La Santuzza abbraccia la città, le reliquie all’Oratorio Quaroni

Per la prima volta, le spoglie della patrona di Palermo lasciano la chiesa di Santa Caterina. In mostra anche un bozzetto di cera plastica di Filippo Pennino

di Alessia Franco

C’è sempre una prima volta, si dice spesso. E mai come in tempi così provvisori – una post-pandemia che non si sa quanto ci siamo lasciati alle spalle – queste parole si rivelano vere. Anche, soprattutto, per questo Festino che ha dovuto essere, come quasi ogni cosa, ripensato, rimodulato, cambiato. Che ha dovuto rinunciare a essere festa di popolo, ma non festa di devozione popolare.

L’allestimento all’Oratorio Quaroni

E per la prima volta, in questa atipica edizione numero 369, le reliquie della Santuzzasi spostano: dalla chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto (dove sono abitualmente custodite) all’Oratorio Quaroni di via Maqueda. L’occasione è l’esposizione “Dive Rosaliae pro peste repulsa”, che si è inaugurata questo pomeriggio. Uno spostamento dal significato altamente simbolico, in tempi di “peste 2.0”. Per la prima volta nella storia, infatti, la piccola e preziosissima teca contenente le spoglie donate alle monache di Santa Caterina subito dopo la proclamazione di Rosalia come unica e principale patrona della città, chiusa dal sigillo del cardinale Giannettino Doria, ha varcato le soglie del monastero per incontrare la comunità dei devoti palermitani.

Bozzetto in cera plastica di Filippo Pennino

La teca non è l’unico elemento che suggella il rapporto tra la santa e i suoi fedeli: fino al 28 agosto (tutti giorni, tranne il lunedì, dalle 10 alle 20 con ingresso gratuito) si potrà ammirare anche un prezioso bozzetto di cera plastica su Santa Rosalia realizzato dallo scultore Filippo Pennino (l’opera finale si trova nell’altare maggiore dell’eremo della Quisquina). Verranno inoltre riproposti i pannelli della mostra “Eris in peste Patrona”, e ancora saranno trasmessi video delle precedenti edizioni del festino, e sarà allestita una mostra di foto in bianco e nero.

La teca che contiene le reliquie di Santa Rosalia

L’esposizione “Dive Rosaliae pro peste repulsa” è stata ideata e realizzata dall’associazione La Coccinella Onlus di Vincenzo Montanelli, in collaborazione con l’Arcidiocesi di Palermo. Nel pieno rispetto delle norme di sicurezza anti Covid-10, verrà consentito l’ingresso ad un massimo di 30 persone alla volta, dopo la misurazione della temperatura, indossando la mascherina. “L’esposizione Dive Rosaliae pro peste repulsa – spiega Giuseppe Bucaro, direttore dell’ufficio Beni culturali della Diocesi di Palermo – risponde alle indicazioni del nostro arcivescovo: fare di questo Festino un’occasione di raccoglimenti, di interiorità, di preghiera e di celebrazione del legame tra Rosalia e la città. La posizione dell’Oratorio Quaroni testimonia l’incontro tra la diocesi e la città, abbracciate idealmente dalla patrona”.

La mostra delle reliquie di Santa Rosalia all’Oratorio Quaroni

“Quello che stiamo vivendo è un Festino anomalo, particolare – conclude Montanelli – che sarà ricordato per tutto ciò che non si è potuto fare. Abbiamo deciso di essere presenti a fianco della Diocesi di Palermo per dare il nostro contributo all’organizzazione di questa esposizione. Speriamo che questa esperienza unica possa essere il primo passo per la valorizzazione dell’Oratorio Quaroni”.

(Foto Alessia Franco)

Scoperto il relitto di un’antica nave al largo di Siracusa

Il ritrovamento è avvenuto nel corso di alcune immersioni subacquee di esplorazione e documentazione storica, coordinate dalla Soprintendenza del Mare

di Redazione

Nuovi tesori affiorano dai fondali siciliani. Dopo il relitto romano scoperto nei giorni scorsi nei fondali di Ustica (ve ne abbiamo parlato qui), è stato individuato dalla Soprintendenza del Mare un sito archeologico sommerso al largo di Ognina, a Siracusa. Nell’area – fanno sapere dall’assessorato regionale ai Beni culturali – è stato rinvenuto il relitto di una nave oneraria, ovvero un’imbarcazione adibita a traffici commerciali, con all’interno un grosso carico di ceramiche da mensa di epoca tardo antica. Il ritrovamento è avvenuto nel corso di alcune immersioni subacquee di esplorazione e documentazione storica autorizzate e coordinate dalla Soprintendenza del Mare ed effettuate dai subacquei altofondalisti Fabio Portella e Stefano Gualtieri, con il contributo dell’associazione Capo Murro Diving Center di Siracusa.

