Sul web il Requiem di Verdi diretto da Muti al Teatro Massimo

Il concerto registrato a fine marzo durante il soggiorno del maestro a Palermo, sarà trasmesso in streaming domenica 18 aprile alle 20

di Redazione

Arriva il giorno del Requiem di Verdi diretto da Riccardo Muti al Teatro Massimo. Il concerto registrato a fine marzo, durante il soggiorno del maestro a Palermo, sarà trasmesso in streaming domenica 18 aprile alle 20. Tornato dopo 50 anni sul podio dell’orchestra del Massimo, Muti ha diretto quattro solisti di grande rilievo come il soprano Joyce El-Khouri, il tenore Francesco Meli, il mezzosoprano Martina Belli, il basso Riccardo Zanellato. Alla direzione del coro il maestro Ciro Visco. Il concerto dopo lo streaming sulla web tv del teatro domenica 18 aprile (questo il link) resterà disponibile on line per sessanta giorni, sul sito della Fondazione Teatro Massimo, in collaborazione con RmMusic, riccardomutimusic.com.

Joyce El-Khouri e Martina Belli

“Un Requiem che sfida l’impossibile per dire al mondo che siamo vivi”, ha commentato Riccardo Muti, elogiando la sensibilità e la preparazione dell’Orchestra e del Coro del Teatro Massimo, distribuito per il distanziamento in ognuno dei palchi. Da più di un anno si lavora in condizioni proibitive per rispettare le misure di sicurezza ma nonostante questo il maestro Muti ha affermato: “Ho scoperto un teatro in pienissima forma, un’eccellente orchestra, un eccellente coro, preparato dal maestro Visco, e un ambiente estremamente professionale, di classe, degno della grande tradizione siciliana”.

Riccardo Muti con il sovrintendente del Teatro Massimo, Francesco Giambrone

E prosegue: “Svolgo gran parte della mia attività all’estero, tra Chicago, Vienna, Salisburgo, e tornare dopo tanti anni in un teatro del sud, uno dei più grandi al mondo, così in ottima forma, mi spinge alla possibilità di un ritorno al Teatro Massimo per fare musica per il pubblico in presenza, probabilmente con un’opera, per la prima volta a Palermo. Lo streaming va bene temporaneamente ma dobbiamo tornare assolutamente al teatro vivo, come ci è stato tramandato per millenni”. Nel corso della settimana trascorsa al Teatro Massimo, Muti ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Palermo dal sindaco Leoluca Orlando durante una cerimonia a Palazzo delle Aquile a cui ha preso parte in collegamento anche il ministro Dario Franceschini.

Trovata a Vallelunga una rara moneta coniata a Panormos

È stata rinvenuta durante gli scavi in corso nel Nisseno, sul rovescio ha il simbolo della Triscele con la gorgone e le spighe di grano tra ogni gamba

di Redazione

Una moneta romana in bronzo con la testa di Athena o Ares rivolta a destra sul diritto e una Triscele con la gorgone e spighe di grano tra ogni gamba, al rovescio, è stata ritrovata nel corso degli scavi per il raddoppio ferroviario Palermo-Catania, nella tratta Caltanissetta -Xirbi-Lercara. La moneta, rivenuta in uno degli ambienti della residenza romana del primo secolo dopo Cristo recentemente portata in luce negli scavi che stanno interessando il territorio di Vallelunga Pratameno, è stata coniata dalla zecca di Panormos, di cui riporta sul diritto la legenda, e si può datare ad un momento successivo alla prima guerra punica, quando la Sicilia diventò provincia romana (dopo il 241 avanti Cristo).

La moneta romana con la Triscele

Per gli studiosi, questo particolare tipo di moneta sembrerebbe poco attestato, dal momento che si conoscono solo altri tre esemplari con legenda “Panormitan” cui si aggiunge la moneta appena ritrovata a Vallelunga. Quanto alla Triskeles, che si trova incisa su un lato della moneta, va ricordato che è diventata un simbolo con valenza politica solo dopo l’acquisizione della Sicilia tra le provincie romane, assumendo una funzione emblematica caratterizzante e distintiva della nuova provincia destinata a diventare la principale fonte di approvvigionamento del grano per l’annona romana.

La monete trovata a Vallelunga

“Gli scavi in corso a Vallelunga Pratameno – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – continuano a riservarci interessantissime sorprese che confermano l’alto valore storico e archeologico della villa appena scoperta. La rara moneta ritrovata che per gli archeologi ha un alto valore di testimonianza storica, ci dà solo l’idea di quello che questo sito potrà regalarci. La residenza rurale, per la vastità della tenuta, che è stata stimata in sei ettari e per la ricchezza che mostrano le parti edificate, si può considerare, infatti, al pari di un’azienda agricola dei nostri giorni, posta in un contesto ambientale e paesaggistico per molti aspetti rimasto immutato”.

