Valeria Li Vigni guiderà la Soprintendenza del Mare

La moglie dell’archeologo e assessore Sebastiano Tusa, chiamata a dirigere l’ente regionale fondato dal marito scomparso nel disastro aereo in Etiopia

di Ruggero Altavilla

Una nomina dal profondo valore simbolico nel segno di Sebastiano Tusa. Valeria Li Vigni, moglie dell’assessore e archeologo scomparso nel disastro aereo in Etiopia, sarà alla guida della Soprintendenza del Mare, istituita nel 2004 fa proprio per volontà del marito, che la diresse quasi ininterrottamente fino al 2018, quando fu nominato assessore regionale dei Beni culturali dal governatore Nello Musumeci.

Antiche anfore nei fondali

Dal primo settembre l’incarico sarà effettivo, come si legge nel decreto firmato dal dirigente del dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro. Così, dopo diversi anni alla guida del Museo regionale di arte moderna e contemporanea di Palazzo Riso, Valeria Li Vigni porterà avanti l’eredità del marito scomparso lo scorso marzo, dirigendo un’istituzione unica in Italia, finora retta da Adriana Fresina, dedicata alla tutela e valorizzazione dei beni culturali sommersi.

Un momento della cerimonia in Cattedrale in ricordo di Tusa

“Speravo con tutto il cuore di ricevere questo incarico – ha commentato Li Vigni – io ho seguito passo passo tutte le ricerche portate avanti da mio marito, sono stata con lui, in più occasioni, durante le immersioni e conosco bene il suo lavoro. Nonostante l’incarico al Museo Riso mi abbia regalato tante soddisfazioni professionali, essendosi presentata questa opportunità alla Soprintendenza del Mare, non ho esitato un attimo a dare la mia disponibilità e sono felice di poter iniziare questa nuova esperienza”.

Luigi Biondo

Al posto di Li Vigni, al Museo Riso, arriverà Luigi Biondo, fino a qualche mese fa direttore del Museo regionale “Agostino Pepoli” di Trapani, sostituito dal dirigente proveniente dall’assessorato al Turismo, Roberto Garufi, in seguito alla seconda fase di rotazioni e nuovi incarichi nei beni culturali siciliani, disposta da Musumeci nello scorso giugno (ve ne abbiamo parlato qui). Tra le altre nomine recenti, da segnalare quella di Giuseppe Parello, che è passato dal Parco  della Valle dei Templi, alla gestione dei parchi e siti Unesco regionali, mentre Vera Greco, che guidava il Parco di Naxos-Taormina si occuperà della pianificazione paesaggistica. Confermata, invece, Evelina De Castro alla guida della Galleria regionale della Sicilia di  Palazzo Abatellis.

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Palermo si colora con la street art

Individuate alcune strade dove gli artisti potranno realizzare liberamente opere permanenti o temporanee, dando libero sfogo alla loro creatività

di Redazione

Palermo è pronta a colorarsi di nuovi murales. L’amministrazione comunale ha individuato 28 spazi da destinare a opere di street art, dove gli artisti potranno realizzare liberamente interventi permanenti o temporanei. Lo ha deciso la giunta approvando una delibera su proposta del dirigente del Settore Sviluppo strategico del Comune.

Murale a Sant’Erasmo realizzato da Igor Scalisi Palminteri

L’obiettivo – fanno sapere dall’amministrazione – è quello di consentire agli artisti di esprimere la propria creatività in appositi spazi individuati su proposta degli stessi, dove è possibile esprimersi “legalmente” e mostrare la propria creatività e qualità tecnica, attraverso la sperimentazione e la coniugazione tra temi, forme e linguaggi, contribuendo a migliorare lo stato di degrado di zone periferiche, nonché a contrastare azioni di vandalismo.

