Quel design nato dal calore del Sud

Francesca Gattello, veronese, si è trasferita a Palermo dove ha creato, ai cantieri Culturali della Zisa, uno spazio di coworking speciale, dedicato agli artigiani del mondo

di Chiara Dino

“Qui mi danno tutti del lei e mi chiamano signora”. Sorride incredula Francesca Gattello, 31 anni, veronese. Si è trasferita a Palermo da pochi mesi col suo compagno, richiamata da quel melting pot di culture che è la città. “Ma su al Nord ti danno tutti del tu”. Dettagli apparenti che fanno la differenza.

“Ho fatto due esperienze all’estero, in Olanda e in Francia, ho imparato tante cose, ma sentivo che mi mancavano due componenti fondamentali: la cura nella costruzione dei rapporti umani, che passa forse da quel ‘lei’ e dal calore del Sud, e la complessità, perché la mia città ne è avara”. Che vuol dire miscuglio di razze e quindi punti di vista diversi sulla vita e sul mondo. Così, arrivata qui, con la società sua e del compagno Francesco – si chiama Marginal Studio e ha sempre realizzato prodotti di design – ha deciso di applicare la sua esperienza per creare ai cantieri Culturali della Zisa uno spazio di coworking speciale dedicato agli artigiani del mondo. Locali e migranti, insieme, per scambiarsi esperienze, conoscersi, dare vita, sicuramente, a qualcosa di nuovo, come accade sempre quando si incontrano e fondono saperi diversi.

“La Sicilia – dice con entusiasmo bambino – è una miniera di possibilità e risorse. Un luogo e insieme tanti luoghi, puoi lavorare su più piani tenendo conto di mille stimoli. Luoghi simili ce ne sono pochi”. Adesso il suo progetto è in divenire. Lei, intanto, collabora con vari soggetti, perfeziona il coworking, organizza momenti di formazione, e ha preso casa niente meno che al Capo. Nel centro del centro di Palermo. Un luogo che, più identitario di questo guazzabuglio di cose che le piacciono tanto, non potrebbe essere.

“Una scelta, la mia e quella di Francesco, fatta con cognizione di causa. Volevamo vivere il centro storico perché è qui che c’è quel non so che che rende speciale Palermo”. Il suo, per il momento, non sembra un innamoramento passeggero. “A Palermo mi piacerebbe vivere anche nei prossimi anni”, conclude. In questo guazzabuglio di cibi e lingue.

Francesca Gattello, veronese, si è trasferita a Palermo dove ha creato, ai cantieri Culturali della Zisa, uno spazio di coworking speciale, dedicato agli artigiani del mondo

di Chiara Dino

“Qui mi danno tutti del lei e mi chiamano signora”. Sorride incredula Francesca Gattello, 31 anni, veronese. Si è trasferita a Palermo da pochi mesi col suo compagno, richiamata da quel melting pot di culture che è la città. “Ma su al Nord ti danno tutti del tu”. Dettagli apparenti che fanno la differenza.

“Ho fatto due esperienze all’estero, in Olanda e in Francia, ho imparato tante cose, ma sentivo che mi mancavano due componenti fondamentali: la cura nella costruzione dei rapporti umani, che passa forse da quel ‘lei’ e dal calore del Sud, e la complessità, perché la mia città ne è avara”. Che vuol dire miscuglio di razze e quindi punti di vista diversi sulla vita e sul mondo. Così, arrivata qui, con la società sua e del compagno Francesco – si chiama Marginal Studio e ha sempre realizzato prodotti di design – ha deciso di applicare la sua esperienza per creare ai cantieri Culturali della Zisa uno spazio di coworking speciale dedicato agli artigiani del mondo. Locali e migranti, insieme, per scambiarsi esperienze, conoscersi, dare vita, sicuramente, a qualcosa di nuovo, come accade sempre quando si incontrano e fondono saperi diversi.

“La Sicilia – dice con entusiasmo bambino – è una miniera di possibilità e risorse. Un luogo e insieme tanti luoghi, puoi lavorare su più piani tenendo conto di mille stimoli. Luoghi simili ce ne sono pochi”. Adesso il suo progetto è in divenire. Lei, intanto, collabora con vari soggetti, perfeziona il coworking, organizza momenti di formazione, e ha preso casa niente meno che al Capo. Nel centro del centro di Palermo. Un luogo che, più identitario di questo guazzabuglio di cose che le piacciono tanto, non potrebbe essere.

“Una scelta, la mia e quella di Francesco, fatta con cognizione di causa. Volevamo vivere il centro storico perché è qui che c’è quel non so che che rende speciale Palermo”. Il suo, per il momento, non sembra un innamoramento passeggero. “A Palermo mi piacerebbe vivere anche nei prossimi anni”, conclude. In questo guazzabuglio di cibi e lingue.

