Tutti i segreti del “semenzaro” di Ballarò

Gianni Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nell’antica bottega di via del Bosco, a Palermo. Oggi vende frutta secca e spezie provenienti da ogni parte del mondo

di Alli Traina

Che a Ballarò si possa trovare ogni genere alimentare è cosa nota, ma che nello storico mercato palermitano si riesca ad acquistare anche il passatempo forse non tutti lo sanno. Ciò perché in simili luoghi il tempo si misura in maniera diversa che altrove. Non sono le lancette dell’orologio a scandirne lo scorrere ma i piccoli gesti quotidiani che si ripetono da sempre.  Come quello di sgranocchiare, curiosando fra le bancarelle, il cosiddetto passatempo: calia e semenza, ossia ceci tostati e semi di zucca tostati e salati.

Lo prepara Gianni Cannatella, in via Ballarò 14, nel suo “I frutti del sole”. Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nella antica bottega di via del Bosco. Ricorda come se fosse ieri il primo giorno di lavoro. “Ho iniziato il 28 ottobre 1988. Dopo due anni già ero esperto nella tostatura e conoscevo tutti i segreti del mestiere. Ancora oggi, da un prodotto grezzo come le mandorle in guscio, realizzo in maniera artigianale tutte le sue possibili varianti: le mandorle tostate, la farina o la granella di mandorle, la pasta di mandorle e così via”.

Ad allestire la bottega, invece, ha imparato già da bambino: guardando suo padre che vendeva frutta e verdura. Armare la bottega, si dice, ed è una vera e propria arte che i commercianti dei mercati storici palermitani si tramandano di padre in figlio. Gianni conserva ancora ritagli di giornale in cui si celebrava la bellezza estetica del negozio di suo nonno prima e di suo padre poi. “A lavorare – racconta – andavano sempre in giacca e cravatta”. Da loro ha appreso quel gusto estetico che oggi caratterizza il suo negozio. Ci sono regole ben precise per esporre la merce in modo da valorizzarne l’aspetto e attrarre l’attenzione dei passanti. Se con le abbanniate i commercianti decantano a voce alta le qualità dei prodotti in vendita, con l’esposizione ne valorizzano l’aspetto.

Basta osservare il negozio di Gianni, che sorge dove un tempo c’era un’antica friggitoria, per capirlo. Il mix di culture che esprime sintetizza perfettamente l’anima di Ballarò: una forte identità siciliana connotata da un’atmosfera araba e da un’apertura ai prodotti provenienti da diverse parti del mondo. I pistacchi di Bronte, insieme alle noci americane e alle noci brasiliane, le mandorle di Santo Stefano Quisquina insieme al mais tostato, al dattero e allo zenzero, e ancora spezie e aromi, legumi, frutta secca e frutta disidratata, conserve e condimenti, preparati per pasticceria, sale proveniente dalle saline di Trapani.

Cannatella vende anche la frutta candita, uno degli ingredienti principali dei tipici dolci siciliani, capaci con la loro sola presenza di richiamare il gusto barocco tipico dell’isola. Primo fra tutti la cassata. Cedro, mandarini ciliegie, pere, fichi, canditi rendono i dolci un’esplosione di colori. E poi ancora noci, pinoli, uva passa, mango, ananas, lupini, castagne, carrube e molto altro ancora. La tostatura avviene direttamente nella stanza adiacente al negozio: Cannatella oggi si è dotato del macchinario adatto per tostare la frutta secca ma agli inizi si industriava con la fantasia e l’abilità. Come quando con suo zio adattarono una macchina per la tostatura del caffè e la resero perfetta per la tostatura della frutta secca. Cannatella ne conosce ogni segreto. “Mentre prima la frutta secca si mangiava semplicemente per gusto e per passare il tempo, oggi sono state riscoperte le sue enormi qualità nutritive”.

Del resto i ceci hanno avuto anche un’importanza storica per Palermo. Nel 1282 i palermitani si ribellarono agli angioini che a quei tempi governavano la città, si tratta della celebre Rivolta dei Vespri, chiamata così perché prese avvio durante il tramonto, il vespro appunto. Per riconoscere i francesi che provavano a fingersi palermitani bastava mostrargli dei ceci chiedendogli di pronunciarne il nome che in siciliano è cìciri. Loro proprio non ci riuscivano e così venivano immediatamente riconosciuti.

(Foto: Tullio Puglia)

Gianni Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nell’antica bottega di via del Bosco, a Palermo. Oggi vende frutta secca e spezie provenienti da ogni parte del mondo

di Alli Traina

Che a Ballarò si possa trovare ogni genere alimentare è cosa nota, ma che nello storico mercato palermitano si riesca ad acquistare anche il passatempo forse non tutti lo sanno. Ciò perché in simili luoghi il tempo si misura in maniera diversa che altrove. Non sono le lancette dell’orologio a scandirne lo scorrere ma i piccoli gesti quotidiani che si ripetono da sempre.  Come quello di sgranocchiare, curiosando fra le bancarelle, il cosiddetto passatempo: calia e semenza, ossia ceci tostati e semi di zucca tostati e salati.

