La Sicilia di luce che dà una mano contro il virus

Venduta in poche ore l’opera dell’artista Domenico Pellegrino, che ha aderito alla campagna di beneficenza della Fondazione Sicilia

di Redazione

Una Sicilia che accende le sue luci contro il buio di questi tempi. È stata acquistata poche ore dopo la messa in vendita l’opera “#restiamouniti”, che l’artista Domenico Pellegrino aveva messo a disposizione per supportare la campagna Sos Coronavirus Sicilia, promossa dalla Fondazione Sicilia, che in pochi giorni ha visto l’adesione di testimonial d’eccellenza e donatori. L’opera rappresenta la sagoma dell’Isola, costellata dalle tipiche luminarie usate dall’artista siciliano, che risplendono con le luci del tricolore nazionale.

Domenico Pellegrino

L’acquirente è Oranfrizer, azienda di Scordia che si occupa di produzione e distribuzione di agrumi e spremute in Italia e nel mondo. Il ricavato sarà interamente devoluto alla campagna e andrà al Dipartimento regionale della Protezione Civile per l’acquisto di beni strumentali per i pronto soccorso e gli ospedali siciliani, per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale per medici e paramedici e per interventi strutturali per creare nuovi reparti di terapia intensiva. “Da siciliani – spiega Nello Alba, ceo di Oranfrizer – abbiamo deciso di supportare, attraverso la campagna promossa da Fondazione Sicilia, i nostri eroi delle corsie che operano senza risparmiarsi negli ospedali dell’Isola, dove le difficoltà non mancano. Oranfrizer è solo una delle aziende radicate in Sicilia che in questo momento può dare una mano, nel proprio piccolo, contribuendo economicamente alla raccolta fondi. Abbiamo inoltre deciso di rimettere l’opera di Domenico Pellegrino a disposizione della campagna, e lanciamo un appello alle altre imprese perché la riacquistino”.

Raffaele Bonsignore

“Con la volontà di rimettere in circolo l’opera, affinché possa creare un nuovo circolo virtuoso – osserva il presidente di Fondazione Sicilia, Raffaele Bonsignore – Oranfrizer ha dimostrato una grande generosità, oltre che lungimiranza. Caratteristiche necessarie per un’azienda che abbia a cuore lo sviluppo del territorio. A loro va tutta la nostra riconoscenza”. L’artista Domenico Pellegrino, infine, si dice “felice e sorpreso positivamente dalla rapidità e dalla risposta che ha avuto l’iniziativa, in momenti come questi – conclude – l’arte ribadisce con forza la propria finalità sociale”.

È possibile fare una donazione sul conto corrente bancario IT 84 V030 6904 6301 00000010618 oppure attraverso la piattaforma gofundme.com, campagna “SOS Coronavirus Sicilia”.

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Verso la nascita del centro di eccellenza del mare

Dopo un’odissea durata anni, i lavori di ristrutturazione nell’ex Istituto Roosevelt, a Palermo, inizieranno subito dopo la fine dell’emergenza sanitaria

di Maria Laura Crescimanno

L’ex Istituto Roosevelt, il complesso sul mare dell’Addaura, è uno di quegli spazi inutilizzati della città, che il mondo sarebbe pronto ad invidiarci per la splendida posizione rivolta al mare tra Palermo e la spiaggia di Mondello. La sua storia e perfino l’origine del nome sono quasi sconosciuti a molti palermitani. Il centro nasce nel Dopoguerra come colonia per gli orfani di guerra, dopo diviene il Cantiere navale Roma, ed in seguito viene affidato ai Padri vocazionisti. L’Istituto Roosevelt fu inaugurato nel 1948 da Giuseppe Saragat, vice presidente del Consiglio dei Ministri, un regalo dell’amministrazione americana dedicato all’istruzione dei figli dei lavoratori italiani morti in guerra. Da tempo, l’intenzione del governo regionale è di trasformare l’ex istituto in un centro di eccellenza del mare, un’odissea che finalmente vedrà nei prossimi mesi la luce.