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Dalla Romagna alla Sicilia via New York

Talvolta può essere tortuoso il tragitto che compiono le persone, come quello di Stefania Galegati e della sua famiglia. “I palermitani? Gentili, mi danno del lei”

di Chiara Dino

A volte le cose vanno viste con occhiali diversi. Un po’ come ha fatto Stefania Galegati che è arrivata a Palermo nel 2008, lei nata in Romagna e vagabonda per anni tra  Berlino e New York, e qui è rimasta con Darrel, il marito conosciuto a New York, e i due figli, Nina e Caito di 10 e 9 anni. Lei, dunque, è giunta a Palermo e ci racconta: “Quello che mi ha colpito in maniera immediata era che mancava di tutto”.

Può sembrare tutt’altro che un complimento, ma lei intendeva dire una cosa diversa. “Palermo per me era terra vergine, qui si poteva costruire e inventarsi una vita, cosa che a New York dove c’è tutto, sarebbe stato ben più difficile”. Così lei, che è un’artista di qualità – lavora con la pittura ma anche con la fotografia e gli interventi di arte ambientale – e Darrel, che da sempre si occupa di musica, organizza festival preferibilmente jazz, e lavora sulla produzione, hanno aperto in via San Basilio, a due passi da piazza Massimo, il Caffè Internazionale, esperienza ormai conclusa anche se alcuni “figli” nati lì, come la Summer school di arte, proseguono,

“Un posto – per dirla con le sue parole – dove le consumazioni servivano a finanziare il nostro progetto culturale e artistico: una mostra ogni quindici giorni, ma ogni tanto durano anche di più e qualche volta riesco pure a vender qualcosa, e concerti la sera”. Non è stato facile.Ma non si sono arresi. E adesso puntano a nuovo progetti, magari che sl centro storico della città li faccia spostare in campagna.

“In ogni caso – dice Stefania –, la fatica è ampiamente ripagata dalla natura gentile dei palermitani. Accoglienti e simpatici. E non solo: qui in centro storico c’è una compresenza di stratificazioni sociali diverse che convivono con maggiore apertura che in altre parti almeno d’Italia. Per dire: l’avvocato e quello che va con la moto Ape a vendere per strada magari non escono insieme ma l’uno compra dall’altro e viceversa l’altro magari difende il più debole, se serve anche in Tribunale”. Una coesistenza che Stefania ha riscontrato anche nelle scuole dei figli: ricchi e poveri fanno banda comune.

Nella foto di Alla Rizzo, da sinistra Darrell Shines, Caito Shines, Stefania Galegati e Nina Shines

Talvolta può essere tortuoso il tragitto che compiono le persone, come quello di Stefania Galegati e della sua famiglia. “I palermitani? Gentili, mi danno del lei”

di Chiara Dino

A volte le cose vanno viste con occhiali diversi. Un po’ come ha fatto Stefania Galegati che è arrivata a Palermo nel 2008, lei nata in Romagna e vagabonda per anni tra  Berlino e New York, e qui è rimasta con Darrel, il marito conosciuto a New York, e i due figli, Nina e Caito di 10 e 9 anni. Lei, dunque, è giunta a Palermo e ci racconta: “Quello che mi ha colpito in maniera immediata era che mancava di tutto”.

Può sembrare tutt’altro che un complimento, ma lei intendeva dire una cosa diversa. “Palermo per me era terra vergine, qui si poteva costruire e inventarsi una vita, cosa che a New York dove c’è tutto, sarebbe stato ben più difficile”. Così lei, che è un’artista di qualità – lavora con la pittura ma anche con la fotografia e gli interventi di arte ambientale – e Darrel, che da sempre si occupa di musica, organizza festival preferibilmente jazz, e lavora sulla produzione, hanno aperto in via San Basilio, a due passi da piazza Massimo, il Caffè Internazionale, esperienza ormai conclusa anche se alcuni “figli” nati lì, come la Summer school di arte, proseguono,

“Un posto – per dirla con le sue parole – dove le consumazioni servivano a finanziare il nostro progetto culturale e artistico: una mostra ogni quindici giorni, ma ogni tanto durano anche di più e qualche volta riesco pure a vender qualcosa, e concerti la sera”. Non è stato facile.Ma non si sono arresi. E adesso puntano a nuovo progetti, magari che sl centro storico della città li faccia spostare in campagna.

“In ogni caso – dice Stefania –, la fatica è ampiamente ripagata dalla natura gentile dei palermitani. Accoglienti e simpatici. E non solo: qui in centro storico c’è una compresenza di stratificazioni sociali diverse che convivono con maggiore apertura che in altre parti almeno d’Italia. Per dire: l’avvocato e quello che va con la moto Ape a vendere per strada magari non escono insieme ma l’uno compra dall’altro e viceversa l’altro magari difende il più debole, se serve anche in Tribunale”. Una coesistenza che Stefania ha riscontrato anche nelle scuole dei figli: ricchi e poveri fanno banda comune.