L’area degli scavi

“Il rinvenimento – aggiunge la soprintendente di Caltanissetta, Daniela Vullo – deve leggersi nel contesto generale della residenza rurale che si sta rivelando sempre più come un vasto complesso legato non solo allo sfruttamento agricolo del territorio, ma anche come luogo residenziale di svago e villeggiatura. La villa, infatti, mostra diversi restauri e rifacimenti, che potrebbero essere legati al cambio d’uso di alcune parti strutturali dovuti alla fruizione stagionale. Il luogo, infatti, si trova in un’area pianeggiante attraversata dal torrente Belici e circondata da dolci colline, ancora oggi coltivate a grano e vite”.

Salemi rilancia le case a un euro, disponibili 36 immobili nel centro storico

Prezzo simbolico a base d’asta per assegnare gli edifici che dovranno essere ristrutturati e aggiudicati all’offerta più vantaggiosa per il Comune

di Redazione

Ha preso il via a Salemi l’operazione “Case a 1 euro”. È online il sito messo a punto dall’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Domenico Venuti, dedicato al progetto che rappresenta una delle iniziative messe in campo per il rilancio del centro storico: all’indirizzo www.1eurohome.it, raggiungibile anche dal sito del Comune, è disponibile il bando che mette all’asta le prime 36 unità immobiliari nella cittadina in provincia di Trapani che dal 2016 è inserita nell’elenco dei Borghi più belli d’Italia. Sul sito – fanno sapere dall’amministrazione comunale – sono consultabili fotografie, planimetrie e visure catastali delle unità immobiliari messe in vendita dal Comune e individuabili attraverso le coordinate Google Maps. Il prezzo simbolico a base d’asta sarà di un euro: ogni immobile, che dovrà essere ristrutturato, sarà poi aggiudicato all’offerta più vantaggiosa per il Comune di Salemi.

Una delle case all’asta

Il progetto prende le mosse da una intuizione dell’ex sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, che è stata ripresa e sviluppata dall’attuale amministrazione. Dopo l’approvazione della versione definitiva del regolamento che disciplina l’alienazione degli immobili del centro storico acquisiti al patrimonio del Comune, avvenuta lo scorso ottobre, si passa quindi alla fase operativa. Il bando, pubblicato in lingua italiana e inglese, prevede come termine ultimo il 31 agosto 2021. Entro quella data gli interessati dovranno fare pervenire, a mano o con raccomandata, la propria offerta. Online anche i moduli necessari per la partecipazione all’asta pubblica. I partecipanti dovranno inoltre allegare alla propria richiesta una cauzione di tremila euro a garanzia della reale intenzione di acquistare e ristrutturare l’immobile: chi non riuscirà ad aggiudicarsi l’asta otterrà la restituzione della somma. I vincitori, invece, si impegneranno a ricostruire gli edifici nello stesso luogo, rispettando tutte le norme e i vincoli paesaggistici.

Un angolo di Salemi con un edificio da ristrutturare

Il sito dedicato all’operazione “Case a 1 euro”, coordinata dall’assessorato al Centro storico guidato da Vito Scalisi, è stato realizzato dalla Crint Management Srl:  ha anche versioni in lingua spagnola e inglese, contiene informazioni e materiale multimediale su Salemi, la sua storia e i suoi eventi più importanti, oltre che un video promozionale della città realizzato da Costa Crociere. La compagnia di navigazione, infatti, ha rinnovato una partnership già esistente con Salemi, che sarà una delle mete proposte ai crocieristi in arrivo in Sicilia. Create anche una sezione “faq”, con le risposte alle domande più frequenti, e una dedicata ai vari step da seguire per partecipare alle aste degli immobili e tentare di diventare proprietari di una casa in uno dei Borghi più belli d’Italia.

Immobile nel centro storico

“Stiamo percorrendo una tappa cruciale di un percorso iniziato da diversi anni – afferma il sindaco Venuti -. Quella delle case a un euro non è una iniziativa estemporanea, ma fa parte un un disegno organico che prevede altri interventi: tutti con l’obiettivo di rilanciare il nostro centro storico”. L’amministrazione comunale, infatti, ha messo a disposizione un sistema di sgravi fiscali e contributi fino a diecimila euro a fondo perduto per chi intende aprire una nuova attività nel centro storico, mentre è a buon punto la collaborazione con il Politecnico di Torino per il progetto “Riabitare Alicia” che punta alla riqualificazione di alcune aree dell’antico borgo. “Una strategia unica e coordinata – ancora Venuti -, che adesso registra un ulteriore step”.

