Il restauratore di tappeti arrivato dalla Persia

Iraniano, Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta, da studente di Architettura. Alle sue sapienti mani sono stati affidati gli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E tra i suoi clienti affezionati c’è stato anche il presidente Sergio Mattarella

di Laura Grimaldi

L’arte di restaurare i tappeti l’ha imparata da piccolo nelle botteghe artigiane di Rasht, la città sulle rive del mar Caspio dove è nato. “Lo facevo per impiegare il tempo durante le vacanze estive al termine della scuola” – racconta in un ottimo italiano Ataollah Shahidi (Ata per tutti). Un’arte che ha messo a frutto più tardi per mantenersi all’Università, frequentata in Italia dopo aver lasciato il suo Paese, la Persia, oggi Iran.

È uno spettacolo osservare le sue mani mentre restaura antichi tappeti. Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta da studente di Architettura. Oggi è sposato con Soodabeh Behjat, hanno due figli, Kian 19 anni e Shian di 17, il primo studente universitario e l’altro liceale. Nel 2015, Ata e la moglie, sua preziosa collaboratrice, hanno inaugurato una nuova stagione della loro attività artigianale e commerciale tra via Vittorio Emanuele e piazza Borsa, nel centro storico di Palermo, al piano terra dell’antico Palazzo Napolitano-Isnello.

Non potevano scegliere giorno migliore del 21 marzo, primo giorno di primavera e anche del Nowruz, il Capodanno persiano (o iraniano), che in lingua farsi significa nuovo giorno, un nuovo inizio, una nuova vita. Da allora, ogni anno in occasione del Nowruz, Ata e sua moglie Soodabeh aprono il loro negozio/laboratorio alla città che anni fa li ha accolti. Una settimana i preparativi per una grande festa tra musica, aromi e sapori della cucina tradizionale persiana.

Diversi Paesi, in Medio Oriente, nell’Asia centrale e meridionale riconoscono questa giornata come festa nazionale. Una ricorrenza antica radicata nello zoroastrismo, religione persiana più antica del Cristianesimo e dell’Islam. Sono 1397 gli anni trascorsi da quando Maometto lasciò la Mecca e raggiunse Medina dando origine alla religione islamica, nel 622 dopo Cristo. Un giorno di festa preceduto da una settimana di preparativi.

Ci sono voluti tre anni di restauri, sotto la stretta sorveglianza della Sovrintendenza ai Beni culturali, per restituire anche alla città i locali al piano terra di Palazzo Napolitano-Isnello, in cui visse a metà Ottocento Michele Amari. Curiosa coincidenza che farebbe sorridere persino “lo storico della guerra del vespro e dei musulmani di Sicilia”, come recita una targa affissa al prospetto. A due passi da via del Parlamento dove Ata Shahidi ha abitato da studente.
Nei trecento metri quadri suddivisi su due livelli si restaura e si organizzano corsi finalizzati alla conoscenza e all’acquisto consapevole dei tappeti orientali.

Per la sua lunga esperienza, ad Ata Shahidi è stato affidato in passato il recupero dei tappeti e la pulizia degli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E sottovoce come per pudore, dice che tra i suoi clienti più affezionati c’è stato anche l’onorevole Sergio Mattarella prima della sua elezione a Presidente della Repubblica.

Iraniano, Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta, da studente di Architettura. Alle sue sapienti mani sono stati affidati gli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E tra i suoi clienti affezionati c’è stato anche il presidente Sergio Mattarella

di Laura Grimaldi

L’arte di restaurare i tappeti l’ha imparata da piccolo nelle botteghe artigiane di Rasht, la città sulle rive del mar Caspio dove è nato. “Lo facevo per impiegare il tempo durante le vacanze estive al termine della scuola” – racconta in un ottimo italiano Ataollah Shahidi (Ata per tutti). Un’arte che ha messo a frutto più tardi per mantenersi all’Università, frequentata in Italia dopo aver lasciato il suo Paese, la Persia, oggi Iran.

È uno spettacolo osservare le sue mani mentre restaura antichi tappeti. Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta da studente di Architettura. Oggi è sposato con Soodabeh Behjat, hanno due figli, Kian 19 anni e Shian di 17, il primo studente universitario e l’altro liceale. Nel 2015, Ata e la moglie, sua preziosa collaboratrice, hanno inaugurato una nuova stagione della loro attività artigianale e commerciale tra via Vittorio Emanuele e piazza Borsa, nel centro storico di Palermo, al piano terra dell’antico Palazzo Napolitano-Isnello.

Non potevano scegliere giorno migliore del 21 marzo, primo giorno di primavera e anche del Nowruz, il Capodanno persiano (o iraniano), che in lingua farsi significa nuovo giorno, un nuovo inizio, una nuova vita. Da allora, ogni anno in occasione del Nowruz, Ata e sua moglie Soodabeh aprono il loro negozio/laboratorio alla città che anni fa li ha accolti. Una settimana i preparativi per una grande festa tra musica, aromi e sapori della cucina tradizionale persiana.

Diversi Paesi, in Medio Oriente, nell’Asia centrale e meridionale riconoscono questa giornata come festa nazionale. Una ricorrenza antica radicata nello zoroastrismo, religione persiana più antica del Cristianesimo e dell’Islam. Sono 1397 gli anni trascorsi da quando Maometto lasciò la Mecca e raggiunse Medina dando origine alla religione islamica, nel 622 dopo Cristo. Un giorno di festa preceduto da una settimana di preparativi.

Ci sono voluti tre anni di restauri, sotto la stretta sorveglianza della Sovrintendenza ai Beni culturali, per restituire anche alla città i locali al piano terra di Palazzo Napolitano-Isnello, in cui visse a metà Ottocento Michele Amari. Curiosa coincidenza che farebbe sorridere persino “lo storico della guerra del vespro e dei musulmani di Sicilia”, come recita una targa affissa al prospetto. A due passi da via del Parlamento dove Ata Shahidi ha abitato da studente.
Nei trecento metri quadri suddivisi su due livelli si restaura e si organizzano corsi finalizzati alla conoscenza e all’acquisto consapevole dei tappeti orientali.

Per la sua lunga esperienza, ad Ata Shahidi è stato affidato in passato il recupero dei tappeti e la pulizia degli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E sottovoce come per pudore, dice che tra i suoi clienti più affezionati c’è stato anche l’onorevole Sergio Mattarella prima della sua elezione a Presidente della Repubblica.

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Franzella e Tripi, i pionieri del souvenir

Da una minuscola “Boutique del regalo” è nato il primo negozio di souvenir, dove ha fatto tappa anche Lucio Dalla. E dove fare un viaggio nel tempo

di Alessandra Turrisi

Quando intuì che i visitatori della Valle dei templi non avrebbero resistito a portare via con loro un pezzettino di quel sogno millenario ammirato a occhi aperti, rifornì di oggettini-ricordo un carretto dei gelati con vista sul tempio della Concordia. In meno di una settimana andò a ruba merce per 100 mila lire e il gelataio mise su la prima bancarella di souvenir. Erano i primissimi anni Settanta, ma Damiano Franzella aveva visto lungo e, complice la creatività artistica della moglie Angela Tripi (ceramista di fama nell’ambito dei presepi soprattutto), può ben definirsi il “pioniere dei souvenir”. Incontrarlo nel suo negozio storico di corso Vittorio Emanuele 450, a Palermo, incastonato nel cinquecentesco palazzo Castrone-Santa Ninfa, è come trovarsi davanti a una macchina del tempo, capace di far rivivere l’atmosfera di cinquant’anni fa, quando l’entusiasmo del giovane commerciante, unito al gusto della bellezza, fece da motore a un’impresa che, tra alti e bassi, dura ancora oggi.

