Quel vicolo dove nacque il padre di Frank Sinatra

La famiglia di “The Voice” si trasferì alla fine dell’Ottocento da Lercara Friddi nel capoluogo per poi imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti

di Emanuele Drago*

C’è un quartiere a Palermo che fa da cerniera ai rioni di Romagnolo e di Brancaccio e che si dipana lungo la strada che era la naturale prosecuzione, extra moenia, di via Garibaldi (un tempo nota come via Porta Thermarum). Stiamo parlando della lunga strada da cui i Mille, guidati dall’eroe dei due mondi, ebbero accesso alla città; appunto, del corso dei Mille e del quartiere chiamato Settecannoli.

La chiesa del Santissimo Salvatore in corso dei Mille

La zona, anticamente, era ricca di sorgenti, tant’è che, ancora oggi, oltre ai numerosi mulini che servivano alla molatura del sale, si possono scorgere, seppur nascoste tra le strette stradine, delle antiche strutture che fungevano da lavatoi pubblici. Uno di questi lavatoi si trova ancora sul retro della chiesa del Santissimo Salvatore, in via Cirrincione. Subito oltre la chiesa v’era una locanda, conosciuta come “Musica d’Orfeo”, che diede il toponimo alla zona, in quanto presentava all’esterno un affresco in cui era ritratto il poeta Orfeo con la lira. Inoltre, sotto l’immagine, v’era anche un pubblico abbeveratoio con sette “cannoli” (termine che in siciliano significa fontane). Fu proprio in seguito allo spostamento del corso del fiume Oreto che il quartiere si espanse. Ma il rione era anche conosciuto per via di una pietanza che lo aveva reso celebre, un piatto povero che veniva preparato soffriggendo la zucca rossa, insieme all’aglio e all’aceto: il cosiddetto “fegato dei Settecannoli”. D’altro canto, non è la prima volta che le classi più umili della città facevano di necessità virtù, trasformando i variegati ingredienti di cui disponeva la cucina mediterranea in nuove gustose pietanze.

Frank Sinatra

A proposito del quartiere Settacannoli, appare sorprendente ciò che recentemente è stato scoperto. Infatti, proprio in vicolo Musica d’Orfeo, che un tempo faceva parte della tortuosa via Settecannoli, esattamente all’allora civico 591 nacque Antonino Sinatra, il padre di “The Voice”, il grande Frank Sinatra. La scoperta è stata fatta all’ufficio anagrafe di Palermo, ed ha definitivamente fatto chiarezza su una diatriba durata parecchi anni. Quindi, contrariamente a quanto si è creduto fino a pochi anni fa, il padre di Frank Sinatra non era originario di Palagonia.

Vicolo Musica d’Orfeo a Settecannoli

La falsa origine catanese è stata svelata agli inizi del duemila da due giornalisti irlandesi, Anthony Summers e Robbyn Swan, quando, dovendo scrivere una biografia sul mitico Frank, scoprirono nei registri di Ellis Island l’origine lercarese del nonno. Ma non contenti di quanto avevano svelato, i due ricercatori irlandesi si recarono a Lercara e, grazie all’aiuto dello storico Nicolò Sangiorgio, oltre a visionare il certificato di matrimonio dei nonni di Frank, appresero un’altra notizia: che alla fine dell’Ottocento tutta quanta la famiglia Sinatra si era trasferita nel capoluogo dell’Isola. 

Certificato di nascita di Antonino Sinatra

Non passò molto che dal Comune di Palermo venne fuori l’estratto di nascita di tre dei cinque figli di Francesco Sinatra, il nonno calzolaio di “The Voice”. Ebbene, nel certificato anagrafico si evinceva che uno dei tre, ovvero Antonino – il padre di Frank Sinatra – era nato a Settecannoli il 4 maggio del 1894. Per la verità, quella di Antonino a Palermo dovette essere una permanenza breve e tormentata, se è vero che un bel giorno, ancora giovanissimo, decise d’imbarcarsi con moglie e i figli alla volta dell’America.

*Docente e scrittore

Mestieri da tutelare: nasce il museo del lattoniere

A Chiaramonte Gulfi inaugurato uno spazio espositivo, sede di laboratori con docenti e studenti, dedicato allo storico stagnaio Rosario Bentivegna

di Redazione

Un mestiere antico che rischia di sparire si consegna nelle mani delle nuove generazioni. L’arte della lattoneria, ovvero la lavorazione di lamiere metalliche da trasformare in oggetti per usi più disparati, ha adesso il suo museo. Si trova a Chiaramonte Gulfi, borgo del Ragusano, ed è stato inaugurato pochi giorni fa dall’amministrazione comunale. Si tratta di un laboratorio-museo dedicato alla figura del lattoniere, o stagnaio, e si va ad aggiungere agli altri dieci dieci musei che sono stati realizzati nel Comune ibleo negli ultimi anni. L’iniziativa fa parte del progetto “Botteghe dei mestieri”, promosso dall’amministrazione comunale e presentato al Teatro Sciascia prima dell’inaugurazione del museo.

La presentazione del progetto “Botteghe dei mestieri” (foto da Facebook)

Il museo si trova nell’antico quartiere San Giovanni, vicino all’Arco dell’Annunziata, ed è dedicato a Rosario Bentivegna, storico lattoniere siciliano, nato nel 1922, che possedeva una piccola bottega nella cittadina, in via Corallo. Lo spazio, che nasce grazie al sostegno del geometra Nannino Pulichino, benefattore e amante della città che ne ha finanziato l’allestimento, raccoglie una straordinaria collezione di piccoli e grandi oggetti d’arte lavorati artigianalmente da Bentivegna e donati dalla sorella Angelina.

Oggetti esposti nel museo (foto da Facebook)

Una collezione di piccoli e grandi oggetti d’arte che adesso diventano focus centrale dell’esposizione all’interno del laboratorio-museo che verrà animato settimanalmente dai docenti del liceo artistico Carducci di Comiso pronti a coinvolgere i ragazzi della terza media dell’istituto Serafino Amabile Guastella di Chiaramonte Gulfi per la fase di orientamento scolastico in vista della scelta di un indirizzo professionalizzante. A curare la progettazione e l’allestimento è stato Raffaele Catania, con la supervisione di Iano Catania, mentre l’ingegnere Giovanni Ravalli ha contribuito all’individuazione del sito e della logistica.

Sebastiano Gurrieri (foto da Facebook)

“Un piccolo museo che non sarà statico ma vivo grazie al coinvolgimento dei giovani – spiega il sindaco Sebastiano Gurrieri – . Un progetto che fa parte del nostro programma elettorale e che ha diverse finalità, sia quella culturale che sociale. Non a caso nasce in un quartiere centrale del nostro Comune che sarà oggetto di riqualificazione anche attraverso il nuovo piano regolatore generale che è in dirittura d’arrivo. Un’operazione complessiva che guarda al culto della bellezza che non è il nostalgico ricordo delle cose passate ma la consapevolezza che solo difendendo le nostre tradizioni e il patrimonio che ne è derivato, potremo trovare nuove energie per il futuro. Con questo nuovo laboratorio-museo – conclude il primo cittadino – stiamo riportando l’arte nel cuore della città e con l’apertura di questo giacimento culturale, abbiamo rafforzato ed arricchito l’identità estetica e civile di Chiaramonte Gulfi”.

