla Bocconi di Milano che adesso ha ricevuto l’importante riconoscimento dalla 50 Best. “Sono orgoglioso di questo prestigioso riconoscimento che premia il modello d’impresa Boniviri – ha dichiarato Corrado Paternò Castello, che ha ricevuto il riconoscimento lo scorso 24 giugno a Bilbao, nella categoria ‘Gamechanging Producers’ – . Un modello innovativo e sostenibile che punta a creare valore con il cibo attraverso la realizzazione degli obiettivi che abbiamo definito nella nostra Impact Map: avvicinare il mondo di chi coltiva a quello di chi consuma attraverso la sostenibilità, salvaguardare le piccole aziende agricole di valore rendendole prospere e sostenibili; sensibilizzare sull’importanza di produrre alimenti il più possibile eco-friendly”.

Campi di lavanda nei Sicani, il sogno di una giovane coltivatrice

Laureata in disegno industriale, Francesca Cinquemani ha deciso di restare nell’azienda agricola di famiglia, ad Alessandria della Rocca, dando vita a una piantagione estesa per quasi un ettaro

di Giulio Giallombardo

Un sogno viola al profumo di lavanda. Riti antichi officiati da giovani cuori. Radici profonde piantate nei Sicani. È una combinazione alchemica di elementi che ha convinto Francesca Cinquemani a restare ancorata nel profondo sud della Sicilia, nelle terre di famiglia, tra Alessandria della Rocca e Cianciana. È lì che questa giovane donna di 27 anni ha deciso di far nascere uno dei pochi campi di lavanda presenti in Sicilia. Con in tasca una laurea triennale in disegno industriale, ama definirsi “agrodesigner”, mettendo insieme la formazione da progettista all’amore per la natura. È stato proprio durante gli studi, che Francesca ha capito che il vero tesoro l’aveva in casa. Si laurea con una tesi sulle api e il miele, costruendo la comunicazione visiva dell’azienda agricola creata dal nonno, contadino da quando aveva 8 anni e che lei oggi contribuisce a portare avanti.

Campi di lavanda dell’azienda Campagna

Poi, un anno fa, dopo un periodo difficile, sente il bisogno di rallentare, seguendo il ritmo della natura. E arriva la folgorazione per la lavanda, con le sue mille qualità. Decide così di cominciare coltivando quasi un ettaro di terra con mille piante di lavanda angustifolia che adesso sono cresciute. “Ho scelto la lavanda perché è una delle piante che hanno fatto parte della mia analisi di ricerca per la tesi – racconta Francesca a Le Vie dei Tesori – , cresce benissimo nel nostro territorio, è molto selvatica, non ha bisogno di fitofarmaci o di troppa acqua. Poi si presta a svariati usi, per scopi cosmetici, terapeutici, per profumare gli ambienti e per la produzione di olio essenziale”.

Francesca Cinquemani tra le sue lavande

Ma il desiderio di Francesca è di creare un laboratorio di erbe officinali nelle sue terre, che, oltre alla lavanda, comprenda anche piante come camomilla, calendula e altre essenze. Un valore aggiunto per l’azienda agricola del nonno, Leonardo Campagna, che già produce olio, miele, mandorle e altre eccellenze del territorio. “Grazie ai miei studi ho riscoperto l’amore per la natura e per i terreni della mia famiglia – sottolinea Francesca, tornata in Sicilia da Monza, lo scorso maggio dopo sei mesi da insegnante in una scuola media – e pensare che da piccola quando mi chiedevano di contribuire alla raccolta delle mandorle, non ne volevo sapere. Oggi, invece, voglio valorizzare quello che ho la fortuna di possedere. È la terra in cui sono nata, qui ci sono le mie radici e non ho alcuna intenzione di andare via”.

Fiore di lavanda

Così, adesso la giovane “agrodesigner” ha pensato anche di intrecciare i fiori di lavanda alle antiche tradizioni della festa di San Giovanni, patrono di Alessandria della Rocca, che si celebra il 23 giugno, nei giorni del solstizio d’estate. “Quella notte da sempre viene considerata magica, – spiega Francesca – in questo periodo dell’anno la natura giunge al massimo del suo splendore e quindi, per proteggere il raccolto da eventi meteorologici avversi, venivano celebrati rituali propiziatori e preparazioni, tra cui l’acqua di San Giovanni. Si raccoglievano diversi fiori che venivano lasciati macerare tutta la notte dentro un contenitore pieno d’acqua, così da sprigionare le loro proprietà balsamiche, al culmine in questi giorni di inizio estate. L’indomani l’acqua si utilizzava per lavarsi il viso, le mani, il corpo, come in un rito purificatore”.