Lo prepara Gianni Cannatella, in via Ballarò 14, nel suo “I frutti del sole”. Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nella antica bottega di via del Bosco. Ricorda come se fosse ieri il primo giorno di lavoro. “Ho iniziato il 28 ottobre 1988. Dopo due anni già ero esperto nella tostatura e conoscevo tutti i segreti del mestiere. Ancora oggi, da un prodotto grezzo come le mandorle in guscio, realizzo in maniera artigianale tutte le sue possibili varianti: le mandorle tostate, la farina o la granella di mandorle, la pasta di mandorle e così via”.

Ad allestire la bottega, invece, ha imparato già da bambino: guardando suo padre che vendeva frutta e verdura. Armare la bottega, si dice, ed è una vera e propria arte che i commercianti dei mercati storici palermitani si tramandano di padre in figlio. Gianni conserva ancora ritagli di giornale in cui si celebrava la bellezza estetica del negozio di suo nonno prima e di suo padre poi. “A lavorare – racconta – andavano sempre in giacca e cravatta”. Da loro ha appreso quel gusto estetico che oggi caratterizza il suo negozio. Ci sono regole ben precise per esporre la merce in modo da valorizzarne l’aspetto e attrarre l’attenzione dei passanti. Se con le abbanniate i commercianti decantano a voce alta le qualità dei prodotti in vendita, con l’esposizione ne valorizzano l’aspetto.

Basta osservare il negozio di Gianni, che sorge dove un tempo c’era un’antica friggitoria, per capirlo. Il mix di culture che esprime sintetizza perfettamente l’anima di Ballarò: una forte identità siciliana connotata da un’atmosfera araba e da un’apertura ai prodotti provenienti da diverse parti del mondo. I pistacchi di Bronte, insieme alle noci americane e alle noci brasiliane, le mandorle di Santo Stefano Quisquina insieme al mais tostato, al dattero e allo zenzero, e ancora spezie e aromi, legumi, frutta secca e frutta disidratata, conserve e condimenti, preparati per pasticceria, sale proveniente dalle saline di Trapani.

Cannatella vende anche la frutta candita, uno degli ingredienti principali dei tipici dolci siciliani, capaci con la loro sola presenza di richiamare il gusto barocco tipico dell’isola. Primo fra tutti la cassata. Cedro, mandarini ciliegie, pere, fichi, canditi rendono i dolci un’esplosione di colori. E poi ancora noci, pinoli, uva passa, mango, ananas, lupini, castagne, carrube e molto altro ancora. La tostatura avviene direttamente nella stanza adiacente al negozio: Cannatella oggi si è dotato del macchinario adatto per tostare la frutta secca ma agli inizi si industriava con la fantasia e l’abilità. Come quando con suo zio adattarono una macchina per la tostatura del caffè e la resero perfetta per la tostatura della frutta secca. Cannatella ne conosce ogni segreto. “Mentre prima la frutta secca si mangiava semplicemente per gusto e per passare il tempo, oggi sono state riscoperte le sue enormi qualità nutritive”.

Del resto i ceci hanno avuto anche un’importanza storica per Palermo. Nel 1282 i palermitani si ribellarono agli angioini che a quei tempi governavano la città, si tratta della celebre Rivolta dei Vespri, chiamata così perché prese avvio durante il tramonto, il vespro appunto. Per riconoscere i francesi che provavano a fingersi palermitani bastava mostrargli dei ceci chiedendogli di pronunciarne il nome che in siciliano è cìciri. Loro proprio non ci riuscivano e così venivano immediatamente riconosciuti.

(Foto: Tullio Puglia)

Hai letto questi articoli?

La sfida di Lorenzo Calamia, mecenate di artisti e creativi

Nato a Mazara del Vallo, dopo aver girato l’Europa, ha scelto di tornare in Sicilia. Ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer

di Chiara Dino

La prima volta che è andato via dalla Sicilia ha scelto Barcellona. Era poco più che un ragazzo Lorenzo Calamia, 37 anni trascorsi un po’ qui è un po’ lì (nato a Mazara del Vallo, oltre che in Spagna è stato a Berlino, poi Roma e ora Palermo) e aveva nel cuore una voglia di fuga che lo ha tenuto fuori per quasi dieci anni. Laurea in Architettura, sensibilità artistica quasi genetica – è nipote di Pietro Consagra alla cui opera a Gibellina ha dedicato le sue prime ricerche – ora Lorenzo è tornato alla base e ha scelto la Vucciria di Palermo per “portare nella città dove per ora tutto è possibile quello che ho imparato stando fuori”.

Ovviamente nel campo dell’arte. Lorenzo, professione amico e sodale degli artisti – da Mimmo Paladino a Carla Accardi – ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer, cosa che ha appreso, oltre che in Germania, lavorando tanti anni alla romana Fondazione Volume. “Adesso – racconta – mi sono intestato il compito di portare a vivere a Palermo il maggior numero di artisti contemporanei, molti dei quali ho conosciuto quando, come tanti giovani della mia generazione, affittai un piccolo studio a Berlino nel Mitte e mi inabissai in un mondo creativo che allora in Germania esplodeva”.

