Quel pasticcere giapponese che ama le mandorle siciliane

Takashi Tsumagari è sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà, acqua di sorgente e primizie dell’Isola

di Claudia Cecilia Pessina

Takashi Tsumagari, 67 anni, non solo gestisce il Cake House Tsumagari a Nishinomiya, nella prefettura di Hyogo, Giappone, ma è anche “cacciatore di ingredienti”, sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà nella zona costiera della regione del Tohoku, acqua di sorgente dalla prefettura di Mie e mandorle dalla Sicilia.

“Quello che mangi modella il tuo corpo. Lo stesso vale per i dolci. Voglio offrire dolci che facciano sentire le persone sane e felici. Fare sforzi sinceri per cose che non vedi è ciò che apprezzo di più”, afferma Tsumagari. Sua nonna gli ha insegnato “la saggezza di vivere e l’importanza di essere radicato nella natura e di esserle grati”. Da quando ha aperto il suo negozio nel 1987, Tsumagari ha trovato il tempo di uscire con un sacco della spazzatura in mano per pulire le strade. Dice che il Natale è “non solo un momento di festa ma anche di gratitudine”.

Dal THE ASAHI SHIMBUN – GIAPPONE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Takashi Tsumagari è sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà, acqua di sorgente e primizie dell’Isola

di Claudia Cecilia Pessina

Takashi Tsumagari, 67 anni, non solo gestisce il Cake House Tsumagari a Nishinomiya, nella prefettura di Hyogo, Giappone, ma è anche “cacciatore di ingredienti”, sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà nella zona costiera della regione del Tohoku, acqua di sorgente dalla prefettura di Mie e mandorle dalla Sicilia.

“Quello che mangi modella il tuo corpo. Lo stesso vale per i dolci. Voglio offrire dolci che facciano sentire le persone sane e felici. Fare sforzi sinceri per cose che non vedi è ciò che apprezzo di più”, afferma Tsumagari. Sua nonna gli ha insegnato “la saggezza di vivere e l’importanza di essere radicato nella natura e di esserle grati”. Da quando ha aperto il suo negozio nel 1987, Tsumagari ha trovato il tempo di uscire con un sacco della spazzatura in mano per pulire le strade. Dice che il Natale è “non solo un momento di festa ma anche di gratitudine”.

Dal THE ASAHI SHIMBUN – GIAPPONE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Il liutaio di Palermo

Impeccabile nel suo camice bianco, costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini viole, violoncelli, contrabbassi

di Laura Grimaldi

Costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, viole d’amore, violoncelli, contrabbassi e anche due chitarre. Ognuno diverso dall’altro per forma e suono. C’è sapienza antica nell’attività artigiana di Ignazio Muliello. A cominciare dalla selezione delle diverse essenze di legno che utilizza. Acero per la parte inferiore e abete rosso per quella superiore. La scelta del legno è importante quanto le bombature, gli spessori, la catena, i fori di risonanza, l’inclinazione del manico, la vernice, l’anima, il ponticello, le corde, l’archetto. Lo sa bene Ignazio Muliello, classe 1938, considerato il veterano della liuteria palermitana. La sua officina-laboratorio è al civico 200 di via Sampolo, a Palermo, poco distante dalla stazione della metropolitana in piazza Giachery.

Nella sua bottega piena di attrezzi e sagome lo si trova sempre al banco di lavoro intento nella costruzione di nuovi strumenti con grande accuratezza sia nella scelta dei materiali che nelle rifiniture. Impeccabile nel suo camice bianco, il colore dei suoi capelli che raccontano di una lunga esperienza maturata in questa antica forma di artigianato. Ha iniziato da ragazzino a fianco del padre Giuseppe, ebanista. Con lui ha collaborato al lavoro di intaglio e di ebanisteria.
L’incontro con la liuteria è avvenuta negli anni Settanta quando ha frequentato per alcuni anni la bottega di Alfredo Averna presso il Conservatorio ‘Bellini’. C’è una grande passione dietro la decisione di iniziare a costruire strumenti ad arco e nel tempo ha sviluppato una particolare tecnica per ottenere i migliori risultati acustici. Lo testimonia il fatto che i suoi strumenti sono richiesti da musicisti professionisti di conservatori e teatri della Sicilia. Non a caso nel 2008, alla seconda edizione del concorso nazionale di liuteria contemporanea Città di Pisogne, Ignazio Muliello ha ricevuto una menzione speciale per l’impegno alla ricerca della liuteria siciliana.