Il team della Soprintendenza del Mare al lavoro (foto Stefano Vinciguerra)

La gara d’appalto sarà infatti aggiudicata in via definitiva tra qualche mese ed i cantieri riapriranno ad emergenza Covid conclusa, spiegano all’assessorato regionale dei Beni Culturali. Negli anni, Sebastiano Tusa, accanto a molte associazioni cittadine che volevano realizzare un parco urbano lungo tutta la costa palermitana, aveva lanciato diversi appelli perché si procedesse al risanamento dei locali abbandonati e saccheggiati. Nel 2014, si raggiunse un primo protocollo d’intenti tra la Regione ed i principali istituti di ricerca per individuarlo come sede strategica per il progetto ambizioso di un polo di ricerca da dedicare al mare. Il progetto del centro di eccellenza del Roosvelt incappa tuttavia subito in incredibili pastoie burocratiche, tra assegnazione di spazi e sequestri e dissequestri.

Valeria Li Vigni (foto Stefano Vinciguerra)

“Ma la storia della palazzina del Roosevelt, dove oggi la Soprintendenza lavora – spiega la sovrintendente del Mare, Valeria Li Vigni – dei suoi restauri ed adeguamenti a laboratori di ricerca, era un punto fisso nella futura programmazione di Sebastiano Tusa, che nonostante le vicende burocratiche e gli ostacoli, riuscì a farsi consegnare, dall’allora assessore del Territorio, il piano terra per lo svolgimento delle attività di archeologia subacquea. Il progetto di ristrutturazione non andò subito in gara, ma lui come era nel suo stile, continuò la battaglia, che ora si può dire vinta e conclusa”.

Sebastiano Tusa

Soltanto nel 2013 viene risolta l’assegnazione dei locali da parte del demanio marittimo della Regione Siciliana, sottoscritto poi nell’estate 2014 per l’istituzione di un Polo di eccellenza per la tutela ambientale e culturale del Mediterraneo, attraverso un protocollo d’intesa tra i molti partner coinvolti. Il progetto viene riformulato e presentato nuovamente dalla Soprintendenza del Mare sul Fondo di Sviluppo e Coesione 2014/2020 “Patto per la Sicilia” e per un importo di 2.200.000 euro, per il biennio finanziario 2019 – 2020. Prevede il restauro del piano terra del padiglione Tresca, il rifacimento degli impianti e l’arredo degli uffici e dei laboratori. Soltanto oggi a distanza di 20 anni, finalmente si chiude il cerchio con la prossima apertura dei cantieri per i lavori di ristrutturazione, quando l’emergenza da epidemia Covid sarà superata.

Il team della Soprintendenza del Mare (foto Stefano Vinciguerra)

Il centro sarà dotato di attrezzature e locali idonei alla documentazione dei beni culturali subacquei, al loro studio, al restauro e alla ricerca in alto fondale. La struttura sarà anche un punto di riferimento per gli studiosi, le università, gli istituti di ricerca e si doterà di un nuovo Sistema informativo territoriale per la gestione e lo studio dei beni sommersi. Il Centro, oltre agli uffici, comprenderà aule multimediali, una sala congressi e laboratori per la ricerca. Le attività saranno rivolte anche alla formazione esterna, con l’organizzazione di corsi specialistici. È previsto anche lo sviluppo delle ricerche subacquee in alto fondale con l’acquisto di strumentazioni tecnologiche per le indagini profonde.

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La peste a Palermo, epidemie e miracoli nell’arte

Tre quadri custoditi al Museo Diocesano furono realizzati per celebrare la liberazione dalle ondate di contagi che afflissero la città nei secoli passati

di Giulio Giallombardo

Era il castigo divino che dilagava per punire i peccati degli uomuni. Arrivava da lontano e non lasciava scampo, mietendo vittime rapidamente. Poi la sua furia virulenta si arrestava e la gente stremata gridava al miracolo. Nei giorni in cui una ben diversa pandemia minaccia il mondo intero, riaffiora la memoria storica e religiosa delle grandi epidemie di peste che s’incisero nei secoli. Come spesso avviene in questi casi, l’arte diventa testimone privilegiata di un’epoca ancor più dei libri di storia, così ecco tornare attuali tre quadri custoditi nel Museo Diocesano di Palermo. Sono dipinti stilisticamente differenti, realizzati come ex voto dopo tre epidemie di peste che colpirono la città, e che verranno ancor meglio valorizzati nel nuovo allestimento del museo che, terminata l’emergenza sanitaria di questi mesi, sarà inaugurato e aperto al pubblico.