Al via i lavori al Castello di Schisò, diventerà il museo di Naxos

Rinascerà uno dei monumenti simbolo di Giardini Naxos. Nel corso delle prime attività di disboscamento e messa in sicurezza è stata trovata una maschera di sileno

di Redazione

Fuori è il Castello di Schisò, ma dentro sembra un piccolo borgo antico: c’è la casa padronale, la corte interna di una masseria colorata da macchie di verde e di bougainvillea, c’è la chiesetta con la campana sul tetto e poi magazzini e immensi capannoni industriali dalle alte capriate dove, si dice, fino al secolo scorso si lavorassero gli agrumi e prima ancora la canna da zucchero.

La corte interna

Il Castello di Schisò di Giardini Naxos è un universo remoto e recente ancora tutto da scoprire: un complesso monumentale storicamente appartenuto a privati che, nel 2018, per volere di Sebastiano Tusa, è entrato a far parte dei beni della Regione Siciliana tramite l’acquisto, in autofinanziamento, del Parco archeologico Naxos Taormina (ve ne abbiamo parlato qui). Nei prossimi mesi il complesso monumentale sarà protagonista di un “cantiere della conoscenza” con l’avvio di un intervento di recupero architettonico che, oltre a farne un polo culturale e sede del nuovo museo archeologico di Naxos, restituirà alla memoria della comunità di Giardini Naxos un importante tassello di storia locale.

Da sinistra, Giorgio Stracuzzi, Alberto Samonà, Arturo Alberti, Gabriella Tigano e Daniela Sparacino

Oggi il via ufficiale ai lavori alla presenza dell’assessore regionale ai Beni Culturali, Alberto Samonà, della direttrice del Parco Naxos Taormina, Gabriella Tigano, del sindaco di Giardini Naxos, Giorgio Stracuzzi, e degli architetti Daniela Sparacino (responsabile unico del procedimento per conto del Parco) e Arturo Alberti (direttore dei lavori). La ditta aggiudicataria è la Pentatek srl di Partinico e l’importo dell’investimento a base d’asta ammonta a circa 300mila euro. “Con il Castello di Schisò aperto alla pubblica fruizione – afferma l’assessore Samonà – Giardini Naxos si riapproprierà di un prezioso gioiello che, attraverso le testimonianze raccolte, potrà raccontare al mondo la storia della prima colonia greca di Sicilia, ma anche della realtà sociale e imprenditoriale che proprio nel Castello di Schisò, in tempi più recenti si è sviluppata”.

Veduta aerea del complesso monumentale

In programma, nei prossimi mesi, un’indagine pluridisciplinare per approfondire la conoscenza e l’antica destinazione dei singoli immobili con l’obiettivo di orientare e ripensare i futuri interventi di recupero e riconversione di tutti gli spazi. In questo primo stralcio, gli interventi in programma interesseranno l’ala della residenza, la terrazza annessa, l’ex magazzino e la torre quadrata, mentre una parte del fabbricato industriale ospiterà il cantiere di scavo archeologico. Da un lato una squadra di architetti, geologi e maestranze saranno impegnati sia a mettere in sicurezza gli immobili sostituendo le coperture dei tetti, sia indagando la stratigrafia con saggi e carotaggi dei terreni per rideterminare la storia del sito e la sua funzione; dall’altro lato, invece, un’equipe di ricerca, guidata dalla direttrice Gabriella Tigano, condurrà una campagna di scavi per esplorare le tracce più remote della presenza umana nel sito di Naxos.

Gabriella Tigano e Maria Grazia Vanaria con la maschera di sileno

E i primi risultati non si sono fatti attendere. Durante le attività iniziali di disboscamento e messa in sicurezza, infatti, è emersa una maschera di sileno, l’inconfondibile satiro dal ghigno irridente che, con funzione apotropaica, sin dai tempi della colonia greca, i naxioti appendono sopra la porta di casa per tenere lontani gli spiriti maligni. Un ritrovamento che è stato salutato positivamente dal personale del Parco e dalla stessa direttrice, proprio per il suo carattere beneaugurale.

Uno degli accessi alla corte interna

“Cominciamo una nuova avventura alla scoperta della Naxos meno remota – sottolinea Tigano – la Giardini con il castello sul mare e le sue torri disegnata sui taccuini dei viaggiatori del passato, dalle cartografie di Tiburzio Spannocchi agli acquerelli dei vedutisti del Grand Tour. Non solo. I cantieri che stiamo avviando ci consentiranno di esplorare l’antico opificio dove, secondo fonti documentali, si lavoravano agrumi e canna da zucchero. Un’esperienza esaltante non solo per noi archeologi, sempre a caccia di storie e custodi di memorie, ma anche per la comunità di Giardini, curiosa di conoscere il proprio passato”.