È orgoglioso di essere stato inserito tra i più importanti ‘Liutai in Italia dall’Ottocento ai giorni nostri’, volume di Gualtiero Nicolini esperto di Storia della liuteria. E intanto solleva delicatamente uno dei leggerissimi e lucidissimi violini appena terminati di costruire. Pesano appena 280 grammi e possono arrivare a 400.

Impeccabile nel suo camice bianco, costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, violoncelli, contrabbassi

di Laura Grimaldi

Costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, viole d’amore, violoncelli, contrabbassi e anche due chitarre. Ognuno diverso dall’altro per forma e suono. C’è sapienza antica nell’attività artigiana di Ignazio Muliello. A cominciare dalla selezione delle diverse essenze di legno che utilizza. Acero per la parte inferiore e abete rosso per quella superiore. La scelta del legno è importante quanto le bombature, gli spessori, la catena, i fori di risonanza, l’inclinazione del manico, la vernice, l’anima, il ponticello, le corde, l’archetto. Lo sa bene Ignazio Muliello, classe 1938, considerato il veterano della liuteria palermitana. La sua officina-laboratorio è al civico 200 di via Sampolo, a Palermo, poco distante dalla stazione della metropolitana in piazza Giachery.

Nella sua bottega piena di attrezzi e sagome lo si trova sempre al banco di lavoro intento nella costruzione di nuovi strumenti con grande accuratezza sia nella scelta dei materiali che nelle rifiniture. Impeccabile nel suo camice bianco, il colore dei suoi capelli che raccontano di una lunga esperienza maturata in questa antica forma di artigianato. Ha iniziato da ragazzino a fianco del padre Giuseppe, ebanista. Con lui ha collaborato al lavoro di intaglio e di ebanisteria.
L’incontro con la liuteria è avvenuta negli anni Settanta quando ha frequentato per alcuni anni la bottega di Alfredo Averna presso il Conservatorio ‘Bellini’. C’è una grande passione dietro la decisione di iniziare a costruire strumenti ad arco e nel tempo ha sviluppato una particolare tecnica per ottenere i migliori risultati acustici. Lo testimonia il fatto che i suoi strumenti sono richiesti da musicisti professionisti di conservatori e teatri della Sicilia. Non a caso nel 2008, alla seconda edizione del concorso nazionale di liuteria contemporanea Città di Pisogne, Ignazio Muliello ha ricevuto una menzione speciale per l’impegno alla ricerca della liuteria siciliana.

È orgoglioso di essere stato inserito tra i più importanti ‘Liutai in Italia dall’Ottocento ai giorni nostri’, volume di Gualtiero Nicolini esperto di Storia della liuteria. E intanto solleva delicatamente uno dei leggerissimi e lucidissimi violini appena terminati di costruire. Pesano appena 280 grammi e possono arrivare a 400.

I mobili “bonsai” del figlio d’arte

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

I mobili “bonsai” del figlio d’arte

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

“Case chiuse”, luci rosse a Palermo

Una delle più celebri era quella “delle rose” al Politeama, ma era riservata ai più ricchi. Per i meno danarosi c’erano quelle di vicolo Marotta. Viaggio a ritroso nella città del piacere condotto dall’antropologa Flavia Corso.

