La nuova vita di Villa Belmonte dopo il restauro

L’ottocentesco complesso monumentale di Palermo, alle falde di Monte Pellegrino, diventerà sede del Consiglio di giustizia amministrativa

di Giulio Giallombardo

Si prepara a rinascere un altro tesoro monumentale di Palermo. Dopo i recenti interventi di restauro e manutenzione, l’ottocentesca Villa Belmonte, uno dei più importanti esempi di architettura neoclassica in città, diventerà sede del Consiglio di giustizia amministrativa. Il complesso monumentale alle falde di Monte Pellegrino, che comprende la villa, i corpi accessori tra cui scuderia, ex cappella, ex casa del custode, parco e tempietto di Vesta, appartiene al demanio della Regione Siciliana, che ha da poco completato i lavori di adeguamento e restauro per trasferirvi gli uffici del Cga, attualmente ospitato in via Cordova.

Uno scorcio di Villa Belmonte

Dopo anni di incuria e abbandono, durante i quali la villa è stata preda dei vandali, adesso è pronta per tornare fruibile. I lavori, durati quasi due anni, per cui la Regione ha investito circa tre milioni di euro, hanno interessato sia l’interno che l’esterno. Si è provveduto alla manutenzione delle finestre e degli infissi, compresa la veranda di piano primo e le grate di protezione. Le sale interne sono state interamente ritinteggiate, ad eccezione di quelle affrescate, del cui restauro si dovrà occupare la Soprintendenza ai Beni culturali. È stato messo a punto l’adeguamento degli impianti elettrici, idrici e di condizionamento, ricavando una sessantina di postazioni di lavoro, con aula riunioni e spazi per gli archivi.

La veranda

Gli unici interventi finora rimasti fuori sono quelli di recupero degli elementi artistici, ovvero gli affreschi delle volte, l’emiciclo e le fontane con i leoni da restaurare. “Siamo partiti un po’ in ritardo, perché il vecchio progetto non comprendeva alcuni aspetti, come il restauro delle volte – spiega a Le Vie dei Tesori News, l’architetto Giovanni Rotondo, rup e dirigente del Servizio 2 del Dipartimento regionale tecnico – abbiamo poi trovato le travi delle stalle in pessime condizioni, per cui è stato fatto un lavoro supplementare. Poi anche alcuni tratti dell’impianto fognario erano in cattivo stato. Abbiamo recuperato un grande vano per fare una sala riunioni, anche questo non previsto in progetto, l’abbiamo pavimentato, ridipinto e rifatto il tetto. La facciata è in discreto stato, ma necessita di interventi di recupero, da fare magari in un secondo tempo. Le emergenze principali erano di carattere statico, soprattutto nelle volte e negli architravi delle finestre, che presentavano lesioni molto serie”.

Nello Musumeci

Bisognerà adesso capire se gli uffici del Cga si trasferiranno in breve tempo o se si dovrà aspettare il restauro degli affreschi ad opera della Soprintendenza. A decidere il trasferimento degli uffici giudiziari nel bene storico è stato il presidente della Regione, Nello Musumeci, che ha approvato recentemente una delibera nel corso di una seduta di giunta che si è svolta a Catania. Il provvedimento, di fatto, ha revocato una delibera del governo regionale, risalente alla precedente legislatura, ma di fatto mai attuata, con la quale era stata destinata al Consiglio di giustizia amministrativa un’ala dell’Albergo delle povere di corso Calatafimi. “I particolari lavori di manutenzione straordinaria eseguiti dalla Regione – ha affermato il governatore Nello Musumeci – oltre a riportare agli antichi splendori uno dei palazzi storici più prestigiosi della città, ci danno la possibilità di mettere a disposizione del Cga una sede autorevole”.

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Le coperte dei migranti trasformate in una barca

È la nuova installazione di Sandro Bracchitta che campeggia sulle pareti del Met di Marina di Ragusa. Un’opera che cambia volto tra giorno e notte

di Alessia Franco

Quando s’illumina, al calare delle sere d’estate, il mare al led pensato da Sandro Bracchitta per la sua ultima installazione al Met di Marina di Ragusa ha un sapore ambiguo. A volte, più che una distesa azzurra, rimanda alle luci nevrotiche delle grandi città, ma anche a quell’acqua fluorescente (e malata, e senza vita) che il gruppo dei Righeira canticchiava negli anni Ottanta con “Vamos a la plaja”. Scalava le vette delle classifiche, quella canzonetta così orecchiabile, e tradiva ben altre riflessioni.