Un po’ come, secondo lui, sta accadendo di questi tempi a Palermo. Da quando è tornato, poco meno di due anni, ha già organizzato due mostre. Una, allo Zac, interamente dedicata a Thomas Lange e “alla sua arte fatta di strati di materia e colore su cui sono evidenti dei graffiti come fossero i graffi che da secoli hanno segnato i palazzi della nostra Palermo” osserva, un’altra, durante la scorsa edizione de Le Vie dei Tesori, nella Casa-Spazio alla Vucciria dove vive con lo stilista Marco Russotto. In quell’occasione ogni stanza della sua abitazione era dedicata a un progetto espositivo diverso. Una ospitava i lavori dedicati a Federico II dello stesso Lange, un’altra le fotografie della bolognese Laura Daddabbo, un’altra i paesaggi australiani di Fabrice De Nola, un’altra ancora quelli kenioti di Arcangelo. Cinque non siciliani portati nel cuore della sua Sicilia. Una tappa della sua mission: “Fare di questa terra il luogo dei creativi. Una sfida possibile in una terra come questa che rifiuta ogni conformismo anche estetico e che oggi ha un’energia senza ha pari”.

Foto Laura Daddabbo 

Nato a Mazara del Vallo, dopo aver girato l’Europa, ha scelto di tornare in Sicilia. Ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer

di Chiara Dino

La prima volta che è andato via dalla Sicilia ha scelto Barcellona. Era poco più che un ragazzo Lorenzo Calamia, 37 anni trascorsi un po’ qui è un po’ lì (nato a Mazara del Vallo, oltre che in Spagna è stato a Berlino, poi Roma e ora Palermo) e aveva nel cuore una voglia di fuga che lo ha tenuto fuori per quasi dieci anni. Laurea in Architettura, sensibilità artistica quasi genetica – è nipote di Pietro Consagra alla cui opera a Gibellina ha dedicato le sue prime ricerche – ora Lorenzo è tornato alla base e ha scelto la Vucciria di Palermo per “portare nella città dove per ora tutto è possibile quello che ho imparato stando fuori”.

Ovviamente nel campo dell’arte. Lorenzo, professione amico e sodale degli artisti – da Mimmo Paladino a Carla Accardi – ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer, cosa che ha appreso, oltre che in Germania, lavorando tanti anni alla romana Fondazione Volume. “Adesso – racconta – mi sono intestato il compito di portare a vivere a Palermo il maggior numero di artisti contemporanei, molti dei quali ho conosciuto quando, come tanti giovani della mia generazione, affittai un piccolo studio a Berlino nel Mitte e mi inabissai in un mondo creativo che allora in Germania esplodeva”.

Un po’ come, secondo lui, sta accadendo di questi tempi a Palermo. Da quando è tornato, poco meno di due anni, ha già organizzato due mostre. Una, allo Zac, interamente dedicata a Thomas Lange e “alla sua arte fatta di strati di materia e colore su cui sono evidenti dei graffiti come fossero i graffi che da secoli hanno segnato i palazzi della nostra Palermo” osserva, un’altra, durante la scorsa edizione de Le Vie dei Tesori, nella Casa-Spazio alla Vucciria dove vive con lo stilista Marco Russotto. In quell’occasione ogni stanza della sua abitazione era dedicata a un progetto espositivo diverso. Una ospitava i lavori dedicati a Federico II dello stesso Lange, un’altra le fotografie della bolognese Laura Daddabbo, un’altra i paesaggi australiani di Fabrice De Nola, un’altra ancora quelli kenioti di Arcangelo. Cinque non siciliani portati nel cuore della sua Sicilia. Una tappa della sua mission: “Fare di questa terra il luogo dei creativi. Una sfida possibile in una terra come questa che rifiuta ogni conformismo anche estetico e che oggi ha un’energia senza ha pari”.

Hai letto questi articoli?

Renata Hausmann: il mio viaggio a ritroso a Palermo

Mentre tanti siciliani si spostavano su Roma per fare carriera, lei, come i salmoni, è scesa giù, un po’ per caso, un po’ per la sua voglia di fare, e poi si è innamorata. In tutti i sensi

di Chiara Dino

Il viaggio a ritroso lei lo ha fatto 24 anni fa. Mentre tanti palermitani si spostavano su Roma per fare carriera, lei, come i salmoni, è scesa giù, un po’ per caso, un po’ per la sua voglia di fare, e poi si è innamorata. In tutti i sensi della città e del marito, Giuseppe Tortorici, di mestiere antiquario. Renata Hausmann, classe 1967, racconta la sua storia con una leggerezza invidiabile. Non ci sono strappi violenti, non ci sono rimpianti, nella scelta che porta avanti con serenità e convinzione. “La mia famiglia d’origine è a Roma – racconta – ma li vedo spesso. Uno dei miei figli, poi, ora ha deciso di studiare nella mia città e dunque le occasioni per tornare si sono fatte anche più numerose”.

