L’olio “miracoloso” che sgorga dalla terra

Nelle campagne di Blufi, sulle Madonie, c’è una fonte da cui affiora un liquido combustibile ritenuto capace di curare malattie della pelle e usato anche come vermifugo

di Giulio Giallombardo

Affiora in un lembo di terra alle pendici delle Madonie. È l'”oro nero” di Blufi, piccolo centro di mille anime, non lontano dalle due Petralie. Per gli scienziati è un comune olio minerale che sgorga dalla terra, per i devoti, invece, è un unguento miracoloso capace di curare malattie della pelle e usato anche come vermifugo. Fatto sta che la sorgente dell’olio “santo” continua ancora oggi a essere meta di pellegrinaggi, a tal punto che sul posto c’è anche chi prepara delle boccettine piene di “elisir” da portare a casa, quando – soprattutto d’inverno – al posto dell’olio si trova soltanto acqua.

Il campo di tulipani con il santuario sullo sfondo (foto Alberto Genduso)

La nicchia perennemente annerita dal grasso, con tanto di bicchiere per prelevare il “prodigioso” fluido, si trova a poche centinaia di metri dal santuario dedicato alla Madonna dell’Olio. Una chiesetta d’impianto settecentesco, ma di origini antichissime, tant’è che nel 1100 esisteva già una cappella e alcune fonti fanno risalire una prima edificazione sin dall’ottavo secolo. A pochi passi, inoltre, si ripete un altro piccolo “miracolo” della natura: un campo di rossi tulipani spontanei che fioriscono ogni primavera. Come spesso avviene in questi casi, ogni luogo “magico” ha la sua leggenda: si tramanda, infatti, che l’olio di questa sorgente fosse prima commestibile, ma poiché qualcuno ne prelevava più del necessario, si trasformò in liquido nero combustibile.

Il santuario della Madonna dell’Olio (foto Alberto Genduso)

Ma alla base della leggenda, potrebbe esserci un fondo di verità, come racconta don Raffaele Fucà, un tempo rettore del santuario, in un volumetto del 1977. “Dagli storici – scrive il sacerdote – sembra risultare e dalla bocca di anziane persone s’è appreso che la sorgente dell’olio, prima, era più vicina alla chiesa. Tale sorgente si esaurì nel secolo scorso; e l’affioramento dell’olio riapparve altrove, dov’è oggi, a circa trecento metri dalla chiesa. Dal cambio avvenuto dell’ubicazione della sorgente d’olio, avrebbe avuto origine la leggenda”.

Il santuario in una foto d’epoca

Delle virtù terapeutiche dell’olio si parla anche in alcune fonti storiche citate da don Raffaele, come un atto del Quattrocento di un notaio della vicina Polizzi Generosa che fa cenno a “certi uomini lebbrosi, ricercati da un regio portiere di Palermo”, che “vennero trovati in terra di Petralia e presso la fonte del petrolio”. Ma anche lo storico catanese del Settecento, Vito Maria Amico, nel suo “Lexicon topograficum Siculum”, fa riferimento a una “fonte celeberrima di olio galleggiante – traduce dal latino don Raffaele – che, raccolto di mattina, viene conservato nei vasi. Vicino c’è la chiesa rurale della Madre di Dio con custodi eremiti. L’olio è indicatissimo per curare le malattie cutanee, sgorga abbondantemente e viene usato largamente dell’isola. Per questa fonte la città viene chiamata Pietra dell’olio e volgarmente Petralia”. In tempi più recenti, non sono mancate anche ricerche da parte di studiosi e – riferisce sempre il sacerdote – anche di compagnie petrolifere, che avrebbero constatato la presenza di un giacimento abbastanza ridotto.

La nicchia dove affiora l’olio

L’olio “santo”, in termini più prosaici, non è altro che un idrocarburo composto da una percentuale di 1,92 per cento di benzina, 33,56 di petrolio propriamente detto e per il resto da solforati come i tiofeni. Le ultime analisi risalgono agli anni ’50 del secolo scorso e furono condotte dall’allora centro sperimentale dell’industria mineraria di Palermo. ”Proprio la presenza di zolfo – aveva spiegato all’Adnkronos diversi anni fa Giovanni Abbate, chimico dell’Agenzia regionale per la Protezione dell’Ambiente, commentando i dati – ne fa un olio minerale che fa bene alla pelle, ma non ne fa un prodotto commercialmente appetibile per l’estrazione e la produzione di benzina così come tutti i petroli che si trovano nel sottosuolo siciliano”.