Murales di Alessandro Bazan in corso Tukory

Gli spazi individuati ricoprono l’intera città, dai quartieri centrali alle periferie. Si tratta, in prevalenza, di pareti che costeggiano strade, ferrovie e sottopassaggi, in alcuni casi già prese di mira da graffitari e artisti di strada, che adesso potranno esprimersi in piena libertà. Si va dalla stazione Notarbartolo, alla parete dello Spazio Zac ai Cantieri Culturali alla Zisa, dalla parete del parcheggio del centro commerciale Forum ad un’altra che costeggia il Giardino Inglese, e ancora, spazi a disposizione in diversi tratti di viale Regione Siciliana, viale Michelangelo, viale dell’Olimpo, via Belgio, via Uditore, via Sadat, e tante altre strade (qui l’elenco completo).

Franco Franchi nel murale di Angelo Crazyone a Ballarò

L’iniziativa nasce sulla scia dei tanti interventi di street art portati avanti in questi anni nel centro storico da diversi artisti, come Igor Scalisi Palminteri, Angelo CrazyOne, Andrea Buglisi, Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Marco Mirabile. “Un piccolo intervento – ha sottolineato il sindaco, Leoluca Orlando – utile a rendere più facile l’espressione artistica che tanta vitalità e colore può restituire ad alcune zone della città. Un modo per riconoscere per ciò che è, un’arte, questo modo di esprimere emozioni e messaggi che in tante realtà di quartiere, anche a Palermo, ha contribuito a percorsi di cambiamento delle comunità locali”.

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Il teatro di Eraclea sarà liberato da tubi e pannelli

Annunciato un concorso di idee per il restauro del monumento, con l’ipotesi di rimozione della copertura “provvisoria” installata negli anni ’90

di Marco Russo

Riflettori accesi sul teatro greco di Eraclea Minoa. Si torna a parlare del rilancio del monumento nell’area archeologica agrigentina, con un concorso internazionale di idee per il restauro e, soprattutto, con l’ipotesi di rimozione della copertura installata negli anni ’90 del secolo scorso. Una struttura che doveva essere “provvisoria”, in sostituzione della precedente copertura realizzata negli anni ’60 dall’archistar Franco Minissi, ma che ormai mostra i segni del tempo, rendendo di fatto invisibile il teatro.

La cavea del teatro

Se ne è discusso pochi giorni fa durante un sopralluogo fatto dal direttore del Parco della Valle dei Templi, Roberto Sciarratta, e dal soprintendente dei Beni culturali di Agrigento, Michele Benfari. “Alla fine del sopralluogo – si legge in una nota – si è concordato di rivedere l’attuale struttura di protezione che, ormai obsoleta e non in grado di assolvere ai compiti cui era stata demandata, necessita di uno studio ed analisi complessiva sulla conoscenza del sottosuolo, analisi micro-climatologiche e verifica dello stato di conservazione delle superfici lapidee del teatro. Successivamente sarà predisposto e pubblicato un bando per il concorso internazionale di idee finalizzato al progetto di restauro e conservazione del sito”.

L’ingresso dell’area archeologica

La tutela del fragilissimo teatro ha una storia lunga e travagliata. Negli anni ’50 un primo intervento dell’Istituto centrale del restauro, che applicò una resina speciale per rendere i gradoni impermeabili. Ma l’esperimento non riuscì, dunque nel 1960 la Soprintendenza chiamò Minissi, architetto specializzato in conservazione dei beni culturali, che ideò una protezione in plexiglas, con l’obiettivo – osservò lo stesso archistar – di una rappresentazione del modello originario.

La copertura del teatro

“La ricostruzione è perfettamente incolore e trasparente – si legge in un testo descrittivo del progetto – . Sui disegni di precisi rilievi sono state rigorosamente modellate, in lastre stampate e poi saldate, le sue forme architettoniche originali. In quest’opera sono stati adottati tutti gli accorgimenti possibili affinché le istanze di questo nuovissimo procedimento conservativo fossero adeguatamente risolte: dalla perfetta tenuta delle saldature delle lastre all’isolamento termico e alla areazione della camera d’aria risultante tra le superfici del monumento e la copertura in perspex, dai sistemi per evitare ogni infiltrazione di acqua e di vento a quelli per impedire deformazioni o rotture delle lastre in dipendenza delle variazioni climatiche, fino alla praticabilità delle gradinate da parte dei visitatori”.

