Addio Camilleri, Tiresia dei nostri tempi

Lo scrittore empedoclino è morto lasciando una vasta eredità letteraria, dove la Sicilia è protagonista indiscussa, tra ironia e disincanto

di Giulio Giallombardo

“Penso al paradiso: il paesaggio rasenterebbe la sicilianità visiva. Montalbano me lo immagino disoccupato, circondato da un placido volteggiare di anatre. E una tazzina di caffè fumante”. Parola di Andrea Camilleri, in un articolo di qualche anno fa pubblicato sul Corriere della Sera. Un’immagine dell’aldilà intrisa dell’Isola dove era nato e che amava visceralmente. Lo scrittore empedoclino, a un mese esatto dal ricovero per arresto cardiaco all’ospedale Santo Spirito di Roma, è morto questa mattina. Aveva 93 anni e lascia la moglie e le tre figlie che lo hanno assistito fino all’ultimo.

“Non ho paura di morire. Accogliere la morte come un atto dovuto è saggezza, farlo invece con timore e ritrosia è come essere già morti”. Aveva confessato lo scrittore in un’intervista radiofonica, con quel disincanto che lo contraddistingueva. Un compagno di vita con cui aveva convissuto insieme all’ironia, che scorre tra le righe dei suoi libri. Ma la vocazione artistica di Camilleri era una soltanto: raccontare storie. Farlo con lucidità e spirito critico, ma non senza nostalgia e dolcezza. Una missione che ha voluto portare avanti non solo nei tantissimi libri, tutti pubblicati in età matura, ma anche con le numerose interviste, che generosamente rilasciava (qui un’intervista inedita che abbiamo pubblicato l’anno scorso).

Andrea Camilleri

Ogni occasione era buona per raccontare aneddoti, curiosità, ricordi, dove la Sicilia era quasi sempre, se non protagonista, almeno sullo sfondo.  Fino all’ultimo grande racconto, l’anno scorso, a Siracusa, dove con la sua “Conversazione su Tiresia” aveva incantato i diecimila spettatori del Teatro Greco. La cecità dell’indovino tebano, punito perché rivelava i segreti degli dei, era la stessa che aveva afflitto lo scrittore negli ultimi anni. Un’affinità elettiva da cui scaturisce una riflessione ad alta voce sul tempo, sulla memoria e sulla profezia. “Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista – scriveva – questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla, solo su queste pietre eterne”.

Luca Zingaretti interpreta il commissario Montalbano

Ma la vera fortuna letteraria del “grande vecchio” di Porto Empedocle inizia nel 1994, anno di nascita del commissario Montalbano, nelle pagine de “La forma dell’acqua”. Quattro anni dopo, anche grazie alla serie televisiva con Luca Zingaretti, che ha dato corpo e volto al personaggio, esplode uno dei casi editoriali più importanti degli ultimi anni. La Sicilia di Camilleri mette da parte lo stereotipo di terra di mafia, intesa come “impero del male totalizzante”, come ha osservato il giornalista Francesco La Licata, per non cadere nella trappola di una celebrazione indiretta di Cosa nostra. “La mafia non emerge nei racconti con il commissario Montalbano – osserva La Licata – nel senso che il mafioso non è mai il protagonista delle storie. Tuttavia l’onorata società non è che non esista nelle trame: c’è ma non sta in primo piano per esplicita volontà dell’autore che dichiara apertamente di non voler contribuire al consolidamento del mito della mafia”.

Lo scrittore è morto a 93 anni

Così risalta la Sicilia del mare cristallino, del sole abbagliante e della buona tavola, un po’ da souvenir a dire il vero, ma comunque autentica e senza artifici. Diventano comuni a tutta Italia (e non solo) anche certe parole in vernacolo siciliano di cui sono disseminati i trenta romanzi che hanno come protagonista il commissario di Vigata. Complementari al filone di Montalbano, ci sono poi i saggi e romanzi storici a partire da “Un filo di fumo”, pubblicato nel 1980, passando per “La strage dimenticata”, “La stagione della caccia” e “Il birraio di Preston”, fino ad arrivare a “La presa di Macallè”, ambientati, tranne quest’ultimo, soprattutto nella Sicilia di fine Ottocento.