di Federica Certa

La sera si andava alla Casa delle rose, al Politeama. Ma solo per clienti altolocati con denaro da spendere, alti prelati, imprenditori, i rampolli delle famiglie più in vista, che cercavano, tra i calici di champagne, i broccati e i lampadari di Murano della casa di appuntamenti più rinomata di Palermo, il viatico alla vita che l’educazione familiare non poteva dargli. Diritti e doveri: le ragazze più belle, gli arredi più costosi, servizio impeccabile da quando si varcava la soglia a quando si lasciava l’antro del piacere. Ma era obbligatorio lavarsi, prima e dopo.
Se invece i soldi erano pochi, si veniva dalle campagne o si viveva di un modesto stipendio pubblico, le aspettative calavano, il livello della casa scendeva da extralusso a medio-basso, si doveva rinunciare alla corrente elettrica e al riscaldamento in camera. A volte anche al sapone e all’asciugamano.
Cronache dalla Palermo “sommersa” del sesso a pagamento, da fine ‘800, quando aprivano le prime case chiuse, al 1958, l’anno della legge Merlin, che doveva mettere i sigilli al meretricio in appartamento e porre fine allo sfruttamento dello Stato sulle donne di vita. Ma le case chiuse, in città, non si erano estinte, e tante ne erano rimaste, abusive e più o meno nascoste.
Flavia Corso, antropologa ed esperta di tradizioni siciliane, presidente dell’associazione “Tacus”, ha studiato epoche, segreti, tariffe, soprattutto luoghi della città a luci rosse. Il tema intriga, e di storie da raccontare ce ne sono molte. Tanto che Corso ha dedicato all’argomento due anni di ricerche, partendo dai testi dello storico siciliano Antonino Cutrera, spulciando tra i documenti dell’Archivio di Stato, della Biblioteca regionale e della Questura, ma anche attingendo ai diari, alle lettere e alle testimonianze dirette di prostitute ormai abbondantemente in pensione e di clienti vegliardi, che quelle stagioni di commerci licenziosi le ricordano ancora.
“A Palermo – spiega – le aree occupate dalle circa cento case di appuntamento erano ben definite. In piazza S. Domenico, per esempio, e nel cosiddetto borgo degli Amalfitani, che corrisponde più o meno alla zona della fonderia Oretea. Questo era un vero e proprio distretto della prostituzione, che poteva contare sui clienti che sbarcavano al vicino porto. Poi c’erano via dei Candelai e soprattutto vicolo Marotta, tra corso Vittorio e via del Celso, una meta nota a molti, che fino agli anni ’70 ha ospitato case abusive. Nel centro storico il servizio era per lo più di livello medio-basso, mentre in piazza Marina e in via Lungarini c’erano due case di lusso, casa Valido e casa Igiea, che tuttavia con la seconda guerra mondiale, persa la clientela dei gerarchi fascisti, si erano ridimensionate”.
Si andava dalla prestazione “base”, da cinque minuti soltanto, alla “doppia”, che poteva arrivare anche a 15. E poi c’erano le tariffe più care, la mezz’ora e un’ora “che in pochi però – dice Corso – potevano permettersi”. Qualsiasi altra opzione era fuori dal tariffario, “dal rapporto a tre al servizio in camera. In questi e altri casi il prezzo veniva stabilito dalla maitresse”.
L’andazzo, al di là degli “optional” offerti dalle case di livello più alto, era più o meno sempre lo stesso. Le ragazze conducevano, paradossalmente, una vita monacale, “era quasi una prigione, con sporadici contatti con l’esterno e una situazione economica tutt’altro che florida”.
Poi, ogni due settimane, scattava la “quindicina” e le prostitute passavano da una casa all’altra, “per evitare che i clienti abituali si affezionassero troppo – sottolinea la studiosa – ma anche per far girare i soldi”.
Il giro di boa coincide con la prima guerra mondiale. “Prima di allora – racconta Corso – a Palermo le case erano autogestite dalle donne, che accoglievano così ragazze abbandonate dal fidanzato, violentate o ripudiate dalle famiglie, che avevano come unica alternativa alla prostituzione il monastero. Poi, con l’avvento della Grande Guerra, l’età delle prostitute si alza oltre i 35 anni, e subentrano le tenutarie. Le donne sono spesso vedove, o mogli con il marito al fronte, che devono rimboccarsi le maniche e sfamare i figli”. Ma era una vita agra. “Appena entravano erano già indebitate, perché dovevano pagare l’affitto della stanza alla maitresse. E di tasca propria acquistavano anche profumi, saponi, trucchi e abiti, insomma i ferri del mestiere”.
E qual era – se ne esisteva una – la “specificità” palermitana ? “L’accoglienza – risponde l’antropologa –. Rispetto ad altre città, da noi il cliente veniva coccolato di più, a partire dalla sala d’attesa,. Era pratica comune offrirgli da bere, biscotti e pasticcini mentre aspettava la ragazza prescelta”.

