I mobili “bonsai” del figlio d’arte

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

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“Case chiuse”, luci rosse a Palermo

Una delle più celebri era quella “delle rose” al Politeama, ma era riservata ai più ricchi. Per i meno danarosi c’erano quelle di vicolo Marotta. Viaggio a ritroso nella città del piacere condotto dall’antropologa Flavia Corso.

di Federica Certa

La sera si andava alla Casa delle rose, al Politeama. Ma solo per clienti altolocati con denaro da spendere, alti prelati, imprenditori, i rampolli delle famiglie più in vista, che cercavano, tra i calici di champagne, i broccati e i lampadari di Murano della casa di appuntamenti più rinomata di Palermo, il viatico alla vita che l’educazione familiare non poteva dargli. Diritti e doveri: le ragazze più belle, gli arredi più costosi, servizio impeccabile da quando si varcava la soglia a quando si lasciava l’antro del piacere. Ma era obbligatorio lavarsi, prima e dopo.
Se invece i soldi erano pochi, si veniva dalle campagne o si viveva di un modesto stipendio pubblico, le aspettative calavano, il livello della casa scendeva da extralusso a medio-basso, si doveva rinunciare alla corrente elettrica e al riscaldamento in camera. A volte anche al sapone e all’asciugamano.
Cronache dalla Palermo “sommersa” del sesso a pagamento, da fine ‘800, quando aprivano le prime case chiuse, al 1958, l’anno della legge Merlin, che doveva mettere i sigilli al meretricio in appartamento e porre fine allo sfruttamento dello Stato sulle donne di vita. Ma le case chiuse, in città, non si erano estinte, e tante ne erano rimaste, abusive e più o meno nascoste.
Flavia Corso, antropologa ed esperta di tradizioni siciliane, presidente dell’associazione “Tacus”, ha studiato epoche, segreti, tariffe, soprattutto luoghi della città a luci rosse. Il tema intriga, e di storie da raccontare ce ne sono molte. Tanto che Corso ha dedicato all’argomento due anni di ricerche, partendo dai testi dello storico siciliano Antonino Cutrera, spulciando tra i documenti dell’Archivio di Stato, della Biblioteca regionale e della Questura, ma anche attingendo ai diari, alle lettere e alle testimonianze dirette di prostitute ormai abbondantemente in pensione e di clienti vegliardi, che quelle stagioni di commerci licenziosi le ricordano ancora.
“A Palermo – spiega – le aree occupate dalle circa cento case di appuntamento erano ben definite. In piazza S. Domenico, per esempio, e nel cosiddetto borgo degli Amalfitani, che corrisponde più o meno alla zona della fonderia Oretea. Questo era un vero e proprio distretto della prostituzione, che poteva contare sui clienti che sbarcavano al vicino porto. Poi c’erano via dei Candelai e soprattutto vicolo Marotta, tra corso Vittorio e via del Celso, una meta nota a molti, che fino agli anni ’70 ha ospitato case abusive. Nel centro storico il servizio era per lo più di livello medio-basso, mentre in piazza Marina e in via Lungarini c’erano due case di lusso, casa Valido e casa Igiea, che tuttavia con la seconda guerra mondiale, persa la clientela dei gerarchi fascisti, si erano ridimensionate”.
Si andava dalla prestazione “base”, da cinque minuti soltanto, alla “doppia”, che poteva arrivare anche a 15. E poi c’erano le tariffe più care, la mezz’ora e un’ora “che in pochi però – dice Corso – potevano permettersi”. Qualsiasi altra opzione era fuori dal tariffario, “dal rapporto a tre al servizio in camera. In questi e altri casi il prezzo veniva stabilito dalla maitresse”.
L’andazzo, al di là degli “optional” offerti dalle case di livello più alto, era più o meno sempre lo stesso. Le ragazze conducevano, paradossalmente, una vita monacale, “era quasi una prigione, con sporadici contatti con l’esterno e una situazione economica tutt’altro che florida”.
Poi, ogni due settimane, scattava la “quindicina” e le prostitute passavano da una casa all’altra, “per evitare che i clienti abituali si affezionassero troppo – sottolinea la studiosa – ma anche per far girare i soldi”.
Il giro di boa coincide con la prima guerra mondiale. “Prima di allora – racconta Corso – a Palermo le case erano autogestite dalle donne, che accoglievano così ragazze abbandonate dal fidanzato, violentate o ripudiate dalle famiglie, che avevano come unica alternativa alla prostituzione il monastero. Poi, con l’avvento della Grande Guerra, l’età delle prostitute si alza oltre i 35 anni, e subentrano le tenutarie. Le donne sono spesso vedove, o mogli con il marito al fronte, che devono rimboccarsi le maniche e sfamare i figli”. Ma era una vita agra. “Appena entravano erano già indebitate, perché dovevano pagare l’affitto della stanza alla maitresse. E di tasca propria acquistavano anche profumi, saponi, trucchi e abiti, insomma i ferri del mestiere”.
E qual era – se ne esisteva una – la “specificità” palermitana ? “L’accoglienza – risponde l’antropologa –. Rispetto ad altre città, da noi il cliente veniva coccolato di più, a partire dalla sala d’attesa,. Era pratica comune offrirgli da bere, biscotti e pasticcini mentre aspettava la ragazza prescelta”.