La Palermo degli Ahrens, dagli anni d’oro alla diaspora

La storia della famiglia ebreo-tedesca, raccontat a nel libro “La luce è là” di Agata Bazzi, è stata ripercorsa in quella che un tempo era la loro dimora e da qualche anno è sede della Dia

di Antonio Schembri

Mezzo secolo, anno più anno meno. È la stagione compresa tra la fine dell’Ottocento e gli anni ‘30 del Novecento, quando la follia del nazifascismo toccò il culmine in Italia col varo delle leggi razziali, in cui Palermo, città di corti e di governi, visse la sua prolifica e mai più riaffacciatasi stagione industriale. Grandi famiglie, tutte arrivate da fuori, vi trovarono terreno fertile per svariate attività produttive, poi devastate o spinte verso il declino dalle bombe della Seconda Guerra mondiale.

Johanna Benjamin e Albert Ahrens

Dai Florio ai Ducrot, passando per la lunga cordata britannica capitanata dai Whitaker, gli Ingham e i Woodhouse. Ma a trapiantarsi nella terra “chiave di tutto”, come la cantò Goethe fu anche una famiglia ebreo-tedesca, gli Ahrens. La loro residenza, Villa Ahrens appunto, grande baglio situato a fianco della Villa Adriana nel quadrante nord di Palermo, fu una delle più belle e vivaci tra quelle che punteggiavano la piana dei Colli in quegli anni. Durante il regime fascista venne requisita dal governo e oggi, dopo un restauro che le ha riconsegnato l’antico fascino, è la sede palermitana della Dia (Direzione investigativa antimafia). Con le leggi razziali, la famiglia Ahrens la abbandonò, per sparpagliarsi in mezza Europa e non solo.

A ricostruire il mondo che ha pulsato dentro questa dimora e che ha incrociato una congiuntura politica, una situazione economica e un clima culturale particolarissimi per Palermo, è “La Luce è là”, libro scritto da Agata Bazzi, discendente della famiglia. Una saga in cui le vicende personali dei componenti di questa dinastia produttiva si mescolano con la storia. “È di fatto un libro sulla città, osservata in un periodo riguardo al quale, ancora oggi, non si scioglie il dubbio se quel suo creativo e transitorio sviluppo industriale sia stato determinato dall’arrivo di famiglie straniere con tanto di capitali da investire; oppure dal fatto che industriale Palermo in quegli anni lo fosse già, al punto da calamitare quelle famiglie da diverse zone d’Europa”, considera l’autrice, che di mestiere fa l’urbanista pubblico e che anni fa ricoprì la carica di assessore comunale.

Questione aperta e avvincente, nella quale Palermo emerge anche sotto aspetti meno conosciuti. A fine Ottocento, il capoluogo siciliano fu infatti centro di intrighi e complotti: “Chi poteva immaginare – dice Bazzi – che Mata Hari, la conturbante spia, fosse arrivata fin qui, così come i Rothschild, il Kaiser Guglielmo II e tante altre personalità della politica e della cultura internazionale. Tutti approdati a Palermo non certo per il sole e per il mare, ma per avviare complotti e stringere alleanze determinanti per la costruzione della storia d’Europa”.

Un momento della presentazione del libro

Il libro di Agata Bazzi, presentato ieri nel corso di una animata conferenza, narra la storia di una famiglia che origina da un pragmatico e promettente “Ja”: fu la risposta affermativa, fatta pervenire per telegramma dalla Germania dall’avvenente Johanna Benjamin a Albert Ahrens, giovane e intraprendente ebreo che le propose il matrimonio da Palermo, dove era arrivato per conto proprio come emigrante dalla regione di Amburgo, in cui sin da giovanissimo lavorava in una fabbrica di bottoni.

“Albert era un uomo di grande curiosità intellettuale e capacità manageriale diremmo oggi”, racconta il nipote Gabriele “Gabì” Morello, noto economista, oggi novantunenne, fondatore dell’Isida e una lunga trafila di consulenze per capi di governo di diversi stati, inclusa Cuba, dove Fidel Castro lo invitò a animare la cattedra di economia all’Università dell’Avana. A Palermo Ahrens arrivò spinto proprio dalle suggestioni letterarie di Goethe e impiantò una fiorente fabbrica di mobili, non solo in stile Biedermeier ma anche di oggetti innovativi. “Si deve a lui l’invenzione della sedia a sdraio”, tiene a precisare Morello. Ma, riprende Agata Bazzi, “fece sviluppare anche una produzione di tessuti e, come altre grandi famiglie siciliane, di vino, a cui aggiunse anche un’agenzia di cambio e una compagnia d’assicurazioni. Ma si dedicò anche all’attività diplomatica, come console dell’Uruguay”.

Villa Ahrens

Il libro trae il titolo dalla frase Lik dör, la Luce è là, iscritta sulla facciata della villa. A ispirare la scrittrice “è stato soprattutto il ritrovamento di un diario di famiglia, conservato dallo zio Gabì, pieno di racconti vergati in tedesco e yiddish”. La saga familiare che ne è venuta fuori fotografa una Palermo operosa e prospera, ormai cancellata dal tempo e in cui fondamentale fu il ruolo delle figure femminili della famiglia Ahrens: oltre all’intrepida Johanna, chiamata vezzeggiativamente Hänschen (Annuccia), saggia costruttrice di fortuna accanto al marito, le sei figlie e i due figli maschi morti giovani. Un piccolo mondo a trazione femminile, quindi, di donne di carattere e grande sensibilità nel cogliere le direzioni della società e nel governare, sull’esempio del padre, gli affari familiari, unite attorno a valori come coraggio, dignità, rigore e speranza.

Il mondo di questa famiglia ebrea fu sempre a stretto contatto con la popolazione di Palermo. Per volere di donna Johanna, molto attiva sul fronte della beneficienza, i cancelli della villa rimanevano aperti ogni giovedì per accogliere e sfamare la povera gente. Quando morì, a 105 anni, al suo funerale c’erano migliaia di persone, in larga parte del popolo. “Sebbene la diaspora ci abbia sparpagliati un po’ dappertutto, tra Parigi, Berlino, in Inghilterra a Newcastle, mentre in Italia soprattutto a Milano e a Savona, rimaniamo unitissimi”, dice Bazzi.

“C’è addirittura un componente della nostra famiglia che raggiunse la Cina per integrarvisi al punto da non tornare più in Europa e far perdere le tracce: vorremmo ritrovarlo”, conclude Morello. Ebrei erranti, ma anche intimamente palermitani. Oggi da dentro la Villa Ahrens, si inseguono prove per sgretolare la mafia. Ma tra i giardini e le mura degli ex appartamenti padronali e delle scuderie, la prova della cultura di questa famiglia e il suo contributo alla storia di Palermo non smette di aleggiare.

La mattanza di Favignana secondo lo storico tonnaroto

Clemente Ventrone, ex vice rais, racconta i segreti della pesca del tonno, quando le reti sono tornate a calare nell’isola più grande delle Egadi

di Maria Laura Crescimanno

Alle 8 del mattino un’insolita calma di fine maggio aleggia nella piazzetta Europa di fronte al municipio di Favignana, la più grande delle isole Egadi, sede dell’Area marina protetta. L’ultima tonnara è stata calata proprio in queste settimane dall’azienda trapanese Nino Castiglione nel canale di mare tra Favignana e Levanzo, grazie ad un ampliamento della quota tonno andata indivisa a Sicilia e Sardegna, assegnata dalla direzione generale per la Pesca Marittima del Ministero per il sistema delle tonnare fisse. Diritto che l’isola di Favignana aveva perso dal 2017.

