Tappeto verde con piante e fontane a Palazzo d’Orleans

Previsti interventi di decoro e sicurezza con la trasformazione dell’area di sosta delle auto in un camminamento pedonale lungo 200 metri

di Giulio Giallombardo

Un nuovo percorso pedonale al posto delle auto, attraversato da un tappeto verde con piante ornamentali, essenze arboree mediterranee e anche due fontane. Quasi a voler prolungare all’esterno il parco ottocentesco custodito oltre la facciata. Palazzo d’Orleans, sede della Presidenza della Regione, si prepara a cambiare volto con il progetto di restyling e sicurezza approvato pochi giorni fa dalla giunta comunale di Palermo. Al posto dell’attuale fascia di sosta per le auto di servizio degli assessori regionali, nascerà un’unica area pedonalizzata che si estenderà fino a Palazzo Ferrara, comprendendo Palazzo De Simone, per un fronte complessivo di circa 200 metri.

Il prospetto di Palazzo d’Orleans

Si tratta di un progetto ampio, interamente finanziato dalla Regione Siciliana, che comprende sia lavori su aree di proprietà comunale, come lo spazio del marciapiede davanti al palazzo, sia interventi di restauro nel piazzale interno che appartiene alla Regione, sulla recinzione del parco e sulle due garitte poste ai lati dell’ingresso principale. L’attuale marciapiede, largo 8,5 metri sarà risistemato con una nuova pavimentazione e allargato di un altro metro e mezzo sulla sede stradale fino a raggiungere i dieci metri complessivi, di cui due saranno destinati al passaggio pedonale.

Planimetria del progetto

Con l’intervento – chiariscono i tecnici della Regione che hanno redatto il progetto – si prevede di diminuire la carreggiata attuale per una larghezza massima di un metro e mezzo, senza modificare l’assetto viario, che in ogni caso rimarrà a un’unica carreggiata, mantenendo tre corsie. Saranno, inoltre, effettuati degli interventi sui semafori, per spostarli in prossimità dei punti di maggiore attraversamento pedonale ed introducendo l’attivazione a chiamata.

La lunga striscia verde che nascerà davanti a Palazzo d’Orleans, invece, farà da filtro tra la strada e l’edificio. Le aiuole – si legge nel progetto – richiameranno l’impostazione del giardino interno alla francese, saranno racchiuse da un cordolo in pietra di calcarenite e innaffiate con un impianto d’irrigazione automatizzato. Il progetto botanico prevede disegni geometrici in sintonia con il prospetto dell’edificio, e sarà piantata una varietà nana di Boxus lungo il perimetro esterno, un prato verde su tutta la superficie e nella zona centrale varietà gigante della stessa specie, potata con forme geometriche, contornate da piante di lavanda. All’interno delle aiuole, poi, ai due lati dell’ingresso principale, ci sarà spazio anche per due fontane a zampillo di forma circolare e dalle linee semplici, anche in memoria dell’antica fontana della Sirena, andata distrutta e dispersa durante i moti rivoluzionari del 1848.

Il grafico del progetto di restyling

La pavimentazione dei percorsi pedonali – sottolineano ancora i tecnici della Regione – sarà differenziata: il percorso pedonale verrà realizzato in pietra locale squadrata e posta a disegno geometrico, gli accessi carrai saranno, invece, in pietra di Billiemi. Si prevede, inoltre, di riattivare un secondo ingresso pedonale, ad uso del personale, in corrispondenza dell’edificio realizzato tra il 1956 e 1972, e di mantenere l’attuale ingresso carraio e di rappresentanza.

Sezione grafica del progetto

Si rinnoverà anche l’impianto di illuminazione. Il camminamento a ridosso del palazzo sarà dotato di segnapassi luminosi a led che permetteranno di attraversare tutto il percorso in sicurezza, anche nelle ore serali. Saranno valorizzate con luci adeguate anche le nuove aiuole, ed è, inoltre, previsto l’ampliamento del sistema di illuminazione della facciata che sarà esteso anche all’ala nuova dell’edificio. “Si tratta di un piccolo ma importante intervento frutto della collaborazione fra Comune e Regione – hanno dichiarato il sindaco Leoluca Orlando e l’assessore all’Ambiente e alla Mobilità, Giusto Catania – e che sarà realizzato per il decoro di una piazza frequentata quotidianamente da migliaia di cittadini e turisti. Si unisce così la sicurezza per i pedoni con l’abbellimento di un’area limitrofa ai monumenti dell’itinerario Unesco”.

