Un libro sul Genio di Palermo tra arte e natura

La Fondazione Tommaso Dragotto ha presentato il volume con gli scatti di Pucci Scafidi, interamente dedicato all’opera di Domenico Pellegrino custodita all’Orto Botanico

di Redazione

Può la natura riflettere un’opera d’arte? Su questa domanda, che rovescia la classica specularità tra arte e natura, si basa il nuovo libro della Fondazione Tommaso Dragotto realizzato con l’intento di comprendere, e raccontare, il secolare rapporto tra Palermo ed il suo Genio attraverso il legame viscerale tra l’opera d’arte e la sua ubicazione. L’ultimo tra i geni palermitani, mitico nume tutelare della città, realizzato dall’artista siciliano Domenico Pellegrino, risiede permanentemente all’Orto Botanico di Palermo.

Il Genio di Domenico Pellegrino (foto Pucci Scafidi)

Non è un caso se l’opera, commissionata e donata dalla Fondazione Dragotto all’Università di Palermo, si collochi all’interno di un polmone verde di straordinaria forza e bellezza: la virilità arcaica ed ancestrale del barbuto genio palermitano si confronta con la potenza rigeneratrice della natura in un rapporto osmotico di eccezionale valenza simbolica ed evocativa. Sono queste le premesse che hanno ispirato gli scatti del fotografo Pucci Scafidi, presentato all’Orto Botanico di Palermo, al quale è stata affidata la stesura del libro che, nel ritrarre il gioco di rimandi tra la staticità dell’opera scultorea e l’energia vitale della natura, ha provato a ribaltarne la prospettiva riconsegnando il “Genius Panormi” al suo valore primigenio: colui che genera, forza procreatrice per definizione.

La copertina del libro

Il libro Genius Panormi è dunque la naturale prosecuzione artistica della scultura, un’interpretazione iconografica che mette in luce i più nascosti dettagli dell’opera grazie ad una “lente d’ingrandimento” che si rivela ricerca identitaria e culturale. “Un nuovo Genio, ed un libro che ne esalta la sua ubicazione, possono essere utili a ricordare alla città la sua più profonda identità e all’intuizione che l’Orto Botanico di quella identità è custode e metafora plastica al contempo come luogo di scienza e cultura della nostra Università” così asserisce Paolo Inglese, direttore del Sistema Museale d’Ateneo. “Ho cercato di cogliere l’essenza della relazione tra arte e natura evidenziando, nel dialogo silenzioso tra i due elementi, le declinazioni di una realtà affine per linguaggio e senso estetico”, dichiara Pucci Scafidi, autore delle immagini del libro

“Con il libro Genius Panormi si chiude il cerchio di un percorso di introspezione antropologica e culturale nella più profonda tradizione palermitana – afferma Tommaso Dragotto, presidente dell’omonima Fondazione – la realizzazione di questo volume è un omaggio alla mia città e un auspicio di rigenerazione urbana con la stessa energia vitale del suo nume tutelare”.

Va in scena il Genio di Palermo: un festival tra visite, esperienze e passeggiate

Presentata l’edizione primaverile delle Vie dei Tesori, organizzata insieme all’Università di Palermo. Dai voli in piper ai tour dal mare, dalle visite al tramonto all’Orto botanico alla Specola degli astronomi, fino alle sorgenti della città. Apre per la prima volta Palazzo Isnello con l’affresco di Vito D’Anna

di Redazione

È il nume laico della città, molto più vetusto della Santuzza, ma non per questo meno amato: per i palermitani, il Genio è una presenza continua, una sorta di protettore antico che guarda sornione alla comunità; ma è anche simbolo di creatività, intraprendenza, genialità appunto. Disseminato per la città, è un vecchio austero che ha ai piedi un cane simbolo di fedeltà e, avvinghiato al braccio, un serpente emblema di continua rinascita, sorride sornione alla patrona Rosalia e traccia un filo rosso che attraversa palazzi, fontane, piazze. Il festival primaverile delle Vie dei Tesori – organizzato congiuntamente dalla Fondazione Le Vie dei Tesori e dall’Università di Palermo – lo ha cercato e trovato in antiche residenze nobiliari, nelle icone votive, scolpito nelle “vare” o, da protagonista barocco, eccolo che guarda placido i giardini. Genio come figura identitaria della città ma anche, in senso esteso, come parola che indica talento, capacità di intuizione e di innovazione di cui l’Università vuole essere incubatore e lievito (qui il programma completo).

Da sinistra, Maurizio Carta, Pierfrancesco Palazzotto, Leoluca Orlando, Laura Anello, Enrico Napoli

Il festival del Genio di Palermo si apre domani (sabato 21 maggio)  e andrà avanti per tre weekend, fino al 5 giugno, sempre sabato e domenica. “Il Genio ci ricorda con orgoglio il nostro rapporto con il mare, ci interpella con i nostri pregi e difetti – dicono il sindaco Leoluca Orlando e l’assessore alle Culture Mario Zito – nel nome del Genio, speriamo che Palermo non sia mai una città cannibale, ma  pronta a dare. E farlo con Le Vie dei Tesori vuol dire riscoprire la nostra autostima, Palermo è bellissima e non c’è  bisogno che ce lo ricordino da fuori”.

 

Un momento della conferenza stampa a Palazzo Isnello

“L’Università e le Vie dei Tesori hanno avuto un percorso comune che ha fatto bene ad entrambe – interviene il prorettore vicario Enrico Napoli – riprendere questo percorso è bello e importante, rilanciarlo e riavviarlo; e avere scelto il Genio è significativo sul ruolo che queste due istituzioni vogliono avere in città”. “A me piace pensare che l’Università e Le Vie dei Tesori siano due sorelle che si sono prima allontanate per fare esperienze diverse, e ora ritrovate con immutato affetto, raccontandosi quello che hanno fatto finora – sottolinea il prorettore con delega alla Terza Missione, Maurizio Carta – E’ una grande occasione per mettere insieme ricerca, luoghi, divulgazione e per far crescere in maniera pedagogica, questa città”.

Il Genio del Garraffo alla Vucciria

“Il Genio di Palermo è una divinità laica riconosciuta e diffusa, ma indica anche quell’innovazione, talento e capacità di ricerca di cui l’Università vuole essere una culla – spiega il presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori Laura Anello – . La conoscenza seminata per strada ha un grande valore, invitiamo i cittadini a seguirci per parchi, ville, giardini, cieli e scoprire con noi i geni contemporanei”. Alla presentazione a Palazzo Isnello sono intervenuti anche Pio Mellina per Le Stanze al Genio, Ileana Chinnici, che cura il Museo della Specola, che ritorna alle Vie dei Tesori dopo almeno 15 anni e Pierfrancesco Palazzotto, vicedirettore e curatore del Museo Diocesano, e il docente e lo storico dell’arte medievale, Giovanni Travagliato, che condurranno due visite speciali.

L’affresco di Vito D’Anna a Palazzo Isnello

Aprirà per la prima volta le porte al pubblico, proprio Palazzo Isnello (via Isnello 10, traversa di corso Vittorio Emanuele, qui per prenotare) dove si scoprirà un inatteso e bellissimo affresco del Trionfo di Palermo, firmato dal pittore Vito D’Anna che lo realizzò su incarico di don Vincenzo Termine di Isnello, a metà ‘700. Il palazzo fu anche abitato dall’illustre storico e arabista Michele Amari, fino a quando, nel 1843, fu dichiarato sgradito al governo borbonico delle Due Sicilie e costretto all’esilio a Parigi. “È un grandissimo piacere far conoscere questo nostro Genio di cui nessuno di fatto sa nulla – dice Fabrice De Nola, proprietario della parte di Palazzo Isnello che aprirà al pubblico – e io stesso sto lavorando su una serie di opere dedicate al Genio che vedranno luce per il festival di ottobre”.