I reperti nei fondali di Ognina

Il relitto – che è stato rinvenuto ad una profondità di circa 75 metri – si trova posizionato in un vasto areale caratterizzato da un fondale prevalentemente pianeggiante costituito da sabbia mista a fanghiglia. “Abbiamo disposto e coordinato il recupero di due reperti individuati dall’archeologo della Soprintendenza del Mare, Fabrizio Sgroi – dice la soprintendente Valeria Li Vigni – quali elementi diagnostici del carico del relitto sulla scorta di una sommaria descrizione degli scopritori. I due reperti, che presentano notevoli incrostazioni, consistono in una ciotola a doppio manico con coperchio e in una brocca a forma di campana. La Soprintendenza del Mare – dichiara Li Vigni – svolge da anni un lavoro capillare di sensibilizzazione e di collaborazione con i diving che ha fornito risultati sempre più incoraggianti e in costante evoluzione. A breve procederemo con la definizione di un rilievo sistematico del relitto per studiarlo più approfonditamente”.

La brocca recuperata dai fondali

I due reperti che rappresentano espressione di una ceramica da mensa priva di colore, farebbero pensare ad un insieme di ceramiche di origine africana databili intorno al IV secolo dopo Cristo. Va valutata, però – spiegano dall’assessorato ai Beni culturali – la possibilità che si tratti di una produzione locale di ceramiche da mensa, cosa che sarebbe attestata da fornaci presenti nel siracusano intorno al VI secolo dopo Cristo. La brocchetta rappresentava un bollitore a forma di campana a fondo convesso, da posizionare sulla brace con la funzione di riscaldare i liquidi; un centro di fabbricazione di questa particolare forma, che presenta forti influssi bizantini, è stato riscontrato in Nordafrica, in Tripolitania e in Tunisia.

La ciotola con coperchio

La ciotola con coperchio ha forma emisferica e un piccolo piede sul quale si innestano due anse probabilmente decorate, ma fortemente corrose dalla lunga permanenza a mare. Il coperchio presenta una presa a bottone piuttosto rozza. La localizzazione pone il relitto lungo la direttrice di uno dei due cavi elettrici che, nel 1912, sono stati messi in posa sul fondale dalla ditta Pirelli su commissione del governo italiano per collegare la Sicilia alla Libia con i due rispettivi approdi finali a Tripoli e Bengasi. “La collaborazione dei diving nell’individuazione del relitto – sottolinea l’assessore dei Beni culturali, Alberto Samonà – testimonia la bontà e l’efficacia di una politica di costante sensibilizzazione e promozione verso il territorio e l’enorme ricchezza sommersa”.

Restauro a cantiere aperto per i leggendari arazzi fiamminghi

I preziosi manufatti, che si trovano adesso all’Oratorio dei Bianchi di Palermo, saranno esposti nella nuova sede della Chiesa del Collegio di Marsala

di Guido Fiorito

Sarà un restauro a cantiere aperto: tutti potranno vedere, ogni venerdì mattina all’Oratorio dei Bianchi di Palermo (obbligatoria la prenotazione) i restauratori all’opera per ridare luce e solidità agli arazzi fiamminghi di Marsala. Nel grande salone dell’Oratorio, che dipende dal vicino Palazzo Abatellis, sono già stesi i primi due degli otto grandi arazzi di fine Cinquecento, con misure fino a cinque metri di lato. Le trame e gli orditi della storia s’intrecciano con le trame e gli orditi di queste opere d’arte preziose. Lasciando misteri agli studiosi sulle loro origini e il perché finirono a Marsala, con una leggenda che coinvolge Maria I Tudor, regina di Inghilterra e di Spagna, la Bloody Mary terrore dei protestanti.

Cantiere di restauro degli arazzi

L’esplorazione degli arazzi mette a nudo gli orditi. Basta uno scanner, passare un tubo con una lente sulla loro superficie, per vedere sullo schermo del computer i particolari talmente ingranditi, da poter distinguere un filo dall’altro e ciascun granello di sporco e di polvere. Gli arazzi sono stati intessuti con tre fili di lana, torti e ritorti. Alla fine degli anni Sessanta furono restaurati a Firenze, un paio esposti, e poi tutti rispediti a Marsala per essere ospitati in un piccolo museo adiacente alla Chiesa Madre.