Ma anche in questo caso le cose non andarono come previsto. I pannelli, in pochi anni, si rovinarono, e i gradini del teatro furono invasi da sterpaglie. Dopo un parziale smantellamento, alla fine degli anni ’90 la copertura di Minissi fu sostituita da un’altra fatta da tubi e pannelli che doveva essere provvisoria, per consentire interventi di manuntenzione della cavea, ma che non è stata mai smantellata. Adesso, dopo tanti annunci e promesse, la speranza è che si realizzino seri interventi per la salvaguardia del bene.

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I segreti del principe egizio del Museo Salinas

Esposta nella saletta che si affaccia sull’atrio minore, la statua di Bes è un “assaggio” delle mostre che saranno allestite al primo e secondo piano

di Antonio Schembri

Una figura misteriosa, scura, dal fascino onirico. Scolpita nel granito grigio venato di rosso, raffigura il volto imperturbabile di un alto dignitario egizio di nome Bes, giovane principe che sarebbe vissuto a Mendes, la capitale del Basso Egitto sul Delta del Nilo, al tempo del faraone Psammetico I, fondatore della 26esima dinastia tra il 672 al 525 avanti Cristo: ovvero il periodo corrispondente all’età arcaica, quello in cui in Sicilia prosperarono le colonie greche. È il piccolo busto che, solitario e altero, resterà esposto nella nuova Project Room del Museo Salinas, così come è stata ribattezzata la saletta attigua al chiostro minore dello spazio espositivo palermitano, quello che accoglie il visitatore con la ormai famosa “Fontana delle tartarughe”.

La statua del Principe di Mendes

Starà lì, come ad annunciare le novità prossime venture che caratterizzeranno la nuova fase gestionale del museo archeologico regionale, adesso affidata all’archeologa Caterina Greco, ex direttore del Centro per il Catalogo. “Stiamo lavorando al progetto di una mostra che metterà in relazione contesti molto antichi con l’arte contemporanea”, spega. L’idea, al momento comunicata senza altri particolari in quanto l’allestimento del museo Salinas è in fase di gara, ha in effetti da qualche anno in Italia un suo antesignano luogo sperimentale: quello del Man, il Museo Archeologico di Napoli. “Ma qui a Palermo – sottolinea Greco – assume una grande importanza, legata proprio alla specificità di questo museo che sin dalla sua nascita (voluta nel 1814 dal numismatico e archeologo Antonio Salinas, ndr) offre una lettura della storia, non solo quella d’Italia, ma dell’intero Mediterraneo, anche attraverso la narrazione di alcuni reperti antichissimi, non solo dell’antico Egitto ma anche della civilizzazione etrusca”.

Caterina Greco

Più in dettaglio, il busto di Bes è la parte superiore di una statua scolpita in posizione seduta, con un rotolo di papiro tra le mani: postura tipica dello scriba, figura tenuta in alta considerazione al tempo dei faraoni. Sul dorso reca un’iscrizione in geroglifici, che continua nella parte inferiore della scultura che si trova però al Museo Egizio del Cairo. A acquistare la preziosa porzione, a Roma alla fine del 1700, fu il monaco palermitano Salvatore Maria di Blasi per il museo dell’Abbazia di San Martino delle Scale, da dove poi confluì nelle collezioni del Salinas. “In quegli anni questo busto assunse subito un grande rilievo, al punto da trovarsi raffigurato in un quadro dell’architetto e pittore francese Jean Houel, tra i protagonisti del Gran Tour in Sicilia”, illustra Greco.