Palermo l’ha scelta in quattro mesi. Anzi no, quattro mesi più quattro anni. “Da ragazza- ricorda – mentre studiavo per laurearmi in Scienze politiche, lavoravo: un po’ con mia madre che aveva aperto a Roma nell’86 Simolandia, la prima agenzia che organizzava feste per bambini in Italia, e un po’ come hostess in vari convegni”. La svolta è arrivata per i Mondiali di Italia ’90. L’azienda per cui lavorava aveva vinto l’appalto per la gestione delle fiere dei prodotti tipici durante i mondiali. Renata viene inviata a gestire quella di stanza a Palermo, al Giardino Inglese, e qui conosce una città che si preparava a vivere i suoi anni più bui, quelli delle stragi del ’92, e poi quelli della rinascita, dopo il clamore degli omicidi Borsellino e Falcone, quando si annunciava la Primavera.

Durante quei quattro mesi lavora sodo, conosce Ferruccio Barbera e il team di Pubilla e stringe un sodalizio con loro. E soprattutto incontra il suo futuro marito. Si innamora, ma allo scadere del contratto torna a Roma. “Mi sono laureata a casa mia – aggiunge – poi dopo quattro anni a fare su e giù io e Giuseppe abbiamo deciso di sposarci”. E a questo punto la scelta di venire a Palermo è obbligata. Anzi no, naturale. “Oggi vivo all’Addaura, dove sono cresciuti i miei tre figli – li ho mandati qui vicino, a Mondello, anche alle scuole elementari e alle medie – e anche qui ho continuato a fare il lavoro che mi diverte di più. Divertire i bambini”. Simolandia nel frattempo è nata anche a Palermo.

Renata Hausmann: il mio viaggio a ritroso a Palermo

di Chiara Dino

Il viaggio a ritroso lei lo ha fatto 24 anni fa. Mentre tanti palermitani si spostavano su Roma per fare carriera, lei, come i salmoni, è scesa giù, un po’ per caso, un po’ per la sua voglia di fare, e poi si è innamorata. In tutti i sensi della città e del marito, Giuseppe Tortorici, di mestiere antiquario. Renata Hausmann, classe 1967, racconta la sua storia con una leggerezza invidiabile. Non ci sono strappi violenti, non ci sono rimpianti, nella scelta che porta avanti con serenità e convinzione. “La mia famiglia d’origine è a Roma – racconta – ma li vedo spesso. Uno dei miei figli, poi, ora ha deciso di studiare nella mia città e dunque le occasioni per tornare si sono fatte anche più numerose”.

Palermo l’ha scelta in quattro mesi. Anzi no, quattro mesi più quattro anni. “Da ragazza- ricorda – mentre studiavo per laurearmi in Scienze politiche, lavoravo: un po’ con mia madre che aveva aperto a Roma nell’86 Simolandia, la prima agenzia che organizzava feste per bambini in Italia, e un po’ come hostess in vari convegni”. La svolta è arrivata per i Mondiali di Italia ’90. L’azienda per cui lavorava aveva vinto l’appalto per la gestione delle fiere dei prodotti tipici durante i mondiali. Renata viene inviata a gestire quella di stanza a Palermo, al Giardino Inglese, e qui conosce una città che si preparava a vivere i suoi anni più bui, quelli delle stragi del ’92, e poi quelli della rinascita, dopo il clamore degli omicidi Borsellino e Falcone, quando si annunciava la Primavera.

Durante quei quattro mesi lavora sodo, conosce Ferruccio Barbera e il team di Pubilla e stringe un sodalizio con loro. E soprattutto incontra il suo futuro marito. Si innamora, ma allo scadere del contratto torna a Roma. “Mi sono laureata a casa mia – aggiunge – poi dopo quattro anni a fare su e giù io e Giuseppe abbiamo deciso di sposarci”. E a questo punto la scelta di venire a Palermo è obbligata. Anzi no, naturale. “Oggi vivo all’Addaura, dove sono cresciuti i miei tre figli – li ho mandati qui vicino, a Mondello, anche alle scuole elementari e alle medie – e anche qui ho continuato a fare il lavoro che mi diverte di più. Divertire i bambini”. Simolandia nel frattempo è nata anche a Palermo.

Hai letto questi articoli?

Il restauro del soffitto ligneo dello Steri

Viaggio all’interno dello Steri di Palermo, alla scoperta del restauro del soffitto ligneo della Sala magna, curato dall’area tecnica dell’Università degli studi.

Viaggio all’interno dello Steri di Palermo, alla scoperta del restauro del soffitto ligneo della Sala magna, curato dall’area tecnica dell’Università degli studi.

Hai letto questi articoli?

Nicolò Stabile: il centro del mondo? Gibellina

Intellettuale eclettico, produttore teatrale, per undici anni ha girato l’Europa lavorando anche con Thierry Salmon, poi è tornato nella sua martoriata 

di Chiara Dino

L’incipit è dolce: “Invecchiare è sempre un privilegio” dice Nicolò Stabile. Non che sia vecchio, ha 52 anni, ma ha vissuto come un gatto, tante vite. Via dalla Sicilia nel 1989, di nuovo in Sicilia nel 2000. Una Sicilia che è mondo: Gibellina, cuore del terremoto in Belìce del’68 e dunque cuore di un progetto visionario: quello di Ludovico Corrao, geniale e controverso sindaco (dal 1970 al 1994) della città del Cretto di Burri, delle Orestiadi e di decine di progetti culturali. Precisare i luoghi dei suoi natali non è un dettaglio secondario, perché tutta la vita di Nicolò, compresa la scelta di lasciare la Sicilia ma in fondo di non lasciarla mai, si spiega con queste parole: “Sono nato nella città del terremoto, ho vissuto l’esperienza delle baracche e il sogno di Corrao. E oggi sono tornato qui per cercare di dare compimento a quel sogno”.