Siepi di lavanda

Una tradizione antica diffusa anche in altre regioni italiane, che fa da sfondo a un evento organizzato dalla giovane coltivatrice, il 23 giugno al tramonto, dalle 18 alle 21. L’ha chiamato “Lavanda Experience”, ovvero un percorso sensoriale per scoprire la coltivazione e gli usi di questa pianta, ammirare le sfumature viola e respirare il profumo dei suoi fiori, che sbocciano soltanto una volta all’anno. Un’esperienza nei terreni dell’azienda agricola di Alessandria della Rocca, in contrada Nora al Piano, che comprende anche un aperitivo al tramonto con degustazione di prodotti e antiche ricette di famiglia. Un rito che si rinnova.

Per informazioni sull’evento “Lavanda Experience” telefonare al 3275710375

Dalla Lettonia a Gangi, coppia punta sul borgo tra turismo e selfie point

Andis Cekuls di Riga e Rosalia Le Calze di Palermo si sono trasferiti nel piccolo centro delle Madonie e adesso portano avanti un progetto di promozione territoriale, tra mappe digitali e contenuti multimediali

di Giulio Giallombardo

Hanno scoperto Gangi l’estate scorsa grazie a Pegman. Puntando per caso l’omino giallo di Google Maps al centro della Sicilia è apparso quel mantello di tetti che avvolge monte Marone, una scalinata di case con l’Etna sullo sfondo. Da allora è stato amore a prima vista. Una giovane coppia internazionale ha deciso di trasferirsi nel borgo delle Madonie per farlo conoscere al mondo intero. Lui è Andis Cekuls, lettone di 27 anni, ingegnere gestionale a capo di Phycon, azienda di sviluppo tecnologico con sede a Riga; lei è Rosalia Le Calze, 33 anni palermitana, videomaker e montatrice laureata al Dams e specializzata nella creazione di contenuti digitali.

Gangi (foto visitgangi.com)

Tanti anni in giro tra Roma, Londra e Riga, i due si sono conosciuti a Napoli nel 2017 mentre lui studiava alla Apple Academy e lei lavorava con i The Jackal e altri gruppi della città. Poi quattro anni in Lettonia, il matrimonio nel 2019 e il colpo di fulmine per Gangi l’estate scorsa. Per Rosalia è il ritorno in Sicilia, per Andis la scoperta di un borgo da valorizzare. “Siamo rimasti rapiti prima dalle immagini viste sul web e poi andare lì da turisti è stato bellissimo e ce ne siamo innamorati, – racconta la videomaker – io pur essendo palermitana ammetto che non conoscevo Gangi ed è stata una vera sorpresa”.

La Cattedrale e i tetti di Gangi (foto visitgangi.com)

Così, dopo le vacanze estive l’amore continua a decantare e dallo scorso febbraio la coppia ha deciso di trasferirsi a Gangi. Adesso Andis e Rosalia, finora in affitto, stanno cercando una casa da comprare e nel frattempo portano avanti un progetto turistico, adattando al territorio strategie promozionali già usate nel mercato estero, soprattutto quello baltico. “Abbiamo lavorato molto nel settore turistico collaborando con i governi di Lettonia, Estonia e Lituania – dicono Andis e Rosalia – abbiamo creato mappe interattive e progetti esperienziali di promozione territoriale. Questi paesi sono tra i più tecnologici d’Europa. Così, adesso vogliamo mettere a servizio della comunità gangitana la nostra esperienza professionale”.

Andis e Rosalia sotto la torre dei Ventimiglia

Un primo passo è la creazione del brand “Visit Gangi”, con un portale interattivo che permette di vivere il borgo attraverso contenuti digitali. Una guida per i turisti che comprende informazioni utili su dove mangiare e cosa vedere, con una mappatura del borgo arricchita da foto, video e articoli sia in inglese che in italiano. Adesso, si aggiungono i dodici selfie points sparsi per il paese, scorci perfetti per scattare foto, che spesso coincidono con tesori come il sontuoso palazzo Bongiorno, oggi sede del Comune, o l’imponente torre dei Ventimiglia, “appoggiata” alla Chiesa Madre.