Uno scorcio di Blufi (foto Alberto Genduso)

Intanto, il via vai di fedeli prosegue, seppur il santuario resti fuori dai grandi circuiti turistico-religiosi. “Sono in tanti a venire qui per raccogliere l’olio, soprattutto in estate e in molti casi anche dall’estero, anche se fino a qualche anno fa la devozione era molto più diffusa – racconta il blufese Alberto Genduso, appassionato di storia locale – . Che ci si creda o no, diverse persone sostengono di essere guarite proprio grazie a questo rimedio”. Un dono della natura che fa miracoli.

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Verso il restauro del presbiterio della Cattedrale

Dopo il nuovo percorso espositivo del tesoro, in cantiere un progetto che riguarda il recupero degli affreschi, della pavimentazione normanna e di altri elementi decorativi

di Giulio Giallombardo

Un progetto per valorizzare il cuore più antico della Cattedrale di Palermo. Prosegue il lavoro della Soprintendenza dei Beni culturali per completare il recupero delle parti normanne nella zona dell’abside centrale. Un’opera di riscoperta iniziata con il nuovo percorso espositivo del tesoro, inaugurato lo scorso maggio, e che adesso la Soprintendenza vuole riprendere nell’area del presbiterio, dove si conserva anche parte del pavimento normanno, realizzato a mosaici con disegni geometrici. Il progetto di restauro è stato ritenuto ammissibile ad un finanziamento di 500mila euro, provenienti dai fondi del Po Fesr 2014-2020, come si legge in un decreto firmato dal dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro.

Il Cristo risorto di Antonello Gagini

Sarà un intervento complessivo che riguarderà sia le parti settecentesche che quelle più antiche. “Oltre al lavoro sull’antica pavimentazione, abbiamo incluso il restauro degli affreschi di Mariano Rossi, nella calotta dell’abside centrale, deteriorati dall’umidità – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – prevediamo, poi, il recupero della parte basamentale dell’altare del Crocifisso, con le sculture del Gagini parzialmente rovinate anche in questo caso dall’umidità. Vorremmo anche procedere con il restauro artistico delle armadiature presenti nella cappella del tesoro, su cui si erano fatti dei saggi di pulitura e che mettevano in evidenza preesistenze più interessanti rispetto alla tinteggiatura monocromatica che si vede adesso”.

Il pavimento normanno e il candelabro

Proprio il presbiterio, in effetti, custodisce ancora testimonianze dell’antica cattedrale gualteriana, così chiamata dal nome di Gualtiero Offamilio, arcivescovo al tempo di Guglielmo II, a cui si deve l’edificazione di un “nuovo” duomo a partire dal 1170, sui resti di un precedente tempio bizantino e ancora prima di una moschea. Tra gli elementi più antichi, nella parte sinistra dell’abside, vicino al candelabro destinato al cero pasquale, spicca il seggio reale con decorazioni musive del XII secolo. Lì sedettero per primi i sovrani normanni.

Il presbiterio della Cattedrale

Il progetto si affianca a quello più complessivo del restauro dei tetti della Cattedrale, annunciato lo scorso giugno (ve ne abbiamo parlato qui). Un intervento promosso dal Provveditorato delle Opere pubbliche di Sicilia e Calabria, finanziato dal ministero dei Beni Culturali, e redatto da una squadra di professionisti, col contributo dell’Università di Palermo, della Soprintendenza e dell’autorità ecclesiastica. “Noi ci concentreremo sull’area presbiteriale – conclude la soprintendente Bellanca – proprio per evitare di interferire o sovrapporci agli altri interventi che riguardano i tetti, le capriate e le cupolette”.

(Foto dal sito www.cattedrale.palermo.it)

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Al via il restauro dei bozzetti e gessi di Antonio Ugo

L’iniziativa rientra tra le attività promosse per celebrare i 150 anni dalla nascita dello scultore palermitano

di Redazione

Visse, sognò, lavoro e progettò nella sua Palermo: in cui era nato nel 1870 e in cui nel 1950 si spense. Questo intenso rapporto con la città – di cui l’emblema è anche la collaborazione con Ernesto Basile – non ha però impedito ad Antonio Ugo, scultore e accademico di grande pregio, di ricevere apprezzamenti e riconoscimenti anche in ambito nazionale. Dall’Accademia di Brera, che lo fece socio onorario, alla Biennale di Venezia, di cui fu più volte giudice.