Sandro Bracchitta

“Ho voluto essere ambiguo anche nel titolo di questa mia installazione – dice Sandro Bracchitta – che campeggia nella la parete frontale del Met di Marina di Ragusa. Si chiama ‘Un sogno nel blu’: il mare è il luogo in cui andiamo a riprendere fiato, in cui molti di noi pensano le proprie vacanze. Ma è anche l’ultima sfida, la parte finale del viaggio dei disperati che stipati nei barconi, spesso diventa anche il loro sudario”.

L’installazione “Un Sogno nel Blu”

E la barca è un guscio, un elemento ricorrente nella poetica di Bracchitta, incisore e pittore ragusano. Contenitore di vite e di speranze, come contenitori di anime e di attese sono stati, rispettivamente, gli abiti femminili e le sedie sghembe in altri suoi lavori. La barca-guscio ha la consistenza e il colore dorato delle coperte isotermiche: il primo vero tesoro in cui, allo sbarco, vengono avvolti quei corpi stremati dal freddo, dalle privazioni, sferzati dalle torture. Segni evidenti, che chi sparge odio gratis si ostina a non voler vedere.

“E nemmeno la nave si scorge bene quando scende la sera, devi cercarla, mentre le onde fluorescenti si vedono benissimo. Invece – commenta l’artista – di giorno la prospettiva è completamente rovesciata. Il led si spegne e le onde diventano ombre grigie; i contorni dell’imbarcazione, con il sole, risplendono, quasi accecano. Non possono essere ignorati”.

L’installazione “Un Sogno nel Blu” sulla parete del Met

“Un sogno nel blu” sarà al Met di Marina di Ragusa fino al 30 settembre. Un locale notturno che ogni anno, ormai da otto estati, porta in riva al mare il progetto #met2b – Urban Art Meeting 2019: un modo per raccontare l’arte contemporanea e anche per riflettere. Su come il mare, per esempio, possa essere l’ultima prova o un luogo in cui rilassarsi, perfino un “divertimentificio”. Tutto dipende da dove si è nati: se dalla parte giusta del mondo o da quella sbagliata.

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Sulle Madonie arriva il primo festival in alta quota

Un cartellone di musica, degustazioni, visite guidate, lezioni di yoga, mountain bike ed escursioni sulla cima del Monte Mufara

di Redazione

Un festival in alta quota per recuperare il rapporto tra uomo e natura. Per il primo anno, a Piano Battaglia, sulle Madonie, è stato costruito un cartellone di musica, parole, degustazioni, visite guidate, lezioni di yoga, mountain bike ed escursioni sui sentieri natura e all’Abies Nebrodensis (l’abete endemico di queste zone) osservazioni del cielo stellato e gare di bici.

È il Mùfara Fest, nato da un’idea di Carlo Ramo, che ne cura la direzione generale, e da un musicista come Dario Sulis che firma la direzione artistica (qui il programma completo). Un modo per riscoprire le Madonie e prendere contatto con un ambiente pressoché intatto, quello del monte Mùfara, lontano dalle luci della città e dall’inquinamento della metropoli. Per ogni appuntamento in programma si sale con la seggiovia biposto gestita dalla Piano Battaglia srl che ha promosso l’intero cartellone: otto minuti per arrivare a quasi duemila metri d’altezza.

Seggiovia di Piano Battaglia

Domenica 21 luglio alle 15,30 il prossimo appuntamento del Mùfara Fest: le Quattro Stagioni di Vivaldi affidate al sestetto d’archi dell’Ensemble Aristarco – Fabio Ferrara al violino solista, James Hutchings e Daniele Malinverno ai violini, Gaspare D’Amato alla viola e Alberto Baldo al violoncello, Gaetano Di Peri al contrabbasso -, nell’anfiteatro naturale “Massimo Accascina”.