Il centro di Palermo è sempre più pedonale

Disposta la chiusura al traffico per l’intero tratto delle vie Amari e Ruggero Settimo. Si va verso una grande area senz’auto dal porto alla Cattedrale

di Marco Russo

Una grande isola pedonale che dal porto arriva fino alla Cattedrale e alla stazione centrale. Il centro di Palermo è sempre più “rambla” con le nuove pedonalizzazioni a cui ha dato il via libera la giunta comunale. È stata, infatti, approvata una delibera che delimita le aree pedonali di via Emerico Amari, da via Crispi al Politeama e per l’intero tratto di via Ruggero Settimo, dal Politeama in via Cavour. Appena entreranno in vigore le ordinanze, il provvedimento sarà permanente per via Amari, mentre in via Ruggero Settimo è in forma sperimentale per 12 mesi. Le nuove isole pedonali si aggiungeranno a quelle già presenti nel centro storico, in via Maqueda e via Vittorio Emanuele.

Via Ruggero Settimo

“Il provvedimento – sottolineano dall’amministrazione comunale in una nota – è stato preceduto e sarà seguito, anche in vista delle specifiche ordinanze attuative, da una serie di incontri con le categorie produttive e i rappresentanti dei commercianti e dei cittadini che operano e vivono nelle aree interessate”. Prosegue, così, la pedonalizzazione del centro del capoluogo, già avviata negli anni precedenti, che punta a creare una accesso turistico per i crocieristi in arrivo al porto. Area pedonale, di fatto, a cui i palermitani sono già abituati, dopo le chiusure per il cantiere dell’anello ferroviario e che sarà completata con arredi, fioriere e panchine.

Via Amari

“Si tratta di un’area strategica per lo sviluppo e l’attrattività di una parte della città – ha detto il sindaco Leoluca Orlando – nel triangolo ‘ingresso Porto-Politeama-piazza Verdi’. La pedonalizzazione costituisce un’azione programmatoria cui dovranno seguire specifiche ordinanze che daranno conto di esigenze e proposte all’interno di una scelta fondamentale che connota la visione complessiva di governo di Palermo”.

Dissuasori in via Ruggero Settimo

“Si tratta di un progetto che unisce gli aspetti di decoro, vivibilità e attenzione all’impresa che ogni pedonalizzazione deve esprimere – affermano il vicesindaco Fabio Giambrone, l’assessore alla Mobilità, Giusto Catania e alle Attività produttive Leopoldo Piampiano -. La decisione presa oggi è frutto di un lungo percorso di dialogo e condivisione, che si esprime e prosegue anche con gli interventi in corso o già programmati anche nelle aree limitrofe, tutti destinati a rendere più vivibile e fruibile l’intera zona. Questa pedonalizzazione assume una valenza particolare perché, una volta realizzati gli interventi previsti, quest’area rappresenterà la ‘porta di ingresso’ in città per le migliaia di turisti e crocieristi che, speriamo presto, torneranno a visitare Palermo”.

Il sorprendente fortino arabo che riaffiora dall’acqua

I ruderi del Mazzallakkar emergono dalla superficie del lago Arancio, a due passi da Sambuca di Sicilia. Un’architettura unica in un territorio che mescola natura e storia

di Lilia Ricca

Nella Valle dei Mulini, sulle sponde del lago Arancio, a sud di Zabut – l’odierna Sambuca di Sicilia – che gli arabi fondarono nel nono secolo come rocca a guardia della valle, sorge un sito dalla grande suggestione, unico in Sicilia: il fortino di Mazzallakkar. Testimonianza viva del periodo saraceno, un luogo millenario che sei mesi all’anno viene sommerso dalle acque del lago per poi riapparire come l’Araba Fenice. Siamo oltre le mura di Sambuca, Borgo dei Borghi 2016, ai piedi della Gran Montagna, con il suo lago artificiale, un invaso solcato dal fiume Rincione-Carboj che può contenere fino a 32 milioni di metri cubi di acqua, realizzato negli anni ’50 con la costruzione della diga omonima, per irrigare il territorio a valle.

Il Mazzallakkar sulle sponde del lago Arancio (foto Francesco Sciamè)

Punteggiato da una ricca flora, da garighe, tamerici, salici bianchi e giunchi, da decine di specie di uccelli migratori e da un ventennio anche da coppie di cicogne, il lago Arancio portò agli splendori Sambuca facendola divenire “mecca” dello sci nautico, gemellata con la capitale mondiale dello sport acquatico Winter Haven, in Florida, il 2 settembre 1983. Sulle sue acque si disputavano campionati internazionali di sci nautico e gare di canoa e windsurf. Oggi campeggia un edificio prefabbricato, foresteria e sede della Federazione italiana sci nautico. Una zona che negli ultimi anni ha goduto di momenti di gioiosa vitalità con eventi dedicati ai giovani, vicino alla diga, sulla strada che immette verso la Statale 188.

