Scoperti i resti di una tartaruga gigante in una grotta di Bagheria

Risale a 12.500 anni fa ed è la testuggine più “giovane” d’Europa e del bacino Mediterraneo. Potrebbe essere stata portata all’estinzione dai primi abitanti della Sicilia

di Redazione

L’hanno chiamata “Solitudo sicula” e risale a 12.500 anni fa. Il fossile di una nuova specie di testuggine, ossia un tipo di tartaruga terrestre, è stato scoperto nella grotta Zubbio di Cozzo San Pietro a Bagheria, nel Palermitano, ed è oggetto di una ricerca pubblicata sul Zoological Journal of the Linnean Society dell’Università di Oxford e dal Museo di Storia naturale di Dresda. Si tratta – spiegano i ricercatori – della testuggine di grande taglia più “giovane” d’Europa e del bacino Mediterraneo e potrebbe essere stata portata all’estinzione dai primi abitanti della Sicilia.

Il lavoro è stato coordinato dal professor Massimo Delfino del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino, in collaborazione con un team internazionale che include, oltre all’Università di Palermo, anche istituti di ricerca e musei in Argentina, Germania, Polonia e Spagna.

Femore di Solitudo sicula confrontato l’unica testuggine terrestre autoctona vivente in Sicilia

Grazie agli scavi condotti dal gruppo di lavoro di Luca Sineo dell’Università di Palermo in un’area funeraria attribuibile all’età del Rame, che si trova a circa 15 metri di profondità nella grotta vicino a Bagheria, sono stati portati alla luce alcuni resti di una testuggine di grande taglia il cui guscio raggiungeva probabilmente i 50-60 centimetri. Analisi al radiocarbonio dei resti della testuggine hanno rivelato che il loro possessore era in vita circa 12.500 anni fa, molto prima che la grotta fosse interessata dalle attività funerarie. A scoprire quel che resta dello scheletro – secondo quanto riporta l’Agi – è stato lo speleologo Pietro Valenti, durante le ricerche fatte nel 2015 per la sua tesi di laurea da esporre al dipartimento di Scienze naturali dell’Università di Palermo. Valenti è anche coautore dello studio pubblicato sul Zoological Journal of the Linnean Society dell’Università di Oxford.

La presenza di un femore molto ben conservato ha consentito di confrontare le caratteristiche morfologiche della testuggine di Bagheria con quella di tutte le testuggini viventi e fossili del bacino Mediterraneo e di stabilire che si tratta di una nuova specie che ha richiesto anche l’istituzione di un nuovo genere. Il materiale è stato attribuito a “Solitudo sicula”, un nome che pur mantenendo una certa assonanza con il genere dell’unica testuggine terrestre attualmente vivente in Sicilia.

Testuggine gigante delle Galàpagos (foto Uwe Fritz)

Sebbene non sia possibile dimostrarlo sulla base dei dati attualmente disponibili, non è escluso che Solitudo sia stata portata all’estinzione dagli esseri umani che hanno abitato la Sicilia nell’antichità e, come sottolinea il professor Sineo, “prove di interazioni fra Solitudo e gli esseri umani potrebbero essere ancora racchiuse nei depositi fossiliferi dello Zubbio di Cozzo San Pietro o in altri giacimenti archeologici dell’isola”. Come fa notare Uwe Fritz, docente del Museo di Zoologia Senckenberg Dresden, e coautore della ricerca, “è stato un colpo di fortuna che un femore quasi intatto fosse presente fra i pochi resti di testuggine ritrovati sino ad ora. Le testuggini di grande taglia hanno generalmente gusci fragili e quindi poco presenti nel registro paleontologico, al contrario dei femori che sono robusti e piuttosto frequenti”.

Secondo Gianni Insacco, direttore scientifico del Museo di Comiso, che ormai da decenni si occupa del salvataggio dei resti fossili delle testuggini giganti della Sicilia orientale e che non è fra gli autori del lavoro, “il ritrovamento di questi resti rappresenta una sorpresa veramente inaspettata che apre nuove prospettive per la ricerca scientifica e quindi per la conoscenza del patrimonio naturale e culturale siciliano”.

Massimo Delfino con una testuggine gigante delle Seychelles (foto Dennis Hansen)

“Solitudo sicula è per noi ancora un enigma in gran parte da sciogliere perché sino ad ora abbiamo avuto accesso ad un numero molto limitato di informazioni”, spiega Massimo Delfino. “Sebbene si tratti di materiale relativamente recente, – spiega lo studioso – l’estrazione del Dna antico non ha dato risultati utili a comprendere le sue relazioni di parentela con le specie attualmente viventi. Inoltre, i resti fossili sono estremamente scarsi e non includono elementi del cranio e del guscio che potrebbero consentire di fare confronti più dettagliati e ottenere delle informazioni relative all’ecologia di questa specie. Auspichiamo quindi che possano essere ritrovati altri resti in ulteriori campagne di scavo”.

In vendita cappella liberty nascosta nel centro di Palermo

In un piccolo cortile, circondata dai palazzi, la chiesetta appartenuta ai coniugi Lo Bianco e adesso tra i beni dell’Istituto Diocesano per il sostegno del Clero, è in cerca di nuovi proprietari

di Giulio Giallombardo

È nascosta in un piccolo cortile nel centro di Palermo, circondata dai palazzi, in una delle zone più calde della movida. È una piccolissima chiesa dal gusto liberty, costruita un secolo fa come rifugio per una coppia di coniugi in cerca di conforto dopo la perdita dei loro giovani figli. Un intimo tempio della memoria e degli affetti, che ancora oggi affascina e sorprende. È la cappella Lo Bianco, in via La Lumia, adesso di proprietà dell’Istituto Diocesano per il sostegno del Clero, ente che ha deciso di metterla in vendita al prezzo di 135mila euro.

