L’argentiere di Palermo amato nel mondo

Piero Accardi è uno dei maestri d’arte sacra che resistono ancora alla crisi del settore. Con le sue opere, nate nella bottega nel cuore della città, ha impreziosito tantissime chiese

di Laura Grimaldi

Aveva nove anni quando iniziò a muovere i primi passi nella bottega di argentatura e doratura del nonno. Oggi Piero Accardi è uno dei maestri argentieri d’arte sacra apprezzati in Sicilia e nel resto d’Italia, in Austria, Germania, Egitto e Brasile. È facile vederlo all’opera nel suo laboratorio nel centro storico di Palermo. In via del Parlamento 34, che scorre parallelamente all’antico Cassaro, a pochi passi da piazza Marina. È lì che Accardi crea e restaura preziose opere d’arte soprattutto ad uso liturgico.

Come l’ostensorio raffigurante un roveto ardente destinato alla chiesa della Madonna della Pace di Sharm El Sheik. Alla sua arte ed esperienza si sono affidati in tanti per delicati interventi di restauro. Ad esempio sulla secolare urna d’argento di Sant’Angelo, a Licata. Il maestro Accardi ha impiegato sette mesi per cesellare a mano i decori di quattro fasce, due di un metro e trenta e le altre di 90 centimetri. Oltre quattro metri di bandoni montati attorno all’urna settecentesca e arricchiti di ventidue margherite stilizzate e di ventisei candele ottenute piegando manualmente le lastre d’argento, poi cesellate a mano.

Nel 2009, insieme ad altri orafi, argentieri, studiosi e professionisti della città, il maestro Accardi ha dato vita al Comitato della festa di Sant’Eligio che da anni si batte per salvare ciò che resta dell’antica chiesa intitolata a Sant’Eligio, orefice di corte e vescovo di Noyon nel VII secolo. Un monumento seicentesco intimamente legato alla storia di una delle più importanti maestranze della città, quella degli orafi e degli argentieri, e oggi ridotto in rovina dal tempo e dall’incuria. Si trova in via Argenteria, alle spalle di piazza San Domenico, lì dove fin dal Medioevo erano concentrate le botteghe di argentieri e orefici tra le vie Materassai, Argenteria Vecchia e Ambra, nel quartiere della Loggia.

Pochi di loro resistono ancora alla crisi del settore e con impegno trasmettono l’arte orafa ai giovani che dalle scuole arrivano nei loro laboratori. Il maestro Accardi è tra questi. Con tutta la passione e l’arte che lo contraddistinguono, ha forgiato un calice in argento di quasi ottocento grammi da donare simbolicamente alla chiesa di via Argenteria per salvarla dal degrado e restituirla al culto e alla città. Quattro mesi di lavoro per creare una preziosa opera d’arte e richiamare l’attenzione delle istituzioni.

Un lunga ricerca storico – artistica ha preceduto la fase di lavorazione del calice che ha forme geometriche essenziali arricchite da eleganti motivi floreali in bassorilievo. A nome di tutti gli orafi e gli argentieri della città, Accardi ha creato a proprie spese un prezioso oggetto d’arte. Lo dice l’incisione in latino racchiusa in una delle formelle che compongono la base esagonale del calice: “Nobilis ars panormitanorum aurificum argentariorumque”. Sopra la scritta l’immagine dell’aquila, simbolo di Palermo, non con le ali spiegate come siamo abituati a vederla, ma basse. “Si raffigurava così prima del 1715 – spiega Piero Accardi – . Era il marchio del consolato di Palermo che veniva impresso sugli oggetti in argento solo dopo averne verificata l’autenticità. In periodo spagnolo è nella chiesa di Sant’Eligio che il console della maestranza punzonava gli oggetti preziosi davanti all’immagine della Madonna delle Grazie”.

Piero Accardi è uno dei maestri d’arte sacra che resistono ancora alla crisi del settore. Con le sue opere, nate nella bottega nel cuore della città, ha impreziosito tantissime chiese

di Laura Grimaldi

Aveva nove anni quando iniziò a muovere i primi passi nella bottega di argentatura e doratura del nonno. Oggi Piero Accardi è uno dei maestri argentieri d’arte sacra apprezzati in Sicilia e nel resto d’Italia, in Austria, Germania, Egitto e Brasile. È facile vederlo all’opera nel suo laboratorio nel centro storico di Palermo. In via del Parlamento 34, che scorre parallelamente all’antico Cassaro, a pochi passi da piazza Marina. È lì che Accardi crea e restaura preziose opere d’arte soprattutto ad uso liturgico.

Come l’ostensorio raffigurante un roveto ardente destinato alla chiesa della Madonna della Pace di Sharm El Sheik. Alla sua arte ed esperienza si sono affidati in tanti delicati interventi di restauro. Ad esempio sulla secolare urna d’argento di Sant’Angelo, a Licata. Il maestro Accardi ha impiegato sette mesi per cesellare a mano i decori di quattro fasce, due di un metro e trenta e le altre di 90 centimetri. Oltre quattro metri di bandoni montati attorno all’urna settecentesca e arricchiti di ventidue margherite stilizzate e di ventisei candele ottenute piegando manualmente le lastre d’argento, poi cesellate a mano.

Nel 2009, insieme ad altri orafi, argentieri, studiosi e professionisti della città, il maestro Accardi ha dato vita al Comitato della festa di Sant’Eligio che da anni si batte per salvare ciò che resta dell’antica chiesa intitolata a Sant’Eligio, orefice di corte e vescovo di Noyon nel VII secolo. Un monumento seicentesco intimamente legato alla storia di una delle più importanti maestranzedella città, quella degli orafi e degli argentieri, e oggi ridotto in rovina dal tempo e dall’incuria. Si trova in via Argenteria, alle spalle di piazza San Domenico, lì dove fin dal Medioevo erano concentrate le botteghe di argentieri e orefici tra le vie Materassai, Argenteria Vecchia e Ambra, nel quartiere della Loggia.

Pochi di loro resistono ancora alla crisi del settore e con impegno trasmettono l’arte orafa ai giovani che dalle scuole arrivano nei loro laboratori. Il maestro Accardi è tra questi. Con tutta la passione e l’arte che lo contraddistinguono, ha forgiato un calice in argento di quasi ottocento grammi da donare simbolicamente alla chiesa di via Argenteria per salvarla dal degrado e restituirla al culto e alla città. Quattro mesi di lavoro per creare una preziosa opera d’arte e richiamare l’attenzione delle istituzioni.