Scompare una penna eclettica e sagace, sempre ancorata all’attualità, che non aveva risparmiato recentemente critiche al governo, suscitando non poche polemiche. Un intellettuale a tutto tondo, che parlava senza fronzoli, dicendo sempre quello che pensava. “Se potessi vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio ‘cunto’, passare tra il pubblico con la coppola in mano”. Aveva detto Camilleri. Appena due giorni fa, il 15 luglio, avrebbe dovuto narrare alle Terme di Caracalla la sua “Autodifesa di Caino”, spettacolo poi annullato visto l’aggravarsi delle condizioni di salute. Una storia che adesso, forse, sta raccontando altrove, tra il cielo e il mare della sua Vigata.

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Il Comune vuole fare cassa e vende nel centro storico

L’amministrazione porta avanti il piano delle alienazioni. Disponibili appartamenti, magazzini e corpi bassi da Ballarò al Capo, dalla Vucciria al Papireto

di Giulio Giallombardo

Pezzi di centro storico in vendita per fare cassa. Il Comune di Palermo porta avanti il piano delle alienazioni, approvato alla fine dello scorso anno, nella speranza di trovare acquirenti disposti a rilevare immobili da ristrutturare. Da Ballarò al Capo, dalla Vucciria al Papireto, sono una dozzina i lotti, tra appartamenti, corpi bassi e magazzini, che l’amministrazione comunale spera di dismettere, per guadagnare dalla vendita una cifra che si aggirerebbe al massimo intorno ai 450mila euro.

Vicolo Santa Chiara

Il bando, firmato poco meno di un mese fa dal dirigente del settore Risorse Immobiliari, Domenico Verona, passato adesso ai Servizi culturali, scade il 22 luglio. I beni di proprietà comunale saranno messi all’asta, con presentazione di offerte segrete, uguali o maggiori del prezzo base indicato nel bando. Si tratta, per lo più, di immobili di non particolare pregio storico e bisognosi di importanti interventi di ristrutturazione, ma inseriti comunque in un tessuto urbano, come quello del centro storico di Palermo, interessato, negli ultimi anni, da una progressiva riqualificazione.

Palazzetto Sandron in via Sampolo

L’unico immobile d’interesse culturale, come attestato dalla Soprintendenza, si trova però fuori dal centro storico, precisamente nel tratto in cui via Sampolo si restringe, terminando davanti al carcere Ucciardone. Si tratta di un locale al pianterrenno di Palazzetto Sandron, edificio legato al nome di Remo Sandron, erede della storica casa editrice fondata a Palermo nel 1839 e pioniere nella divulganzione del pensiero scientifico e filosofico del Positivismo e delle scienze umane. Le Officine Grafiche Sandron avevano la loro sede nel piano dell’Ucciardone e furono seriamente danneggiate da un’alluvione negli anni ’20 del secolo scorso. Oggi ospitano il quartier generale e gli uffici di un importante brand della moda.

Palazzo in piazza Sant’Eligio

Il pianterreno in vendita, ampio poco meno di 100 metri quadrati, ha un prezzo a base d’asta di 72mila euro. L’alienazione è stata autorizzata dalla Soprintendenza, a patto che la prossima destinazione d’uso – si legge in un parere firmato dalla soprintendente Lina Bellanca – “sia compatibile con il carattere storico ed artistico del monumento e tale da non recare danno alla sua conservazione. Per quanto attiene la futura destinazione, le attività ammissibili sono del tipo bottega artigianale o studio d’artista”.

Gli altri immobili che il Comune sta cercando di vendere si trovano in piazza Sant’Eligio, alla Vucciria, con due lotti da 53 e 69mila euro; poi in vicolo Santa Chiara, a Ballarò, dove già sono stati ristrutturati alcuni edifici (qui il prezzo sale a 126mila euro); e ancora quattro magazzini in vicolo della Pila, dalle parti di via Papireto; un piccolo spazio in via delle Case Nuove, traversa di via Maqueda e tre immobili in via Maestro Cristofaro, vicino al mercato del Capo.