Scultura raffigurante Giacomo Serpotta (foto Sicilarch, da Wikipedia)

Tra le attività promosse per celebrare i 150 anni dalla nascita di Antonio Ugo, che culmineranno in una grande mostra prevista nel prossimo mese di ottobre, la Fondazione Sicilia, in collaborazione con la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo e con i discendenti dell’artista, organizza a Palazzo Branciforte la presentazione del progetto “Antonio Ugo. Scultore (1870-1950)”, in programma mercoledì 22 gennaio alle 18. In questa occasione verranno presentati alcuni bozzetti e modelli in gesso, di proprietà dei discendenti dell’artista, che testimoniano un’importante quanto rara fase progettuale della realizzazione di alcune delle opere presenti nella collezione della Fondazione Sicilia, e che saranno restaurati nel corso dei prossimi mesi a Palazzo Branciforte.

Busto di Giuseppe Verdi

Alla presentazione dei lavori parteciperanno la soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, e il presidente della Fondazione Sicilia, Raffaele Bonsignore. Saranno presenti anche i discendenti di Antonio Ugo. “La Fondazione Sicilia – afferma Raffaele Bonsignore – con lo spirito di promuovere e valorizzare il patrimonio artistico siciliano, in occasione del 150esimo anniversario della nascita di Antonio Ugo, ha deciso di restaurare i modelli in gesso di alcune delle opere presenti nella collezione di bronzi esposta a Palazzo Branciforte. Il restauro sarà realizzato a cantiere aperto, a Palazzo Branciforte”. Il progetto di restauro sarà coordinato dalla competente unità operativa della Soprintendenza di Palermo, nelle persone di Carolina Griffo, Maria Reginella e Mauro Sebastianelli.

Nella sua lunga attività, Antonio Ugo espresse un linguaggio inizialmente aderente al simbolismo allegorico, poi dal sapore preraffaellita, giunse all’Art Nouveau con qualche accento di verismo meridionale che culminò nel periodo più tardo, a partire dagli anni venti, ad una progressiva semplificazione delle masse plastiche e l’accostamento al Novecento, con un monumentalismo accademico.

(Nella foto in alto il modello in gesso della Vittoria Alata)

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I lingotti nei fondali di Gela tra mito e scienza

Un incontro all’Arsenale borbonico di Palermo ha fatto luce sui preziosi blocchi di oricalco rinvenuti in fondo al mare, esposti insieme a due elmi corinzi

di Guido Fiorito

L’hanno chiamato l’oro di Atlantide ed è stato trovato in lingotti nel mare di Gela. Quasi novanta pezzi di oricalco strappati all’oblio dei fondali dai subacquei, con la Soprintendenza del Mare. Uno dei successi mondiali del metodo Sebastiano Tusa, l’archeologo che sapeva unire e guidare le forze umane disponibili per ritrovare in mare gli oggetti preziosi della Sicilia antica. E poi studiarle e valorizzarle. Il collegamento con Atlantide è dato dal fatto che Platone, nel dialogo Crizia, dice che in questa isola mitica il tempio di Poseidone aveva una cerchia di mura di oricalco. Un luogo ideale, di cui non è certa neanche l’esistenza, ma che accende la fantasia: c’è un atlantide-mania con collocamenti geografici disparati, dall’Antartide al Giappone fino alle Bahamas.

L’Arsenale della Marina Regia

“L’importanza dei lingotti – spiega Valeria Li Vigni, soprintendente del Mare – è data dal fatto che si tratta di un ritrovamento unico, pochissimi gli oggetti di oricalco antico esistenti nei musei”. L’oricalco non è altro che una lega di rame e di zinco, ovvero una specie di ottone, che in antichità esisteva ma in quantità limitate, tanto da essere prezioso. Fu usato dai romani per coniare sesterzi. Da qui un incontro all’Arsenale della Marina Regia di Palermo, con l’Associazione italiana di Archeometria, dedicato ai lingotti, con la partecipazione degli studenti delle scuole gelesi, e l’illustrazione di tutti gli esperimenti scientifici ai quali sono stati sottoposti, con interventi di Eugenio Caponetti, Maria Luisa Saladino, Mario Berrettoni e Francesco Armetta. Incaricati da Tusa di verificare che non si trattasse di falsi.

I lingotti esposti all’Arsenale

L’ipotesi di partenza è che risalgano al VI secolo avanti Cristo, epoca dei relitti delle navi e di altri reperti ritrovati nei fondali gelesi. Test sono stati fatti nell’università di Palermo e di Bologna, nell’Istituto nazionale di geofisica e in Inghilterra. Le indagini non invasive, con uno spettrometro portatile a raggi X, hanno trovato una quantità di zinco, inferiore al 27 per cento, compatibile con lavorazioni antiche. Per realizzare i lingotti sono stati utilizzati tre minerali: sphalerite e smithsonite (zinco) e malachite (rame), sottoposti ad un processo di fusione oltre i mille gradi, in stampi diversi tra loro con un raffreddamento a tempi lenti. Sono stati fatti micro prelievi e sottoposti a indagini chimiche statistiche, capaci di riscontrare sostanze presenti in un milionesimo di parti.