Nella foto di Alla Rizzo, da sinistra Darrell Shines, Caito Shines, Stefania Galegati e Nina Shines

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La sfida di Lorenzo Calamia, mecenate di artisti e creativi

Nato a Mazara del Vallo, dopo aver girato l’Europa, ha scelto di tornare in Sicilia. Ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer

di Chiara Dino

La prima volta che è andato via dalla Sicilia ha scelto Barcellona. Era poco più che un ragazzo Lorenzo Calamia, 37 anni trascorsi un po’ qui è un po’ lì (nato a Mazara del Vallo, oltre che in Spagna è stato a Berlino, poi Roma e ora Palermo) e aveva nel cuore una voglia di fuga che lo ha tenuto fuori per quasi dieci anni. Laurea in Architettura, sensibilità artistica quasi genetica – è nipote di Pietro Consagra alla cui opera a Gibellina ha dedicato le sue prime ricerche – ora Lorenzo è tornato alla base e ha scelto la Vucciria di Palermo per “portare nella città dove per ora tutto è possibile quello che ho imparato stando fuori”.

Ovviamente nel campo dell’arte. Lorenzo, professione amico e sodale degli artisti – da Mimmo Paladino a Carla Accardi – ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer, cosa che ha appreso, oltre che in Germania, lavorando tanti anni alla romana Fondazione Volume. “Adesso – racconta – mi sono intestato il compito di portare a vivere a Palermo il maggior numero di artisti contemporanei, molti dei quali ho conosciuto quando, come tanti giovani della mia generazione, affittai un piccolo studio a Berlino nel Mitte e mi inabissai in un mondo creativo che allora in Germania esplodeva”.

Un po’ come, secondo lui, sta accadendo di questi tempi a Palermo. Da quando è tornato, poco meno di due anni, ha già organizzato due mostre. Una, allo Zac, interamente dedicata a Thomas Lange e “alla sua arte fatta di strati di materia e colore su cui sono evidenti dei graffiti come fossero i graffi che da secoli hanno segnato i palazzi della nostra Palermo” osserva, un’altra, durante la scorsa edizione de Le Vie dei Tesori, nella Casa-Spazio alla Vucciria dove vive con lo stilista Marco Russotto. In quell’occasione ogni stanza della sua abitazione era dedicata a un progetto espositivo diverso. Una ospitava i lavori dedicati a Federico II dello stesso Lange, un’altra le fotografie della bolognese Laura Daddabbo, un’altra i paesaggi australiani di Fabrice De Nola, un’altra ancora quelli kenioti di Arcangelo. Cinque non siciliani portati nel cuore della sua Sicilia. Una tappa della sua mission: “Fare di questa terra il luogo dei creativi. Una sfida possibile in una terra come questa che rifiuta ogni conformismo anche estetico e che oggi ha un’energia senza ha pari”.

Foto Laura Daddabbo 

Nato a Mazara del Vallo, dopo aver girato l’Europa, ha scelto di tornare in Sicilia. Ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer

di Chiara Dino

La prima volta che è andato via dalla Sicilia ha scelto Barcellona. Era poco più che un ragazzo Lorenzo Calamia, 37 anni trascorsi un po’ qui è un po’ lì (nato a Mazara del Vallo, oltre che in Spagna è stato a Berlino, poi Roma e ora Palermo) e aveva nel cuore una voglia di fuga che lo ha tenuto fuori per quasi dieci anni. Laurea in Architettura, sensibilità artistica quasi genetica – è nipote di Pietro Consagra alla cui opera a Gibellina ha dedicato le sue prime ricerche – ora Lorenzo è tornato alla base e ha scelto la Vucciria di Palermo per “portare nella città dove per ora tutto è possibile quello che ho imparato stando fuori”.

Ovviamente nel campo dell’arte. Lorenzo, professione amico e sodale degli artisti – da Mimmo Paladino a Carla Accardi – ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer, cosa che ha appreso, oltre che in Germania, lavorando tanti anni alla romana Fondazione Volume. “Adesso – racconta – mi sono intestato il compito di portare a vivere a Palermo il maggior numero di artisti contemporanei, molti dei quali ho conosciuto quando, come tanti giovani della mia generazione, affittai un piccolo studio a Berlino nel Mitte e mi inabissai in un mondo creativo che allora in Germania esplodeva”.