Una delle più celebri era quella “delle rose” al Politeama, ma era riservata ai più ricchi. Per i meno danarosi c’erano quelle di vicolo Marotta. Viaggio a ritroso nella città del piacere condotto dall’antropologa Flavia Corso.

di Federica Certa

La sera si andava alla Casa delle rose, al Politeama. Ma solo per clienti altolocati con denaro da spendere, alti prelati, imprenditori, i rampolli delle famiglie più in vista, che cercavano, tra i calici di champagne, i broccati e i lampadari di Murano della casa di appuntamenti più rinomata di Palermo, il viatico alla vita che l’educazione familiare non poteva dargli. Diritti e doveri: le ragazze più belle, gli arredi più costosi, servizio impeccabile da quando si varcava la soglia a quando si lasciava l’antro del piacere. Ma era obbligatorio lavarsi, prima e dopo.
Se invece i soldi erano pochi, si veniva dalle campagne o si viveva di un modesto stipendio pubblico, le aspettative calavano, il livello della casa scendeva da extralusso a medio-basso, si doveva rinunciare alla corrente elettrica e al riscaldamento in camera. A volte anche al sapone e all’asciugamano.
Cronache dalla Palermo “sommersa” del sesso a pagamento, da fine ‘800, quando aprivano le prime case chiuse, al 1958, l’anno della legge Merlin, che doveva mettere i sigilli al meretricio in appartamento e porre fine allo sfruttamento dello Stato sulle donne di vita. Ma le case chiuse, in città, non si erano estinte, e tante ne erano rimaste, abusive e più o meno nascoste.
Flavia Corso, antropologa ed esperta di tradizioni siciliane, presidente dell’associazione “Tacus”, ha studiato epoche, segreti, tariffe, soprattutto luoghi della città a luci rosse e ha organizzato una “passeggiata” di due ore e mezza alla scoperta dei vicoli, delle strade e dei palazzi dove si vendevano le prostitute palermitane. L’appuntamento è per domenica 23, a partire dalle 20.30. Iscrizioni aperte fino alle 16 del 22, chiamando il numero 320-2267975. Contributo libero.
Il tema intriga, e di storie da raccontare ce ne sono molte. Tanto che Corso ha dedicato all’argomento due anni di ricerche, partendo dai testi dello storico siciliano Antonino Cutrera, spulciando tra i documenti dell’Archivio di Stato, della Biblioteca regionale e della Questura, ma anche attingendo ai diari, alle lettere e alle testimonianze dirette di prostitute ormai abbondantemente in pensione e di clienti vegliardi, che quelle stagioni di commerci licenziosi le ricordano ancora.
“A Palermo – spiega – le aree occupate dalle circa cento case di appuntamento erano ben definite. In piazza S. Domenico, per esempio, e nel cosiddetto borgo degli Amalfitani, che corrisponde più o meno alla zona della fonderia Oretea. Questo era un vero e proprio distretto della prostituzione, che poteva contare sui clienti che sbarcavano al vicino porto. Poi c’erano via dei Candelai e soprattutto vicolo Marotta, tra corso Vittorio e via del Celso, una meta nota a molti, che fino agli anni ’70 ha ospitato case abusive. Nel centro storico il servizio era per lo più di livello medio-basso, mentre in piazza Marina e in via Lungarini c’erano due case di lusso, casa Valido e casa Igiea, che tuttavia con la seconda guerra mondiale, persa la clientela dei gerarchi fascisti, si erano ridimensionate”.
Si andava dalla prestazione “base”, da cinque minuti soltanto, alla “doppia”, che poteva arrivare anche a 15. E poi c’erano le tariffe più care, la mezz’ora e un’ora “che in pochi però – dice Corso – potevano permettersi”. Qualsiasi altra opzione era fuori dal tariffario, “dal rapporto a tre al servizio in camera. In questi e altri casi il prezzo veniva stabilito dalla maitresse”.
L’andazzo, al di là degli “optional” offerti dalle case di livello più alto, era più o meno sempre lo stesso. Le ragazze conducevano, paradossalmente, una vita monacale, “era quasi una prigione, con sporadici contatti con l’esterno e una situazione economica tutt’altro che florida”.
Poi, ogni due settimane, scattava la “quindicina” e le prostitute passavano da una casa all’altra, “per evitare che i clienti abituali si affezionassero troppo – sottolinea la studiosa – ma anche per far girare i soldi”.
Il giro di boa coincide con la prima guerra mondiale. “Prima di allora – racconta Corso – a Palermo le case erano autogestite dalle donne, che accoglievano così ragazze abbandonate dal fidanzato, violentate o ripudiate dalle famiglie, che avevano come unica alternativa alla prostituzione il monastero. Poi, con l’avvento della Grande Guerra, l’età delle prostitute si alza oltre i 35 anni, e subentrano le tenutarie. Le donne sono spesso vedove, o mogli con il marito al fronte, che devono rimboccarsi le maniche e sfamare i figli”. Ma era una vita agra. “Appena entravano erano già indebitate, perché dovevano pagare l’affitto della stanza alla maitresse. E di tasca propria acquistavano anche profumi, saponi, trucchi e abiti, insomma i ferri del mestiere”.
E qual era – se ne esisteva una – la “specificità” palermitana ? “L’accoglienza – risponde l’antropologa –. Rispetto ad altre città, da noi il cliente veniva coccolato di più, a partire dalla sala d’attesa,. Era pratica comune offrirgli da bere, biscotti e pasticcini mentre aspettava la ragazza prescelta”.