Un lunga ricerca storico – artistica ha preceduto la fase di lavorazione del calice che ha forme geometriche essenziali arricchite da eleganti motivi floreali in bassorilievo. A nome di tutti gli orafi e gli argentieri della città, Accardi ha creato a proprie spese un prezioso oggetto d’arte. Lo dice l’incisione in latino racchiusa in una delle formelle che compongono la base esagonale del calice: “Nobilis ars panormitanorum aurificum argentariorumque”. Sopra la scritta l’immagine dell’aquila, simbolo di Palermo, non con le ali spiegate come siamo abituati a vederla, ma basse. “Si raffigurava così prima del 1715 – spiega Piero Accardi – . Era il marchio del consolato di Palermo che veniva impresso sugli oggetti in argento solo dopo averne verificata l’autenticità. In periodo spagnolo è nella chiesa di Sant’Eligio che il console della maestranza punzonava gli oggetti preziosi davanti all’immagine della Madonna delle Grazie”.

Al mercato del pesce, vera passione siciliana

Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma c’è un luogo che resta il posto di osservazione più vantaggioso…

di Claudia Cecilia Pessina

La Sicilia è uno dei luoghi più importanti della storia d’Occidente: per migliaia di anni da qui sono passati Fenici, Greci, Romani, Vandali, Goti, Bizantini, Arabi, Normanni, Tedeschi, Angioini, Asburgo e Borboni, quindi immaginiamoci l’incredibile ricchezza culturale. Sull’Isola si rende culto alle tradizioni, alla famiglia e agli amici, e questo costituisce gran parte della sua idiosincrasia che le conferisce un carattere e un orgoglio speciali.

Nel mio viaggio ho voluto scoprire non solo ciò che entra attraverso i sensi, ma anche quegli aspetti più intangibili ma importanti di ogni popolo e paese. Ai piedi dell’Etna, Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma il mercato della pescheria, tra i più pittoreschi che ho percorso, resta il posto di osservazione più vantaggioso.

Dagli archi della marina contemplo stupito il movimento di centinaia di persone che si affollano intorno a innumerevoli bancarelle su cui fa bella mostra di sé una varietà infinita di pesce e frutti di mare freschi, disposti con cura e ammirevole devozione, offerti a gran voce e con tutta l’anima dai proprietari. L’ambiente puzza di mare, di duro lavoro e dell’orgoglio di appartenere a un’antica corporazione.

La cacofonia delle voci a volte è assoluta, ma incredibilmente, a tratti, si creano due o tre secondi di silenzio, come se tutti si fossero messi d’accordo per tirare un respiro, prima di riprendere di nuovo, con reale passione siciliana, a squarciarsi la gola dalle grida.

Ivàn De Pineda – La Naciòn

Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma c’è un luogo che resta il posto di osservazione più vantaggioso…

di Claudia Cecilia Pessina

La Sicilia è uno dei luoghi più importanti della storia d’Occidente: per migliaia di anni da qui sono passati Fenici, Greci, Romani, Vandali, Goti, Bizantini, Arabi, Normanni, Tedeschi, Angioini, Asburgo e Borboni, quindi immaginiamoci l’incredibile ricchezza culturale. Sull’Isola si rende culto alle tradizioni, alla famiglia e agli amici, e questo costituisce gran parte della sua idiosincrasia che le conferisce un carattere e un orgoglio speciali.

Nel mio viaggio ho voluto scoprire non solo ciò che entra attraverso i sensi, ma anche quegli aspetti più intangibili ma importanti di ogni popolo e paese. Ai piedi dell’Etna, Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma il mercato della pescheria, tra i più pittoreschi che ho percorso, resta il posto di osservazione più vantaggioso.

Dagli archi della marina contemplo stupito il movimento di centinaia di persone che si affollano intorno a innumerevoli bancarelle su cui fa bella mostra di sé una varietà infinita di pesce e frutti di mare freschi, disposti con cura e ammirevole devozione, offerti a gran voce e con tutta l’anima dai proprietari. L’ambiente puzza di mare, di duro lavoro e dell’orgoglio di appartenere a un’antica corporazione.

La cacofonia delle voci a volte è assoluta, ma incredibilmente, a tratti, si creano due o tre secondi di silenzio, come se tutti si fossero messi d’accordo per tirare un respiro, prima di riprendere di nuovo, con reale passione siciliana, a squarciarsi la gola dalle grida.

Ivàn De Pineda – La Naciòn

Dalla Romagna alla Sicilia via New York

Talvolta può essere tortuoso il tragitto che compiono le persone, come quello di Stefania Galegati e della sua famiglia. “I palermitani? Gentili, mi danno del lei”

di Chiara Dino

A volte le cose vanno viste con occhiali diversi. Un po’ come ha fatto Stefania Galegati che è arrivata a Palermo nel 2008, lei nata in Romagna e vagabonda per anni tra  Berlino e New York, e qui è rimasta con Darrel, il marito conosciuto a New York, e i due figli, Nina e Caito di 10 e 9 anni. Lei, dunque, è giunta a Palermo e ci racconta: “Quello che mi ha colpito in maniera immediata era che mancava di tutto”.

Può sembrare tutt’altro che un complimento, ma lei intendeva dire una cosa diversa. “Palermo per me era terra vergine, qui si poteva costruire e inventarsi una vita, cosa che a New York dove c’è tutto, sarebbe stato ben più difficile”. Così lei, che è un’artista di qualità – lavora con la pittura ma anche con la fotografia e gli interventi di arte ambientale – e Darrel, che da sempre si occupa di musica, organizza festival preferibilmente jazz, e lavora sulla produzione, hanno aperto in via San Basilio, a due passi da piazza Massimo, il Caffè Internazionale, esperienza ormai conclusa anche se alcuni “figli” nati lì, come la Summer school di arte, proseguono,

“Un posto – per dirla con le sue parole – dove le consumazioni servivano a finanziare il nostro progetto culturale e artistico: una mostra ogni quindici giorni, ma ogni tanto durano anche di più e qualche volta riesco pure a vender qualcosa, e concerti la sera”. Non è stato facile.Ma non si sono arresi. E adesso puntano a nuovo progetti, magari che sl centro storico della città li faccia spostare in campagna.

“In ogni caso – dice Stefania –, la fatica è ampiamente ripagata dalla natura gentile dei palermitani. Accoglienti e simpatici. E non solo: qui in centro storico c’è una compresenza di stratificazioni sociali diverse che convivono con maggiore apertura che in altre parti almeno d’Italia. Per dire: l’avvocato e quello che va con la moto Ape a vendere per strada magari non escono insieme ma l’uno compra dall’altro e viceversa l’altro magari difende il più debole, se serve anche in Tribunale”. Una coesistenza che Stefania ha riscontrato anche nelle scuole dei figli: ricchi e poveri fanno banda comune.