I tonnaroti di Favignana

L’antico sistema di tunnel e reti, che sembrava relegato all’esposizione museale, inizia ad attirare i primi grossi tonni. Solo un paio sino ad ora, tra i 70 e gli 80 chili, sono già stati venduti nelle pescherie dell’isola, per la gioia dei primi turisti, come ci conferma lo stesso Castiglione. Ma sulla possibile mattanza di giugno tra i pescatori c’è molto scetticismo. Potrebbe come da tradizione avvenire entro la seconda settimana di giugno all’ordine del rais Salvatore Spadaro, oppure potrebbe, per diversa decisione imprenditoriale non avvenire affatto. Un bagno di sangue, in cui i tonni già stremati nella camera della morte sono stati per secoli arpionati a morte dai tonnaroti, un rituale che potrebbe non essere più gradito perfino ai turisti sull’isola.

Clemente Ventrone, ex vice rais, 74 anni, di mattanze ne ha fatte più di quaranta. È sempre lì, tra il porto e la camparìa, dove si lavora alle reti, pronto a raccontare sotto la coltre dei suoi capelli bianchi, ritornando ai bei tempi delle grandi mattanze perdute degli anni ’80. Mentre il film documentario sulla sua vita romanzata, sconvolta dalla presenza di un cadavere di extracomunitario tirato su nelle reti, “Rosso” (regia del giovane trapanese Antonio Messana) è stato selezionato per la Cinefoundation del festival di Cannes. Segno che i tempi sono davvero cambiati.

Clemente Ventrone

Clemente, pensi che la mattanza si rifarà? E ti pare il caso, oggi nel 2019 di fronte ai gravi problemi che affliggono il Mediterraneo?

“Stiamo vivendo in questi giorni sull’isola una questione davvero critica. Un imprenditore che decide di riportare in mare un sistema di pesca antico di millenni, senza avere nessuna sicurezza sul ritorno economico d’impresa. In queste settimane, sono coinvolte in mare almeno cinque grosse barche tra vascelli, muciare e barche a guadare, in tutto sono forse al lavoro 40 tonnaroti. Dall’altro lato, gli ambientalisti si sono già espressi contro l’ipotesi di fare mattanza, oggi non si vogliono più vedere né sangue né arpioni, ma si dimentica che il tonno rosso di mattanza delle Egadi è stato nei secoli considerato il numero uno perché era già naturalmente dissanguato. I grossi tonni da 200, 300 chili, che arrivavano già stremati nella camera della morte, andavano arpionati, solo così la carne era perfettamente commestibile. I tonni più piccoli da 30 o 40 chili, a discrezione del rais, si lasciavano uscire dalle reti, perché la tonnara fissa era realmente una forma di pesca in equilibrio con la natura”.

Ma il tonno, che ha creato la civiltà marinara del Mediterraneo sin dalla comparsa dell’uomo, c’è ancora abbondante nei nostri mari?

Tonnaroti si preparano alla pesca

Forse sarebbe meglio raccontarne la storia ai turisti o nei musei e combattere con più risorse la pesca illegale?

“Non si può escludere che questa operazione richiami l’attenzione e gli interessi dei giapponesi che preferiscono il nostro tonno rosso e vengono a pescarselo. Il tonno nei nostri mari c’è, e resta il migliore, anche se corre grossi pericoli. Intanto ai turisti raccontiamo le epoche passate, quando in tonnara entravano tremila tonni in due mesi, ed insegniamo come gustarlo al meglio: lavato in acqua per mezz’ora, scottato in padella e condito con un salmoriglio di erbe fresche e sale di salina”.

Il restauratore di tappeti arrivato dalla Persia

Iraniano, Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta, da studente di Architettura. Alle sue sapienti mani sono stati affidati gli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E tra i suoi clienti affezionati c’è stato anche il presidente Sergio Mattarella

di Laura Grimaldi

L’arte di restaurare i tappeti l’ha imparata da piccolo nelle botteghe artigiane di Rasht, la città sulle rive del mar Caspio dove è nato. “Lo facevo per impiegare il tempo durante le vacanze estive al termine della scuola” – racconta in un ottimo italiano Ataollah Shahidi (Ata per tutti). Un’arte che ha messo a frutto più tardi per mantenersi all’Università, frequentata in Italia dopo aver lasciato il suo Paese, la Persia, oggi Iran.

È uno spettacolo osservare le sue mani mentre restaura antichi tappeti. Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta da studente di Architettura. Oggi è sposato con Soodabeh Behjat, hanno due figli, Kian 19 anni e Shian di 17, il primo studente universitario e l’altro liceale. Nel 2015, Ata e la moglie, sua preziosa collaboratrice, hanno inaugurato una nuova stagione della loro attività artigianale e commerciale tra via Vittorio Emanuele e piazza Borsa, nel centro storico di Palermo, al piano terra dell’antico Palazzo Napolitano-Isnello.

Non potevano scegliere giorno migliore del 21 marzo, primo giorno di primavera e anche del Nowruz, il Capodanno persiano (o iraniano), che in lingua farsi significa nuovo giorno, un nuovo inizio, una nuova vita. Da allora, ogni anno in occasione del Nowruz, Ata e sua moglie Soodabeh aprono il loro negozio/laboratorio alla città che anni fa li ha accolti. Una settimana i preparativi per una grande festa tra musica, aromi e sapori della cucina tradizionale persiana.

Diversi Paesi, in Medio Oriente, nell’Asia centrale e meridionale riconoscono questa giornata come festa nazionale. Una ricorrenza antica radicata nello zoroastrismo, religione persiana più antica del Cristianesimo e dell’Islam. Sono 1397 gli anni trascorsi da quando Maometto lasciò la Mecca e raggiunse Medina dando origine alla religione islamica, nel 622 dopo Cristo. Un giorno di festa preceduto da una settimana di preparativi.

Ci sono voluti tre anni di restauri, sotto la stretta sorveglianza della Sovrintendenza ai Beni culturali, per restituire anche alla città i locali al piano terra di Palazzo Napolitano-Isnello, in cui visse a metà Ottocento Michele Amari. Curiosa coincidenza che farebbe sorridere persino “lo storico della guerra del vespro e dei musulmani di Sicilia”, come recita una targa affissa al prospetto. A due passi da via del Parlamento dove Ata Shahidi ha abitato da studente.
Nei trecento metri quadri suddivisi su due livelli si restaura e si organizzano corsi finalizzati alla conoscenza e all’acquisto consapevole dei tappeti orientali.

Per la sua lunga esperienza, ad Ata Shahidi è stato affidato in passato il recupero dei tappeti e la pulizia degli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E sottovoce come per pudore, dice che tra i suoi clienti più affezionati c’è stato anche l’onorevole Sergio Mattarella prima della sua elezione a Presidente della Repubblica.