Particolare di uno degli arazzi

Oltre cinquant’anni dopo, gli arazzi bisognano di nuove cure, nel quadro di un progetto che prevede una nuova collocazione nella Chiesa del Collegio di Marsala, assieme a preziosi paramenti sacri. “Abbiamo fatto la mappatura del primo arazzo – dice Giacomo Mirto, coordinatore del restauro, che effettua con Lucilla De Angelis e Sonia Caccamo – molto zone sono degradate con sporcizia e fibre in certi punti spezzate. Vi sono abrasioni e distacchi. Nel restauro precedente alcune trame, soprattutto dei colori giallo e azzurro, furono riprese con filo di seta. Le fodere sono in certi casi in cattive condizioni, tanto che sostituirle metterebbe a rischio la struttura”.

Arazzo sottoposto a restauro

Questa la situazione. I primi due arazzi erano stati portati all’Oratorio dei Bianchi all’inizio di marzo, poi tutto si è fermato per la pandemia. Adesso il restauro è iniziato e si spera di chiuderlo entro un anno. “Sarà un intervento non invasivo – continua Mirto – faremo diverse puliture, usando anche micro aspiratori. Per riprendere i distacchi, che sono decine, useremo filati in poliestere che danno maggiori garanzie di resistenza rispetto al cotone usato in passato”. Il restauro, che comprende dieci paramenti sacri, viene effettuato dalla ditta Scancarello, con un costo di 110.000 euro.

Particolare di uno degli arazzi

Intanto, va avanti il progetto di recupero e di allestimento a Museo degli arazzi della Chiesa del Collegio, che prevede un costo di 2,2 milioni e che si spera possa andare in appalto entro l’estate. Il progettista, Luigi Biondo, ha mostrato come saranno esposti gli arazzi: enormi grate isoleranno la parte di chiesa dedicata a museo. “Un’idea – ha detto – che mi è venuta durante un viaggio con Sebastiano Tusa in Spagna guardando una immensa grata in una chiesa di Cordoba. Gli arazzi saranno inclinati e appesi in modo che tutto ciò non possa nuocere alle fibre”. Un progetto che ormai risale a una decina di anni fa e che finalmente sembra vicino ad un approdo. Anche per rispettare, come ha ricordato il vescovo di Mazara, Domenico Mogavero, il lascito testamentario del donatore, monsignor Lombardo, che prevede il trasferimento alla curia di Mazara se gli arazzi non fossero esposti a Marsala.

Restauratori al lavoro

La visita guidata agli arazzi, per il festival Le Vie dei Tesori a Marsala l’anno scorso, ottenne grande successo, risultando il secondo sito cittadino per presenze. Gli arazzi dovrebbero provenire dalla manifattura di Cornelis Tons a Bruxelles, che li realizzò sui cartoni disegnati da Peter De Kempeneer. “Questo intervento – dice l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – dimostra che la cultura è una priorità del governo regionale e che in Sicilia siamo custodi di una identità plurale, che nelle sue stratificazioni comprende questi arazzi”. Arazzi che raccontano della guerra tra romani e giudei nel primo secolo dopo Cristo, probabilmente riferendosi all’attualità cinquecentesca dei conflitti religiosi dei re cattolici spagnoli. Il tutto calato nell’Oratorio dei Bianchi, “dove – nota Evelina De Castro, direttore della galleria regionale di Palazzo Abatellis – trionfa la varietà del barocco, dove le arti si incontrano e svelano i loro misteri”. Non solo per gli addetti ai lavori, ma per tutti.

(Foto Guido Fiorito)

L’antico Castello a mare di Palermo e la nuova “marina bay”

Un quadrilatero di verde, acqua, sport e tempo libero nascerà nel molo trapezoidale, dove si trovano i resti della storica fortezza

di Emanuele Drago*

Non è la prima volta che ciò che un tempo veniva considerato inutile e obsoleto, possa essere recuperato, disseppellito e trasformato, magari dalle stesse mani di chi aveva deciso di disfarsene. Questo è il caso del Castello a mare di Palermo che, a quasi un secolo dalla distruzione avvenuta tra il 1922 e il 1923 per mezzo della dinamite, oggi, seppur indirettamente, sta per risorgere a nuova vita. E la riqualificazione di ciò che resta non potrà che passare dalla trasformazione del molo trapezoidale, un luogo per lungo tempo precluso a gran parte dei cittadini e che riconnetterà il porto della Cala con il nuovo terminal crociere del molo del Sammuzzo.

Render del progetto di riqualificazione del molo trapezoidale

Grazie a questa opera progettata e finanziata dalla Autorità di sistema portuale del mare della Sicilia occidentale, nascerà una “marina bay”, un quadrilatero di verde, acqua, sport, food e tempo libero, in cui sorgeranno bar, caffetterie, attività commerciali e anche un auditorium e una sala conferenze. Grazie alla creazione del nuovo molo trapezoidale, Palermo potrà riappropriarsi del sito archeologico e di ciò che rimane del suo secondo castello, chiamato in origine castello nuovo o castello inferiore.

