La Santuzza di Van Dyck in “quarantena” a New York

Il dipinto che raffigura Santa Rosalia è uno dei più importanti della mostra celebrativa dei 150 anni del Met, adesso chiuso per la pandemia

di Marco Russo

Volge il suo sguardo rapito verso il cielo, circondata da uno stuolo di cherubini e illuminata da una luce divina. In basso c’è Palermo flagellata dalla peste, che si prepara al miracolo della rinascita. In questi giorni in cui il mondo intero combatte contro un nuovo flagello, anche la Santuzza è in “quarantena”. Il dipinto di Antoon van Dyck che raffigura Santa Rosalia che intercede contro la peste, si staglia nel silenzio del Metropolitan Museum of Art di New York, sua casa ormai da 150 anni. L’opera, realizzata dal pittore fiammingo nella tarda estate del 1624 a Palermo, quando la città era in preda al morbo, si stava preparando a risaltare in tutta la sua bellezza in occasione della mostra “Making the Met: 1870-2020”, dedicata alle celebrazioni per i 150 anni del museo.

“Santa Rosalia in gloria, intercede per la fine della peste a Palermo”

L’inaugurazione era prevista per oggi – come riporta un articolo di pochi giorni del New York Times – ma tutto è rinviato a causa della pandemia che sta dilagando anche negli Stati Uniti. Così, la Santuzza di van Dyck, sarà in “isolamento”, almeno fino alla prossima estate, quando il Met prevede – se tutto andrà bene – di riaprire i battenti. Il lavoro per l’allestimento si è fermato a metà marzo, ma il quadro si trova già al posto previsto per la nuova mostra. L’opera del pittore fiammingo (una delle cinque “Rosalie” sparse tra Europa e Stati Uniti) fu una delle prime acquistate dal Met, un anno dopo la fondazione del museo nel 1870.

Particolare con Monte Pellegrino

Il dipinto cinque anni fa tornò temporaneamente dove era stato creato quattro secoli prima, in occasione del Festino del 2015. Fu possibile ammirarla a Palazzo Abatellis per pochi mesi, grazie agli accordi fra la Regione Siciliana, il Ministero per i Beni Culturali e il Metropolitan Museum di New York, siglati al tempo del rientro in Sicilia della Venere di Morgantina. La genesi dell’opera è strettamente legata all’epidemia di peste che nel 1624 si colpì la città. Giunto a Palermo nella primavera del 1624, Van Dyck è spettatore di avvenimenti cruciali per la storia della città. Infatti nella stessa primavera la città fu flagellata dalla peste, che, associata con il ritrovamento delle ossa di Santa Rosalia, la miracolosa cessazione del morbo e la proclamazione della santa a patrona cittadina, segnò l’inizio di una nuova sentita devozione e l’affermarsi del nuovo culto.

Un angelo incorona Santa Rosalia

Non stupisce dunque che tra i soggetti dipinti dal Van Dyck durante il soggiorno palermitano, protrattosi fino al settembre 1625, la liberatrice dalla peste fosse il più richiesto dai collezionisti locali, come risulta anche dai documenti d’archivio. Purtroppo la stragrande maggioranza di queste opere ha lasciato Palermo ed è entrata a far parte di collezioni museali estere, ma restano in Sicilia copie e derivazioni che testimoniano come con i suoi numerosi dipinti, raffiguranti la medesima modella ed eseguiti durante il soggiorno palermitano, Van Dyck abbia concorso a fissare l’iconografia di Santa Rosalia come una donna giovane e bella, dall’incarnato chiaro e dai lunghi capelli biondo-rossi, incoronata di rose e gigli, vestita di un bruno saio benedettino e sempre accompagnata dal teschio, allusivo alla peste ma anche alla meditazione e alla mortificazione.

Il Met (foto Arad, Wikipedia)

L’opera nel 1648 fu acquistata a Palermo dal nobile collezionista messinese don Antonio Ruffo, principe della Scaletta; rimasta in casa Ruffo almeno fino al 1750, comparve a Londra nel 1839 sul mercato antiquario e dopo numerosi passaggi in collezioni private tra Londra, Parigi e Bruxelles, fu acquistata dal Metropolitan Museum di New York nel 1871. La santa è raffigurata con lo sguardo rivolto verso l’alto, illuminata dalla luce divina e sollevata da putti angelici; uno di essi la incorona con rose e gigli, che alludono al suo nome, un altro porta il consueto teschio, mentre un terzo si tura il naso, “invenzione” che diventerà centrale nella celeberrima pala dipinta poco dopo per l’Oratorio del Rosario in San Domenico. In basso a destra, lo scorcio di paesaggio mostra il monte Pellegrino. Rosalia mostra gli effetti della peste e chiede l’intercessione divina.