Le tante vite di due antichi dipinti

Attraverso un lungo percorso per l’Italia e per varie collezioni sono arrivati a Palazzo Abatellis due tavole che nel Trecento facevano parte di un polittico poi fatto a pezzi.

Sigilli di re e di papi, pergamene, manoscritti, atti notarili dal regno normanno ai giorni nostri. Nelle due sedi della Gancia e della Catena, un viaggio nella storia siciliana lungo mille anni.

Nei segreti dell’Archivio di Stato

Sigilli di re e di papi, pergamene, manoscritti, atti notarili dal regno normanno ai giorni nostri. Nelle due sedi della Gancia e della Catena, un viaggio nella storia siciliana lungo mille anni.

Sigilli di re e di papi, pergamene, manoscritti, atti notarili dal regno normanno ai giorni nostri. Nelle due sedi della Gancia e della Catena, un viaggio nella storia siciliana lungo mille anni.

Quelle antiche navi sul lettino del radiologo

Eseguita per la prima volta una Tac tridimensionale sui reperti dell’imbarcazione punica e di quella romana custoditi al Museo archeologico Lilibeo di Marsala. Svelati i materiali, le tecniche, i parassiti.

di Federica Certa

Un fascio di raggi X per penetrare l’anima del legno e svelare i segreti della costruzione delle navi puniche e romane.

È il primo esperimento di questo genere – l’applicazione di tecnologie di diagnostica ad alta specializzazione – condotto su reperti lignei rimasti per secoli sul fondo del mare. E a portarlo avanti è stato il dipartimento di Scienze radiologiche dell’Università di Palermo, diretto da Massimo Midiri, con il GruppoArte 16, coordinato da Giovanni Taormina, e la supervisione tecnica del professor Franco Fazzio dell’Istituto per la conservazione e il restauro di Roma.