Uno dei selfie point di Gangi

I selfie point, realizzati dal designer lettone Artūrs Skrebeļs, hanno tutti un codice QR che rimanda all’articolo dove sarà possibile individuare anche gli altri punti di interesse. Suggeriscono anche gli hashtag da usare dopo aver scattato la foto, e chi otterrà più like potrebbe vincere un premio di riconoscimento: provare, ad esempio, un dolce tipico, ricevere un souvenir fatto a mano da un artista del posto, o addirittura trascorrere una notte in uno degli hotel e b&b del borgo.

Selfie sotto al Torre dei Ventimiglia

“È un progetto destinato a crescere, che stiamo portando avanti investendo con le nostre risorse. Abbiamo tante idee su come continuare a valorizzare questo borgo – aggiunge Andis – , ma il valore aggiunto, al di là della bellezza del posto, tra panorami incredibili, chiese e palazzi, è senza dubbio il calore della gente. Ho girato tanto e non ho mai incontrato persone così generose e gentili, aperte e pronte ad abbracciare nuove idee. Non potevamo che restare qui e condividere col mondo questa bellezza”.

Torna in Sicilia e scommette sul turismo in un borgo di trecento anime

Flavio Serio ha aperto il primo b&b a Sclafani Bagni, sulle Madonie, il Comune meno abitato della provincia di Palermo. Ha trasformato le case e le stalle di famiglia in una struttura di charme, sperando anche nella rinascita delle storiche terme

di Maria Laura Crescimanno

Il turismo siciliano, nella sua ripresa post pandemica, non è fatto soltanto di navi da crociera e grandi eventi. Anche in Sicilia si stanno facendo strada, seguendo il mantra  dei social che invitano a viaggiare  in prossimità, le nuove nicchie che portano alla scoperta del cuore dell’Isola sconosciuta, per vivere un’esperienza personale da vivere a piedi, senza disturbare il magico sonno di secoli e la bellezza intatta dei paesaggi che i nostri piccoli borghi interni, al pari delle isole, possono regalarci.

Sclafani Bagni

E si sa, la Sicilia ha un cuore grande, che comprende almeno due province, quella di Enna e di Caltanissetta, ma anche le colline dei parchi montani che guardano il fiume Imera e Salso. Un mondo fatto di archeologia, di siti Unesco, ruralità e paesaggi agricoli,  pastorizia, borghi, boschi, fiumi e vallate, silenzio, aria pulita, gentilezza, accoglienza e sapori antichi. Ma soprattutto di giovani imprenditori coraggiosi che, tornati nei borghi di nascita, usando reti di promozione e social, offrono vacanze esperienziali, aspettando che migliorino strade ed infrastrutture.

Flavio Serio (foto Maria Laura Crescimanno)

Se di turismo eroico dunque si può parlare, la storia di Flavio Serio, proprietario del primo B&B di Sclafani Bagni, ne è la testimonianza vivente. Con la forza, determinazione, lungimiranza ed ottimismo dei trent’anni, Flavio ha il sorriso di chi realizzato il suo sogno. La sua struttura è una delle punte di eccellenza della nuova rete che promuove le esperienze della Sicilia interna, The Hearth of Sicily, animatrice Fabrizia Lanza con la sua scuola di alta cucina a Regaleali a Valledolmo nelle basse Madonie.

La Spa nel b&b (foto Maria Laura Crescimanno)

“Avevo già prima della pandemia deciso di tornare nel paese dove sono nato, trasformare le vecchie case dei miei avi in una struttura con i requisiti di un’offerta moderna ed internazionale”, racconta Flavio. Diplomato all’Istituto Nautico di Palermo imbarcato sulle petroliere, ha aperto da meno di un anno il suo piccolo resort con una piccola Spa nel centro medievale di Sclafani Bagni, trecento abitanti residenti tutto l’anno, uno dei più piccoli borghi della provincia di Palermo. Noto per lo stabilimento termale in stato di totale abbandono (ve ne abbiamo parlato qui), che il Comune adesso, sperando di attrarre nuovi investimenti, pensa di rimettere in vendita, Sclafani ha anche un altro tesoro a portata di mano da valorizzare: la riserva boschiva di Favara e Granza, che dal borgo si  potrebbe, sistemando la viabilità, raggiungere a piedi.