Portoncino d’ingresso

L’annuncio è apparso online e rilanciato sui social, animando un vivace dibattito. “Quello che sto per mostrarti – si legge nel commento dell’inserzionista – è un piccolo gioiello nascosto nel centro di Palermo. Non ti parlo di un appartamento, di una bottega, di un locale o altro ancora. Nulla che tu abbia già letto o sentito. Quello che vedi è un luogo pieno di storia. Una cappella privata, costruita in pieno stile Liberty nel 1923”.

Una delle finestre con le vetrate

Alla cappella, indicata nell’annuncio come “proprietà rustica”, si accede da un cancello su via La Lumia, a due passi da via Libertà. Aperta e visitabile solo in pochissime occasioni agli inizi del 2000, la chiesetta è una di quelle nate a Palermo nel primo ventennio del Novecento, a servizio di residenze alto borghesi. Fu fatta costruire nel 1923 da Giovanni e Rosa Lo Bianco, per ricordare i loro due figli morti prematuramente durante un’epidemia di spagnola.

Il campanile

La nascita delle chiese private nei primi anni del secolo scorso – come spiega l’architetto Lelia Collura in un articolo di Salvare Palermo – si deve alla legge che nel 1866 soppresse gli ordini e le corporazioni religiose. “Si verificò a livello privato un crescente interesse per piccoli luoghi di culto, spesso cappelle o chiesette, – scrive l’architetto – che ebbero in comune tra loro, oltre le modeste dimensioni d’impianto, anche l’epoca di realizzazione: il primo ventennio del nuovo secolo. L’uso di annettere alle residenze di un certo prestigio piccole cappelle private, era stato retaggio dell’architettura dei palazzi nobiliari e delle ville del Settecento”.

La cappella Lo Bianco

Le linee semplici dell’esterno, con un portoncino sormontato da una lunetta e un piccolo campanile in mattoni, contrastano con la raffinatezza dell’interno. Nella sala – prosegue Collura – “si percepisce un tardo sapore liberty nelle decorazioni alle pareti e al soffitto, nei perfili dorati che evidenziano il lieve risalto degli elementi architettonici, nelle belle vetrate colorate dai disegni geometrici. L’iconografia presente è della più classica: gli affreschi con i volti di quattro santi scandiscono simmetricamente la piccola navata, mentre sul soffitto un’elegante cornice di spighe e nastri, inquadra una scena con angioletti che adornano l’Eucaristia e un Agnus Dei. Vi sono poi putti e fastigi dorati sull’altare, acquasantiere a forma di conchiglia, un quadro-luci che è un vero capolavoro di impiantistica dell’epoca”.

Cancello su via La Lumia

La cappella in funzione fino agli anni ’60 del Novecento, rimase abbandonata per anni fino a quando cittadini, associazioni e istituzioni si mossero per salvarla. È del 2003 il restauro finanziato dall’assessorato regionale ai Beni Culturali, per il recupero della cappella, che si trovava in condizioni di degrado. Gli affreschi erano stati danneggiati dalle infiltrazioni d’acqua piovana e il controsoffitto in corrispondenza dell’altare era parzialmente crollato. Ormai chiusa da anni, la cappella adesso è in cerca di nuovi proprietari.

(Foto Giulio Giallombardo)

L’esterno dell’edificio

Palazzo Adriano porta in “paradiso” il suo museo del cinema

Lo spazio espositivo dedicato al capolavoro di Giuseppe Tornatore conquista il primo posto nella classifica della piattaforma di rating Ranxter

di Giulio Giallombardo

C’è la bici su cui Alfredo portava a spasso il piccolo Totò, accendendo i suoi sogni. Ma anche il proiettore che quei sogni li materializzava sul grande schermo. E poi tantissimi cimeli e fotografie, fermoimmagini di un capolavoro. Il Museo Nuovo Cinema Paradiso di Palazzo Adriano è la memoria storica del film di Giuseppe Tornatore, un ispirato miracolo in celluloide su cui in pochi avrebbero scommesso.

La consegna del premio

Adesso questo piccolo spazio espositivo nel borgo che ha fatto da set alla pellicola, ha vinto il suo personale “Oscar”, conquistando il primo posto della classifica dei migliori musei del cinema mondiali, secondo la piattaforma di rating Ranxter. Il premio è stato consegnato alla comunità di Palazzo Adriano dai rappresentanti della piattaforma digitale ungherese dedicata al cinema, che raccoglie punteggi, commenti e gradimenti da parte degli utenti di tutto il mondo. Il Museo Nuovo Cinema Paradiso è stato definito luogo “cult, magico, evocativo, che riesce a dare forti emozioni ai visitatori”.