I paladini e i carretti siciliani, i ventagli e i tamburelli la fanno da padrone in quel negozio di fronte alla Cattedrale, ma non c’è oggetto di uso comune (un tappo, una mattonella, un portachiavi, un fazzoletto) che non sia diventato un piccolo portabandiera dei profumi e dei colori palermitani e siciliani. Damiano e Angela, nel 1969 rilevarono una minuscola “Boutique del regalo” e la trasformarono nel primo negozio di souvenir. Ogni disegno era originale, creato per un determinato prodotto, declinato con i soggetti caratteristici delle varie città dell’Isola, da Taormina a Cefalù, da Agrigento a Selinunte.

Una coppia indissolubile nel lavoro e nella vita, che ha sgranocchiato con orgoglio i confetti rivestiti d’oro lo scorso 5 giugno, festeggiando con i quattro figli (Giuseppe, Alessandro, Daniele e Loredana) e le rispettive famiglie. Anzi, proprio sul lavoro si conobbero negli anni Sessanta, quando Angela, poi diventata celebre e raffinata ceramista, entrò come dattilografa nello stesso negozio di tessuti a piazza Santa Cecilia, alla Fieravecchia, in cui stava facendo strada un giovanissimo Damiano. 

L’intraprendente fidanzato chiese un aumento, che non gli fu concesso, e decise di cambiare lavoro: cominciò a vendere corredi porta a porta nei paesi. Un’attività che pensò di far diventare residenziale cercando un locale a Palermo. “Era il 1969, in corso Vittorio Emanuele si cedeva un’attività di souvenir, dove si vendevano quattro cosette. Pensai di mettere su il mio negozio, ma c’erano troppi esercizi di corredi e tessuti nella zona e mi dissi: ma se lasciamo solo i souvenir? – racconta Damiano Franzella, 74 anni, nel suo ufficio sommerso di conti, raccoglitori di fatture, scatole e numeri – Mia moglie Angela si annoiava, cominciò a decorare tamburelli, aveva imparato da ragazza. Poi nei carrettini siciliani metteva le lucine. Io andavo nei paesi a vendere corredi e contemporaneamente chiedevo agli artigiani di realizzare piccoli oggetti a tema”.

Il resto lo fece Angela Tripi, decorando in maniera originale gli oggetti con soggetti delle varie località turistiche siciliane, poi nel 1972-73 decise di aprire un laboratorio di ceramica proprio nell’atrio del palazzo, che divenne un punto di riferimento per tutta la città. “Il primo ventaglio tipico siciliano, con decorazioni originali, l’ho fatto realizzare io – dice Damiano – prima erano quelli generici che venivano dalla Spagna. Fino a vent’anni fa i fornitori producevano i souvenir per me e io li vendevo in tutta la Sicilia”.

Tante persone famose hanno fatto capolino in questo negozio, magari passeggiando in incognito sul Cassaro. Lucio Dalla scelse uno scacciapensieri per portare con sé il suono della Trinacria. Damiano continua a lavorare dalla mattina alla sera, la concorrenza oggi è agguerrita, i prodotti cinesi si sono fatti largo del mercato, “ma io sono un Leone”.

 

(Foto di Salvatore Gravano)

Da una minuscola “Boutique del regalo” è nato il primo negozio di souvenir, dove ha fatto tappa anche Lucio Dalla. E dove fare un viaggio nel tempo

di Alessandra Turrisi

Quando intuì che i visitatori della Valle dei templi non avrebbero resistito a portare via con loro un pezzettino di quel sogno millenario ammirato a occhi aperti, rifornì di oggettini-ricordo un carretto dei gelati con vista sul tempio della Concordia. In meno di una settimana andò a ruba merce per 100 mila lire e il gelataio mise su la prima bancarella di souvenir. Erano i primissimi anni Settanta, ma Damiano Franzella aveva visto lungo e, complice la creatività artistica della moglie Angela Tripi (ceramista di fama nell’ambito dei presepi soprattutto), può ben definirsi il “pioniere dei souvenir”. Incontrarlo nel suo negozio storico di corso Vittorio Emanuele 450, a Palermo, incastonato nel cinquecentesco palazzo Castrone-Santa Ninfa, è come trovarsi davanti a una macchina del tempo, capace di far rivivere l’atmosfera di cinquant’anni fa, quando l’entusiasmo del giovane commerciante, unito al gusto della bellezza, fece da motore a un’impresa che, tra alti e bassi, dura ancora oggi.

I paladini e i carretti siciliani, i ventagli e i tamburelli la fanno da padrone in quel negozio di fronte alla Cattedrale, ma non c’è oggetto di uso comune (un tappo, una mattonella, un portachiavi, un fazzoletto) che non sia diventato un piccolo portabandiera dei profumi e dei colori palermitani e siciliani. Damiano e Angela, nel 1969 rilevarono una minuscola “Boutique del regalo” e la trasformarono nel primo negozio di souvenir. Ogni disegno era originale, creato per un determinato prodotto, declinato con i soggetti caratteristici delle varie città dell’Isola, da Taormina a Cefalù, da Agrigento a Selinunte.

Una coppia indissolubile nel lavoro e nella vita, che ha sgranocchiato con orgoglio i confetti rivestiti d’oro lo scorso 5 giugno, festeggiando con i quattro figli (Giuseppe, Alessandro, Daniele e Loredana) e le rispettive famiglie. Anzi, proprio sul lavoro si conobbero negli anni Sessanta, quando Angela, poi diventata celebre e raffinata ceramista, entrò come dattilografa nello stesso negozio di tessuti a piazza Santa Cecilia, alla Fieravecchia, in cui stava facendo strada un giovanissimo Damiano. 

L’intraprendente fidanzato chiese un aumento, che non gli fu concesso, e decise di cambiare lavoro: cominciò a vendere corredi porta a porta nei paesi. Un’attività che pensò di far diventare residenziale cercando un locale a Palermo. “Era il 1969, in corso Vittorio Emanuele si cedeva un’attività di souvenir, dove si vendevano quattro cosette. Pensai di mettere su il mio negozio, ma c’erano troppi esercizi di corredi e tessuti nella zona e mi dissi: ma se lasciamo solo i souvenir? – racconta Damiano Franzella, 74 anni, nel suo ufficio sommerso di conti, raccoglitori di fatture, scatole e numeri – Mia moglie Angela si annoiava, cominciò a decorare tamburelli, aveva imparato da ragazza. Poi nei carrettini siciliani metteva le lucine. Io andavo nei paesi a vendere corredi e contemporaneamente chiedevo agli artigiani di realizzare piccoli oggetti a tema”.

Il resto lo fece Angela Tripi, decorando in maniera originale gli oggetti con soggetti delle varie località turistiche siciliane, poi nel 1972-73 decise di aprire un laboratorio di ceramica proprio nell’atrio del palazzo, che divenne un punto di riferimento per tutta la città. “Il primo ventaglio tipico siciliano, con decorazioni originali, l’ho fatto realizzare io – dice Damiano – prima erano quelli generici che venivano dalla Spagna. Fino a vent’anni fa i fornitori producevano i souvenir per me e io li vendevo in tutta la Sicilia”.

Tante persone famose hanno fatto capolino in questo negozio, magari passeggiando in incognito sul Cassaro. Lucio Dalla scelse uno scacciapensieri per portare con sé il suono della Trinacria. Damiano continua a lavorare dalla mattina alla sera, la concorrenza oggi è agguerrita, i prodotti cinesi si sono fatti largo del mercato, “ma io sono un Leone”.