Una delle torri del Mazzallakkar (foto Franco Lo Vecchio)

Il fortino di Mazzallakkar dell’emiro Al Zabut, saluta più a nord i resti del castello dove oggi sorge la chiesa Madre, i caratteristici vicoli e i caseggiati dell’antica casbah, cuore della cittadina. Il fortino, che fu realizzato subito dopo il primo sbarco degli arabi in Sicilia, nell’830 dopo Cristo, guarda alla verdeggiante zona di villeggiatura di Adragna, al sito archeologico di Monte Adranone e alla Riserva naturale orientata di Monte Genuardo e Santa Maria del Bosco.

Il fortino semisommerso (foto Francesco Sciamè)

Un capolavoro storico-architettonico unico in Sicilia quello di Mazzallakkar. Il fortino presenta un impianto quadrato e quattro torri angolari coperte da cupolette in pietra calcarea, dei torrioni forniti di feritoie e delle mura alte quattro metri circa. Su questa imponente testimonianza araba, da tenere in considerazione è la monografia della professoressa Anna Maria Schmidt, dell’Università di Palermo, pubblicata nel “Bollettino d’arte” del ministero della Pubblica Istruzione e oggetto di riflessione di illustri studiosi.

Ruderi del fortino (foto Franco Lo Vecchio)

Mazzallakkar, nato per difendere il territorio attorno il castello di Zabut, era adibito a ricovero di greggi e armenti fino agli anni ’50 del secolo scorso. Solo negli anni ’60 con la piantumazione di pregiati vigneti nel territorio circostante finanziata dalla locale Cassa Rurale, si fa indispensabile l’irrigazione dell’agro sambucese. Dopo il sisma del Belice, si fa forte la convinzione di sviluppare la produzione vitivinicola con una rete irrigua, per caduta. Sulle colline di Castellazzo vengono così realizzate delle vasche di adduzione del lago Arancio.

Lago Arancio (foto Francesco Sciamè)

Siamo in un territorio dalle grandi potenzialità turistiche ed economiche. Tante sono state nel tempo le proposte per un rilancio della zona del lago: da una struttura ricettiva per il turismo sociale ad un parco divertimenti sull’acqua, a cui si aggiunge l’idea di una piantumazione di piante lacustri, un galoppatoio nella fascia di rispetto dello specchio d’acqua e una strada circumlacuale, in parte realizzata. Il fortino è poi circondato dal Parco della Risinata, con la sua area attrezzata con barbecue, servizi e giochi per bambini, dove insiste un palmento scavato nella roccia viva, usato per la produzione del vino e risalente ai fenici.

Il Mazzallakkar (foto Franco Lo Vecchio)

Il fortino viene sommerso parzialmente durante l’anno e si va lentamente danneggiando, sottoposto a continue escursioni termiche e depressioni idrogeologiche. Un sito che merita di essere salvato e recuperato e che si presta a ospitare eventi culturali, sportivi e turistici. È stato uno dei luoghi dell’edizione 2019 del Festival Le Vie dei Tesori a Sambuca, sosta ideale per sorseggiare un bicchiere di vino nel baglio cinquecentesco delle cantine Planeta, il fortino è raggiungibile a piedi attraversando il sentiero naturalistico “La Segreta”, che si snoda tra vigneti e panorami mozzafiato lambiti dalle acque del lago.

(La prima foto grande in alto è di Francesco Sciamè)

Una sinergia per valorizzare i tesori della Valle del Belice

Intesa tra la Rete museale belicina e l’Accademia di Belle arti di Palermo per l’allestimento di spazi espositivi, nuovi eventi e comunicazione visiva

di Redazione

Valorizzare il patrimonio artistico e naturalistico della Valle del Belice. È tra gli obiettivi della collaborazione tra la Rete museale e naturale belicina e l’Accademia di Belle arti di Palermo. Un accordo che abbraccia diversi ambiti di studio e d’azione, tra i quali l’allestimento di spazi espositivi ed eventi nel campo del civic design e della comunicazione visiva. La sinergia tra il network espositivo – che raggruppa 22 siti in 12 comuni tra le province di Trapani, Palermo ed Agrigento – e l’Accademia di Palermo vuole fornire opportunità di crescita socio-culturali al territorio, ricco di itinerari archeologici, antropologici, contemporanei, naturalistici e della memoria. L’Accademia di Belle Arti metterà a disposizione le proprie competenze scientifiche e tecniche nel campo della progettualità del design, della comunicazione visiva e di servizi per le attività socio-culturali.