Il bastione del Castello a Mare

Il Castello a mare ha origini antichissime. Venne edificato tra XI e XII secolo, se non addirittura alla fine del X secolo, ovvero quando le marinerie di Genova e di Pisa erano in completa ascesa e la città musulmana, non essendo più al sicuro dalle incursioni nemiche, aveva deciso di creare vicino al vecchio porto un grande avamposto difensivo. Un luogo in cui, durante il periodo viceregio, al mastio, alle vecchie mura e all’antica piccola necropoli si aggiunsero la Porta aragonese, il rivellino difensivo, il baluardo di San Giorgio, il bastione di San Pietro e un edificio porticato che si affacciava sul porto della Cala.

Il Castello a mare in una foto d’epoca

Ma va detto anche che, in prossimità del castello, si trovava la chiesa di San Pietro la Bagnara (così denominata perché fin dal Medioevo era divenuta luogo di culto di una nutrita comunità di calabresi) di cui ancora oggi rimane un’epigrafe greca, custodita a Palazzo Abatellis, che ne attesta l’origine normanna al tempo di Roberto il Guiscardo e della moglie Sichelgaita. Un’altra chiesa posta dentro l’area del castello era la chiesa dedicata alla Madonna di Piedigrotta (oggi parte della chiesa si trova sotto il mercato ittico).

Le mura del castello

Ora il Castello a mare, nonostante abbia subito diversi oltraggi e danni, può rappresentare la metafora di una città che vuole disseppellire la sua storia, offrendo il meglio di sé ai turisti, con un ingresso che si preannuncia fin da subito pieno di suggestione. Perché, sebbene in gran parte distrutto e smantellato, prima nel giugno del 1860 per volontà del governo siciliano, ma soprattutto tra il giugno del 1922 e il dicembre 1923 dalla “discutibilissima” politica di riconfigurazione del porto, alcuni giorni fa, durante i lavori nel nuovo molo trapezoidale, sono riemerse parti del tracciato murario che si credevano perdute per sempre.

Il molo trapezoidale

Anche perché si tratta di un luogo che fu testimone di tante vicende che farebbero la fortuna di numerosi romanzi storici. Infatti, il Castello a mare, più dello stesso Palazzo Reale, fu una delle sedi privilegiate di Federico II, ma anche, per un certo periodo, sede della Santa Inquisizione, prigione politica e palazzo del governatore. Inoltre, custodì, sebbene per periodi circoscritti, importanti manufatti: ad esempio, i due arieti bronzei che provenivano dal Castello Maniace di Siracusa (oggi ne rimane una sola copia custodita al Salinas) e la statua di San Giovanni Nepomuceno (che si trova dentro la chiesa di San Giacomo dei Militari).

Resti dei bastioni del Castello a mare

Tante sono le storie che sono legate al castello: dalla disfatta di un grosso pontile che nel 1590 causò la morte di molti nobili del tempo, allo scoppio della polveriera, avvenuta esattamente tre anni dopo la caduta del pontile e che causò la morte di decine di persone, oltre che dei poeti Antonio Veneziano e Argisto Gioffredo. Per non considerare, poi, il fatto che, oltre ad essere uno dei siti privilegiati da cui si poté assistere alla battaglia navale di Palermo, che si svolse il 2 giugno del 1676, fu anche il sito in cui veniva fissata una delle due estremità della catena che chiudeva l’antico porto, così come si evince nel Liber ad honorem Augusti del 1196, la miniatura di Pietro Da Eboli che ancora oggi può essere considerata la più antica rappresentazione del Castello a mare di Palermo in nostro possesso.

*Docente e scrittore

All’Orto Botanico si rinnova il mito del Genio di Palermo

Inaugurata la scultura realizzata da Domenico Pellegrino, simbolicamente in linea con quella settecentesca di Villa Giulia, opera di Ignazio Marabitti

di Ruggero Altavilla

Due “geni” a confronto: il primo antico, l’altro contemporaneo. Si guardano a distanza, quasi a simboleggiare un dialogo tra tradizione e innovazione, un passaggio di testimone tra la città che fu e l’auspicio di una sua rinascita. Simbolicamente in linea con il Genio della fontana di Villa Giulia, realizzato da Ignazio Marabitti nel 1778, è stato inaugurato questa mattina all’Orto Botanico un suo “doppio”, il Genio realizzato dall’artista siciliano Domenico Pellegrino, che ha fatto delle tradizioni della sua terra il leitmotiv del lavoro.