 

(Foto di Salvatore Gravano)

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Le meraviglie di cera tra argenti e coralli

Luigi Arini, nella sua bottega nel centro storico di Palermo, realizza presepi e immagini sacre, ispirandosi ad antiche tradizioni seicentesche di cesellatura. In ogni singola opera, si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini

di Alessandra Turrisi

Il Bambinello dormiente, il San Giorgio che trafigge il drago, la Santuzza Patrona di Palermo vengono rigorosamente scolpiti a mano e coreografati con coralli, argenti e pietre, rendendo unica ogni singola opera. Come gli antichi bambinai, Luigi Arini realizza presepi e immagini sacre in cera e decorazioni preziose, mettendo insieme tre antiche tradizioni siciliane, la ceroplastica, l’arte del corallo e quella degli argenti. Domus Artis è un’impresa familiare a due passi da Casa Professa e Ballarò, che perpetua le antiche tecniche seicentesche di cesellatura e lucidatura della cera. Nella realizzazione di ogni singola opera l’officina d’arte si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini, dove furono stabiliti materiali, colori e simbologia per l’iconografia religiosa cristiana.

Nel piccolo laboratorio di via Nino Basile 6, Luigi e la moglie Tiziana, con pazienza, amore e sapiente cesellatura, danno vita a rappresentazioni della Sacra Famiglia e presepi, uova pasquali e capezzali, madonne e bambinelli di ogni foggia. I corpi e i visi non sono stati sottoposti a pittura, lavorazione che testimonia l’alta qualità delle rifiniture, del successivo lavoro di cesellatura e lucidatura della cera. La struttura viene arricchita con foglia oro, rametti di corallo, madreperla, turchese e perla. Alcune opere sono racchiuse in una campana di vetro che funge da protezione all’opera stessa.

Il precursore della ceroplastica siciliana è Gaetano Zummo (o Zumbo), siracusano della seconda metà del Seicento, un artista di grandissimo ingegno e di bizzarra fantasia, le cui opere esprimono una bellezza erotica, forme flessuose, il dramma dell’esistenza umana. In Sicilia i lavori in ceroplastica vengono eseguiti dai “cirari”, specializzati nell’esecuzione di figure a carattere religioso. Opere che iniziano ad avere carattere popolare ed entrano a far parte dell’arredo domestico. Gesù Bambino viene raffigurato dormiente, orante, benedicente con le braccia aperte e col cuore in mano, su culle, troni, altarini, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, a volte vestito di abiti di stoffe preziose e decorate con perline, fili d’oro e argento, finemente coreografati con addobbi floreali eseguiti con mollica di pane, dentro teche, campane di vetro e “scaffarate” o scarabattole.

Ma Arini è anche capace di recuperare situazioni disperate, come quei bambinelli che gli vengono portati ormai ridotti in mille pezzi, ma con pazienza e uso sapiente del calore possono tornare come nuovi.

Luigi Arini, nella sua bottega nel centro storico di Palermo, realizza presepi e immagini sacre, ispirandosi ad antiche tradizioni seicentesche di cesellatura. In ogni singola opera, si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini

di Alessandra Turrisi

Il Bambinello dormiente, il San Giorgio che trafigge il drago, la Santuzza Patrona di Palermo vengono rigorosamente scolpiti a mano e coreografati con coralli, argenti e pietre, rendendo unica ogni singola opera. Come gli antichi bambinai, Luigi Arini realizza presepi e immagini sacre in cera e decorazioni preziose, mettendo insieme tre antiche tradizioni siciliane, la ceroplastica, l’arte del corallo e quella degli argenti. Domus Artis è un’impresa familiare a due passi da Casa Professa e Ballarò, che perpetua le antiche tecniche seicentesche di cesellatura e lucidatura della cera. Nella realizzazione di ogni singola opera l’officina d’arte si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini, dove furono stabiliti materiali, colori e simbologia per l’iconografia religiosa cristiana.

Nel piccolo laboratorio di via Nino Basile 6, Luigi e la moglie Tiziana, con pazienza, amore e sapiente cesellatura, danno vita a rappresentazioni della Sacra Famiglia e presepi, uova pasquali e capezzali, madonne e bambinelli di ogni foggia. I corpi e i visi non sono stati sottoposti a pittura, lavorazione che testimonia l’alta qualità delle rifiniture, del successivo lavoro di cesellatura e lucidatura della cera. La struttura viene arricchita con foglia oro, rametti di corallo, madreperla, turchese e perla. Alcune opere sono racchiuse in una campana di vetro che funge da protezione all’opera stessa.

Il precursore della ceroplastica siciliana è Gaetano Zummo (o Zumbo), siracusano della seconda metà del Seicento, un artista di grandissimo ingegno e di bizzarra fantasia, le cui opere esprimono una bellezza erotica, forme flessuose, il dramma dell’esistenza umana. In Sicilia i lavori in ceroplastica vengono eseguiti dai “cirari”, specializzati nell’esecuzione di figure a carattere religioso. Opere che iniziano ad avere carattere popolare ed entrano a far parte dell’arredo domestico. Gesù Bambino viene raffigurato dormiente, orante, benedicente con le braccia aperte e col cuore in mano, su culle, troni, altarini, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, a volte vestito di abiti di stoffe preziose e decorate con perline, fili d’oro e argento, finemente coreografati con addobbi floreali eseguiti con mollica di pane, dentro teche, campane di vetro e “scaffarate” o scarabattole.

Ma Arini è anche capace di recuperare situazioni disperate, come quei bambinelli che gli vengono portati ormai ridotti in mille pezzi, ma con pazienza e uso sapiente del calore possono tornare come nuovi.

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Quel design nato dal calore del Sud

Francesca Gattello, veronese, si è trasferita a Palermo dove ha creato, ai cantieri Culturali della Zisa, uno spazio di coworking speciale, dedicato agli artigiani del mondo

di Chiara Dino

“Qui mi danno tutti del lei e mi chiamano signora”. Sorride incredula Francesca Gattello, 31 anni, veronese. Si è trasferita a Palermo da pochi mesi col suo compagno, richiamata da quel melting pot di culture che è la città. “Ma su al Nord ti danno tutti del tu”. Dettagli apparenti che fanno la differenza.

“Ho fatto due esperienze all’estero, in Olanda e in Francia, ho imparato tante cose, ma sentivo che mi mancavano due componenti fondamentali: la cura nella costruzione dei rapporti umani, che passa forse da quel ‘lei’ e dal calore del Sud, e la complessità, perché la mia città ne è avara”. Che vuol dire miscuglio di razze e quindi punti di vista diversi sulla vita e sul mondo. Così, arrivata qui, con la società sua e del compagno Francesco – si chiama Marginal Studio e ha sempre realizzato prodotti di design – ha deciso di applicare la sua esperienza per creare ai cantieri Culturali della Zisa uno spazio di coworking speciale dedicato agli artigiani del mondo. Locali e migranti, insieme, per scambiarsi esperienze, conoscersi, dare vita, sicuramente, a qualcosa di nuovo, come accade sempre quando si incontrano e fondono saperi diversi.

“La Sicilia – dice con entusiasmo bambino – è una miniera di possibilità e risorse. Un luogo e insieme tanti luoghi, puoi lavorare su più piani tenendo conto di mille stimoli. Luoghi simili ce ne sono pochi”. Adesso il suo progetto è in divenire. Lei, intanto, collabora con vari soggetti, perfeziona il coworking, organizza momenti di formazione, e ha preso casa niente meno che al Capo. Nel centro del centro di Palermo. Un luogo che, più identitario di questo guazzabuglio di cose che le piacciono tanto, non potrebbe essere.