Il dipinto di Mario di Laurito

La prima tavola proviene dalla chiesa di Santa Venera, che si trova alla Kalsa, sopra i bastioni della porta normanna di Termini, eretta proprio per ringraziare la santa, già patrona della città, per la fine dell’epidemia del 1493. Una devozione che si rinnovò qualche anno più tardi nel 1529, quando la peste tornò a flagellare la città. Il quadro attribuito al pittore campano post raffaelita Mario di Laurito fu realizzato l’anno dopo, nel 1530, ed è legato una vicenda miracolosa. “Durante l’epidemia si racconta che un siracusano infetto entrando a Palermo fu fermato da una forza invisibile di fronte alla chiesa di Santa Venera e alla protezione della santa è dedicato questo quadro attribuito al pittore campano”, spiega Pierfrancesco Palazzotto, vicedirettore e curatore scientifico del Museo Diocesano di Palermo.

Particolare che raffigura Palermo

“La tavola è chiaramente un ex voto con le diverse gerarchie – spiega Palazzotto – . In alto la Vergine col Bambino nel piano celeste, circondata da cherubini e angeli e subito sotto sulla sinistra i santi protettori contro le epidemie, Rocco e Sebastiano, insieme a Santa Venera, mentre a destra delle figure ancora da identificare, ma che probabilmente raffigurano le sante patrone della città, Cristina, Ninfa, Agata e Oliva. In basso, circondata dalle mura, c’è Palermo, con la Cattedrale e Palazzo Sclafani in primo piano sulla sinistra. Questo quadro è molto importante oltre che per la sua bellezza, anche come documento storico della città”.

L’opera di Simone de Wobreck

Il secondo dipinto, più grande e complesso, è del fiammingo Simone de Wobreck e si riferisce a una seconda epidemia di peste che dilagò a Palermo nel 1575. Realizzato un anno dopo, proviene dall’ex chiesa di San Rocco, poi reintitolata ai Santissimi Cosma e Damiano in piazza Beati Paoli. “Qui l’epidemia è rappresentata proprio come flagello divino per i peccati compiuti. In alto Dio, che sembra quasi Zeus con le frecce, associate sempre alle pestilenze e che troviamo anche nel Trionfo della morte di Palazzo Abatellis. Poi ci sono Cristo e la Vergine con i segni della Passione e i santi intercessori impetrano la grazia. Tornano San Rocco e San Sebastiano e anche Santa Cristina e Santa Ninfa. In basso, sempre la città, con la processione del croficisso del Cristo Chiaromonte della Cattedrale, con grande adunanza di popolo, tra i quali spiccano i fedeli della Compagnia dei Bianchi posti al centro”.

“Santa Rosalia intercede per Palermo”, di Vincenzo La Barbera

L’ultimo quadro del Museo Diocesano, infine, è legato alla terribile e più nota pestilenza del 1624 e la protagonista non può che essere Santa Rosalia. Opera del pittore manierista Vincenzo La Barbera, proveniente dalla Cattedrale, pone l’attenzione per la prima volta su Monte Pellegrino, dove furono ritrovate le ossa attribuite alla Santuzza. “In quest’opera – spiega ancora Palazzotto – Rosalia è posta sopra la Cala che è il porto da cui è entrata la peste e allo stesso modo, attraverso le mani della Santa che intercede, entra la grazia che libera la città dall’epidemia. In basso c’è anche una bella rappresentazione del vecchio porto con il Castello a Mare”. Tre opere legate da un filo rosso che attraversa i secoli e arriva fino al nostro tempo, ancora una volta minacciato da un contagio di cui non si intravede la fine. “Questa pandemia – osserva Palazzotto – ci dà la possibilità di comprendere alcune cose del passato che a noi apparivano lontane, ci fa capire meglio certe dinamiche che sembravano assolutamente distanti dal nostro modo di vivere. Magari con meno fervore rispetto al passato, le credenze religiose in questi casi tornano fuori”.