Una delle più celebri era quella “delle rose” al Politeama, ma era riservata ai più ricchi. Per i meno danarosi c’erano quelle di vicolo Marotta. Viaggio a ritroso nella città del piacere condotto dall’antropologa Flavia Corso.

di Federica Certa

La sera si andava alla Casa delle rose, al Politeama. Ma solo per clienti altolocati con denaro da spendere, alti prelati, imprenditori, i rampolli delle famiglie più in vista, che cercavano, tra i calici di champagne, i broccati e i lampadari di Murano della casa di appuntamenti più rinomata di Palermo, il viatico alla vita che l’educazione familiare non poteva dargli. Diritti e doveri: le ragazze più belle, gli arredi più costosi, servizio impeccabile da quando si varcava la soglia a quando si lasciava l’antro del piacere. Ma era obbligatorio lavarsi, prima e dopo.
Se invece i soldi erano pochi, si veniva dalle campagne o si viveva di un modesto stipendio pubblico, le aspettative calavano, il livello della casa scendeva da extralusso a medio-basso, si doveva rinunciare alla corrente elettrica e al riscaldamento in camera. A volte anche al sapone e all’asciugamano.
Cronache dalla Palermo “sommersa” del sesso a pagamento, da fine ‘800, quando aprivano le prime case chiuse, al 1958, l’anno della legge Merlin, che doveva mettere i sigilli al meretricio in appartamento e porre fine allo sfruttamento dello Stato sulle donne di vita. Ma le case chiuse, in città, non si erano estinte, e tante ne erano rimaste, abusive e più o meno nascoste.
Flavia Corso, antropologa ed esperta di tradizioni siciliane, presidente dell’associazione “Tacus”, ha studiato epoche, segreti, tariffe, soprattutto luoghi della città a luci rosse e ha organizzato una “passeggiata” di due ore e mezza alla scoperta dei vicoli, delle strade e dei palazzi dove si vendevano le prostitute palermitane. L’appuntamento è per domenica 23, a partire dalle 20.30. Iscrizioni aperte fino alle 16 del 22, chiamando il numero 320-2267975. Contributo libero.
Il tema intriga, e di storie da raccontare ce ne sono molte. Tanto che Corso ha dedicato all’argomento due anni di ricerche, partendo dai testi dello storico siciliano Antonino Cutrera, spulciando tra i documenti dell’Archivio di Stato, della Biblioteca regionale e della Questura, ma anche attingendo ai diari, alle lettere e alle testimonianze dirette di prostitute ormai abbondantemente in pensione e di clienti vegliardi, che quelle stagioni di commerci licenziosi le ricordano ancora.
“A Palermo – spiega – le aree occupate dalle circa cento case di appuntamento erano ben definite. In piazza S. Domenico, per esempio, e nel cosiddetto borgo degli Amalfitani, che corrisponde più o meno alla zona della fonderia Oretea. Questo era un vero e proprio distretto della prostituzione, che poteva contare sui clienti che sbarcavano al vicino porto. Poi c’erano via dei Candelai e soprattutto vicolo Marotta, tra corso Vittorio e via del Celso, una meta nota a molti, che fino agli anni ’70 ha ospitato case abusive. Nel centro storico il servizio era per lo più di livello medio-basso, mentre in piazza Marina e in via Lungarini c’erano due case di lusso, casa Valido e casa Igiea, che tuttavia con la seconda guerra mondiale, persa la clientela dei gerarchi fascisti, si erano ridimensionate”.
Si andava dalla prestazione “base”, da cinque minuti soltanto, alla “doppia”, che poteva arrivare anche a 15. E poi c’erano le tariffe più care, la mezz’ora e un’ora “che in pochi però – dice Corso – potevano permettersi”. Qualsiasi altra opzione era fuori dal tariffario, “dal rapporto a tre al servizio in camera. In questi e altri casi il prezzo veniva stabilito dalla maitresse”.
L’andazzo, al di là degli “optional” offerti dalle case di livello più alto, era più o meno sempre lo stesso. Le ragazze conducevano, paradossalmente, una vita monacale, “era quasi una prigione, con sporadici contatti con l’esterno e una situazione economica tutt’altro che florida”.
Poi, ogni due settimane, scattava la “quindicina” e le prostitute passavano da una casa all’altra, “per evitare che i clienti abituali si affezionassero troppo – sottolinea la studiosa – ma anche per far girare i soldi”.
Il giro di boa coincide con la prima guerra mondiale. “Prima di allora – racconta Corso – a Palermo le case erano autogestite dalle donne, che accoglievano così ragazze abbandonate dal fidanzato, violentate o ripudiate dalle famiglie, che avevano come unica alternativa alla prostituzione il monastero. Poi, con l’avvento della Grande Guerra, l’età delle prostitute si alza oltre i 35 anni, e subentrano le tenutarie. Le donne sono spesso vedove, o mogli con il marito al fronte, che devono rimboccarsi le maniche e sfamare i figli”. Ma era una vita agra. “Appena entravano erano già indebitate, perché dovevano pagare l’affitto della stanza alla maitresse. E di tasca propria acquistavano anche profumi, saponi, trucchi e abiti, insomma i ferri del mestiere”.
E qual era – se ne esisteva una – la “specificità” palermitana ? “L’accoglienza – risponde l’antropologa –. Rispetto ad altre città, da noi il cliente veniva coccolato di più, a partire dalla sala d’attesa,. Era pratica comune offrirgli da bere, biscotti e pasticcini mentre aspettava la ragazza prescelta”.

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Le tante vite di due antichi dipinti

Attraverso un lungo percorso per l’Italia e per varie collezioni sono arrivati a Palazzo Abatellis due tavole che nel Trecento facevano parte di un polittico poi fatto a pezzi.

Sigilli di re e di papi, pergamene, manoscritti, atti notarili dal regno normanno ai giorni nostri. Nelle due sedi della Gancia e della Catena, un viaggio nella storia siciliana lungo mille anni.

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Nei segreti dell’Archivio di Stato

Sigilli di re e di papi, pergamene, manoscritti, atti notarili dal regno normanno ai giorni nostri. Nelle due sedi della Gancia e della Catena, un viaggio nella storia siciliana lungo mille anni.

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Quelle antiche navi sul lettino del radiologo

Eseguita per la prima volta una Tac tridimensionale sui reperti dell’imbarcazione punica e di quella romana custoditi al Museo archeologico Lilibeo di Marsala. Svelati i materiali, le tecniche, i parassiti.

di Federica Certa

Un fascio di raggi X per penetrare l’anima del legno e svelare i segreti della costruzione delle navi puniche e romane.

È il primo esperimento di questo genere – l’applicazione di tecnologie di diagnostica ad alta specializzazione – condotto su reperti lignei rimasti per secoli sul fondo del mare. E a portarlo avanti è stato il dipartimento di Scienze radiologiche dell’Università di Palermo, diretto da Massimo Midiri, con il GruppoArte 16, coordinato da Giovanni Taormina, e la supervisione tecnica del professor Franco Fazzio dell’Istituto per la conservazione e il restauro di Roma.