Il cineproiettore usato durante le riprese

Allestito e curato dall’amministrazione comunale al piano terra del settecentesco Palazzo Dara, il museo – sulle note delle musiche di Ennio Morricone – raccoglie oltre cento foto del set, tutte originali, molti oggetti di scena, persino le sedie in legno reclinabili usate nella sala del cinema. C’è poi un plastico che riproduce il centro del borgo con l’indimenticabile piazza teatro delle riprese. “È un luogo emozionante, vengono da tutto il mondo per visitarlo – dice soddisfatto il sindaco di Palazzo Adriano, Nicola Granà, a Le Vie dei Tesori Magazine – questo riconoscimento ci riempie di gioia e dà ancora più valore al lavoro fin qui svolto. I luoghi del cinema oggi sono molto apprezzati per tutto quello che raccontano e noi continueremo a percorrere questa strada per il nostro paese, contando di tornare ai numeri che avevamo prima della pandemia”.

L’insegna del Museo del cinema

Ma nel borgo arbëreshë dei Sicani, che Tornatore ribattezzò “Giancaldo”, in omaggio alla montagna che sovrasta la sua Bagheria, si guarda avanti. Nei giorni scorsi sono stati affidati i lavori per creare il nuovo museo dedicato al film, che sorgerà accanto all’attuale sede, nell’ex palazzo del Municipio. “Contiamo di inaugurarlo la prossima estate, in occasione del nostro Paradiso Film Fest – afferma ancora il sindaco – , non sarà solo un luogo dedicato all’esposizione dei cimeli, ma sono previsti anche percorsi multimediali e due salette cinematografiche dove organizzeremo rassegne tematiche”. Uno spazio di comunità per continuare a sognare.

Palermo riabbraccia la Santuzza dopo due anni di pandemia

Presentata la 398esima edizione del Festino di Santa Rosalia. Sarà un simbolico “Canto contro la peste” che chiamerà a raccolta tutte le energie della città. Davanti al carro sfileranno medici, infermieri e forze dell’ordine

di Alessio Celano

“Canto contro la peste”, un titolo capace di risvegliare nella memoria eventi tanto recenti quanto drammatici, per costruire un rinnovato senso di comunità tra i palermitani, dopo due anni di pandemia. Sarà un Festino corale quello si celebrerà a Palermo in onore di Santa Rosalia. Un programma di tre giorni, tra eventi culturali e celebrazioni religiose, che si svolgeranno dal 13 al 15 luglio, costruito all’insegna della “sobrietà”, come è stato sottolineato questa mattina nel corso della presentazione al Palazzo Arcivescovile.

La conferenza stampa del Festino 2022

Il Comune chiama a raccolta tutte le energie della città, delle istituzioni e della comunità e del mondo della cultura per celebrare in musica la Santuzza, come lascia intuire il sottotitolo di questa 398esima edizione “Nove Orchestre e una preghiera”. Inoltre, davanti al carro trionfale, sfileranno medici, infermieri, protezione civile, forze dell’ordine, Croce Rossa, in segno di riconoscenza per coloro che durante la pandemia hanno salvato vite umane a costo, spesso, della loro.

Il bozzetto del carro trionfale 2022

Una “coralità” che il Comune ha racchiuso in un eterogeneo gruppo di lavoro interno all’amministrazione (con il coordinamento organizzativo di Gaspare Simeti) e un comitato di direzione artistica, coordinato da Maurizio Carta, prorettore dell’Università di Palermo, formato dall’Università degli Studi di Palermo, dalla Fondazione Teatro Massimo di Palermo, dall’Accademia di Belle Arti di Palermo, dalla Fondazione Teatro Biondo Stabile di Palermo, dal Conservatorio di Musica di Stato “Alessandro Scarlatti”, dalla Fondazione Federico II, dalla Fondazione The Brass Group e dalla Fondazione Sant’Elia. Una manifestazione che sarà realizzata con una spesa complessiva che si aggira intorno ai 200mila euro.

In programma, la sera del 14 luglio, la sfilata in nove tappe per le vie del centro storico: da Porta Nuova-Palazzo Reale, passando per la Cattedrale, quindi ai Quattro Canti, poi all’incrocio con via Roma, alle Mura delle Cattive e, infine, al Palchetto della Musica, prima dei tanto attesi fuochi d’artificio. Le voci recitanti sul carro saranno quelle di Pamela Villoresi e Salvo Piparo mentre quelle soliste saranno di Miriam Palma, Maurizio Maiorana e Marta Piazza.

Il sindaco Roberto Lagalla accanto all’arcivescovo Corrado Lorefice

L’immagine scelta per rappresentare la Santuzza nell’edizione di quest’anno è stata ideata e realizzata da alcuni giovanissimi studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Palermo: Biagio Lombardo, Gianluca Ladduca, Giorgio D’Anna, Roberto Patti, Silvia Esposito. Come sottolinea Carta, “modernissima ma ancestrale, ricorda le maschere greche e quelle africane, cosmopolita e moderna espressione anche di matrici orientali e africane”. Il prorettore aggiunge poi: “Il germe del carro di quest’anno nasce dall’inquietudine. Il festino del 2019 per un’indicazione del Santo Padre si intitolò così e successe poi che all’uscita da Porta Felice, contemporaneamente ai fuochi, sia scoppiato un nubifragio. Forse un presagio di ciò che ci attendeva”. Ora, dopo due anni e tanti amici persi, il carro, raffigurante San Benedetto il Moro e la grotta delle reliquie, diventa anche uno spartito musicale. “Chiederemo anche ai palazzi e alle piazze che ci hanno salvato durante la pandemia di interagire con noi – prosegue Carta – nel tentativo di costruire un rinnovato senso di comunità”.