(Foto: Museo Diocesano di Palermo)

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Viaggio nel tempo tra oggetti d’epoca e maioliche

Centinaia di pezzi d’antiquariato provenienti dalla collezione Tschinke-Daneu saranno esposti in una mostra a Palermo, nell’ex convento della Magione

di Giulio Giallombardo

Una miniera infinita di oggetti che raccontano un’altra epoca. Piccoli pezzi di storia che segnano il passaggio dall’artigianato alla produzione industriale. Sono alcuni dei tesori della sterminata collezione Tschinke-Daneu, una delle famiglie più importanti di antiquari di Palermo, che – quando l’emergenza sanitaria finirà – saranno esposti in una mostra allestita dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, nell’ex convento della Magione. La mostra in gran parte inedita, curata dalla storica dell’arte Maria Reginella e dalla restauratrice Anna Tschinke, erede degli antiquari, era già in fase avanzata d’allestimento, ma per l’inaugurazione, purtroppo, si dovrà aspettare.

Maioliche della collezione Tschinke-Daneu

Da un lato, sarà esposto un nucleo consistente di maioliche storiche tradizionali, alcune risalenti al Cinquecento, fino all’Ottocento e provenienti dai più grossi centri di produzione siciliani, come Caltagirone, Sciacca e Burgio, ma anche da altre parti del Sud Italia. Dall’altro, alla produzione artigianale si affiancherà quella industriale, con centinaia di pezzi in terraglia, ceramica o porcellana come vasi, scatolette e contenitori vari. Molti sono oggetti d’epoca vittoriana, provenienti dall’Inghilterra, ma anche dagli Stati Uniti: ci sono scatole di dentifricio e vasetti di pasta d’acciughe o per il midollo di manzo, antichi barattoli di generi alimentari come spezie e pasta, ed anche particolari filtri per l’acqua. Su tutti campeggiano i marchi di fabbrica, alcuni dei quali di note aziende italiane ancora in attività.

Uno dei pezzi della collezione Tschinke-Daneu

“Abbiamo allestito già alcune vetrine – spiega Maria Reginella a Le Vie dei Tesori News – ma purtroppo ci siamo dovuti fermare per l’avanzare dell’epidemia. In questi giorni, da casa, continuiamo però a lavorare sul catalogo, sui pannelli e sulle didascalie, per descrivere meglio questi oggetti così particolari. L’idea è quella di mettere a confronto le ceramiche tradizionali, pezzi unici anche se realizzati in serie, e la collezione davvero originale di Tschinke, che comprende oggetti di matrice più industriale. Sarà una mostra interessante, che speriamo presto di inaugurare”.

 

Saranno circa trecento i pezzi esposti nell’ex convento della Magione. Il meglio della collezione Tschinke-Daneu, che ha preso forma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando il triestino Vincenzo Daneu inizia la sua attività di piccolo e alto antiquariato a Palermo, prima con un negozio in via Mariano Stabile e poi a Palazzo Santa Ninfa, in via Vittorio Emanuele. La bottega di Daneu diventa in poco tempo, punto di riferimento per ricchi clienti e per i nobili palermitani, ma anche miniera per il nascente Museo Nazionale guidato allora da Antonio Salinas. In seguito, Mario Felice Tschinke, erede dei Daneu, incrementa la raccolta conservando, fin da piccolo, oggetti della vita quotidiana che allora potevano sembrare banali, ma oggi raccontano un pezzo di storia vissuta tra le due guerre e mostrano l’introduzione di prodotti dei paesi d’occupazione, tedeschi, inglesi, francesi e americani.

Filtro per l’acqua (collezione Tschinke-Daneu)

“Purtroppo oggi tutti i nostri cantieri di restauro sono fermi – sottolinea la soprintendente Lina Bellanca – non ci sono le condizioni per garantire la sicurezza e dunque siamo stati costretti a bloccare tutto. Questa mostra a cui stavamo e stiamo lavorando potrà essere l’occasione per riaprire le stanze dell’ex convento della Magione, una bella sede su cui vogliamo puntare e dove già avevamo allestito altre mostre. Prima che si fermasse tutto, erano appena arrivati i materiali per installare il nuovo ascensore, ma abbiamo dovuto rinviare i lavori. Siamo preoccupati, come tutti, perché non vediamo la fine di questa emergenza e così, purtroppo, non possiamo programmare più nulla”.