Lo stabilimento termale di Sclafani Bagni

Il paese – ci racconta Flavio – inizia ad accogliere i primi camminatori sulle trazzere della Via Francigena che passano per queste contrade tra rocce spettacolari e boschi millenari. E si cominciano a vedere anche gli stranieri, complici i social e le nuove reti di promozione che stanno pia piano nascendo. “Porta Soprana è una luxury guesthouse con servizi di Spa e piscina coperta a pochi passi dal castello medievale,  che vive grazie al lavoro di mia moglie, di mia madre e di mia sorella che si occupano dell’accoglienza e del wellness”.

Scorcio di Sclafani Bagni

“Sono le case e le stalle dove mi portava mio nonno da bambino, – prosegue Flavio – gli spazi che abbiamo trasformato in un rifugio per il benessere del corpo e, data l’assoluta tranquillità del borgo, anche dell’anima. Se mai Sclafani dovesse risorgere turisticamente grazie alle sue acque termali, che potrebbero dare lavoro e far rientrare molti altri di noi che sono andati via, io sarò già pronto ad accogliere i turisti, a raccontare la storia di questi luoghi dove passavano le mitiche auto della Targa Florio”.

L’abate Vella e la sua “impostura”: una lettera del 1811 riapre il caso

Dagli archivi dell’Istituto di Storia Patria di Palermo, spunta un documento in cui il monaco maltese ammette il celebre falso. Lo storico Salvatore Savoia racconta e mostra una copia del “Consiglio d’Egitto”

di Ruggero Altavilla

L’impostura sull’impostura. Una storia siciliana affascinante, arricchita da innumerevoli aneddoti, in cui il protagonista è un monaco passato alla storia come uno dei più celebri falsari. Un caso che ha fatto epoca, e che rivive al Museo del Risorgimento di Palermo, sabato 28 maggio alle 18 (qui per prenotare), tra le esperienze del Genio di Palermo, il festival organizzato congiuntamente dalla Fondazione Le Vie dei Tesori e dall’Università di Palermo. A raccontare la celebre “impostura” dell’abate Giuseppe Vella sarà lo storico Salvatore Savoia, appassionato collezionista e delizioso narratore, che mostrerà anche un documento speciale legato a questa vicenda, custodito negli archivi della biblioteca di Storia Patria a Palermo.

L’abate Vella in un dipinto

Siamo alla fine del ‘700 e la “minsogna saracina” (secondo il Meli) o “arabica impostura” (nelle righe di Scinà) stava nascendo: l’abate Vella creò il suo straordinario falso sulle presunte fonti primarie del dominio islamico in Sicilia, un intero codice in (fittizi) caratteri mauro-siculi. Dopo diversi anni, l’abate venne smascherato e condannato, ma della famosa “impostura” parlò tutta l’Europa. Nel corso dell’esperienza lo storico Savoia ripercorrerà tutta la vicenda, mostrando ai partecipanti una lettera del 1811 che l’abate Vella (morto nel 1815) indirizza ad un ignoto interlocutore a Vienna e in cui di fatto conferma l’impostura. Della missiva parla già Pietro Varvaro nel 1905, sembrerebbe autentica, ma da allora è rimasta negli archivi, mai mostrata e custodita con una delle rarissime copie esistenti del “grande falso”, il Consiglio d’Egitto.

La lettera dell’abate Vella

La vicenda del falso creato dall’abate maltese ebbe grande risonanza in tutta Europa, e fece nascere una diatriba erudita che si connotò per importanti implicazioni politiche. Come osserva Giuseppe Giarrizzo, la sua opera falsificatrice, con le sue ricadute politiche, rimane “un documento capitale delle idee correnti allora nella cultura siciliana sulla storia dell’isola, sulla genesi del suo diritto pubblico, sul significato storico politico di istituti ed uffici; e come tale merita di essere letta e studiata”.