“Genius Panormi” di Domenico Pellegrino

Luoghi, esperienze, passeggiate, eventi, un programma ricchissimo. Si potrà volare sulla città su un Piper cercando il Genio dall’alto, o andar per mare lungo la costa alla scoperta di cupole e torri; entrare di notte all’Orto Botanico o ascoltare al Museo del Risorgimento la storia di uno dei più machiavellici inghippi letterari; entrare nello studio d’artista di chi il Genio l’ha interpretato in chiave contemporanea, come Domenico Pellegrino, o visitare la residenza che fu dei Whitaker, e alla fine assaporare il dolce Marsala che tanto piaceva agli inglesi; scoprire pianete, tele e antiche icone del Museo Diocesano con la guida del suo curatore Pierfrancesco Palazzotto (domani, sabato 21 maggio alle 11, qui per prenotare) o cercare il cuore normanno della Cattedrale con uno storico che l’ha studiata a fondo come Giovanni Travagliato (sempre domani, ma alle 17, qui per prenotare).

Emilia Valenza e Eva Di Stefano

Apriranno una quindicina di luoghi (qui per scoprirli tutti) sempre uniti dal filo rosso della genialità e creatività, poi esperienze, passeggiate guidate dai professori universitari e un focus all’Orto Botanico che racconta il “Genio di Palermo”, la rassegna curata dal 1998 al 2005 da Eva Di Stefano e da un pool di giovani storici dell’arte coinvolgendo gli artisti che ne furono protagonisti; fu un’esperienza storica, copiata da più parti in Europa, con i palermitani (ancora non abituati alla bellezza della loro città) che sciamavano nei vicoli del centro storico alla ricerca di studi e atelier. Un talk con i protagonisti di allora ha condotto alla mostra “I Ritratti del Genio. Ezio Ferreri |  Sandro Scalia”, a cura di Emilia Valenza nel Gymnasium e nel vicino Erbario dell’Orto Botanico. Scalia e Ferreri raccontano due edizioni straordinarie del Genio, quelle del 2000 e del 2005. La mostra sarà visitabile fino al 5 giugno. E domani (sabato 21 maggio) da Arèa, Eva di Stefano, Manuela Plaja, Emilia Valenza racconteranno esperienze, aneddoti relativi ai premi e workshop del Genio.

Grotta Conza

E ancora,  le passeggiate guidate da professori universitari ed esperti (qui per prenotare) che condurranno tra meraviglie botaniche, tesori d’arte, collezioni scientifiche – sulle tracce del Basile o di Carlo Scarpa, sui passi del Grand Tour, tra spazi pubblici e luoghi privati, aree verdi e borghi art nouveau –: domani Renata Prescia del dipartimento universitario di restauro, condurrà alla scoperta della Vucciria e delle loggeche la abitavano; domenica Gianluca Chiappa, direttore della Riserva Club Alpino Italiano Sicilia proporrà una visita a Grotta Conza e Santo Giunta, del dipartimento di Architettura, traccerà un filo da piazza Marina allo Steri fino all’Abatellis.

La Sala Meridiana del Museo della Specola

Oltre a Palazzo Isnello, il Genio si ritroverà nell’arazzo settecentesco di Palazzo Comitini e lungo lo scalone monumentale di Palazzo delle Aquile; poi i luoghi che sono espressione di una straordinaria genialità nell’arte, nella storia, nella scienza, come la straordinaria Specola con i suoi telescopi da cui scrutare stelle e pianeti (visitabile soltanto i venerdì, il 27 maggio e il 3 giugno, qui per prenotare) ; il MEC, il nuovissimo museo tecnologico dedicato al mondo di Steve Jobs. Il programma è un vero viaggio dentro l’estrema versatilità di personaggi straordinari, del passato e del presente, dagli stuccatori Serpotta all’Oratorio dei Bianchi, alla mano geniale di Ernesto Basile nelle 34 tavole ad Architettura (presentate dagli stessi professori universitari) alla tragica creatività dei prigionieri nelle antiche carceri dello Steri.

Serbatoi di San Ciro

I geni del passato nella biblioteca di Casa Professa, la precisione ingegneristica delle canalizzazioni dell’acqua potabile (i serbatoi di San Ciro o le sorgenti del Gabriele), la mano degli architetti di ieri, da Palazzo Costantino, nume diruto della città con il suo affresco superstite; Villa Zito con la sua collezione di paesaggisti ottocenteschi o la Casina Cinese con la tavola matematica, vero esempio di genialità al servizio della privacy. E Palazzo Valguarnera dove l’artista Marco Papa sta rileggendo il Genio ma alla sua maniera: “Il Nono Genio” è formata da un ciclo di disegni e una piccola scultura in pece greca, modellata e scolpita, con i corpi degli animali che diventano parte degli arti di un re, che muta e incarna un rigenerato popolo palermitano.

Il logo di “Ho Scelto il Sud”

La manifestazione è legata a doppio filo a “Ho scelto il Sud”, nuovo progetto delle Vie dei Tesori che da oltre un anno sta mappando storie di chi è tornato al Sud o ha deciso di restare con progetti innovativi che a volte dall’isola si sono irradiati oltre lo Stretto. Finora sono state raccolte trecento storie, su cinquanta si stanno girando mini-documentari che saranno presentati nelle scuole, nelle Università, per seminare speranza e colmare un deficit di narrazione su un Sud creativo, produttivo, non assistito: ve ne parleremo giovedì 26 maggio allo Steri con il cantautore Mario Incudine.

Il programma del festival Il Genio di Palermo, le schede e gli approfondimenti sono sul sito www.leviedeitesori.comcon tutte le info necessarie per partecipare a visite, passeggiate, esperienze.

Al via il Festival Genio di Palermo, ecco le passeggiate del primo weekend

Tre itinerari d’autore guidati da esperti e docenti universitari alla scoperta della Vucciria, sulle tracce di Carlo Scarpa allo Steri e a Palazzo Abatellis e alla riserva naturale di Grotta Conza

di Redazione

Tra chiese e logge della Vucciria, oppure tra palazzi storici rivitalizzati da un grande architetto e, infine, alle pendici dei monti della città per scoprire una grotta nascosta. Sono le passeggiate del primo weekend del Genio di Palermo, l’edizione primaverile del Festival Le Vie dei Tesori, organizzata insieme all’Università di Palermo (qui il programma completo). Tre weekend dal 21 maggio al 5 giugno, tra visite, esperienze e passeggiate d’autore, all’insegna del Genio, nume tutelare della città, figura identitaria da rintracciare tra strade, palazzi, fontane, ma anche, in senso esteso, come parola che indica talento, capacità di intuizione e di innovazione di cui l’Università vuole essere incubatore e lievito.