Un momento della conferenza stampa

Presente anche il sindaco Roberto Lagalla, che non ha nascosto la commozione, ripensando a quanto accaduto negli ultimi due anni. “Il Festino è un grande momento comunitario che attrae, coinvolge, integra, abbraccia, pacifica – ha detto – . È un modo di essere di Palermo, che ogni anno rinnova il patto di comunità che le permette di rinascere dai problemi e tornare a guardare il futuro. In questa occasione ho deciso di modificare la tradizionale invocazione del sindaco che per tre volte dice ‘Viva Palermo e Santa Rosalia’ ripetendolo soltanto una volta e invitando altre due persone a pronunciare le altre due, con la stessa metodologia di coinvolgimento corale”. A far compagnia al sindaco – come ha lasciato intendere lo stesso Lagalla – potrebbero essere un rappresentante della sanità e uno della Protezione civile.

Di centrale importanza ovviamente anche la dimensione più strettamente religiosa, su cui si è soffermato l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, e che avrà il suo culmine come sempre il 15 luglio. “Questo Festino, – ha dichiarato – soprattutto dopo gli anni dipandemia, con le conseguenze psicologiche, relazionali, economiche, sociali che ha causato, non può e non deve essere un motivo di evasione, di alienazione. Ma motivo di autentica festa. Ci chiede di cantare insieme, forti di un ritrovato senso comunitario e fraterno della vita, un inno di liberazione che nasca da cuori e mani che hanno deciso di coinvolgersi in un cammino di liberazione e di rinascita di questa nostra città amata da Rosalia”.

L’icona che sarà esposta alla Martorana

Per l’occasione, verrà inoltre consegnata alla Chiesa della Martorana una antichissima icona del 1194, attualmente esposta al Museo diocesano, chiamata “tabula martoraniensis”, così da poter “valorizzare i beni culturali per il culto, ma non solo”. Sarà inoltre possibile rivedere e rivivere tutti i momenti del Festino grazie alla partecipazione del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, che filmerà il meglio della manifestazione per poi realizzare un documentario.

Infine, in vista della quattrocentesima edizione del Festino che si svolgerà nel 2024, ci si prepara a un intero anno di eventi dedicati alla Santuzza, tra storia, cultura e religione. Insomma, dopo due anni di pandemia, la città sente ancora più forte il bisogno di stringersi in un abbraccio per tornare a gridare: “Viva Palermo e Santa Rosalia”.

Nasce a Palermo la biblioteca semiotica più grande d’Europa nel nome di Paolo Fabbri

Custoditi a Palazzo Tarallo, nel cuore di Ballarò, oltre 12mila volumi che lo studioso riminese scomparso due anni fa, ha donato al Circolo Semiologico Siciliano

di Guido Fiorito

Il desiderio di Paolo Fabbri è stato realizzato: la sua biblioteca, le sue carte, i suoi premi trovano nuova vita a Palermo, a Palazzo Tarallo. Fabbri, scomparso due anni fa, è un maestro della semiotica, la scienza che studia la relazione tra i segni e il loro significato, o meglio il loro senso. E quindi si interessa a come sia costruito questo senso, ai simboli e alla comunicazione. Aveva insegnato alla facoltà di Magistero nell’Università di Palermo tra il 1987 e il 1990 e non aveva mai dimenticato la città. Per il terreno fertile che aveva trovato per una scienza appena nata, per i rapporti amichevoli con Antonino Buttitta e Antonio Pasqualino e non solo. Ricordava Palermo come una capitale della nuova cultura, che aveva ospitato la fondazione del Gruppo 63.

Un momento dell’inaugurazione (foto Dario Mangano)

Quando, nella sua ultima visita, nel 1996, aveva conosciuto Palazzo Tarallo, aveva detto che sarebbe stato un luogo ideale per ospitare la sua biblioteca. Volontà inserita nel testamento e realizzata non senza difficoltà. I suoi volumi e documenti sono stati quindi donati al Circolo Semiologico Siciliano, presieduto da Gianfranco Marrone, suo brillante allievo e sodale di studi con la direzione comune di collane editoriali. La biblioteca è stata realizzata con il sostegno del Museo internazionale delle Marionette e di Simonetta Franci Fabbri, moglie dello studioso.

La biblioteca Fabbri a Palazzo Tarallo

Adesso i suoi libri sono ordinati e catalogati sotto l’affresco del Trionfo di Betsabea di Pietro Martorana, al primo piano di palazzo Tarallo, in via delle Pergole 74, che già ospita le biblioteche del museo Pitrè e di Buttitta, oltre il museo della cartolina d’epoca. “I rumori del mercato di Ballarò che entrano dalle finestre sarebbero piaciuti a Paolo Fabbri. Si tratta della più grande biblioteca semiotica d’Europa”, ha detto Gianfranco Marrone, subito dopo il taglio del nastro.

Il taglio del nastro (foto Maria Giulia Franco)

La biblioteca comprende più di 12.000 volumi e decine e decine di faldoni dell’archivio personale di Fabbri trasferiti dalla casa di Rimini. Tutta una vita di letture e di studi. A parte i libri di semiotica, numerosi in francese, i titoli testimoniano la curiosità onnivora di Fabbri: dalla filosofia alle scienze umane, in particolare antropologia e sociologia, fino alla comunicazione. A volte con preziose dediche. Ma anche libri su Depero e il futurismo oppure sul concittadino Federico Fellini, al quale aveva dedicato un saggio. In alto nella seconda sala s’intravede una collezione di volumetti di Salgari e di Verne. C’è uno scaffale dedicato ad Umberto Eco, amico e per certi versi avversario, che raffigurò Fabbri “Nel nome della rosa” come Paolo da Rimini, Abbas Agraphicus.