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Gioielli barocchi risplendono a Castello Ursino

Ventisette paliotti in argento, corallo e filato d’oro, realizzati nei laboratori artistici dell’Isola, saranno esposti in mostra a Catania

di Redazione

La Sicilia diventerà, dal 20 luglio al 20 ottobre, la sede espositiva di ventisette capolavori in argento, corallo e filato d’oro realizzati, tra il 1650 e il 1772, nei laboratori artistici dell’Isola da maestranze trapanesi e messinesi. La mostra, organizzata dalla Regione Siciliana, verrà ospitata nel Castello Ursino di Catania e inaugurata dal governatore Nello Musumeci.

Paliotto realizzato da mestranze messinesi

Il “paliotto”, protagonista dell’esposizione, per la sua collocazione all’interno dello spazio scenografico della chiesa, trova nella lunga storia degli arredi sacri molteplici versioni interpretative di tecniche artistiche, materiali e soluzioni decorative e si distingue per le precise soluzioni determinate dallo schema compositivo e dal materiale impiegato. Tra gli esemplari più suggestivi vi sono quelli interamente realizzati in argento e quelli mobili con supporto tessile ricamato in cui i principali materiali usati sono l’oro e l’argento, per i filati, i fili di seta policroma, ma anche le perle, le gemme, tra le quali il corallo, al quale fin dall’antichità si sono attribuiti significati e proprietà che lo hanno legato al sacro. L’esposizione è stata ideata da Rosalba Panvini e Salvatore Rizzo, curatore anche della ristampa del catalogo che accompagnerà il percorso museale.

Paliotto in argento realizzato da Saverio Corallo

“La mostra ‘Architetture barocche in argento e corallo’ – evidenzia il governatore Musumeci – è un evento che celebra la grande capacità e creatività delle maestranze siciliane che, nel corso dei secoli, sono state protagoniste di realizzazioni che pochi eguali hanno nel mondo. La spiritualità e il senso del sacro, che in Sicilia hanno origini antichissime, trovano nel Barocco la massima rappresentazione artistica la cui magnificenza è stata trasmessa fino a noi dai paliotti esposti. Questa mostra diventa il veicolo per la conoscenza di tali straordinari apparati mobili decorativi, che vengono proposti ai visitatori al di fuori degli spazi di culto e del rito cattolico e che faranno apprezzare l’importanza e la magnificenza delle officine dell’Isola”.

Paliotto in taffetas di seta ricamato con grani di corallo

Tra il Seicento e il Settecento, durante l’affermazione dello stile Barocco, in Sicilia, il paliotto costituì il fulcro costante degli apparati decorativi della chiesa e soprattutto particolari sono quelli a soggetto architettonico in cui l’iconografia che li caratterizza è incentrata sulla rappresentazione di elementi di vario genere quali il portico, il belvedere, il prospetto dei palazzi, il pergolato che sorge nei rigogliosi giardini o spazi urbani, le vedute naturalistiche sempre in prospettive centrali. L’opulenza del manufatto, i temi trattati e i colori usati diventarono anche il mezzo per comunicare ai fedeli attraverso la bellezza la grandezza di Dio, ma anche strumento per celebrare il potere terreno della Chiesa.

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Ancore e lingotti sommersi, nuove scoperte nei fondali

Proseguono i ritrovamenti al largo di San Leone, ad Agrigento, potrebbero essere i resti di un naufragio. Intervenuti i sub della Soprintendenza del Mare

di Antonio Schembri

Un mare di sorprese, quello siciliano. L’ultima regalata nei giorni scorsi dalle acque di Agrigento: quelle dell’area – al momento indicabile in maniera generica per ragioni di cautela – situata davanti al segmento costiero che include le spiagge di San Leone, quelle di Cannatello e la non distante foce del fiume Naro. Un lungo tratto marino molto caratterizzato da correnti e sospensione sabbiosa.