Il Mùfara Fest continuerà poi fino al  3 novembre, oltre 30 appuntamenti con protagonisti alcuni tra i maggiori musicisti e jazzisti siciliani e non solo: saliranno sul monte Mùfara, Gianni Gebbia, Diego Spitaleri (il pianista e compositore è il protagonista del prossimo appuntamento musicale, domenica 28 luglio, un concerto di piano ambient jazz), Simona Trentacoste, Tony Piscopo, Riccardo Gervasi, Sergio Beercock, Umberto Porcaro, i Mancuso, gli Alenfado, Riccardo Termini, Alessandra Mirabella, Debora Troia; l’attrice Silvia Aielli, leggerà le favole di Gianni Rodàri, ma altri ancora si aggiungeranno cammin facendo. A settembre anche un trekking nelle Alte Madonie e una cronoscalata delle Madonie. Si chiude con il botto, con una quattro-giorni, un “great weekend” colmo di eventi, tra il 31 ottobre e il 3 novembre.

Piano Battaglia

Tra gli altri appuntamenti, assaggi di prodotti tipici del Parco delle Madonie, tra cui una particolarissima degustazione di acque autoctone (la curerà Gianfranco Marrone la mattina del 13 agosto), lezioni di yoga (la mattina del 13 e del 14 agosto, benessere nella natura) mountain bike, escursioni guidate da Antonio Mirabella seguendo percorsi a tema e visite dalle faggete alle stelle (27 luglio, fino all’osservatorio Gal Hassin), ma anche osservazioni delle stelle – quasi obbligatorie il 10 agosto, per San Lorenzo – che da queste parti splendono di più, lontane come sono dall’inquinamento cittadino.

Il Mùfara Fest è organizzato da Piano Battaglia srl, con il patrocinio dei Comuni di Petralia Sottana, Castellana Sicula, Collesano, Isnello, Petralia Soprana, Polizzi Generosa, della Città Metropolitana di Palermo, della Regione Siciliana e dell’Ente Parco delle Madonie. Per informazioni telefonare al 3318173681.

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Inaugurati gli affreschi ritrovati nel chiostro di Sant’Antonino

Le pitture, rimaste nascoste per 150 anni, furono scoperte l’anno scorso durante gli interventi di restauro dell’edificio

di Redazione

Tornati al loro antico splendore gli affreschi ritrovati nel complesso monumentale dell’ex convento di Sant’Antonino, a Palermo. Le pitture murarie, rimaste nascoste per 150 anni, furono scoperte l’anno scorso durante gli interventi di restauro dell’edificio, che fa parte del Sistema museale dell’Università di Palermo e che ospita il Centro linguistico di Ateneo e la Scuola di lingua italiana per stranieri. Adesso i lavori di recupero diretti dall’architetto Costanza Conti, sono terminati e gli affrechi rinnovati sono stati inaugurati questa mattina nel corso di una cerimonia.

Affreschi dell’ex convento di Sant’Antonino

Si tratta di alcune porzioni di pitture seicentesche di grande valore storico-artistico che si trovano in corrispondenza dell’entrata limitrofa alla Chiesa di Sant’Antonio da Padova. Il ciclo di affreschi, che raffigurano episodi della vita di San Francesco, una natività e la posa della prima pietra del convento, era rimasto nascosto sotto uno strato di intonaco ottocentesco. Sembra probabile che gli autori appartenessero all’ordine degli Osservanti Riformati di San Francesco.

La cerimonia d’inaugurazione degli affreschi

“L’intervento di restauro – si legge nella scheda tecnica diffusa dall’ateneo – è stato caratterizzato, nella prima fase, della rimozione degli spessi strati di scialbature che occultavano l’intero ciclo pittorico”. Successivamente “la reintegrazione pittorica, eseguita ad acquarello, ha osservato il criterio della selezione cromatica e della ricucitura con toni neutri delle porzioni abrase al fine di ridurre l’interferenza visiva causata dalle molteplici ed estese cadute di pellicola pittorica e abrasioni più o meno profonde”. Anche il chiostro è stato completamente ristrutturato ed è pronto a ospitare diversi eventi culturali, tra cui alcuni degli spettacoli della stagione estiva del Teatro Biondo.

Il chiostro dell’ex convento di Sant’Antonino

Il Convento di Sant’Antonino fu il primo in Sicilia ad essere edificato ex-novo dai frati dell’Ordine degli Osservanti Riformati di San Francesco. La sua prima pietra venne posta il 13 giugno del 1630. Nato come avamposto in città del Convento di Santa Maria di Gesù, ben presto divenne una delle comunità monastiche più numerose ed economicamente potenti della Sicilia. Il convento venne ulteriormente ampliato tra il 1688 e il 1719, mentre nel 1866, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi, fu affidato ai militari che lo occuparono stravolgendone la fabbrica originale. Furono chiusi i portici del chiostro per ricavare nuovi locali e occultate le pitture presenti. Oggi in parte tornare a risplendere.