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Carta verde dell’Unesco per il Parco delle Madonie

Il massiccio montuoso del Palermitano manterrà per altri quattro anni lo status di geoparco per il suo particolare patrimonio geologico

di Redazione

Le Madonie sono sempre più verdi. Il parco regionale manterrà per altri quattro anni lo status di geopark Unesco, passando dal cartellino giallo a quello verde. A dare la conferma ufficiale è stata la Divisione di Scienze ecologiche dell’Unesco Global Geopark, che ha ufficializzato la decisione del Consiglio, dopo l’annuncio dell’esito positivo della rivalidazione, in occasione del meeting della European Geoparks Network, lo scorso autunno in Spagna.

Le Madonie

Così le Madonie si confermano territorio unico per la biodiversità e per il patrimonio naturalistico, unico geoparco in Sicilia, insieme alla Rocca di Cerere di Enna, tra i nove italiani. Si tratta di territori che possiedono un particolare patrimonio geologico ed una strategia di sviluppo sostenibile sorretta da un programma europeo idoneo. Un geoparco, inoltre, deve avere confini ben definiti e una sufficiente estensione per consentire uno sviluppo economico efficace del comprensorio, deve comprendere un certo numero di siti geologici di particolare importanza in termini di qualità scientifica, rarità, valore estetico o educativo.

Sentieri delle Madonie

L’esame di rivalutazione dell’Unesco, che periodicamente verifica la sussistenza dei requisiti e dei parametri per il mantenimento dello status di Geopark, era stata effettuata da esperti internazionali, sulle Madonie, nello scorso mese di luglio. “È stato raggiunto un altro obiettivo – afferma il commissario straordinario Salvatore Caltagirone – . Grazie al lavoro svolto e ai risultati ottenuti nel corso degli ultimi due anni, siamo passati dal cartellino giallo a quello verde, ottemperando a tutte le prescrizioni che erano state raccomandate”.

Monte Mufara

Ma per la permanenza nella rete dell’Unesco, il geoparco delle Madonie dovrà attenersi a una serie di raccomandazioni. Tra queste, aumentare i fondi, potenziare l’informazione e la promozione del patrimonio geologico all’interno del territorio, attraverso specifici pannelli di interpretazione per i fossili di corallo su Piano Battaglia e per il sentiero didattico Filippo Arena su Monte Mufara, dove è possibile scoprire i principali aspetti geologici del territorio. Bisognerà, ancora, migliorare le strategie e le attività educative per facilitare la mitigazione di pericolo naturale e cambiamenti climatici nelle scuole e per i residenti, e aumentare la visibilità del logo “Global Geopark Unesco” in tutte le strutture come uffici turistici, musei, centri visita gestiti dai comuni e da altri partner. “Questo risultato – conclude Caltagirone – rappresenta un’altro motivo di speranza per le Madonie in questo difficile momento storico”.

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Addio a Rizzuto, una vita al servizio dei beni culturali

È morto il direttore del Parco archeologico di Siracusa, lasciando diversi progetti in cantiere. L’architetto non è sopravvissuto al coronavirus

di Maria Laura Crescimanno

Lo avevamo cercato ed intervistato al telefono il 3 marzo scorso e lui era lì, al suo posto, al servizio dei beni culturali della sua provincia. Ci coglie come una doccia fredda la notizia di oggi della morte per coronavirus del direttore del Parco archeologico di Siracusa, l’architetto Calogero Rizzuto di 65 anni, nato a Sambuca di Sicilia, che era stato soprintendente a Ragusa e Siracusa. Rizzuto non è sopravvissuto alla furia del virus. Arrivano in queste ore i messaggi di cordoglio per un funzionario di grande competenza e dedizione verso il patrimonio siciliano e la sua salvaguardia.