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Si prepara a rinascere l’itinerario di Santa Rosalia

Il percorso di oltre 185 chilometri che attraversa la Sicilia, sarà valorizzato grazie a una convenzione tra Regione e istituzioni religiose

di Ruggero Altavilla

Inizia tra le vette dei Sicani e si conclude su Monte Pellegrino, o viceversa. È l’itinerario che ripercorre idealmente il cammino di Santa Rosalia, una strada che si snoda per oltre 185 chilometri passando da varie località nel cuore della Sicilia, fino ad arrivare a Palermo. Inaugurato nel 2015, alla presenza dell’arcivescovo della Diocesi di Agrigento, Francesco Montenegro, adesso l’Itinerarium Rosaliae fa un passo avanti verso la valorizzazione grazie alla convenzione che sarà sottoscritta tra la Regione Siciliana e le diocesi del territorio.

Eremo di Santo Stefano Quisquina

L’obiettivo è quello di rilanciare l’itinerario grazie a una convenzione che coinvolge quattro assessorati regionali – Beni culturali, Agricoltura, Territorio e Ambiente e Turismo – e altrettante istituzioni religiose, ovvero le diocesi di Palermo, Agrigento e Monreale e l’Eparchia di Piana degli Albanesi. Il patto consentirà di migliorare la fruizione del lungo percorso naturalistico, arricchendo la rete del turismo religioso in Sicilia e valorizzando i luoghi attraversati dal percorso.

Grotta nel santuario di Monte Pellegrino

L’itinerario si snoda su un sistema di sentieri, regie trazzere, mulattiere e strade ferrate dismesse, tra le province di Palermo e Agrigento, attraverso il Parco dei Monti Sicani e le riserve naturali di Monte Cammarata, Monte Carcaci, Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio, Monte Genoardo e Santa Maria del Bosco, Bosco della Ficuzza, Rocca Busambra, Bosco del Cappelliere, Gorgo del Drago, Serra della Pizzuta e Monte Pellegrino. Sebbene non ripercorra fedelmente la strada fatta dalla Santuzza, ne propone un’alternativa camminabile e attrattiva per i centri attraversati e per le ricchezze naturalistiche percorse.

Grotta nell’eremo di Santo Stefano Quisquina

Le due tappe estreme sono rappresentate da un lato dall’eremo di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina, nell’Agrigentino, dove si trova la grotta in cui si rifugiò Rosalia, e dall’altro il Santuario su Monte Pellegrino, che custodisce la grotta dove furono trovate le ossa della Santa. Due luoghi dall’alto valore religioso, uniti da un percorso che si prepara a essere rilanciato. “Il segmento religioso – ha affermato il governatore Nello Musumeci – è significativo della domanda turistica: la Sicilia ha grandi chance da giocare. L’Itinerarium Rosaliae ha una capacità d’attrazione come poche altre nel Paese. Siamo legati alla Chiesa siciliana dal comune obiettivo, che è pastorale e laico allo stesso tempo, di elaborare una comune azione di valorizzazione e fruizione dell’itinerario. Sono certo che a così elevate finalità corrisponderà una cooperazione efficace che perfezioneremo con accordi esecutivi”.

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Ex stazione diventerà museo della Battaglia di Himera

La Regione acquisirà l’edificio di Rfi, ricadente nel perimetro del Parco archeologico. Saranno esposti i reperti recuperati durante lo scavo

di Redazione

L’ex stazione ferroviaria di Fiumetorto-Buonfornello, nel Comune di Termini Imerese, nel Palermitano, diventerà sede del museo da dedicare alla Battaglia di Himera del 480 avanti Cristo. Lo ha deciso il governo regionale che, su proposta del presidente Nello Musumeci, ha già deliberato lo stanziamento di 150mila euro per l’acquisizione dell’edificio da Rete ferroviaria italiana, ricadente nel perimetro del Parco archeologico di Himera, Solunto e Iato. La stazione e i quattro immobili sovrastanti saranno riconvertiti a spazio museale per accogliere i numerosi reperti provenienti dallo scavo effettuato dalla soprintendenza di Palermo in occasione della realizzazione del raddoppio della linea ferroviaria nel 2007. Il museo, sorgerà proprio nella località dove i Greci sconfissero i Cartaginesi, nel corso di una battaglia che rappresenta uno degli episodi più importanti per la storia della nostra Isola.