Iraniano, Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta, da studente di Architettura. Alle sue sapienti mani sono stati affidati gli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E tra i suoi clienti affezionati c’è stato anche il presidente Sergio Mattarella

di Laura Grimaldi

L’arte di restaurare i tappeti l’ha imparata da piccolo nelle botteghe artigiane di Rasht, la città sulle rive del mar Caspio dove è nato. “Lo facevo per impiegare il tempo durante le vacanze estive al termine della scuola” – racconta in un ottimo italiano Ataollah Shahidi (Ata per tutti). Un’arte che ha messo a frutto più tardi per mantenersi all’Università, frequentata in Italia dopo aver lasciato il suo Paese, la Persia, oggi Iran.

È uno spettacolo osservare le sue mani mentre restaura antichi tappeti. Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta da studente di Architettura. Oggi è sposato con Soodabeh Behjat, hanno due figli, Kian 19 anni e Shian di 17, il primo studente universitario e l’altro liceale. Nel 2015, Ata e la moglie, sua preziosa collaboratrice, hanno inaugurato una nuova stagione della loro attività artigianale e commerciale tra via Vittorio Emanuele e piazza Borsa, nel centro storico di Palermo, al piano terra dell’antico Palazzo Napolitano-Isnello.

Non potevano scegliere giorno migliore del 21 marzo, primo giorno di primavera e anche del Nowruz, il Capodanno persiano (o iraniano), che in lingua farsi significa nuovo giorno, un nuovo inizio, una nuova vita. Da allora, ogni anno in occasione del Nowruz, Ata e sua moglie Soodabeh aprono il loro negozio/laboratorio alla città che anni fa li ha accolti. Una settimana i preparativi per una grande festa tra musica, aromi e sapori della cucina tradizionale persiana.

Diversi Paesi, in Medio Oriente, nell’Asia centrale e meridionale riconoscono questa giornata come festa nazionale. Una ricorrenza antica radicata nello zoroastrismo, religione persiana più antica del Cristianesimo e dell’Islam. Sono 1397 gli anni trascorsi da quando Maometto lasciò la Mecca e raggiunse Medina dando origine alla religione islamica, nel 622 dopo Cristo. Un giorno di festa preceduto da una settimana di preparativi.

Ci sono voluti tre anni di restauri, sotto la stretta sorveglianza della Sovrintendenza ai Beni culturali, per restituire anche alla città i locali al piano terra di Palazzo Napolitano-Isnello, in cui visse a metà Ottocento Michele Amari. Curiosa coincidenza che farebbe sorridere persino “lo storico della guerra del vespro e dei musulmani di Sicilia”, come recita una targa affissa al prospetto. A due passi da via del Parlamento dove Ata Shahidi ha abitato da studente.
Nei trecento metri quadri suddivisi su due livelli si restaura e si organizzano corsi finalizzati alla conoscenza e all’acquisto consapevole dei tappeti orientali.

Per la sua lunga esperienza, ad Ata Shahidi è stato affidato in passato il recupero dei tappeti e la pulizia degli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E sottovoce come per pudore, dice che tra i suoi clienti più affezionati c’è stato anche l’onorevole Sergio Mattarella prima della sua elezione a Presidente della Repubblica.

Franzella e Tripi, i pionieri del souvenir

Da una minuscola “Boutique del regalo” è nato il primo negozio di souvenir, dove ha fatto tappa anche Lucio Dalla. E dove fare un viaggio nel tempo

di Alessandra Turrisi

Quando intuì che i visitatori della Valle dei templi non avrebbero resistito a portare via con loro un pezzettino di quel sogno millenario ammirato a occhi aperti, rifornì di oggettini-ricordo un carretto dei gelati con vista sul tempio della Concordia. In meno di una settimana andò a ruba merce per 100 mila lire e il gelataio mise su la prima bancarella di souvenir. Erano i primissimi anni Settanta, ma Damiano Franzella aveva visto lungo e, complice la creatività artistica della moglie Angela Tripi (ceramista di fama nell’ambito dei presepi soprattutto), può ben definirsi il “pioniere dei souvenir”. Incontrarlo nel suo negozio storico di corso Vittorio Emanuele 450, a Palermo, incastonato nel cinquecentesco palazzo Castrone-Santa Ninfa, è come trovarsi davanti a una macchina del tempo, capace di far rivivere l’atmosfera di cinquant’anni fa, quando l’entusiasmo del giovane commerciante, unito al gusto della bellezza, fece da motore a un’impresa che, tra alti e bassi, dura ancora oggi.

I paladini e i carretti siciliani, i ventagli e i tamburelli la fanno da padrone in quel negozio di fronte alla Cattedrale, ma non c’è oggetto di uso comune (un tappo, una mattonella, un portachiavi, un fazzoletto) che non sia diventato un piccolo portabandiera dei profumi e dei colori palermitani e siciliani. Damiano e Angela, nel 1969 rilevarono una minuscola “Boutique del regalo” e la trasformarono nel primo negozio di souvenir. Ogni disegno era originale, creato per un determinato prodotto, declinato con i soggetti caratteristici delle varie città dell’Isola, da Taormina a Cefalù, da Agrigento a Selinunte.

Una coppia indissolubile nel lavoro e nella vita, che ha sgranocchiato con orgoglio i confetti rivestiti d’oro lo scorso 5 giugno, festeggiando con i quattro figli (Giuseppe, Alessandro, Daniele e Loredana) e le rispettive famiglie. Anzi, proprio sul lavoro si conobbero negli anni Sessanta, quando Angela, poi diventata celebre e raffinata ceramista, entrò come dattilografa nello stesso negozio di tessuti a piazza Santa Cecilia, alla Fieravecchia, in cui stava facendo strada un giovanissimo Damiano. 

L’intraprendente fidanzato chiese un aumento, che non gli fu concesso, e decise di cambiare lavoro: cominciò a vendere corredi porta a porta nei paesi. Un’attività che pensò di far diventare residenziale cercando un locale a Palermo. “Era il 1969, in corso Vittorio Emanuele si cedeva un’attività di souvenir, dove si vendevano quattro cosette. Pensai di mettere su il mio negozio, ma c’erano troppi esercizi di corredi e tessuti nella zona e mi dissi: ma se lasciamo solo i souvenir? – racconta Damiano Franzella, 74 anni, nel suo ufficio sommerso di conti, raccoglitori di fatture, scatole e numeri – Mia moglie Angela si annoiava, cominciò a decorare tamburelli, aveva imparato da ragazza. Poi nei carrettini siciliani metteva le lucine. Io andavo nei paesi a vendere corredi e contemporaneamente chiedevo agli artigiani di realizzare piccoli oggetti a tema”.

Il resto lo fece Angela Tripi, decorando in maniera originale gli oggetti con soggetti delle varie località turistiche siciliane, poi nel 1972-73 decise di aprire un laboratorio di ceramica proprio nell’atrio del palazzo, che divenne un punto di riferimento per tutta la città. “Il primo ventaglio tipico siciliano, con decorazioni originali, l’ho fatto realizzare io – dice Damiano – prima erano quelli generici che venivano dalla Spagna. Fino a vent’anni fa i fornitori producevano i souvenir per me e io li vendevo in tutta la Sicilia”.

Tante persone famose hanno fatto capolino in questo negozio, magari passeggiando in incognito sul Cassaro. Lucio Dalla scelse uno scacciapensieri per portare con sé il suono della Trinacria. Damiano continua a lavorare dalla mattina alla sera, la concorrenza oggi è agguerrita, i prodotti cinesi si sono fatti largo del mercato, “ma io sono un Leone”.