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La Palermo deserta e ambigua di Luzi

Libri da non perdere, segreti di botanica, spigolature d’arte, tesori nascosti negli archivi, racconti di luoghi da visitare. Mentre restiamo a casa, ecco le mini-lezioni degli amici de Le Vie dei Tesori. Scrittori, giornalisti, accademici, studiosi, giovani del Festival. Pillole per imparare e resistere.

Una Palermo deserta e assonnata che sta espiando i suoi mali o ne prepara altri, dove la calma apparente può nascondere sempre una minaccia. L’attrice Stefania Blandeburgo ci legge “Palermo ’86”, una poesia di Mario Luzi, autore profondamente legato alla città, evocata qui nella sua complessa ambiguità

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La Sicilia di luce che dà una mano contro il virus

Venduta in poche ore l’opera dell’artista Domenico Pellegrino, che ha aderito alla campagna di beneficenza della Fondazione Sicilia

di Redazione

Una Sicilia che accende le sue luci contro il buio di questi tempi. È stata acquistata poche ore dopo la messa in vendita l’opera “#restiamouniti”, che l’artista Domenico Pellegrino aveva messo a disposizione per supportare la campagna Sos Coronavirus Sicilia, promossa dalla Fondazione Sicilia, che in pochi giorni ha visto l’adesione di testimonial d’eccellenza e donatori. L’opera rappresenta la sagoma dell’Isola, costellata dalle tipiche luminarie usate dall’artista siciliano, che risplendono con le luci del tricolore nazionale.

Domenico Pellegrino

L’acquirente è Oranfrizer, azienda di Scordia che si occupa di produzione e distribuzione di agrumi e spremute in Italia e nel mondo. Il ricavato sarà interamente devoluto alla campagna e andrà al Dipartimento regionale della Protezione Civile per l’acquisto di beni strumentali per i pronto soccorso e gli ospedali siciliani, per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale per medici e paramedici e per interventi strutturali per creare nuovi reparti di terapia intensiva. “Da siciliani – spiega Nello Alba, ceo di Oranfrizer – abbiamo deciso di supportare, attraverso la campagna promossa da Fondazione Sicilia, i nostri eroi delle corsie che operano senza risparmiarsi negli ospedali dell’Isola, dove le difficoltà non mancano. Oranfrizer è solo una delle aziende radicate in Sicilia che in questo momento può dare una mano, nel proprio piccolo, contribuendo economicamente alla raccolta fondi. Abbiamo inoltre deciso di rimettere l’opera di Domenico Pellegrino a disposizione della campagna, e lanciamo un appello alle altre imprese perché la riacquistino”.

Raffaele Bonsignore

“Con la volontà di rimettere in circolo l’opera, affinché possa creare un nuovo circolo virtuoso – osserva il presidente di Fondazione Sicilia, Raffaele Bonsignore – Oranfrizer ha dimostrato una grande generosità, oltre che lungimiranza. Caratteristiche necessarie per un’azienda che abbia a cuore lo sviluppo del territorio. A loro va tutta la nostra riconoscenza”. L’artista Domenico Pellegrino, infine, si dice “felice e sorpreso positivamente dalla rapidità e dalla risposta che ha avuto l’iniziativa, in momenti come questi – conclude – l’arte ribadisce con forza la propria finalità sociale”.

È possibile fare una donazione sul conto corrente bancario IT 84 V030 6904 6301 00000010618 oppure attraverso la piattaforma gofundme.com, campagna “SOS Coronavirus Sicilia”.