“Una scelta, la mia e quella di Francesco, fatta con cognizione di causa. Volevamo vivere il centro storico perché è qui che c’è quel non so che che rende speciale Palermo”. Il suo, per il momento, non sembra un innamoramento passeggero. “A Palermo mi piacerebbe vivere anche nei prossimi anni”, conclude. In questo guazzabuglio di cibi e lingue.

Francesca Gattello, veronese, si è trasferita a Palermo dove ha creato, ai cantieri Culturali della Zisa, uno spazio di coworking speciale, dedicato agli artigiani del mondo

di Chiara Dino

“Qui mi danno tutti del lei e mi chiamano signora”. Sorride incredula Francesca Gattello, 31 anni, veronese. Si è trasferita a Palermo da pochi mesi col suo compagno, richiamata da quel melting pot di culture che è la città. “Ma su al Nord ti danno tutti del tu”. Dettagli apparenti che fanno la differenza.

“Ho fatto due esperienze all’estero, in Olanda e in Francia, ho imparato tante cose, ma sentivo che mi mancavano due componenti fondamentali: la cura nella costruzione dei rapporti umani, che passa forse da quel ‘lei’ e dal calore del Sud, e la complessità, perché la mia città ne è avara”. Che vuol dire miscuglio di razze e quindi punti di vista diversi sulla vita e sul mondo. Così, arrivata qui, con la società sua e del compagno Francesco – si chiama Marginal Studio e ha sempre realizzato prodotti di design – ha deciso di applicare la sua esperienza per creare ai cantieri Culturali della Zisa uno spazio di coworking speciale dedicato agli artigiani del mondo. Locali e migranti, insieme, per scambiarsi esperienze, conoscersi, dare vita, sicuramente, a qualcosa di nuovo, come accade sempre quando si incontrano e fondono saperi diversi.

“La Sicilia – dice con entusiasmo bambino – è una miniera di possibilità e risorse. Un luogo e insieme tanti luoghi, puoi lavorare su più piani tenendo conto di mille stimoli. Luoghi simili ce ne sono pochi”. Adesso il suo progetto è in divenire. Lei, intanto, collabora con vari soggetti, perfeziona il coworking, organizza momenti di formazione, e ha preso casa niente meno che al Capo. Nel centro del centro di Palermo. Un luogo che, più identitario di questo guazzabuglio di cose che le piacciono tanto, non potrebbe essere.

“Una scelta, la mia e quella di Francesco, fatta con cognizione di causa. Volevamo vivere il centro storico perché è qui che c’è quel non so che che rende speciale Palermo”. Il suo, per il momento, non sembra un innamoramento passeggero. “A Palermo mi piacerebbe vivere anche nei prossimi anni”, conclude. In questo guazzabuglio di cibi e lingue.

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Un artigiano palermitano in Russia

Nel laboratorio di via Dante nascono le creazioni del maestro Calogero Zuppardo che hanno girato il mondo, da Israele alla Palestina. E grazie a un opificio e a un’associazione si promuove la collaborazione tra le arti

di Laura Grimaldi

Raggiungerà la Russia l’ultima creazione artistica nata ne “L’Opificio delle Arti”, a Palermo. Una particolare ‘Annunciazione’ in vetro dipinto e trattato a fusione realizzata da Aleksandra Ostapova in stretta collaborazione con Calogero Zuppardo, maestro nella lavorazione artistica del vetro. Non a caso Aleksandra Ostapova ha scelto Palermo quale città per realizzare il suo progetto. A Palazzo Abatellis è esposto il capolavoro di Antonello da Messina, “l’ Annunziata”. E ne l’Opificio delle Arti ha trovato un ambiente artistico stimolante. 

“Dalla bozza agli ultimi ritocchi di pennello”, Aleksandra Ostapova ha lavorato fianco a fianco con Calogero Zuppardo. Architetto, originario di Camporeale, progetta, realizza e restaura vetrate e oggetti in vetro. Per apprezzare le sue creazioni, bisogna visitare il laboratorio al civico 69 di via Marconi, vicino all’antica stazione ferroviaria Lolli, lungo la via Dante. Ha riscoperto a metà degli anni Ottanta l’antica tradizione vetratista palermitana.

La sua esperienza ha superato da tempo i confini siciliani e ha raggiunto la Terra Santa dove è stato chiamato per restaurare alcune opere d’arte dell’Ottocento e del Novecento. Sul Monte Tabor, poco lontano da Nazareth, per completare il delicato restauro di due vetrate della basilica della Trasfigurazione. Poi a Gerico, sul Mar Morto, in territorio palestinese, per riportare ad antico splendore una delle vetrate dell’abside nella chiesa del Buon Pastore. E ancora a Gerusalemme, per creare la nuova vetrata della biblioteca della Custodia di Terra Santa, l’ordine dei frati minori presenti in tutto il Medio Oriente sin dai tempi del pellegrinaggio di San Francesco d’Assisi, nel 1200. Tre anni di viaggi e di sapiente lavoro artigiano quello di Calogero Zuppardo, in quelle terre straziate da decenni di conflitti.


Al suo fianco, Piero Accardi, maestro palermitano nel restauro dell’argento. Insieme al figlio Vincenzo, architetto anche lui, Calogero Zuppardo ha progettato e realizzato nel 2014 la vetrata artistica per la cappella centrale all’interno del carcere Ucciardone. “Dal punto di vista umano, è stata la mia più bella esperienza di lavoro – dice il maestro – I detenuti hanno lavorato con entusiasmo e noi con loro”.
E insieme ad un altro stimato maestro del vetro, Roberto Alabiso, Calogero Zuppardo ha realizzato alcuni anni fa nella chiesa di San Francesco di Sales, in via Notarbartolo, la grande vetrata artistica dell’abside e le altre dodici sistemate ai lati della navata. Suo è il progetto iconografico, di Roberto Alabiso i bozzetti e le pitture.

Collaborazione e partecipazione sono da sempre alla base dell’esperienza artistica di Calogero Zuppardo. Prova ne è l’associazione “Il Baglio”, fondata dai due maestri del vetro e simbolo della condivisione di diverse esperienze di artigianato d’arte di tutto il mondo. Da anni promuove il Corso-LabORAtorio di Arti e Architettura per la Chiesa. E già sono in corso i preparativi per la ventiquattresima edizione che quest’anno si svolgerà dal 27 al 4 novembre tra Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Per informazioni si può scrivere a info@opificiodellearti.com

Nel laboratorio di via Dante nascono le creazioni del maestro Calogero Zuppardo che hanno girato il mondo, da Israele alla Palestina. E grazie a un opificio e a un’associazione si promuove la collaborazione tra le arti

di Laura Grimaldi

Raggiungerà la Russia l’ultima creazione artistica nata ne “L’Opificio delle Arti”, a Palermo. Una particolare ‘Annunciazione’ in vetro dipinto e trattato a fusione realizzata da Aleksandra Ostapova in stretta collaborazione con Calogero Zuppardo, maestro nella lavorazione artistica del vetro. Non a caso Aleksandra Ostapova ha scelto Palermo quale città per realizzare il suo progetto. A Palazzo Abatellis è esposto il capolavoro di Antonello da Messina, “l’ Annunziata”. E ne l’Opificio delle Arti ha trovato un ambiente artistico stimolante. 

“Dalla bozza agli ultimi ritocchi di pennello”, Aleksandra Ostapova ha lavorato fianco a fianco con Calogero Zuppardo. Architetto, originario di Camporeale, progetta, realizza e restaura vetrate e oggetti in vetro. Per apprezzare le sue creazioni, bisogna visitare il laboratorio al civico 69 di via Marconi, vicino all’antica stazione ferroviaria Lolli, lungo la via Dante. Ha riscoperto a metà degli anni Ottanta l’antica tradizione vetratista palermitana.