Le parti superstiti di due imbarcazioni, entrambe conservate nel Museo archeologico Lilibeo di Marsala – una romana, la più grande mai ritrovata, risalente al IV dopo Cristo e rinvenuta nel 1999 nel mare di Marausa, e una punica, risalente al III secolo avanti Cristo e scoperta nel 1971 al largo della costa marsalese, unico esemplare rimasto a testimoniare la raffinata arte navale dei Fenici – sono state sottoposte all’esame di una Tac tridimensionale, che ha permesso di ottenere immagini molto dettagliate di aree specifiche delle sezioni del legno del fasciame. Le parti del fasciame dello scafo sono state così “affettate” in strati sottilissimi, che come gli anelli concentrici sul tronco di un albero hanno raccontato la perizia artigiana degli antichi popoli del Mediterraneo.

“Con questo tipo di indagini – spiega Midiri – l’analisi archeologica si sposta dall’esterno all’interno del manufatto. Abbiamo così creato una scheda digitale dei reperti delle due navi, che cristallizza il loro stato di conservazione nel tempo, a disposizione dell’archivio della Soprintendenza del mare e dei ricercatori che lavoreranno in futuro”.

“Sono indagini di estrema importanza – aggiunge Taormina – che hanno permesso di capire come si è conservato il legno per oltre duemila anni, sia quello utilizzato nella nave romana, di conifera, più leggero, sia quello della nave punica, probabilmente cedro del Libano, più pesante ma anche più robusto”.

Grazie alla successiva ricostruzione al computer, è stato poi possibile individuare le caratteristiche più profonde di materiali e tecniche peculiari: gli incastri perfetti tra costole e madieri nella nave romana; la presenza di piombo e tracce di bronzo all’esterno di quella punica, realizzata con la tecnica del “guscio portante”.

I reperti sono stati inoltre analizzati per individuare eventuali cunicoli di larve, spore o cellule parassite dormienti, che potrebbero compromettere la stabilità dello scafo.

I dati acquisiti saranno utilizzati per intervenire sul fasciame ligneo con le nanotecnologie, già testate su un piccolo campione della nave romana e fornite dalla società milanese “4Ward 360”, titolare del brevetto. “Si tratta di tecnologie particolari – dice l’amministratore delegato Sabrina Zuccalà – che hanno permesso di creare un prodotto unico e specifico per le navi di Marsala, delle nano-particelle che rivestiranno completamente i reperti in maniera non invasiva e che li proteggeranno dagli agenti esterni e dall’usura del tempo”.

L’operazione è stata eseguita sotto la supervisione dell’assessorato regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, guidato da Sebastiano Tusa e diretto da Sergio Alessandro, del responsabile unico del progetto di recupero, l’architetto Stefano Zangara, e dell’architetto della Soprintendenza del mare, Enrico Lercara.

“È la prima volta che in Italia viene effettuata un’investigazione scientifica così approfondita su reperti lignei di navi rimaste per secoli nei fondali marini – ha commentato Tusa – eseguita per poi giungere a una ipotesi di restauro conservativo con le nanotecnologie”.

Eseguita per la prima volta una Tac tridimensionale sui due importanti reperti custoditi al Museo archeologico Lilibeo di Marsala. Svelati i materiali, le tecniche, i parassiti.

di Federica Certa

Un fascio di raggi X per penetrare l’anima del legno e svelare i segreti della costruzione delle navi puniche e romane.

È il primo esperimento di questo genere – l’applicazione di tecnologie di diagnostica ad alta specializzazione – condotto su reperti lignei rimasti per secoli sul fondo del mare. E a portarlo avanti è stato il dipartimento di Scienze radiologiche dell’Università di Palermo, diretto da Massimo Midiri, con il GruppoArte 16, coordinato da Giovanni Taormina, e la supervisione tecnica del professor Franco Fazzio dell’Istituto per la conservazione e il restauro di Roma.

Le parti superstiti di due imbarcazioni, entrambe conservate nel Museo archeologico Lilibeo di Marsala – una romana, la più grande mai ritrovata, risalente al IV dopo Cristo e rinvenuta nel 1999 nel mare di Marausa, e una punica, risalente al III secolo avanti Cristo e scoperta nel 1971 al largo della costa marsalese, unico esemplare rimasto a testimoniare la raffinata arte navale dei Fenici – sono state sottoposte all’esame di una Tac tridimensionale, che ha permesso di ottenere immagini molto dettagliate di aree specifiche delle sezioni del legno del fasciame. Le parti del fasciame dello scafo sono state così “affettate” in strati sottilissimi, che come gli anelli concentrici sul tronco di un albero hanno raccontato la perizia artigiana degli antichi popoli del Mediterraneo.

“Con questo tipo di indagini – spiega Midiri – l’analisi archeologica si sposta dall’esterno all’interno del manufatto. Abbiamo così creato una scheda digitale dei reperti delle due navi, che cristallizza il loro stato di conservazione nel tempo, a disposizione dell’archivio della Soprintendenza del mare e dei ricercatori che lavoreranno in futuro”.

“Sono indagini di estrema importanza – aggiunge Taormina – che hanno permesso di capire come si è conservato il legno per oltre duemila anni, sia quello utilizzato nella nave romana, di conifera, più leggero, sia quello della nave punica, probabilmente cedro del Libano, più pesante ma anche più robusto”.

Grazie alla successiva ricostruzione al computer, è stato poi possibile individuare le caratteristiche più profonde di materiali e tecniche peculiari: gli incastri perfetti tra costole e madieri nella nave romana; la presenza di piombo e tracce di bronzo all’esterno di quella punica, realizzata con la tecnica del “guscio portante”.

I reperti sono stati inoltre analizzati per individuare eventuali cunicoli di larve, spore o cellule parassite dormienti, che potrebbero compromettere la stabilità dello scafo.