La Pietra di Palermo

Ma sul fronte dell’antichità più remota il museo Salinas conserva anche altri reperti. Come la cosiddetta Pietra Nera di Palermo, anche questa un frammento: è parte infatti di una larga lastra basaltica sulle cui facce sono iscritti la lista dei sovrani predinastici e gli annali delle prime cinque dinastie egizie. Risale infatti a qualcosa come 5mila anni fa. E a questi oggetti se ne aggiungono di ancora più misteriosi, come quelli della collezione etrusca Bonci Casuccini, acquistata per il Museo di Palermo alla fine dell’800 dall’allora ministro della Cultura, Michele Amari: “Un compendio di reperti, tutti raccolti nel territorio toscano di Chiusi, una delle più antiche città etrusche, che non si trovano in nessun altro museo della Sicilia”, rimarca Greco.

Al momento, l’obiettivo è “fornire al pubblico, nello spazio della Project Room, un ‘assaggio’ delle mostre che presto verranno allestite al primo e al secondo piano del museo Salinas”. Top secret, nell’attuale fase, sia riguardo alle tematiche di questi progetti espositivi, che si avvalgono della collaborazione della critica d’arte e curatrice di mostre Helga Marsala; sia ai tempi di realizzazione, dipendenti dallo sblocco dei finanziamenti che la Regione dovrà erogare sulla base del capitolo di spesa relativo alla valorizzazione dei beni culturali.

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Scoperto in Ucraina uno dei “mostri” di Villa Palagonia

Una scultura di tufo raffigurante una chimera, proveniente dalla dimora settecentesca di Bagheria, si trova esposta nelle sale di un museo di Odessa

di Giulio Giallombardo

Una chimera tiene strette tra le sue fauci Bagheria e Odessa. Un viaggio di sola andata, da Villa Palagonia alle sale di un museo della città ucraina, ha portato uno dei “mostri” di tufo lontano dal regno incantato del principe Ferdinando Francesco Gravina. Non si sa bene come vi sia finita, ma una delle bizzarre statue della settecentesca villa di Bagheria, si trova esposta nel Museo dell’arte occidentale e orientale di Odessa. La scoperta si deve a Dario Piombino-Mascali, antropologo messinese e ispettore onorario dei beni culturali della Regione Siciliana.

Sculture sulla cinta muraria della villa

Si tratta di una scultura lunga circa un metro che raffigura una chimera, creatura leggendaria il cui corpo era composto da parti di diversi animali. Nella targhetta che accompagna la statua è chiaramente indicata la provenienza da Villa Palagonia, che ospita nella cinta muraria tantissime opere stilisticamente simili. Non si sa nulla su come l’opera dalla Sicilia sia arrivata in Ucraina. Secondo quanto riferito da un responsabile del museo all’antropologo, la chimera sarebbe stata acquistata ad un’asta pubblica. Troppo poco per ricostruire le tappe di un viaggio di cui non erano al corrente neanche gli attuali amministratori della dimora bagherese.

Dario Piombino-Mascali

La scoperta, che risale a due anni fa, ma resa nota soltanto adesso, è stata fatta casualmente durante uno dei tanti viaggi dell’antropologo messinese, tra i maggiori esperti di mummie siciliane, che presto inizierà a studiare alcune mummie egizie presenti tra Kiev e Odessa. “Passeggiando tra le sale del museo, mi sono imbattuto in questa statua e sono rimasto sorpreso – ha detto Piombino-Mascali a Le Vie dei Tesori News – . C’è un pezzo di Villa Palagonia in Ucraina e nessuno lo sa, non sappiamo neanche se tornerà mai a casa. Subito dopo la scoperta, ho scritto un’email alla Soprintendenza di Palermo e al Servizio tutela e acquisizioni dei beni culturali della Regione, anche solo per informarli della presenza di quella statua a Odessa, ma non ho avuto alcun riscontro”.

Villa Palagonia

Nonostante altre statue manchino all’appello, l’insolito “gemellaggio” con il museo di Odessa era sconosciuto anche a Bagheria. “Ho già scritto alla direzione del museo chiedendo copia della documentazione relativa alla statua e allo stesso stempo dichiarandoci disponibili a una collaborazione per uno scambio culturale”, ha spiegato Nino Mineo, amministratore della fondazione che gestisce Villa Palagonia. Mentre dalla Soprintendenza hanno fatto sapere che avvieranno opportune verifiche per saperne di più. Una delle ipotesi più accreditate è che la statua di Odessa non sia una di quelle mancanti sulle mura, ma si trovasse nel giardino. Come tante altre, potrebbe essere stata venduta dal principe a un collezionista, per poi iniziare il suo lungo viaggio fino alle sponde del Mar Nero.