 

(Foto di Salvatore Gravano)

Da una minuscola “Boutique del regalo” è nato il primo negozio di souvenir, dove ha fatto tappa anche Lucio Dalla. E dove fare un viaggio nel tempo

di Alessandra Turrisi

Quando intuì che i visitatori della Valle dei templi non avrebbero resistito a portare via con loro un pezzettino di quel sogno millenario ammirato a occhi aperti, rifornì di oggettini-ricordo un carretto dei gelati con vista sul tempio della Concordia. In meno di una settimana andò a ruba merce per 100 mila lire e il gelataio mise su la prima bancarella di souvenir. Erano i primissimi anni Settanta, ma Damiano Franzella aveva visto lungo e, complice la creatività artistica della moglie Angela Tripi (ceramista di fama nell’ambito dei presepi soprattutto), può ben definirsi il “pioniere dei souvenir”. Incontrarlo nel suo negozio storico di corso Vittorio Emanuele 450, a Palermo, incastonato nel cinquecentesco palazzo Castrone-Santa Ninfa, è come trovarsi davanti a una macchina del tempo, capace di far rivivere l’atmosfera di cinquant’anni fa, quando l’entusiasmo del giovane commerciante, unito al gusto della bellezza, fece da motore a un’impresa che, tra alti e bassi, dura ancora oggi.

I paladini e i carretti siciliani, i ventagli e i tamburelli la fanno da padrone in quel negozio di fronte alla Cattedrale, ma non c’è oggetto di uso comune (un tappo, una mattonella, un portachiavi, un fazzoletto) che non sia diventato un piccolo portabandiera dei profumi e dei colori palermitani e siciliani. Damiano e Angela, nel 1969 rilevarono una minuscola “Boutique del regalo” e la trasformarono nel primo negozio di souvenir. Ogni disegno era originale, creato per un determinato prodotto, declinato con i soggetti caratteristici delle varie città dell’Isola, da Taormina a Cefalù, da Agrigento a Selinunte.

Una coppia indissolubile nel lavoro e nella vita, che ha sgranocchiato con orgoglio i confetti rivestiti d’oro lo scorso 5 giugno, festeggiando con i quattro figli (Giuseppe, Alessandro, Daniele e Loredana) e le rispettive famiglie. Anzi, proprio sul lavoro si conobbero negli anni Sessanta, quando Angela, poi diventata celebre e raffinata ceramista, entrò come dattilografa nello stesso negozio di tessuti a piazza Santa Cecilia, alla Fieravecchia, in cui stava facendo strada un giovanissimo Damiano. 

L’intraprendente fidanzato chiese un aumento, che non gli fu concesso, e decise di cambiare lavoro: cominciò a vendere corredi porta a porta nei paesi. Un’attività che pensò di far diventare residenziale cercando un locale a Palermo. “Era il 1969, in corso Vittorio Emanuele si cedeva un’attività di souvenir, dove si vendevano quattro cosette. Pensai di mettere su il mio negozio, ma c’erano troppi esercizi di corredi e tessuti nella zona e mi dissi: ma se lasciamo solo i souvenir? – racconta Damiano Franzella, 74 anni, nel suo ufficio sommerso di conti, raccoglitori di fatture, scatole e numeri – Mia moglie Angela si annoiava, cominciò a decorare tamburelli, aveva imparato da ragazza. Poi nei carrettini siciliani metteva le lucine. Io andavo nei paesi a vendere corredi e contemporaneamente chiedevo agli artigiani di realizzare piccoli oggetti a tema”.

Il resto lo fece Angela Tripi, decorando in maniera originale gli oggetti con soggetti delle varie località turistiche siciliane, poi nel 1972-73 decise di aprire un laboratorio di ceramica proprio nell’atrio del palazzo, che divenne un punto di riferimento per tutta la città. “Il primo ventaglio tipico siciliano, con decorazioni originali, l’ho fatto realizzare io – dice Damiano – prima erano quelli generici che venivano dalla Spagna. Fino a vent’anni fa i fornitori producevano i souvenir per me e io li vendevo in tutta la Sicilia”.

Tante persone famose hanno fatto capolino in questo negozio, magari passeggiando in incognito sul Cassaro. Lucio Dalla scelse uno scacciapensieri per portare con sé il suono della Trinacria. Damiano continua a lavorare dalla mattina alla sera, la concorrenza oggi è agguerrita, i prodotti cinesi si sono fatti largo del mercato, “ma io sono un Leone”.

 

(Foto di Salvatore Gravano)

Le meraviglie di cera tra argenti e coralli

Luigi Arini, nella sua bottega nel centro storico di Palermo, realizza presepi e immagini sacre, ispirandosi ad antiche tradizioni seicentesche di cesellatura. In ogni singola opera, si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini

di Alessandra Turrisi

Il Bambinello dormiente, il San Giorgio che trafigge il drago, la Santuzza Patrona di Palermo vengono rigorosamente scolpiti a mano e coreografati con coralli, argenti e pietre, rendendo unica ogni singola opera. Come gli antichi bambinai, Luigi Arini realizza presepi e immagini sacre in cera e decorazioni preziose, mettendo insieme tre antiche tradizioni siciliane, la ceroplastica, l’arte del corallo e quella degli argenti. Domus Artis è un’impresa familiare a due passi da Casa Professa e Ballarò, che perpetua le antiche tecniche seicentesche di cesellatura e lucidatura della cera. Nella realizzazione di ogni singola opera l’officina d’arte si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini, dove furono stabiliti materiali, colori e simbologia per l’iconografia religiosa cristiana.

Nel piccolo laboratorio di via Nino Basile 6, Luigi e la moglie Tiziana, con pazienza, amore e sapiente cesellatura, danno vita a rappresentazioni della Sacra Famiglia e presepi, uova pasquali e capezzali, madonne e bambinelli di ogni foggia. I corpi e i visi non sono stati sottoposti a pittura, lavorazione che testimonia l’alta qualità delle rifiniture, del successivo lavoro di cesellatura e lucidatura della cera. La struttura viene arricchita con foglia oro, rametti di corallo, madreperla, turchese e perla. Alcune opere sono racchiuse in una campana di vetro che funge da protezione all’opera stessa.

Il precursore della ceroplastica siciliana è Gaetano Zummo (o Zumbo), siracusano della seconda metà del Seicento, un artista di grandissimo ingegno e di bizzarra fantasia, le cui opere esprimono una bellezza erotica, forme flessuose, il dramma dell’esistenza umana. In Sicilia i lavori in ceroplastica vengono eseguiti dai “cirari”, specializzati nell’esecuzione di figure a carattere religioso. Opere che iniziano ad avere carattere popolare ed entrano a far parte dell’arredo domestico. Gesù Bambino viene raffigurato dormiente, orante, benedicente con le braccia aperte e col cuore in mano, su culle, troni, altarini, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, a volte vestito di abiti di stoffe preziose e decorate con perline, fili d’oro e argento, finemente coreografati con addobbi floreali eseguiti con mollica di pane, dentro teche, campane di vetro e “scaffarate” o scarabattole.

Ma Arini è anche capace di recuperare situazioni disperate, come quei bambinelli che gli vengono portati ormai ridotti in mille pezzi, ma con pazienza e uso sapiente del calore possono tornare come nuovi.