Il Museo del Risorgimento

La vicenda di Vella, infine, ha ispirato poeti come Giovanni Meli, romanzieri come Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri, e perfino registi cinematografici. Ebbe comunque una ricaduta positiva, riuscendo a stimolare in Sicilia gli studi di orientalistica, fino ad allora del tutto negletti nell’isola, poi elevati al massimo livello scientifico dal palermitano Michele Amari. Una volta scoperta l’impostura, Vella fu arrestato e condannato, il 29 agosto 1796, a 15 anni di prigione da scontare nel Castello a Mare di Palermo. La pena inflitta fu poi commutata in arresti domiciliari, che l’abat trascorse nel casino da lui acquistato a Mezzomorreale, dove rimase fino alla morte.

Il programma del festival Il Genio di Palermo, le schede e gli approfondimenti sono sul sito www.leviedeitesori.com con tutte le info necessarie per partecipare a visite, passeggiate, esperienze.

“Ho scelto il Sud”, tutte le sfide di chi è tornato o rimasto in Sicilia

Si presenta nell’atrio dello Steri di Palermo, il nuovo format delle Vie dei Tesori diventato un network della creatività siciliana. Un viaggio attraverso le storie di chi ha creato progetti innovativi scommettendo sull’Isola. Tra i presenti anche il cantautore Mario Incudine e i tanti protagonisti del progetto

di Redazione

Tantissimi sono andati via, ma tanti sono rimasti e tanti altri tornano, pronti a mettersi in gioco, inventare, costruire, recuperare, facendo tesoro degli anni passati lontano, riversando un bagaglio di esperienza acquisita che germina appena tocca questa terra. Una delle nuove sfide delle Vie dei Tesori, saldamente imperniato sul neonato festival Genio di Palermo costruito con l’Università, è il progetto “Ho scelto il Sud”, un viaggio a tappe nella creatività siciliana attraverso le storie di chi è tornato al Sud o ha deciso di restare con progetti innovativi che a volte dall’Isola si sono irradiati oltre lo Stretto.

Il logo di “Ho Scelto il Sud”

Un progetto che ambisce a diventare presto un vero e proprio network e che sarà presentato giovedì 26 maggio alle 17,30 allo Steri, nel corso di un pomeriggio tra musica e storie (ingresso libero con prenotazione qui), alla presenza del rettore Massimo Midiri e del prorettore con delega alla Terza Missione Maurizio Carta, del presidente della fondazione Le Vie dei Tesori Laura Anello e dei tanti protagonisti di queste storie. Il cantautore Mario Incudine ha già composto quello che prepotentemente è diventato l’inno di questa carovana narrativa, una ballata molto orecchiabile che ovviamente si intitola “Ho scelto il Sud”: sarà lui stesso a cantarla con altri suoi pezzi storici. Il festival del Genio di Palermo proseguirà poi questo weekend e il prossimo con il suo denso programma di visite, passeggiate e esperienze (qui il programma completo).

Pino Cuttaia

Tra i presenti, oltre allo chef pluristellato Pino Cuttaia che dopo anni in Piemonte è voluto ritornare nella sua Licata ed è convinto che “chi vuole gustare la sua cucina, deve venire fin lì”, ecco Simona Sunseri che dopo aver vissuto negli Stati Uniti, è ritornata a Palermo, dove ha creato la community Palermomamme; Salvatore Ducato, web marketing, collabora con Im*media, ma il suo blog “Una storia diversa” è sbocciato durante il lockdown;  Francesco Paolo Belvisi, palermitano, realizza scafi stampati in 3D, e ha ricevuto il Premio Innovazione; il musicista Fabio Rizzo raccoglie tanti altri artisti attorno alla sua casa di produzione Indigo; Vincenzo Longo, tornato  a Palermo, ha aperto, Brothers, un bar “lento” dove ci si può prendere il proprio tempo; il Collettivo “Si resti arrinesci”, cinque giovani siciliani che stanno creando una rete tramite cui non “disperdere cervelli”; Fulvia Carnevale e James Thornill, lei è siciliana, lui inglese e insieme sono Claire Fontaine, collettivo internazionale d’arte contemporanea,  ricercato ovunque.