La “Porta del Belice” di Consagra

La Rete metterà a disposizione risorse e spazi per l’attuazione operativa del protocollo d’intesa, individuando anche le fonti di finanziamento necessarie agli interventi ed agli obiettivi che scaturiranno dal rapporto di collaborazione. “Avviare nuove sinergie per lo sviluppo del territorio è ciò che ci siamo prefissati con il Piano d’azione quadriennale 2020-2024 – dicono dal direttivo della Rete museale, sottolineando che “ci rende orgogliosi iniziare un percorso comune con un’istituzione tanto prestigiosa”. Il presidente della Rete, Giuseppe Maiorana, afferma: “Continuando a percorrere il cammino tracciato con l’avvio di collaborazioni stimolanti ed ambiziose, possiamo centrare gli obiettivi che ci siamo posti, consapevoli che lo sviluppo territoriale passa dalla valorizzazione delle nostre risorse artistiche, culturali e naturalistiche. Per questo motivo abbiamo fortemente voluto dare il via ad attività di ricerca applicata, sperimentazione progettuale ed alta formazione, insieme all’Accademia di Belle Arti di Palermo”.

Ruderi di uno dei centri colpiti dal sisma

“Il protocollo d’intesa si inserisce nella più vasta rete di relazioni e partenariati di questa Accademia – dice il direttore Umberto De Paola -. Con il privilegio di rivolgersi al nostro territorio, fra comunicazione visiva, innovazione e multimedialità per una fruizione antica e nuovissima del patrimonio museale e naturale della Rete belicina. E per avviare e consolidare una presenza e una condivisione fra istituzioni nell’ottica della valorizzazione e diffusione del bene comune. Si potranno attivare forme innovative di attività per disegnare un orizzonte che ponga al centro il nuovo umanesimo che questa emergenza mondiale ci costringe a declinare”.

Riaffiora una necropoli nel sottosuolo di Messina

Il ritrovamento di sette sepolture con scheletri ancora intatti e corredi funerari è avvenuto durante i lavori di scavo per la costruzione di un palazzo

di Redazione

Parte di una necropoli del secondo secolo avanti Cristo è stata scoperta a Messina, durante i lavori di scavo per la costruzione di un palazzo. Si tratta di un settore della più ampia necropoli ellenistico-romana degli Orti della Maddalena. Ne hanno dato notizia dall’assessorato regionale ai Beni culturali. La scoperta, in una parte della più vasta e stratificata area documentata da ricerche sistematiche condotte nell’ultimo ventennio dalla Soprintendenza di Messina, contribuisce ad arricchire il quadro delle conoscenze sull’estensione e sulle tipologie funerarie della necropoli meridionale dell’antica città di Messina.

Uno degli scheletri

Lo scavo, avviato nel gennaio del 2020, ha permesso di riportare in luce sette sepolture che si trovavano a 90 centimetri di profondità. Si tratta di tombe a “fossa terragna”, cioè lunghe e strette scavate nel terreno all’interno delle quali sono stati ritrovati gli scheletri, ancora intatti, di individui deposti in posizione supina con il capo rivolto a nord-est e le braccia distese lungo i fianchi, di incinerazioni e di una sepoltura dentro una cassa di mattoni. Le tombe hanno restituito anche oggetti di corredo funerario costituiti principalmente da unguentari fittili fusiformi oltre a una coppa “megarese” e una lucernetta con becco a incudine che consentono di individuare il periodo di utilizzo della necropoli nel secondo secolo avanti Cristo.

Sepoltura scoperta durante gli scavi

“Si tratta di un importante ritrovamento – sottolinea l’assessore ai Beni culturali, Alberto Samonà – che si realizza a poche settimane di un analogo ritrovamento a Marsala. Ancora una volta tombe fino ad ora inviolate che ci rappresentano la ricchezza del nostro territorio e l’importanza degli scavi come elemento per la ricostruzione della nostra storia”. La soprintendente di Messina, Mirella Vinci, considera il ritrovamento “di straordinaria importanza per le condizioni in cui le tombe si trovano e perché ci consente – aggiunge – di ampliare la conoscenza sulle tipologie funerarie della necropoli meridionale dell’antica città di Messina. Proprio in considerazione dell’importanza del ritrovamento abbiamo effettuato un’occupazione temporanea dei terreni e consegnato i lavori di esplorazione archeologica ad una ditta specializzata che lunedì prossimo inizierà le attività di approfondimento”.

Da Solunto a Himera fino a Monte Jato, al via nuove ricerche

Stipulato un protocollo d’intesa tra il Parco archeologico e l’Università di Palermo per approfondire la storia dei luoghi, grazie all’attività di studio di docenti e ricercatori

di Redazione

Tra le pietre dell’area archeologica di Solunto tornano a risuonare le voci degli studenti e dei ricercatori. Sono i primi risultati del protocollo d’intesa, sottoscritto tra il direttore del Parco Archeologico di Himera, Solunto e Monte Jato, Stefano Zangara, e il direttore del Dipartimento Culture e Società dell’Università di Palermo, Michele Cometa, che apre a una nuova stagione di ricerca nei tre siti archeologici. L’accordo, che sancisce la collaborazione tra i due enti, – fanno sapere dall’assessorato regionale ai Beni culturali – consentirà di approfondire la storia dei luoghi, grazie all’attività di studio svolta dai docenti e ricercatori di istituti universitari siciliani e nazionali.