Uno scorcio della Vucciria (foto Wikipedia)

La prima passeggiata è in programma sabato 21 maggio alle 10. Insieme a Renata Prescia, docente alla Facoltà di architettura dell’Università di Palermo, si andrà alla scoperta della storia mutevole e affascinante della Vucciria (qui per prenotare), mercato storico, ma anche quartiere commerciale a vocazione internazionale, per l’insediarsi delle nazioni estere che vi costituirono chiese e logge. Manifestano, tra ‘400 e ‘500, una vitalità e un talento la cui espressione è il genio artistico (o “Palermu lu granni”) realizzato da Pietro da Bonitate nella piazzetta Garraffo nel 1483, in contemporanea al Genio (“Palermu lu nicu”) che Antonio da Como realizzava per Palazzo Pretorio.

Lo Steri

Domenica 22 maggio alle 10,30, a Palazzo Abatellis e allo Steri, con la guida dell’architetto Santo Giunta, si toccherà con mano il processo progettuale di Carlo Scarpa, tra i più importanti architetti del Novecento (qui per prenotare). Una lezione itinerante nei due edifici storici, luoghi di mediazioni complesse fra l’impegno progettuale di Scarpa e il senso di misura e di armonia complessiva delle due fabbriche. Si tratta di una ricognizione mirata che racconta di ambiti spaziali che, come storie parallele, apparentemente disgiunte, tornano ad avviarsi insieme, e rivelano la fisicità dello spazio costruito, le relazioni essenziali con la città contemporanea. Immergersi passo dopo passo in queste architetture per comprendere un processo di rivitalizzazione che Scarpa ha innescato, concorrendo a disvelare nuove strutture narrative capaci di guardare ai tratti del nostro tempo.

Grotta Conza

Sempre domenica alle 9, si potrà partecipare a una passeggiata naturalistica, alla scoperta di Grotta Conza, nell’omonima riserva vicino a Tommaso Natale (qui per prenotare). Con Gianluca Chiappa, direttore della riserva gestita dal Cai Sicilia, partendo dall’ingresso dell’area protetta in via Luoghicelli, in circa 10 minuti si raggiungerà la grotta percorrendo un agevole sentiero. Qui il gruppo dei visitatori viene diviso in due, il primo, dopo aver indossato il caschetto speleo di protezione con l’illuminazione, entrerà in grotta con l’ausilio del personale del Cai. La durata è di circa un’ora con una progressione in grotta di circa 80 metri e una pendenza di 30 gradi circa. Il secondo gruppo verrà condotto, sempre dal personale della riserva, alla scoperta dei sentieri dell’area protetta. Si ammirerà il colore cangiante della roccia calcarea lungo il sentiero, una flora molto ricca, tipica della gariga e della macchia mediterranea e i resti delle attività contadine di un tempo. Il percorso esterno, tutto su sentiero agevole, è di circa 2 chilometri.

Per tutte le altre informazioni sul Festival Genio di Palermo, telefonare allo 091 7745575, dalle 10 alle 18, o visitare il sito www.leviedeitesori.com.

Giovani talenti siciliani a scuola da Mogol

Pronte trenta borse di studio per corsi di perfezionamento al Centro europeo di Toscolano creato dal celebre autore musicale. Un’iniziativa promossa dall’assessorato regionale ai Beni culturali, in collaborazione col museo Riso e il Conservatorio di Palermo

di Guido Fiorito

Giovani siciliani a scuola da Mogol per approdare al mondo della canzone. Al museo Riso, per un giorno si parla di musica pop, dietro il presupposto che anche le canzonette siano da considerare arte contemporanea. Trenta borse di studio sono pronte per altrettanti siciliani di età tra i 18 e i 25 anni per partecipare questa estate a corsi di perfezionamento alla fabbrica di talenti di Mogol, il Centro europeo di Toscolano (Cet) in provincia di Terni.

La presentazione delle borse di studio al museo Riso

“Ho fondato questo centro nel 1992 – dice Mogol, 85 anni portati magnificamente, a Palazzo Riso per presentare l’iniziativa – e si tratta di una associazione no profit. La nostra formazione si dirige in quattro direzioni: autori, compositori, interpreti, produzione discografica. Quest’ultima è diventata sempre più importante, comprende gli arrangiamenti che oggi si fanno anche attraverso software e sono determinanti per il risultato”.

L’iniziativa è promossa dall’assessorato regionale dei Beni culturali, in collaborazione con il museo Riso e il conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo. Le procedure sono contenute in un avviso in pubblicazione. Il primo passo prevede un punteggio per titoli, che premia di più chi è in possesso di un diploma di conservatorio e chi può documentare esperienze di carattere musicale. I primi cinquanta saranno sottoposti a una giuria del Cet presieduta da Mogol. I trenta prescelti andranno in Umbria per partecipare a tre moduli di corsi full immersion, della durata totale di quindici giorni. Infine, a settembre, si farà in Sicilia un evento musicale, un sorta di festa finale, al quale parteciperanno gli stessi borsisti.

Mogol con Alberto Samonà

“Una grande opportunità – continua Mogol – se si pensa che alcuni dei nostri docenti sono siciliani come Giuseppe Anastasi, autore di canzoni di Arisa, e il produttore e grandissimo pianista Giuseppe Barbera”. Lo stesso Mogol ha collaborato con il catanese Gianni Bella. E la Sicilia è anche la terra di Franco Battiato, soprattutto; di Carmen Consoli e Giuni Russo. “Diamo un segnale che le istituzioni sono vicine ai giovani talenti e vogliono che restino in Sicilia, un modo per favorire la loro crescita professionale sotto la guida di un maestro assoluto come Mogol”, dice Alberto Samonà, assessore ai Beni culturali. “Ispirazione – afferma Luigi Biondo, direttore del museo Riso – è vicina a traspirazione, perché serve sudore, sacrifici, impegno per arrivare a grandi risultati nell’arte e quindi nella musica. Diamo una piccola spinta iniziale per iniziare la salita”.

Nell’occasione è stato firmato un protocollo d’intesa tra il museo Riso e il conservatorio Scarlatti, rappresentato dal presidente Mario Barbagallo e dal direttore Daniele Ficola, che prevede tre borse di studio per gli allievi dell’ente. “Fino agli anni Novanta – afferma Ficola  – i conservatori davano un offerta didattica esclusivamente di musica classica. Adesso vi sono dipartimenti di musica elettronica, jazz e in qualche caso, non ancora a Palermo, pop. Anche nel seicento i musicisti arrangiavano le opere dei compositori, qualcosa che li avvicina alla pop music”.

Un momento della conferenza stampa

Per Mogol, “gli studenti dei conservatori sono bravi a studiare e a imparare il pop e il jazz va considerato una divergenza strumentale del pop. Se le parole di una canzone hanno un valore morale e rappresentano il loro tempo significa che il pop, con i suoi testi che milioni di persone imparano a memoria, ha un rilievo morale ed evolutivo”. Non solo tu chiamale se vuoi emozioni.