Calogero Rizzuto (foto da Facebook)

Un dirigente pragmatico, animato da forte senso pratico nell’affrontare le emergenze legate al turismo culturale, in un territorio ed in un parco archeologico regionale come quello di Siracusa, di grande importanza strategica. Rizzuto recentemente aveva fatto riferimento al grave problema delle strade provinciali impraticabili ed interrotte lungo l’asse costiero, ma anche alle nuove progettualità per far ritornare fruibili siti archeologici meno noti, che pure erano sotto la sua giurisdizione, come il Parco di Eloro e la Villa del Tellaro. A questo proposito, ci aveva parlato dei recenti finanziamenti, nell’ordine di circa 3 milioni di euro, e dei primi possibili interventi che aveva allo studio per mettere al più presto in sicurezza gli accessi, l’illuminazione e la sorveglianza. Adesso, ci auguriamo che il suo lavoro venga ripreso e continuato al meglio e con l’incisività che lui avrebbe voluto.

Il Teatro Greco di Siracusa (foto Andrew Malone, Wikipedia)

ll presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci ha espresso profondo cordoglio per la morte del direttore del Parco archeologico di Siracusa. “Lo avevo conosciuto alcuni mesi fa – dice il governatore – apprezzandone, da subito, le sue qualità umane e professionali, per questo motivo lo avevo nominato per rilanciare l’area archeologica aretusea. Con la sua scomparsa, la Regione perde un dirigente serio e capace. Alla famiglia vanno le condoglianze del governo regionale”. L’assessore alla cultura della città di Siracusa, Fabio Granata e il sindaco Francesco Italia in un messaggio ufficiale dell’amministrazione comunale esprimono “grande dolore per la sua scomparsa”, e affermano che “la cultura siciliana subisce una gravissima perdita alla luce della personalità e professionalità di Calogero Rizzuto, dal tratto umano raro, ci impegniamo non appena la fase drammatica sarà passata, stringendoci attorno alla famiglia, ad onorarne la memoria”.

L’Ara di Ierone II (foto Victoria, da Wikipedia)

“Era un uomo buono e disponibile, instancabile nel lavoro e presente sempre, dando esempio a tutti noi dell’amore e dell’orgoglio di appartenere a questa Istituzione – si legge sulla fanpage di Facebook del Parco archeologico di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro -. È riuscito in pochi mesi a portare a termine e a intraprendere progetti importantissimi per il nostro territorio. La sua forza, la sua caratteristica era il voler dare ascolto a tutti nell’idea complessiva di un futuro di eccellenza che doveva coinvolgere ogni ramo della nostra società civile. Lui si definiva un guerriero dai grandi sogni e aveva visto alcuni di questi realizzarsi”.

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Tesori da ascoltare: gratis le audioguide dei siti culturali

Da Palermo a Monreale, fino ad Agrigento: nuovo progetto di Coopculture per continuare a rendere accessibili almeno virtualmente luoghi adesso chiusi

di Ruggero Altavilla

Ci sono tesori di Palermo come l’Orto botanico, la Zisa o il Museo Salinas, ma anche il chiostro del Duomo di Monreale fino alla Valle dei Templi di Agrigento. In attesa di poter tornare a visitare monumenti, musei e siti archeologici, si possono ammirare “virtualmente” attraverso le audioguide che CoopCulture mette a disposizione gratuitamente in questi giorni. Un modo per continuare a rendere accessibili i tanti luoghi dove la cooperativa opera – anche in accordo con le istituzioni culturali con cui collabora – per reagire all’emergenza che ha investito anche il settore della cultura e la cooperativa stessa a causa della pandemia in corso.

Il tempio della Concordia nella Valle dei Templi

È il progetto “Culture at home”, nato per condividere bellezza ed essere “portatori sani di cultura” contro il “virus della paura e dell’isolamento” che vuole anche essere una risposta all’appello rivolto dal ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo agli operatori culturali, a rendersi diffusori di cultura mediante i propri strumenti. Da oggi è dunque online un nuovo sito che offre, oltre alle audioguide gratuite, un programma web di racconti virtuali ed esperienze didattiche per eliminare ogni distanza tra il visitatore e i capolavori e per rendere da casa tutti protagonisti, grandi e piccoli. È corredato da quattro sezioni di iniziative ed esperienze digitali per tutti, con video e materiali scaricabili che si arricchirà costantemente di nuovi contenuti.