Fosse comuni a Himera

Il museo della Battaglia di Himera – fanno sapere dalla Regione – avrà una duplice valenza: sarà il luogo dove verranno presentati al pubblico gli straordinari reperti recuperati nello scavo archeologico e darà inoltre un senso ai luoghi teatro dello scontro. Sarà un museo tematico che per i visitatori rappresenta il valore aggiunto per la conoscenza del territorio e della storia che lo ha attraversato. Una musealizzazione moderna, con l’utilizzo di tecnologie e esperienze di realtà virtuale e immersiva, che consentirà di comunicare una storia antica che ha profondamente cambiato la nostra storia moderna. Dopo quello di Favignana sul sanguinoso scontro delle Egadi e quello di Catania sullo sbarco dell’estate del ‘43, la struttura di Buonfornello sarà il secondo museo dedicato a una battaglia, che il visitatore potrà rivivere in una realtà virtuale grazie all’utilizzo delle tecnologie più avanzate.

Reperti all’Antiquarium di Himera

L’antica colonia greca di Himera sorgeva sulla costa tirrenica della Sicilia, tra il fiume Torto e l’Himera settentrionale, in provincia di Palermo. La polis era costituita dalla “città bassa”, sita sulla vasta pianura costiera, e dalla “città alta” sulla collina retrostante. Gli ultimi scavi archeologici hanno messo in luce quello che rimane di Himera della città bassa, delle fortificazioni e del luogo della battaglia. Grazie agli studi condotti dagli archeologi siciliani, si ha la certezza che l’accampamento cartaginese doveva occupare il territorio costiero, lungo la riva orientale del fiume Torto, arrivando fino alle colline di fronte alle mura della città. Gli scavi hanno messo in evidenza il campo di battaglia con la scoperta di innumerevoli resti scheletrici di uomini e cavalli dei due eserciti.

Scavi nell’area archeologica di Himera

Questa importante scoperta, avvalora il racconto di Diodoro Siculo che a tal proposito affermava: “(Amilcare dopo lo sbarco a Palermo) si spinse con l’esercito contro Himera e la flotta lo fiancheggiava navigando. Quando giunse nei pressi della città, che abbiamo prima citato, vi pose due accampamenti, uno per l’esercito di terra ed uno per la forza navale. Tirò a secco tutte le navi da guerra e le circondò con un profondo fossato e con una palizzata di legno, fortificò l’accampamento dell’esercito di terra che aveva sistemato proprio di fronte alla città, e aveva prolungato dalla trincea navale fino alle colline sovrastanti”.

“La Battaglia di Himera – dichiara il governatore Musumeci – è un passaggio storico della nostra civiltà. L’acquisizione dell’ex stazione ferroviaria rappresenta il primo passo per dotare il Parco archeologico di uno spazio museale in cui troveranno la giusta allocazione le migliaia di reperti oggi temporaneamente ospitati nei magazzini dell’Albergo delle povere di Palermo dopo anni di deposito precario in container. Un nuovo Museo è quindi un momento di dignità storica e culturale. È un progetto che avevamo programmato col compianto assessore Tusa”.

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Nascerà un museo delle monete arabe e normanne

L’antica collezione numismatica della Biblioteca comunale, mai esposta al pubblico, si potrà ammirare nella chiesa dei Santissimi Crispino e Crispiniano

di Giulio Giallombardo

Sono conservate da quasi due secoli in una cassaforte nella Biblioteca comunale di Palermo. Un’antica collezione di monete conosciuta soltanto dagli addetti ai lavori, si prepara a svelarsi alla città. Con il protocollo d’intesa tra il Comune e l’Università è stata posta una prima pietra per quello che diventerà il Museo del Nummarium, la grande raccolta di oltre mille monete del periodo islamico e normanno, donata nel 1848 da Cesare Airoldi alla Biblioteca comunale. La sede scelta è quella della chiesa dei Santissimi Crispino e Crispiniano, alle spalle di Casa Professa, già utilizzata per mostre e incontri, pronta a diventare stabilmente un nuovo spazio culturale della città.

La chiesa dei Santissimi Crispino e Crispiniano (foto da Facebook)

Dunque, l’intesa sottoscritta dalla dirigente del Servizio Sistema Bibliotecario cittadino, Eliana Calandra e dal direttore del Dipartimento di Scienze umanistiche, Marcella Piazza, ha l’obiettivo di valorizzare il prezioso fondo numismatico della Biblioteca comunale. Per questo verrà istituito anche un comitato scientifico, guidato da Antonino Pellitteri, professore ordinario di Storia dei Paesi islamici, i cui componenti saranno individuati di comune accordo tra l’assessorato alle Culture e l’Università.

“È un primo passo concreto verso la nascita di un museo unico – spiega a Le Vie dei Tesori News, Eliana Calandra – . Vogliamo che questa importante collezione di monete, mai esposta in pubblico, possa essere ammirata da cittadini e turisti. Il progetto dell’allestimento sta andando avanti, anche se in questo momento è prematuro dire quando sarà pronto. Ma stiamo già lavorando per il comitato scientifico che sarà operativo all’inizio del prossimo anno, con cui studieremo le linee guida per gli allestimenti e avvieremo rapporti con le istituzioni accademiche e culturali di paesi arabi, anche per promuovere studi e iniziative sul tema”.