Lingotti di oricalco

La conclusione è che il gruppo dei primi 39 lingotti trovati nel dicembre 2014 è simile per composizione a quello di 47 recuperato nel febbraio 2017. Sono divisibili in cinque-sei sottogruppi che potrebbero indicare manifatture in luoghi diversi. Stesso risultato al Rutheford Appleton Laboratory e poi nelle indagini con neutroni a Palermo. Sono state fatte ricerche sulle tracce di isotopi di piombo che fanno escludere la provenienza dei metalli da miniere anatoliche e sono compatibili con quelle sarde, dove erano disponibili i tre minerali usati. “Nei lingotti di piombo vi sono dei marchi, in questi non ne abbiamo trovati. Possiamo concludere – dice Caponetti – che i test sono compatibili con la datazione proposta a 2600 anni fa anche se non possiamo affermarlo con certezza”. L’affascinante mistero rimane.

Uno degli elmi corinzi

“Questo è solo l’inizio”, dice il sub protagonista della scoperta, Francesco Cassarino, che conosce i fondali di Gela e, soprattutto, come operano le correnti che scavano il fondo scoprendo tesori come i due elmi corinzi ritrovati mentre rotolavano sulla sabbia. Nello stesso fondale, sono stati identificati i relitti di due navi, uno riportato in superficie e l’altro protetto da una rete in attesa di trovare i finanziamenti per il recupero. Ma vi sono indizi dell’esistenza di almeno un terzo relitto. Parte dei resti della prima nave saranno esposti dal 15 febbraio a Forlì, ai Musei San Domenico, nella mostra “Ulisse. L’arte e il mito”.

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Petralia Soprana festeggia l’anno d’oro del turismo

Il record di presenze nel paese madonita è stato coronato da un concorso fotografico che ha premiato i giovani del territorio

di Maria Laura Crescimanno

Petralia Soprana, borgo più bello d’Italia uscente, inizia il nuovo anno sull’onda lunga del successo del riconoscimento e premia tre giovani fotografi. Durante l’estate sono stati moltissimi i visitatori ed i turisti che hanno scoperto il paesino medievale delle alte Madonie, con le sue chiese, l’itinerario seicentesco dello scultore madonita Francesco Pintorno, noto come fra’ Umile da Petralia, la gastronomia e gli eventi culturali e musicali. Ieri l’amministrazione comunale ha concluso, con una mattina di lavori a Palazzo Pottino, il concorso fotografico aperto ai giovani del territorio dal titolo “Il Borgo più bello d’Italia in uno scatto”.

La foto vincitrice di Ilaria La Placa

Presidente della giuria il fotoreporter palermitano Igor Petyx, che ha spiegato ai molti giovani appassionati presenti come fotografare significhi impegno personale, scelte non sempre facili e determinazione. Al concorso hanno partecipato diciotto aspiranti fotografi, con 54 scatti che hanno raccontato, attraverso le immagini, il territorio di Petralia Soprana, mettendo insieme le bellezze del paesaggio dell’arte e della tradizione. Prima classificata è stata la foto di Ilaria La Placa dal titolo “Ricchezza, giochi e tesori tra passato e presente”, seconda quella di Luca Sabatino “Luminose stelle che splendono come diamanti nell’antico borgo” e terza lo scatto di Martina Polito dal titolo “Dolcezze, devozioni e tradizioni”.

La fotografia di Luca Sabatino

L’ iniziativa promossa dall’amministrazione comunale è stata supportata dalla direzione della vicina miniera Italkali di contrada Raffo, che di recente nei weekend ha aperto le sue porte ai visitatori. Il sindaco Pietro Macaluso ha promesso che il concorso, che ha visto in palio una somma di denaro per i primi tre classificati, continuerà anche nei prossimi anni, con l’intento di stimolare la creatività dei giovani madoniti, ma anche di creare un archivio fotografico per continuare la promozione turistica. Già previsto, inoltre, un evento nei prossimi mesi all’aeroporto Falcone Borsellino, per raccontare il territorio e le possibili esperienze offerte ai visitatori.