Un po’ come, secondo lui, sta accadendo di questi tempi a Palermo. Da quando è tornato, poco meno di due anni, ha già organizzato due mostre. Una, allo Zac, interamente dedicata a Thomas Lange e “alla sua arte fatta di strati di materia e colore su cui sono evidenti dei graffiti come fossero i graffi che da secoli hanno segnato i palazzi della nostra Palermo” osserva, un’altra, durante la scorsa edizione de Le Vie dei Tesori, nella Casa-Spazio alla Vucciria dove vive con lo stilista Marco Russotto. In quell’occasione ogni stanza della sua abitazione era dedicata a un progetto espositivo diverso. Una ospitava i lavori dedicati a Federico II dello stesso Lange, un’altra le fotografie della bolognese Laura Daddabbo, un’altra i paesaggi australiani di Fabrice De Nola, un’altra ancora quelli kenioti di Arcangelo. Cinque non siciliani portati nel cuore della sua Sicilia. Una tappa della sua mission: “Fare di questa terra il luogo dei creativi. Una sfida possibile in una terra come questa che rifiuta ogni conformismo anche estetico e che oggi ha un’energia senza ha pari”.

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Renata Hausmann: il mio viaggio a ritroso a Palermo

Mentre tanti siciliani si spostavano su Roma per fare carriera, lei, come i salmoni, è scesa giù, un po’ per caso, un po’ per la sua voglia di fare, e poi si è innamorata. In tutti i sensi

di Chiara Dino

Il viaggio a ritroso lei lo ha fatto 24 anni fa. Mentre tanti palermitani si spostavano su Roma per fare carriera, lei, come i salmoni, è scesa giù, un po’ per caso, un po’ per la sua voglia di fare, e poi si è innamorata. In tutti i sensi della città e del marito, Giuseppe Tortorici, di mestiere antiquario. Renata Hausmann, classe 1967, racconta la sua storia con una leggerezza invidiabile. Non ci sono strappi violenti, non ci sono rimpianti, nella scelta che porta avanti con serenità e convinzione. “La mia famiglia d’origine è a Roma – racconta – ma li vedo spesso. Uno dei miei figli, poi, ora ha deciso di studiare nella mia città e dunque le occasioni per tornare si sono fatte anche più numerose”.

Palermo l’ha scelta in quattro mesi. Anzi no, quattro mesi più quattro anni. “Da ragazza- ricorda – mentre studiavo per laurearmi in Scienze politiche, lavoravo: un po’ con mia madre che aveva aperto a Roma nell’86 Simolandia, la prima agenzia che organizzava feste per bambini in Italia, e un po’ come hostess in vari convegni”. La svolta è arrivata per i Mondiali di Italia ’90. L’azienda per cui lavorava aveva vinto l’appalto per la gestione delle fiere dei prodotti tipici durante i mondiali. Renata viene inviata a gestire quella di stanza a Palermo, al Giardino Inglese, e qui conosce una città che si preparava a vivere i suoi anni più bui, quelli delle stragi del ’92, e poi quelli della rinascita, dopo il clamore degli omicidi Borsellino e Falcone, quando si annunciava la Primavera.

Durante quei quattro mesi lavora sodo, conosce Ferruccio Barbera e il team di Pubilla e stringe un sodalizio con loro. E soprattutto incontra il suo futuro marito. Si innamora, ma allo scadere del contratto torna a Roma. “Mi sono laureata a casa mia – aggiunge – poi dopo quattro anni a fare su e giù io e Giuseppe abbiamo deciso di sposarci”. E a questo punto la scelta di venire a Palermo è obbligata. Anzi no, naturale. “Oggi vivo all’Addaura, dove sono cresciuti i miei tre figli – li ho mandati qui vicino, a Mondello, anche alle scuole elementari e alle medie – e anche qui ho continuato a fare il lavoro che mi diverte di più. Divertire i bambini”. Simolandia nel frattempo è nata anche a Palermo.

Renata Hausmann: il mio viaggio a ritroso a Palermo

di Chiara Dino

Il viaggio a ritroso lei lo ha fatto 24 anni fa. Mentre tanti palermitani si spostavano su Roma per fare carriera, lei, come i salmoni, è scesa giù, un po’ per caso, un po’ per la sua voglia di fare, e poi si è innamorata. In tutti i sensi della città e del marito, Giuseppe Tortorici, di mestiere antiquario. Renata Hausmann, classe 1967, racconta la sua storia con una leggerezza invidiabile. Non ci sono strappi violenti, non ci sono rimpianti, nella scelta che porta avanti con serenità e convinzione. “La mia famiglia d’origine è a Roma – racconta – ma li vedo spesso. Uno dei miei figli, poi, ora ha deciso di studiare nella mia città e dunque le occasioni per tornare si sono fatte anche più numerose”.