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Il video racconto della mostra di Nicola Pucci a Villa Zito

È stata l’esposizione più visitata del primo trimestre dell’anno a Palermo. Chiusa prima del tempo a causa della pandemia, viene raccontata attraverso una visita virtuale costruita dal regista Antonio Macaluso

di Redazione

È stata la mostra più visitata del primo trimestre dell’anno, a Palermo: le tele sanguigne di Nicola Pucci – esposte a Villa Zito, sede della Fondazione Sicilia, in collaborazione con la Settimana delle Culture – hanno raccolto ogni giorno decine di visitatori, ma anche di collezionisti e appassionati. Un viaggio in mondi onirici, popolati da figure che si muovono in contesti impossibili: un percorso impaginato da Paola Nicita, sfacciatamente surreale ed estremamente realistico, carico di energie catartiche, condensato anche in una piccola quadreria-sommario che raccoglie gli ultimi vent’anni di attività del pittore palermitano, che ha presentato anche un suo coté del tutto inedito, visto che ha esposto anche la sua prima scultura.

Numeri importati, quelli raccolti dalla mostra “Nicola Pucci. Opere 1999 – 2019”, che sarebbe cresciuti ancora ma che si sono arrestati per la forzata chiusura di musei e siti d’arte dovuta alle restrizioni per combattere la pandemia. Antonio Macaluso stava girando un video-racconto sul progetto: l’occhio del regista e quello dell’artista si sovrappongono e fanno nascere insieme una visita virtuale alla mostra, disponibile su YouTube, che vi proponiamo qui in basso, nella speranza di poter presto recuperare l’esposizione.

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Passi avanti per la nascita del centro di eccellenza del mare

Dopo un’odissea durata anni, i lavori di ristrutturazione nell’ex Istituto Roosevelt, a Palermo, inizieranno subito dopo la fine dell’emergenza sanitaria

di Maria Laura Crescimanno

L’ex Istituto Roosevelt, il complesso sul mare dell’Addaura, è uno di quegli spazi inutilizzati della città, che il mondo sarebbe pronto ad invidiarci per la splendida posizione rivolta al mare tra Palermo e la spiaggia di Mondello. La sua storia e perfino l’origine del nome sono quasi sconosciuti a molti palermitani. Il centro nasce nel Dopoguerra come colonia per gli orfani di guerra, dopo diviene il Cantiere navale Roma, ed in seguito viene affidato ai Padri vocazionisti. L’Istituto Roosevelt fu inaugurato nel 1948 da Giuseppe Saragat, vice presidente del Consiglio dei Ministri, un regalo dell’amministrazione americana dedicato all’istruzione dei figli dei lavoratori italiani morti in guerra. Da tempo, l’intenzione del governo regionale è di trasformare l’ex istituto in un centro di eccellenza del mare, un’odissea che finalmente vedrà nei prossimi mesi la luce.

Il team della Soprintendenza del Mare al lavoro (foto Stefano Vinciguerra)

La gara d’appalto sarà infatti aggiudicata in via definitiva tra qualche mese ed i cantieri riapriranno ad emergenza Covid conclusa, spiegano all’assessorato regionale dei Beni Culturali. Negli anni, Sebastiano Tusa, accanto a molte associazioni cittadine che volevano realizzare un parco urbano lungo tutta la costa palermitana, aveva lanciato diversi appelli perché si procedesse al risanamento dei locali abbandonati e saccheggiati. Nel 2014, si raggiunse un primo protocollo d’intenti tra la Regione ed i principali istituti di ricerca per individuarlo come sede strategica per il progetto ambizioso di un polo di ricerca da dedicare al mare. Il progetto del centro di eccellenza del Roosvelt incappa tuttavia subito in incredibili pastoie burocratiche, tra assegnazione di spazi e sequestri e dissequestri.

Valeria Li Vigni (foto Stefano Vinciguerra)

“Ma la storia della palazzina del Roosevelt, dove oggi la Soprintendenza lavora – spiega la sovrintendente del Mare, Valeria Li Vigni – dei suoi restauri ed adeguamenti a laboratori di ricerca, era un punto fisso nella futura programmazione di Sebastiano Tusa, che nonostante le vicende burocratiche e gli ostacoli, riuscì a farsi consegnare, dall’allora assessore del Territorio, il piano terra per lo svolgimento delle attività di archeologia subacquea. Il progetto di ristrutturazione non andò subito in gara, ma lui come era nel suo stile, continuò la battaglia, che ora si può dire vinta e conclusa”.