Lo scatto di Martina Polito

“Per Petralia Soprana questo concorso rappresenta anche un’occasione per conservare le immagini nel tempo all’interno di un museo fotografico al quale stiamo lavorando – ha annunciato il sindaco – . Le fotografie sono state scelte da una giuria qualificata, ma anche dai social attraverso la pagina Facebook del Comune. Adesso guardiamo alla promozione insieme al Parco delle Madonie con la sua vetrina a Palermo, nelle sale di Palazzo Sant Elia”. Il fotografo Igor Petyx ha invece parlato della foto vincitrice, sottolineando “studio e tecnica dell’immagine bilanciata, un racconto generazionale contestualizzato con il luogo sullo sfondo”, e mettendo in evidenza, per ogni foto, le varie peculiarità e caratteristiche legate a stile, luce, tecnica di scatto e studio della foto.

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Alla scoperta di Mondello, il borgo del cane che dorme

La borgata marinara di Palermo sorge dove prima si trovava un vecchio pantano, poi prosciugato, abitato da una piccola comunità di contadini

di Emanuele Drago*

Su un ampio braccio di mare, tra le azzurre increspature delle onde, si scorge un angolo di paradiso. Un luogo che sorse su quello che un tempo era un vecchio pantano denominato piano del Gallo e che era abitato, fin dal XII secolo – per la verità, tracce umane sono state attestate fin dalla preistoria – da una piccola comunità di contadini. Tuttavia, fu soprattutto grazie all’inurbamento dei fondi appartenuti alle famiglie Catalano e La Barbera che l’antico pantano conobbe un notevole sviluppo.

Mondello

La zona in origine possedeva – in prossimità di via Castelforte – numerosi qanat, cunicoli che convogliavano le acque dolci della sorgente Ayguade in uno preciso punto. Fu proprio lì che si generò il lago artificiale, un luogo al quale si legarono tutte le future attività di quasi cento famiglie di contadini. Oltre all’allevamento bovino e ovino, si estraeva il sale, ma anche il tannino, sostanza che veniva utilizzata per la concia delle pelli. Tuttavia, tra il XVII e il XIX secolo, l’aria salubre del lago venne contaminata dagli animali, ragion per cui, il pescoso laghetto divenne di fatto un pantano. Ma, intorno al 1890, grazie all’azione svolta dall’amministrazione comunale guidata da Emanuele Paternò – ma anche grazie al contributo del principe di Scalea – l’enorme pantano venne colmato con la terra rossa estratta dal Monte Pellegrino; inoltre, anche l’acqua salmastra venne convogliata a mare per mezzo di una conduttura sotterrata chiamata ferro di cavallo.

Monte Pellegrino e lo Stabilimento

Fu così che a partire dal 1916, la zona, ormai divenuta proprietà demaniale, venne lottizzata e oltre alle numerose ville liberty nacque anche uno stabilimento con ristorante in riva al mare. Così nacque Mondello, il simbolo della Palermo Liberty, nata alle spalle del Monte Pellegrino, la cui sagoma vista dalla spiaggia fa pensare a un cane che dorme. Una borgata marinara lontana dalle mortificazioni edilizie e dalle drastiche trasformazioni che stavano caratterizzando la città. Ma da dove deriva il termine Mondello? Ora, sembra che in origine fosse chiamata Mars at tin, ossia porto di fango, mentre il termine non deriverebbe altro che da un’unità di misura utilizzata dai pescatori della zona per gli scambi commerciali.

Foto d’epoca dal libro “Mondello ieri e oggi” di Riccardo Agnello

Per giungervi bisogna superare viale Regina Margherita, non prima di aver ammirato piazzetta Caboto, un giardino in cui si trova una stele dedicata a Clemente Ravetto, il primo uomo che all’inizio del secolo sorvolò la città. Ma tutta quanta Mondello è piena di villette i cui nomi risuonavano nella mente come una danzante cantilena. Prima di costeggiare il lungomare, si giunge in un’altra piazza denominata Valdesi, il cui nome è legato alla famiglia spagnola dei Valdez, la quale, nel XVII secolo, grazie ai cospicui guadagni ottenuti durante il periodo dell’inquisizione – don Ferdinando Alvarez Valdes era un noto inquisitore – vi aveva edificato un proprio baglio agricolo, poi convertito in villa.

Villino Gregorietti

Come già accennato, la zona venne lottizzata grazie a un progetto redatto da una società belga che realizzò, oltre a un sistema tranviario di collegamento tra la località di mare e la città, l’edificazione di una serie di ville liberty che facevano da cornice all’ambito golfo. Tra queste ville ricordiamo il villino Gregorietti e Lentini, ma anche, sul versante opposto – presso Punta Celesi e il circolo canottieri “Ruggero di Lauria” – la villa dei Ducrot, l’originaria residenza degli ebanisti e industriali che abbellirono gli interni dei villini e dei palazzi liberty della città.