Le parti superstiti di due imbarcazioni, entrambe conservate nel Museo archeologico Lilibeo di Marsala – una romana, la più grande mai ritrovata, risalente al IV dopo Cristo e rinvenuta nel 1999 nel mare di Marausa, e una punica, risalente al III secolo avanti Cristo e scoperta nel 1971 al largo della costa marsalese, unico esemplare rimasto a testimoniare la raffinata arte navale dei Fenici – sono state sottoposte all’esame di una Tac tridimensionale, che ha permesso di ottenere immagini molto dettagliate di aree specifiche delle sezioni del legno del fasciame. Le parti del fasciame dello scafo sono state così “affettate” in strati sottilissimi, che come gli anelli concentrici sul tronco di un albero hanno raccontato la perizia artigiana degli antichi popoli del Mediterraneo.

“Con questo tipo di indagini – spiega Midiri – l’analisi archeologica si sposta dall’esterno all’interno del manufatto. Abbiamo così creato una scheda digitale dei reperti delle due navi, che cristallizza il loro stato di conservazione nel tempo, a disposizione dell’archivio della Soprintendenza del mare e dei ricercatori che lavoreranno in futuro”.

“Sono indagini di estrema importanza – aggiunge Taormina – che hanno permesso di capire come si è conservato il legno per oltre duemila anni, sia quello utilizzato nella nave romana, di conifera, più leggero, sia quello della nave punica, probabilmente cedro del Libano, più pesante ma anche più robusto”.

Grazie alla successiva ricostruzione al computer, è stato poi possibile individuare le caratteristiche più profonde di materiali e tecniche peculiari: gli incastri perfetti tra costole e madieri nella nave romana; la presenza di piombo e tracce di bronzo all’esterno di quella punica, realizzata con la tecnica del “guscio portante”.

I reperti sono stati inoltre analizzati per individuare eventuali cunicoli di larve, spore o cellule parassite dormienti, che potrebbero compromettere la stabilità dello scafo.

I dati acquisiti saranno utilizzati per intervenire sul fasciame ligneo con le nanotecnologie, già testate su un piccolo campione della nave romana e fornite dalla società milanese “4Ward 360”, titolare del brevetto. “Si tratta di tecnologie particolari – dice l’amministratore delegato Sabrina Zuccalà – che hanno permesso di creare un prodotto unico e specifico per le navi di Marsala, delle nano-particelle che rivestiranno completamente i reperti in maniera non invasiva e che li proteggeranno dagli agenti esterni e dall’usura del tempo”.

L’operazione è stata eseguita sotto la supervisione dell’assessorato regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, guidato da Sebastiano Tusa e diretto da Sergio Alessandro, del responsabile unico del progetto di recupero, l’architetto Stefano Zangara, e dell’architetto della Soprintendenza del mare, Enrico Lercara.

“È la prima volta che in Italia viene effettuata un’investigazione scientifica così approfondita su reperti lignei di navi rimaste per secoli nei fondali marini – ha commentato Tusa – eseguita per poi giungere a una ipotesi di restauro conservativo con le nanotecnologie”.

Eseguita per la prima volta una Tac tridimensionale sui due importanti reperti custoditi al Museo archeologico Lilibeo di Marsala. Svelati i materiali, le tecniche, i parassiti.

di Federica Certa

Un fascio di raggi X per penetrare l’anima del legno e svelare i segreti della costruzione delle navi puniche e romane.

È il primo esperimento di questo genere – l’applicazione di tecnologie di diagnostica ad alta specializzazione – condotto su reperti lignei rimasti per secoli sul fondo del mare. E a portarlo avanti è stato il dipartimento di Scienze radiologiche dell’Università di Palermo, diretto da Massimo Midiri, con il GruppoArte 16, coordinato da Giovanni Taormina, e la supervisione tecnica del professor Franco Fazzio dell’Istituto per la conservazione e il restauro di Roma.