Sebastiano Tusa

Soltanto nel 2013 viene risolta l’assegnazione dei locali da parte del demanio marittimo della Regione Siciliana, sottoscritto poi nell’estate 2014 per l’istituzione di un Polo di eccellenza per la tutela ambientale e culturale del Mediterraneo, attraverso un protocollo d’intesa tra i molti partner coinvolti. Il progetto viene riformulato e presentato nuovamente dalla Soprintendenza del Mare sul Fondo di Sviluppo e Coesione 2014/2020 “Patto per la Sicilia” e per un importo di 2.200.000 euro, per il biennio finanziario 2019 – 2020. Prevede il restauro del piano terra del padiglione Tresca, il rifacimento degli impianti e l’arredo degli uffici e dei laboratori. Soltanto oggi a distanza di 20 anni, finalmente si chiude il cerchio con la prossima apertura dei cantieri per i lavori di ristrutturazione, quando l’emergenza da epidemia Covid sarà superata.

Il team della Soprintendenza del Mare (foto Stefano Vinciguerra)

Il centro sarà dotato di attrezzature e locali idonei alla documentazione dei beni culturali subacquei, al loro studio, al restauro e alla ricerca in alto fondale. La struttura sarà anche un punto di riferimento per gli studiosi, le università, gli istituti di ricerca e si doterà di un nuovo Sistema informativo territoriale per la gestione e lo studio dei beni sommersi. Il Centro, oltre agli uffici, comprenderà aule multimediali, una sala congressi e laboratori per la ricerca. Le attività saranno rivolte anche alla formazione esterna, con l’organizzazione di corsi specialistici. È previsto anche lo sviluppo delle ricerche subacquee in alto fondale con l’acquisto di strumentazioni tecnologiche per le indagini profonde.

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Palermo al tempo della peste, epidemie e miracoli nell’arte

Tre quadri custoditi al Museo Diocesano furono realizzati per celebrare la liberazione dalle ondate di contagi che afflissero la città nei secoli passati

di Giulio Giallombardo

Era il castigo divino che dilagava per punire i peccati degli uomuni. Arrivava da lontano e non lasciava scampo, mietendo vittime rapidamente. Poi la sua furia virulenta si arrestava e la gente stremata gridava al miracolo. Nei giorni in cui una ben diversa pandemia minaccia il mondo intero, riaffiora la memoria storica e religiosa delle grandi epidemie di peste che s’incisero nei secoli. Come spesso avviene in questi casi, l’arte diventa testimone privilegiata di un’epoca ancor più dei libri di storia, così ecco tornare attuali tre quadri custoditi nel Museo Diocesano di Palermo. Sono dipinti stilisticamente differenti, realizzati come ex voto dopo tre epidemie di peste che colpirono la città, e che verranno ancor meglio valorizzati nel nuovo allestimento del museo che, terminata l’emergenza sanitaria di questi mesi, sarà inaugurato e aperto al pubblico.

Il dipinto di Mario di Laurito

La prima tavola proviene dalla chiesa di Santa Venera, che si trova alla Kalsa, sopra i bastioni della porta normanna di Termini, eretta proprio per ringraziare la santa, già patrona della città, per la fine dell’epidemia del 1493. Una devozione che si rinnovò qualche anno più tardi nel 1529, quando la peste tornò a flagellare la città. Il quadro attribuito al pittore campano post raffaelita Mario di Laurito fu realizzato l’anno dopo, nel 1530, ed è legato una vicenda miracolosa. “Durante l’epidemia si racconta che un siracusano infetto entrando a Palermo fu fermato da una forza invisibile di fronte alla chiesa di Santa Venera e alla protezione della santa è dedicato questo quadro attribuito al pittore campano”, spiega Pierfrancesco Palazzotto, vicedirettore e curatore scientifico del Museo Diocesano di Palermo.

Particolare che raffigura Palermo

“La tavola è chiaramente un ex voto con le diverse gerarchie – spiega Palazzotto – . In alto la Vergine col Bambino nel piano celeste, circondata da cherubini e angeli e subito sotto sulla sinistra i santi protettori contro le epidemie, Rocco e Sebastiano, insieme a Santa Venera, mentre a destra delle figure ancora da identificare, ma che probabilmente raffigurano le sante patrone della città, Cristina, Ninfa, Agata e Oliva. In basso, circondata dalle mura, c’è Palermo, con la Cattedrale e Palazzo Sclafani in primo piano sulla sinistra. Questo quadro è molto importante oltre che per la sua bellezza, anche come documento storico della città”.