“Genius Panormi” di Domenico Pellegrino

La statua, commissionata dalla Fondazione Tommaso Dragotto, si trova in via permanente all’interno della serra Tropicale e rinnova il mito del “genius loci”, nume tutelare profano della città, insieme alla patrona religiosa Santa Rosalia. Nel realizzare la nuova statua del Genio, Pellegrino si è fortemente ispirato al luogo che la ospita: “La mia statua parla di accoglienza e di speranza, guarda al futuro con ottimismo e pone l’accento sulla conoscenza e la cultura che arricchita dalle contaminazioni di diversi popoli”, dice l’artista.

Particolare di Rosalia bambina (foto Pucci Scafidi)_

Come un dio del mare, la statua al centro della scena si trova seduto su una fontana, la sua armatura riprende alcuni dettagli botanici e architettonici presenti all’Orto. I capelli raccolti che ricordano in alcune ciocche le radici dei ficus secolari, sono sormontati da una corona. Le braccia sorreggono il serpente che si nutre dal suo petto. Il braccio sinistro sorregge la testa del serpente e da sotto sbuca la seconda figura: il futuro, rappresentato da un bambino che riprende i putti giocosi del Serpotta. Il bambino guarda attento il Genio, come se rubasse facendone tesoro la sua conoscenza. Alla destra una Rosalia, bambina, coronata di rose, che lo avvicenderà, che gioca con il cane, simbolo di fedeltà. L’intera scena si colloca su una roccia, che l’artista ha realizzato ispirandosi alla pietra arenaria di una cava siciliana da dove veniva estratto il materiale da costruzione delle parti architettonica di molti palazzi siciliani.

Domenico Pellegrino (foto Pucci Scafidi)

Presente all’inaugurazione questa mattina, il ministro delle Pari Opportunità e della Famiglia, Elena Bonetti, accolta all’Orto Botanico dal rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari, e dal direttore del Sistema museale d’ateneo, Paolo Inglese. “Credo che stia accadendo qualcosa di magico e speciale per questa città, in un luogo straordinariamente bello come l’Orto Botanico, simbolo di una bellezza concreta. – interviene il ministro Bonetti – un luogo dove le pari opportunità trovano casa, nella contaminazione, nella cultura e nell’ambiente multietnico. L’attenzione per i bambini e le famiglie arricchisce la proposta didattica dell’Università di Palermo che ha fatto in questi tempi difficili un grandissimo lavoro”.

Un momento dell’inaugurazione

Secondo Fabrizio Micari, il legame tra l’ateneo e la città “si è consolidato ed è stato avvalorato da un dialogo continuo e da numerosi progetti di collaborazione che hanno reso sempre di più ‘Palermo Città Universitaria’, aperta e multiculturale”. Paolo Inglese ha parlato di un’opera “dal fortissimo significato simbolico, fiore all’occhiello dell’importante patrimonio museale del nostro ateneo”. Per Tommaso Dragotto, presidente dell’omonima fondazione, la realizzazione di quest’opera ha un valore tangibile: “In questa sede, oggi, non stiamo soltanto celebrando l’arte, ma abbiamo concretamente realizzato qualcosa per la città, per la sua storia ed i suoi cittadini”.

Fa tappa in Sicilia la Biennale d’arte sacra

Mostre a Marsala, Messina, Gibellina e Palermo, con centinaia di artisti provenienti da tutto il mondo

di Redazione

Riparte dalla Sicilia, dove ha preso il via sei anni fa in tandem con Venezia, la terza edizione di Bias, la Biennale internazionale di arte sacra dal titolo “The Time of Game – The Game of Time”, che coinvolge cento artisti provenienti da tutto il mondo. E proprio nell’Isola tocca quattro punti cardinali trovando momenti di esposizione a Marsala, Messina, Gibellina e Palermo, in collaborazione con la Regone Siciliana, la Fondazione Sant’Elia e la Fondazione Orestiadi di Gibellina.

Baglio Di Stefano (foto Luca Savettiere)

Dopo la prima tappa prima tappa a Venezia, nella Darsena della Marina e la seconda all’interno del Parco monumentale di Villa Barbarigo di Valsanzibio, l’esposizione transnazionale di arte contemporanea sacra legata alla spiritualità e rivolta a tutte le religioni dell’umanità è arrivata nei giorni scorsi in Sicilia, con Marsala e Messina. Adesso, le prossime tappe sono l’11 luglio alle 18 al Baglio Di Stefano della Fondazione Orestiadi di Gibellina e il 12 luglio alle 17,30 al Loggiato San Bartolomeo di Palermo, dove 55 artisti saranno in mostra sino al 12 di settembre.