Archeologi al lavoro a Solunto

In particolare, diversi approfondimenti riguardano l’area di Himera e l’analisi dei sistemi e delle installazioni idrauliche di Solunto. E proprio a Solunto, in questi giorni, alcuni studenti e dottorandi dell’Università di Palermo stanno approfondendo importanti aspetti dell’insediamento di età arcaico-classica della città ellenistico-romana che sono oggetto di tesi di laurea, di specializzazione e di dottorato. In attesa della riapertura, continuano le operazioni di diserbo, pulitura e manutenzione delle tre aree archeologiche di Solunto, Himera e Monte Jato, che si rendono necessarie sia a garantire il decoro dei luoghi che a prevenire il rischio incendi. I lavori sono eseguiti dagli operai dell’Ente di Sviluppo Agricolo, in attuazione di un’apposita convenzione sottoscritta con il Parco.

Il Tempio della Vittoria a Himera

Nelle scorse ore, dopo aver concluso gli interventi a Solunto, gli operai hanno avviato i lavori di ripulitura nell’area archeologica di Himera a partire dalla zona degli scavi, che si trova nella parte bassa sulla piana, per poi proseguire verso l’Antiquarium, sul fianco della collina. Una volta completati, si sposteranno nell’area archeologica del Monte Jato. Intanto, sempre nell’ambito della collaborazione con l’Università di Palermo, si stanno svolgendo le attività relative a due progetti. Il primo, coordinato dal Elisa Chiara Portale, riguarda il rilievo architettonico, l’analisi archeologica, la georeferenziazione e geolocalizzazione di tutto l’impianto urbano di Solunto, al fine di realizzare una ricostruzione della città antica da proporre attraverso un percorso didattico-esplorativo che aiuti i visitatori a orientarsi meglio nella visita. Il secondo progetto, finanziato dal Miur attraverso il Pon ricerca, vede impegnato Massimo Limoncelli insieme a un gruppo di ricercatori dell’Università di Palermo e ad alcuni specialisti di architettura antica e di archeologia greco-romana, nella realizzazione di un innovativo progetto di restauro virtuale, che sarà completato alla fine del 2022.

Area archeologica su Monte Iato

“Nonostante la chiusura dovuta alle norme restrittive sull’emergenza Covid – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – nei luoghi della cultura siciliani l’attività continua senza sosta, per offrire, alla riapertura, le migliori condizioni di fruizione e di visita. La ripresa della collaborazione con l’Università di Palermo, poi, apre a una nuova stagione di ricerca e approfondimento che, auspico, possa portare interessanti sviluppi. La messa in sicurezza dei parchi archeologici, inoltre, soprattutto in prossimità dell’estate, – evidenzia ancora l’assessore – è necessaria sia per preservare i luoghi stessi dal pericolo di incendi che per garantire la buona conservazione dei beni culturali”.

Nuove ricerche a Solunto

“Nel giro di pochi giorni – aggiunge il direttore del Parco archeologico, Stefano Zangara – lavori di radicale intervento hanno riportato l’area di Solunto alle normali funzioni operative, igieniche e di sicurezza, restituendo la completa fruibilità a visitatori, studenti, studiosi e allo stesso personale che giornalmente presta servizio nel Parco. Per queste operazioni fondamentale si è rivelata la collaborazione dell’Esa che, insieme alla supervisione del geometra Antonio Librizzi, hanno proceduto alla bonifica dell’area, compresi gli spazi antistanti i fabbricati, rendendo accessibili i camminamenti e le stradelle di accesso”.

Rinasce la casa-museo di Sant’Alfonso nel cuore di Agrigento

Alla scoperta dell’ex sede dei padri liguorini, che custodisce gli arredi e le collezioni d’arte dei missionari redentoristi

di Beniamino Biondi

Se la Biblioteca Lucchesiana di Agrigento, una delle più antiche e prestigiose istituzioni culturali della Sicilia, rappresenta un tassello ineguagliabile di quel mosaico di preziosità storiche e identitarie che è la via Duomo, dove il profilo della città sconfina al cielo più azzurro e a un’idea di abbraccio urbano dell’intero centro storico, ciò lo si deve di certo alla figura di monsignor Andrea Lucchesi Palli dei principi di Campofranco, che la fondò nel 1765.

Dipinti in mostra

Sorretto da profondo spirito cristiano e da una notevole cultura, nel solco di quel cosmopolitismo umanistico sensibile al pensiero illuminista e all’educazione popolare come strumento di affrancamento sensibile, Lucchesi Palli costituì una immensa raccolta erudita e antiquaria che oggi offre all’uomo l’idea di un sapere progressivo e dialettico – speculare, com’è del resto nella collocazione dei volumi su ampie librerie contrapposte -, grazie anche alle cure fervide e doviziose del suo direttore, don Angelo Chillura. Fu proprio monsignor Andrea Lucchesi Palli, vescovo della Diocesi, a invitare ad Agrigento i redentoristi, che, alloggiati nei primi anni presso lo stabilimento gioenino, ebbero diversi incarichi pastorali e missionari fondando nella città una delle loro prime e più importanti case.