I dati acquisiti saranno utilizzati per intervenire sul fasciame ligneo con le nanotecnologie, già testate su un piccolo campione della nave romana e fornite dalla società milanese “4Ward 360”, titolare del brevetto. “Si tratta di tecnologie particolari – dice l’amministratore delegato Sabrina Zuccalà – che hanno permesso di creare un prodotto unico e specifico per le navi di Marsala, delle nano-particelle che rivestiranno completamente i reperti in maniera non invasiva e che li proteggeranno dagli agenti esterni e dall’usura del tempo”.

L’operazione è stata eseguita sotto la supervisione dell’assessorato regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, guidato da Sebastiano Tusa e diretto da Sergio Alessandro, del responsabile unico del progetto di recupero, l’architetto Stefano Zangara, e dell’architetto della Soprintendenza del mare, Enrico Lercara.

“È la prima volta che in Italia viene effettuata un’investigazione scientifica così approfondita su reperti lignei di navi rimaste per secoli nei fondali marini – ha commentato Tusa – eseguita per poi giungere a una ipotesi di restauro conservativo con le nanotecnologie”.

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Scorbuto, limoni e mafia

Le origini di Cosa Nostra? Secondo un gruppo di studiosi di Belfast si rintracciano nella scoperta dell’utilità dei limoni nel guarire lo scorbuto, avvenuta per la prima volta nell’Ottocento su una nave della Royal Navy. E nella necessità di assoldare “guardie private” per difendere i campi diventati preziosi

di Claudia Cecilia Pessina

Lavorando su una tesi non completamente nuova, tre ricercatori dell’Università di Belfast hanno dimostrato, in uno studio pubblicato sul Journal of Economic History, quanto la storia della mafia siciliana si intrecci strettamente con la coltivazione degli agrumi e abbia beneficiato di uno dei primi esperimenti clinici nella storia della medicina, eseguito dal chirurgo scozzese James Lind su una nave della Royal Navy. Fino al XVIII secolo lo scorbuto decimava interi equipaggi e i medici non conoscevano rimedio contro la misteriosa malattia. Di solito compariva dopo circa tre mesi in mare: gli uomini erano stanchi, soffrivano di carie, macchie scure e ferite purulente su tutto il corpo. Col succo di limone, dopo pochi giorni di terapia, i sintomi arretravano. E i casi diminuirono fino a scomparire del tutto. Da quel momento fu somministrato ogni giorno a tutti i marinai. La Sicilia era uno dei pochi posti in Europa dove crescevano i limoni, ma poiché erano principalmente utilizzati per scopi decorativi o per profumi, fino a quel momento non avevano svolto un ruolo economico importante. Con la scoperta di Lind la domanda esplose e l’esportazione subì un’impennata. Ma poiché gli alberi di limoni crescono lentamente, l’offerta era molto inferiore alla domanda e quindi i prezzi salirono alle stelle. Con una piantagione di limoni, un proprietario terriero alla fine del XIX secolo poteva guadagnare sessanta volte quanto con una piantagione di uva, grano o olive. I limoni però avevano un grosso svantaggio: erano molto più facili da rubare. Non potendo contare sul potere statale i proprietari terrieri dovettero ingaggiare guardie private, i campieri. Non di rado semplicemente reclutandoli tra i banditi, che diedero vita a sinistre alleanze, e i proprietari terrieri che non potevano o volevano ricorrervi, divenivano presto vittime di una rapina, un incendio o un’estorsione. Ben presto i gruppi affiliati iniziarono anche a infiltrarsi nel fiorente commercio degli agrumi, come intermediari tra produttori ed esportatori oppure rovinando i proprietari delle piantagioni e prendendo in mano il business. Così nacque il modello.

Dal FRANKFURTER ALLGEMEINE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Le origini di Cosa Nostra? Secondo un gruppo di studiosi di Belfast si rintracciano nella scoperta dell’utilità dei limoni nel guarire lo scorbuto, avvenuta per la prima volta nell’Ottocento su una nave della Royal Navy. E nella necessità di assoldare “guardie private” per difendere i campi diventati preziosi

di Claudia Cecilia Pessina

Lavorando su una tesi non completamente nuova, tre ricercatori dell’Università di Belfast hanno dimostrato, in uno studio pubblicato sul Journal of Economic History, quanto la storia della mafia siciliana si intrecci strettamente con la coltivazione degli agrumi e abbia beneficiato di uno dei primi esperimenti clinici nella storia della medicina, eseguito dal chirurgo scozzese James Lind su una nave della Royal Navy. Fino al XVIII secolo lo scorbuto decimava interi equipaggi e i medici non conoscevano rimedio contro la misteriosa malattia. Di solito compariva dopo circa tre mesi in mare: gli uomini erano stanchi, soffrivano di carie, macchie scure e ferite purulente su tutto il corpo. Col succo di limone, dopo pochi giorni di terapia, i sintomi arretravano. E i casi diminuirono fino a scomparire del tutto. Da quel momento fu somministrato ogni giorno a tutti i marinai. La Sicilia era uno dei pochi posti in Europa dove crescevano i limoni, ma poiché erano principalmente utilizzati per scopi decorativi o per profumi, fino a quel momento non avevano svolto un ruolo economico importante. Con la scoperta di Lind la domanda esplose e l’esportazione subì un’impennata. Ma poiché gli alberi di limoni crescono lentamente, l’offerta era molto inferiore alla domanda e quindi i prezzi salirono alle stelle. Con una piantagione di limoni, un proprietario terriero alla fine del XIX secolo poteva guadagnare sessanta volte quanto con una piantagione di uva, grano o olive. I limoni però avevano un grosso svantaggio: erano molto più facili da rubare. Non potendo contare sul potere statale i proprietari terrieri dovettero ingaggiare guardie private, i campieri. Non di rado semplicemente reclutandoli tra i banditi, che diedero vita a sinistre alleanze, e i proprietari terrieri che non potevano o volevano ricorrervi, divenivano presto vittime di una rapina, un incendio o un’estorsione. Ben presto i gruppi affiliati iniziarono anche a infiltrarsi nel fiorente commercio degli agrumi, come intermediari tra produttori ed esportatori oppure rovinando i proprietari delle piantagioni e prendendo in mano il business. Così nacque il modello.