Luigi Arini, nella sua bottega nel centro storico di Palermo, realizza presepi e immagini sacre, ispirandosi ad antiche tradizioni seicentesche di cesellatura. In ogni singola opera, si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini

di Alessandra Turrisi

Il Bambinello dormiente, il San Giorgio che trafigge il drago, la Santuzza Patrona di Palermo vengono rigorosamente scolpiti a mano e coreografati con coralli, argenti e pietre, rendendo unica ogni singola opera. Come gli antichi bambinai, Luigi Arini realizza presepi e immagini sacre in cera e decorazioni preziose, mettendo insieme tre antiche tradizioni siciliane, la ceroplastica, l’arte del corallo e quella degli argenti. Domus Artis è un’impresa familiare a due passi da Casa Professa e Ballarò, che perpetua le antiche tecniche seicentesche di cesellatura e lucidatura della cera. Nella realizzazione di ogni singola opera l’officina d’arte si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini, dove furono stabiliti materiali, colori e simbologia per l’iconografia religiosa cristiana.

Nel piccolo laboratorio di via Nino Basile 6, Luigi e la moglie Tiziana, con pazienza, amore e sapiente cesellatura, danno vita a rappresentazioni della Sacra Famiglia e presepi, uova pasquali e capezzali, madonne e bambinelli di ogni foggia. I corpi e i visi non sono stati sottoposti a pittura, lavorazione che testimonia l’alta qualità delle rifiniture, del successivo lavoro di cesellatura e lucidatura della cera. La struttura viene arricchita con foglia oro, rametti di corallo, madreperla, turchese e perla. Alcune opere sono racchiuse in una campana di vetro che funge da protezione all’opera stessa.

Il precursore della ceroplastica siciliana è Gaetano Zummo (o Zumbo), siracusano della seconda metà del Seicento, un artista di grandissimo ingegno e di bizzarra fantasia, le cui opere esprimono una bellezza erotica, forme flessuose, il dramma dell’esistenza umana. In Sicilia i lavori in ceroplastica vengono eseguiti dai “cirari”, specializzati nell’esecuzione di figure a carattere religioso. Opere che iniziano ad avere carattere popolare ed entrano a far parte dell’arredo domestico. Gesù Bambino viene raffigurato dormiente, orante, benedicente con le braccia aperte e col cuore in mano, su culle, troni, altarini, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, a volte vestito di abiti di stoffe preziose e decorate con perline, fili d’oro e argento, finemente coreografati con addobbi floreali eseguiti con mollica di pane, dentro teche, campane di vetro e “scaffarate” o scarabattole.

Ma Arini è anche capace di recuperare situazioni disperate, come quei bambinelli che gli vengono portati ormai ridotti in mille pezzi, ma con pazienza e uso sapiente del calore possono tornare come nuovi.

Quel design nato dal calore del Sud

Francesca Gattello, veronese, si è trasferita a Palermo dove ha creato, ai cantieri Culturali della Zisa, uno spazio di coworking speciale, dedicato agli artigiani del mondo

di Chiara Dino

“Qui mi danno tutti del lei e mi chiamano signora”. Sorride incredula Francesca Gattello, 31 anni, veronese. Si è trasferita a Palermo da pochi mesi col suo compagno, richiamata da quel melting pot di culture che è la città. “Ma su al Nord ti danno tutti del tu”. Dettagli apparenti che fanno la differenza.

“Ho fatto due esperienze all’estero, in Olanda e in Francia, ho imparato tante cose, ma sentivo che mi mancavano due componenti fondamentali: la cura nella costruzione dei rapporti umani, che passa forse da quel ‘lei’ e dal calore del Sud, e la complessità, perché la mia città ne è avara”. Che vuol dire miscuglio di razze e quindi punti di vista diversi sulla vita e sul mondo. Così, arrivata qui, con la società sua e del compagno Francesco – si chiama Marginal Studio e ha sempre realizzato prodotti di design – ha deciso di applicare la sua esperienza per creare ai cantieri Culturali della Zisa uno spazio di coworking speciale dedicato agli artigiani del mondo. Locali e migranti, insieme, per scambiarsi esperienze, conoscersi, dare vita, sicuramente, a qualcosa di nuovo, come accade sempre quando si incontrano e fondono saperi diversi.

“La Sicilia – dice con entusiasmo bambino – è una miniera di possibilità e risorse. Un luogo e insieme tanti luoghi, puoi lavorare su più piani tenendo conto di mille stimoli. Luoghi simili ce ne sono pochi”. Adesso il suo progetto è in divenire. Lei, intanto, collabora con vari soggetti, perfeziona il coworking, organizza momenti di formazione, e ha preso casa niente meno che al Capo. Nel centro del centro di Palermo. Un luogo che, più identitario di questo guazzabuglio di cose che le piacciono tanto, non potrebbe essere.

“Una scelta, la mia e quella di Francesco, fatta con cognizione di causa. Volevamo vivere il centro storico perché è qui che c’è quel non so che che rende speciale Palermo”. Il suo, per il momento, non sembra un innamoramento passeggero. “A Palermo mi piacerebbe vivere anche nei prossimi anni”, conclude. In questo guazzabuglio di cibi e lingue.

Francesca Gattello, veronese, si è trasferita a Palermo dove ha creato, ai cantieri Culturali della Zisa, uno spazio di coworking speciale, dedicato agli artigiani del mondo

di Chiara Dino

“Qui mi danno tutti del lei e mi chiamano signora”. Sorride incredula Francesca Gattello, 31 anni, veronese. Si è trasferita a Palermo da pochi mesi col suo compagno, richiamata da quel melting pot di culture che è la città. “Ma su al Nord ti danno tutti del tu”. Dettagli apparenti che fanno la differenza.

“Ho fatto due esperienze all’estero, in Olanda e in Francia, ho imparato tante cose, ma sentivo che mi mancavano due componenti fondamentali: la cura nella costruzione dei rapporti umani, che passa forse da quel ‘lei’ e dal calore del Sud, e la complessità, perché la mia città ne è avara”. Che vuol dire miscuglio di razze e quindi punti di vista diversi sulla vita e sul mondo. Così, arrivata qui, con la società sua e del compagno Francesco – si chiama Marginal Studio e ha sempre realizzato prodotti di design – ha deciso di applicare la sua esperienza per creare ai cantieri Culturali della Zisa uno spazio di coworking speciale dedicato agli artigiani del mondo. Locali e migranti, insieme, per scambiarsi esperienze, conoscersi, dare vita, sicuramente, a qualcosa di nuovo, come accade sempre quando si incontrano e fondono saperi diversi.

“La Sicilia – dice con entusiasmo bambino – è una miniera di possibilità e risorse. Un luogo e insieme tanti luoghi, puoi lavorare su più piani tenendo conto di mille stimoli. Luoghi simili ce ne sono pochi”. Adesso il suo progetto è in divenire. Lei, intanto, collabora con vari soggetti, perfeziona il coworking, organizza momenti di formazione, e ha preso casa niente meno che al Capo. Nel centro del centro di Palermo. Un luogo che, più identitario di questo guazzabuglio di cose che le piacciono tanto, non potrebbe essere.

“Una scelta, la mia e quella di Francesco, fatta con cognizione di causa. Volevamo vivere il centro storico perché è qui che c’è quel non so che che rende speciale Palermo”. Il suo, per il momento, non sembra un innamoramento passeggero. “A Palermo mi piacerebbe vivere anche nei prossimi anni”, conclude. In questo guazzabuglio di cibi e lingue.