Nel cinquantesimo dal terremoto, con un piano di restauro del Cretto in corso, Nicolò fa base a Gibellina da dove ha mobilitato un gruppo di intellettuali, da Bob Wilson a Renzo Piano, perché la sua città dia pienezza all’intento primigenio di Burri: che quell’opera – un sudario di cemento steso sui ruderi, ispirato al sistema viario e urbanistico della città distrutta – immaginava dovesse interagire con la gente. “Sto lavorando perché ogni anno la popolazione del mio paese si occupi della manutenzione del Cretto, imbiancandolo, puntellandolo.

Un lavoro di riappropriazione della memoria, un modo di elaborare quel lutto in cui credo molto”. Negli undici anni in cui è stato via Nicolò ha in fondo preparato tutto ciò: è stato prima a Roma “per studiare arte contemporanea”. Poi a Bruxelles: “Un ritorno dopo l’Erasmus che si è prolungato per anni durante i quali ho lavorato come traduttore, promotore anche in Italia di “Anversa capitale della Cultura”, produttore anche di Thierry Salmon che avevo incontrato a Gibellina nell’88 per “Le Troiane”. Con Thierry ho lavorato sino alla sua morte, abbiamo anche portato il suo lavoro ai cantieri della Zisa a Palermo, aprendo il primo capannone del comprensorio. Poi c’è stato il rientro a Gibellina, da dove facevo il produttore per altri artisti, quindi il rientro in Italia”. Parentesi romana da 2006 al 2010 e quindi di nuovo a Gibellina dove lavora sul Cretto ma non solo: “Sto facendo una ricerca sulla Sicilia occidentale”. Diventerà un atlante di quel territorio bellissimo.

Foto Olivier Metzger

Nicolò Stabile: il centro del mondo? Gibellina

di Chiara Dino

L’incipit è dolce: “Invecchiare è sempre un privilegio” dice Nicolò Stabile. Non che sia vecchio, ha 52 anni, ma ha vissuto come un gatto, tante vite. Via dalla Sicilia nel 1989, di nuovo in Sicilia nel 2000. Una Sicilia che è mondo: Gibellina, cuore del terremoto in Belìce del’68 e dunque cuore di un progetto visionario: quello di Ludovico Corrao, geniale e controverso sindaco (dal 1970 al 1994) della città del Cretto di Burri, delle Orestiadi e di decine di progetti culturali. Precisare i luoghi dei suoi natali non è un dettaglio secondario, perché tutta la vita di Nicolò, compresa la scelta di lasciare la Sicilia ma in fondo di non lasciarla mai, si spiega con queste parole: “Sono nato nella città del terremoto, ho vissuto l’esperienza delle baracche e il sogno di Corrao. E oggi sono tornato qui per cercare di dare compimento a quel sogno”.

Nel cinquantesimo dal terremoto, con un piano di restauro del Cretto in corso, Nicolò fa base a Gibellina da dove ha mobilitato un gruppo di intellettuali, da Bob Wilson a Renzo Piano, perché la sua città dia pienezza all’intento primigenio di Burri: che quell’opera – un sudario di cemento steso sui ruderi, ispirato al sistema viario e urbanistico della città distrutta – immaginava dovesse interagire con la gente. “Sto lavorando perché ogni anno la popolazione del mio paese si occupi della manutenzione del Cretto, imbiancandolo, puntellandolo.

Un lavoro di riappropriazione della memoria, un modo di elaborare quel lutto in cui credo molto”. Negli undici anni in cui è stato via Nicolò ha in fondo preparato tutto ciò: è stato prima a Roma “per studiare arte contemporanea”. Poi a Bruxelles: “Un ritorno dopo l’Erasmus che si è prolungato per anni durante i quali ho lavorato come traduttore, promotore anche in Italia di “Anversa capitale della Cultura”, produttore anche di Thierry Salmon che avevo incontrato a Gibellina nell’88 per “Le Troiane”. Con Thierry ho lavorato sino alla sua morte, abbiamo anche portato il suo lavoro ai cantieri della Zisa a Palermo, aprendo il primo capannone del comprensorio. Poi c’è stato il rientro a Gibellina, da dove facevo il produttore per altri artisti, quindi il rientro in Italia”. Parentesi romana da 2006 al 2010 e quindi di nuovo a Gibellina dove lavora sul Cretto ma non solo: “Sto facendo una ricerca sulla Sicilia occidentale”. Diventerà un atlante di quel territorio bellissimo.

Hai letto questi articoli?