L’opera di Simone de Wobreck

Il secondo dipinto, più grande e complesso, è del fiammingo Simone de Wobreck e si riferisce a una seconda epidemia di peste che dilagò a Palermo nel 1575. Realizzato un anno dopo, proviene dall’ex chiesa di San Rocco, poi reintitolata ai Santissimi Cosma e Damiano in piazza Beati Paoli. “Qui l’epidemia è rappresentata proprio come flagello divino per i peccati compiuti. In alto Dio, che sembra quasi Zeus con le frecce, associate sempre alle pestilenze e che troviamo anche nel Trionfo della morte di Palazzo Abatellis. Poi ci sono Cristo e la Vergine con i segni della Passione e i santi intercessori impetrano la grazia. Tornano San Rocco e San Sebastiano e anche Santa Cristina e Santa Ninfa. In basso, sempre la città, con la processione del croficisso del Cristo Chiaromonte della Cattedrale, con grande adunanza di popolo, tra i quali spiccano i fedeli della Compagnia dei Bianchi posti al centro”.

“Santa Rosalia intercede per Palermo”, di Vincenzo La Barbera

L’ultimo quadro del Museo Diocesano, infine, è legato alla terribile e più nota pestilenza del 1624 e la protagonista non può che essere Santa Rosalia. Opera del pittore manierista Vincenzo La Barbera, proveniente dalla Cattedrale, pone l’attenzione per la prima volta su Monte Pellegrino, dove furono ritrovate le ossa attribuite alla Santuzza. “In quest’opera – spiega ancora Palazzotto – Rosalia è posta sopra la Cala che è il porto da cui è entrata la peste e allo stesso modo, attraverso le mani della Santa che intercede, entra la grazia che libera la città dall’epidemia. In basso c’è anche una bella rappresentazione del vecchio porto con il Castello a Mare”. Tre opere legate da un filo rosso che attraversa i secoli e arriva fino al nostro tempo, ancora una volta minacciato da un contagio di cui non si intravede la fine. “Questa pandemia – osserva Palazzotto – ci dà la possibilità di comprendere alcune cose del passato che a noi apparivano lontane, ci fa capire meglio certe dinamiche che sembravano assolutamente distanti dal nostro modo di vivere. Magari con meno fervore rispetto al passato, le credenze religiose in questi casi tornano fuori”.

(Foto: Museo Diocesano di Palermo)

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La Zagara diventa “virtuale”, maratona botanica sui social

Annullata la mostra mercato dedicata al giardinaggio e florovivaismo all’Orto botanico di Palermo, ma idee e proposte viaggeranno sul web per la prossima edizione

di Redazione

Non ci sarà la Zagara di Primavera il prossimo weekend, come disposto dal rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari, ed in conseguenza dalle misure adottate dal governo a seguito del diffondersi della pandemia da Coronavirus, ma sui social dell’Orto botanico si continuerà a parlare di piante e di primavera. “La Zagara non si ferma”, è il motto che sta animando lo staff dell’Orto palermitano, in questi giorni di grande difficoltà, di ansia e paura per l’emergenza sanitaria globale. Uno sguardo rivolto alla natura, alla cura dei nostri giardini e terrazzi, potrà di sicuro esserci di aiuto ad impiegare nel modo migliore il tempo che trascorriamo tra le nostre mura domestiche.

La Zagara all'Orto botanico
La Zagara all’Orto botanico

Foto, commenti e didascalie che provengono da oltre cinquanta vivaisti che avrebbero preso parte alla mostra mercato dedicata al giardinaggio e florovivaismo, stanno arrivando agli organizzatori, che lavorano da remoto, e che hanno allestito una sorta di Zagara virtuale. Da giovedì 26, spiega il direttore dell’Orto, Rosario Schicchi, sui nostri social posteremo immagini ed idee proposte dai vivaisti italiani e siciliani che avrebbero dato vita, come di consueto, alla festa di primavera tra i viali dell’Orto.