Tarì d’oro

Il Nummarium, donato alla Biblioteca dal conte Cesare Airoldi, era la collezione messa insieme dallo zio, monsignor Alfonso Airoldi: oltre mille monete arabo-sicule, più una ricca serie risalente ai re normanni e, infine, diverse monete false fornite ad Airoldi dall’abate Giuseppe Vella, il noto  autore dell'”arabica impostura”, presunto traduttore del “Codice d’Egitto” che ispirò Leonardo Sciascia, al quale proprio la Biblioteca comunale sarà intitolata ufficialmente il prossimo 8 gennaio. “A questo primo nucleo – continua Calandra – si aggiunse un altro consistente numero di monete dello stesso periodo acquistate dalla Biblioteca fra il 1866 e il 1903”. Il Nummarium passò sotto la lente di esperti come gli studiosi Salvatore Morso e il suo allievo Vincenzo Mortillaro, Antonio La Gumina, e più recentemente Maria Amalia De Luca. La collezione contiene pezzi rari, tra cui il tarì di Roberto il Guiscardo, che reca impressa la data del 464 dell’egira (ovvero 1072 dopo Cristo), anno della resa di Palermo, dirham e monete arabe risalenti a varie dinastie.

Una delle monete del Nummarium

“Ringraziamo il Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università per la collaborazione offerta per la realizzazione di questo progetto – hanno dichiarato il sindaco Leoluca Orlando e l’assessore alle Culture, Adham Darawsha – che non soltanto si lega alla storia di Palermo, che ha da sempre avuto un rapporto privilegiato con gli arabi e i normanni, ma che ci consente di recuperare e rivitalizzare la memoria di luoghi e beni comuni della nostra città poco conosciuti, rendendoli fruibili a tutti”.

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Il Museo Salinas tra sogni e arte, si svela come mai prima

Opere contemporanee dialogano con gli antichi reperti esposti in sale inedite. In mostra l’Ariete bronzeo, le teste votive di Cales e altri pezzi conservati nei depositi

di Antonio Schembri

È il sogno, non lo stato di veglia, l’autentico atto creativo. Ed è la poesia il “ponte” che collega questi due stati così diversi, oltrepassando i confini tra l’uno e l’altro. Lo sosteneva Jorge Luis Borges, da quando la totale cecità, causata dalla malattia agli occhi ereditata dal padre, lo accompagnò dalla fine degli anni ’60 fino alla sua scomparsa, nel 1986. Il ragionamento del sommo scrittore e poeta argentino è alla base della mostra che, da oggi sino a fine marzo, apre al pubblico un’area mai vista prima del museo archeologico Salinas di Palermo.

Borges al Salinas ritratto da Ferdinando Scianna

Intitolato “Quando le statue sognano”, questo evento, in cui artisti contemporanei dialogano con antichi reperti d’arte etrusca, greca e romana, è non a caso introdotto da alcuni emblematici scatti che Ferdinando Scianna, primo fotoreporter italiano a entrare nell’agenzia fotografica internazionale Magnum, fece proprio a Borges in occasione della sua visita a Palermo nel 1984, accompagnato dalla moglie ed ex discepola, Maria Kodama. Fotografie che lo ritraggono mentre accarezza, “leggendone” i contorni, alcune delle statue che si possono ammirare nelle sale del museo adesso accessibili, in attesa del completamento del suo restauro.

Un’occasione, questo progetto espositivo curato dal direttore del Museo Salinas Caterina Greco e dalla critica d’arte Helga Marsala, in cui torna in mostra il famoso Ariete bronzeo, scultura del III secolo avanti Cristo attribuita alla scuola di Lisippo e vengono mostrate, per la prima volta, le Teste votive di Cales, insieme con altre opere a lungo conservate nei depositi del museo. Si può ammirare, inoltre, la statua in marmo policromo della Menade, detta Farnese perché rinvenuta nella metà del Cinquecento a Roma nelle Terme di Caracalla, grazie agli scavi promossi da Papa Paolo III (Alessandro Farnese): manufatto valorizzato al Salinas da una splendida scenografia sotto il soffitto seicentesco in legno dipinto, anche questo mai presentato prima. E ancora la scultura di Eracle che cattura la cerva, una delle 12 fatiche del semidio greco.