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Battaglia delle Egadi, verso il recupero di nuovi rostri

Sono riprese le attività di ricerca nei fondali a nord-ovest di Levanzo, dove sono tantissimi i reperti individuati tra cui anfore, elmi e oggetti di bordo delle navi

di Giulio Giallombardo

Si tornano a esplorare i fondali della Battaglia delle Egadi. Sono riprese le attività di ricerca subacquea tra i 75 e i 95 metri di profondità a nord-ovest dell’isola di Levanzo, dove l’anno scorso sono stati recuperati diversi reperti, tra cui un rostro romano decorato, unico nel suo genere, con un’incisione che raffigura una vittoria alata (ve ne abbiamo parlato qui). Ma sono tantissimi i reperti individuati e che aspettano solo di essere recuperati, tra cui anfore greco-italiche e puniche, oggetti di bordo, numerosi elmi e altri rostri, armi da guerra, montate nella parte anteriore delle navi per speronare le imbarcazioni nemiche.

Il team di ricercatori al lavoro

Le indagini sono condotte dalla Soprintendenza del Mare in collaborazione con la Rpm Nautical Foundation e i subacquei altofondalisti della Gue, Global underwater explorer. Lo stesso team che l’anno scorso indagò nell’area di quello che viene considerato il più grande conflitto navale dell’antichità, combattuto nel 241 avanti Cristo, da circa 200mila uomini, con i romani vittoriosi da un lato e i cartaginesi sconfitti dall’altro. Una ricerca su cui lavorava da anni l’assessore e archeologo Sebastiano Tusa, scomparso il 10 marzo scorso nel disastro aereo in Etiopia, per ironia della sorte, lo stesso giorno della Battaglia delle Egadi.

Il rostro decorato

Quest’anno le indagini, iniziate un paio di settimane fa e che proseguiranno fino al 31 agosto, si concentrano proprio nell’area ritenuta più importante per numero di reperti individuati durante la campagna effettuata nella scorsa estate dalla nave oceaonografica Hercules della statunitense Rpm, con il supporto di moderni sonar a scansione laterale, strumenti che permettono di effettuare rilievi più approfonditi, e con multibeam, un tipo di sonar utilizzato per mappare il fondale marino.

Rostri esposti a Favignana

Le ricerche sono appena all’inizio e si è ancora in una fase preliminare. Ma il tentativo sarà di tirare fuori dal mare altri rostri individuati l’anno scorso, che si andranno ad aggiungere agli altri 19 già recuperati, insieme ai 22 elmi e alle numerose anfore. La speranza è che si tratti di reperti preziosi come il rostro decorato con la vittoria alata, chiamato “Egadi 18”, ma è ancora presto per fare ipotesi. “Le indagini sono in corso – spiega a Le Vie dei Tesori News la soprintendente del Mare, Adriana Fresina –  i fondalisti lavorano ogni giorno e la ricerca sta dando risultati interessanti, ma in questo momento non è possibile dire di più. L’idea è quella di recuperare altri rostri, ma non è un’operazione facile. Tutto dipende da una serie di variabili, tra cui le condizioni meteo, per cui bisogna ancora capire quando e se sarà possibile recuperarli. Faremo il possibile, nella speranza di trovare anche altri tesori sommersi”.

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La “barca di luce” di Pellegrino: un pezzo di Sicilia a Venezia

Si chiama “I’m The Island” la nuova installazione che l’artista di Mazzarino presenta alla Biennale con una performance tra i palazzi storici

di Redazione

Una cerimonia laica, un corteo di imbarcazioni che scorta la “regina”, una barca con dentro luminarie colorate che sanno di Sicilia. È “I’m The Island”, l’installazione di Domenico Pellegrino, ospitata nel Padiglione del Bangladesh alla 58esima Biennale d’arte di Venezia. Un’installazione-barca che sa di viaggio, percorso, ricerca di conoscenza, voglia di vita. E proprio un omaggio al mare sarà il percorso che venerdì 19 luglio la “barca di luce” condurrà da Palazzo Zenobio, sede del Padiglione, a Ca’ Donà dalle Rose, dove è in programma la presentazione del libro d’arte sull’opera di Pellegrino, artista siciliano nato a Mazzarino e formatosi a Palermo.