Lo Stabilimento

Percorrendo invece via Regina Elena, si può ammirare uno dei simboli di Mondello: il grande stabilimento che dà sul mare e che venne costruito dall’impresa Rutelli, su progetto di Rudolf Stualker. Possiede all’ingresso un’elegante esedra a piloni con piastrelle maiolicate; quest’ultima dà l’accesso al pontile che, attraversando il mare, giunge fin all’elegante stabilimento balneare con annesso un ristorante. Prima di raggiungere la piazza, appena di fronte al mare, si trova una torre di difesa alta oltre venti metri, mentre, poco oltre, proprio dentro la piazza, è allocata una fontana con la statua bronzea di una sirena.

Esedra all’ingresso dello Stabilimento

Ora, sembra nei pressi dello slargo, nella metà del XV, vi fosse una tonnara e un baglio attorno al quale nacque il primo nucleo abitativo della borgata, con relativa chiesa dedicata della Madonna delle Grazie. La tonnara, a partire dal Seicento, fu acquistata da Alfonso Guiglia che si fregiò del titolo di barone di Mondello. I successivi proprietari furono i Gerbino, baroni di Gulfotta e, prima della completa chiusura avvenuta nel 1955, i fratelli D’Acquisto e Caputo. Ed era proprio su questo punto che si trovava l’antico stenditoio in cui i pescatori facevano asciugare le proprie reti. Superata la chiesa, sempre costeggiando il mare, si giunge nei pressi di un pianoro, luogo in cui è presente un albergo. Nei pressi del pianoro e dell’albergo si trova una seconda torre, denominata Torre del Fico d’india, struttura attorno alla quale, durante la costruzione dell’albergo, furono rinvenuti reperti archeologici risalenti al Paleolitico superiore.

Torre del Fico d’India

Da via Gallo, inoltre, è possibile accedere alla riserva naturale e marina che si estende fino a punta Barcarello, ricca, per oltre sei chilometri, di sentieri e grotte marine. Il monte Gallo è alto 562 metri e deriva il proprio nome dall’arabo “Galh”, termine che, ponendolo in relazione altimetrica col Pellegrino, indica quello “più piccolo”. La zona in passato fu anche meta di pellegrinaggi religiosi, come d’altronde attestano alcuni ritrovamenti avvenuti dentro la fossa del Gallo; luogo presso cui, in una grotta denominata “della Regina”, sono state rinvenute raffigurazioni di tre navi puniche. Ma altre importanti grotte si trovano in località “Marinella”: tra esse grande rilievo hanno le grotte della Perciata, Vitelli, Capraio, Vaccari e Caramula.

*Docente e scrittore

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Risplende la Sacra Cassa: restaurato l’altare ligneo

L’opera è stata sottoposta a un delicato intervento conservativo con moderne tecnologie, adesso è in mostra a Palazzo Abatellis

di Guido Fiorito

C’è tempo fino al 2 febbraio per vedere a Palazzo Abatellis, a Palermo, la Sacra Cassa, ovvero un altare ligneo del Cinquecento di eccezionale qualità. Poi tornerà nei magazzini del museo, pronta a riemergere per buone occasioni. È un’opera per certi versi misteriosa, perché non si sa chi l’abbia realizzata, da dove provenga e perché sia arrivata in Sicilia. Al contrario, grazie ad un attento restauro, conosciamo tutto di lei come oggetto d’arte: materiali utilizzati, disegni preparatori, com’è stato assemblato.

La Sacra Cassa chiusa

Sacra Cassa è una definizione data dell’abate Di Blasi, giunto a guidare l’abbazia di San Martino nell’ultima parte del Settecento, dopo essersi occupato di collezioni, archivi e biblioteche in varie parti d’Italia. Nell’abbazia costruisce un museo con la sua collezione, che comprende l’altare e che, quando saranno espropriati i beni ecclesiastici dopo l’Unità, andrà a finire nel museo nazionale dell’Olivella e poi a Palazzo Abatellis, dov’era custodita nel magazzino numero 4. Da qui è stata prelevata per portarla nei laboratori del museo, per un restauro durato otto anni e di cui di sono occupati ben sette direttori della Galleria. Tra l’altro vi sono raffigurate storie della Madonna e la nascita di Gesù. Anche se il bambinello, al centro, è stato perduto.