L’inaugurazione della biblioteca Fabbri a Palazzo Tarallo (foto Dario Mangano)

Fabbri era un testimone geniale del suo tempo, cui piaceva andare al Teatro Biondo in loggione per dialogare con i più giovani. L’urbanista Maurizio Carta ha ricordato che il punto di partenza del suo insegnamento si può sintetizzare come “sminuire l’ovvio per acuire l’occhio”. Libertà nell’attraversare la contemporaneità, con piedi saldi nella teoria e volontà di fare. Ogni progetto, infatti, andava subito realizzato. I tanti aspetti della sua figura sono stati ricordati dagli altri intervenuti: Michele Cometa, Jacques Fontanille, Patrizia Monterosso, Rosario Perricone, Isabella Pezzini. Ovvero riflettere sulla nostra società, sulle sue mode, senza pregiudizi.

Alcuni dei volumi donati da Paolo Fabbri

Ricorda ancora Gianfranco Marrone che sosteneva come “la memoria serva solo per guardare al futuro con responsabilità”. Da qui la necessità che il lascito di Fabbri diventi occasione di avvenimenti culturali e di nuovi studi. “La morte – ha detto Simonetta Franci Fabbri – per lui era un rito di passaggio. Chi è scomparso, sosteneva, resta reale se continuiamo a dargli la parola. Diceva: Io sono dove sono i miei libri. Quindi Paolo adesso è qui”.

(La prima foto in alto è di Dario Mangano)

Il Museo Pasqualino tra i vincitori dell’European Heritage Awards

L’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari premiata per un progetto di ricerca sui pupi siciliani

di Redazione

Uno dei più importanti riconoscimenti europei per il patrimonio culturale va a un’istituzione siciliana. C’è anche il Museo Pasqualino e l’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari tra i vincitori dell’European Heritage Awards – Europa Nostra Awards 2022. Il museo palermitano è stato premiato per il progetto di ricerca dal titolo “Piano delle misure di salvaguardia dell’opera dei pupi siciliani – il teatro delle marionette siciliane”.

Quest’anno, ventennale del prestigioso riconoscimento europeo, sono stati premiati 30 progetti provenienti da 18 Paesi diversi. “Questo progetto è un esempio di best practice per la salvaguardia e la gestione sostenibile del patrimonio culturale immateriale – si legge nella motivazione della giuria per il premio al Museo Pasqualino – . Il Piano delle misure di salvaguardia dell’opera dei pupi siciliani ha risposto con successo alle esigenze di una tradizione dalle origini antiche e ha avuto un impatto reale sulla tradizione immateriale, aumentando l’interesse del pubblico e sottolineandone il valore specifico e la sostenibilità in Sicilia”.

Il progetto di ricerca partecipata portato avanti dall’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari si è focalizzato sulle misure di salvaguardia recenti e attuali incentrate sul Teatro dei pupi siciliano, dichiarato nel 2001 dall’Unesco, “Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità”. Un lavoro corale, sostenuto dal ministero della Cultura italiano, che ha visto il coinvolgimento di consulenti scientifici e tecnici e la partecipazione attiva della comunità patrimoniale, sia come soggetto di ricerca che come partner.

Rosario Perricone durante un incontro al Museo delle Marionette (foto Facebook)

Il progetto si è articolato in più fasi, iniziando con il documentare lo stato attuale della pratica del Teatro dei pupi siciliani e gli elementi di patrimonio materiale ad esso connessi e rilevando anche la presenza di altri operatori attivi e collezionisti. Un secondo step ha riguardato l’individuazione delle sfide culturali, artistiche, storiche, ambientali, scientifiche e tecniche associate a un patrimonio ricchissimo e ha contribuito a rafforzare la Rete dell’Opera dei Pupi, attraverso il Museo Pasqualino, diretto da Rosario Perricone.

Pupo di Orlando restaurato al Museo Pasqualino

Dopo questa fase, il gruppo di ricerca, in collaborazione con i professionisti del teatro delle marionette, ha individuato e stabilito le priorità per le misure di salvaguardia più appropriate e necessarie. Tutte raccomandazioni inserite nel progetto, che è diventato così una vera e propria road map verso un sistema di azioni, che ha condotto a una governance partecipativa a più livelli ma con un unico fine: promuovere e valorizzare la tradizione del teatro delle marionette in Sicilia.

“Siamo felici e onorati di ricevere questo premio così prestigioso. Il nostro progetto – commenta il direttore del Museo delle Marionette, Rosario Perricone – è frutto di un lavoro sterminato e corale, mirato a proteggere un patrimonio fondamentale non soltanto in Sicilia, ma spesso fragile. Abbiamo posto le basi per continuare a dare sempre più visibilità nazionale e internazionale del teatro di figura isolano, creando allo stesso tempo spazio per le sue espressioni e varianti contemporanee e diversificate”. La cerimonia di premiazione del patrimonio avrà luogo il 26 settembre al teatro State Opera di Praga in occasione della European Heritage Awards Ceremony, alla presenza del commissario europeo per l’Innovazione, la Ricerca, la Cultura, l’Educazione e i Giovani, Mariya Gabriel e del presidente esecutivo di Europa Nostra, Hermann Parzinger.