Il Loggiato San Bartolomeo

Durante il vernissage verranno eseguite tre performance. La Compagnie du tempe d’une danse proveniente direttamente da Parigi; una performance ed installazione sonora di Terra Luce Silenzio dello Scultore Luca Pantina con musica di Carlo Guarrera, video di Sebastiano Pavia, realizzati dalla Facultad de bellas artes de Sevilla e, infine, un’esibizione dedicata al poeta africano Abded Kader Konate, con l’artista Sarita Marchesi Van der Meer ed i rappresentanti del padiglione africano di Bias.

Un momento della conferenza stampa

Alla conferenza di presentazione a Palazzo d’Orleans ieri erano presenti la presidente della Fondazione “Donà dalle Rose”, ideatrice e promotrice dell’iniziativa, Chiara Donà Dalle Rose; il direttore della Fondazione Sant’Elia, Antonio Ticali e l’assessore regionale dei Beni culturali, Alberto Samonà. “Il campo su cui ci porta quest’anno la Biennale d’Arte Sacra è quella del tempo e del gioco. Il gioco e il sacro – ha dichiarato l’assessore – hanno in comune molto più di quanto non appaia a prima vista: entrambi creano un ‘mondo nel mondo’”. Secondo il sindaco Leoluca Orlando, “ancora una volta Palermo sarà capitale dell’arte e della cultura, ancora una volta sarà il luogo in cui l’arte sacra di tutto il mondo si incontrerà, sottolineando come la religione e le religioni possano essere strumento di incontro e dialettica costruttiva”.

Mario Zito nuovo assessore comunale alle Culture

Il docente e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Palermo prende il posto di Adham Darawsha che si è dimesso nei giorni scorsi

di Redazione

Sarà Mario Zito a prendere il posto di Adham Darawsha alla guida dell’assessorato alle Culture del Comune di Palermo. Dopo le dimissioni del medico di origini palestinesi, prima annunciate su Twitter e subito formalizzate al sindaco Leoluca Orlando nei giorni scorsi, il nuovo assessore sarà il docente e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Palermo. Le deleghe – fanno sapere dall’amministrazione comunale – saranno formalizzate nelle prossime ore.

Mario Zito

Nato a Siracusa nel 1962, Mario Zito ha svolto l’attività di insegnamento nei licei e nelle accademie di Belle arti statali. Oltre che a Palermo, dove è docente dal 2014, ha svolto la propria attività anche a Siracusa, Reggio Calabria, Sassari e Bari. In città negli ultimi anni è stato nel Comitato scientifico di Palermo Capitale della Cultura, nonché membro del Comitato d’onore di Manifesta 12. Ha, inoltre, curato le attività didattiche di Palazzo Ziino per l’arte contemporanea e la direzione artistica di Zac, Padiglione dell’Arte contemporanea dei Cantieri culturali della Zisa. All’Accademia di Palermo, oltre che direttore per il triennio 2017-2020, è stato coordinatore e promotore del Master di II Livello su “Restauro, manutenzione, ripristino delle opere d’arte contemporanee”. Promuove e coordina diverse iniziative culturali e artistiche in collaborazione con diverse istituzioni museali regionali, nazionali ed europee e con diverse associazioni e fondazioni.

Leoluca Orlando

“Nel ringraziare ancora una volta Adham Darawsha per il suo contributo al percorso di cambiamento della città – ha dichiarato il sindaco Leoluca Orlando – non posso che sottolineare l’importante disponibilità del professor Zito, la cui esperienza e professionalità, unite alla grande passione che ha mostrato nel curare tante attività di respiro internazionale nella nostra città, daranno nuova linfa e nuovo slancio a un settore che è da sempre trainante e caratterizzante per Palermo. Le significative esperienze di arte diffusa e coinvolgente nel territorio, realizzate dall’Accademia sotto la direzione del professor Zito, sono uno straordinario biglietto da visita, così come è significativa la sua presenza già oggi alle iniziative in onore di Santa Rosalia, a suggellare un legame forte con la Santuzza e col Festino, che sia pure in formato ridotto come quello di quest’anno, resta uno degli eventi più importanti per la città”.

“Visioni pandemiche”, foto e appunti dal lockdown

In mostra a Palermo gli scatti di Salvo Gravano, accompagnati da pensieri quotidiani che hanno scandito i giorni sospesi della quarantena

di Redazione

Una luce fuori dal tunnel, le tinte cangianti del mare al tramonto, il cielo illuminato di stelle, lo stupore negli occhi di un bambino, la luna piena accesa nel firmamento, nonostante tutto. Durante il lockdown, il fotografo Salvo Gravano ha scelto di raccontare per immagini un futuro possibile, un modo nuovo di guardare all’esperienza dell’isolamento forzato attraverso scatti che puntano dritto al cuore e infondono speranza, voglia di riprendere il cammino, amore per la vita. Nasce così “Visioni pandemiche”, una raccolta di 54 fotografie accompagnate da pensieri quotidiani che, giorno dopo giorno, hanno scandito quel tempo sospeso in un diario intimo e insieme condiviso sui social.