La sua esperienza ha superato da tempo i confini siciliani e ha raggiunto la Terra Santa dove è stato chiamato per restaurare alcune opere d’arte dell’Ottocento e del Novecento. Sul Monte Tabor, poco lontano da Nazareth, per completare il delicato restauro di due vetrate della basilica della Trasfigurazione. Poi a Gerico, sul Mar Morto, in territorio palestinese, per riportare ad antico splendore una delle vetrate dell’abside nella chiesa del Buon Pastore. E ancora a Gerusalemme, per creare la nuova vetrata della biblioteca della Custodia di Terra Santa, l’ordine dei frati minori presenti in tutto il Medio Oriente sin dai tempi del pellegrinaggio di San Francesco d’Assisi, nel 1200. Tre anni di viaggi e di sapiente lavoro artigiano quello di Calogero Zuppardo, in quelle terre straziate da decenni di conflitti.


Al suo fianco, Piero Accardi, maestro palermitano nel restauro dell’argento. Insieme al figlio Vincenzo, architetto anche lui, Calogero Zuppardo ha progettato e realizzato nel 2014 la vetrata artistica per la cappella centrale all’interno del carcere Ucciardone. “Dal punto di vista umano, è stata la mia più bella esperienza di lavoro – dice il maestro – I detenuti hanno lavorato con entusiasmo e noi con loro”.
E insieme ad un altro stimato maestro del vetro, Roberto Alabiso, Calogero Zuppardo ha realizzato alcuni anni fa nella chiesa di San Francesco di Sales, in via Notarbartolo, la grande vetrata artistica dell’abside e le altre dodici sistemate ai lati della navata. Suo è il progetto iconografico, di Roberto Alabiso i bozzetti e le pitture.

Collaborazione e partecipazione sono da sempre alla base dell’esperienza artistica di Calogero Zuppardo. Prova ne è l’associazione “Il Baglio”, fondata dai due maestri del vetro e simbolo della condivisione di diverse esperienze di artigianato d’arte di tutto il mondo. Da anni promuove il Corso-LabORAtorio di Arti e Architettura per la Chiesa. E già sono in corso i preparativi per la ventiquattresima edizione che quest’anno si svolgerà dal 27 al 4 novembre tra Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Per informazioni si può scrivere a info@opificiodellearti.com

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Tutti i ritmi del mondo in una bottega

Santo Vitale, nel suo laboratorio del centro storico di Palermo, costruisce e ripara tamburi provenienti da decine di paesi diversi. Tra le sue attività il “Drum Circle”, un tripudio di percussioni aperto a tutti

di Laura Grimaldi

Pezzi di mondo e culture diverse si concentrano nella Bottega delle Percussioni, tra i civici 16 e 18 in via del Parlamento, a Palermo. Pochi minuti a piedi dal Foro Italico, attraverso Porta Felice,  costeggiando piazza Marina e superando la fontana barocca del Garraffo.

Due scalini appena per iniziare il giro del mondo attraverso un’ampia varietà di strumenti a percussione esposti in due ambienti. Dal pavimento al soffitto, dappertutto ci sono tamburi di forme, materiali, caratteristiche e funzioni diverse. Da suonare con una sola mano o con tutte e due insieme oppure utilizzando un paio di bacchette. Tamburi italiani, spagnoli, brasiliani, africani, giapponesi. Ogni tamburo ha un suono diverso.

Santo Vitale, fisico da normanno, li costruisce e li ripara nel suo laboratorio che si trova alle spalle di via Vittorio Emanuele, nel centro storico della città. Una passione nata per caso e che coltiva con sacrifici da vent’anni. Da quando fece di necessità, virtù. Ovvero, aguzzando l’ingegno riuscì a riparare il tamburo che lui stesso aveva regalato tempo prima alla sorella. Uno djembè, tipico tamburo dell’Africa occidentale con l’inconfondibile forma a calice e pelle di capra.  “Quando il tamburo africano si ruppe non fu facile trovare chi lo potesse riparare” – ricorda  – . Utilizzai un tappeto in pelle di nostra madre. Il tamburo l’ho tenuto per me e lo conservo ancora”.

Di una passione ne ha fatto un’attività, lasciando un posto da impiegato per dedicarsi alla musica. Suona, costruisce e ripara tamburi di tutto il mondo. In questi anni dal suo laboratorio sono passati noti percussionisti che si sono esibiti in città. Ha venduto tamburi in Francia, Germania, Austria, Polonia, Norvegia e persino in Canada e in Giappone. Costruisce strumenti a percussione utilizzando anche materiale riciclato come pneumatici e fondi di vecchie sedie. ”Tutto suona” – dice Santo Vitale, padre di tre figli e una moglie appassionata di chitarra – “Mi affascina pensare che il tamburo siauno dei più antichi strumenti musicali inventati dall’uomo”.

Tra le sue ultime attività, il “Drum circle”, un evento ritmico aperto a tutti. Persone di qualsiasi età, cultura, religione e indipendentemente dal livello di esperienza musicale. Attività che Santo Vitale svolge da cinque anni nelle scuole, festival, matrimoni, strutture riabilitative.  “Il Drum circle è un metodo che aiuta a risolvere determinate problematiche presenti nei gruppi – spiega -. I partecipanti si dispongono in cerchio e con l’aiuto di un ‘direttore d’orchestra’ si creano ritmi improvvisati utilizzando tamburi e percussioni di ogni tipo e si condivide l’energia che sta dentro ognuno di noi”.

Una grande passione che alcuni anni fa lo ha spinto ad aprire anche una scuola in via Lincoln, poco distante dalla sua bottega. Uno spazio multiculturale aperto a grandi e piccoli in cui imparare a suonare ma anche a costruire percussioni etniche. La scuola ha anche una sua orchestra composta di una quarantina di elementi di età, razze e culture diverse “dagli otto ai settantadue anni” – dice Vitale -. Il gruppo si chiama “Jambo Sana” una parola dal significato benaugurante e che in lingua suahili vuol dire “buongiorno”.

Santo Vitale, nel suo laboratorio del centro storico di Palermo, costruisce e ripara tamburi provenienti da decine di paesi diversi. Tra le sue attività il “Drum Circle”, un tripudio di percussioni aperto a tutti

di Laura Grimaldi

Pezzi di mondo e culture diverse si concentrano nella Bottega delle Percussioni, tra i civici 16 e 18 in via del Parlamento, a Palermo. Pochi minuti a piedi dal Foro Italico, attraverso Porta Felice,  costeggiando piazza Marina e superando la fontana barocca del Garraffo.

Due scalini appena per iniziare il giro del mondo attraverso un’ampia varietà di strumenti a percussione esposti in due ambienti. Dal pavimento al soffitto, dappertutto ci sono tamburi di forme, materiali, caratteristiche e funzioni diverse. Da suonare con una sola mano o con tutte e due insieme oppure utilizzando un paio di bacchette. Tamburi italiani, spagnoli, brasiliani, africani, giapponesi. Ogni tamburo ha un suono diverso.

Santo Vitale, fisico da normanno, li costruisce e li ripara nel suo laboratorio che si trova alle spalle di via Vittorio Emanuele, nel centro storico della città. Una passione nata per caso e che coltiva con sacrifici da vent’anni. Da quando fece di necessità, virtù. Ovvero, aguzzando l’ingegno riuscì a riparare il tamburo che lui stesso aveva regalato tempo prima alla sorella. Uno djembè, tipico tamburo dell’Africa occidentale con l’inconfondibile forma a calice e pelle di capra.  “Quando il tamburo africano si ruppe non fu facile trovare chi lo potesse riparare” – ricorda  – . Utilizzai un tappeto in pelle di nostra madre. Il tamburo l’ho tenuto per me e lo conservo ancora”.