Vivaisti espongono a La Zagara

“Nemmeno le manutenzioni all’interno dell’ Orto si sono fermate in questi tempi di Coronavirus – ha spiegato Schicchi, che ha predisposto insieme alla direzione del Simua, il sistema museale di Ateneo, un decalogo di comportamento e di sicurezza per gli operai stagionali che lavorano in questi giorni alla cura delle piante. Restano in servizio due squadre di circa sei addetti ciascuna, che si stanno alternando, usando spazi diversi senza mai incontrarsi, continua il direttore. Le piante in vaso, in particolare le collezioni di orchidee e quelle delle serre tropicali non possono essere abbandonate, come pure il nuovo giardino di piante officinali impiantato da meno di due mesi, anche gli agrumi dopo queste piogge di marzo torneranno ad aver bisogno dell’irrigazione, ed occorre comunque predisporre interventi di pulizia e messa in sicurezza dei grandi alberi monumentali che l’Orto conserva”.

(Foto di Eliana Lombardo)

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Viaggio nel tempo tra oggetti d’epoca e maioliche

Centinaia di pezzi d’antiquariato provenienti dalla collezione Tschinke-Daneu saranno esposti in una mostra a Palermo, nell’ex convento della Magione

di Giulio Giallombardo

Una miniera infinita di oggetti che raccontano un’altra epoca. Piccoli pezzi di storia che segnano il passaggio dall’artigianato alla produzione industriale. Sono alcuni dei tesori della sterminata collezione Tschinke-Daneu, una delle famiglie più importanti di antiquari di Palermo, che – quando l’emergenza sanitaria finirà – saranno esposti in una mostra allestita dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, nell’ex convento della Magione. La mostra in gran parte inedita, curata dalla storica dell’arte Maria Reginella e dalla restauratrice Anna Tschinke, erede degli antiquari, era già in fase avanzata d’allestimento, ma per l’inaugurazione, purtroppo, si dovrà aspettare.

Maioliche della collezione Tschinke-Daneu

Da un lato, sarà esposto un nucleo consistente di maioliche storiche tradizionali, alcune risalenti al Cinquecento, fino all’Ottocento e provenienti dai più grossi centri di produzione siciliani, come Caltagirone, Sciacca e Burgio, ma anche da altre parti del Sud Italia. Dall’altro, alla produzione artigianale si affiancherà quella industriale, con centinaia di pezzi in terraglia, ceramica o porcellana come vasi, scatolette e contenitori vari. Molti sono oggetti d’epoca vittoriana, provenienti dall’Inghilterra, ma anche dagli Stati Uniti: ci sono scatole di dentifricio e vasetti di pasta d’acciughe o per il midollo di manzo, antichi barattoli di generi alimentari come spezie e pasta, ed anche particolari filtri per l’acqua. Su tutti campeggiano i marchi di fabbrica, alcuni dei quali di note aziende italiane ancora in attività.

Uno dei pezzi della collezione Tschinke-Daneu

“Abbiamo allestito già alcune vetrine – spiega Maria Reginella a Le Vie dei Tesori News – ma purtroppo ci siamo dovuti fermare per l’avanzare dell’epidemia. In questi giorni, da casa, continuiamo però a lavorare sul catalogo, sui pannelli e sulle didascalie, per descrivere meglio questi oggetti così particolari. L’idea è quella di mettere a confronto le ceramiche tradizionali, pezzi unici anche se realizzati in serie, e la collezione davvero originale di Tschinke, che comprende oggetti di matrice più industriale. Sarà una mostra interessante, che speriamo presto di inaugurare”.

 

Saranno circa trecento i pezzi esposti nell’ex convento della Magione. Il meglio della collezione Tschinke-Daneu, che ha preso forma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando il triestino Vincenzo Daneu inizia la sua attività di piccolo e alto antiquariato a Palermo, prima con un negozio in via Mariano Stabile e poi a Palazzo Santa Ninfa, in via Vittorio Emanuele. La bottega di Daneu diventa in poco tempo, punto di riferimento per ricchi clienti e per i nobili palermitani, ma anche miniera per il nascente Museo Nazionale guidato allora da Antonio Salinas. In seguito, Mario Felice Tschinke, erede dei Daneu, incrementa la raccolta conservando, fin da piccolo, oggetti della vita quotidiana che allora potevano sembrare banali, ma oggi raccontano un pezzo di storia vissuta tra le due guerre e mostrano l’introduzione di prodotti dei paesi d’occupazione, tedeschi, inglesi, francesi e americani.