Da due secoli il Museo Salinas è un eccezionale contenitore di storia. Raccontata dalle Metope di Selinunte, il più importante complesso scultoreo dell’arte greca d’Occidente; dalla Pietra Nera di Palermo, frammento egizio di 5mila anni fa sulle cui facce sono iscritti la lista dei sovrani predinastici e gli annali delle prime cinque dinastie di faraoni; dalla raccolte di vasi etruschi della Collezione Bonci Casuccini e da tanti altri reperti. Ma anche una struttura non ancora visitabile interamente, per via del complesso intervento di restauro a cui ha cominciato a sottoporsi. Imminente il via ai lavori per l’allestimento degli altri spazi del primo piano del museo. “La ditta che si aggiudicherà la gara di circa 1 milione e 700mila euro, prevista nei prossimi giorni, avrà 280 giorni per eseguirli – dice il presidente della Regione, Nello Musumeci – . Dall’autunno del 2020, quindi, sarà possibile fruire del Museo Salinas in una veste ancora più rinnovata”.

Ariete bronzeo

Tornando alla attuale mostra, gli schemi narrativi sono l’Uomo, la Natura e il Sacro. Si tratta di un insieme di reperti e documenti che raccontano e che sono in sé “l’occasione di vedere, come indica Borges, al di là: all’indietro, ripercorrendo la trama complessa della storia; in avanti, muovendosi sul solco della sperimentazione”, spiega Helga Marsala.

Il soffitto seicentesco

“’Quando le Statue sognano’ rappresenta – aggiunge la direttrice Greco – un teatro segreto con i corridoi silenziosi, le sale vuote e i depositi del museo che diventano serbatoi di spunti per produzioni contemporanee”. Il sottotitolo dell’esposizione è “Frammenti di un museo in transito”. Indica una serie di prossimi eventi collaterali che – specificano gli organizzatori – verranno adibiti in spazi dell’ex monastero dei benedettini mai aperti prima, nei quali verranno esposti anche manufatti di epoca borbonica finora conservati nel buio dei depositi.

La mostra è visitabile dal 29 novembre al 29 marzo, dal martedì al sabato dalle 9 alle 18 (ultimo ingresso alle 17,30). Domenica e festivi dalle 9 alle 13,30 (ultimo ingresso alle 13). Per informazioni telefonare allo 0917489995.

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Il Parco archeologico di Segesta si apre al territorio

Una giornata di incontro per rilanciare la rete dei siti storici degli elimi: da Contessa Entellina a Poggioreale, fino a Salemi e Custonaci

di Alessia Franco

I parchi come centri in cui la storia torna a respirare, a farsi viva, a essere condivisa dalla comunità. È stato questo il senso di una giornata dedicata al territorio che insiste sul Parco archeologico di Segesta, organizzata dal suo direttore, Rossella Giglio. “È stato un momento di incontro con le realtà del territorio, che comprende, oltre a Calatafami-Segesta anche i siti archeologici di Contessa Entellina, Poggioreale, Salemi e Custonaci. Tutti luoghi in cui hanno vissuto e lasciato tracce gli elimi”, dice Giglio.

Salemi

Gli elimi: il popolo simbolo della Sicilia occidentale, lo zoccolo duro, la radice dell’identità culturale di questa fetta di territorio, di cui ancora si sa troppo poco. “Ne abbiamo parlato molto, con il compianto assessore Sebastiano Tusa – afferma il direttore del Parco archeologico – e non soltanto della loro identità, ma anche della loro capacità di dialogo con i popoli che vennero dopo a stabilirsi in Sicilia. Eravamo d’accordo sull’importanza della prosecuzione delle attività di scavo e ricerca che facessero nuova luce su questo popolo. È una promessa che ho fatto a Tusa e che intendo mantenere”.

Poggioreale Antica (foto: Emilio Messina)

La parola d’ordine è il coinvolgimento degli altri territori interessati dai siti archeologici, ma anche quello delle scuole e della comunità in generale. E se le ricerche su questo antico popolo confluiranno in un convegno internazionale, previsto orientativamente per il 2020, le attività in cantiere sono tante. “Non soltanto la valorizzazione del teatro antico di Segesta e la proposta di un’offerta culturale che si estenda e dialoghi con il territorio, ma anche la promozione di luoghi assolutamente unici al mondo. Un esempio – osserva l’archeologa – è Poggioreale, bella da togliere il fiato”.

Grotta Mangiapane (foto: Tato Grasso da Wikipedia)

E poi c’è la grotta Mangiapane, a Custonaci, sede del presepe vivente: “Purtroppo affidata alla buona volontà di privati a cui non deve mancare il nostro sostegno. La grotta ha un forte valore etnoantropologico, e può e deve essere un centro di promozione di attività agro-silvo-pastorale tutto l’anno. Insomma, è importante tornare a essere comunità. Direi fondamentale”.