Dal FRANKFURTER ALLGEMEINE

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Nuova Presenza, l’esproprio proletario in libreria

Per quasi 20 anni nella sua enorme sede liberty di via Albanese è passata tutta la città, soprattutto quella di “sinistra”. E c’era chi praticava il “free take away”

di Mario Pintagro

Era la più grande libreria di Palermo ed anche la più innovativa. Si chiamava “Nuova Presenza” ed era in via Enrico Albanese. Un nome dalla forte connotazione ideologica, mutuato dall’iniziale centro di ricerche estetiche. Siamo nel ’70, a Palermo è arrivata la contestazione studentesca, ed è tutto un fiorire di iniziative. Dibattiti, cineforum, occupazioni. E’ in questo quadro che apre la libreria, ospitata al piano terra di un palazzo liberty disegnato da Ernesto Basile, al cui ultimo piano abita il futuro vicequestore Ninni Cassarà. Si comincia con pochissimo, una stanza appena. Ma a poco a poco i vani aumentano, due, tre, quattro, fino a diventare diciassette. E’ lo spazio occupato da due appartamenti. Arredamento minimalista e in linea con la cultura del tempo. Componibili chiari di forma cubica sovrapposti, che fanno anche da piano d’appoggio. Ad aprire le porte di quel grande universo cartaceo sono Bartolomeo Manno e Calogero Gennaro. Quest’ultimo possiede l’agenzia libraria Di.li.as. e distribuisce i prodotti di Editori Riuniti, Boringhieri e Leonardo. Il sodalizio tra i due non dura molto, sarà poi Manno a tenere le redini di quella che diventerà la libreria più giovanile e frequentata della città. Non solo libreria, ma anche fucina di artisti e intellettuali. In libreria si incontrano il fondatore di Godranopoli, Francesco Carbone e il talentuoso Nicolò D’Alessandro, Michele Canzoneri e Filippo Panseca, futuro scenografo delle architettura craxiane. E’ il luogo prediletto dalla sinistra palermitana. Una libreria che abbatte gli schemi, in cui entrare, consultare liberamente i libri, magari leggerli fino in fondo, tanto, i proprietari chiudono un occhio. “E’ stato un bene enorme – ricorda Piero Onorato, che da quella libreria cominciò la sua carriera di libraio – io avevo diciott’anni e lavoravo all’Hotel delle Palme, ma colsi subito la sfida per dedicarmi a Nuova Presenza. Librerie ce n’erano tante a Palermo e la città era sicuramente più colta di adesso. Quella libreria era a settori, con i libri in bella vista. Fu la prima a favorire l’accesso alla lettura, si inventò la vendita rateale, senza gravare di interessi l’acquirente. Nessuno di noi era libraio, il mestiere lo abbiamo inventato giorno per giorno.”
Ma Nuova Presenza era anche la libreria in cui molti praticavano l’esproprio proletario, c’era il cosidetto “free take away”. Impossibile controllare diciassette stanze con due accessi distanti fra loro, senza sistemi antitaccheggio. Qualcuno, nelle stanze del Pci di corso Calatafimi, si inventò un termine che non aveva bisogno di giri di parole: “sinistra tappista”, per indicare quei compagni che rifilavano fregature, rubando ad altri compagni. Non bisogna stupirsi se oggi da Feltrinelli succede spesso che la gente sia fermata all’uscita della libreria con sottobraccio libri rubati. Il pubblico della Feltrinelli è in buona parte quello di Nuova Presenza. La libreria di Manno andò forte fino ai primi anni ’80. Nell’agosto dell’85 c’è il cambio di società e la nuova impresa non si avvale più di Piero Onorato. Nell’autunno apre Feltrinelli in via Maqueda e trova un mercato già pronto e sensibile, è proprio quello di Nuova Presenza. La nuova società che eredita il vecchio marchio degli anni ’70 tenta di reggere al cambiamento, si trasferisce in via Archimede. Non dura molto. I tempi cambiano, e con essi i gusti dei lettori e dei clienti e per Nuova Presenza, nei primi anni ’90, arriva mestamente l’ora della fine. Oggi il suo fondatore, Bartolomeo Manno, dipinge quadri con il nome di Bartman.

Per quasi 20 anni nella sua enorme sede liberty di via Albanese è passata tutta la città, soprattutto quella di “sinistra”. E c’era chi praticava il “free take away”

di Mario Pintagro

Era la più grande libreria di Palermo ed anche la più innovativa. Si chiamava “Nuova Presenza” ed era in via Enrico Albanese. Un nome dalla forte connotazione ideologica, mutuato dall’iniziale centro di ricerche estetiche. Siamo nel ’70, a Palermo è arrivata la contestazione studentesca, ed è tutto un fiorire di iniziative. Dibattiti, cineforum, occupazioni. E’ in questo quadro che apre la libreria, ospitata al piano terra di un palazzo liberty disegnato da Ernesto Basile, al cui ultimo piano abita il futuro vicequestore Ninni Cassarà. Si comincia con pochissimo, una stanza appena. Ma a poco a poco i vani aumentano, due, tre, quattro, fino a diventare diciassette. E’ lo spazio occupato da due appartamenti. Arredamento minimalista e in linea con la cultura del tempo. Componibili chiari di forma cubica sovrapposti, che fanno anche da piano d’appoggio. Ad aprire le porte di quel grande universo cartaceo sono Bartolomeo Manno e Calogero Gennaro. Quest’ultimo possiede l’agenzia libraria Di.li.as. e distribuisce i prodotti di Editori Riuniti, Boringhieri e Leonardo. Il sodalizio tra i due non dura molto, sarà poi Manno a tenere le redini di quella che diventerà la libreria più giovanile e frequentata della città. Non solo libreria, ma anche fucina di artisti e intellettuali. In libreria si incontrano il fondatore di Godranopoli, Francesco Carbone e il talentuoso Nicolò D’Alessandro, Michele Canzoneri e Filippo Panseca, futuro scenografo delle architettura craxiane. E’ il luogo prediletto dalla sinistra palermitana. Una libreria che abbatte gli schemi, in cui entrare, consultare liberamente i libri, magari leggerli fino in fondo, tanto, i proprietari chiudono un occhio. “E’ stato un bene enorme – ricorda Piero Onorato, che da quella libreria cominciò la sua carriera di libraio – io avevo diciott’anni e lavoravo all’Hotel delle Palme, ma colsi subito la sfida per dedicarmi a Nuova Presenza. Librerie ce n’erano tante a Palermo e la città era sicuramente più colta di adesso. Quella libreria era a settori, con i libri in bella vista. Fu la prima a favorire l’accesso alla lettura, si inventò la vendita rateale, senza gravare di interessi l’acquirente. Nessuno di noi era libraio, il mestiere lo abbiamo inventato giorno per giorno.”
Ma Nuova Presenza era anche la libreria in cui molti praticavano l’esproprio proletario, c’era il cosidetto “free take away”. Impossibile controllare diciassette stanze con due accessi distanti fra loro, senza sistemi antitaccheggio. Qualcuno, nelle stanze del Pci di corso Calatafimi, si inventò un termine che non aveva bisogno di giri di parole: “sinistra tappista”, per indicare quei compagni che rifilavano fregature, rubando ad altri compagni. Non bisogna stupirsi se oggi da Feltrinelli succede spesso che la gente sia fermata all’uscita della libreria con sottobraccio libri rubati. Il pubblico della Feltrinelli è in buona parte quello di Nuova Presenza. La libreria di Manno andò forte fino ai primi anni ’80. Nell’agosto dell’85 c’è il cambio di società e la nuova impresa non si avvale più di Piero Onorato. Nell’autunno apre Feltrinelli in via Maqueda e trova un mercato già pronto e sensibile, è proprio quello di Nuova Presenza. La nuova società che eredita il vecchio marchio degli anni ’70 tenta di reggere al cambiamento, si trasferisce in via Archimede. Non dura molto. I tempi cambiano, e con essi i gusti dei lettori e dei clienti e per Nuova Presenza, nei primi anni ’90, arriva mestamente l’ora della fine. Oggi il suo fondatore, Bartolomeo Manno, dipinge quadri con il nome di Bartman.