Filtro per l’acqua (collezione Tschinke-Daneu)

“Purtroppo oggi tutti i nostri cantieri di restauro sono fermi – sottolinea la soprintendente Lina Bellanca – non ci sono le condizioni per garantire la sicurezza e dunque siamo stati costretti a bloccare tutto. Questa mostra a cui stavamo e stiamo lavorando potrà essere l’occasione per riaprire le stanze dell’ex convento della Magione, una bella sede su cui vogliamo puntare e dove già avevamo allestito altre mostre. Prima che si fermasse tutto, erano appena arrivati i materiali per installare il nuovo ascensore, ma abbiamo dovuto rinviare i lavori. Siamo preoccupati, come tutti, perché non vediamo la fine di questa emergenza e così, purtroppo, non possiamo programmare più nulla”.

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Luca Vullo legge “Noi siamo immortali” di Giovanni Cupidi

Libri da non perdere, segreti di botanica, spigolature d’arte, tesori nascosti negli archivi, racconti di luoghi da visitare. Mentre restiamo a casa, ecco le mini-lezioni degli amici de Le Vie dei Tesori. Scrittori, giornalisti, accademici, studiosi, giovani del Festival. Pillole per imparare e resistere.

Pagine di un libro che racconta una storia di coraggio, di piccole e grandi battaglie quotidiane contro le cattive coscienze, combattute con ironia e senza piangersi addosso. Il regista e performer Luca Vullo ha scelto di leggerci un brano tratto da “Noi siamo immortali” di Giovanni Cupidi, scrittore e blogger affetto da tetraplegia.

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Carta verde dell’Unesco per il Parco delle Madonie

Il massiccio montuoso del Palermitano manterrà per altri quattro anni lo status di geoparco per il suo particolare patrimonio geologico

di Redazione

Le Madonie sono sempre più verdi. Il parco regionale manterrà per altri quattro anni lo status di geopark Unesco, passando dal cartellino giallo a quello verde. A dare la conferma ufficiale è stata la Divisione di Scienze ecologiche dell’Unesco Global Geopark, che ha ufficializzato la decisione del Consiglio, dopo l’annuncio dell’esito positivo della rivalidazione, in occasione del meeting della European Geoparks Network, lo scorso autunno in Spagna.

Le Madonie

Così le Madonie si confermano territorio unico per la biodiversità e per il patrimonio naturalistico, unico geoparco in Sicilia, insieme alla Rocca di Cerere di Enna, tra i nove italiani. Si tratta di territori che possiedono un particolare patrimonio geologico ed una strategia di sviluppo sostenibile sorretta da un programma europeo idoneo. Un geoparco, inoltre, deve avere confini ben definiti e una sufficiente estensione per consentire uno sviluppo economico efficace del comprensorio, deve comprendere un certo numero di siti geologici di particolare importanza in termini di qualità scientifica, rarità, valore estetico o educativo.

Sentieri delle Madonie

L’esame di rivalutazione dell’Unesco, che periodicamente verifica la sussistenza dei requisiti e dei parametri per il mantenimento dello status di Geopark, era stata effettuata da esperti internazionali, sulle Madonie, nello scorso mese di luglio. “È stato raggiunto un altro obiettivo – afferma il commissario straordinario Salvatore Caltagirone – . Grazie al lavoro svolto e ai risultati ottenuti nel corso degli ultimi due anni, siamo passati dal cartellino giallo a quello verde, ottemperando a tutte le prescrizioni che erano state raccomandate”.

Monte Mufara

Ma per la permanenza nella rete dell’Unesco, il geoparco delle Madonie dovrà attenersi a una serie di raccomandazioni. Tra queste, aumentare i fondi, potenziare l’informazione e la promozione del patrimonio geologico all’interno del territorio, attraverso specifici pannelli di interpretazione per i fossili di corallo su Piano Battaglia e per il sentiero didattico Filippo Arena su Monte Mufara, dove è possibile scoprire i principali aspetti geologici del territorio. Bisognerà, ancora, migliorare le strategie e le attività educative per facilitare la mitigazione di pericolo naturale e cambiamenti climatici nelle scuole e per i residenti, e aumentare la visibilità del logo “Global Geopark Unesco” in tutte le strutture come uffici turistici, musei, centri visita gestiti dai comuni e da altri partner. “Questo risultato – conclude Caltagirone – rappresenta un’altro motivo di speranza per le Madonie in questo difficile momento storico”.

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Le vie dei Tesori News

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