Nella foto di Alla Rizzo, da sinistra Darrell Shines, Caito Shines, Stefania Galegati e Nina Shines

Talvolta può essere tortuoso il tragitto che compiono le persone, come quello di Stefania Galegati e della sua famiglia. “I palermitani? Gentili, mi danno del lei”

di Chiara Dino

A volte le cose vanno viste con occhiali diversi. Un po’ come ha fatto Stefania Galegati che è arrivata a Palermo nel 2008, lei nata in Romagna e vagabonda per anni tra  Berlino e New York, e qui è rimasta con Darrel, il marito conosciuto a New York, e i due figli, Nina e Caito di 10 e 9 anni. Lei, dunque, è giunta a Palermo e ci racconta: “Quello che mi ha colpito in maniera immediata era che mancava di tutto”.

Può sembrare tutt’altro che un complimento, ma lei intendeva dire una cosa diversa. “Palermo per me era terra vergine, qui si poteva costruire e inventarsi una vita, cosa che a New York dove c’è tutto, sarebbe stato ben più difficile”. Così lei, che è un’artista di qualità – lavora con la pittura ma anche con la fotografia e gli interventi di arte ambientale – e Darrel, che da sempre si occupa di musica, organizza festival preferibilmente jazz, e lavora sulla produzione, hanno aperto in via San Basilio, a due passi da piazza Massimo, il Caffè Internazionale, esperienza ormai conclusa anche se alcuni “figli” nati lì, come la Summer school di arte, proseguono,

“Un posto – per dirla con le sue parole – dove le consumazioni servivano a finanziare il nostro progetto culturale e artistico: una mostra ogni quindici giorni, ma ogni tanto durano anche di più e qualche volta riesco pure a vender qualcosa, e concerti la sera”. Non è stato facile.Ma non si sono arresi. E adesso puntano a nuovo progetti, magari che sl centro storico della città li faccia spostare in campagna.

“In ogni caso – dice Stefania –, la fatica è ampiamente ripagata dalla natura gentile dei palermitani. Accoglienti e simpatici. E non solo: qui in centro storico c’è una compresenza di stratificazioni sociali diverse che convivono con maggiore apertura che in altre parti almeno d’Italia. Per dire: l’avvocato e quello che va con la moto Ape a vendere per strada magari non escono insieme ma l’uno compra dall’altro e viceversa l’altro magari difende il più debole, se serve anche in Tribunale”. Una coesistenza che Stefania ha riscontrato anche nelle scuole dei figli: ricchi e poveri fanno banda comune.

Nella foto di Alla Rizzo, da sinistra Darrell Shines, Caito Shines, Stefania Galegati e Nina Shines

Le meraviglie della Sicilia in sette entusiasmanti giorni

Un viaggio attraverso l’Isola può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari. Oppure si può vagare senza meta, perdersi nel paesaggio decadente e malinconico e scoprire il realismo magico che l’attraversa

di Claudia Cecilia Pessina

Mi fermo a Racalmuto perché Leonardo Sciascia è nato e sepolto lì. Alle due del pomeriggio chiedo al fornaio di raccomandare un buon ristorante, lui mi guarda e mi dà una risposta che mi confonde: “Ora sono tutti chiusi, è ora di pranzo”.

Il realismo magico non è solo una questione caraibica: anche in Sicilia la realtà prende quella straordinaria, quasi fantastica piega che trasforma l’isola in uno spazio di finzione. Il suo paesaggio urbano è uno scenario teatrale senza fine, a volte travolgente. Se si desidera visitare l’isola, qualunque sia il percorso, va fatto in auto, su una rete viaria in buone condizioni, ma non uniforme e a volte strana: trovi una corsia chiusa per lavori che non si fanno, nessun segnale umano o meccanico, solo coni stradali che restringono la carreggiata e si rallenta in modo arbitrario. Il traffico nelle città pure è difficile: strade aggrovigliate, a volte troppo strette, e guidatori disordinati che guidano contromano.

Un viaggio attraverso la Sicilia può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari, partendo ad esempio da Taormina, balcone affacciato sul Mar Ionio e girando in senso orario fino a raggiungere Palermo, da lasciare per ultima per non offuscare il resto. E poi Catania con la Fontana dell’Elefante, simbolo della città, perché a quanto pare nel remoto passato c’erano elefanti nani sull’isola; altro gioiello, Siracusa: attraversare Ortigia la sera e cenare in uno dei suoi ristoranti è una ragione sufficiente per passarci una notte.

Camminando, mi viene in mente, paradossalmente, Amsterdam, perché come là anche qui vedo molte grandi finestre senza tende che rivelano scene domestiche dell’interno. Mi rendo conto per la prima volta che un giorno dovrò tornare in Sicilia per poterla girare senza itinerari. Nella mia guida evidenzio i luoghi monumentali, i palazzi storici e le chiese, ma quello che voglio fare veramente è vagare senza meta, senza obblighi né orari, perdermi nel paesaggio decadente e malinconico, rimanere nascosto in un portone guardando una di quelle finestre nude: in una vedo un vecchio uomo che legge un libro in piedi e mi commuovo.

Luisgé Martín – EL PAIS

Un viaggio attraverso l’Isola può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari. Oppure si può vagare senza meta, perdersi nel paesaggio decadente e malinconico e scoprire il realismo magico che l’attraversa

di Claudia Cecilia Pessina

Mi fermo a Racalmuto perché Leonardo Sciascia è nato e sepolto lì. Alle due del pomeriggio chiedo al fornaio di raccomandare un buon ristorante, lui mi guarda e mi dà una risposta che mi confonde: “Ora sono tutti chiusi, è ora di pranzo”.

Il realismo magico non è solo una questione caraibica: anche in Sicilia la realtà prende quella straordinaria, quasi fantastica piega che trasforma l’isola in uno spazio di finzione. Il suo paesaggio urbano è uno scenario teatrale senza fine, a volte travolgente. Se si desidera visitare l’isola, qualunque sia il percorso, va fatto in auto, su una rete viaria in buone condizioni, ma non uniforme e a volte strana: trovi una corsia chiusa per lavori che non si fanno, nessun segnale umano o meccanico, solo coni stradali che restringono la carreggiata e si rallenta in modo arbitrario. Il traffico nelle città pure è difficile: strade aggrovigliate, a volte troppo strette, e guidatori disordinati che guidano contromano.

Un viaggio attraverso la Sicilia può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari, partendo ad esempio da Taormina, balcone affacciato sul Mar Ionio e girando in senso orario fino a raggiungere Palermo, da lasciare per ultima per non offuscare il resto. E poi Catania con la Fontana dell’Elefante, simbolo della città, perché a quanto pare nel remoto passato c’erano elefanti nani sull’isola; altro gioiello, Siracusa: attraversare Ortigia la sera e cenare in uno dei suoi ristoranti è una ragione sufficiente per passarci una notte.