(Nella prima foto in alto Mogol nel 2007 – Foto Menachem Lazar, Wikipedia, licenza CC BY-SA 3.0)

Il festival Genio di Palermo si presenta a Palazzo Isnello

Visita speciale in anteprima per la stampa della dimora nobiliare che custodisce il prezioso affresco di Vito D’Anna. Si presenta l’edizione primaverile delle Vie dei Tesori, organizzata congiuntamente con l’Università

di Redazione

Il Genio, il nume tutelare laico di Palermo, simbolo di forza, ingegno e creatività. Disperso nella città, come frantumato tra affreschi, statue, angoli e icone: ritrovarlo e riscoprirlo è quasi un dovere. E a lui è dedicata l’edizione primaverile del Festival Le Vie dei Tesori, organizzata congiuntamente dalla Fondazione Le Vie dei Tesori e dall’Università di Palermo. Accanto alle visite, alle passeggiate, alle esperienze, una mostra all’Orto Botanico che racconterà il “Genio di Palermo”, un incontro tra “geni di Palermo”, in gran parte ex studenti dell’Ateneo; le passeggiate guidate da professori universitari ed esperti. Un progetto che rientra nel solco della Terza Missione dell’Ateneo, con l’obiettivo di favorire il trasferimento di conoscenza sul territorio, coinvolgere la comunità, essere bacino di network innovativi.

Tra i Geni sicuramente sconosciuti, c’è quello di Palazzo Isnello (via Isnello 10, traversa di corso Vittorio Emanuele): un affresco, bellissimo e perfettamente conservato, firmato che il pittore Vito D’Anna realizzò su incarico di don Vincenzo Termine di Isnello, a metà ‘700.  Il palazzo privato aprirà le porte per la prima volta in assoluto proprio per il festival. Venerdì 20 maggio alle 15, visita in anteprima per la stampa con il sindaco Leoluca Orlando, l’assessore comunale alle Culture Mario Zito, il rettore dell’Ateneo Massimo Midiri, il prorettore alla Terza Missione Maurizio Carta, il presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori Laura Anello. Condurrà la visita l’artista Fabrice De Nola, la cui famiglia è proprietaria del palazzo.

Sempre venerdì, ma alle 17,30 all’Orto Botanico apertura del festival con un talk e una mostra fotografica (scatti di Sandro Scalia e Ezio Ferreri) che racconteranno il “Genio di Palermo”, la rassegna curata dal 1998 al 2005 dalla storica dell’arte Eva Di Stefano coinvolgendo gli artisti che ne furono protagonisti. Al talk partecipano la stessa Eva di Stefano, Andrea Cusumano, Anne-Clémence De Grolée, Alessandro Di Giugno, Domenico Pellegrino, Manuela Plaja, Enrico Stassi e Emilia Valenza. A seguire, l’inaugurazione della mostra fotografica che racconterà alcuni momenti, performance, workshop della manifestazione, con focus sugli anni 2000 e 2005. La mostra durerà fino al 5 giugno, sabato e domenica dalle 10 alle 19.

Presto disponibile il programma completo del Festival su www.leviedeitesori.com.

Alla scoperta delle torri di Sambuca tra storia e devozione

Da Cellaro al casale di Adragna fino a Pandolfina, viaggio tra le antiche costruzioni a guardia del borgo agrigentino. Feudi che hanno segnato l’identità del territorio

di Lilia Ricca

Anno 1575. Tutta la Sicilia è investita da un terribile colerache miete non poche vittime a Sambuca. Stremati dalla peste gli abitanti si rivolgono alla Madonna, la cui statua marmorea è custodita nell’antica Torre di Cellaro, a valle dell’abitato. Al suo passaggio in processione nella via Infermeria trasformata in una sorta di lazzaretto cessò la peste. La Madonna dà udienza a chi invoca la sua mediazione. Nasce così un rapporto di filiazione e una plurisecolare devozione che ogni anno si festeggia la terza domenica di maggio. La peste cominciata nel 1575 cessò nel maggio 1576. La liberazione avvenne di domenica, il 20 maggio 1576.

Torre del Cellaro (foto Franco Lo Vecchio)

È facile immaginare un itinerario a piedi, in bicicletta o a cavallo alla scoperta delle torri di Sambuca. Partendo da Cellaro arrivando al casale di Adragna e a Pandolfina. Attraversando epoche diverse tra leggenda e spiritualità lungo una scia mista di fascino e mistero, tra dimore nobiliari di villeggiatura. A protezione delle torri viene spesso posta la statua di una Madonna, come nel caso di Cellaro, dove si dice sia stata collocata la Madonna dell’Udienza, per mano di Giacomo Sciarrino, a cui l’Ordine Gerosolimitano di San Giovanni di Rodi vendette il feudo omonimo o dell’Ulmo, con la torre e il mulino. La Madonna viene posta a protezione delle torri mentre queste proteggevano, a loro volta, le città. La Chiesa chiama infatti la Vergine, “Turris Eburnea” o “Davidica”. In Italia, in Francia e Germania molti castelli e luoghi fortificati sono dedicati a Maria adornati proprio da immagini che la rappresentano.

Particolare della torre del Cellaro (foto Franco Lo Vecchio)

Ad un chilometro da Sambuca, nella Valle dei Mulini vicino al lago Arancio, passando il fiume Rincione, si arriva a Cellaro, dove si scorgono subito la torre e i resti dell’antico feudo. Al secondo piano, in una cavità dove vi era un forno, un contadino affittuario della torre racconta di una mula trovata morta ogni anno, ogni qualvolta che il forno venisse utilizzato. Veniva profanato forse il sito della statua della Madonna? Che si tratti di un tentato furto o di un assalto alla torre, la Madonna fu nascosta in quel camino e ritrovata in quella cavità proprio nel periodo della peste. Trasportata per la prima volta da Mazara, fu portata a schiena di mulo da quattro marinai dopo l’approdo a Porto Palo o in un porto più vicino e collocata nell’antico feudo.

Visite al Cellaro (foto Franco Lo Vecchio)

Dal feudo chiamato anche “di San Giovanni di Cellaro” dall’Ordine di San Giovanni da Rodi, dove oggi resiste una chiesetta dedicata a San Giovanni (ricorrenza 24 giugno), per volontà dei sambucesi, la statua fu portata a Sambuca durante la peste, prima che alla Vergine “dell’Udienza” venisse costruita una cappella dedicata agli Sciarrino. L’immagine di Maria era di loro proprietà. Oggi, nella chiesa del Carmine dove ha sede la Madonna è visibile una lapide che reca il loro nome e ne attesta l’avvenuta sepoltura.

Sambuca di Sicilia

La terza domenica di maggio di ogni anno, la città si veste a festa tra le strade e le piazze, tra i vicoli e i cortili di Sambuca partecipando alla gioia di ogni cittadino. Quartieri e contrade si riconoscono nella tradizione. Il percorso della processione viene tutto illuminato: il corso Umberto I, con archi alla veneziana, l’illuminazione sul prospetto della Chiesa del Carmine ne ridisegna le linee architettoniche, le vie con apparati illuminanti che rimandano a simbologie mariane. Ad ogni sosta, che rappresenta un quartiere, sotto una corona lignea il simulacro fa tappa durante il suo tragitto.

Casale Adragna

Ma volgendo lo sguardo verso nord l’attenzione si sposta sul sito archeologico di monte Adranone e all’antico casale di Adragna, dove vissero i primi abitanti di Sambuca. Distrutta la città antica nel 250-240 avanti Cristo durante le guerre servili, i superstiti si rifugiano ad Adragno. Un borgo rurale ignorato dai Romani distante un chilometro dall’antica Adranon. Qui si respirava aria mite e c’erano abbondanti e fresche acque. Gli abitanti, che erano cristiani vissero pacificamente sotto il dominio arabo per mezzo del pagamento della gèsia, un tributo per professare liberamente il proprio culto e restare possessori dei beni propri.