Di una passione ne ha fatto un’attività, lasciando un posto da impiegato per dedicarsi alla musica. Suona, costruisce e ripara tamburi di tutto il mondo. In questi anni dal suo laboratorio sono passati noti percussionisti che si sono esibiti in città. Ha venduto tamburi in Francia, Germania, Austria, Polonia, Norvegia e persino in Canada e in Giappone. Costruisce strumenti a percussione utilizzando anche materiale riciclato come pneumatici e fondi di vecchie sedie. ”Tutto suona” – dice Santo Vitale, padre di tre figli e una moglie appassionata di chitarra – “Mi affascina pensare che il tamburo siauno dei più antichi strumenti musicali inventati dall’uomo”.

Tra le sue ultime attività, il “Drum circle”, un evento ritmico aperto a tutti. Persone di qualsiasi età, cultura, religione e indipendentemente dal livello di esperienza musicale. Attività che Santo Vitale svolge da cinque anni nelle scuole, festival, matrimoni, strutture riabilitative.  “Il Drum circle è un metodo che aiuta a risolvere determinate problematiche presenti nei gruppi – spiega -. I partecipanti si dispongono in cerchio e con l’aiuto di un ‘direttore d’orchestra’ si creano ritmi improvvisati utilizzando tamburi e percussioni di ogni tipo e si condivide l’energia che sta dentro ognuno di noi”.

Una grande passione che alcuni anni fa lo ha spinto ad aprire anche una scuola in via Lincoln, poco distante dalla sua bottega. Uno spazio multiculturale aperto a grandi e piccoli in cui imparare a suonare ma anche a costruire percussioni etniche. La scuola ha anche una sua orchestra composta di una quarantina di elementi di età, razze e culture diverse “dagli otto ai settantadue anni” – dice Vitale -. Il gruppo si chiama “Jambo Sana” una parola dal significato benaugurante e che in lingua suahili vuol dire “buongiorno”.

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L’argentiere di Palermo amato nel mondo

Piero Accardi è uno dei maestri d’arte sacra che resistono ancora alla crisi del settore. Con le sue opere, nate nella bottega nel cuore della città, ha impreziosito tantissime chiese

di Laura Grimaldi

Aveva nove anni quando iniziò a muovere i primi passi nella bottega di argentatura e doratura del nonno. Oggi Piero Accardi è uno dei maestri argentieri d’arte sacra apprezzati in Sicilia e nel resto d’Italia, in Austria, Germania, Egitto e Brasile. È facile vederlo all’opera nel suo laboratorio nel centro storico di Palermo. In via del Parlamento 34, che scorre parallelamente all’antico Cassaro, a pochi passi da piazza Marina. È lì che Accardi crea e restaura preziose opere d’arte soprattutto ad uso liturgico.

Come l’ostensorio raffigurante un roveto ardente destinato alla chiesa della Madonna della Pace di Sharm El Sheik. Alla sua arte ed esperienza si sono affidati in tanti per delicati interventi di restauro. Ad esempio sulla secolare urna d’argento di Sant’Angelo, a Licata. Il maestro Accardi ha impiegato sette mesi per cesellare a mano i decori di quattro fasce, due di un metro e trenta e le altre di 90 centimetri. Oltre quattro metri di bandoni montati attorno all’urna settecentesca e arricchiti di ventidue margherite stilizzate e di ventisei candele ottenute piegando manualmente le lastre d’argento, poi cesellate a mano.

Nel 2009, insieme ad altri orafi, argentieri, studiosi e professionisti della città, il maestro Accardi ha dato vita al Comitato della festa di Sant’Eligio che da anni si batte per salvare ciò che resta dell’antica chiesa intitolata a Sant’Eligio, orefice di corte e vescovo di Noyon nel VII secolo. Un monumento seicentesco intimamente legato alla storia di una delle più importanti maestranze della città, quella degli orafi e degli argentieri, e oggi ridotto in rovina dal tempo e dall’incuria. Si trova in via Argenteria, alle spalle di piazza San Domenico, lì dove fin dal Medioevo erano concentrate le botteghe di argentieri e orefici tra le vie Materassai, Argenteria Vecchia e Ambra, nel quartiere della Loggia.

Pochi di loro resistono ancora alla crisi del settore e con impegno trasmettono l’arte orafa ai giovani che dalle scuole arrivano nei loro laboratori. Il maestro Accardi è tra questi. Con tutta la passione e l’arte che lo contraddistinguono, ha forgiato un calice in argento di quasi ottocento grammi da donare simbolicamente alla chiesa di via Argenteria per salvarla dal degrado e restituirla al culto e alla città. Quattro mesi di lavoro per creare una preziosa opera d’arte e richiamare l’attenzione delle istituzioni.

Un lunga ricerca storico – artistica ha preceduto la fase di lavorazione del calice che ha forme geometriche essenziali arricchite da eleganti motivi floreali in bassorilievo. A nome di tutti gli orafi e gli argentieri della città, Accardi ha creato a proprie spese un prezioso oggetto d’arte. Lo dice l’incisione in latino racchiusa in una delle formelle che compongono la base esagonale del calice: “Nobilis ars panormitanorum aurificum argentariorumque”. Sopra la scritta l’immagine dell’aquila, simbolo di Palermo, non con le ali spiegate come siamo abituati a vederla, ma basse. “Si raffigurava così prima del 1715 – spiega Piero Accardi – . Era il marchio del consolato di Palermo che veniva impresso sugli oggetti in argento solo dopo averne verificata l’autenticità. In periodo spagnolo è nella chiesa di Sant’Eligio che il console della maestranza punzonava gli oggetti preziosi davanti all’immagine della Madonna delle Grazie”.

Piero Accardi è uno dei maestri d’arte sacra che resistono ancora alla crisi del settore. Con le sue opere, nate nella bottega nel cuore della città, ha impreziosito tantissime chiese

di Laura Grimaldi

Aveva nove anni quando iniziò a muovere i primi passi nella bottega di argentatura e doratura del nonno. Oggi Piero Accardi è uno dei maestri argentieri d’arte sacra apprezzati in Sicilia e nel resto d’Italia, in Austria, Germania, Egitto e Brasile. È facile vederlo all’opera nel suo laboratorio nel centro storico di Palermo. In via del Parlamento 34, che scorre parallelamente all’antico Cassaro, a pochi passi da piazza Marina. È lì che Accardi crea e restaura preziose opere d’arte soprattutto ad uso liturgico.

Come l’ostensorio raffigurante un roveto ardente destinato alla chiesa della Madonna della Pace di Sharm El Sheik. Alla sua arte ed esperienza si sono affidati in tanti delicati interventi di restauro. Ad esempio sulla secolare urna d’argento di Sant’Angelo, a Licata. Il maestro Accardi ha impiegato sette mesi per cesellare a mano i decori di quattro fasce, due di un metro e trenta e le altre di 90 centimetri. Oltre quattro metri di bandoni montati attorno all’urna settecentesca e arricchiti di ventidue margherite stilizzate e di ventisei candele ottenute piegando manualmente le lastre d’argento, poi cesellate a mano.

Nel 2009, insieme ad altri orafi, argentieri, studiosi e professionisti della città, il maestro Accardi ha dato vita al Comitato della festa di Sant’Eligio che da anni si batte per salvare ciò che resta dell’antica chiesa intitolata a Sant’Eligio, orefice di corte e vescovo di Noyon nel VII secolo. Un monumento seicentesco intimamente legato alla storia di una delle più importanti maestranzedella città, quella degli orafi e degli argentieri, e oggi ridotto in rovina dal tempo e dall’incuria. Si trova in via Argenteria, alle spalle di piazza San Domenico, lì dove fin dal Medioevo erano concentrate le botteghe di argentieri e orefici tra le vie Materassai, Argenteria Vecchia e Ambra, nel quartiere della Loggia.