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Un ritorno a regola d’arte

Dal Palermo al Louvre e ritorno a Palermo a caccia di un tesoro di arte: la storia di Claudio Gulli

di Chiara Dino

Laurea a Siena, dottorato alla Normale di Pisa, un’incursione in America e tirocinio al Louvre di Parigi: Claudio Gulli non immaginava che i suoi studi sul Medioevo e il Rinascimento lo avrebbero riportato in Sicilia. Sulle tracce di una collezione che si intreccia con le sue prime scoperte

A portarlo su e giù da Palermo sono stati i tratti morbidi delle Madonne di Andrea del Brescianino, “un artista che fa pensare a Raffaello e Andrea del Sarto”. Questa storia fatta di stratificazioni di esperienze e di culture la racconta Claudio Gulli, palermitano con solidi studi in Storia dell’Arte a Siena e dottorato alla Normale di Pisa che adesso è tornato a Palermo, a 31 anni, dopo aver fatto anche due esperienze di lavoro, “fondamentali” al Louvre di Parigi.  Non rinnega niente, anzi spiega: “Studiare fuori mi ha consentito di accorgermi di quale cava di tesori sia Palermo. Da un punto di vista ravvicinato non l’avrei messo a fuoco”. Claudio parte dalla sua città nel 2005: “Ho scelto l’università di Siena perché era la migliore in Storia dell’Arte”. Al secondo anno vince una borsa di studio per trascorrere qualche mese in New Jersey e da lì va più e più volte a New York per una maratona di musei. “In quel periodo pensavo di specializzarmi in arte contemporanea”. Poi virerà sul Medio-Evo e sul Rinascimento. “Sempre a Siena, grazie al mio maestro, Alessandro Bagnoli, ottengo la possibilità di fare un tirocinio al Louvre”.

Ed è un tirocinio che gli cambia la vita: scrive un saggio sul San Giovanni Battista di Leonardo ma soprattutto partecipa agli studi per il restauro dello splendido olio che raffigura Sant’Anna, la Vergine e il bambino con l’agnellino che sono tra le opere leonardiane più importanti del museo parigino. È qui che s’imbatte in un’opera di Andrea del Brescianino che arriva dal Prado ed è qui che l’ex direttore del Louvre Michel Laclotte gli instilla una curiosità. “Ma cosa ne sai della collezione Bordonaro a Palermo” gli dice? È allora, anche se lui ancora non lo sa, che inizia il suo viaggio a ritroso. Starà ancora qualche anno a studiare tra le biblioteche di Firenze e di Monaco, ma è a Palermo che torna e contatta Andrea Bordonaro il quale gli offre la possibilità di studiare la collezione di famiglia dove – ha scoperto nel frattempo –  è contenuta anche un’opera di Andrea del Brescianino. Ed è sempre da qui che la sua strada si incrocia con quella di Massimo Valsecchi, il grande collezionista che decide di investire su Palermo, acquistare Palazzo Butera e trasformarlo in un centro d’arte e cultura.

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Dal Palermo al Louvre e ritorno a Palermo a caccia di un tesoro di arte: la storia di Claudio Gulli

di Chiara Dino

Laurea a Siena, dottorato alla Normale di Pisa, un’incursione in America e tirocinio al Louvre di Parigi: Claudio Gulli non immaginava che i suoi studi sul Medioevo e il Rinascimento lo avrebbero riportato in Sicilia. Sulle tracce di una collezione che si intreccia con le sue prime scoperte

A portarlo su e giù da Palermo sono stati i tratti morbidi delle Madonne di Andrea del Brescianino, “un artista che fa pensare a Raffaello e Andrea del Sarto”. Questa storia fatta di stratificazioni di esperienze e di culture la racconta Claudio Gulli, palermitano con solidi studi in Storia dell’Arte a Siena e dottorato alla Normale di Pisa che adesso è tornato a Palermo, a 31 anni, dopo aver fatto anche due esperienze di lavoro, “fondamentali” al Louvre di Parigi.  Non rinnega niente, anzi spiega: “Studiare fuori mi ha consentito di accorgermi di quale cava di tesori sia Palermo. Da un punto di vista ravvicinato non l’avrei messo a fuoco”. Claudio parte dalla sua città nel 2005: “Ho scelto l’università di Siena perché era la migliore in Storia dell’Arte”. Al secondo anno vince una borsa di studio per trascorrere qualche mese in New Jersey e da lì va più e più volte a New York per una maratona di musei. “In quel periodo pensavo di specializzarmi in arte contemporanea”. Poi virerà sul Medio-Evo e sul Rinascimento. “Sempre a Siena, grazie al mio maestro, Alessandro Bagnoli, ottengo la possibilità di fare un tirocinio al Louvre”.