Camminando, mi viene in mente, paradossalmente, Amsterdam, perché come là anche qui vedo molte grandi finestre senza tende che rivelano scene domestiche dell’interno. Mi rendo conto per la prima volta che un giorno dovrò tornare in Sicilia per poterla girare senza itinerari. Nella mia guida evidenzio i luoghi monumentali, i palazzi storici e le chiese, ma quello che voglio fare veramente è vagare senza meta, senza obblighi né orari, perdermi nel paesaggio decadente e malinconico, rimanere nascosto in un portone guardando una di quelle finestre nude: in una vedo un vecchio uomo che legge un libro in piedi e mi commuovo.

Luisgé Martín – EL PAIS

Tutti i segreti del “semenzaro” di Ballarò

Gianni Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nell’antica bottega di via del Bosco, a Palermo. Oggi vende frutta secca e spezie provenienti da ogni parte del mondo

di Alli Traina

Che a Ballarò si possa trovare ogni genere alimentare è cosa nota, ma che nello storico mercato palermitano si riesca ad acquistare anche il passatempo forse non tutti lo sanno. Ciò perché in simili luoghi il tempo si misura in maniera diversa che altrove. Non sono le lancette dell’orologio a scandirne lo scorrere ma i piccoli gesti quotidiani che si ripetono da sempre.  Come quello di sgranocchiare, curiosando fra le bancarelle, il cosiddetto passatempo: calia e semenza, ossia ceci tostati e semi di zucca tostati e salati.

Lo prepara Gianni Cannatella, in via Ballarò 14, nel suo “I frutti del sole”. Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nella antica bottega di via del Bosco. Ricorda come se fosse ieri il primo giorno di lavoro. “Ho iniziato il 28 ottobre 1988. Dopo due anni già ero esperto nella tostatura e conoscevo tutti i segreti del mestiere. Ancora oggi, da un prodotto grezzo come le mandorle in guscio, realizzo in maniera artigianale tutte le sue possibili varianti: le mandorle tostate, la farina o la granella di mandorle, la pasta di mandorle e così via”.

Ad allestire la bottega, invece, ha imparato già da bambino: guardando suo padre che vendeva frutta e verdura. Armare la bottega, si dice, ed è una vera e propria arte che i commercianti dei mercati storici palermitani si tramandano di padre in figlio. Gianni conserva ancora ritagli di giornale in cui si celebrava la bellezza estetica del negozio di suo nonno prima e di suo padre poi. “A lavorare – racconta – andavano sempre in giacca e cravatta”. Da loro ha appreso quel gusto estetico che oggi caratterizza il suo negozio. Ci sono regole ben precise per esporre la merce in modo da valorizzarne l’aspetto e attrarre l’attenzione dei passanti. Se con le abbanniate i commercianti decantano a voce alta le qualità dei prodotti in vendita, con l’esposizione ne valorizzano l’aspetto.

Basta osservare il negozio di Gianni, che sorge dove un tempo c’era un’antica friggitoria, per capirlo. Il mix di culture che esprime sintetizza perfettamente l’anima di Ballarò: una forte identità siciliana connotata da un’atmosfera araba e da un’apertura ai prodotti provenienti da diverse parti del mondo. I pistacchi di Bronte, insieme alle noci americane e alle noci brasiliane, le mandorle di Santo Stefano Quisquina insieme al mais tostato, al dattero e allo zenzero, e ancora spezie e aromi, legumi, frutta secca e frutta disidratata, conserve e condimenti, preparati per pasticceria, sale proveniente dalle saline di Trapani.

Cannatella vende anche la frutta candita, uno degli ingredienti principali dei tipici dolci siciliani, capaci con la loro sola presenza di richiamare il gusto barocco tipico dell’isola. Primo fra tutti la cassata. Cedro, mandarini ciliegie, pere, fichi, canditi rendono i dolci un’esplosione di colori. E poi ancora noci, pinoli, uva passa, mango, ananas, lupini, castagne, carrube e molto altro ancora. La tostatura avviene direttamente nella stanza adiacente al negozio: Cannatella oggi si è dotato del macchinario adatto per tostare la frutta secca ma agli inizi si industriava con la fantasia e l’abilità. Come quando con suo zio adattarono una macchina per la tostatura del caffè e la resero perfetta per la tostatura della frutta secca. Cannatella ne conosce ogni segreto. “Mentre prima la frutta secca si mangiava semplicemente per gusto e per passare il tempo, oggi sono state riscoperte le sue enormi qualità nutritive”.

Del resto i ceci hanno avuto anche un’importanza storica per Palermo. Nel 1282 i palermitani si ribellarono agli angioini che a quei tempi governavano la città, si tratta della celebre Rivolta dei Vespri, chiamata così perché prese avvio durante il tramonto, il vespro appunto. Per riconoscere i francesi che provavano a fingersi palermitani bastava mostrargli dei ceci chiedendogli di pronunciarne il nome che in siciliano è cìciri. Loro proprio non ci riuscivano e così venivano immediatamente riconosciuti.

(Foto: Tullio Puglia)

Gianni Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nell’antica bottega di via del Bosco, a Palermo. Oggi vende frutta secca e spezie provenienti da ogni parte del mondo

di Alli Traina

Che a Ballarò si possa trovare ogni genere alimentare è cosa nota, ma che nello storico mercato palermitano si riesca ad acquistare anche il passatempo forse non tutti lo sanno. Ciò perché in simili luoghi il tempo si misura in maniera diversa che altrove. Non sono le lancette dell’orologio a scandirne lo scorrere ma i piccoli gesti quotidiani che si ripetono da sempre.  Come quello di sgranocchiare, curiosando fra le bancarelle, il cosiddetto passatempo: calia e semenza, ossia ceci tostati e semi di zucca tostati e salati.

Lo prepara Gianni Cannatella, in via Ballarò 14, nel suo “I frutti del sole”. Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nella antica bottega di via del Bosco. Ricorda come se fosse ieri il primo giorno di lavoro. “Ho iniziato il 28 ottobre 1988. Dopo due anni già ero esperto nella tostatura e conoscevo tutti i segreti del mestiere. Ancora oggi, da un prodotto grezzo come le mandorle in guscio, realizzo in maniera artigianale tutte le sue possibili varianti: le mandorle tostate, la farina o la granella di mandorle, la pasta di mandorle e così via”.