Pochi di loro resistono ancora alla crisi del settore e con impegno trasmettono l’arte orafa ai giovani che dalle scuole arrivano nei loro laboratori. Il maestro Accardi è tra questi. Con tutta la passione e l’arte che lo contraddistinguono, ha forgiato un calice in argento di quasi ottocento grammi da donare simbolicamente alla chiesa di via Argenteria per salvarla dal degrado e restituirla al culto e alla città. Quattro mesi di lavoro per creare una preziosa opera d’arte e richiamare l’attenzione delle istituzioni.

Un lunga ricerca storico – artistica ha preceduto la fase di lavorazione del calice che ha forme geometriche essenziali arricchite da eleganti motivi floreali in bassorilievo. A nome di tutti gli orafi e gli argentieri della città, Accardi ha creato a proprie spese un prezioso oggetto d’arte. Lo dice l’incisione in latino racchiusa in una delle formelle che compongono la base esagonale del calice: “Nobilis ars panormitanorum aurificum argentariorumque”. Sopra la scritta l’immagine dell’aquila, simbolo di Palermo, non con le ali spiegate come siamo abituati a vederla, ma basse. “Si raffigurava così prima del 1715 – spiega Piero Accardi – . Era il marchio del consolato di Palermo che veniva impresso sugli oggetti in argento solo dopo averne verificata l’autenticità. In periodo spagnolo è nella chiesa di Sant’Eligio che il console della maestranza punzonava gli oggetti preziosi davanti all’immagine della Madonna delle Grazie”.

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Al mercato del pesce, vera passione siciliana

Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma c’è un luogo che resta il posto di osservazione più vantaggioso…

di Claudia Cecilia Pessina

La Sicilia è uno dei luoghi più importanti della storia d’Occidente: per migliaia di anni da qui sono passati Fenici, Greci, Romani, Vandali, Goti, Bizantini, Arabi, Normanni, Tedeschi, Angioini, Asburgo e Borboni, quindi immaginiamoci l’incredibile ricchezza culturale. Sull’Isola si rende culto alle tradizioni, alla famiglia e agli amici, e questo costituisce gran parte della sua idiosincrasia che le conferisce un carattere e un orgoglio speciali.

Nel mio viaggio ho voluto scoprire non solo ciò che entra attraverso i sensi, ma anche quegli aspetti più intangibili ma importanti di ogni popolo e paese. Ai piedi dell’Etna, Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma il mercato della pescheria, tra i più pittoreschi che ho percorso, resta il posto di osservazione più vantaggioso.

Dagli archi della marina contemplo stupito il movimento di centinaia di persone che si affollano intorno a innumerevoli bancarelle su cui fa bella mostra di sé una varietà infinita di pesce e frutti di mare freschi, disposti con cura e ammirevole devozione, offerti a gran voce e con tutta l’anima dai proprietari. L’ambiente puzza di mare, di duro lavoro e dell’orgoglio di appartenere a un’antica corporazione.

La cacofonia delle voci a volte è assoluta, ma incredibilmente, a tratti, si creano due o tre secondi di silenzio, come se tutti si fossero messi d’accordo per tirare un respiro, prima di riprendere di nuovo, con reale passione siciliana, a squarciarsi la gola dalle grida.

Ivàn De Pineda – La Naciòn

Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma c’è un luogo che resta il posto di osservazione più vantaggioso…

di Claudia Cecilia Pessina

La Sicilia è uno dei luoghi più importanti della storia d’Occidente: per migliaia di anni da qui sono passati Fenici, Greci, Romani, Vandali, Goti, Bizantini, Arabi, Normanni, Tedeschi, Angioini, Asburgo e Borboni, quindi immaginiamoci l’incredibile ricchezza culturale. Sull’Isola si rende culto alle tradizioni, alla famiglia e agli amici, e questo costituisce gran parte della sua idiosincrasia che le conferisce un carattere e un orgoglio speciali.

Nel mio viaggio ho voluto scoprire non solo ciò che entra attraverso i sensi, ma anche quegli aspetti più intangibili ma importanti di ogni popolo e paese. Ai piedi dell’Etna, Catania è un esempio di città dove sembra che il tempo si sia fermato. Si cammina tra resti antichi ed edifici rinascimentali e barocchi. Ma il mercato della pescheria, tra i più pittoreschi che ho percorso, resta il posto di osservazione più vantaggioso.

Dagli archi della marina contemplo stupito il movimento di centinaia di persone che si affollano intorno a innumerevoli bancarelle su cui fa bella mostra di sé una varietà infinita di pesce e frutti di mare freschi, disposti con cura e ammirevole devozione, offerti a gran voce e con tutta l’anima dai proprietari. L’ambiente puzza di mare, di duro lavoro e dell’orgoglio di appartenere a un’antica corporazione.

La cacofonia delle voci a volte è assoluta, ma incredibilmente, a tratti, si creano due o tre secondi di silenzio, come se tutti si fossero messi d’accordo per tirare un respiro, prima di riprendere di nuovo, con reale passione siciliana, a squarciarsi la gola dalle grida.

Ivàn De Pineda – La Naciòn

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Dalla Romagna alla Sicilia via New York

Talvolta può essere tortuoso il tragitto che compiono le persone, come quello di Stefania Galegati e della sua famiglia. “I palermitani? Gentili, mi danno del lei”

di Chiara Dino

A volte le cose vanno viste con occhiali diversi. Un po’ come ha fatto Stefania Galegati che è arrivata a Palermo nel 2008, lei nata in Romagna e vagabonda per anni tra  Berlino e New York, e qui è rimasta con Darrel, il marito conosciuto a New York, e i due figli, Nina e Caito di 10 e 9 anni. Lei, dunque, è giunta a Palermo e ci racconta: “Quello che mi ha colpito in maniera immediata era che mancava di tutto”.

Può sembrare tutt’altro che un complimento, ma lei intendeva dire una cosa diversa. “Palermo per me era terra vergine, qui si poteva costruire e inventarsi una vita, cosa che a New York dove c’è tutto, sarebbe stato ben più difficile”. Così lei, che è un’artista di qualità – lavora con la pittura ma anche con la fotografia e gli interventi di arte ambientale – e Darrel, che da sempre si occupa di musica, organizza festival preferibilmente jazz, e lavora sulla produzione, hanno aperto in via San Basilio, a due passi da piazza Massimo, il Caffè Internazionale, esperienza ormai conclusa anche se alcuni “figli” nati lì, come la Summer school di arte, proseguono,

“Un posto – per dirla con le sue parole – dove le consumazioni servivano a finanziare il nostro progetto culturale e artistico: una mostra ogni quindici giorni, ma ogni tanto durano anche di più e qualche volta riesco pure a vender qualcosa, e concerti la sera”. Non è stato facile.Ma non si sono arresi. E adesso puntano a nuovo progetti, magari che sl centro storico della città li faccia spostare in campagna.

“In ogni caso – dice Stefania –, la fatica è ampiamente ripagata dalla natura gentile dei palermitani. Accoglienti e simpatici. E non solo: qui in centro storico c’è una compresenza di stratificazioni sociali diverse che convivono con maggiore apertura che in altre parti almeno d’Italia. Per dire: l’avvocato e quello che va con la moto Ape a vendere per strada magari non escono insieme ma l’uno compra dall’altro e viceversa l’altro magari difende il più debole, se serve anche in Tribunale”. Una coesistenza che Stefania ha riscontrato anche nelle scuole dei figli: ricchi e poveri fanno banda comune.