Il leggendario chiosco dei Beati Paoli

C’è un antico baracchino al Capo di Palermo che affonda le sue origini nella leggenda e nei misteri degli uomini incappucciati. Ma è anche retaggio di storie e mestieri siciliani ancora affascinanti

di Alli Traina

Al Capo, in piazza Beati Paoli, si trova l’Antico chiosco di don Pidduzzo, chiamato anche “dei Beati Paoli”. Ascoltare da Salvatore Marrone le vicende che ne caratterizzano l’origine vuol dire compiere meravigliosi salti temporali. La storica rivendita ricorda due storie opposte. La prima è quella dei Beati Paoli, la leggendaria setta di giustizieri incappucciati resa celebre dai racconti di Luigi Natoli scritti sotto lo pseudonimo di William Galt. I Beati Paoli potevano scomparire all’improvviso e riapparire in diverse parti della città grazie a un articolato sistema di passaggi che conducevano nel sottosuolo cittadino. Il loro tribunale segreto e sotterraneo si trova proprio sotto la rivendita di Marrone.

L’altro nome del chiosco racconta una storia minore ma altrettanto affascinante: quella dell’acqua e dei suoi mestieri. L’acqua è sempre stata un bene prezioso per i palermitani soprattutto quando, fino agli inizi del Novecento, le case non erano dotate di un sistema idrico adeguato. Per bere acqua fresca si doveva cercare l’”acquaiolu” o “acquavitaru”, un ambulante che girava di strada in strada con una caraffa di terracotta, dei bicchieri e una bottiglia di zammù che gli permetteva di fornire la sua specialità: acqua fresca con anice. Bastavano un paio di gocce per rendere la bevanda doppiamente dissetante. Gli acquaioli impararono col tempo a portare in giro con loro un tavolino, “’u tavuliddu”, decorato con colori e motivi simili a quelli dei carretti siciliani e con fiori e frutta. Si dotarono di bicchieri di vetro e sottobicchieri di rame. A volte avevano anche sedie e lampioncini da usare quando faceva buio. La versione moderna è costituita oggi dai venditori di acqua e sciroppi che rispuntano durante le feste – il Festino di Santa Rosalia soprattutto – con le loro rivendite ambulanti coloratissime e dipinte a mano.

Il Capo era il fulcro di questa attività: vicino via S. Agostino esistevano il vicolo e il cortile degli Acquavitari, dove abitavano molti venditori di acquavite e acqua fresca. Lì nel 1730 costruirono la loro chiesa dedicata alla Madonna della Grazia. Quando gli acquaioli divennero stanziali nacquero le tavole d’acqua: un bancone di marmo all’aperto su cui erano sistemati fiori e frutta. Si servivano diverse bevande, dalle spremute di agrumi fino all’acqua con il bicarbonato e c’erano due rubinetti, uno per servire l’acqua fredda e l’altro per lavare i bicchieri.

Il chioschetto di piazza Beati Paoli racconta tutto questo: la tavola d’acqua di Giuseppe Di Pasquale detto don Pidduzzo, uno dei più celebri acquaioli della città, è ancora ben visibile con i suoi due rubinetti e la frutta che l’adorna. Oggi è inglobata nel più ampio Antico chiosco di don Pidduzzo o dei Beati Paoli gestito dai nipoti e dal genero, Salvatore Marrone. I tavolini si sono moltiplicati e nelle giornate estive riempiono la piazza, ma i segreti necessari per preparare le bevande dissetanti e digestive rimangono gli stessi, un segreto di famiglia tramandato da generazioni. In vendita anche acque con sciroppi, spremute di agrumi, gassosa, birra e ogni tipo di liquore, dallo zibibbo al moscato. Esposta sotto l’insegna del chiosco, c’è la foto di don Pidduzzo, ritratto negli anni’50 mentre serve una bibita dietro la sua tavola d’acqua.

C’è un antico baracchino al Capo di Palermo che affonda le sue origini nella leggenda e nei misteri degli uomini incappucciati. Ma è anche retaggio di storie e mestieri siciliani ancora affascinanti

di Alli Traina

Al Capo, in piazza Beati Paoli, si trova l’Antico chiosco di don Pidduzzo, chiamato anche “dei Beati Paoli”. Ascoltare da Salvatore Marrone le vicende che ne caratterizzano l’origine vuol dire compiere meravigliosi salti temporali. La storica rivendita ricorda due storie opposte. La prima è quella dei Beati Paoli, la leggendaria setta di giustizieri incappucciati resa celebre dai racconti di Luigi Natoli scritti sotto lo pseudonimo di William Galt. I Beati Paoli potevano scomparire all’improvviso e riapparire in diverse parti della città grazie a un articolato sistema di passaggi che conducevano nel sottosuolo cittadino. Il loro tribunale segreto e sotterraneo si trova proprio sotto la rivendita di Marrone.