“I’m The Island” davanti a Palazzo Zenobio

La performance si srotolerà dalle 19 come un corteo di natanti lungo le Fondamenta antiche: un Pupparino a remi (storica imbarcazione, tipica delle calli veneziane) guidato da patrizi veneziani, trascinerà “I’m The Island”, da Palazzo Zenobio, lungo le Fondamenta Priati, Rio Ca’ Foscari, taglierà il Canal Grande, poi imboccherà Rio Santi Apostoli, il canale dei Gesuiti per giungere nella Cavana (darsena coperta) di Palazzo Donà dalle Rose. E visto che ogni cerimonia deve avere la sua colonna sonora, ecco che il corteo di barche sarà accompagnato dal violino elettrico di Mario Bajardi e dal violino tradizionale del giovane Nicola Di Benedetto.

“Cosmogonia Mediterranea”

Giunto il corteo di barche a Palazzo Donà dalle Rose, alle 20 è in programma la presentazione del volume fotografico “Cosmogonia Mediterranea”, che riporta la storia dell’intero progetto di Domenico Pellegrino dedicato a Sebastiano Tusa, l’archeologo e assessore scomparso nel disastro aereo in Etiopia. Un’installazione luminosa a forma di Sicilia che ha viaggiato per il Mediterraneo, toccando musei e luoghi d’arte; e si è fermata sul fondo del mare dinanzi a Lampedusa, nello stesso luogo dove continuano ad approdare le barche dei disperati che cercano una vita migliore. Il progetto “Cosmogonia Mediterranea” è sostenuto da Fondazione Sicilia, da Elenk’art, dalla Fondazione Donà dalle Rose e da Wish, World International Sicilian Heritage, fondata dalla contessa e mecenate Chiara Modìca Donà dalle Rose che è anche direttore artistico della Bias, la Biennale internazionale d’arte sacra.

Domenico Pellegrino

L’installazione originale proposta alla Biennale di Venezia, racconta il viaggio dell’opera: la scultura è stata ripescata dall’acqua e, dopo un’inevitabile manutenzione che ha cercato di salvaguardarne la memoria “sommersa”, è stata portata a Venezia. Al visitatore viene proposto un viaggio immersivo e sensoriale, attraverso un video racconto che ne raccoglie testimonianze e immagini. “Il mio contributo creativo, in termini simbolici e metaforici, affronta le proprietà salvifiche e terapeutiche dell’acqua, che è in grado di sradicare le impurità da qualsiasi organismo – spiega Pellegrino -. Purificare e sublimare il mondo fenomenico da qualsiasi connotazione negativa e trasformarlo in qualcos’altro, in un’opera d’arte, appunto. La sete di acqua pura che le persone sentono non è solo un requisito fisico, ma diventa espressione di desiderio di vita e conoscenza”.

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Addio Camilleri, Tiresia dei nostri tempi

Lo scrittore empedoclino è morto lasciando una vasta eredità letteraria, dove la Sicilia è protagonista indiscussa, tra ironia e disincanto

di Giulio Giallombardo

“Penso al paradiso: il paesaggio rasenterebbe la sicilianità visiva. Montalbano me lo immagino disoccupato, circondato da un placido volteggiare di anatre. E una tazzina di caffè fumante”. Parola di Andrea Camilleri, in un articolo di qualche anno fa pubblicato sul Corriere della Sera. Un’immagine dell’aldilà intrisa dell’Isola dove era nato e che amava visceralmente. Lo scrittore empedoclino, a un mese esatto dal ricovero per arresto cardiaco all’ospedale Santo Spirito di Roma, è morto questa mattina. Aveva 93 anni e lascia la moglie e le tre figlie che lo hanno assistito fino all’ultimo.

“Non ho paura di morire. Accogliere la morte come un atto dovuto è saggezza, farlo invece con timore e ritrosia è come essere già morti”. Aveva confessato lo scrittore in un’intervista radiofonica, con quel disincanto che lo contraddistingueva. Un compagno di vita con cui aveva convissuto insieme all’ironia, che scorre tra le righe dei suoi libri. Ma la vocazione artistica di Camilleri era una soltanto: raccontare storie. Farlo con lucidità e spirito critico, ma non senza nostalgia e dolcezza. Una missione che ha voluto portare avanti non solo nei tantissimi libri, tutti pubblicati in età matura, ma anche con le numerose interviste, che generosamente rilasciava (qui un’intervista inedita che abbiamo pubblicato l’anno scorso).