Un artigiano palermitano in Russia

Nel laboratorio di via Dante nascono le creazioni del maestro Calogero Zuppardo che hanno girato il mondo, da Israele alla Palestina. E grazie a un opificio e a un’associazione si promuove la collaborazione tra le arti

di Laura Grimaldi

Raggiungerà la Russia l’ultima creazione artistica nata ne “L’Opificio delle Arti”, a Palermo. Una particolare ‘Annunciazione’ in vetro dipinto e trattato a fusione realizzata da Aleksandra Ostapova in stretta collaborazione con Calogero Zuppardo, maestro nella lavorazione artistica del vetro. Non a caso Aleksandra Ostapova ha scelto Palermo quale città per realizzare il suo progetto. A Palazzo Abatellis è esposto il capolavoro di Antonello da Messina, “l’ Annunziata”. E ne l’Opificio delle Arti ha trovato un ambiente artistico stimolante. 

“Dalla bozza agli ultimi ritocchi di pennello”, Aleksandra Ostapova ha lavorato fianco a fianco con Calogero Zuppardo. Architetto, originario di Camporeale, progetta, realizza e restaura vetrate e oggetti in vetro. Per apprezzare le sue creazioni, bisogna visitare il laboratorio al civico 69 di via Marconi, vicino all’antica stazione ferroviaria Lolli, lungo la via Dante. Ha riscoperto a metà degli anni Ottanta l’antica tradizione vetratista palermitana.

La sua esperienza ha superato da tempo i confini siciliani e ha raggiunto la Terra Santa dove è stato chiamato per restaurare alcune opere d’arte dell’Ottocento e del Novecento. Sul Monte Tabor, poco lontano da Nazareth, per completare il delicato restauro di due vetrate della basilica della Trasfigurazione. Poi a Gerico, sul Mar Morto, in territorio palestinese, per riportare ad antico splendore una delle vetrate dell’abside nella chiesa del Buon Pastore. E ancora a Gerusalemme, per creare la nuova vetrata della biblioteca della Custodia di Terra Santa, l’ordine dei frati minori presenti in tutto il Medio Oriente sin dai tempi del pellegrinaggio di San Francesco d’Assisi, nel 1200. Tre anni di viaggi e di sapiente lavoro artigiano quello di Calogero Zuppardo, in quelle terre straziate da decenni di conflitti.


Al suo fianco, Piero Accardi, maestro palermitano nel restauro dell’argento. Insieme al figlio Vincenzo, architetto anche lui, Calogero Zuppardo ha progettato e realizzato nel 2014 la vetrata artistica per la cappella centrale all’interno del carcere Ucciardone. “Dal punto di vista umano, è stata la mia più bella esperienza di lavoro – dice il maestro – I detenuti hanno lavorato con entusiasmo e noi con loro”.
E insieme ad un altro stimato maestro del vetro, Roberto Alabiso, Calogero Zuppardo ha realizzato alcuni anni fa nella chiesa di San Francesco di Sales, in via Notarbartolo, la grande vetrata artistica dell’abside e le altre dodici sistemate ai lati della navata. Suo è il progetto iconografico, di Roberto Alabiso i bozzetti e le pitture.

Collaborazione e partecipazione sono da sempre alla base dell’esperienza artistica di Calogero Zuppardo. Prova ne è l’associazione “Il Baglio”, fondata dai due maestri del vetro e simbolo della condivisione di diverse esperienze di artigianato d’arte di tutto il mondo. Da anni promuove il Corso-LabORAtorio di Arti e Architettura per la Chiesa. E già sono in corso i preparativi per la ventiquattresima edizione che quest’anno si svolgerà dal 27 al 4 novembre tra Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Per informazioni si può scrivere a info@opificiodellearti.com

Nel laboratorio di via Dante nascono le creazioni del maestro Calogero Zuppardo che hanno girato il mondo, da Israele alla Palestina. E grazie a un opificio e a un’associazione si promuove la collaborazione tra le arti

di Laura Grimaldi

Raggiungerà la Russia l’ultima creazione artistica nata ne “L’Opificio delle Arti”, a Palermo. Una particolare ‘Annunciazione’ in vetro dipinto e trattato a fusione realizzata da Aleksandra Ostapova in stretta collaborazione con Calogero Zuppardo, maestro nella lavorazione artistica del vetro. Non a caso Aleksandra Ostapova ha scelto Palermo quale città per realizzare il suo progetto. A Palazzo Abatellis è esposto il capolavoro di Antonello da Messina, “l’ Annunziata”. E ne l’Opificio delle Arti ha trovato un ambiente artistico stimolante. 

“Dalla bozza agli ultimi ritocchi di pennello”, Aleksandra Ostapova ha lavorato fianco a fianco con Calogero Zuppardo. Architetto, originario di Camporeale, progetta, realizza e restaura vetrate e oggetti in vetro. Per apprezzare le sue creazioni, bisogna visitare il laboratorio al civico 69 di via Marconi, vicino all’antica stazione ferroviaria Lolli, lungo la via Dante. Ha riscoperto a metà degli anni Ottanta l’antica tradizione vetratista palermitana.

La sua esperienza ha superato da tempo i confini siciliani e ha raggiunto la Terra Santa dove è stato chiamato per restaurare alcune opere d’arte dell’Ottocento e del Novecento. Sul Monte Tabor, poco lontano da Nazareth, per completare il delicato restauro di due vetrate della basilica della Trasfigurazione. Poi a Gerico, sul Mar Morto, in territorio palestinese, per riportare ad antico splendore una delle vetrate dell’abside nella chiesa del Buon Pastore. E ancora a Gerusalemme, per creare la nuova vetrata della biblioteca della Custodia di Terra Santa, l’ordine dei frati minori presenti in tutto il Medio Oriente sin dai tempi del pellegrinaggio di San Francesco d’Assisi, nel 1200. Tre anni di viaggi e di sapiente lavoro artigiano quello di Calogero Zuppardo, in quelle terre straziate da decenni di conflitti.


Al suo fianco, Piero Accardi, maestro palermitano nel restauro dell’argento. Insieme al figlio Vincenzo, architetto anche lui, Calogero Zuppardo ha progettato e realizzato nel 2014 la vetrata artistica per la cappella centrale all’interno del carcere Ucciardone. “Dal punto di vista umano, è stata la mia più bella esperienza di lavoro – dice il maestro – I detenuti hanno lavorato con entusiasmo e noi con loro”.
E insieme ad un altro stimato maestro del vetro, Roberto Alabiso, Calogero Zuppardo ha realizzato alcuni anni fa nella chiesa di San Francesco di Sales, in via Notarbartolo, la grande vetrata artistica dell’abside e le altre dodici sistemate ai lati della navata. Suo è il progetto iconografico, di Roberto Alabiso i bozzetti e le pitture.