Palermo l’ha scelta in quattro mesi. Anzi no, quattro mesi più quattro anni. “Da ragazza- ricorda – mentre studiavo per laurearmi in Scienze politiche, lavoravo: un po’ con mia madre che aveva aperto a Roma nell’86 Simolandia, la prima agenzia che organizzava feste per bambini in Italia, e un po’ come hostess in vari convegni”. La svolta è arrivata per i Mondiali di Italia ’90. L’azienda per cui lavorava aveva vinto l’appalto per la gestione delle fiere dei prodotti tipici durante i mondiali. Renata viene inviata a gestire quella di stanza a Palermo, al Giardino Inglese, e qui conosce una città che si preparava a vivere i suoi anni più bui, quelli delle stragi del ’92, e poi quelli della rinascita, dopo il clamore degli omicidi Borsellino e Falcone, quando si annunciava la Primavera.

Durante quei quattro mesi lavora sodo, conosce Ferruccio Barbera e il team di Pubilla e stringe un sodalizio con loro. E soprattutto incontra il suo futuro marito. Si innamora, ma allo scadere del contratto torna a Roma. “Mi sono laureata a casa mia – aggiunge – poi dopo quattro anni a fare su e giù io e Giuseppe abbiamo deciso di sposarci”. E a questo punto la scelta di venire a Palermo è obbligata. Anzi no, naturale. “Oggi vivo all’Addaura, dove sono cresciuti i miei tre figli – li ho mandati qui vicino, a Mondello, anche alle scuole elementari e alle medie – e anche qui ho continuato a fare il lavoro che mi diverte di più. Divertire i bambini”. Simolandia nel frattempo è nata anche a Palermo.

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Nicolò Stabile: il centro del mondo? Gibellina

Intellettuale eclettico, produttore teatrale, per undici anni ha girato l’Europa lavorando anche con Thierry Salmon, poi è tornato nella sua martoriata 

di Chiara Dino

L’incipit è dolce: “Invecchiare è sempre un privilegio” dice Nicolò Stabile. Non che sia vecchio, ha 52 anni, ma ha vissuto come un gatto, tante vite. Via dalla Sicilia nel 1989, di nuovo in Sicilia nel 2000. Una Sicilia che è mondo: Gibellina, cuore del terremoto in Belìce del’68 e dunque cuore di un progetto visionario: quello di Ludovico Corrao, geniale e controverso sindaco (dal 1970 al 1994) della città del Cretto di Burri, delle Orestiadi e di decine di progetti culturali. Precisare i luoghi dei suoi natali non è un dettaglio secondario, perché tutta la vita di Nicolò, compresa la scelta di lasciare la Sicilia ma in fondo di non lasciarla mai, si spiega con queste parole: “Sono nato nella città del terremoto, ho vissuto l’esperienza delle baracche e il sogno di Corrao. E oggi sono tornato qui per cercare di dare compimento a quel sogno”.

Nel cinquantesimo dal terremoto, con un piano di restauro del Cretto in corso, Nicolò fa base a Gibellina da dove ha mobilitato un gruppo di intellettuali, da Bob Wilson a Renzo Piano, perché la sua città dia pienezza all’intento primigenio di Burri: che quell’opera – un sudario di cemento steso sui ruderi, ispirato al sistema viario e urbanistico della città distrutta – immaginava dovesse interagire con la gente. “Sto lavorando perché ogni anno la popolazione del mio paese si occupi della manutenzione del Cretto, imbiancandolo, puntellandolo.

Un lavoro di riappropriazione della memoria, un modo di elaborare quel lutto in cui credo molto”. Negli undici anni in cui è stato via Nicolò ha in fondo preparato tutto ciò: è stato prima a Roma “per studiare arte contemporanea”. Poi a Bruxelles: “Un ritorno dopo l’Erasmus che si è prolungato per anni durante i quali ho lavorato come traduttore, promotore anche in Italia di “Anversa capitale della Cultura”, produttore anche di Thierry Salmon che avevo incontrato a Gibellina nell’88 per “Le Troiane”. Con Thierry ho lavorato sino alla sua morte, abbiamo anche portato il suo lavoro ai cantieri della Zisa a Palermo, aprendo il primo capannone del comprensorio. Poi c’è stato il rientro a Gibellina, da dove facevo il produttore per altri artisti, quindi il rientro in Italia”. Parentesi romana da 2006 al 2010 e quindi di nuovo a Gibellina dove lavora sul Cretto ma non solo: “Sto facendo una ricerca sulla Sicilia occidentale”. Diventerà un atlante di quel territorio bellissimo.