Arriva il Monopoly targato Palermo curato dalle Vie dei Tesori

Presentato il nuovo gioco di società dedicato alla città, la Fondazione curerà contenuti e storytelling sui luoghi. Previste tappe di avvicinamento al “tabellone” finale che sarà svelato con un grande evento

di Redazione

Comprare il “povero” Vicolo Stretto ma aspirare al sontuoso Parco della Vittoria; andare in prigione e restare fermo un giro; pescare un Imprevisto e cambiare l’esito la partita … Chi non ha mai giocato a Monopoly? Esistono circa 200 edizioni diverse del famoso “tabellone” verde, ma per la prima volta ci sarà un Monopoly dedicato a Palermo. E, grande novità nella storia del gioco di società più famoso in assoluto, viene scelto un partner culturale per la realizzazione dei contenuti sui luoghi della città. Sarà infatti Le Vie dei Tesori a raccontare Palermo secondo il suo storytelling collaudato, a cui si avrà accesso tramite Qrcode posizionati strategicamente, che rimanderanno al sito delle Vie dei Tesori, che è già una fonte inesauribile di notizie, immagini, materiali e storie, aggiornato continuamente durante l’anno e arricchito da un magazine on line dedicato al racconto del patrimonio siciliano.

Il sindaco Lagalla durante la conferenza stampa

Monopoly seguirà Le Vie dei Tesori con una serie di eventi che condurranno al festival e allo svelamento del tabellone. “Ero io stesso un giocatore sfegatato di Monopoly – dice il sindaco Roberto Lagalla, intervenuto questa mattina alla conferenza stampa di presentazione a Palazzo delle Aquile – sapere che ne esisterà uno dedicato a Palermo, mi riempie di gioia. Ringrazio Le Vie dei Tesori e Monopoly per questa edizione che crea un connubio tra gli aspetti ludici e culturali per far conoscere e valorizzare i luoghi simbolo di Palermo. Sono molto soddisfatto del fatto che si possa proporre in chiave educativa, informativa e divulgativa l’edizione di un gioco che ha avuto una funzione virtuosa dell’intrattenimento delle giovani generazioni, e che oggi mette al centro la nostra città. Tutto questo grazie alla partnership con le Vie dei Tesori che in questi anni hanno costruito una straordinaria catena culturale che mette in luce la storia e le bellezze di Palermo”.

Si scopriranno angoli, mercati, giardini, borgate marinare che poi si ritroveranno sul tabellone. Palermo dunque avrà il suo Monopoly, dopo le edizioni di successo dedicate a Napoli, Roma, Verona, Bergamo e Reggio Emilia: ognuna con i nomi autentici delle vie e delle attività più famose che vi hanno sede. Ma con una novità. Laura Anello, presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori, spiega come “per la prima volta nella storia del gioco, il Monopoly avrà dei contenuti culturali aggiuntivi, dei QRcode nel tabellone che porteranno a itinerari, tour, storie, indicati e curati dalle Vie dei Tesori”.

Laura Anello e Pamela Villoresi

Il direttore del Teatro Biondo, Pamela Villoresi, si chiede “Quale altra città se non Palermo può raccontare un sogno?” e Fausto Cerutti, head of Italy di Winning Moves racconta come “Monopoly sbarchi a Palermo dopo un paio di anni di attesa, il covid ci ha ritardato. Le edizioni legate alle città sono presenti da vent’anni nei paesi anglosassoni e vanno benissimo: speriamo che Palermo abbia anche questo successo, avere un Monopoly dedicato segna l’importanza della città. Sarà la prima edizione interattiva con il QRcode che riporta al sito che può essere modificato e aggiornato, mentre il tabellone resterà immutato”.

Maurizio Carta e Roberto Lagalla

La formula di lancio di ogni Monopoly è ormai consolidata da tempo e procede a tappe verso lo “svelamento”: la prima casella, poi un intero gruppo di luoghi accomunati da un colore, e infine il tabellone del gioco, durante una grande manifestazione live. Il sindaco Lagalla chiede di coinvolgere le scuole e le periferie, sia con attività che con contenuti interattivi. “Monopoly è un gioco di relazioni, tra qualità degli spazi e delle persone. È intergenerazionale, intersociale – spiega infatti Maurizio Carta, prorettore alla Terza Missione che ha annunciato il partenariato con l’Università di Palermo -. È fatto di negoziazione di valori, è un urban center ludico che segnerà i cambiamenti della città”.

La conferenza stampa di presentazione

Un percorso costellato – ed è questa l’altra novità palermitana, nata con la collaborazione delle Vie del Tesori – da una serie di visite ed eventi speciali che condurrà di pari passo verso il festival di ottobre, quando il tabellone sarà svelato e diventerà il palcoscenico di attività di educazione al patrimonio per le scuole e per i cittadini tutti. Parte del ricavato delle vendite del Monopoly Palermo sarà destinato a un progetto solidale per la città.