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Quella pittrice giapponese innamorata di Palermo

Restaurate le opere di O’Tama Kiyohara, l’artista che creò un ponte tra oriente e occidente e a cui adesso è dedicata una mostra a Palazzo Reale

di Antonio Schembri

Nella gestione dei beni culturali siciliani, la parola d’ordine è “sinergie”. Sia quelle tecnico-operative, sia quelle legate alla comunicazione del patrimonio artistico, architettonico e ambientale dell’isola più grande e culturalmente più variegata del Mediterraneo. Alcune di queste sono in corso da mesi e sono ormai pronte a esporre i loro risultati in seno a importanti eventi prossimi venturi.

O’Tama Kiyohara a Palermo (1882-1883 circa)

Come la retrospettiva su O’Tama Kiyohara, l’artista giapponese vissuta a Palermo dal 1882 al 1933: una mostra che, dal 7 dicembre fino al 6 aprile 2020, arricchirà il percorso turistico del complesso monumentale di Palazzo Reale e il cui allestimento vive in questi giorni i suoi step conclusivi. Un’operazione concepita dalla storica dell’arte Maria Antonietta Spadaro, già curatrice di una mostra dedicata alla pittrice di Tokyo e al giapponismo tenutasi due anni fa a Palazzo Sant’Elia e gestita dalla Fondazione Federico II, organo culturale dell’Assemblea Regionale Siciliana, con cui si punta a restituire a Palermo la storia di una grande pittrice, diventata palermitana a tutti gli effetti, che nel mezzo secolo di vita trascorso a fianco del marito, lo scultore Vincenzo Ragusa, portò una ventata di rinnovamento nell’arte siciliana, combinando il grafismo tipico della tradizione nipponica al naturalismo occidentale.

La locandina della mostra

A caratterizzare il “dietro le quinte” di questo atteso momento culturale, che narra la fantastica storia d’arte e di amore di O’Tama, conosciuta anche col nome di Eleonora Ragusa, c’è la convenzione tra il Centro regionale per il restauro e l’istituto “Vincenzo Ragusa e Otama Kiyoara”, il più antico liceo artistico di Palermo (fondato nel 1882 dallo scultore). Una collaborazione che – spiega la preside Giuseppina Attinasi“ha riguardato il ripristino di acquarelli, corredi, ceramiche, cartoni e tessuti creati dall’artista nipponica o a lei attribuiti, parte della cui collezione è custodita proprio nella scuola”. Gli studenti dell’istituto sono stati coinvolti nella preparazione dei pannelli biografici dell’artista mentre la delicata operazione di recupero dei campionari dei tessuti è stata svolta dal Centro per il restauro in tandem con gli allievi del tirocinio in Conservazione e restauro dei beni culturali della facoltà di Magistero dell’ateneo palermitano.

Ventagli

Questa attività finalizzata alla mostra di dicembre si inquadra nel protocollo d’intesa che il Centro regionale per il restauro ha recentemente stipulato con la Fondazione Federico II. “Abbiamo anzitutto svolto un’accurata documentazione, sia preliminare che successiva al recupero dei reperti di O’Tama, soprattutto per quanto riguarda le ceramiche – precisa Stefano Biondo, direttore del Centro per il restauro – . Per quanto riguarda i tessuti, una piccola parte arriva anche da Roma: in particolare dal museo etnografico Luigi Pigorini dove è esposta una ricca collezione di reperti giapponesi, tra cui diverse opere di O’Tama Kiyohara. Tra quelle che si potranno ammirare a Palazzo Reale, un favoloso kimono decorato”.

Vaso di vimini

Un’appassionante ponte culturale tra oriente e occidente che poggia sulla vicenda dell’artista originaria di Tokyo che a Palermo vive e crea fino alla morte del marito, per poi rientrare in patria con la lingua madre ormai claudicante, dove viene però accolta come una celebrità perché nel frattempo la stampa nipponica la aveva scoperta e fatta conoscere ai lettori. Proprio nella “terra del sole nascente” avviene il suo incontro fatale con Vincenzo Ragusa. Lo scultore palermitano, che tra l’altro partecipò alla spedizione dei Mille, arriva in Giappone nel 1876, fresco di diploma ad honorem all’Accademia di Brera.