Ad allestire la bottega, invece, ha imparato già da bambino: guardando suo padre che vendeva frutta e verdura. Armare la bottega, si dice, ed è una vera e propria arte che i commercianti dei mercati storici palermitani si tramandano di padre in figlio. Gianni conserva ancora ritagli di giornale in cui si celebrava la bellezza estetica del negozio di suo nonno prima e di suo padre poi. “A lavorare – racconta – andavano sempre in giacca e cravatta”. Da loro ha appreso quel gusto estetico che oggi caratterizza il suo negozio. Ci sono regole ben precise per esporre la merce in modo da valorizzarne l’aspetto e attrarre l’attenzione dei passanti. Se con le abbanniate i commercianti decantano a voce alta le qualità dei prodotti in vendita, con l’esposizione ne valorizzano l’aspetto.

Basta osservare il negozio di Gianni, che sorge dove un tempo c’era un’antica friggitoria, per capirlo. Il mix di culture che esprime sintetizza perfettamente l’anima di Ballarò: una forte identità siciliana connotata da un’atmosfera araba e da un’apertura ai prodotti provenienti da diverse parti del mondo. I pistacchi di Bronte, insieme alle noci americane e alle noci brasiliane, le mandorle di Santo Stefano Quisquina insieme al mais tostato, al dattero e allo zenzero, e ancora spezie e aromi, legumi, frutta secca e frutta disidratata, conserve e condimenti, preparati per pasticceria, sale proveniente dalle saline di Trapani.

Cannatella vende anche la frutta candita, uno degli ingredienti principali dei tipici dolci siciliani, capaci con la loro sola presenza di richiamare il gusto barocco tipico dell’isola. Primo fra tutti la cassata. Cedro, mandarini ciliegie, pere, fichi, canditi rendono i dolci un’esplosione di colori. E poi ancora noci, pinoli, uva passa, mango, ananas, lupini, castagne, carrube e molto altro ancora. La tostatura avviene direttamente nella stanza adiacente al negozio: Cannatella oggi si è dotato del macchinario adatto per tostare la frutta secca ma agli inizi si industriava con la fantasia e l’abilità. Come quando con suo zio adattarono una macchina per la tostatura del caffè e la resero perfetta per la tostatura della frutta secca. Cannatella ne conosce ogni segreto. “Mentre prima la frutta secca si mangiava semplicemente per gusto e per passare il tempo, oggi sono state riscoperte le sue enormi qualità nutritive”.

Del resto i ceci hanno avuto anche un’importanza storica per Palermo. Nel 1282 i palermitani si ribellarono agli angioini che a quei tempi governavano la città, si tratta della celebre Rivolta dei Vespri, chiamata così perché prese avvio durante il tramonto, il vespro appunto. Per riconoscere i francesi che provavano a fingersi palermitani bastava mostrargli dei ceci chiedendogli di pronunciarne il nome che in siciliano è cìciri. Loro proprio non ci riuscivano e così venivano immediatamente riconosciuti.

(Foto: Tullio Puglia)

La sfida di Lorenzo Calamia, mecenate di artisti e creativi

Nato a Mazara del Vallo, dopo aver girato l’Europa, ha scelto di tornare in Sicilia. Ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer

di Chiara Dino

La prima volta che è andato via dalla Sicilia ha scelto Barcellona. Era poco più che un ragazzo Lorenzo Calamia, 37 anni trascorsi un po’ qui è un po’ lì (nato a Mazara del Vallo, oltre che in Spagna è stato a Berlino, poi Roma e ora Palermo) e aveva nel cuore una voglia di fuga che lo ha tenuto fuori per quasi dieci anni. Laurea in Architettura, sensibilità artistica quasi genetica – è nipote di Pietro Consagra alla cui opera a Gibellina ha dedicato le sue prime ricerche – ora Lorenzo è tornato alla base e ha scelto la Vucciria di Palermo per “portare nella città dove per ora tutto è possibile quello che ho imparato stando fuori”.

Ovviamente nel campo dell’arte. Lorenzo, professione amico e sodale degli artisti – da Mimmo Paladino a Carla Accardi – ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer, cosa che ha appreso, oltre che in Germania, lavorando tanti anni alla romana Fondazione Volume. “Adesso – racconta – mi sono intestato il compito di portare a vivere a Palermo il maggior numero di artisti contemporanei, molti dei quali ho conosciuto quando, come tanti giovani della mia generazione, affittai un piccolo studio a Berlino nel Mitte e mi inabissai in un mondo creativo che allora in Germania esplodeva”.

Un po’ come, secondo lui, sta accadendo di questi tempi a Palermo. Da quando è tornato, poco meno di due anni, ha già organizzato due mostre. Una, allo Zac, interamente dedicata a Thomas Lange e “alla sua arte fatta di strati di materia e colore su cui sono evidenti dei graffiti come fossero i graffi che da secoli hanno segnato i palazzi della nostra Palermo” osserva, un’altra, durante la scorsa edizione de Le Vie dei Tesori, nella Casa-Spazio alla Vucciria dove vive con lo stilista Marco Russotto. In quell’occasione ogni stanza della sua abitazione era dedicata a un progetto espositivo diverso. Una ospitava i lavori dedicati a Federico II dello stesso Lange, un’altra le fotografie della bolognese Laura Daddabbo, un’altra i paesaggi australiani di Fabrice De Nola, un’altra ancora quelli kenioti di Arcangelo. Cinque non siciliani portati nel cuore della sua Sicilia. Una tappa della sua mission: “Fare di questa terra il luogo dei creativi. Una sfida possibile in una terra come questa che rifiuta ogni conformismo anche estetico e che oggi ha un’energia senza ha pari”.

Foto Laura Daddabbo 

Nato a Mazara del Vallo, dopo aver girato l’Europa, ha scelto di tornare in Sicilia. Ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer

di Chiara Dino

La prima volta che è andato via dalla Sicilia ha scelto Barcellona. Era poco più che un ragazzo Lorenzo Calamia, 37 anni trascorsi un po’ qui è un po’ lì (nato a Mazara del Vallo, oltre che in Spagna è stato a Berlino, poi Roma e ora Palermo) e aveva nel cuore una voglia di fuga che lo ha tenuto fuori per quasi dieci anni. Laurea in Architettura, sensibilità artistica quasi genetica – è nipote di Pietro Consagra alla cui opera a Gibellina ha dedicato le sue prime ricerche – ora Lorenzo è tornato alla base e ha scelto la Vucciria di Palermo per “portare nella città dove per ora tutto è possibile quello che ho imparato stando fuori”.