Foto Olivier Metzger

Nicolò Stabile: il centro del mondo? Gibellina

di Chiara Dino

L’incipit è dolce: “Invecchiare è sempre un privilegio” dice Nicolò Stabile. Non che sia vecchio, ha 52 anni, ma ha vissuto come un gatto, tante vite. Via dalla Sicilia nel 1989, di nuovo in Sicilia nel 2000. Una Sicilia che è mondo: Gibellina, cuore del terremoto in Belìce del’68 e dunque cuore di un progetto visionario: quello di Ludovico Corrao, geniale e controverso sindaco (dal 1970 al 1994) della città del Cretto di Burri, delle Orestiadi e di decine di progetti culturali. Precisare i luoghi dei suoi natali non è un dettaglio secondario, perché tutta la vita di Nicolò, compresa la scelta di lasciare la Sicilia ma in fondo di non lasciarla mai, si spiega con queste parole: “Sono nato nella città del terremoto, ho vissuto l’esperienza delle baracche e il sogno di Corrao. E oggi sono tornato qui per cercare di dare compimento a quel sogno”.

Nel cinquantesimo dal terremoto, con un piano di restauro del Cretto in corso, Nicolò fa base a Gibellina da dove ha mobilitato un gruppo di intellettuali, da Bob Wilson a Renzo Piano, perché la sua città dia pienezza all’intento primigenio di Burri: che quell’opera – un sudario di cemento steso sui ruderi, ispirato al sistema viario e urbanistico della città distrutta – immaginava dovesse interagire con la gente. “Sto lavorando perché ogni anno la popolazione del mio paese si occupi della manutenzione del Cretto, imbiancandolo, puntellandolo.

Un lavoro di riappropriazione della memoria, un modo di elaborare quel lutto in cui credo molto”. Negli undici anni in cui è stato via Nicolò ha in fondo preparato tutto ciò: è stato prima a Roma “per studiare arte contemporanea”. Poi a Bruxelles: “Un ritorno dopo l’Erasmus che si è prolungato per anni durante i quali ho lavorato come traduttore, promotore anche in Italia di “Anversa capitale della Cultura”, produttore anche di Thierry Salmon che avevo incontrato a Gibellina nell’88 per “Le Troiane”. Con Thierry ho lavorato sino alla sua morte, abbiamo anche portato il suo lavoro ai cantieri della Zisa a Palermo, aprendo il primo capannone del comprensorio. Poi c’è stato il rientro a Gibellina, da dove facevo il produttore per altri artisti, quindi il rientro in Italia”. Parentesi romana da 2006 al 2010 e quindi di nuovo a Gibellina dove lavora sul Cretto ma non solo: “Sto facendo una ricerca sulla Sicilia occidentale”. Diventerà un atlante di quel territorio bellissimo.

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Un ritorno a regola d’arte

Dal Palermo al Louvre e ritorno a Palermo a caccia di un tesoro di arte: la storia di Claudio Gulli

di Chiara Dino

Laurea a Siena, dottorato alla Normale di Pisa, un’incursione in America e tirocinio al Louvre di Parigi: Claudio Gulli non immaginava che i suoi studi sul Medioevo e il Rinascimento lo avrebbero riportato in Sicilia. Sulle tracce di una collezione che si intreccia con le sue prime scoperte

A portarlo su e giù da Palermo sono stati i tratti morbidi delle Madonne di Andrea del Brescianino, “un artista che fa pensare a Raffaello e Andrea del Sarto”. Questa storia fatta di stratificazioni di esperienze e di culture la racconta Claudio Gulli, palermitano con solidi studi in Storia dell’Arte a Siena e dottorato alla Normale di Pisa che adesso è tornato a Palermo, a 31 anni, dopo aver fatto anche due esperienze di lavoro, “fondamentali” al Louvre di Parigi.  Non rinnega niente, anzi spiega: “Studiare fuori mi ha consentito di accorgermi di quale cava di tesori sia Palermo. Da un punto di vista ravvicinato non l’avrei messo a fuoco”. Claudio parte dalla sua città nel 2005: “Ho scelto l’università di Siena perché era la migliore in Storia dell’Arte”. Al secondo anno vince una borsa di studio per trascorrere qualche mese in New Jersey e da lì va più e più volte a New York per una maratona di musei. “In quel periodo pensavo di specializzarmi in arte contemporanea”. Poi virerà sul Medio-Evo e sul Rinascimento. “Sempre a Siena, grazie al mio maestro, Alessandro Bagnoli, ottengo la possibilità di fare un tirocinio al Louvre”.