Una delle ancore litiche ritrovate

Si tratta del ritrovamento di cinque ancore litiche e di due lingotti di piombo risalenti all’epoca romana, con ogni probabilità al periodo compreso nei primi tre secoli dell’Età Imperiale (di una prima scoperta vi avevamo parlato qui). A compierlo è stato Francesco Urso, appassionato apneista agrigentino che esplora questo areale marino ormai da più di cinque anni, cioè da quando, anche durante battute di pesca subacquea al termine di mareggiate, ha cominciato a notare, sparsi sul fondo, diversi frammenti di oggetti apparentemente antichi che suggeriscono l’idea che sul litorale al cospetto dei Templi potesse funzionare un approdo o un piccolo porto commerciale a cavallo di epoche storiche diverse.

Il team della Soprintendenza del mare e di BCsicilia

“Prima di questi ultimi reperti – racconta Urso – nell’estate del 2017 avevo individuato, affioranti dalla sabbia, tre ancore in ferro e un cannone, tempestivamente segnalati alla Soprintendenza del Mare e rispettivamente attribuibili, secondo l’allora soprintendente Sebastiano Tusa, all’epoca bizantina e a quella tardo quattrocentesca”. Il riferimento storico del cannone, trovato per metà insabbiato – spiega Urso, che da allora è un segnalatore ufficiale dell’organismo regionale di ricerca e tutela del patrimonio archeologico subacqueo siciliano – sarebbe legato al fatto che presenta una sorta di supporto di legno, collegato alla culatta dell’arma, tipico di quel periodo.

I due lingotti di piombo

Tornando agli ultimi ritrovamenti, il sopralluogo effettuato lo scorso venerdì da uno staff composto da subacquei della Soprintendenza del Mare e di BCsicilia, l’associazione di volontari che si occupa della salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e ambientali, ha consentito di chiarire alcuni punti salienti: “I lingotti di piombo presentano dei bolli indicanti la famiglia armatoriale romana che li commerciava – illustra l’archeologa Francesca Oliveri, responsabile di zona per la Soprintendenza del Mare – . Durante l’Impero, su oggetti di questo genere si sviluppava un intenso business. Il piombo era infatti la materia prima per costruire tubature idrauliche e fognarie, nonché per realizzare stoviglie, visto che all’epoca si ignorava la tossicità di questo metallo pesante. Il fatto che questi reperti riguardino una zona non distante dalla costa, peraltro incisa dallo sbocco in mare di un fiume, lascia supporre che sotto Agrigento funzionasse forse uno scalo marittimo romano, collegato alle rotte delle navi onerarie provenienti dalla penisola iberica, dove dall’Età Augustea in avanti funzionarono miniere per l’estrazione del piombo”.

La prima ancora litica trovata a San Leone

Altra ipotesi è che i reperti sparpagliati sul fondo siano legati al naufragio di una o più navi. “Siccome anni addietro abbiamo trovato lingotti di piombo simili anche nelle acque di Siracusa, uno dei più grossi porti commerciali del Mediterraneo, pensiamo che questi ultimi ritrovamenti potrebbero collegarsi anche all’affondamento di una o più navi trovatesi fuori rotta”, aggiunge Oliveri. Per quanto riguarda invece le ancore di pietra, rimaste sul fondo per via del peso, la loro datazione è aleatoria. Farebbero pensare a epoche antichissime, pre-greche, ma – specificano alla Soprintendenza del Mare – oggetti nautici di questo genere furono usati dai pescatori in un arco temporale lunghissimo, che parte da epoche preistoriche per fermarsi a non più di due secoli fa. Ciò induce a ipotizzare che l’origine di queste ancora litiche sia la stessa di quella a cui apparterrebbero gli altri reperti rinvenuti nella loro vicinanze.