Nella foto di Alla Rizzo, da sinistra Darrell Shines, Caito Shines, Stefania Galegati e Nina Shines

Talvolta può essere tortuoso il tragitto che compiono le persone, come quello di Stefania Galegati e della sua famiglia. “I palermitani? Gentili, mi danno del lei”

di Chiara Dino

A volte le cose vanno viste con occhiali diversi. Un po’ come ha fatto Stefania Galegati che è arrivata a Palermo nel 2008, lei nata in Romagna e vagabonda per anni tra  Berlino e New York, e qui è rimasta con Darrel, il marito conosciuto a New York, e i due figli, Nina e Caito di 10 e 9 anni. Lei, dunque, è giunta a Palermo e ci racconta: “Quello che mi ha colpito in maniera immediata era che mancava di tutto”.

Può sembrare tutt’altro che un complimento, ma lei intendeva dire una cosa diversa. “Palermo per me era terra vergine, qui si poteva costruire e inventarsi una vita, cosa che a New York dove c’è tutto, sarebbe stato ben più difficile”. Così lei, che è un’artista di qualità – lavora con la pittura ma anche con la fotografia e gli interventi di arte ambientale – e Darrel, che da sempre si occupa di musica, organizza festival preferibilmente jazz, e lavora sulla produzione, hanno aperto in via San Basilio, a due passi da piazza Massimo, il Caffè Internazionale, esperienza ormai conclusa anche se alcuni “figli” nati lì, come la Summer school di arte, proseguono,

“Un posto – per dirla con le sue parole – dove le consumazioni servivano a finanziare il nostro progetto culturale e artistico: una mostra ogni quindici giorni, ma ogni tanto durano anche di più e qualche volta riesco pure a vender qualcosa, e concerti la sera”. Non è stato facile.Ma non si sono arresi. E adesso puntano a nuovo progetti, magari che sl centro storico della città li faccia spostare in campagna.

“In ogni caso – dice Stefania –, la fatica è ampiamente ripagata dalla natura gentile dei palermitani. Accoglienti e simpatici. E non solo: qui in centro storico c’è una compresenza di stratificazioni sociali diverse che convivono con maggiore apertura che in altre parti almeno d’Italia. Per dire: l’avvocato e quello che va con la moto Ape a vendere per strada magari non escono insieme ma l’uno compra dall’altro e viceversa l’altro magari difende il più debole, se serve anche in Tribunale”. Una coesistenza che Stefania ha riscontrato anche nelle scuole dei figli: ricchi e poveri fanno banda comune.

Nella foto di Alla Rizzo, da sinistra Darrell Shines, Caito Shines, Stefania Galegati e Nina Shines

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Le meraviglie della Sicilia in sette entusiasmanti giorni

Un viaggio attraverso l’Isola può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari. Oppure si può vagare senza meta, perdersi nel paesaggio decadente e malinconico e scoprire il realismo magico che l’attraversa

di Claudia Cecilia Pessina

Mi fermo a Racalmuto perché Leonardo Sciascia è nato e sepolto lì. Alle due del pomeriggio chiedo al fornaio di raccomandare un buon ristorante, lui mi guarda e mi dà una risposta che mi confonde: “Ora sono tutti chiusi, è ora di pranzo”.

Il realismo magico non è solo una questione caraibica: anche in Sicilia la realtà prende quella straordinaria, quasi fantastica piega che trasforma l’isola in uno spazio di finzione. Il suo paesaggio urbano è uno scenario teatrale senza fine, a volte travolgente. Se si desidera visitare l’isola, qualunque sia il percorso, va fatto in auto, su una rete viaria in buone condizioni, ma non uniforme e a volte strana: trovi una corsia chiusa per lavori che non si fanno, nessun segnale umano o meccanico, solo coni stradali che restringono la carreggiata e si rallenta in modo arbitrario. Il traffico nelle città pure è difficile: strade aggrovigliate, a volte troppo strette, e guidatori disordinati che guidano contromano.

Un viaggio attraverso la Sicilia può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari, partendo ad esempio da Taormina, balcone affacciato sul Mar Ionio e girando in senso orario fino a raggiungere Palermo, da lasciare per ultima per non offuscare il resto. E poi Catania con la Fontana dell’Elefante, simbolo della città, perché a quanto pare nel remoto passato c’erano elefanti nani sull’isola; altro gioiello, Siracusa: attraversare Ortigia la sera e cenare in uno dei suoi ristoranti è una ragione sufficiente per passarci una notte.

Camminando, mi viene in mente, paradossalmente, Amsterdam, perché come là anche qui vedo molte grandi finestre senza tende che rivelano scene domestiche dell’interno. Mi rendo conto per la prima volta che un giorno dovrò tornare in Sicilia per poterla girare senza itinerari. Nella mia guida evidenzio i luoghi monumentali, i palazzi storici e le chiese, ma quello che voglio fare veramente è vagare senza meta, senza obblighi né orari, perdermi nel paesaggio decadente e malinconico, rimanere nascosto in un portone guardando una di quelle finestre nude: in una vedo un vecchio uomo che legge un libro in piedi e mi commuovo.

Luisgé Martín – EL PAIS

Un viaggio attraverso l’Isola può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari. Oppure si può vagare senza meta, perdersi nel paesaggio decadente e malinconico e scoprire il realismo magico che l’attraversa

di Claudia Cecilia Pessina

Mi fermo a Racalmuto perché Leonardo Sciascia è nato e sepolto lì. Alle due del pomeriggio chiedo al fornaio di raccomandare un buon ristorante, lui mi guarda e mi dà una risposta che mi confonde: “Ora sono tutti chiusi, è ora di pranzo”.

Il realismo magico non è solo una questione caraibica: anche in Sicilia la realtà prende quella straordinaria, quasi fantastica piega che trasforma l’isola in uno spazio di finzione. Il suo paesaggio urbano è uno scenario teatrale senza fine, a volte travolgente. Se si desidera visitare l’isola, qualunque sia il percorso, va fatto in auto, su una rete viaria in buone condizioni, ma non uniforme e a volte strana: trovi una corsia chiusa per lavori che non si fanno, nessun segnale umano o meccanico, solo coni stradali che restringono la carreggiata e si rallenta in modo arbitrario. Il traffico nelle città pure è difficile: strade aggrovigliate, a volte troppo strette, e guidatori disordinati che guidano contromano.

Un viaggio attraverso la Sicilia può durare una vita, ma ci vuole una settimana per conoscere la maggior parte dei luoghi leggendari, partendo ad esempio da Taormina, balcone affacciato sul Mar Ionio e girando in senso orario fino a raggiungere Palermo, da lasciare per ultima per non offuscare il resto. E poi Catania con la Fontana dell’Elefante, simbolo della città, perché a quanto pare nel remoto passato c’erano elefanti nani sull’isola; altro gioiello, Siracusa: attraversare Ortigia la sera e cenare in uno dei suoi ristoranti è una ragione sufficiente per passarci una notte.

Camminando, mi viene in mente, paradossalmente, Amsterdam, perché come là anche qui vedo molte grandi finestre senza tende che rivelano scene domestiche dell’interno. Mi rendo conto per la prima volta che un giorno dovrò tornare in Sicilia per poterla girare senza itinerari. Nella mia guida evidenzio i luoghi monumentali, i palazzi storici e le chiese, ma quello che voglio fare veramente è vagare senza meta, senza obblighi né orari, perdermi nel paesaggio decadente e malinconico, rimanere nascosto in un portone guardando una di quelle finestre nude: in una vedo un vecchio uomo che legge un libro in piedi e mi commuovo.

Luisgé Martín – EL PAIS

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