Ed è un tirocinio che gli cambia la vita: scrive un saggio sul San Giovanni Battista di Leonardo ma soprattutto partecipa agli studi per il restauro dello splendido olio che raffigura Sant’Anna, la Vergine e il bambino con l’agnellino che sono tra le opere leonardiane più importanti del museo parigino. È qui che s’imbatte in un’opera di Andrea del Brescianino che arriva dal Prado ed è qui che l’ex direttore del Louvre Michel Laclotte gli instilla una curiosità. “Ma cosa ne sai della collezione Bordonaro a Palermo” gli dice? È allora, anche se lui ancora non lo sa, che inizia il suo viaggio a ritroso. Starà ancora qualche anno a studiare tra le biblioteche di Firenze e di Monaco, ma è a Palermo che torna e contatta Andrea Bordonaro il quale gli offre la possibilità di studiare la collezione di famiglia dove – ha scoperto nel frattempo –  è contenuta anche un’opera di Andrea del Brescianino. Ed è sempre da qui che la sua strada si incrocia con quella di Massimo Valsecchi, il grande collezionista che decide di investire su Palermo, acquistare Palazzo Butera e trasformarlo in un centro d’arte e cultura.

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La Sicilia? Ve la cucina un milanese

Da giornalista a chef, la sfida di Diego Landi

di Chiara Dino

Ha scelto di reinventarsi una nuova vita sulle montagne delle Madonie, dopo una vita di impegno politico e nella carta stampata. Per ripartire dal cibo e dai bisogni primari della gente

La vita nuova di Diego Landi è iniziata 7 anni fa a Petralia Soprana, anzi a Cipampini, frazione di un paese arroccato sulle montagne della Madonie. 70 anni, milanese, la sua parabola è emblematica perché racconta quella,  politica, di vecchi quadri del vecchio Pci che negli anni hanno virato su una scelta dal sapore individuale. Oggi fa lo chef nella sua Locanda di Calì: “Cerco antiche ricette del territorio e le propongo ai miei ospiti – racconta – ho iniziato questa avventura con la mia nuova compagna, conosciuta quando anni fa mi avevano chiamato a Palermo per dirigere L’Ora, allora si parlava di far rinascere quella testata. Poi non se ne fece più niente e per qualche tempo ho diretto Il Mediterraneo”. E qui occorre fare un passo indietro. Landi nella vita precedente era un giornalista. “Ho iniziato alla fine degli anni ’60. Nei primi anni ’70 ero capo redattore all’Unità a Bologna.  Erano incarichi politici. E di fatto a quei tempi ero qualcosa a metà tra un giornalista e un dirigente del partito. Poi sappiamo com’è andata a finire. Dopo la morte di Berlinguer e la fine del Pci, dopo i cambiamenti dell’89 e Tangentopoli, quel tipo di impegno politico non aveva più senso. L’Italia virava verso un tessuto sociale che dimenticava la dialettica accesa tra tute blu e tute bianche e diventava un indistinto coacervo di partite Iva e di individui”. È a questo punto che l’ex giornalista diventa consulente di un mucchio di multinazionali. Dalla Procter and Gamble alla Saatchi and Saatchi. Fa marketing, pubblicità, comunicazione. Al giornalismo tornerà anni dopo, per dirigere il Mediterraneo, prima, e L’Indipendente dopo. “Ho aspettato di andare in pensione con uno stipendio alto – ci racconta –  a quel punto ho scelto di ritirarmi tra queste montagne”. Via dalla pazza folla, è ripartito dal cibo, dai bisogni primari della gente, ma con un tocco più ricercato. E soprattutto dai suoi di bisogni. “Vivere altrove, divertirmi. Cucinare. In fondo non c’è tanta differenza tra il fare la cucina di un giornale – viene definito così in gergo il lavoro di chi impagina, pensa, dirige una testata – e stare in una cucina vera”. Ha avuto fiuto. Anche il ministero della Cultura, questo 2018, lo dedicherà alla promozione del food. E farsi trovare già rodati  in Sicilia, terra non ancora invasa da sciami di turisti, può essere un buon affare.

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Da giornalista a chef, la sfida di Diego Landi

di Chiara Dino

Ha scelto di reinventarsi una nuova vita sulle montagne delle Madonie, dopo una vita di impegno politico e nella carta stampata. Per ripartire dal cibo e dai bisogni primari della gente

La vita nuova di Diego Landi è iniziata 7 anni fa a Petralia Soprana, anzi a Cipampini, frazione di un paese arroccato sulle montagne della Madonie. 70 anni, milanese, la sua parabola è emblematica perché racconta quella,  politica, di vecchi quadri del vecchio Pci che negli anni hanno virato su una scelta dal sapore individuale. Oggi fa lo chef nella sua Locanda di Calì: “Cerco antiche ricette del territorio e le propongo ai miei ospiti – racconta – ho iniziato questa avventura con la mia nuova compagna, conosciuta quando anni fa mi avevano chiamato a Palermo per dirigere L’Ora, allora si parlava di far rinascere quella testata. Poi non se ne fece più niente e per qualche tempo ho diretto Il Mediterraneo”. E qui occorre fare un passo indietro. Landi nella vita precedente era un giornalista. “Ho iniziato alla fine degli anni ’60. Nei primi anni ’70 ero capo redattore all’Unità a Bologna.  Erano incarichi politici. E di fatto a quei tempi ero qualcosa a metà tra un giornalista e un dirigente del partito. Poi sappiamo com’è andata a finire. Dopo la morte di Berlinguer e la fine del Pci, dopo i cambiamenti dell’89 e Tangentopoli, quel tipo di impegno politico non aveva più senso. L’Italia virava verso un tessuto sociale che dimenticava la dialettica accesa tra tute blu e tute bianche e diventava un indistinto coacervo di partite Iva e di individui”. È a questo punto che l’ex giornalista diventa consulente di un mucchio di multinazionali. Dalla Procter and Gamble alla Saatchi and Saatchi. Fa marketing, pubblicità, comunicazione. Al giornalismo tornerà anni dopo, per dirigere il Mediterraneo, prima, e L’Indipendente dopo. “Ho aspettato di andare in pensione con uno stipendio alto – ci racconta –  a quel punto ho scelto di ritirarmi tra queste montagne”. Via dalla pazza folla, è ripartito dal cibo, dai bisogni primari della gente, ma con un tocco più ricercato. E soprattutto dai suoi di bisogni. “Vivere altrove, divertirmi. Cucinare. In fondo non c’è tanta differenza tra il fare la cucina di un giornale – viene definito così in gergo il lavoro di chi impagina, pensa, dirige una testata – e stare in una cucina vera”. Ha avuto fiuto. Anche il ministero della Cultura, questo 2018, lo dedicherà alla promozione del food. E farsi trovare già rodati  in Sicilia, terra non ancora invasa da sciami di turisti, può essere un buon affare.