Salvatore Ducato

C’è poi Toti Di Dio, palermitano di ritorno che ha fondato l’associazione Push che valorizza il cuore del centro storico; Marta Bison, digital marketer che durante il lockdown, con l’amica Giulia Timperi, ha scelto di vivere a Palermo dove insieme hanno fondato Malìa Vibes, blog di narrazioni sulla città; Enrica Arena, catanese, ha creato Orange Fiber, azienda che ricava tessuti dalle bucce d’arancia; Giuseppe Augello, ristoratore di Caltabellotta, oggi coltiva pistacchi e olio di grande qualità oltre a promuovere il suo territorio; Giovanni Gioia, palermitano, ingegnere e imprenditore agricolo, Claudia Rizzo, regista e producer televisiva; Rosario La Placa, coltivatore di cereali e grani antichi con il collega Mauro Calvagna, e Cristina Alga che è l’anima dell’Ecomuseo del Mare. C’è poi Michael Sampson, chef irlandese che fa percorsi culinari con i turisti; l’architetto Silvia Petrucci e Roberto Ragonese, che ha creato la startup Talent players, con cui gestisce uno strumento di sua invenzione, venduto a molte squadre italiane, che, messo al polpaccio dei giocatori, ricava statistiche su tiri, forza e altri parametri medici. Domenico Schillaci, invece, è tornato in Sicilia vincendo un bando ministeriale, e ha creato una startup per muoversi in città in modo ecologico.

Giuliana Trefiletti

Settemila chilometri percorsi, quattro mesi di riprese, duemila ore di filmati, cinquanta video interviste già realizzate, un gruppo di lavoro di dieci professionisti tra segreteria organizzativa, giornalisti, videomaker e tecnici: Ho Scelto il Sud è nato dalle Vie dei Tesori con il supporto di Fondazione con il Sud, e realizzato da Fuoririga. Un tentativo di seminare speranza e colmare un deficit di narrazione su un Sud creativo, produttivo, non assistito, che spesso vive lontano dai riflettori. Tra le storie raccolte ci sono quelle di chi è andato e poi tornato; di chi ha scelto di restare e di chi da fuori è venuto e ha eletto la Sicilia come casa. La troupe di Fuoririga  ha raggiunto borghi, angoli, cittadine, campagne, poderi rustici, picchi di montagna: dalla sontuosa Palermo dove le start up affollano il centro storico, al minuscolo borgo Santa Rita, dieci abitanti e un forno, in provincia di Caltanissetta. Dal centro della Sicilia a Pantelleria che è il territorio italiano più vicino all’Africa. Sono stati utilizzati praticamente tutti mezzi di viaggio possibili, auto, moto, treni, aerei, bus, traghetti e persino cavalli per raggiungere uno degli intervistati che vive in un luogo quasi inaccessibile.

Giuseppe Giacalone Jaka

Impossibile enumerarli tutti: ci sono gli artisti contesi dai musei mondiali e i cuochi stellati che non si vogliono allontanare dal mare, i musicisti che saltano spesso al di là dell’oceano e i produttori di barche in 3D, gli imprenditori leader europei nell’e-commerce e i fautori del turismo esperienziale, gli allevatori di razze in via d’estinzione e i produttori di tessuti ottenuti dagli scarti delle arance, titolari di innovative startup. Sono solo alcuni dei protagonisti delle 50 storie di successo di Ho Scelto il Sud. Storie che ridisegnano la livrea della Sicilia, da isola Gattopardesca a isola del Cambiamento.

LA RICETTA-CUTTAIA

Pino Cuttaia

Fra gli intervistati lo chef pluristellato Pino Cuttaia che racconta della sua scelta di non andare via da Licata “costringendo” anche tanti amanti della sua cucina a spostarsi dal nord per apprezzare piatti che sono esperienze culinarie. “Sono partito a 13 anni da Licata – dice Pino Cuttaia – Ho vissuto più di vent’anni in Piemonte e lì ho carpito il ‘rigore’ nel lavoro, che ho affiancato alla sicilianità, ai profumi e ai sapori della mia isola. E ho deciso di tornare quando ho capito che potevo comunicare il mio territorio attraverso il cibo. Dentro un piatto c’è la cultura di un popolo, un patrimonio  che deve essere difeso. Un po’ di incoscienza, un pizzico di coraggio: lo dico ai giovani, confrontatevi, partite ma poi tornate sempre, siate orgogliosi della nostra Sicilia che è un vero e proprio continente. Io sono figlio di immigrati e non è giusto dover partire per trovare lavoro altrove. Oggi sono un ambasciatore, faccio impresa portando sempre con me le mie radici”.