Andrea Camilleri

Ogni occasione era buona per raccontare aneddoti, curiosità, ricordi, dove la Sicilia era quasi sempre, se non protagonista, almeno sullo sfondo.  Fino all’ultimo grande racconto, l’anno scorso, a Siracusa, dove con la sua “Conversazione su Tiresia” aveva incantato i diecimila spettatori del Teatro Greco. La cecità dell’indovino tebano, punito perché rivelava i segreti degli dei, era la stessa che aveva afflitto lo scrittore negli ultimi anni. Un’affinità elettiva da cui scaturisce una riflessione ad alta voce sul tempo, sulla memoria e sulla profezia. “Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista – scriveva – questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla, solo su queste pietre eterne”.

Luca Zingaretti interpreta il commissario Montalbano

Ma la vera fortuna letteraria del “grande vecchio” di Porto Empedocle inizia nel 1994, anno di nascita del commissario Montalbano, nelle pagine de “La forma dell’acqua”. Quattro anni dopo, anche grazie alla serie televisiva con Luca Zingaretti, che ha dato corpo e volto al personaggio, esplode uno dei casi editoriali più importanti degli ultimi anni. La Sicilia di Camilleri mette da parte lo stereotipo di terra di mafia, intesa come “impero del male totalizzante”, come ha osservato il giornalista Francesco La Licata, per non cadere nella trappola di una celebrazione indiretta di Cosa nostra. “La mafia non emerge nei racconti con il commissario Montalbano – osserva La Licata – nel senso che il mafioso non è mai il protagonista delle storie. Tuttavia l’onorata società non è che non esista nelle trame: c’è ma non sta in primo piano per esplicita volontà dell’autore che dichiara apertamente di non voler contribuire al consolidamento del mito della mafia”.

Lo scrittore è morto a 93 anni

Così risalta la Sicilia del mare cristallino, del sole abbagliante e della buona tavola, un po’ da souvenir a dire il vero, ma comunque autentica e senza artifici. Diventano comuni a tutta Italia (e non solo) anche certe parole in vernacolo siciliano di cui sono disseminati i trenta romanzi che hanno come protagonista il commissario di Vigata. Complementari al filone di Montalbano, ci sono poi i saggi e romanzi storici a partire da “Un filo di fumo”, pubblicato nel 1980, passando per “La strage dimenticata”, “La stagione della caccia” e “Il birraio di Preston”, fino ad arrivare a “La presa di Macallè”, ambientati, tranne quest’ultimo, soprattutto nella Sicilia di fine Ottocento.

Scompare una penna eclettica e sagace, sempre ancorata all’attualità, che non aveva risparmiato recentemente critiche al governo, suscitando non poche polemiche. Un intellettuale a tutto tondo, che parlava senza fronzoli, dicendo sempre quello che pensava. “Se potessi vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio ‘cunto’, passare tra il pubblico con la coppola in mano”. Aveva detto Camilleri. Appena due giorni fa, il 15 luglio, avrebbe dovuto narrare alle Terme di Caracalla la sua “Autodifesa di Caino”, spettacolo poi annullato visto l’aggravarsi delle condizioni di salute. Una storia che adesso, forse, sta raccontando altrove, tra il cielo e il mare della sua Vigata.

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Il Teatro del Fuoco illumina la Sicilia

Presentata la nuova edizione dell’International Firedancing Festival che coinvolgerà quest’anno Palermo, Gibellina e Zafferana Etnea

di Redazione

Torna lo spettacolo del Teatro del Fuoco. La dodicesima edizione del festival, creato a Stromboli nel 2008 e inserito nel calendario delle manifestazioni di grande richiamo turistico della Regione Siciliana, coinvolgerà Palermo, Gibellina e Zafferana Etnea, l’1, 2 e 3 agosto. La nuova edizione dell’International Firedancing Festival è stata presentata questa mattina, a Palermo, nella Sala La Torre del Palazzo Reale. Come ogni anno, danzatori e acrobati si combineranno in perfetta sincronia, mettendo in scena la clownerie tradizionale in armonia con la più sofisticata tecnologia.