Ovviamente nel campo dell’arte. Lorenzo, professione amico e sodale degli artisti – da Mimmo Paladino a Carla Accardi – ha la peculiare capacità di attrarre intorno a sé pittori, scultori, fotografi e performer, cosa che ha appreso, oltre che in Germania, lavorando tanti anni alla romana Fondazione Volume. “Adesso – racconta – mi sono intestato il compito di portare a vivere a Palermo il maggior numero di artisti contemporanei, molti dei quali ho conosciuto quando, come tanti giovani della mia generazione, affittai un piccolo studio a Berlino nel Mitte e mi inabissai in un mondo creativo che allora in Germania esplodeva”.

Un po’ come, secondo lui, sta accadendo di questi tempi a Palermo. Da quando è tornato, poco meno di due anni, ha già organizzato due mostre. Una, allo Zac, interamente dedicata a Thomas Lange e “alla sua arte fatta di strati di materia e colore su cui sono evidenti dei graffiti come fossero i graffi che da secoli hanno segnato i palazzi della nostra Palermo” osserva, un’altra, durante la scorsa edizione de Le Vie dei Tesori, nella Casa-Spazio alla Vucciria dove vive con lo stilista Marco Russotto. In quell’occasione ogni stanza della sua abitazione era dedicata a un progetto espositivo diverso. Una ospitava i lavori dedicati a Federico II dello stesso Lange, un’altra le fotografie della bolognese Laura Daddabbo, un’altra i paesaggi australiani di Fabrice De Nola, un’altra ancora quelli kenioti di Arcangelo. Cinque non siciliani portati nel cuore della sua Sicilia. Una tappa della sua mission: “Fare di questa terra il luogo dei creativi. Una sfida possibile in una terra come questa che rifiuta ogni conformismo anche estetico e che oggi ha un’energia senza ha pari”.

Renata Hausmann: il mio viaggio a ritroso a Palermo

Mentre tanti siciliani si spostavano su Roma per fare carriera, lei, come i salmoni, è scesa giù, un po’ per caso, un po’ per la sua voglia di fare, e poi si è innamorata. In tutti i sensi

di Chiara Dino

Il viaggio a ritroso lei lo ha fatto 24 anni fa. Mentre tanti palermitani si spostavano su Roma per fare carriera, lei, come i salmoni, è scesa giù, un po’ per caso, un po’ per la sua voglia di fare, e poi si è innamorata. In tutti i sensi della città e del marito, Giuseppe Tortorici, di mestiere antiquario. Renata Hausmann, classe 1967, racconta la sua storia con una leggerezza invidiabile. Non ci sono strappi violenti, non ci sono rimpianti, nella scelta che porta avanti con serenità e convinzione. “La mia famiglia d’origine è a Roma – racconta – ma li vedo spesso. Uno dei miei figli, poi, ora ha deciso di studiare nella mia città e dunque le occasioni per tornare si sono fatte anche più numerose”.

Palermo l’ha scelta in quattro mesi. Anzi no, quattro mesi più quattro anni. “Da ragazza- ricorda – mentre studiavo per laurearmi in Scienze politiche, lavoravo: un po’ con mia madre che aveva aperto a Roma nell’86 Simolandia, la prima agenzia che organizzava feste per bambini in Italia, e un po’ come hostess in vari convegni”. La svolta è arrivata per i Mondiali di Italia ’90. L’azienda per cui lavorava aveva vinto l’appalto per la gestione delle fiere dei prodotti tipici durante i mondiali. Renata viene inviata a gestire quella di stanza a Palermo, al Giardino Inglese, e qui conosce una città che si preparava a vivere i suoi anni più bui, quelli delle stragi del ’92, e poi quelli della rinascita, dopo il clamore degli omicidi Borsellino e Falcone, quando si annunciava la Primavera.

Durante quei quattro mesi lavora sodo, conosce Ferruccio Barbera e il team di Pubilla e stringe un sodalizio con loro. E soprattutto incontra il suo futuro marito. Si innamora, ma allo scadere del contratto torna a Roma. “Mi sono laureata a casa mia – aggiunge – poi dopo quattro anni a fare su e giù io e Giuseppe abbiamo deciso di sposarci”. E a questo punto la scelta di venire a Palermo è obbligata. Anzi no, naturale. “Oggi vivo all’Addaura, dove sono cresciuti i miei tre figli – li ho mandati qui vicino, a Mondello, anche alle scuole elementari e alle medie – e anche qui ho continuato a fare il lavoro che mi diverte di più. Divertire i bambini”. Simolandia nel frattempo è nata anche a Palermo.

Renata Hausmann: il mio viaggio a ritroso a Palermo

di Chiara Dino

Il viaggio a ritroso lei lo ha fatto 24 anni fa. Mentre tanti palermitani si spostavano su Roma per fare carriera, lei, come i salmoni, è scesa giù, un po’ per caso, un po’ per la sua voglia di fare, e poi si è innamorata. In tutti i sensi della città e del marito, Giuseppe Tortorici, di mestiere antiquario. Renata Hausmann, classe 1967, racconta la sua storia con una leggerezza invidiabile. Non ci sono strappi violenti, non ci sono rimpianti, nella scelta che porta avanti con serenità e convinzione. “La mia famiglia d’origine è a Roma – racconta – ma li vedo spesso. Uno dei miei figli, poi, ora ha deciso di studiare nella mia città e dunque le occasioni per tornare si sono fatte anche più numerose”.

Palermo l’ha scelta in quattro mesi. Anzi no, quattro mesi più quattro anni. “Da ragazza- ricorda – mentre studiavo per laurearmi in Scienze politiche, lavoravo: un po’ con mia madre che aveva aperto a Roma nell’86 Simolandia, la prima agenzia che organizzava feste per bambini in Italia, e un po’ come hostess in vari convegni”. La svolta è arrivata per i Mondiali di Italia ’90. L’azienda per cui lavorava aveva vinto l’appalto per la gestione delle fiere dei prodotti tipici durante i mondiali. Renata viene inviata a gestire quella di stanza a Palermo, al Giardino Inglese, e qui conosce una città che si preparava a vivere i suoi anni più bui, quelli delle stragi del ’92, e poi quelli della rinascita, dopo il clamore degli omicidi Borsellino e Falcone, quando si annunciava la Primavera.

Durante quei quattro mesi lavora sodo, conosce Ferruccio Barbera e il team di Pubilla e stringe un sodalizio con loro. E soprattutto incontra il suo futuro marito. Si innamora, ma allo scadere del contratto torna a Roma. “Mi sono laureata a casa mia – aggiunge – poi dopo quattro anni a fare su e giù io e Giuseppe abbiamo deciso di sposarci”. E a questo punto la scelta di venire a Palermo è obbligata. Anzi no, naturale. “Oggi vivo all’Addaura, dove sono cresciuti i miei tre figli – li ho mandati qui vicino, a Mondello, anche alle scuole elementari e alle medie – e anche qui ho continuato a fare il lavoro che mi diverte di più. Divertire i bambini”. Simolandia nel frattempo è nata anche a Palermo.