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Quel puzzle di opere con tanti pezzi da ricomporre

Tornate quattro tele nella chiesa del Santissimo Salvatore, ma ancora mancano all’appello altri tesori che si stanno individuando, tra statue e pale d’altare

di Guido Fiorito

Può una chiesa dalla storia travagliata tornare al suo antico splendore? Nella storia del Santissimo Salvatore c’è qualcosa di epico, l’impegno degli uomini che si oppone agli schiaffi e al caos della storia. Il 6 agosto per San Salvatore, la festività della Trasfigurazione di Gesù, quattro tele sono tornate ai loro posto all’interno del monumento. Negli anni Venti del Novecento, la chiesa del Cassaro, nel cuore di Palermo, fu sul punto di essere distrutta. La cupola era a rischio di crollo, molte opere furono portate via. La demolizione fu evitata, ma i bombardamenti del 1943 inflissero gravissime ferite. Dal 2013, l’associazione Amici dei Musei Siciliani ha fatto di questo monumento un simbolo del riscatto del centro storico di Palermo, riaprendola ai visitatori. La cupola è stata messa in sicurezza, aperta la terrazza, ripulite le preziose decorazioni marmoree, rifatto l’impianto di illuminazione a led, installato un sistema di videosorveglianza. Poi è iniziato l’impegno a riportare nel sito le opere d’arte disperse.

Gugliemo Borremans, “Maddalena penitente”

In questo processo, dopo il restauro degli affreschi di Vito D’Anna, si è festeggiato il ritorno di due tele del Borremans nella cappella di Santa Rosalia e due di Filippo Tancredi nel Presbiterio. “Una restituzione – ha detto Bernardo Tortorici, presidente dell’associazione – verso un luogo che ha una storia complessa”. Un prezioso puzzle in cui si stanno cercando di trovare le altre tessere mancanti. Alcune identificate, come una statua dell’Assunta attualmente nella chiesa dei Teatini, altre in via d’identificazione: la pala della cappella di Santa Rosalia sarebbe finita a Misilmeri. “Mancano all’appello – dice Gabriele Guadagna, storico dell’arte impegnato nella ricerca – le pale d’altare delle cappelle di San Biagio e San Basilio, ma non disperiamo”. Aggiunge Tortorici: “Siamo nemmeno a metà dell’opera mancano sette opere. Alcune individuate, alcune le stiamo ancora cercando”. Dove oggi sono delle tende gialle rispunteranno altre tele. Il puzzle si andrà completando.

Filippo Tancredi, “Abigail che offre doni al Re Davide”

I due immense quadri di Filippo Tancredi, pittore messinese, raffigurano “Abigail che offre doni al Re Davide” e “Mosè che conduce il popolo ebreo nel deserto” sono tornati al loro posto sui lati di quello che una volta era il presbiterio e ospitava l’altare. Provengono dai magazzini di Palazzo Abatellis. Le tele del fiammingo Borremans, San Pantaleone e Maria Maddalena, hanno lasciato il Museo diocesano e sono state ricollocare nella cappella di Santa Rosalia. “Si realizza – dice Tortorici – l’idea del Grande Abatellis, ovvero di un museo diffuso per l’intera città”. Un risultato in cui laici e religiosi, ovvero la Curia, il Museo diocesano e quello di palazzo Abatellis, l’associazione Amici dei musei e la Soprintendenza, si sono uniti nella stessa direzione.

Filippo Tancredi, “Mosè che conduce il popolo ebreo nel deserto”

Le tele del Borremans sono state restaurate da Mario Sebastianelli e Rachele Lucido nel laboratorio diocesano con fondi degli Amici dei musei, derivato dal 2 per mille. “Le due opere – spiega Lucido – non erano state mai restaurate, c’erano ancora i chiodi originali in canna. Hanno rivelato tanto sulla tecnica usata dall’artista fiammingo che metteva grani inerti miscelati nella composizione della preparazione lasciati a vista, come se volesse riprodurre al cavalletto la tecnica sui muri dei suoi affreschi”.