Ed è un tirocinio che gli cambia la vita: scrive un saggio sul San Giovanni Battista di Leonardo ma soprattutto partecipa agli studi per il restauro dello splendido olio che raffigura Sant’Anna, la Vergine e il bambino con l’agnellino che sono tra le opere leonardiane più importanti del museo parigino. È qui che s’imbatte in un’opera di Andrea del Brescianino che arriva dal Prado ed è qui che l’ex direttore del Louvre Michel Laclotte gli instilla una curiosità. “Ma cosa ne sai della collezione Bordonaro a Palermo” gli dice? È allora, anche se lui ancora non lo sa, che inizia il suo viaggio a ritroso. Starà ancora qualche anno a studiare tra le biblioteche di Firenze e di Monaco, ma è a Palermo che torna e contatta Andrea Bordonaro il quale gli offre la possibilità di studiare la collezione di famiglia dove – ha scoperto nel frattempo –  è contenuta anche un’opera di Andrea del Brescianino. Ed è sempre da qui che la sua strada si incrocia con quella di Massimo Valsecchi, il grande collezionista che decide di investire su Palermo, acquistare Palazzo Butera e trasformarlo in un centro d’arte e cultura.

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Dal Palermo al Louvre e ritorno a Palermo a caccia di un tesoro di arte: la storia di Claudio Gulli

di Chiara Dino

Laurea a Siena, dottorato alla Normale di Pisa, un’incursione in America e tirocinio al Louvre di Parigi: Claudio Gulli non immaginava che i suoi studi sul Medioevo e il Rinascimento lo avrebbero riportato in Sicilia. Sulle tracce di una collezione che si intreccia con le sue prime scoperte

A portarlo su e giù da Palermo sono stati i tratti morbidi delle Madonne di Andrea del Brescianino, “un artista che fa pensare a Raffaello e Andrea del Sarto”. Questa storia fatta di stratificazioni di esperienze e di culture la racconta Claudio Gulli, palermitano con solidi studi in Storia dell’Arte a Siena e dottorato alla Normale di Pisa che adesso è tornato a Palermo, a 31 anni, dopo aver fatto anche due esperienze di lavoro, “fondamentali” al Louvre di Parigi.  Non rinnega niente, anzi spiega: “Studiare fuori mi ha consentito di accorgermi di quale cava di tesori sia Palermo. Da un punto di vista ravvicinato non l’avrei messo a fuoco”. Claudio parte dalla sua città nel 2005: “Ho scelto l’università di Siena perché era la migliore in Storia dell’Arte”. Al secondo anno vince una borsa di studio per trascorrere qualche mese in New Jersey e da lì va più e più volte a New York per una maratona di musei. “In quel periodo pensavo di specializzarmi in arte contemporanea”. Poi virerà sul Medio-Evo e sul Rinascimento. “Sempre a Siena, grazie al mio maestro, Alessandro Bagnoli, ottengo la possibilità di fare un tirocinio al Louvre”.

Ed è un tirocinio che gli cambia la vita: scrive un saggio sul San Giovanni Battista di Leonardo ma soprattutto partecipa agli studi per il restauro dello splendido olio che raffigura Sant’Anna, la Vergine e il bambino con l’agnellino che sono tra le opere leonardiane più importanti del museo parigino. È qui che s’imbatte in un’opera di Andrea del Brescianino che arriva dal Prado ed è qui che l’ex direttore del Louvre Michel Laclotte gli instilla una curiosità. “Ma cosa ne sai della collezione Bordonaro a Palermo” gli dice? È allora, anche se lui ancora non lo sa, che inizia il suo viaggio a ritroso. Starà ancora qualche anno a studiare tra le biblioteche di Firenze e di Monaco, ma è a Palermo che torna e contatta Andrea Bordonaro il quale gli offre la possibilità di studiare la collezione di famiglia dove – ha scoperto nel frattempo –  è contenuta anche un’opera di Andrea del Brescianino. Ed è sempre da qui che la sua strada si incrocia con quella di Massimo Valsecchi, il grande collezionista che decide di investire su Palermo, acquistare Palazzo Butera e trasformarlo in un centro d’arte e cultura.

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La Sicilia? Ve la cucina un milanese

Da giornalista a chef, la sfida di Diego Landi

di Chiara Dino

Ha scelto di reinventarsi una nuova vita sulle montagne delle Madonie, dopo una vita di impegno politico e nella carta stampata. Per ripartire dal cibo e dai bisogni primari della gente