L’allestimento della mostra

Una selezione di 20 scatti diventa un’esposizione in mezzo al verde di “Al Fresco giardino e bistrot”, in vicolo Brugnò, nel centro storico di Palermo, a partire da sabato 11 luglio alle 19. Un luogo tutto da scoprire, un “giardino segreto” all’interno di Casa San Francesco, ex convento seicentesco che oggi accoglie diverse attività di natura sociale. Al Fresco è una di queste: è gestito infatti dall’impresa sociale Cotti in Fragranza, un laboratorio di prodotti da forno nato all’interno del carcere minorile Malaspina di Palermo, che qui ha la sua seconda sede operativa e che nelle attività del bistrot coinvolge detenuti ed ex detenuti, giovani migranti e persone accolte dai poli per i senza dimora.

Uno degli scatti in mostra

“Appena è scattato il lockdown, mi sono domandato come poter resistere all’isolamento, all’incertezza, alla paura e ho trovato nella fotografia la risposta – spiega Salvo Gravano – . Nel mio archivio ho cercato immagini che potessero infondere la speranza, ho provato a trovare ‘rifugio mentale’ dove possibile, mi sono lasciato ispirare da quelle immagini per elaborare brevi testi di riflessione. Quei momenti di ricerca quotidiana sono diventati linfa vitale per generare ottimismo e ho pensato di condividerli con i contatti di Facebook e Instagram, facendoli diventare riflessione partecipata”.

Al via il Taormina Film Fest diretto da Leo Gullotta

Tra gli ospiti Emmanuelle Seigner, Willem Dafoe, Nikolaj Coster-Waldau, Vittorio Storaro e gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana

di Redazione

Quattordici opere prime o seconde nel Concorso principale, 12 documentari, 11 produzioni indipendenti europee e 4 eventi speciali. Riparte così da una selezione ufficiale di oltre 40 anteprime il 66esimo Taormina FilmFest, diretto da Leo Gullotta e Francesco Calogero, che dall’11 al 19 luglio ritorna in sala e debutta in streaming, su MYmovies.it, prodotto e organizzato da Videobank, su concessione della Fondazione Taormina Arte Sicilia, sotto il patrocinio dell’Assessorato regionale del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo. Rispettosa dei protocolli e del distanziamento sociale, la Sala A del Palazzo dei Congressi di Taormina ospiterà giornalmente la duplice proiezione alle 19 e alle 21.30 del Concorso internazionale, dedicato agli esordi, (qui il programma del Palazzo dei Congressi), il palinsesto online offrirà un’ancora più ricca programmazione, disponibile per 24 ore, corredata da una striscia quotidiana di approfondimento, con documenti video, immagini di archivio, suggestive riprese emozionali e interventi di ospiti, a parziale narrazione di un festival interamente virtuale.

Leo Gullotta (foto taorminafilmfest.it)

Rispettando a pieno nelle tre sezioni competitive la parità di genere tra i registi delle opere scelte – il 50 per cento esatto degli autori è costituito da donne – la selezione della principale categoria competitiva si dipana intorno a lungometraggi come “Our Own” di Jeanne Leblanc, “Critical Thinking” di John Leguizamo, “The Lunchroom” di Ezequiel Radusky e “The Cloud In Her Room” di Xinyuan Zheng Lu (qui tutti i film in programma). Tra le opere fuori concorso, nello spazio denominato “Filmmaker in Sicilia”, le proiezioni speciali di “Io lo so chi siete” di Alessandro Colizzi, docufilm dedicato alla memoria e alla ricerca della verità per la vittima di mafia Antonino Agostino; “La storia vergognosa” di Nella Condorelli, realizzato con materiali inediti, reperiti presso archivi audiovisivi e fotografici, e imperniato sulla grande emigrazione italiana nelle Americhe del primo Novecento; e infine il film di chiusura del festival “La regola d’oro”, opera seconda di Alessandro Lunardelli, in buona parte girata a Taormina, con Simone Liberati, Edoardo Pesce, Barbora Bobulova, Hadas Yaron.