Da rudere a museo aperto alla città: la nuova vita di Palazzo Sammartino

Consegnato il progetto di restauro della dimora settecentesca del centro storico di Palermo, da anni in abbandono. Ospiterà appartamenti privati, ma anche spazi culturali espositivi all’interno e all’esterno

di Giulio Giallombardo

Macerie e rinascita. Cancellare gli sfregi delle bombe e dell’abbandono che ancora oggi sono lame conficcate nel ventre di Palermo, risanandone le ferite. L’odissea del settecentesco Palazzo Sammartino di via Lungarini si appresta a diventare paradigma e storia di una riqualificazione partecipata. Dopo aste andate a vuoto e manifestazioni di interesse ignorate, una cordata di 18 persone decide di fare squadra, acquistando ciò che resta dello storico edificio di proprietà comunale nel centro storico della città.

Palazzo Sammartino

Adesso è pronto il progetto di restauro, che trasformerà quello che attualmente è un rudere, in un palazzo di tremila metri quadrati con 17 unità immobiliari, ma che diventerà anche un luogo aperto alla città, con uno spazio museale interno, al pianterreno, dedicato alle tradizioni popolari siciliane e un’area esterna destinata a ospitare opere d’arte contemporanea.

La corte di Palazzo Sammartino

Risale a poco prima della pandemia la “fumata bianca” con la proposta di acquisto ricevuta dal Comune, per poco meno di 1,2 milioni di euro, dopo due aste pubbliche ed una trattativa privata con gara che erano andate deserte. Dopo la proposta, non avendo ricevuto altre offerte al rialzo, l’amministrazione comunale ha potuto finalmente procedere con l’alienazione del bene, dichiarato di interesse culturale dalla Soprintendenza di Palermo. Ad acquistare il palazzo, venduto con un ribasso minimo rispetto alla cifra richiesta dal Comune, un gruppo di professionisti, tra cui medici, avvocati, architetti, ricercatori, molti dei quali giovani che hanno deciso di investire nel centro storico. Trascorsi poco più due anni dalla vendita, è stato presentato il progetto di restauro del palazzo al Comune e alla Soprintendenza e dopo il via libera, i lavori – che saranno realizzati usufruendo del sisma bonus – potranno finalmente iniziare, probabilmente già entro la fine di quest’anno.

Il prospetto nel progetto di restauro (studio Ovrll)

Un progetto, per certi versi, visionario, che reinventa quasi interamente il palazzo, gioiello architettonico del Settecento appartenuto alla famiglia Migliaccio di Malvagna e al duca di Montalbo San Martino di Remondetta, che custodiva una sfarzosa sala da ballo dallo stile classicheggiante, oggi andata completamente distrutta, come quasi tutto l’edificio. A immaginare come sarà il “nuovo” Palazzo Sammartino sono stati i professionisti di Ovrll (si legge “overall”) studio associato con sede a Londra e Palermo. Il progetto – realizzato dagli architetti Maria Gabriella Tumminelli, Maria Costanza Gelardi, Giuseppe Gelardi e dall’ingegnere Riccardo Pane – prevede un lavoro di recupero degli elementi di pregio ancora esistenti e di ricostruzione delle parti distrutte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, sempre nel rispetto dei materiali tradizionali e delle cromie originarie.

I locali dell’ex officina

Il palazzo da anni collassa su se stesso. In alcuni ambienti del pianterreno, affacciati su via Lungarini, era stata ricavata addirittura un’autofficina, mentre sembra che il palazzo in passato fosse diventato anche casa a luci rosse. All’esterno la facciata su via Lungarini è ormai del tutto priva del suo intonaco originario. Resistono soltanto il grande balcone settecentesco con la ringhiera a petto d’oca, sorretto da tre mensole in calcarenite, aggredite dall’umidità e dalle infiltrazioni, come buona parte del prospetto. All’interno, la parte posteriore del palazzo non esiste più, le bombe e l’incuria hanno distrutto tutto. Diversi solai non hanno retto e i tetti originari sono crollati, sostituiti da coperture provvisorie in lamiera fatte installare dall’amministrazione comunale, a cui si devono anche alcuni interventi di messa in sicurezza. Dello splendore di un tempo, resta solo la corte interna, il portale con bugne lavorate a spina di pesce e alcuni frammenti degli ornati in stucco di porte e finestre.