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La storia della chiesa che visse tre volte

Santa Maria della Pinta, nel centro di Palermo, col passare dei secoli ha conosciuto diverse collocazioni. È famosa per il soffitto in legno dipinto e per aver ospitato un atto sacro di Teofilo Folengo

di Emanuele Drago*

C’è una chiesa a Palermo che ha una storia particolarissima, e nonostante mantenga ancora l’antica denominazione, conobbe col passare dei secoli ben tre diverse collocazioni. La chiesa a cui facciamo riferimento è quella di Santa Maria della Pinta, edificata durante il dominio bizantino dal generale Belisario e che veniva denominata dell’Annunziata.

L’attuale soffitto ligneo della Pinta

L’appellativo “Pinta” gli venne aggiunto poiché la bella basilica possedeva delle strutture in legno, tra cui il tetto, completamente dipinto. Tuttavia, alla fine del XIV secolo, la chiesa venne riedificata, ma divenne soprattutto famosa quando il letterato e monaco mantovano, Teofilo Folengo, conterraneo dell’allora vicerè Ferrante Gonzaga, decise di realizzarvi una rappresentazione sacra dal titolo “La Creazione del mondo”, conosciuta anche, da quel momento in poi come “L’Atto della Pinta”.

La Galca con i bastioni del 1648

La chiesa, come attesta l’antica topografia della Galca (oggi ricadente sull’attuale villa Bonanno, ma un tempo il centro direzionale del potere politico) si trovava sul piano del Palazzo Reale. In verità, nello stesso luogo, oltre alla chiesa dedicata a Santa Maria della Pinta, si trovavano altre chiese quali la basilica di Santa Barbara la Soprana e San Giovanni la Galca. Tuttavia, in seguito al tumulto popolare del 1648, guidato da Giuseppe D’Alessi e poi soppresso repentinamente, l’allora Cardinale Teodoro Trivulzio – viceré di Sicilia e presidente del Regno – per rendere il palazzo del potere più sicuro, aveva deciso di farvi edificare due grossi bastioni per la difesa.

Ritratto di Teofilo Folengo

La scellerata decisione comportò anche l’abbattimento delle chiese che si trovavano nella Galca; ragion per cui, da quel momento in poi, il titolo della chiesa de La Pinta venne trasferito a un’altra chiesa, denominata Santa Maria dell’Itria, che si trovava presso la strada dei Tedeschi, non distante da quella odierna. Ma, a partire dal 1670, per far spazio alla nuova via Porta di Castro, la chiesa venne abbattuta e ricostruita proprio di fronte, esattamente nel luogo in cui si trova adesso.

Nonostante i ripetuti spostamenti della chiesa, le confraternite non vollero rinunciare al titolo di Pinta, tant’è che nell’edificare il nuovo tetto ligneo ne riprodussero le antiche eleganti fattezze.

*Docente e scrittore

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Si completa la “rambla” tra il Cassaro e via Maqueda

Nuovo piano del traffico approvato con una delibera dalla giunta comunale per la pedonalizzazione del centro storico. Previsto anche il doppio senso in via Roma

di Marco Russo

Nuova rivoluzione del traffico nel centro storico di Palermo. Si completa la pedonalizzazione di via Maqueda e via Vittorio Emanuele, con la contestuale istituzione del doppio senso di marcia in via Roma. È il nuovo piano del traffico approvato con una delibera dalla giunta comunale, che prevede il completamento della pedonalizzazione del Cassaro basso, dai Quattro Canti a via Porto Salvo, e di via Maqueda fino in piazza Giulio Cesare. La delibera è stata approvata ieri dalla giunta, su proposta del dirigente del Servizio Trasporto pubblico di massa e Piano urbano del traffico, condivisa dall’assessore al ramo, Giusto Catania.

Ztl in centro storico

“Nel programma del sindaco – si legge nella delibera – è stata riservata una particolare attenzione alle problematiche riguardanti la restituzione ai cittadini di particolari spazi urbani, individuando nuove aree di intervento da adibire, in particolare, alla fruibilità pedonale”, individuando “il centro storico, le zone ad esso adiacenti e le borgate storiche, quali polarità nelle quali avviare concrete iniziative di sviluppo sostenibile, perseguendo decise politiche di alleggerimento del traffico e di introduzione di isole pedonali, finalizzate alla riqualificazione ambientale”.