Il logo dell’edizione 2020

E con due appuntamenti si riaccenderanno le luci del grande cinema internazionale anche nella cornice millenaria del Teatro Antico, per l’occasione nuovamente fruibile e adibito a eventi di spettacolo, seppur in una inedita veste scenografica. Domenico Dolce e Stefano Gabbana saranno ospiti della Regione Siciliana e del Taormina FilmFest in occasione dell’anteprima mondiale del film “Devotion”, diretto da Giuseppe Tornatore, con le musiche inedite di Ennio Morricone e prodotto da Dolce&Gabbana. La serata si svolgerà al Teatro Antico di Taormina il 18 luglio 2020.

Emmanuelle Seigner

La cerimonia di chiusura dell’edizione – con la partecipazione dell’Orchestra Sinfonica Siciliana e della band The Magic Door – avrà quindi luogo il 19 luglio e vedrà protagonisti i vincitori delle tre sezioni competitive, con la consegna dei tradizionali premi Cariddi e Maschere di Polifemo, alla presenza della giuria internazionale. Ed eccezionalmente sarà proprio Leo Gullotta ad accompagnare l’affezionato pubblico dell’evento in occasione della serata, che accoglierà un nutrito parterre di ospiti: tra gli altri spiccano i nomi di Emmanuelle Seigner, del tre volte Premio Oscar Vittorio Storaro – che ritirerà il Cariddi d’Oro alla Carriera – così come quelli di Willem Dafoe e Nikolaj Coster-Waldau, che riceveranno il tradizionale Taormina Arte Award.

Dall’Egitto alla Sicilia: restaurato un lino funerario

Un frammento di benda con cui si avvolgevano le mummie è stato presentato al Museo del Papiro di Siracusa che ha riaperto dopo il lockdown

di Redazione

Avvolgeva il corpo di un personaggio illustre, probabilmente uno straniero, sepolto nella necropoli di Saqqara, una delle più importanti d’Egitto. È il frammento di lino funerario presentato pochi giorni fa al Museo del Papiro “Corrado Basile” di Siracusa, che ha riaperto dopo i mesi di quarantena. Si tratta di un pezzo di benda con cui si ricoprivano le mummie, che riporta una scrittura in geroglifico e ieratico. Risalta anche una decorazione figurata che si ispira a quella leggibile sui rotoli di papiro contenenti capitoli del libro dei morti. Il prezioso lino, che risale al VI secolo avanti Cristo, è stato recentemente studiato dall’egittologa Gloria Rosati, dell’Università di Firenze, e restaurato da Corrado Basile e Anna Di Natale, del Museo del papiro.

Particolare del lino funerario

Il reperto – fanno sapere dal museo – è assai eccezionale per la finezza della rappresentazione iconografica, per la qualità delle vignette e per il tratto sicuro del disegno ad inchiostro nero, mentre l’impiego del lino, supporto noto in Egitto fin dall’epoca predinastica, ma raramente usato nella stesura del libro dei morti, documenta l’esecuzione del tessuto in una bottega di alto livello. Lo studio preliminare di Gloria Rosati ha permesso, tra l’altro, di stabilire la pertinenza del frammento ad un tessuto più grande destinato a coprire il corpo mummificato di un personaggio di alto rango, probabilmente sepolto nella necropoli di Saqqara al tempo della XXVI Dinastia.

La presentazione del reperto

Per l’egittologia Rosati, la scena illustrata a tutta pagina è tipica di un particolare capitolo del cosiddetto libro dei morti conosciuto nei rotoli di papiro, ma non trovato in un supporto di lino; il tessuto stesso è finissimo, tanto da potersi considerare come un esempio di quel “lino regio”, che in tutti i testi antichi è giudicato il più pregiato. Il lino ha un interesse davvero speciale da diversi punti di vista, ma quello che senza dubbio per ora non ha confronti è l’eccezionale finezza e raffinatezza del disegno.

Il Museo del Papiro

Nel corso della presentazione Anna Di Natale e Corrado Basile, curatori del Museo del Papiro, hanno illustrato la storia dell’acquisizione del reperto, rivelando anche la straordinaria scoperta del cartoncino, su cui era fissato il lembo di lino, riferibile ad uno dei disegni eseguiti durante la spedizione franco-toscana in Egitto, condotta da Jean-François Champollion e Ippolito Rosellini nel 1828-29. Come ha sottolineato Massimo Cultraro – dirigente di ricerca del Cnr-Ispc intervenuto durante la presentazione – il finissimo lino potrebbe essere appartenuto ad uno straniero, come si ricava da alcuni elementi iconografici documentati nelle vignette, che risultano estranei alla tradizione egizia. Ha chiuso l’incontro Lorenzo Guzzardi, direttore del Parco archeologico di Leontinoi, che ha tracciato la storia delle lunghe relazioni tra Sicilia e mondo nilotico dalla preistoria fino allo sviluppo della cultura ellenistica che legò in maniera indissolubile Alessandria con Siracusa.

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