Guglielmo Borremans, “San Pantaleone”

Un altro protagonista del recupero delle opere è il rettore della chiesa, monsignor Gaetano Tulipano: “Ricollocati al loro posto – spiega – le tele ritrovano il loro significato religioso. I quadri di Tancredi erano legati all’eucarestia, quelli del Borremans si collegano ad aspetti di santa Rosalia; la componente di compassione e taumaturgica di San Pantaleone, un medico che curava gratis gli infermi e fu martirizzato, e la scelta di Maria Maddalena, che va identificata con Maria di Magdala, di una vita di penitenza da eremita in una grotta come appunto scelse santa Rosalia”.

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I turisti cinesi sono pronti a invadere la Sicilia

Siglata un’intesa tra Ctrip, la più grande agenzia di viaggi online asiatica, e Sicindustria. L’obiettivo è d’incrementare gli arrivi nell’Isola dal Paese del Dragone

di Alessia Franco

Nonostante i luoghi comuni portino spesso a immaginare frotte di turisti cinesi invadere benevolmente la Sicilia di sorrisi e macchine fotografiche, c’è ancora molto da fare per rendere appetibile l’isola. I dati parlano, è vero, di un aumento del 25 per cento nel 2018 rispetto all’anno precedente, ma si tratta comunque di una cifra irrisoria se tarata sui 3 milioni di visitatori cinesi che decidono di fare dell’Italia la meta delle proprie vacanze.

La firma dell’intesa

Però gli ingredienti per crescere ci sono tutti, a partire dalla scommessa di Ctrip, la più grande agenzia di viaggi online dell’Asia (l’equivalente, per intenderci, di booking.com) che coopererà con la Sicilia per incrementare la domanda turistica. Un protocollo d’intesa è stato firmato questa mattina all’assessorato regionale al Turismo, dal colosso cinese e Sicindustria. Un percorso – avviato da Uccio Missineo, già assessore regionale ai Beni Culturali, che di questa cooperazione è il padre nobile – e portato avanti da Gaetano Armao, assessore regionale all’Economia; Alessandro Albanese, presidente di Sicindustria, e Francesco Picarella, a capo di Confcommercio Sicilia.

Un momento dell’incontro

A suggellare la collaborazione tra Sicilia e Cina non potevano mancare Bo Sun, responsabile marketing di Ctrip, e Michele Geraci, sottosegretario di Stato per il commercio internazionale e l’attrazione per gli investimenti al Ministero della sviluppo economico. In questi giorni, una delegazione siculo-cinese sta attraversando l’Isola in lungo e in largo: dai porti alle zone turistiche, dagli agrumeti, a caccia delle preziose arance rosse, alle Spa di eccellenza, dai borghi ai vigneti.

“Il turista medio cinese spende in shopping dai quattro ai cinquemila euro – sottolinea Michele Geraci – ma detesta i contanti e non vede di buon occhio nemmeno la carta di credito. Paga dal cellulare, e la Sicilia deve attrezzarsi con queste modalità di pagamento e buoni collegamenti wifi innanzi tutto. Ovviamente non basta, è necessario che l’offerta sia adeguata, che ogni cosa possa raccontare una storia e che il turista torni a casa diventando testimone di un’esperienza”.

Una prima scadenza c’è: il 2020, l’anno della cultura e del turismo Italia-Cina, un’occasione che la Sicilia non può perdere.