Antichi volumi custoditi nel museo

A loro venne affidato il delicato compito di aver cura della biblioteca che aveva cominciato a realizzare e che con un testamento donò al pubblico, e nel 1840 i padri liguorini avviarono i lavori per la costruzione di una chiesa dedicata a Sant’Alfonso, erigendola accanto al Palazzo Vescovile, prima chiesa del mondo dedicata a questo santo. Nella seconda metà dell’800 l’edificio è stato decorato con stucchi di Vincenzo Signorello e con il ciclo pittorico dell’artista siciliano Giovanni Patricolo, e all’inizio del secolo successivo è stato costruito il campanile che oggi rappresenta il punto più alto di Agrigento.

Panorama sui tetti di Agrigento

Nel luglio del 1966 la Chiesa di Sant’Alfonso, come molte altre chiese del centro storico, subisce seri danni a causa della frana del 14 luglio, rimanendo soprattutto lesionata la volta della navata. Con lettera datata 31 maggio 2019, il superiore provinciale della Provincia Napoletana della Congregazione del Santissimo Redentore, della quale la comunità dei padri redentoristi di Agrigento fa parte, comunicava all’arcivescovo di Agrigento che, per la penuria di vocazioni e l’età avanzata dei padri della comunità redentorista della città, il Capitolo provinciale aveva definitivamente deciso la chiusura della comunità.

Opere in mostra

Viene meno la lunga e felice stagione di padre Giuseppe Russo, che in venti anni di servizio nella comunità redentorista di Agrigento ha svolto un’importante opera pastorale, culturale e di qualificazione delle strutture, e rimane vivo il rammarico del cardinale Francesco Montenegro per “una storia di amore e di servizio” interrotta dopo secoli con l’auspicio che tempi migliori possano riannodare quel legame forte – oggi interrotto – con una nuova presenza redentorista nell’Arcidiocesi. La storia muta, per un suo preciso diritto, e rimangono i luoghi sacri, che non sono mai materia muta ma custodi di pietra della finitudine dell’uomo e della fede in Dio.

Uno scorcio del percorso all’aperto

La casa-museo di Sant’Alfonso custodisce gli arredi e le collezioni d’arte dei missionari redentoristi di Agrigento, così come sono presenti in una pregiatissima pubblicazione dal titolo “Arredi e Collezioni dei Padri Liguorini di Agrigento. Tutela e Conservazione”, un’opera che fa storia con la densa scrittura di Gabriella Costantino, soprintendente di Agrigento ora a riposo. Il ripensamento degli spazi, e soprattutto la rifunzionalizzazione dei luoghi in termini di decoro vero e di armonia spirituale, si inserisce nel solco del lavoro compiuto con chiarezza di intenti e rigorosa meticolosità da don Giuseppe Pontillo, direttore dell’Ufficio Beni culturali ecclesiastici della Diocesi, ed è per buona parte merito e opera di un giovane parroco, don Gero Manganello, che ha dalla sua lucidità di pensiero e grande forza di volontà.

Il giardino

Proprio durante i primi mesi della pandemia, ha profittato di un tempo di clausura sociale per tradurre in una maggiore salvaguardia il senso più nobile di questa casa-museo, a segno dello stupore che questi luoghi offrono al visitatore che ne varca le soglie, nell’auspicio – com’è della Diocesi – che un giorno sia reso possibile l’accesso alla Biblioteca Lucchesiana proprio da questo luogo, cioè riconfigurando il prestigio dell’ingresso originario di questo ampio percorso dentro l’enorme palazzo, che nel punto più alto da una porticina conduce sul bellissimo terrazzo di quello che fu l’antico castello di Agrigento.

Il giardino

È impossibile non citare il lavoro di sistemazione di un bellissimo giardino interno, una sorta di oasi in un recinto di tufo, in cui il silenzio s’indora del profumo degli aranci, e una stanza riposta, interna, con arco a volta, che fino a poco tempo prima era stata un magazzino di cianfrusaglie disordinate e ora ha assunto la forma di luogo di preghiera, quasi una sosta di ristoro spirituale. La casa-museo di Sant’Alfonso in qualche maniera inizia proprio da questa stanza; e sì che è meno pregiata del resto, con le sue pareti nude e un romantico altarino sul fondo, ma concentra le sue emozioni su un crocifisso, in una solitudine assoluta, nel mistero di quella fede che è possibile ritrovare anche laddove giacevano minutaglie e roba vecchia.

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