L’altro nome del chiosco racconta una storia minore ma altrettanto affascinante: quella dell’acqua e dei suoi mestieri. L’acqua è sempre stata un bene prezioso per i palermitani soprattutto quando, fino agli inizi del Novecento, le case non erano dotate di un sistema idrico adeguato. Per bere acqua fresca si doveva cercare l’”acquaiolu” o “acquavitaru”, un ambulante che girava di strada in strada con una caraffa di terracotta, dei bicchieri e una bottiglia di zammù che gli permetteva di fornire la sua specialità: acqua fresca con anice. Bastavano un paio di gocce per rendere la bevanda doppiamente dissetante. Gli acquaioli impararono col tempo a portare in giro con loro un tavolino, “’u tavuliddu”, decorato con colori e motivi simili a quelli dei carretti siciliani e con fiori e frutta. Si dotarono di bicchieri di vetro e sottobicchieri di rame. A volte avevano anche sedie e lampioncini da usare quando faceva buio. La versione moderna è costituita oggi dai venditori di acqua e sciroppi che rispuntano durante le feste – il Festino di Santa Rosalia soprattutto – con le loro rivendite ambulanti coloratissime e dipinte a mano.

Il Capo era il fulcro di questa attività: vicino via S. Agostino esistevano il vicolo e il cortile degli Acquavitari, dove abitavano molti venditori di acquavite e acqua fresca. Lì nel 1730 costruirono la loro chiesa dedicata alla Madonna della Grazia. Quando gli acquaioli divennero stanziali nacquero le tavole d’acqua: un bancone di marmo all’aperto su cui erano sistemati fiori e frutta. Si servivano diverse bevande, dalle spremute di agrumi fino all’acqua con il bicarbonato e c’erano due rubinetti, uno per servire l’acqua fredda e l’altro per lavare i bicchieri.

Il chioschetto di piazza Beati Paoli racconta tutto questo: la tavola d’acqua di Giuseppe Di Pasquale detto don Pidduzzo, uno dei più celebri acquaioli della città, è ancora ben visibile con i suoi due rubinetti e la frutta che l’adorna. Oggi è inglobata nel più ampio Antico chiosco di don Pidduzzo o dei Beati Paoli gestito dai nipoti e dal genero, Salvatore Marrone. I tavolini si sono moltiplicati e nelle giornate estive riempiono la piazza, ma i segreti necessari per preparare le bevande dissetanti e digestive rimangono gli stessi, un segreto di famiglia tramandato da generazioni.

In vendita anche acque con sciroppi, spremute di agrumi, gassosa, birra e ogni tipo di liquore, dallo zibibbo al moscato. Esposta sotto l’insegna del chiosco, c’è la foto di don Pidduzzo, ritratto negli anni’50 mentre serve una bibita dietro la sua tavola d’acqua.

Hai letto questi articoli?

Quel pasticcere giapponese che ama le mandorle siciliane

Takashi Tsumagari è sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà, acqua di sorgente e primizie dell’Isola

di Claudia Cecilia Pessina

Takashi Tsumagari, 67 anni, non solo gestisce il Cake House Tsumagari a Nishinomiya, nella prefettura di Hyogo, Giappone, ma è anche “cacciatore di ingredienti”, sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà nella zona costiera della regione del Tohoku, acqua di sorgente dalla prefettura di Mie e mandorle dalla Sicilia.

“Quello che mangi modella il tuo corpo. Lo stesso vale per i dolci. Voglio offrire dolci che facciano sentire le persone sane e felici. Fare sforzi sinceri per cose che non vedi è ciò che apprezzo di più”, afferma Tsumagari. Sua nonna gli ha insegnato “la saggezza di vivere e l’importanza di essere radicato nella natura e di esserle grati”. Da quando ha aperto il suo negozio nel 1987, Tsumagari ha trovato il tempo di uscire con un sacco della spazzatura in mano per pulire le strade. Dice che il Natale è “non solo un momento di festa ma anche di gratitudine”.

Dal THE ASAHI SHIMBUN – GIAPPONE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Takashi Tsumagari è sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà, acqua di sorgente e primizie dell’Isola

di Claudia Cecilia Pessina

Takashi Tsumagari, 67 anni, non solo gestisce il Cake House Tsumagari a Nishinomiya, nella prefettura di Hyogo, Giappone, ma è anche “cacciatore di ingredienti”, sempre alla ricerca dei migliori prodotti per la sua pasticceria. Utilizza latte proveniente da mucche allevate in libertà nella zona costiera della regione del Tohoku, acqua di sorgente dalla prefettura di Mie e mandorle dalla Sicilia.

“Quello che mangi modella il tuo corpo. Lo stesso vale per i dolci. Voglio offrire dolci che facciano sentire le persone sane e felici. Fare sforzi sinceri per cose che non vedi è ciò che apprezzo di più”, afferma Tsumagari. Sua nonna gli ha insegnato “la saggezza di vivere e l’importanza di essere radicato nella natura e di esserle grati”. Da quando ha aperto il suo negozio nel 1987, Tsumagari ha trovato il tempo di uscire con un sacco della spazzatura in mano per pulire le strade. Dice che il Natale è “non solo un momento di festa ma anche di gratitudine”.

Dal THE ASAHI SHIMBUN – GIAPPONE

© Copyright Gattopardo- Riproduzione riservata

Hai letto questi articoli?

I segreti dell’architetto

Hai letto questi articoli?