Via Maqueda

Il provvedimento prevede di istituire le stesse modalità vigenti negli spazi stradali della “Ztl Maqueda” e “Ztl Palermo Arabo-Normanna”, ovvero con limitazioni del traffico dalle 10 alle 7. Il transito sarà consentito, alla velocità massima di 10 chilometri orari, soltanto ai mezzi delle forze dell’ordine, alle ambulanze, ai residenti del tratto interessato e delle vie adiacenti, ai taxi, alle auto del car sharing e ai bus turistici. Adesso l’ufficio Traffico del Comune, dovrà predisporre un’apposità ordinanza entro il 30 luglio.

“Un nuovo importante provvedimento – dichiarano il sindaco Leoluca Orlando e l’assessore alla Mobilità, Giusto Catania – che è certamente pratico, ma che esprime il profondissimo cambiamento culturale della nostra città. Oggi sono stati i residenti e i commercianti di queste vie a chiedere a gran voce la pedonalizzazione. Quegli stessi residenti e commercianti che sei anni fa avevano annunciato – e, a volte, fatto – le barricate contro le pedonalizzazioni. Tutti hanno finalmente compreso come la vivibilità non sia soltanto utile per respirare meglio ma sia anche conveniente per creare e rafforzare condizioni economiche e di sviluppo”.

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Inaugurato il nuovo terminal nel porto di Trapani

La struttura è dotata di biglietteria, bar, edicola, infopoint turistico e sala d’attesa climatizzata con 70 posti a sedere

di Redazione

Una nuova “casa” per il milione di passeggeri che ogni anno raggiunge da Trapani le Isole Egadi e Pantelleria. È stato inaugurato oggi, infatti, il Trapani Fast Ferry Terminal, una nuova struttura sulla banchina Marinella del porto di Trapani, voluta dall’Autorità di Sistema portuale del Mare di Sicilia occidentale presieduta da Pasqualino Monti, per rispondere alle esigenze di turisti e cittadini.

Sala d’attesa

Erano presenti all’inaugurazione assieme al presidente Monti, il sindaco di Trapani Giacomo Tranchida, e il contrammiraglio Roberto Isidori, direttore marittimo della Sicilia occidentale e comandante della Capitaneria di porto di Palermo. “In questi primi due anni alla guida dell’AdSP del Mare di Sicilia occidentale – ha dichiarato Monti – abbiamo lavorato per riportare ordine nei porti del network con una serie di necessarie opere di demolizione e di infrastrutturazione. Quella di Trapani è la prima nuova costruzione che nasce in uno dei nostri scali e sono orgoglioso dei tempi di realizzazione molto stretti e del rispetto delle risorse finanziarie impiegate per l’attuazione dell’opera”.

Spazio esterno

Il nuovo terminal ha al suo interno la zona biglietteria con una superficie utile complessiva di circa 31 metri quadrati, con otto postazioni operative. C’è una sala d’attesa climatizzata di circa 156 metri quadrati, accessibile dal lato della banchina, in grado di accogliere circa 70 posti a sedere, con annesso spazio per edicola e per un punto di informazioni turistiche. Presente anche un bar e uno spazio esterno con un’altra zona d’attesa per ulteriori 70 posti.

La struttura, che misura complessivamente 685 metri quadrati, riserva grande spazio alle superfici vetrate, concentrate in particolar modo lungo lo spazio di attesa per incrementare il rapporto visivo con lo specchio acqueo. La configurazione architettonica, caratterizzata da una spiccata permeabilità e trasparenza, la preserva dal configurarsi quale barriera tra la città ed il mare. L’intervento ha comportato la sostituzione di una porzione della pavimentazione preesistente in banchina, per ulteriori 443 metri quadrati rispetto alla superficie occupata dal terminal. Naturalmente ogni servizio offerto del terminal marittimo è accessibile anche ai portatori di handicap nel pieno rispetto di quanto previsto dalla normativa vigente sul superamento delle barriere architettoniche. I lavori sono stati consegnati nel dicembre scorso e le opere realizzate hanno avuto un costo di circa un milione di euro.