A chiamarlo è il conte e diplomatico bresciano Alessandro Fé d’Ostiani, al quale l’Imperatore Mutsuhito aveva chiesto di selezionare un artista italiano per far conoscere l’arte europea in Giappone, fino a quel periodo paese rimasto culturalmente isolato da tre secoli. Ragusa nota la giovane O’Tama e, accorgendosi delle sue potenzialità, la aiuta avviandola alla pittura realistica. È l’inizio di una vicenda destinata a arricchire la cultura italiana a partire da Palermo.

(La foto grande in alto è di Chiara Ferrara, da Wikipedia)  

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Rivive l’agorà di Selinunte con una mostra inedita

Si inaugura una mostra sugli scavi nel centro urbano realizzata in collaborazione con l’Istituto archeologico germanico di Roma

di Ruggero Altavilla

Selinunte e la sua agorà. La vita quotidiana, il via vai dei commerci, lo sviluppo urbanistico della colonia greca più occidentale della Sicilia. Un patrimonio racchiuso in quello che oggi è uno dei parchi archeologici più grandi d’Europa e che si prepara a una stagione di rilancio, anche grazie a prestigiose collaborazioni internazionali. Si rafforza, infatti, il sodalizio tra l’Istituto germanico, che da anni conduce importanti campagne di scavi nel Parco archeologico di Selinunte, e la Regione Siciliana. Un’intesa suggellata dalla presenza dell’ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling, che giovedì 28 novembre, fa visita al Parco, in occasione dell’inaugurazione della mostra “Vivere l’agora. Gli scavi nel centro urbano di Selinunte”. L’iniziativa è inserita nella programmazione del nuovo corso del Parco di Selinunte, Cave di Cusa e Pantelleria, che dal giugno scorso è guidato dall’architetto Bernardo Agrò.

L’acropoli di Selinunte

La mostra, con un nuovo allestimento museale, – fanno sapere dalla Regione – è dedicata ai risultati degli scavi archeologici svolti nella zona dell’agorà tra il 1995 e 2007, condotti dall’Istituto archeologico germanico di Roma, sotto la direzione di Dieter Mertens, in collaborazione la Regione Siciliana, attraverso il Parco archeologico di Selinunte e la Soprintendenza per i Beni culturali di Trapani. La ricerca ha avuto come obiettivo principale la ricostruzione della posizione, della forma e dell’organizzazione dell’agorà e dell’area residenziale posta immediatamente ad est della piazza.

Ricostruzione di Selinunte

Le attività archeologiche svolte dall’Istituto germanico, che ha celebrato quest’anno i 190 anni dalla fondazione, all’interno del Parco di Selinunte a partire dagli anni Settanta hanno permesso di riconoscere fondamentali aspetti della topografia e della storia della città. Una collaborazione che ha favorito anche l’ingresso di nuovi interlocutori scientifici. La realizzazione della mostra è stata infatti curata dalla Humboldt Universität zu Berlin, sotto la direzione di Agnes Henning, che già da tempo parte del team scientifico e di scavo. Bernardo Agrò, con la sua equipe, ha curato la rinnovata museografia degli spazi espositivi del Baglio Florio, con un progetto in grado di coniugare tradizione archeologica e innovazione museale, anche attraverso l’utilizzo di proiezioni multimediali.

Il Tempio E

La mostra, realizzata con la collaborazione di studenti di diverse nazionalità, appartenenti all’Istituto archeologico dell’ateneo berlinese, ha come obiettivo principale quello di presentare la funzione e la struttura dell’agora nel contesto della pianificazione urbana e lo sviluppo delle strutture residenziali e commerciali poste lungo il confine orientale, in relazione alla piazza pubblica. I reperti archeologici esposti coprono un arco cronologico compreso tra il 600 e il 250 avanti Cristo circa, quindi più di trecento anni. L’esposizione offre quindi non solo un quadro sugli aspetti architettonici dell’area, ma anche uno sguardo sulla vita quotidiana a Selinunte, a partire dalla prima fase di occupazione, attraverso la fase di monumentalizzazione, l’assedio cartaginese e la fase successiva.

Riproduzione dell’antica Selinunte in una stampa del 1910

In futuro, uno degli obiettivi della nuova direzione del Parco sarà quello di attivare laboratori a cantiere aperto di restauro, corsi di specializzazione sulla attività di scavo, dottorati e scuole di specializzazione con le varie università, in modo da far diventare il Parco di Selinunte sede permanente per tirocini e master destinati a giovani archeologi, architetti e restauratori. “L’intesa con l’Istituto germanico – commenta il presidente della Regione Nello Musumeci – è motivo di soddisfazione, ma anche uno stimolo a fare del Parco archeologico di Selinunte un luogo di interesse internazionale, sia per il turista che per lo studioso”.