Riapre la chiesa della Mazza nel centro storico di Palermo

Custodisce opere del Battistello, dello Zoppo di Gangi e della scuola di Caravaggio e due tele contemporanee dell’artista Adrian Ghenie

di Redazione

La chiesa della Madonna della Mazza, in via Maqueda, nel centro storico di Palermo, viene restituita definitivamente alla città dopo quarant’anni di abbandono, con la sua quadreria seicentesca recuperata, le opere del Battistello, dello Zoppo di Gangi e della scuola di Caravaggio. E con due pale d’altare d’eccezione, accolte dalle due cappelle laterali all’altare principale: si tratta di due interpretazioni contemporanee del concetto di martirio. Quello di padre Pino Puglisi che l’assassino non riuscì a guardare in viso mentre gli sparava alle spalle, e quello dei prigionieri cristiani dello Stato Islamico.

Adrian Ghenie, particolare del Martirio di Padre Pino Puglisi

La firma è di Adrian Ghenie, di origini rumene, uno degli artisti più quotati al mondo: il suo Pie Fight Interior 12 del 2014 è stato battuto da Christie’s Hong Kong per 9 milioni di euro, stabilendo l’ultimo record per il costo di un’opera d’arte contemporanea. Ghenie rilegge a suo modo l’iconografia sacra, ma la rende drammaticamente attuale e avvia un suo dialogo con il passato: due grandi pale d’altare, realizzate durante la pandemia nello studio berlinese dell’artista, e installate nella chiesa un anno fa.

Adrian Ghenie, La Crocifissione

Dopo la riapertura in occasione della scorsa edizione del festival Le Vie dei Tesori, oggi l’inaugurazione e la simbolica riconsegna alla città con un concerto del giovane e talentuoso violinista veneto Giovanni Andrea Zanon – 24 anni e già vincitore di almeno una trentina di concorsi nazionali e internazionali – che eseguirà al suo Guarneri del Gesù musiche di Bach, Massenet  e Mascagni. Al suo fianco, i siciliani Riccardo Porrovecchio al violino e Laura Vitale all’arpa (concerto alle 20 con ingresso libero fino ad esaurimento dei posti).

Il prospetto della chiesa della Mazza

La riconsegna della chiesa della Mazza alla città (che si trova in via Maqueda 391) fa parte di un progetto importante, di alta valenza sociale, vero atto di mecenatismo del Terzo Millennio, nato, cresciuto  e installato per sempre a cura di Alessandra Borghese e grazie al lavoro del direttore dei Beni culturali dell’Arcidiocesi di Palermo, padre Giuseppe Bucaro. Da questa esperienza nasce la Fondazione Ghenie Chapels. Mecenatismo per l’arte, presieduta dalla stessa Alessandra Borghese, anima del progetto. Una visione che costituisce una tradizione secolare nella storia della famiglia della presidente della Fondazione che ha consolidato il suo rapporto con Palermo durante Manifesta12 quando ha curato i rapporti con il Prince Claus Fund per portare al Teatro Massimo, Bintou Were, a Sahel Opera, prima opera africana con libretto nei vari dialetti del Sahel; e con il documentario “Futuru: an inside look of Palermo”.

“L’obiettivo della Fondazione, oltre a mantenere e valorizzare il patrimonio artistico delle cappelle e della chiesa, è quello di costruire bellezza attraverso l’esperienza creando e promuovendo occasioni di scambio culturale – spiega Alessandra Borghese -. L’operazione di commissione, installazione e custodia è occasione per favorire un meccanismo virtuoso di promozione dell’arte contemporanea e tutela dell’arte antica”.

“La lettura contemporanea di un tema molto presente nell’iconografia sacra – interviene padre Bucaro – non solo ponte tra antico e moderno, ma anche interpretazione molto forte. Ho molto apprezzato la scelta di Adrian Ghenie di sottolineare il momento dell’omicidio di padre Puglisi con il sicario che non riesce a guardarlo in viso”.

Addio a Gigi Petyx, fotoreporter che raccontò Palermo e la Sicilia

È scomparso a 83 anni il fotografo che con i suoi scatti immortalò oltre mezzo secolo di cronaca, costume e personaggi: dai delitti di mafia ai digiuni di Danilo Dolci, dal disastro di Montagna Longa all’arresto di Luciano Liggio

di Redazione

Con i suoi scatti ha raccontato oltre mezzo secolo di storia di Palermo e della Sicilia. Decenni di cronaca, costume, personaggi, testimoniandone gli eventi più drammatici e significativi. È morto a 83 anni il fotoreporter Gigi Petyx. A poco più di due mesi dalla scomparsa di Letizia Battaglia, se ne va un altro grande fotografo palermitano, che ha dedicato una vita intera al suo mestiere con umiltà e passione.

Gigi Petyx fotografa un agguato di mafia

Dall’esperienza al giornale L’Ora e poi al Giornale di Sicilia, Petyx che a luglio avrebbe compiuto 84 anni, aveva ricevuto un anno fa il premio Sicilia Cronisti dell’Unci, l’Unione nazionale cronisti italiani. Un doveroso riconoscimento a chi come lui, per una vita è stato sempre sul campo, con la sua inseparabile Nikon al collo e il gilet pieno di tasche e cerniere. Luigi Petyx, da tutti conosciuto come Gigi, era nato nel 1938 al Capo, il quartiere di uno degli storici mercati di Palermo. Immortalare la realtà attraverso un obiettivo è sin da ragazzino è la sua missione. Così il padre, il barone Luigi Petyx Mortillaro lo manda “a bottega” dal fotografo Lo Verso in piazza Beati Paoli. Successivamente Gigi passa allo studio Scafidi, poi si avvicina al quotidiano L’Ora, dove inizia la sua carriera da fotoreporter.