Le parti superstiti di due imbarcazioni, entrambe conservate nel Museo archeologico Lilibeo di Marsala – una romana, la più grande mai ritrovata, risalente al IV dopo Cristo e rinvenuta nel 1999 nel mare di Marausa, e una punica, risalente al III secolo avanti Cristo e scoperta nel 1971 al largo della costa marsalese, unico esemplare rimasto a testimoniare la raffinata arte navale dei Fenici – sono state sottoposte all’esame di una Tac tridimensionale, che ha permesso di ottenere immagini molto dettagliate di aree specifiche delle sezioni del legno del fasciame. Le parti del fasciame dello scafo sono state così “affettate” in strati sottilissimi, che come gli anelli concentrici sul tronco di un albero hanno raccontato la perizia artigiana degli antichi popoli del Mediterraneo.

“Con questo tipo di indagini – spiega Midiri – l’analisi archeologica si sposta dall’esterno all’interno del manufatto. Abbiamo così creato una scheda digitale dei reperti delle due navi, che cristallizza il loro stato di conservazione nel tempo, a disposizione dell’archivio della Soprintendenza del mare e dei ricercatori che lavoreranno in futuro”.

“Sono indagini di estrema importanza – aggiunge Taormina – che hanno permesso di capire come si è conservato il legno per oltre duemila anni, sia quello utilizzato nella nave romana, di conifera, più leggero, sia quello della nave punica, probabilmente cedro del Libano, più pesante ma anche più robusto”.

Grazie alla successiva ricostruzione al computer, è stato poi possibile individuare le caratteristiche più profonde di materiali e tecniche peculiari: gli incastri perfetti tra costole e madieri nella nave romana; la presenza di piombo e tracce di bronzo all’esterno di quella punica, realizzata con la tecnica del “guscio portante”.

I reperti sono stati inoltre analizzati per individuare eventuali cunicoli di larve, spore o cellule parassite dormienti, che potrebbero compromettere la stabilità dello scafo.

I dati acquisiti saranno utilizzati per intervenire sul fasciame ligneo con le nanotecnologie, già testate su un piccolo campione della nave romana e fornite dalla società milanese “4Ward 360”, titolare del brevetto. “Si tratta di tecnologie particolari – dice l’amministratore delegato Sabrina Zuccalà – che hanno permesso di creare un prodotto unico e specifico per le navi di Marsala, delle nano-particelle che rivestiranno completamente i reperti in maniera non invasiva e che li proteggeranno dagli agenti esterni e dall’usura del tempo”.

L’operazione è stata eseguita sotto la supervisione dell’assessorato regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, guidato da Sebastiano Tusa e diretto da Sergio Alessandro, del responsabile unico del progetto di recupero, l’architetto Stefano Zangara, e dell’architetto della Soprintendenza del mare, Enrico Lercara.

“È la prima volta che in Italia viene effettuata un’investigazione scientifica così approfondita su reperti lignei di navi rimaste per secoli nei fondali marini – ha commentato Tusa – eseguita per poi giungere a una ipotesi di restauro conservativo con le nanotecnologie”.

Scorbuto, limoni e mafia

Le origini di Cosa Nostra? Secondo un gruppo di studiosi di Belfast si rintracciano nella scoperta dell’utilità dei limoni nel guarire lo scorbuto, avvenuta per la prima volta nell’Ottocento su una nave della Royal Navy. E nella necessità di assoldare “guardie private” per difendere i campi diventati preziosi