Un momento della conferenza stampa

Si parte con Palermo, giovedì 1 agosto, al Teatro di Verdura alle 22: dopo aver plasmato le sue danze in luoghi di pregio – come la Galleria d’Arte Moderna, lo Spasimo, il Castello a mare – il Teatro del Fuoco illumina un altro simbolo della città. Il giorno successivo, venerdì 2 agosto alle 21.30, sarà la volta del Baglio Di Stefano a Gibellina, nell’ambito delle manifestazioni delle Orestiadi. Infine, sabato 3 agosto, appuntamento all’anfiteatro di Zafferana Etnea, alle 22 per la rassegna “Sotto il vulcano”, nella terra del vulcano-madre, simbolo di fertilità, creatività, irruenza.

“Molto più che uno spettacolo, è un’esperienza straordinaria, capace di parlare un linguaggio universale di rivelazione, rinascita, conoscenza”, afferma Amelia Bucalo Triglia, ideatrice e responsabile del Teatro del Fuoco, che ha presentato il Festival insieme a Walter Messina, direttore generale Ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello, con i messaggi di Gianfranco Micciché, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, e Manlio Messina, assessore regionale al Turismo, sport e spettacolo.

Una delle esibizioni del Teatro del Fuoco

“Il Teatro del Fuoco, ormai da anni, rappresenta un fiore all’occhiello tra le manifestazioni di rilevo nel territorio siciliano – afferma l’assessore Messina – perché racconta la vera essenza dei siciliani attraverso la loro creatività e la loro irruenza. Le performance di grande spettacolarità e di assoluta eccellenza, che a ragione, e con nostro grande orgoglio, sono strumento di grande accoglienza per i nostri turisti e veicolo di promozione in tutto il mondo”.

Il festival, inoltre, apre quest’anno al sociale con una serie di eventi collaterali, uno dei quali interesserà l’ospedale Cervello di Palermo, con il laboratorio teatrale “Dove i sogni si avverano”. Destinatari dell’evento, i bambini nell’area materno infantile dell’ospedale. “Quando un bambino viene ospedalizzato – dice il direttore generale Walter Messina – sicuramente si trova ad affrontare un periodo traumatico che coinvolge tutta la famiglia. I laboratori di teatro insieme ai momenti di intrattenimento e di coinvolgimento proposti dagli artisti del Teatro del Fuoco fanno davvero la differenza. Speriamo possano entrare a regime tra le attività dei nostri bambini, per migliorare il periodo di degenza”.

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Il Comune vuole fare cassa e vende nel centro storico

L’amministrazione porta avanti il piano delle alienazioni. Disponibili appartamenti, magazzini e corpi bassi da Ballarò al Capo, dalla Vucciria al Papireto

di Giulio Giallombardo

Pezzi di centro storico in vendita per fare cassa. Il Comune di Palermo porta avanti il piano delle alienazioni, approvato alla fine dello scorso anno, nella speranza di trovare acquirenti disposti a rilevare immobili da ristrutturare. Da Ballarò al Capo, dalla Vucciria al Papireto, sono una dozzina i lotti, tra appartamenti, corpi bassi e magazzini, che l’amministrazione comunale spera di dismettere, per guadagnare dalla vendita una cifra che si aggirerebbe al massimo intorno ai 450mila euro.

Vicolo Santa Chiara

Il bando, firmato poco meno di un mese fa dal dirigente del settore Risorse Immobiliari, Domenico Verona, passato adesso ai Servizi culturali, scade il 22 luglio. I beni di proprietà comunale saranno messi all’asta, con presentazione di offerte segrete, uguali o maggiori del prezzo base indicato nel bando. Si tratta, per lo più, di immobili di non particolare pregio storico e bisognosi di importanti interventi di ristrutturazione, ma inseriti comunque in un tessuto urbano, come quello del centro storico di Palermo, interessato, negli ultimi anni, da una progressiva riqualificazione.

Palazzetto Sandron in via Sampolo

L’unico immobile d’interesse culturale, come attestato dalla Soprintendenza, si trova però fuori dal centro storico, precisamente nel tratto in cui via Sampolo si restringe, terminando davanti al carcere Ucciardone. Si tratta di un locale al pianterrenno di Palazzetto Sandron, edificio legato al nome di Remo Sandron, erede della storica casa editrice fondata a Palermo nel 1839 e pioniere nella divulganzione del pensiero scientifico e filosofico del Positivismo e delle scienze umane. Le Officine Grafiche Sandron avevano la loro sede nel piano dell’Ucciardone e furono seriamente danneggiate da un’alluvione negli anni ’20 del secolo scorso. Oggi ospitano il quartier generale e gli uffici di un importante brand della moda.