Particolare della Sacra Cassa

L’origine dell’altare, come ha chiarito Giuseppe Abbate, che l’ha studiato e confrontato con opere simili, è con tutta probabilità fiamminga. “Esiste un’opera simile sull’altare di Megen nel Brabante, oggi Olanda – dice -. Anversa era la capitale di questo tipo di opere che venivano costruite con un processo di serializzazione”. Una sorta di trittico d’altare, con la parte centrale scolpita in legno, chiuso nei giorni feriali, a mostrare un retro anch’esso dipinto. Un’opera concepita dal pittore e realizzata da una bottega che comprendeva scultori, falegnami e fabbri. Venivano realizzati tanti pezzi di legno scolpito poi assemblati sullo sfondo e impreziositi dalla decorazione a foglia d’oro.

Un momento del restauro

“La tradizione antica delle botteghe – dice Evelina De Castro, direttore della Galleria, che ha promosso una giornata di studi sull’opera – si è incontrata con la nostra moderna teoria del restauro e le nuove tecniche diagnostiche”. L’altare è stato completamente smontato, pezzo dopo pezzo, e poi si è proceduto al restauro, illustrato a nome di tutti gli operatori da Arabella Bombace: “Il degrado era ai vari livelli: la struttura sconnessa, i buchi con gli insetti xilofagi. Resti di detriti sotto le architetture, di semi e fogliame, come fosse stato conservato vicino un giardino. Molte abrasioni e ritiro dimensionale delle fibre di legno con degrado superficiale e perdite di colore, broccati danneggiati. Abbiamo classificato ciò che si era staccato, frammenti molto piccoli, punte di guglie, con difficoltà a reinserirli al posto corretto”.

Il restauro delle pitture

Un rompicapo per risolvere il quale sono state usate tecniche moderne, riflessografia infrarossa, tac, fluorescenza a raggi X, fluorescenza UV, spettroscopia Raman, con l’intervento di studi privati e studiosi dell’Università di Palermo. Sappiamo adesso che sono stati usati vari tipi di legno, la quercia per la cassa, il noce per le sculture, mentre del pioppo si è rivelato un’aggiunta successiva. Classificati i pigmenti usati per la pittura: verderame (o forse malachite) per il verde, azzurrite per il blu, giallo di piombo, rosso cinabro mescolati con biacca. Il restauro è stato conservativo, lasciando come si usa, visibili a un esame ravvicinato punti degli interventi. Per ripristinare la chiusura corretta dell’altare sono state introdotte viti occultate in testa da tappi che sembrano chiodi. L’opera è stata perfino riprodotta in digitale in 3D e si è stampata anche una colonnina mancante che poi è stato deciso di non ripristinare. Un lavoro lungo e impegnativo, che lascia spazio oggi all’ammirazione della bellezza ritrovata dell’opera.

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Il mito di Ulisse e la Sicilia rivivrà in una mostra a Gela

Reperti siciliani provenienti da diversi musei archeologici regionali saranno presenti a un’esposizione analoga che si inaugura a Forlì

di Redazione

Un mito che da tremila anni domina la cultura dell’area mediterranea ed è oggi universale. All’archetipo di Ulisse e alla Sicilia sarà dedicata una grande mostra a Gela, da agosto a novembre, organizzata dalla Regione Siciliana, in collaborazione con i Musei San Domenico, la Cassa dei risparmi e il Comune di Forlì.

Cothon corinzio recuperato a Gela

Proprio la Sicilia sarà anche presente a una mostra analoga che il 15 febbraio aprirà i battenti in Emilia Romagna, nei Musei San Domenico di Forlì. Si tratta della mostra “Ulisse, l’arte e il mito”, a cui la Sicilia sta fornendo reperti archeologici provenienti da vari musei regionali. In particolare, per quattro mesi fino a giugno, saranno esposti anche alcuni pezzi della Nave arcaica rinvenuta nei fondali di Gela, che saranno successivamente conservati nel nuovo Museo del mare di Bosco Littorio, per il quale il presidente della Regione, Nello Musumeci, nei giorni scorsi, ha consegnato i lavori alla ditta aggiudicataria.

Lingotti in oricalco provenienti dai fondali di Gela

Una porzione della chiglia, il paramezzale e sette madieri – parte dell’ossatura dell’imbarcazione – e un cesto in fibre vegetali assieme a un tripode in bronzo – recipiente con sostegni a forma di zampa leonina – verranno mostrati mediante un supporto trasparente appositamente realizzato che permetterà ai visitatori di ammirare la nave e la tecnica di costruzione. “Una mostra dove la grande arte non appare ancella, per quanto meravigliosa, della storia e del mito e non ne è mera illustrazione – sottolinea Gianfranco Brunelli, responsabile dei progetti espositivi della Fondazione Cassa dei risparmi – . Ma evidenzia come dalla diretta relazione tra arte e mito, attraverso la figura paradigmatica di Ulisse, nasca e si rinnovi il racconto. Perché l’arte, figurandolo, ha trasformato il mito. E il mito ha raccontato la forma dell’arte”.