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Alla scoperta dell’ottagono sepolto di piazza Papireto

Nel sottosuolo del centro storico di Palermo trovato un ipogeo unico nel suo genere, realizzato nel ‘500 per la bonifica delle paludi

di Giulio Giallombardo

C’è un’altra Palermo che si snoda nel sottosuolo. Una città parallela dove tunnel, camminamenti, canali e ambienti ipogei realizzati nei secoli, s’incrociano in un intricato labirinto di cui non si vede la fine. Tra questi, recentemente, è stata scoperta un’opera idraulica, finora unica, realizzata nel Cinquecento per contribuire alla bonifica delle paludi del fiume Papireto, oggi interrato. Si tratta di una struttura sormontata da una cupola ottagonale, utilizzata come ricettacolo e centro di raccolta delle acque di drenaggio, trasportate da tre cunicoli che da Danisinni arrivavano fino alla depressione del Papireto.

Uno dei cunicoli

L’ottagono è stato scoperto durante i lavori per la manutenzione della pavimentazione di piazza Papireto. Nel corso degli scavi dello scorso marzo, gli operai hanno notato la cupola che emergeva dal sottosuolo, così è stata avvisata la Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo che ha avviato contestualmente un cantiere archeologico, con la consulenza di Pietro Todaro, geologo tra i maggiori esperti del sottosuolo della città. “Si tratta di un’opera molto singolare, forse unica nel suo genere, che sarebbe importante riuscire a valorizzare”, spiega il geologo, che ha da poco pubblicato un articolo scientifico sulle paludi e la bonifica del Papireto nel Notiziario archeologico della Soprintendenza di Palermo.

Pietro Todaro durante il sopralluogo

L’ipogeo, ancora oggi semisommerso da due metri di melma, era parte di una grande opera idraulica sotterranea, passata alla storia come “aquidotto di maltempo”, realizzata alla fine del ‘500 dal pretore del Senato palermitano, Andrea Salazar, a cui si deve un primo importante intervento idrogeologico di prosciugamento dei terreni. L’impaludamento del Papireto fu causato in parte dall’insabbiamento e dell’interramento della foce, nell’antico porto della Cala, dove confluivano in massa detriti di ogni tipo, scaricati principalmente dal fiume Kemonia durante i periodi di piena e le devastanti inondazioni. Per il restringimento della foce, dunque, il livello di base del fiume si alzò, rallentando il deflusso e aumentando il ristagno delle acque, fino trasformarsi in palude in alcuni tratti,  Da qui l’intervento di bonifica e prosciugamento che in seguito portò a una rapida urbanizzazione della zona.

Sezione della struttura

Importante tassello della bonifica, fu dunque questo particolare ipogeo, una struttura a pianta ottagonale, alta circa sei metri, e costruita con conci di calcarenite, sormontata da una cupola del diametro di 4,5 metri, composta da otto “spicchi”, con un foro del diametro di circa un metro, aperto durante i lavori di pavimentazione. È stata scoperta anche una “discenderia” d’accesso, una galleria con una scalinata in muratura che porta fino all’ipogeo. Dall’ottagono, si dipartono quattro canali, tre erano quelli di drenaggio, l’altro era quello attraverso cui l’acqua defluiva, dopo aver ridotto il carico sabbioso nel ricettacolo, fino al piano dei Santissimi Cosmo e Damiano (l’attuale piazza Beati Paoli) dove si univa a un altro più grande condotto, il canale del Papireto, proveniente da via Gioiamia, che raccoglieva le acque di superficie di Danisinni e della sorgente dell’Averinga, sfociando infine nell’antico porto della Cala.

Arco innesto

Adesso, l’intenzione dell’amministrazione comunale è quella di liberare la struttura dalla melma che la ricopre e valorizzarla come merita, con la speranza di creare un percorso di visita. “Attualmente è impossibile fruire di quest’opera unica – spiega Todaro a Le Vie dei Tesori News – io ho dovuto strisciare come un serpente, facendomi largo tra il fango, ma se, durante una seconda fase dei lavori, si riuscirà a liberare l’ingresso, la discenderia che porta giù, il fondo dell’ottagono, i canali e mettere in evidenza la struttura, allora potrebbe essere valorizzata e visitata da tutti, contribuendo alla conoscenza di uno straordinario lavoro idraulico dal grande valore storico”.

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Le vie dei Tesori News

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