Panorama dal casale Adragna

Beni, che con la conquista normanna non assunsero una sembianza feudale, ma furono chiamati “allodi”, “allodiali” o “borgensatici” da borgesi, nome attribuito ai possessori diversamente dai “villani” che abitavano in campagna ed erano sottoposti ai feudatari. Allodio, infatti, fu il territorio intorno al casale di Adragna. Non solo i terreni, ma anche le acque che sgorgavano dalle ricche sorgenti. Alcune delle quali furono comprate secoli più avanti dal Marchese della Sambuca, don Giuseppe Beccadelli di Bologna, che ad Adragna fece costruire anche un mulino, per desiderio e richiesta della popolazione di Sambuca, il 4 novembre 1792, che forniva l’acqua al centro cittadino. Danneggiato dal terremoto del Belìce, presto l’antico acquedotto collegato al mulino sarà recuperato. La chiesa di Santa Maria di Adragna, detta “la Bammina”, è l’unico elemento rimasto dell’antico casale.

Torre Pandolfina

Il tour delle torri di Sambuca tra storia, leggenda e spiritualità si conclude a Pandolfina, nell’ex feudo che fu baronìa dei Peralta. Nel feudo esistono ancora un’antica torre e il casamento con spaziosi magazzini e la relativa chiesa. Un bevaio esterno accostato alle mura è stato costruito negli anni ‘50 a servizio dell’agricoltura e degli allevamenti durante la riforma agraria in Sicilia. La costruzione della torre di Pandolfina non è più tarda della seconda metà del tredicesimo secolo e fu strategicamente vitale per l’intera valle di Zabut.

Da rudere a museo aperto alla città: la nuova vita di Palazzo Sammartino

Consegnato il progetto di restauro della dimora settecentesca del centro storico di Palermo, da anni in abbandono. Ospiterà appartamenti privati, ma anche spazi culturali espositivi all’interno e all’esterno

di Giulio Giallombardo

Macerie e rinascita. Cancellare gli sfregi delle bombe e dell’abbandono che ancora oggi sono lame conficcate nel ventre di Palermo, risanandone le ferite. L’odissea del settecentesco Palazzo Sammartino di via Lungarini si appresta a diventare paradigma e storia di una riqualificazione partecipata. Dopo aste andate a vuoto e manifestazioni di interesse ignorate, una cordata di 18 persone decide di fare squadra, acquistando ciò che resta dello storico edificio di proprietà comunale nel centro storico della città.

Palazzo Sammartino

Adesso è pronto il progetto di restauro, che trasformerà quello che attualmente è un rudere, in un palazzo di tremila metri quadrati con 17 unità immobiliari, ma che diventerà anche un luogo aperto alla città, con uno spazio museale interno, al pianterreno, dedicato alle tradizioni popolari siciliane e un’area esterna destinata a ospitare opere d’arte contemporanea.

La corte di Palazzo Sammartino

Risale a poco prima della pandemia la “fumata bianca” con la proposta di acquisto ricevuta dal Comune, per poco meno di 1,2 milioni di euro, dopo due aste pubbliche ed una trattativa privata con gara che erano andate deserte. Dopo la proposta, non avendo ricevuto altre offerte al rialzo, l’amministrazione comunale ha potuto finalmente procedere con l’alienazione del bene, dichiarato di interesse culturale dalla Soprintendenza di Palermo. Ad acquistare il palazzo, venduto con un ribasso minimo rispetto alla cifra richiesta dal Comune, un gruppo di professionisti, tra cui medici, avvocati, architetti, ricercatori, molti dei quali giovani che hanno deciso di investire nel centro storico. Trascorsi poco più due anni dalla vendita, è stato presentato il progetto di restauro del palazzo al Comune e alla Soprintendenza e dopo il via libera, i lavori – che saranno realizzati usufruendo del sisma bonus – potranno finalmente iniziare, probabilmente già entro la fine di quest’anno.

Il prospetto nel progetto di restauro (studio Ovrll)

Un progetto, per certi versi, visionario, che reinventa quasi interamente il palazzo, gioiello architettonico del Settecento appartenuto alla famiglia Migliaccio di Malvagna e al duca di Montalbo San Martino di Remondetta, che custodiva una sfarzosa sala da ballo dallo stile classicheggiante, oggi andata completamente distrutta, come quasi tutto l’edificio. A immaginare come sarà il “nuovo” Palazzo Sammartino sono stati i professionisti di Ovrll (si legge “overall”) studio associato con sede a Londra e Palermo. Il progetto – realizzato dagli architetti Maria Gabriella Tumminelli, Maria Costanza Gelardi, Giuseppe Gelardi e dall’ingegnere Riccardo Pane – prevede un lavoro di recupero degli elementi di pregio ancora esistenti e di ricostruzione delle parti distrutte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, sempre nel rispetto dei materiali tradizionali e delle cromie originarie.

I locali dell’ex officina

Il palazzo da anni collassa su se stesso. In alcuni ambienti del pianterreno, affacciati su via Lungarini, era stata ricavata addirittura un’autofficina, mentre sembra che il palazzo in passato fosse diventato anche casa a luci rosse. All’esterno la facciata su via Lungarini è ormai del tutto priva del suo intonaco originario. Resistono soltanto il grande balcone settecentesco con la ringhiera a petto d’oca, sorretto da tre mensole in calcarenite, aggredite dall’umidità e dalle infiltrazioni, come buona parte del prospetto. All’interno, la parte posteriore del palazzo non esiste più, le bombe e l’incuria hanno distrutto tutto. Diversi solai non hanno retto e i tetti originari sono crollati, sostituiti da coperture provvisorie in lamiera fatte installare dall’amministrazione comunale, a cui si devono anche alcuni interventi di messa in sicurezza. Dello splendore di un tempo, resta solo la corte interna, il portale con bugne lavorate a spina di pesce e alcuni frammenti degli ornati in stucco di porte e finestre.

 

Ma tra pochi anni, il palazzo rinascerà dalle sue ceneri. “Ci sono ancora elementi significativi che conserveremo – spiega Maria Gabriella Tumminelli – come ad esempio alcuni decori in stucco presenti nella corte che ridisegneremo. Il nostro obiettivo principale è quello di mantenere il più possibile le spazialità dell’edificio settecentesco, soprattutto nel piano nobile. L’idea è quella di progettare partendo dalla conoscenza del manufatto così come era, per reinterpretarlo in chiave contemporanea, ma utilizzando materiali che appartengono alla nostra storia”.

Camino in una delle sale del piano nobile

Sarà uno spazio in cui sfera privata e fruizione pubblica convivranno insieme. Perché, se al primo e secondo piano saranno ricavati gli appartamenti, il pianterreno ospiterà uno spazio museale dedicato alle tradizioni popolari siciliane, gestito dall’associazione Tan Panormi. Nei locali dove si trovava la cavallerizza del palazzo sarà esposta una collezione di carretti siciliani storici di Ottocento e Novecento, ma ci sarà spazio anche per una biblioteca tematica e per una stanza immersiva, dove riecheggeranno canti e suoni della tradizione.