Strada sull’Acropoli

Obiettivo condiviso anche dal direttore Bernardo Agrò, che sottolinea come il lavoro dell’archeologo Vincenzo Tusa prima e del figlio Sebastiano poi, sia stato determinante per attrarre l’attenzione di studiosi internazionali su Selinunte. “Con l’inaugurazione del nuovo percorso museale – ha detto Agrò a Le Vie dei Tesori News – il mio pensiero va a loro, che si sono spesi tanto per valorizzare quest’area archeologica. Adesso lavoriamo affinché Selinunte diventi sempre più un grande laboratorio che, partendo dalla ricerca archeologica degli addetti ai lavori, si continui ad aprire al territorio, con tutte le nostre attività in programma, dai cantieri aperti avviati a luglio agli incontri dei cantieri della conoscenza, fino ai miglioramenti per la fruizione dell’area”.

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L’arte di Antonio Cutino, inno alla Palermo che non c’è più

Inaugurata a Villa Whitaker una mostra antologica con un’ottantina di opere del pittore, tra tele, disegni e manifesti pubblicitari

di Guido Fiorito

Un vialetto coperto, una passerella di legno, le immagini dei quadri collegate con i versi dei grandi poeti del Novecento. Si giunge in quello che era il padiglione dedicato alla grande passione, assieme all’archeologia, di Joseph Whitaker, lo scopritore di Mozia. Ovvero l’ornitologia. Gli uccelli da lui studiati e impagliati sono dispersi nelle collezioni del Nord Europa, perché Palermo non fu capace di trattenerli. Varcata la soglia si è colpiti dalla luce delle tele. Villa Whitaker ospita fino al 19 gennaio, una mostra antologica di Antonio Cutino. La seconda dopo la morte, avvenuta nel 1984, la precedente essendo stata ospitata da palazzo Branciforte nel 2005, nel centenario della nascita.

Autoritratto, 1946

Un’occasione per valutare meglio questo pittore di grande talento, ma messo da parte dai riflettori novecenteschi occupati dalle avanguardie, dalle rivoluzioni delle forme, fino al disciogliersi delle figure nell’astratto. Cutino è, invece, ancorato alla realtà, come riassume il titolo della mostra: “Nel segno della tradizione”. Nato a New York nel 1905 da genitori siciliani, aveva fatto il percorso inverso sull’Atlantico, stabilendosi a Palermo e studiando all’Accademia, compagno di corso di Alfonso Amorelli, Antonio Guarino e Francesco Camarda, di cui restò amico tutta la vita. Tranne una parentesi per studiare le tecniche del nudo all’Accademia di Roma, visse sempre in città dove lavorò per numerosi committenti.

Chiesetta a Villa Tasca, 1964

“Cutino – dice Giacomo Fanale, il curatore della mostra – dipinge la Palermo del Novecento con le sue sfumature e le sue contraddizioni. Nelle sue tele sono paesaggi scomparsi, pezzi di città che non esistono più. La sua opera è ispirata dalla tradizione tardo ottocentesca e riflette il suo carattere di persona schiva, con qualche vena malinconica. Accanto a paesaggi assolati ci sono altri che cercano di catturare le suggestioni del tramonto. Era molto attento a rappresentare la luce. Nelle nature morte e in alcuni ritratti, come quello della moglie del 1932, si colgono influenze più moderne delle esperienze di valori plastici”. Nella vasta produzione di Cutino, sono state scelte una ottantina di opere, tele, disegni, opere pubblicitarie, con l’indispensabile aiuto della figlia Liliana, custode attenta della memoria dell’artista.


Natura morta con uva, 1961

“Palermo – dice Emmanuele Francesco Maria Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro, che ha organizzato la mostra con Fondazione cultura e arte e Fondazione Whitaker – è un luogo magico e Cutino l’ha rappresentato con grande lirismo, raggiungendo l’eccellenza nei paesaggi e nella rappresentazione di momenti di vita quotidiana caratteristici della Sicilia”.

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Sensibile alla rappresentazione idilliaca della bellezza femminile, dai ritratti ai nudi, autore di nature morte vicine alla nitidezza di Casorati, Cutino fu grafico di eccellente bravura. La sezione dedicata a queste opere è sorprendente. Si scopre un Cutino più attento al segno moderno. Per esempio la pubblicità essenziale e potente per l’Istituto Ottico Randazzo. Le sue donne ci sorridono ancora, con viva e eterna bellezza, dai manifesti del vino di Sicilia oppure legati al turismo, ricordandoci gli anni Cinquanta. Poi la città cannibale si mangerà la Conca d’oro che ancora splende nei quadri di Cutino, ultimo testimone, tra giardini, fiori e muretti di tufo assolati.

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