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Ago, filo e mandolino. L’ultimo vecchio sarto di Palermo

Nel cuore del quartiere della Guilla, in via Beati Paoli,  si trova la sartoria “Eleganza” di Andrea Vajuso, un piccolo locale che si trasforma in salotto musicale di altri tempi

di Laura Grimaldi

Nel cuore del quartiere della Guilla, a Palermo, in via Beati Paoli, appena fuori dal vociare del mercato del Capo, si trova la sartoria “Eleganza”. Mandolini, tamburi, chitarre e foto antiche lasciano pensare più a un piccolo salotto musicale fuori dal tempo. Ed effettivamente questa sartoria un po’ lo è. Andrea Vajuso, che ha visto cambiare negli anni la città, vi ha coniugato le sue due passioni: l’ago e il mandolino. Tanti turisti passano davanti alla sua sartoria e sostano ad ascoltare la musica che il sabato pomeriggio esegue con un gruppo di vecchi amici. “Qui ha suonato gente da tutto il mondo, persino dall’Australia”, racconta. Nato nell’immediato dopoguerra, la sua storia di sarto inizia a otto anni, un po’ apprendendo il mestiere dal bisnonno (anche lui sarto), un po’ andando a bottega alla sartoria Manfrè, e poi perfezionandosi a Roma. “A diciassette anni mi sentivo già arrivato e mi sono messo in proprio”, avviando l’attività nel locali giusto di fronte a dove si trova ora la sartoria “Eleganza”. “è un’arte nobile, ma non c’è più il cliente di una volta”: per ragioni economiche ma anche per abitudini. Confezionava abiti per la gente che andava a vedere l’opera al Teatro Massimo, quando andare alla prima di uno spettacolo significava partecipare a un evento importante in cui sfoggiare un abito fatto ad hoc. “C’era l’occhiellaia, la pantalonaia, chi faceva i gilet. Io facevo le giacche. Una giacca ha bisogno di mani maschili”, sottolinea con un pizzico di orgoglio. Con gli occhi carichi di soddisfazione racconta l’emozione provata tante volte nel vedere i propri amici indossare i suoi abiti in occasioni speciali. Cucire un abito era quindi anche un modo per partecipare a un evento, esserne parte e contribuire alla sua riuscita. È da circa dieci anni che non confeziona più abiti, dedicandosi solo a piccoli lavori, ma la musica lo accompagna ancora. è così che strumenti musicali e forbici, note di classici della musica italiana e il suono della macchina da cucire rendono la sartoria “Eleganza” un luogo suggestivo e unico.

Nel cuore del quartiere della Guilla, in via Beati Paoli,  si trova la sartoria “Eleganza” di Andrea Vajuso, un piccolo locale che si trasforma in salotto musicale di altri tempi

di Laura Grimaldi

Nel cuore del quartiere della Guilla, a Palermo, in via Beati Paoli, appena fuori dal vociare del mercato del Capo, si trova la sartoria “Eleganza”. Mandolini, tamburi, chitarre e foto antiche lasciano pensare più a un piccolo salotto musicale fuori dal tempo. Ed effettivamente questa sartoria un po’ lo è. Andrea Vajuso, che ha visto cambiare negli anni la città, vi ha coniugato le sue due passioni: l’ago e il mandolino. Tanti turisti passano davanti alla sua sartoria e sostano ad ascoltare la musica che il sabato pomeriggio esegue con un gruppo di vecchi amici. “Qui ha suonato gente da tutto il mondo, persino dall’Australia”, racconta. Nato nell’immediato dopoguerra, la sua storia di sarto inizia a otto anni, un po’ apprendendo il mestiere dal bisnonno (anche lui sarto), un po’ andando a bottega alla sartoria Manfrè, e poi perfezionandosi a Roma. “A diciassette anni mi sentivo già arrivato e mi sono messo in proprio”, avviando l’attività nel locali giusto di fronte a dove si trova ora la sartoria “Eleganza”. “è un’arte nobile, ma non c’è più il cliente di una volta”: per ragioni economiche ma anche per abitudini. Confezionava abiti per la gente che andava a vedere l’opera al Teatro Massimo, quando andare alla prima di uno spettacolo significava partecipare a un evento importante in cui sfoggiare un abito fatto ad hoc. “C’era l’occhiellaia, la pantalonaia, chi faceva i gilet. Io facevo le giacche. Una giacca ha bisogno di mani maschili”, sottolinea con un pizzico di orgoglio. Con gli occhi carichi di soddisfazione racconta l’emozione provata tante volte nel vedere i propri amici indossare i suoi abiti in occasioni speciali. Cucire un abito era quindi anche un modo per partecipare a un evento, esserne parte e contribuire alla sua riuscita. È da circa dieci anni che non confeziona più abiti, dedicandosi solo a piccoli lavori, ma la musica lo accompagna ancora. è così che strumenti musicali e forbici, note di classici della musica italiana e il suono della macchina da cucire rendono la sartoria “Eleganza” un luogo suggestivo e unico.

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