Il progetto di riqualificazione dello spazio espositivo all’esterno (studio Ovrll)

Una vera e propria galleria museale a cui si aggiungerà un altro spazio culturale nella parte esterna. I bombardamenti hanno lasciato a vista tracce di vita domestica in quello che un tempo era un edificio adiacente alla parte posteriore del palazzo, dove ancora sono visibili tracce di un camino e gli intonaci interni. “Oggi si presenta come uno spazio non definito, – aggiunge Giuseppe Gelardi – noi abbiamo pensato di liberare l’area facendone una piccola piazza da destinare a opere d’arte contemporanea. Uno spazio aperto alla città dove poter allestire mostre, incontri e, perché no, anche una biennale d’arte. A volte è lo stesso sito che ci suggerisce quale è la migliore destinazione, basta drizzare le antenne e accogliere questi segnali che la città ci manda”. Inoltre, l’idea dei progettisti, in accordo con i proprietari, è di aprire il cantiere di restauro alla città, con visite aperte a studenti, cittadini e turisti, nel rispetto delle norme di sicurezza.

Vicolo Di Blasi

Ma il recupero di Palazzo Sammartino, consentirebbe anche la riapertura di vicolo Di Blasi, sul fronte laterale accanto a Palazzo Rostagno, sede dell’Avvocatura comunale. Una piccola stradina, attualmente chiusa da un cancello, e più in fondo da un muro, che diventerà un attraversamento pedonale collegato allo spazio culturale esterno. “È un luogo molto affascinante – sottolinea Riccardo Pane – su questo fronte, attraverso i segni ancora presenti sulle mura, si possono ancora leggere le vicende storiche del palazzo, dal Medioevo ai nostri giorni. Vorremmo mantenere in vista il paramento murario in calcarenite e valorizzare gli elementi di pregio, come una porzione di muratura con un arco di origine medievale tuttora leggibile”.

Porzione crollata del palazzo

A valorizzare forme e rilievi delle ore serali e notturne – secondo l’idea dei progettisti – sarà una speciale illuminazione sul prospetto principale su via Lungarini e su quello laterale in vicolo Di Blasi, realizzata con la consulenza dell’architetto Francesco Pitruzzella. La facciata del palazzo sarà illuminata con una “luce in transizione”, che cambierà con il passare delle ore. Il progetto prevede l’utilizzo di apparecchi di illuminazione per esterni realizzati in policarbonato trasparente con trattamento per raggi ultravioletti e che saranno regolati da un sistema integrato di gestione elettronica. “I tre stadi, luce del tramonto, luce della luna e luce dell’alba, – spiegano i progettisti – simulano idealmente la luce naturale come se essa attraversasse i confini fisici dell’involucro edilizio per manifestarsi attraverso le bucature delle finestre, la forza della luce coincide con l’approssimarsi al suo spegnersi. In questo confine tra luminosità e oscurità prende forma l’architettura. Si ragiona per positivo e negativo: l’ombra è il vuoto e il pieno della luce”.

(Foto Giulio Giallombardo)

Una missione per i rostri della Battaglia delle Egadi

Al via una campagna avviata dalla Soprintendenza del Mare, in collaborazione con la Rpm Nautical Foundation per approfondire gli studi sui reperti individuati e recuperati in questi anni nel corso delle campagne di ricerca

di Redazione

Una campagna di studio e documentazione per i rostri della Battaglia delle Egadi, epico scontro tra romani e cartaginesi nel Mediterraneo. È la missione avviata dalla Soprintendenza del Mare e la Rpm Nautical Foundation. Il progetto, frutto della collaborazione tra la Regione e la società di ricerca statunitense, prevede lo studio, la documentazione fotografica e la scansione con laser scanner dei rostri individuati e recuperati in questi anni nel corso delle campagne effettuate nei fondali delle Egadi con la nave da ricerca Hercules della Rpm Nautical Foundation, la Global Underwater Explorers e la Sdss, The Society for the documentation of submerged sites.

Scansione con laser scanner (foto William Murray – Salvo Emma – RPM Nautical Foundation)

Le operazioni sono in corso di svolgimento nelle sedi della Soprintendenza del Mare (Arsenale della Marina Regia e Istituto Roosevelt di Palermo), del Museo Pepoli di Trapani e dello Stabilimento Florio di Favignana. “Si tratta di un momento di importante approfondimento scientifico – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – nel segno della collaborazione internazionale con importanti centri di ricerca. I risultati della missione ci consentiranno di acquisire un patrimonio di informazioni dettagliate e approfondite sui rostri ritrovati al largo delle Egadi. Un contributo importante per la conoscenza di un episodio storico che ha condizionato significativamente il corso della storia”.

Un rostro viene trasportato per la documentazione fotografica (foto William Murray – Salvo Emma – RPM Nautical Foundation)

Il team è composto dagli archeologi, dai subacquei, dai restauratori e dai fotografi della Soprintendenza del Mare, coordinati dal soprintendente Ferdinando Maurici e da William Murray dell’University of South Florida, Peter Campbell della Cranfield University, Stephen DeCasien della Texas A&M University, e da Konstantinos Raptis dell’University of Athens.

Uno dei rostri recuperati

Per il soprintendente del Mare, Maurici “si tratta di un’ulteriore tappa del grande lavoro avviato dall’indimenticabile Sebastiano Tusa, proseguito dai suoi successori e di una importantissima collaborazione scientifica internazionale ai massimi livelli”. Oltre che delle competenze professionali della Soprintendenza del Mare, la missione si avvale dei mezzi e dell’esperienza ormai pluriennale, liberalmente messi a disposizione dall’importante Fondazione scientifica americana.

I colori nascosti della natura: a tu per tu con il fotografo del buio

Gli scatti notturni dell’artista israeliano Rafael Yossef Herman ricercano la visione pura, contro l’inquinamento luminoso che altera la percezione della realtà. Fino al 24 giugno sono in mostra a Palermo

di Guido Fiorito

Ci sono due modi di guardare la mostra dell’artista israeliano Rafael Yossef Herman nelle sale di Palazzo Sant’Elia, a Palermo: ragionare sulla nostra percezione della realtà, perdendo qualche certezza, oppure lasciarsi dietro ogni pensiero logico e cogliere la poesia delle immagini. Una mostra che si chiama Esse, dove la lettera S è coricata, un segno incompleto d’infinito. È allestita dallo stesso artista, con un percorso a zig zag per un’esperienza di immersione nelle singole immagini. È accompagnata da una serie di appuntamenti, che comprendono colloqui e dibattiti, on line e non, ma anche concerti fino alla chiusura del 24 giugno.

Rafael Y. Herman

Herman è un artista israeliano cresciuto a Be’er Sheva, nel deserto del Neghev, a sud del Paese. Le rappresentazioni esposte nelle dodici sale del palazzo di via Maqueda sono notturne luminose. “Quindici anni fa – racconta l’artista – mi sono incuriosito al tema dei colori al buio, quando la luce non c’è. Mi sono chiesto, qual è l’aspetto della materia senza luce. Così ho iniziato a lavorare di notte alla ricerca dei colori ‘nascosti’ dalla luce”. Quando gli altri sono a letto, Herman va nella natura, cerca il buio assoluto nelle notti di luna nuova. Usa tecniche di sua invenzione che prevedono lunghi tempi fotografici di esposizione. Torna a casa all’alba. Così ha fatto anche durante i suoi soggiorni in Sicilia negli ultimi otto mesi.

Rafael Y. Herman, “Coniuctis”

“La realtà che vediamo – continua – è falsa, la luce la nasconde. Il mio lavoro mira a ritrovare una realtà oggettiva e a fissare la sua luce interna, prodotta dall’energia contenuta, come dice la fisica, in ogni porzione di materia. In inglese si dice ‘glow’, incandescenza”.