La vita nuova di Diego Landi è iniziata 7 anni fa a Petralia Soprana, anzi a Cipampini, frazione di un paese arroccato sulle montagne della Madonie. 70 anni, milanese, la sua parabola è emblematica perché racconta quella,  politica, di vecchi quadri del vecchio Pci che negli anni hanno virato su una scelta dal sapore individuale. Oggi fa lo chef nella sua Locanda di Calì: “Cerco antiche ricette del territorio e le propongo ai miei ospiti – racconta – ho iniziato questa avventura con la mia nuova compagna, conosciuta quando anni fa mi avevano chiamato a Palermo per dirigere L’Ora, allora si parlava di far rinascere quella testata. Poi non se ne fece più niente e per qualche tempo ho diretto Il Mediterraneo”. E qui occorre fare un passo indietro. Landi nella vita precedente era un giornalista. “Ho iniziato alla fine degli anni ’60. Nei primi anni ’70 ero capo redattore all’Unità a Bologna.  Erano incarichi politici. E di fatto a quei tempi ero qualcosa a metà tra un giornalista e un dirigente del partito. Poi sappiamo com’è andata a finire. Dopo la morte di Berlinguer e la fine del Pci, dopo i cambiamenti dell’89 e Tangentopoli, quel tipo di impegno politico non aveva più senso. L’Italia virava verso un tessuto sociale che dimenticava la dialettica accesa tra tute blu e tute bianche e diventava un indistinto coacervo di partite Iva e di individui”. È a questo punto che l’ex giornalista diventa consulente di un mucchio di multinazionali. Dalla Procter and Gamble alla Saatchi and Saatchi. Fa marketing, pubblicità, comunicazione. Al giornalismo tornerà anni dopo, per dirigere il Mediterraneo, prima, e L’Indipendente dopo. “Ho aspettato di andare in pensione con uno stipendio alto – ci racconta –  a quel punto ho scelto di ritirarmi tra queste montagne”. Via dalla pazza folla, è ripartito dal cibo, dai bisogni primari della gente, ma con un tocco più ricercato. E soprattutto dai suoi di bisogni. “Vivere altrove, divertirmi. Cucinare. In fondo non c’è tanta differenza tra il fare la cucina di un giornale – viene definito così in gergo il lavoro di chi impagina, pensa, dirige una testata – e stare in una cucina vera”. Ha avuto fiuto. Anche il ministero della Cultura, questo 2018, lo dedicherà alla promozione del food. E farsi trovare già rodati  in Sicilia, terra non ancora invasa da sciami di turisti, può essere un buon affare.

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Da giornalista a chef, la sfida di Diego Landi

di Chiara Dino

Ha scelto di reinventarsi una nuova vita sulle montagne delle Madonie, dopo una vita di impegno politico e nella carta stampata. Per ripartire dal cibo e dai bisogni primari della gente

La vita nuova di Diego Landi è iniziata 7 anni fa a Petralia Soprana, anzi a Cipampini, frazione di un paese arroccato sulle montagne della Madonie. 70 anni, milanese, la sua parabola è emblematica perché racconta quella,  politica, di vecchi quadri del vecchio Pci che negli anni hanno virato su una scelta dal sapore individuale. Oggi fa lo chef nella sua Locanda di Calì: “Cerco antiche ricette del territorio e le propongo ai miei ospiti – racconta – ho iniziato questa avventura con la mia nuova compagna, conosciuta quando anni fa mi avevano chiamato a Palermo per dirigere L’Ora, allora si parlava di far rinascere quella testata. Poi non se ne fece più niente e per qualche tempo ho diretto Il Mediterraneo”. E qui occorre fare un passo indietro. Landi nella vita precedente era un giornalista. “Ho iniziato alla fine degli anni ’60. Nei primi anni ’70 ero capo redattore all’Unità a Bologna.  Erano incarichi politici. E di fatto a quei tempi ero qualcosa a metà tra un giornalista e un dirigente del partito. Poi sappiamo com’è andata a finire. Dopo la morte di Berlinguer e la fine del Pci, dopo i cambiamenti dell’89 e Tangentopoli, quel tipo di impegno politico non aveva più senso. L’Italia virava verso un tessuto sociale che dimenticava la dialettica accesa tra tute blu e tute bianche e diventava un indistinto coacervo di partite Iva e di individui”. È a questo punto che l’ex giornalista diventa consulente di un mucchio di multinazionali. Dalla Procter and Gamble alla Saatchi and Saatchi. Fa marketing, pubblicità, comunicazione. Al giornalismo tornerà anni dopo, per dirigere il Mediterraneo, prima, e L’Indipendente dopo. “Ho aspettato di andare in pensione con uno stipendio alto – ci racconta –  a quel punto ho scelto di ritirarmi tra queste montagne”. Via dalla pazza folla, è ripartito dal cibo, dai bisogni primari della gente, ma con un tocco più ricercato. E soprattutto dai suoi di bisogni. “Vivere altrove, divertirmi. Cucinare. In fondo non c’è tanta differenza tra il fare la cucina di un giornale – viene definito così in gergo il lavoro di chi impagina, pensa, dirige una testata – e stare in una cucina vera”. Ha avuto fiuto. Anche il ministero della Cultura, questo 2018, lo dedicherà alla promozione del food. E farsi trovare già rodati  in Sicilia, terra non ancora invasa da sciami di turisti, può essere un buon affare.

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