Collaborazione e partecipazione sono da sempre alla base dell’esperienza artistica di Calogero Zuppardo. Prova ne è l’associazione “Il Baglio”, fondata dai due maestri del vetro e simbolo della condivisione di diverse esperienze di artigianato d’arte di tutto il mondo. Da anni promuove il Corso-LabORAtorio di Arti e Architettura per la Chiesa. E già sono in corso i preparativi per la ventiquattresima edizione che quest’anno si svolgerà dal 27 al 4 novembre tra Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Per informazioni si può scrivere a info@opificiodellearti.com

Tutti i ritmi del mondo in una bottega

Santo Vitale, nel suo laboratorio del centro storico di Palermo, costruisce e ripara tamburi provenienti da decine di paesi diversi. Tra le sue attività il “Drum Circle”, un tripudio di percussioni aperto a tutti

di Laura Grimaldi

Pezzi di mondo e culture diverse si concentrano nella Bottega delle Percussioni, tra i civici 16 e 18 in via del Parlamento, a Palermo. Pochi minuti a piedi dal Foro Italico, attraverso Porta Felice,  costeggiando piazza Marina e superando la fontana barocca del Garraffo.

Due scalini appena per iniziare il giro del mondo attraverso un’ampia varietà di strumenti a percussione esposti in due ambienti. Dal pavimento al soffitto, dappertutto ci sono tamburi di forme, materiali, caratteristiche e funzioni diverse. Da suonare con una sola mano o con tutte e due insieme oppure utilizzando un paio di bacchette. Tamburi italiani, spagnoli, brasiliani, africani, giapponesi. Ogni tamburo ha un suono diverso.

Santo Vitale, fisico da normanno, li costruisce e li ripara nel suo laboratorio che si trova alle spalle di via Vittorio Emanuele, nel centro storico della città. Una passione nata per caso e che coltiva con sacrifici da vent’anni. Da quando fece di necessità, virtù. Ovvero, aguzzando l’ingegno riuscì a riparare il tamburo che lui stesso aveva regalato tempo prima alla sorella. Uno djembè, tipico tamburo dell’Africa occidentale con l’inconfondibile forma a calice e pelle di capra.  “Quando il tamburo africano si ruppe non fu facile trovare chi lo potesse riparare” – ricorda  – . Utilizzai un tappeto in pelle di nostra madre. Il tamburo l’ho tenuto per me e lo conservo ancora”.

Di una passione ne ha fatto un’attività, lasciando un posto da impiegato per dedicarsi alla musica. Suona, costruisce e ripara tamburi di tutto il mondo. In questi anni dal suo laboratorio sono passati noti percussionisti che si sono esibiti in città. Ha venduto tamburi in Francia, Germania, Austria, Polonia, Norvegia e persino in Canada e in Giappone. Costruisce strumenti a percussione utilizzando anche materiale riciclato come pneumatici e fondi di vecchie sedie. ”Tutto suona” – dice Santo Vitale, padre di tre figli e una moglie appassionata di chitarra – “Mi affascina pensare che il tamburo siauno dei più antichi strumenti musicali inventati dall’uomo”.

Tra le sue ultime attività, il “Drum circle”, un evento ritmico aperto a tutti. Persone di qualsiasi età, cultura, religione e indipendentemente dal livello di esperienza musicale. Attività che Santo Vitale svolge da cinque anni nelle scuole, festival, matrimoni, strutture riabilitative.  “Il Drum circle è un metodo che aiuta a risolvere determinate problematiche presenti nei gruppi – spiega -. I partecipanti si dispongono in cerchio e con l’aiuto di un ‘direttore d’orchestra’ si creano ritmi improvvisati utilizzando tamburi e percussioni di ogni tipo e si condivide l’energia che sta dentro ognuno di noi”.

Una grande passione che alcuni anni fa lo ha spinto ad aprire anche una scuola in via Lincoln, poco distante dalla sua bottega. Uno spazio multiculturale aperto a grandi e piccoli in cui imparare a suonare ma anche a costruire percussioni etniche. La scuola ha anche una sua orchestra composta di una quarantina di elementi di età, razze e culture diverse “dagli otto ai settantadue anni” – dice Vitale -. Il gruppo si chiama “Jambo Sana” una parola dal significato benaugurante e che in lingua suahili vuol dire “buongiorno”.

Santo Vitale, nel suo laboratorio del centro storico di Palermo, costruisce e ripara tamburi provenienti da decine di paesi diversi. Tra le sue attività il “Drum Circle”, un tripudio di percussioni aperto a tutti

di Laura Grimaldi

Pezzi di mondo e culture diverse si concentrano nella Bottega delle Percussioni, tra i civici 16 e 18 in via del Parlamento, a Palermo. Pochi minuti a piedi dal Foro Italico, attraverso Porta Felice,  costeggiando piazza Marina e superando la fontana barocca del Garraffo.

Due scalini appena per iniziare il giro del mondo attraverso un’ampia varietà di strumenti a percussione esposti in due ambienti. Dal pavimento al soffitto, dappertutto ci sono tamburi di forme, materiali, caratteristiche e funzioni diverse. Da suonare con una sola mano o con tutte e due insieme oppure utilizzando un paio di bacchette. Tamburi italiani, spagnoli, brasiliani, africani, giapponesi. Ogni tamburo ha un suono diverso.

Santo Vitale, fisico da normanno, li costruisce e li ripara nel suo laboratorio che si trova alle spalle di via Vittorio Emanuele, nel centro storico della città. Una passione nata per caso e che coltiva con sacrifici da vent’anni. Da quando fece di necessità, virtù. Ovvero, aguzzando l’ingegno riuscì a riparare il tamburo che lui stesso aveva regalato tempo prima alla sorella. Uno djembè, tipico tamburo dell’Africa occidentale con l’inconfondibile forma a calice e pelle di capra.  “Quando il tamburo africano si ruppe non fu facile trovare chi lo potesse riparare” – ricorda  – . Utilizzai un tappeto in pelle di nostra madre. Il tamburo l’ho tenuto per me e lo conservo ancora”.

Di una passione ne ha fatto un’attività, lasciando un posto da impiegato per dedicarsi alla musica. Suona, costruisce e ripara tamburi di tutto il mondo. In questi anni dal suo laboratorio sono passati noti percussionisti che si sono esibiti in città. Ha venduto tamburi in Francia, Germania, Austria, Polonia, Norvegia e persino in Canada e in Giappone. Costruisce strumenti a percussione utilizzando anche materiale riciclato come pneumatici e fondi di vecchie sedie. ”Tutto suona” – dice Santo Vitale, padre di tre figli e una moglie appassionata di chitarra – “Mi affascina pensare che il tamburo siauno dei più antichi strumenti musicali inventati dall’uomo”.

Tra le sue ultime attività, il “Drum circle”, un evento ritmico aperto a tutti. Persone di qualsiasi età, cultura, religione e indipendentemente dal livello di esperienza musicale. Attività che Santo Vitale svolge da cinque anni nelle scuole, festival, matrimoni, strutture riabilitative.  “Il Drum circle è un metodo che aiuta a risolvere determinate problematiche presenti nei gruppi – spiega -. I partecipanti si dispongono in cerchio e con l’aiuto di un ‘direttore d’orchestra’ si creano ritmi improvvisati utilizzando tamburi e percussioni di ogni tipo e si condivide l’energia che sta dentro ognuno di noi”.

Una grande passione che alcuni anni fa lo ha spinto ad aprire anche una scuola in via Lincoln, poco distante dalla sua bottega. Uno spazio multiculturale aperto a grandi e piccoli in cui imparare a suonare ma anche a costruire percussioni etniche. La scuola ha anche una sua orchestra composta di una quarantina di elementi di età, razze e culture diverse “dagli otto ai settantadue anni” – dice Vitale -. Il gruppo si chiama “Jambo Sana” una parola dal significato benaugurante e che in lingua suahili vuol dire “buongiorno”.

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