Nicolò Stabile: il centro del mondo? Gibellina

Intellettuale eclettico, produttore teatrale, per undici anni ha girato l’Europa lavorando anche con Thierry Salmon, poi è tornato nella sua martoriata 

di Chiara Dino

L’incipit è dolce: “Invecchiare è sempre un privilegio” dice Nicolò Stabile. Non che sia vecchio, ha 52 anni, ma ha vissuto come un gatto, tante vite. Via dalla Sicilia nel 1989, di nuovo in Sicilia nel 2000. Una Sicilia che è mondo: Gibellina, cuore del terremoto in Belìce del’68 e dunque cuore di un progetto visionario: quello di Ludovico Corrao, geniale e controverso sindaco (dal 1970 al 1994) della città del Cretto di Burri, delle Orestiadi e di decine di progetti culturali. Precisare i luoghi dei suoi natali non è un dettaglio secondario, perché tutta la vita di Nicolò, compresa la scelta di lasciare la Sicilia ma in fondo di non lasciarla mai, si spiega con queste parole: “Sono nato nella città del terremoto, ho vissuto l’esperienza delle baracche e il sogno di Corrao. E oggi sono tornato qui per cercare di dare compimento a quel sogno”.

Nel cinquantesimo dal terremoto, con un piano di restauro del Cretto in corso, Nicolò fa base a Gibellina da dove ha mobilitato un gruppo di intellettuali, da Bob Wilson a Renzo Piano, perché la sua città dia pienezza all’intento primigenio di Burri: che quell’opera – un sudario di cemento steso sui ruderi, ispirato al sistema viario e urbanistico della città distrutta – immaginava dovesse interagire con la gente. “Sto lavorando perché ogni anno la popolazione del mio paese si occupi della manutenzione del Cretto, imbiancandolo, puntellandolo.

Un lavoro di riappropriazione della memoria, un modo di elaborare quel lutto in cui credo molto”. Negli undici anni in cui è stato via Nicolò ha in fondo preparato tutto ciò: è stato prima a Roma “per studiare arte contemporanea”. Poi a Bruxelles: “Un ritorno dopo l’Erasmus che si è prolungato per anni durante i quali ho lavorato come traduttore, promotore anche in Italia di “Anversa capitale della Cultura”, produttore anche di Thierry Salmon che avevo incontrato a Gibellina nell’88 per “Le Troiane”. Con Thierry ho lavorato sino alla sua morte, abbiamo anche portato il suo lavoro ai cantieri della Zisa a Palermo, aprendo il primo capannone del comprensorio. Poi c’è stato il rientro a Gibellina, da dove facevo il produttore per altri artisti, quindi il rientro in Italia”. Parentesi romana da 2006 al 2010 e quindi di nuovo a Gibellina dove lavora sul Cretto ma non solo: “Sto facendo una ricerca sulla Sicilia occidentale”. Diventerà un atlante di quel territorio bellissimo.

Foto Olivier Metzger

Nicolò Stabile: il centro del mondo? Gibellina

di Chiara Dino

L’incipit è dolce: “Invecchiare è sempre un privilegio” dice Nicolò Stabile. Non che sia vecchio, ha 52 anni, ma ha vissuto come un gatto, tante vite. Via dalla Sicilia nel 1989, di nuovo in Sicilia nel 2000. Una Sicilia che è mondo: Gibellina, cuore del terremoto in Belìce del’68 e dunque cuore di un progetto visionario: quello di Ludovico Corrao, geniale e controverso sindaco (dal 1970 al 1994) della città del Cretto di Burri, delle Orestiadi e di decine di progetti culturali. Precisare i luoghi dei suoi natali non è un dettaglio secondario, perché tutta la vita di Nicolò, compresa la scelta di lasciare la Sicilia ma in fondo di non lasciarla mai, si spiega con queste parole: “Sono nato nella città del terremoto, ho vissuto l’esperienza delle baracche e il sogno di Corrao. E oggi sono tornato qui per cercare di dare compimento a quel sogno”.

Nel cinquantesimo dal terremoto, con un piano di restauro del Cretto in corso, Nicolò fa base a Gibellina da dove ha mobilitato un gruppo di intellettuali, da Bob Wilson a Renzo Piano, perché la sua città dia pienezza all’intento primigenio di Burri: che quell’opera – un sudario di cemento steso sui ruderi, ispirato al sistema viario e urbanistico della città distrutta – immaginava dovesse interagire con la gente. “Sto lavorando perché ogni anno la popolazione del mio paese si occupi della manutenzione del Cretto, imbiancandolo, puntellandolo.

Un lavoro di riappropriazione della memoria, un modo di elaborare quel lutto in cui credo molto”. Negli undici anni in cui è stato via Nicolò ha in fondo preparato tutto ciò: è stato prima a Roma “per studiare arte contemporanea”. Poi a Bruxelles: “Un ritorno dopo l’Erasmus che si è prolungato per anni durante i quali ho lavorato come traduttore, promotore anche in Italia di “Anversa capitale della Cultura”, produttore anche di Thierry Salmon che avevo incontrato a Gibellina nell’88 per “Le Troiane”. Con Thierry ho lavorato sino alla sua morte, abbiamo anche portato il suo lavoro ai cantieri della Zisa a Palermo, aprendo il primo capannone del comprensorio. Poi c’è stato il rientro a Gibellina, da dove facevo il produttore per altri artisti, quindi il rientro in Italia”. Parentesi romana da 2006 al 2010 e quindi di nuovo a Gibellina dove lavora sul Cretto ma non solo: “Sto facendo una ricerca sulla Sicilia occidentale”. Diventerà un atlante di quel territorio bellissimo.

Il leggendario chiosco dei Beati Paoli

C’è un antico baracchino al Capo di Palermo che affonda le sue origini nella leggenda e nei misteri degli uomini incappucciati. Ma è anche retaggio di storie e mestieri siciliani ancora affascinanti

di Alli Traina

Al Capo, in piazza Beati Paoli, si trova l’Antico chiosco di don Pidduzzo, chiamato anche “dei Beati Paoli”. Ascoltare da Salvatore Marrone le vicende che ne caratterizzano l’origine vuol dire compiere meravigliosi salti temporali. La storica rivendita ricorda due storie opposte. La prima è quella dei Beati Paoli, la leggendaria setta di giustizieri incappucciati resa celebre dai racconti di Luigi Natoli scritti sotto lo pseudonimo di William Galt. I Beati Paoli potevano scomparire all’improvviso e riapparire in diverse parti della città grazie a un articolato sistema di passaggi che conducevano nel sottosuolo cittadino. Il loro tribunale segreto e sotterraneo si trova proprio sotto la rivendita di Marrone.