Il liutaio di Palermo

Impeccabile nel suo camice bianco, costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini viole, violoncelli, contrabbassi

di Laura Grimaldi

Costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, viole d’amore, violoncelli, contrabbassi e anche due chitarre. Ognuno diverso dall’altro per forma e suono. C’è sapienza antica nell’attività artigiana di Ignazio Muliello. A cominciare dalla selezione delle diverse essenze di legno che utilizza. Acero per la parte inferiore e abete rosso per quella superiore. La scelta del legno è importante quanto le bombature, gli spessori, la catena, i fori di risonanza, l’inclinazione del manico, la vernice, l’anima, il ponticello, le corde, l’archetto. Lo sa bene Ignazio Muliello, classe 1938, considerato il veterano della liuteria palermitana. La sua officina-laboratorio è al civico 200 di via Sampolo, a Palermo, poco distante dalla stazione della metropolitana in piazza Giachery.

Nella sua bottega piena di attrezzi e sagome lo si trova sempre al banco di lavoro intento nella costruzione di nuovi strumenti con grande accuratezza sia nella scelta dei materiali che nelle rifiniture. Impeccabile nel suo camice bianco, il colore dei suoi capelli che raccontano di una lunga esperienza maturata in questa antica forma di artigianato. Ha iniziato da ragazzino a fianco del padre Giuseppe, ebanista. Con lui ha collaborato al lavoro di intaglio e di ebanisteria.
L’incontro con la liuteria è avvenuta negli anni Settanta quando ha frequentato per alcuni anni la bottega di Alfredo Averna presso il Conservatorio ‘Bellini’. C’è una grande passione dietro la decisione di iniziare a costruire strumenti ad arco e nel tempo ha sviluppato una particolare tecnica per ottenere i migliori risultati acustici. Lo testimonia il fatto che i suoi strumenti sono richiesti da musicisti professionisti di conservatori e teatri della Sicilia. Non a caso nel 2008, alla seconda edizione del concorso nazionale di liuteria contemporanea Città di Pisogne, Ignazio Muliello ha ricevuto una menzione speciale per l’impegno alla ricerca della liuteria siciliana.

È orgoglioso di essere stato inserito tra i più importanti ‘Liutai in Italia dall’Ottocento ai giorni nostri’, volume di Gualtiero Nicolini esperto di Storia della liuteria. E intanto solleva delicatamente uno dei leggerissimi e lucidissimi violini appena terminati di costruire. Pesano appena 280 grammi e possono arrivare a 400.

Impeccabile nel suo camice bianco, costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, violoncelli, contrabbassi

di Laura Grimaldi

Costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, viole d’amore, violoncelli, contrabbassi e anche due chitarre. Ognuno diverso dall’altro per forma e suono. C’è sapienza antica nell’attività artigiana di Ignazio Muliello. A cominciare dalla selezione delle diverse essenze di legno che utilizza. Acero per la parte inferiore e abete rosso per quella superiore. La scelta del legno è importante quanto le bombature, gli spessori, la catena, i fori di risonanza, l’inclinazione del manico, la vernice, l’anima, il ponticello, le corde, l’archetto. Lo sa bene Ignazio Muliello, classe 1938, considerato il veterano della liuteria palermitana. La sua officina-laboratorio è al civico 200 di via Sampolo, a Palermo, poco distante dalla stazione della metropolitana in piazza Giachery.

Nella sua bottega piena di attrezzi e sagome lo si trova sempre al banco di lavoro intento nella costruzione di nuovi strumenti con grande accuratezza sia nella scelta dei materiali che nelle rifiniture. Impeccabile nel suo camice bianco, il colore dei suoi capelli che raccontano di una lunga esperienza maturata in questa antica forma di artigianato. Ha iniziato da ragazzino a fianco del padre Giuseppe, ebanista. Con lui ha collaborato al lavoro di intaglio e di ebanisteria.
L’incontro con la liuteria è avvenuta negli anni Settanta quando ha frequentato per alcuni anni la bottega di Alfredo Averna presso il Conservatorio ‘Bellini’. C’è una grande passione dietro la decisione di iniziare a costruire strumenti ad arco e nel tempo ha sviluppato una particolare tecnica per ottenere i migliori risultati acustici. Lo testimonia il fatto che i suoi strumenti sono richiesti da musicisti professionisti di conservatori e teatri della Sicilia. Non a caso nel 2008, alla seconda edizione del concorso nazionale di liuteria contemporanea Città di Pisogne, Ignazio Muliello ha ricevuto una menzione speciale per l’impegno alla ricerca della liuteria siciliana.

È orgoglioso di essere stato inserito tra i più importanti ‘Liutai in Italia dall’Ottocento ai giorni nostri’, volume di Gualtiero Nicolini esperto di Storia della liuteria. E intanto solleva delicatamente uno dei leggerissimi e lucidissimi violini appena terminati di costruire. Pesano appena 280 grammi e possono arrivare a 400.

Hai letto questi articoli?

I mobili “bonsai” del figlio d’arte

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

Hai letto questi articoli?
Le vie dei Tesori News

Send this to a friend