 

Mafia e non solo nelle splendide istantanee di Petyx: nelle sue foto sono ritratti anche i primi digiuni di Danilo Dolci al Giro d’Italia del ‘59, sul Treno del Sole nel ‘62 al seguito degli emigranti; nel ‘63 la strage di Ciaculli; nel ’72 il disastro aereo di Montagna Longa. E ancora, l’arresto di Luciano Liggio nel 1964 e Tommaso Buscetta all’Ucciardone, Totò a Villa Igiea e Franca Viola nascosta dietro le tende. Ma negli scatti di Petyx c’è anche la poverissima Palermo postbellica, volti e scorci in bianco e nero con tantissimi bambini, tra i suoi soggetti più amati e fotografati. E poi gli anni al Giornale di Sicilia, dove Petyx documenta i tanti disservizi di una città alle prese con le numerose emergenze quotidiane.

Gig Petyx a Montagna Longa

Dopo la scomparsa del fotoreporter, sono tanti i messaggi di cordoglio del mondo del giornalismo, della cultura e da parte dei rappresentanti delle istituzioni. “Ha trasformato il suo mestiere in arte, – afferma il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci –  i giorni più belli e drammatici di Palermo in quadri gioiosi o a tinte fosche, storia della città tradotta in foto, saggi di giornalismo in immagini che raccontavano più di mille parole”.

Foto di Gigi Petyx

“La morte di Gigi Petyx rappresenta una grave perdita per il mondo del giornalismo palermitano – ha detto il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla – . Per oltre mezzo secolo Petyx ha raccontato puntualmente la storia di Palermo. Dagli anni più bui, segnati dalle stragi di mafia, alle emergenze della nostra città. Per i fotoreporter e i cronisti Gigi Petyx è stato un grande esempio, grazie alla sua immensa generosità. Un professionista sempre pronto a dispensare consigli ai giovani che si avvicinavano al mestiere di giornalista. I suoi scatti sono una ricca e indelebile eredità lasciata alla città”.

Alla famiglia di Gigi Petyx, al figlio Igor e a sua moglie Rosaura Bonfardino, l’abbraccio affettuoso delle Vie dei Tesori

A Termini Imerese con Le Vie dei Tesori riapre il Grand Hotel delle Terme

Nella prossima edizione del Festival, a settembre, un’occasione unica per visitare lo storico edificio chiuso dal 2015, punto di riferimento per la nobiltà e l’alta borghesia del Novecento e quartier generale della Targa Florio

di Ruggero Altavilla

Una prima chicca assoluta sulla prossima edizione delle Vie dei Tesori che a settembre tornerà, fra le altre città, anche a Termini Imerese. Riaprirà le porte ai visitatori il mitico e straordinario Grand Hotel delle Terme, chiuso dal 2015. Un’occasione più unica che rara, al momento, per entrare nello storico edificio che fin dalla sua nascita (voluta a fine dell’800 dagli amministratori di Termini Imerese) doveva meravigliare chiunque e per il quale non si doveva badar a spese.

Il Grand Hotel delle Terme

La progettazione dell’imponente strutta alberghiera fu affidata a Giuseppe Damiani Almejda, che aveva da poco completato il Politeama di Palermo. L’architetto realizzò un edifico, in stile neoclassico, destinato a diventare tra i più frequentati della nobiltà e dell’alta borghesia siciliana e non solo. Gli anni d’oro del Gran Hotel delle Terme sono senza alcun dubbio quelli compresi tra il 1910 e il 1960 quando la struttura venne utilizzato come “quartier generale” della corsa più antica del mondo: la Targa Florio.

Interno dell’albergo

In quegli anni, nei giorni della competizione non doveva essere difficile notare la nobiltà siciliana e nazionale, passeggiare per le vie della città delle Terme, facendo sfoggio di gioielli e abiti tra i più costosi e di tendenza di quel tempo. In quegli anni numerosi furono i grandi piloti dell’automobilismo mondiale che soggiornarono nelle lussuose camere dell’albergo, tra questi ricordiamo il grande Enzo Ferrari, abituale ospite della struttura in occasione della competizione automobilistica più antica del mondo.

Il progetto dell’Albergo delle Terme (archivio Giuseppe Damiani Almeyda)

Non solo bella vita, tuttavia, nelle terme imeresi, visto che in queste terre, sin dalla notte dei tempi, sgorgano costantemente, delle preziose acque vulcaniche alla temperatura di 43 gradi centigradi con la proprietà di essere antinfiammatorie e analgesiche, caratteristiche queste che non si riscontrano facilmente in altre sorgenti termali, tanto da renderle le più famose terme in epoca romana. Notissime in Grecia, come a Cartagine tanto da far affermare a Diodoro Siculo che Athena, con l’aiuto delle ninfe, fece “scaturire dei bagni caldi in queste terre” affinché il mitico Ercole si rinvigorisse dalle fatiche sostenute.

E a settembre queste meraviglie potranno essere nuovamente visitate grazie alla collaborazione fra il Comune di Termini Imerese e la Fondazione Le Vie dei Tesori. Un suggerimento per tutti: prevedete a settembre una passeggiata nella città imerese per conoscere il Grand Hotel, ne vale la pena.

Le Vie dei Tesori News

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