L’altro nome del chiosco racconta una storia minore ma altrettanto affascinante: quella dell’acqua e dei suoi mestieri. L’acqua è sempre stata un bene prezioso per i palermitani soprattutto quando, fino agli inizi del Novecento, le case non erano dotate di un sistema idrico adeguato. Per bere acqua fresca si doveva cercare l’”acquaiolu” o “acquavitaru”, un ambulante che girava di strada in strada con una caraffa di terracotta, dei bicchieri e una bottiglia di zammù che gli permetteva di fornire la sua specialità: acqua fresca con anice. Bastavano un paio di gocce per rendere la bevanda doppiamente dissetante. Gli acquaioli impararono col tempo a portare in giro con loro un tavolino, “’u tavuliddu”, decorato con colori e motivi simili a quelli dei carretti siciliani e con fiori e frutta. Si dotarono di bicchieri di vetro e sottobicchieri di rame. A volte avevano anche sedie e lampioncini da usare quando faceva buio. La versione moderna è costituita oggi dai venditori di acqua e sciroppi che rispuntano durante le feste – il Festino di Santa Rosalia soprattutto – con le loro rivendite ambulanti coloratissime e dipinte a mano.

Il Capo era il fulcro di questa attività: vicino via S. Agostino esistevano il vicolo e il cortile degli Acquavitari, dove abitavano molti venditori di acquavite e acqua fresca. Lì nel 1730 costruirono la loro chiesa dedicata alla Madonna della Grazia. Quando gli acquaioli divennero stanziali nacquero le tavole d’acqua: un bancone di marmo all’aperto su cui erano sistemati fiori e frutta. Si servivano diverse bevande, dalle spremute di agrumi fino all’acqua con il bicarbonato e c’erano due rubinetti, uno per servire l’acqua fredda e l’altro per lavare i bicchieri.

Il chioschetto di piazza Beati Paoli racconta tutto questo: la tavola d’acqua di Giuseppe Di Pasquale detto don Pidduzzo, uno dei più celebri acquaioli della città, è ancora ben visibile con i suoi due rubinetti e la frutta che l’adorna. Oggi è inglobata nel più ampio Antico chiosco di don Pidduzzo o dei Beati Paoli gestito dai nipoti e dal genero, Salvatore Marrone. I tavolini si sono moltiplicati e nelle giornate estive riempiono la piazza, ma i segreti necessari per preparare le bevande dissetanti e digestive rimangono gli stessi, un segreto di famiglia tramandato da generazioni. In vendita anche acque con sciroppi, spremute di agrumi, gassosa, birra e ogni tipo di liquore, dallo zibibbo al moscato. Esposta sotto l’insegna del chiosco, c’è la foto di don Pidduzzo, ritratto negli anni’50 mentre serve una bibita dietro la sua tavola d’acqua.

C’è un antico baracchino al Capo di Palermo che affonda le sue origini nella leggenda e nei misteri degli uomini incappucciati. Ma è anche retaggio di storie e mestieri siciliani ancora affascinanti

di Alli Traina

Al Capo, in piazza Beati Paoli, si trova l’Antico chiosco di don Pidduzzo, chiamato anche “dei Beati Paoli”. Ascoltare da Salvatore Marrone le vicende che ne caratterizzano l’origine vuol dire compiere meravigliosi salti temporali. La storica rivendita ricorda due storie opposte. La prima è quella dei Beati Paoli, la leggendaria setta di giustizieri incappucciati resa celebre dai racconti di Luigi Natoli scritti sotto lo pseudonimo di William Galt. I Beati Paoli potevano scomparire all’improvviso e riapparire in diverse parti della città grazie a un articolato sistema di passaggi che conducevano nel sottosuolo cittadino. Il loro tribunale segreto e sotterraneo si trova proprio sotto la rivendita di Marrone.

L’altro nome del chiosco racconta una storia minore ma altrettanto affascinante: quella dell’acqua e dei suoi mestieri. L’acqua è sempre stata un bene prezioso per i palermitani soprattutto quando, fino agli inizi del Novecento, le case non erano dotate di un sistema idrico adeguato. Per bere acqua fresca si doveva cercare l’”acquaiolu” o “acquavitaru”, un ambulante che girava di strada in strada con una caraffa di terracotta, dei bicchieri e una bottiglia di zammù che gli permetteva di fornire la sua specialità: acqua fresca con anice. Bastavano un paio di gocce per rendere la bevanda doppiamente dissetante. Gli acquaioli impararono col tempo a portare in giro con loro un tavolino, “’u tavuliddu”, decorato con colori e motivi simili a quelli dei carretti siciliani e con fiori e frutta. Si dotarono di bicchieri di vetro e sottobicchieri di rame. A volte avevano anche sedie e lampioncini da usare quando faceva buio. La versione moderna è costituita oggi dai venditori di acqua e sciroppi che rispuntano durante le feste – il Festino di Santa Rosalia soprattutto – con le loro rivendite ambulanti coloratissime e dipinte a mano.

Il Capo era il fulcro di questa attività: vicino via S. Agostino esistevano il vicolo e il cortile degli Acquavitari, dove abitavano molti venditori di acquavite e acqua fresca. Lì nel 1730 costruirono la loro chiesa dedicata alla Madonna della Grazia. Quando gli acquaioli divennero stanziali nacquero le tavole d’acqua: un bancone di marmo all’aperto su cui erano sistemati fiori e frutta. Si servivano diverse bevande, dalle spremute di agrumi fino all’acqua con il bicarbonato e c’erano due rubinetti, uno per servire l’acqua fredda e l’altro per lavare i bicchieri.

Il chioschetto di piazza Beati Paoli racconta tutto questo: la tavola d’acqua di Giuseppe Di Pasquale detto don Pidduzzo, uno dei più celebri acquaioli della città, è ancora ben visibile con i suoi due rubinetti e la frutta che l’adorna. Oggi è inglobata nel più ampio Antico chiosco di don Pidduzzo o dei Beati Paoli gestito dai nipoti e dal genero, Salvatore Marrone. I tavolini si sono moltiplicati e nelle giornate estive riempiono la piazza, ma i segreti necessari per preparare le bevande dissetanti e digestive rimangono gli stessi, un segreto di famiglia tramandato da generazioni.

In vendita anche acque con sciroppi, spremute di agrumi, gassosa, birra e ogni tipo di liquore, dallo zibibbo al moscato. Esposta sotto l’insegna del chiosco, c’è la foto di don Pidduzzo, ritratto negli anni’50 mentre serve una bibita dietro la sua tavola d’acqua.

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