Palazzo in piazza Sant’Eligio

Il pianterreno in vendita, ampio poco meno di 100 metri quadrati, ha un prezzo a base d’asta di 72mila euro. L’alienazione è stata autorizzata dalla Soprintendenza, a patto che la prossima destinazione d’uso – si legge in un parere firmato dalla soprintendente Lina Bellanca – “sia compatibile con il carattere storico ed artistico del monumento e tale da non recare danno alla sua conservazione. Per quanto attiene la futura destinazione, le attività ammissibili sono del tipo bottega artigianale o studio d’artista”.

Gli altri immobili che il Comune sta cercando di vendere si trovano in piazza Sant’Eligio, alla Vucciria, con due lotti da 53 e 69mila euro; poi in vicolo Santa Chiara, a Ballarò, dove già sono stati ristrutturati alcuni edifici (qui il prezzo sale a 126mila euro); e ancora quattro magazzini in vicolo della Pila, dalle parti di via Papireto; un piccolo spazio in via delle Case Nuove, traversa di via Maqueda e tre immobili in via Maestro Cristofaro, vicino al mercato del Capo.

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Gioielli barocchi risplendono a Castello Ursino

Ventisette paliotti in argento, corallo e filato d’oro, realizzati nei laboratori artistici dell’Isola, saranno esposti in mostra a Catania

di Redazione

La Sicilia diventerà, dal 20 luglio al 20 ottobre, la sede espositiva di ventisette capolavori in argento, corallo e filato d’oro realizzati, tra il 1650 e il 1772, nei laboratori artistici dell’Isola da maestranze trapanesi e messinesi. La mostra, organizzata dalla Regione Siciliana, verrà ospitata nel Castello Ursino di Catania e inaugurata dal governatore Nello Musumeci.

Paliotto realizzato da mestranze messinesi

Il “paliotto”, protagonista dell’esposizione, per la sua collocazione all’interno dello spazio scenografico della chiesa, trova nella lunga storia degli arredi sacri molteplici versioni interpretative di tecniche artistiche, materiali e soluzioni decorative e si distingue per le precise soluzioni determinate dallo schema compositivo e dal materiale impiegato. Tra gli esemplari più suggestivi vi sono quelli interamente realizzati in argento e quelli mobili con supporto tessile ricamato in cui i principali materiali usati sono l’oro e l’argento, per i filati, i fili di seta policroma, ma anche le perle, le gemme, tra le quali il corallo, al quale fin dall’antichità si sono attribuiti significati e proprietà che lo hanno legato al sacro. L’esposizione è stata ideata da Rosalba Panvini e Salvatore Rizzo, curatore anche della ristampa del catalogo che accompagnerà il percorso museale.

Paliotto in argento realizzato da Saverio Corallo

“La mostra ‘Architetture barocche in argento e corallo’ – evidenzia il governatore Musumeci – è un evento che celebra la grande capacità e creatività delle maestranze siciliane che, nel corso dei secoli, sono state protagoniste di realizzazioni che pochi eguali hanno nel mondo. La spiritualità e il senso del sacro, che in Sicilia hanno origini antichissime, trovano nel Barocco la massima rappresentazione artistica la cui magnificenza è stata trasmessa fino a noi dai paliotti esposti. Questa mostra diventa il veicolo per la conoscenza di tali straordinari apparati mobili decorativi, che vengono proposti ai visitatori al di fuori degli spazi di culto e del rito cattolico e che faranno apprezzare l’importanza e la magnificenza delle officine dell’Isola”.

Paliotto in taffetas di seta ricamato con grani di corallo

Tra il Seicento e il Settecento, durante l’affermazione dello stile Barocco, in Sicilia, il paliotto costituì il fulcro costante degli apparati decorativi della chiesa e soprattutto particolari sono quelli a soggetto architettonico in cui l’iconografia che li caratterizza è incentrata sulla rappresentazione di elementi di vario genere quali il portico, il belvedere, il prospetto dei palazzi, il pergolato che sorge nei rigogliosi giardini o spazi urbani, le vedute naturalistiche sempre in prospettive centrali. L’opulenza del manufatto, i temi trattati e i colori usati diventarono anche il mezzo per comunicare ai fedeli attraverso la bellezza la grandezza di Dio, ma anche strumento per celebrare il potere terreno della Chiesa.

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