Rafael Y. Herman, “Nocte decus”

La ricerca dell’assenza di luce per trovare la vera luce della realtà, si lega a una denuncia dell’inquinamento luminoso. “La luce artificiale condiziona la realtà in cui viviamo, mi interessa una realtà non condizionata. In passato non era così”. Herman fa l’esempio del quadro “Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, Arles” di Vincent Van Gogh. Siamo nel 1888 e nel cielo notturno sono dipinte brillanti stelle. “Oggi non è più possibile. Per le mie opere scelgo luoghi dove la luce artificiale non arriva. L’inquinamento luminoso fa male all’uomo e anche agli animali, riducendo la biodiversità. In effetti noi abbiamo bisogno della natura, la natura non ha bisogno di noi. La gente non si rende conto di quanto sia diffuso l’inquinamento luminoso che non risparmia nemmeno la zona dell’Etna”.

Rafael Y. Herman, “Renaissance”

L’operazione si accompagna a domande filosofiche. Intanto sul nostro modo di vedere. “La psicologia della visione – continua l’artista – dice che ciascuno di noi vede con il cervello e, quindi, attraverso il suo background culturale, l’occhio è solo uno strumento. Lavorando in assenza di luce, tolgo anche il mio punto di vista, sottraggo la mia influenza su quello che realizzo. Cerco una visione oggettiva. Nell’oscurità totale vengono in mente le domande fondamentali, cos’è l’esistenza, se Dio esiste”.

Rafael Y. Herman, “Lapis nubes”

Girando per le sale della mostra, possiamo dimenticare tutto questo e raggiungere quella che Herman chiama “una esperienza primitiva, vicina a quella dei bambini, che hanno uno sguardo puro meno condizionato dalla cultura”. E allora ci immergiamo in questi paesaggi materici e dell’anima. Immagini che fanno talvolta pensare alle pennellate impressioniste, a volte sono astratti e non si riconoscono oggetti. Si colgono strane prospettive e come Alice si vorrebbe entrare dentro il paesaggio. Se dimenticassimo tutti i nostri ragionamenti? I muri del palazzo scompaiono, rimane solo bellezza.

Il dottore e la pittrice, storia di un ritratto da riscoprire

Nella biblioteca comunale di Calatafimi-Segesta è custodito un dipinto che ritrae Natale Maccadino, erudito medico dell’Ottocento, realizzato da Katharina Von Predl, raffinata artista tedesca che visse in Sicilia

di Sergio Alcamo

Se ne sta lì, appeso ad una parete della biblioteca comunale di Calatafimi-Segesta, da più di centocinquanta anni, protetto da sguardi indiscreti e imperturbato nella sua riservatezza: è il ritratto a olio su tela del dottore calatafimese Natale Macaddino dipinto nel 1830 dalla pittrice tedesca Katharina von Predl sposata Grassis. Due personaggi, l’effigiato e la ritrattista, entrambi assai celebri alla loro epoca che a un certo momento si sono incontrati; ambedue con storie personali assai singolari di cui il tempo ha cancellato in parte il ricordo e che invece è doveroso riportare all’attenzione. E non per raccontare di chissà quale romantica vicenda sentimentale o torbida tresca amorosa; piuttosto dell’incontro di due anime belle, pure e virtuose, due talenti versati in altrettanti differenti discipline: l’arte medica e quella pittorica.

Ritratto del dottor Macaddino

Natale Maria Macaddino, nato a Calatafimi nel 1788 e morto a Palermo nel 1846, era nato in una famiglia contadina da Lorenzo e Maria. Grazie alla benevolenza del barone Don Vincenzo Stabile di Calatafimi, che oltre a battezzarlo seppe coglierne l’inclinazione allo studio, fu iscritto al Seminario Vescovile di Mazara dove studiò lettere, retorica, filosofia e teologia; morto il suo benefattore e rimasto senza mezzi dovette ritornare al paese natio, rinunciando ad una promettente carriera ecclesiastica. Nel 1806, favorito dalla presenza a Calatafimi del re Ferdinando I di Borbone, ottenne la disponibilità economica per proseguire gli studi e avviarsi all’arte sanitaria; terminati i corsi all’Università di Palermo fissò la sua dimora nella capitale del Regno. Qui visse sempre “in larga e cordiale ospitalità” nella casa del Principe di Resuttana, Don Giuseppe di Napoli Barresi e Naselli. “Fu tanta la sua virtù nel sapere, lo spirito di sacrifizio e il senso di pietà che egli ebbe nell’esercizio dell’arte salutare, di cui la fama ne spandeva larghissimo il grido, che divenne il medico ordinario delle più cospicue famiglie della città e ricercato anche fuori”.

Celibe e senza figli “lasciò le sue scarse sostanze ai parenti e alla madre desolata” e nel testamento “legò la sua ricca e sceltissima biblioteca al comune di Calatafimi a pubblico uso”. Fu sepolto nella chiesa di Santa Maria di Gesù a Palermo e l’elogio funebre fu scritto e letto dal caro amico e collega dottor Nicolò Cervello nell’Accademia Reale di scienze mediche di Palermo, di cui il Macaddino era stato socio e vice presidente.

Con queste parole ne espose il profilo biografico il farmacista, nonché giornalista, pittore dilettante e soprattutto Ispettore onorario ai monumenti dei Calatafimi, Nicolò Mazzara, altro concittadino noto per l’elevato spessore culturale, in un suo volume pubblicato postumo sulla storia e l’arte del paese natale, riportando in parte brani della citata orazione funebre del dottor Cervello. Dalle parole di quest’ultimo emerge l’amore smisurato del Macaddino per i libri intesi come strumento di aggiornamento della propria professione medica al punto che, pur di acquistare le più recenti pubblicazioni – anche e soprattutto quelle di autori stranieri -, limitava addirittura le spese per il cibo.

Dettaglio con firma della pittrice e data

Grazie allo studio costante e infaticabile nelle più disparate discipline (oltre ad anatomia, storia naturale, fisica e chimica anche economia agraria, botanica e scienze morali) egli sperimentava nuove cure e trattamenti utili per i propri pazienti e per questo motivo era talvolta deriso e dileggiato dai molti invidiosi detrattori. La sua salute ne risentì tanto da ammalarsi e morire prima di raggiungere la vecchiaia. Non sappiamo esattamente in che occasione il Macaddino, che visse e lavorò sempre a Palermo, incontrò per la prima volta Katharina von Predl, la bella artista tedesca che nel 1830 lo ritrasse. Dal profilo steso dal collega palermitano la sua personalità appare schiva e per nulla vanitosa o esuberante da immaginarlo a posare per un ritratto.

Credo sia molto probabile che fu la stessa pittrice, all’epoca quarantenne, a voler omaggiare il professionista più vecchio di lei di due anni per qualche consulenza ricevuta. A ben guardare la firma apposta nel quadro sulla finta lettera in primo piano in basso a sinistra recita “Grassis de Predl À Monsieur Macaddine son Médecin Palerme le J. de 1830”.In effetti il beve periodo che lei e il marito Louis François trascorsero in Sicilia (tra il 1828 e il 1830) non fu dei più felici. Ma facciamo un passo indietro.