 

Ma tra pochi anni, il palazzo rinascerà dalle sue ceneri. “Ci sono ancora elementi significativi che conserveremo – spiega Maria Gabriella Tumminelli – come ad esempio alcuni decori in stucco presenti nella corte che ridisegneremo. Il nostro obiettivo principale è quello di mantenere il più possibile le spazialità dell’edificio settecentesco, soprattutto nel piano nobile. L’idea è quella di progettare partendo dalla conoscenza del manufatto così come era, per reinterpretarlo in chiave contemporanea, ma utilizzando materiali che appartengono alla nostra storia”.

Camino in una delle sale del piano nobile

Sarà uno spazio in cui sfera privata e fruizione pubblica convivranno insieme. Perché, se al primo e secondo piano saranno ricavati gli appartamenti, il pianterreno ospiterà uno spazio museale dedicato alle tradizioni popolari siciliane, gestito dall’associazione Tan Panormi. Nei locali dove si trovava la cavallerizza del palazzo sarà esposta una collezione di carretti siciliani storici di Ottocento e Novecento, ma ci sarà spazio anche per una biblioteca tematica e per una stanza immersiva, dove riecheggeranno canti e suoni della tradizione.

Il progetto di riqualificazione dello spazio espositivo all’esterno (studio Ovrll)

Una vera e propria galleria museale a cui si aggiungerà un altro spazio culturale nella parte esterna. I bombardamenti hanno lasciato a vista tracce di vita domestica in quello che un tempo era un edificio adiacente alla parte posteriore del palazzo, dove ancora sono visibili tracce di un camino e gli intonaci interni. “Oggi si presenta come uno spazio non definito, – aggiunge Giuseppe Gelardi – noi abbiamo pensato di liberare l’area facendone una piccola piazza da destinare a opere d’arte contemporanea. Uno spazio aperto alla città dove poter allestire mostre, incontri e, perché no, anche una biennale d’arte. A volte è lo stesso sito che ci suggerisce quale è la migliore destinazione, basta drizzare le antenne e accogliere questi segnali che la città ci manda”. Inoltre, l’idea dei progettisti, in accordo con i proprietari, è di aprire il cantiere di restauro alla città, con visite aperte a studenti, cittadini e turisti, nel rispetto delle norme di sicurezza.

Vicolo Di Blasi

Ma il recupero di Palazzo Sammartino, consentirebbe anche la riapertura di vicolo Di Blasi, sul fronte laterale accanto a Palazzo Rostagno, sede dell’Avvocatura comunale. Una piccola stradina, attualmente chiusa da un cancello, e più in fondo da un muro, che diventerà un attraversamento pedonale collegato allo spazio culturale esterno. “È un luogo molto affascinante – sottolinea Riccardo Pane – su questo fronte, attraverso i segni ancora presenti sulle mura, si possono ancora leggere le vicende storiche del palazzo, dal Medioevo ai nostri giorni. Vorremmo mantenere in vista il paramento murario in calcarenite e valorizzare gli elementi di pregio, come una porzione di muratura con un arco di origine medievale tuttora leggibile”.

Porzione crollata del palazzo

A valorizzare forme e rilievi delle ore serali e notturne – secondo l’idea dei progettisti – sarà una speciale illuminazione sul prospetto principale su via Lungarini e su quello laterale in vicolo Di Blasi, realizzata con la consulenza dell’architetto Francesco Pitruzzella. La facciata del palazzo sarà illuminata con una “luce in transizione”, che cambierà con il passare delle ore. Il progetto prevede l’utilizzo di apparecchi di illuminazione per esterni realizzati in policarbonato trasparente con trattamento per raggi ultravioletti e che saranno regolati da un sistema integrato di gestione elettronica. “I tre stadi, luce del tramonto, luce della luna e luce dell’alba, – spiegano i progettisti – simulano idealmente la luce naturale come se essa attraversasse i confini fisici dell’involucro edilizio per manifestarsi attraverso le bucature delle finestre, la forza della luce coincide con l’approssimarsi al suo spegnersi. In questo confine tra luminosità e oscurità prende forma l’architettura. Si ragiona per positivo e negativo: l’ombra è il vuoto e il pieno della luce”.

(Foto Giulio Giallombardo)

Le Vie dei Tesori News

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