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Da Palermo a Praga: un amore “gemello” per Rosalia

Il culto della Santuzza è diffuso anche nella capitale ceca, tra sculture, edicole votive e immagini sacre, nel ricordo della liberazione dalla peste

di Giulio Giallombardo

Appare sulla facciata di un palazzo storico, in un’edicola votiva all’interno di un grande santuario, e a lei furono dedicate alcune incisioni nell’Ottocento. Protagonista di un culto antico è Santa Rosalia, ma i devoti in questo caso non sono palermitani. Non fu, infatti, soltanto Palermo a essere liberata dalla peste grazie alla Santuzza, come tradizione religiosa vuole: stessa sorte toccò a Praga, agli inizi del Settecento. Fu allora che i cittadini a lei si votarono per debellare l’epidemia di peste che aveva colpito tutta la Boemia. La fama prodigiosa legata al culto della Santuzza si spinse, infatti, fino a lì e quando l’epidemia cessò, i praghesi iniziarono a venerare la patrona di Palermo.

Il bassorilievo raffigurante Santa Rosalia

A lei furono particolarmente grati i coniugi Wesser, che, scampati alla peste, fecero realizzare nella parte più alta della facciata della loro casa, nella centralissima via Karlova, in piena città vecchia, un bassorilievo raffigurante Santa Rosalia, insieme ai gesuiti Sant’Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio. E la Santuzza è ancora lì, in cima alla Casa al Pozzo d’Oro, luogo avvolto da leggende come tutta Praga, che adesso ospita un albergo e una delle più importanti pasticcerie della città. “Si racconta che la fama della Santuzza era già molto nota e che la famiglia si affidò a tutti i santi protettori della peste, tra cui anche Rosalia – racconta Gianluca Terravecchia, palermitano che vive a Praga, appassionato di storia – . C’è da dire anche che qui esistono diverse ‘immaginette’ di Santa Rosalia che è possibile trovare in alcune chiese”.

Immaginetta dedicata a Santa Rosalia

Tra queste, ci sono anche quelle della collezione di Joseph e Leopold Koppe, importanti editori praghesi che, a partire dalla metà dell’Ottocento, raccolsero e diedero alle stampe immagini votive di particolare interesse. Biagio Gamba, da anni studioso e collezionista, ne ha ricostruito la storia, con notizie e dati raccolti in vent’anni di ricerca. “Gli appassionati di immaginette praghesi – scrive Gamba sul suo blog – sanno molto bene che, nell’ambito dell’iconografia boema, Santa Rosalia è una figura piuttosto diffusa. Ciò nonostante a Praga non esiste alcuna chiesa espressamente dedicata alla Santuzza, o se esiste non è a conoscenza del sottoscritto”.

Di certo c’è, però, che esiste un’edicola votiva all’interno del Convento di Loreto, sempre a Praga, fondato da una nobildonna ceca che voleva far conoscere la leggenda della Santa Casa, la famosa basilica mariana che sorge nelle Marche. All’interno di quello che è considerato il più importante santuario praghese – come suggerisce Terravecchia – si trova un’edicola votiva in legno dedicata proprio a Santa Rosalia. Sotto l’immagine della patrona, c’è anche un’iscrizione su cui si legge “S. Rosalia patrona contra pestem”.

L’iscrizione per Santa Rosalia nel Convento di Loreto

Ma se ancora ci fossero dubbi sull’importanza del culto della Santuzza in quel di Boemia, basta sfogliare un volume del 1726 dal titolo “La sacra apoteosi, cioè la gloriosa divinazione di S. Rosalia”, stampato dal Senato palermitano. In uno dei capitoli si legge: “Si è disteso con divozione singolare nella Boemia e in Ungheria a corso di miracoli, il culto della Santa. La Città di Praga in rendimento alla liberazione del contagio conseguita per la di lei invocazione, l’ha eletto per sua Padrona; e gli scolari di quella Università con inni specialmente ivi composti celebrandone per tutto l’anno le glorie, a nome del Regno la invocano”. Un amore antico, dunque, quasi gemello a quello dei palermitani.

(Le foto delle immagini votive di Santa Rosalia sono di Biagio Gamba, tutte le altre sono di Gianluca Terravecchia)

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