L’Aquarium dell’Orto botanico

C’è la sezione “OfficinaCulture”, una serie di spunti per liberare la fantasia e fare delle attività con i bambini a casa pensando ai musei. Ad esempio, imparando insieme come costruire un museo domestico in una scatola da scarpe o un teatro portatile; c’è poi “EduCulture”, la sezione dedicata agli studenti di tutte le età con quaderni didattici, video e altre occasioni di apprendimento divertente. Tra le proposte c’è il quaderno ricreativo realizzato in occasione della mostra “La meccanica dei Mostri. Da Carlo Rambaldi a Makinarium”, ospitata nei mesi scorsi dal Palazzo delle Esposizioni di Roma, ed alcune delle piattaforme digitali, realizzate dagli studenti nell’ambito dei progetti di alternanza scuola-lavoro, per digitalizzare il patrimonio culturale. Ancora, “Una cartolina al giorno”, uno strumento per condividere bellezza in questo tempo sospeso.

L’Agorà del Museo Salinas di Palermo

La sezione da cui scaricare e ascoltare le audioguide si chiama, invece, “RaccontiCulture” e raccoglie attualmente una quindicina di siti italiani, di cui cinque sono quelli siciliani. Ogni singola audioguida è uno strumento pratico, con un’ampia selezione di ascolti, una ricca galleria d’immagini e mappe di orientamento. Ci si potrà immergere tra i viali dell’Orto botanico di Palermo, un museo verde tutto da scoprire; oppure visitare le sale del Museo Salinas, con i reperti provenienti da Tindari, Selinunte, Solunto, Agrigento e da altre aree archeologiche. Chi vorrà, potrà fare un salto alla Zisa, il palazzo che conserva nel suo nome (dall’arabo al-Azîz, splendido) il ricordo della sua magnificenza realizzata dall’incontro tra la cultura araba e quella normanna ai tempi di Guglielmo I. Oppure spostarsi a Monreale, per ammirare il chiostro del Duomo, un luogo suggestivo i cui capitelli narrano storie legate al Vecchio e al Nuovo Testamento, gli animali del bestiario medievale e la tradizione mediorientale a motivi fitomorfici. Infine, tappa immancabile la Valle dei Templi di Agrigento, uno dei siti archeologici più importanti d’Italia, che racconta una storia antica più di duemila anni.

Per ascoltare le audioguide basta scaricare l’app Audio Culture per smartphone e tablet su Google Play e App Store. Seleziona l’audioguida, clicca su “acquista” e attiva il download gratuito inserendo il codice TEMPORARYFREE alla voce coupon. L’audioguida dura 48 ore dall’attivazione.

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La città del Gattopardo che rinasce con la cultura

Palma di Montechiaro si candida al riconoscimento del Mibact, puntando sulla sua storia e sulle bellezze monumentali e ambientali

di Antonio Schembri

Anche quando, dal dopoguerra alla fine del Novecento, degrado e abbandono raggiunsero quel punto estremo di assurdità che forse nessuno riuscì a descrivere meglio di Giuseppe Fava ne “I Siciliani”, il saggio – inchiesta sulla bellezza offesa della Sicilia, pubblicato dal grande cronista e drammaturgo catanese pochi anni prima d’essere ucciso dalla mafia a Catania, il patrimonio monumentale di Palma di Montechiaro non ha comunque mai cessato di meravigliare. Quattro secoli di storia e di sicilianità: dal fascino barocco delle sue chiese seicentesche alle atmosfere del Gattopardo, quelle legate al tramonto dell’aristocrazia e alla proterva affermazione della borghesia agricola all’indomani delle imprese garibaldine.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Riferimento concreto, quest’ultimo, legato alle origini palmesi della nobile famiglia dei Tomasi che, mescolato con i valori naturalistici di prim’ordine di un territorio due secoli fa suddiviso in vasti feudi adibiti a agricoltura e pastorizia, con ogni probabilità ispirò alcune tra le pagine più emozionanti del grande romanzo scritto dal loro più illustre discendente, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Un tesoro raccontato la scorsa estate durante l’esclusivo evento di Dolce e Gabbana per le vie del centro storico e dalla recente puntata dedicata a Palma di Montechiaro da Ulisse, il programma Rai di Alberto Angela.