di Claudia Cecilia Pessina

Lavorando su una tesi non completamente nuova, tre ricercatori dell’Università di Belfast hanno dimostrato, in uno studio pubblicato sul Journal of Economic History, quanto la storia della mafia siciliana si intrecci strettamente con la coltivazione degli agrumi e abbia beneficiato di uno dei primi esperimenti clinici nella storia della medicina, eseguito dal chirurgo scozzese James Lind su una nave della Royal Navy. Fino al XVIII secolo lo scorbuto decimava interi equipaggi e i medici non conoscevano rimedio contro la misteriosa malattia. Di solito compariva dopo circa tre mesi in mare: gli uomini erano stanchi, soffrivano di carie, macchie scure e ferite purulente su tutto il corpo. Col succo di limone, dopo pochi giorni di terapia, i sintomi arretravano. E i casi diminuirono fino a scomparire del tutto. Da quel momento fu somministrato ogni giorno a tutti i marinai. La Sicilia era uno dei pochi posti in Europa dove crescevano i limoni, ma poiché erano principalmente utilizzati per scopi decorativi o per profumi, fino a quel momento non avevano svolto un ruolo economico importante. Con la scoperta di Lind la domanda esplose e l’esportazione subì un’impennata. Ma poiché gli alberi di limoni crescono lentamente, l’offerta era molto inferiore alla domanda e quindi i prezzi salirono alle stelle. Con una piantagione di limoni, un proprietario terriero alla fine del XIX secolo poteva guadagnare sessanta volte quanto con una piantagione di uva, grano o olive. I limoni però avevano un grosso svantaggio: erano molto più facili da rubare. Non potendo contare sul potere statale i proprietari terrieri dovettero ingaggiare guardie private, i campieri. Non di rado semplicemente reclutandoli tra i banditi, che diedero vita a sinistre alleanze, e i proprietari terrieri che non potevano o volevano ricorrervi, divenivano presto vittime di una rapina, un incendio o un’estorsione. Ben presto i gruppi affiliati iniziarono anche a infiltrarsi nel fiorente commercio degli agrumi, come intermediari tra produttori ed esportatori oppure rovinando i proprietari delle piantagioni e prendendo in mano il business. Così nacque il modello.

Dal FRANKFURTER ALLGEMEINE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Le origini di Cosa Nostra? Secondo un gruppo di studiosi di Belfast si rintracciano nella scoperta dell’utilità dei limoni nel guarire lo scorbuto, avvenuta per la prima volta nell’Ottocento su una nave della Royal Navy. E nella necessità di assoldare “guardie private” per difendere i campi diventati preziosi

di Claudia Cecilia Pessina

Lavorando su una tesi non completamente nuova, tre ricercatori dell’Università di Belfast hanno dimostrato, in uno studio pubblicato sul Journal of Economic History, quanto la storia della mafia siciliana si intrecci strettamente con la coltivazione degli agrumi e abbia beneficiato di uno dei primi esperimenti clinici nella storia della medicina, eseguito dal chirurgo scozzese James Lind su una nave della Royal Navy. Fino al XVIII secolo lo scorbuto decimava interi equipaggi e i medici non conoscevano rimedio contro la misteriosa malattia. Di solito compariva dopo circa tre mesi in mare: gli uomini erano stanchi, soffrivano di carie, macchie scure e ferite purulente su tutto il corpo. Col succo di limone, dopo pochi giorni di terapia, i sintomi arretravano. E i casi diminuirono fino a scomparire del tutto. Da quel momento fu somministrato ogni giorno a tutti i marinai. La Sicilia era uno dei pochi posti in Europa dove crescevano i limoni, ma poiché erano principalmente utilizzati per scopi decorativi o per profumi, fino a quel momento non avevano svolto un ruolo economico importante. Con la scoperta di Lind la domanda esplose e l’esportazione subì un’impennata. Ma poiché gli alberi di limoni crescono lentamente, l’offerta era molto inferiore alla domanda e quindi i prezzi salirono alle stelle. Con una piantagione di limoni, un proprietario terriero alla fine del XIX secolo poteva guadagnare sessanta volte quanto con una piantagione di uva, grano o olive. I limoni però avevano un grosso svantaggio: erano molto più facili da rubare. Non potendo contare sul potere statale i proprietari terrieri dovettero ingaggiare guardie private, i campieri. Non di rado semplicemente reclutandoli tra i banditi, che diedero vita a sinistre alleanze, e i proprietari terrieri che non potevano o volevano ricorrervi, divenivano presto vittime di una rapina, un incendio o un’estorsione. Ben presto i gruppi affiliati iniziarono anche a infiltrarsi nel fiorente commercio degli agrumi, come intermediari tra produttori ed esportatori oppure rovinando i proprietari delle piantagioni e prendendo in mano il business. Così nacque il modello.

Dal FRANKFURTER ALLGEMEINE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

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