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L’alba del mondo in una roccia nel cuore della Sicilia

A due passi da Leonforte si trova un geosito tra i più importanti della Terra. Studiato da anni, adesso sarà avviato l’iter per la valorizzazione

di Giulio Giallombardo

Emerge in un lembo di terra nel cuore della Sicilia. Quello che potrebbe sembrare a prima vista un semplice agglomerato roccioso, è in realtà uno degli affioramenti più importanti del mondo sotto il profilo geologico. È il geosito di contrada Vignale, alle pendici di Monte Altesina, a due passi da Leonforte. Si tratta di una roccia di origine magmatica risalente a 220 milioni di anni fa, possibile precursore di quello che gli esperti chiamano Camp, ovvero Central atlantic magmatic province, un’enorme bolla magmatica da cui poi si è frammentata la Pangea, generando i continenti così come li conosciamo.

Il geosito di contrada Vignale

Il sito, tecnicamente un sill basaltico triassico, studiato tra il 2012 e il 2016, fa attualmente parte del Geoparco Rocca di Cerere, sotto l’egida dell’Unesco, e adesso si prepara a essere valorizzato come merita, grazie a un progetto di fruizione realizzato dal Comune di Leonforte. Un primo passo si realizza con l’installazione di un cartello turistico in italiano e inglese che sarà scoperto il 13 luglio nel corso di una giornata di geo-trekking con seminario organizzata dall’Ecomuseo “La Terra delle Dee”, in collaborazione con l’Università di Catania e il Comune di Leonforte. Nella prima parte della mattina prevista un’escursione al geosito, guidata da esperti, con la scopertura del cartellone da parte del sindaco Salvatore Barbera. Segue il seminario a Palazzo Branciforte, sempre nella cittadina ennese, con diversi interventi di studiosi che metteranno in evidenza l’importanza del sito e i progetti di rilancio.

Uno scorcio di Leonforte

Il sito è stato individuato nel 1998 da Mario Grasso, docente del dipartimento di Geologia dell’Università di Catania, che iniziò a studiarne l’origine. Ma gran parte delle informazioni sull’affioramento, riconosciuto dalla Regione Siciliana tra i geositi d’interesse mondiale, si deve a Rosolino Cirrincione, professore di petrologia nell’ateneo catanese, che accompagnerà l’escursione e sarà presente al seminario. “Le caratteristiche chimiche e isotopiche di questa roccia indicano che ci sono delle possibilità veramente molto serie che da questa massa magmatica sia venuto fuori il Camp – spiega Cirrincione a Le Vie dei Tesori News – . Aver trovato un elemento che sia il precursore di questa enorme provincia grande migliaia e migliaia di chilometri quadrati, per noi è di fondamentale importanza. Oggi abbiamo avuto modo di studiare questa roccia con tecniche geochimiche nuove e più raffinate rispetto a quando fu scoperta, ma la ricerca è in continua evoluzione – conclude il geologo – e può darsi che tra qualche anno, da qualche altra parte del mondo, si trovi una roccia di questo tipo ancora più antica”.

Intanto, si lavora alla valorizzazione di un sito poco conosciuto, se non dagli addetti al lavori. La roccia si trova all’interno di una proprietà privata, ma questo non sarà un impedimento per la fruizione del bene. “Siamo in contatto con i proprietari che si sono detti disponibili a vendere o cedere la particella di terreno interessata, anche con un rapporto di comodato – afferma Giuseppe Messina, presidente dell’Ecomuseo ‘La Terra delle Dee’ – . Siamo nella fase iniziale di acquisizione di un patrimonio che interessa l’intera Sicilia e ci sono tutti i presupposti affinché il sito venga valorizzato nel miglior modo possibile”.

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Le vie dei Tesori News

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