La Chiesa Madre di Maria Santissima del Rosario

Su questi valori oggi la cittadina situata a 21 chilometri da Agrigento punta per concorrere al titolo di Capitale italiana della cultura 2021, insieme alle siciliane Trapani, Modica e Scicli. Lo fa con requisiti di peso, illustrati nel dossier la cui presentazione al Mibact, prevista questo mese, è stata rimandata a fine giugno per l’emergenza sanitaria in corso. Dal trecentesco Castello chiaramontano, appena fuori dal paese, che sovrasta una delle baie più belle dei 136 chilometri del litorale provinciale, ai luoghi ed edifici addensati nel centro storico di Palma di Montechiaro, come la superba scalinata che conduce in cima alla collina dove si erge la facciata barocca della Chiesa Madre, il Palazzo Ducale e l’adiacente Monastero delle Benedettine.

Piazza Provenzani

Luoghi, questi ultimi due, legati proprio alla storia dei Tomasi. Il capostipite, il duca Giulio I, fondatore di Palma di Montechiaro, investì ingenti risorse economiche nella creazione di questa comunità. A animarlo fu la forte fede religiosa, trasmessa all’intera sua famiglia. Tra i suoi figli, Giuseppe Maria Tomasi, cardinale e teologo di fine 1600 fu proclamato santo da papa Giovanni Paolo II nel 1986 mentre Isabella, suora di clausura, sepolta nel monastero, fu proprio la personalità locale che, sempre nel Gattopardo, ispirò al grande scrittore palermitano il personaggio della Beata Corbera. Un edificio, il monastero di Palma, la cui fama è peraltro ancora oggi legata ai favolosi biscotti ricci alla mandorla aromatizzati al limone, preparati dalle sapienti mani di generazioni di suore e resi famosi dalle pagine del romanzo.

Santuario di Monte Calvario

Tutto questo e non solo. Palma di Montechiaro ha infatti anche una complessa storia archeologica. Lo prova il sito di Monte Calvario, con la Grotta della Zubbia frequentata dall’uomo nell’era Neolitica fra il VI e il V millennio avanti Cristo. Inoltre è uno dei territori siciliani più legati alla vicenda delle miniere di zolfo. Immancabili gli eventi folkloristici, dove si fondono sacro e profano, come la Festa della Madonna del Castello, col suo chilometrico corteo di cavalieri e carretti siciliani. E c’è la cornice di ambiente naturale tipicamente mediterraneo: “Diciassette chilometri di costa, con un mare pressoché incontaminato, un’area Sic dalle caratteristiche uniche in termini di flora e fauna e diverse spiagge e insenature stupende, a cominciare da quelle di Punta Bianca, con candide falesie simili a quelle dei più famosi siti di Scala dei Turchi e Torre Salsa”, tiene a sottolineare il sindaco Stefano Castellino. In questi giorni anche per i 23mila abitanti di Palma di Montechiaro la vita scorre con sofferenza all’interno degli spazi domestici. Fuori, tra viuzze e scalinate al cospetto delle splendide facciate di chiese e palazzi storici tutto è deserto, come un impianto scenografico momentaneamente surreale e triste.

Un tratto del litorale

“Ma vogliamo che rinasca presto – riprende Castellino – . Ci stiamo provando del resto già da qualche anno, con l’apertura di cantieri su più fronti (più di 10 quelli in corso d’opera per una spesa complessiva superiore a 20 milioni di euro, informano al comune, ndr), a cominciare dalle ristrutturazioni immobiliari e il miglioramento della viabilità”. Nel documento elaborato per la candidatura a capitale della cultura c’è una caparbia voglia di riscatto economico e sociale. Tutto adesso è legato a quando e come si allenterà la morsa della paura della pandemia. La via, però, è già segnata. “Per Palma di Montechiaro – conclude il sindaco – è quella della valorizzazione turistica e culturale”.

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