Sebbene oggi non sia molto nota al grande pubblico né a quello degli specialisti, Katharina von Predl fu una pittrice piuttosto celebre e apprezzata in vita e autrice di numerosissimi dipinti (più di un centinaio quelli documentati tra ritratti, pale d’altare, composizioni storiche, copie dai grandi maestri) molti dei quali sono oggi in collezioni private, altri in collezioni pubbliche (dal Palazzo Reale di Torino al Castello Ducale di Agliè, dalla Chiesa di Nostra Signora e dal Castello dei Duchi a Chambery alla Chiesa di San Giovanni Battista de Megève, al Palazzo Nazionale di Ajuda di Lisbona, ecc.) e tanti altri ancora da rintracciare.

Katharina von Predl – Autoritratto (1824)

Figlia dell’avvocato Ignatz von Predl e della moglie Veronika von Kärner, ebbe come fratello minore Franz Xaver von Predl, che divenne un noto ufficiale. Appartenente ad una famiglia elevata alla nobiltà per i suoi servizi alla comunità, all’età di dieci anni fu inviata al convento delle Miss Inglesi a Monaco, dove ricevette un’istruzione completa, imparando l’italiano e il francese, per passare ai quattordici anni al Royal Bavarian Ladies’ Convent. Nel 1816, grazie alla protezione della regina Carolina di Baviera, fu la seconda donna ad essere ammessa all’Accademia d’arte di Monaco; vi studiò fino al 1821 e nella primavera dello stesso anno si recò a Roma dove visse con l’artista Marie Ellenrieder in una casa in Piazza di Spagna.

Nella Città Eterna studiò con il pittore classicista Vincenzo Camuccini. Da allora la sua vita è stata contrassegnata da continui viaggi: dapprima si spostò a Firenze e poi a Londra, dove partecipò ad una mostra alla Royal Academy of Arts e nel viaggio di ritorno toccò varie città come Rotterdam, Colonia e Francoforte sul Meno fino a Monaco. Quindi fu a Vienna, dove espose le sue opere nelle stanze private dell’imperatrice Karoline Auguste. Seguirono ulteriori soggiorni a Dresda e Venezia prima di tornare nuovamente a Roma, dove sposò segretamente il benestante Louis François Grassis il 17 maggio 1828.

Katharina von Predl – Madonna col Bambino (1838)

Dopo le nozze i due coniugi si spostarono in Sicilia e il marito venne impiegato a Palermo dal principe di Butera come amministratore delle proprie terre. Nel 1829 ebbero un figlio, nato il 5 aprile, che fu battezzato col nome di Charles François che purtroppo morì prematuramente il 20 gennaio dell’anno successivo. La vita coniugale, iniziata sotto i migliori auspici, si rivelò presto difficile: il clima malsano dei terreni paludosi attorno ai possedimenti dei principi di Butera fece ammalare il Grassis, che fu ricoverato in ospedale; da allora la sua salute fu compromessa tanto da costringerlo a lasciare i servizi dei principi. Così Katharina prese la decisione di trasferirsi in Francia dove il clima era più temperato per cercare di trovare un rimedio per la salute del marito e un’esistenza migliore per entrambi.

Avendo vissuto principalmente in Italia e in Francia è stata ingiustamente ignorata e dimenticata dagli storici dell’arte tedeschi, e il primo catalogo ragionato delle sue opere è stato messo a punto solo qualche anno fa (2016) da Edwin Fecker sulla scorta delle preziose memorie manoscritte della figlia (che però inspiegabilmente non include il ritratto del Macaddino, a lei evidentemente ignoto così come allo studioso) e di ricerche personali presso archivi, biblioteche e musei.

Katharina von Predl – Papa Gregorio XVI celebra messa in San Pietro a Roma (1854)

Il dipinto calatafimese va così ad arricchire l’esiguo catalogo delle opere finora rintracciate.Oltre che inedito, è stato ingiustamente ignorato dalla letteratura artistica. In tempi moderni se ne parla fugacemente solo nel citato volume postumo del farmacista Mazzara. Come dicevamo non sono noti i motivi che spinsero il Macaddino a farsi immortalare dalla von Predl. Non è da escludere che ciò accadde in un’occasione poco felice, una malattia o infortunio, come parrebbe testimoniare la scritta “son Médecin”. E, come ho avuto modo di riferire, una serie di vicende funeste segnarono il soggiorno siciliano della pittrice. Probabilmente i servizi resi dal dottore a lei, al neonato figlioletto morto prematuramente o al marito infermo favorirono l’esecuzione a Palermo del ritratto che riporta la data 1830.

L’opera è a olio su tela e si presenta in condizioni abbastanza buone, con la superficie pittorica integra e priva di lacune; solo un ingiallimento diffuso della vernice originaria. Il quarantaduenne dottore è abbigliato alla moda dell’epoca, raffigurato con le braccia conserte su uno sfondo neutro e uniforme; ha viso rotondo e capelli neri un po’ scarmigliati, corporatura robusta e leggermente tarchiata; nonostante il colore scuro degli occhi lo sguardo è vivissimo e arguto e l’espressione è serena (accenna appena un sorriso); sul tavolo alla sua destra sono poggiati alcuni libri e un calamaio con una penna al suo interno.

Lo stile della von Predl è riconoscibile dalla morbidezza della pennellata, che sfuma delicatamente le tinte come una morbida carezza, e dalla capacità di cogliere l’aspetto umano del personaggio. È proprio nei ritratti più che nelle composizioni storiche o nei dipinti a tematica sacra che, a mio avviso, si individuano le caratteristiche più alte del suo fare artistico. Il ritratto del Macaddino rientra appieno nello stile romantico che proprio in Germania ebbe origine alla fine dell’Ottocento. La von Predl ha evitato in questa composizione la forma levigata di stampo accademico-neoclassico delle prime opere per rimanere ancorata ad una sorta di classicismo ispirato dai grandi maestri rinascimentali (soprattutto Raffaello) integrato però dalle mai sopite istanze romantiche.

Katharina von Predl – Adorazione del Bambino (1824)

Quel che traspare dal ritratto del Macaddino, che si staglia su uno sfondo neutro verdastro, è sicuramente l’amore instancabile per gli studi e i libri (palesato dalla presenza del calamaio e dei volumi in primo piano) ma anche il senso di gentilezza e affabilità e, al tempo stesso, una sorta di umiltà e riservatezza, qualità avvertibili dalle braccia conserte ma anche dall’accenno di quel sorriso che lo rende vivo e partecipe ma non vanitoso né altezzoso; non ultimo il sentimento di complicità con la pittrice che si dimostra con lui molto riconoscente probabilmente per i servigi ricevuti come medico; la posa infatti non è tipica di tanti ritratti dell’epoca: non ritroviamo la consueta raffigurazione a tre quarti né la visione perfettamente frontale del volto e del busto bensì un rivolgersi lentamente verso lo spettatore, quasi a voler colloquiare con lui, come per una sorta di consulto medico molto privato.

Il paese di Calatafimi e i suoi abitanti devono sentirsi molto orgogliosi di possedere questo prezioso dipinto, opera d’arte importante e significativa non solo perché è frutto del pennello di una artista donna di grande talento, oltre che moglie devota e madre affettuosa, ma soprattutto è rilevante come documento storico sulla figura del benefattore della biblioteca cittadina, che ha voluto regalare il suo tesoro più pregiato alla neonata istituzione del paese natio, dove viveva ancora l’anziana madre che sicuramente, oltre all’immenso dolore per la perdita del caro figliolo, avrà provato un sentimento di forte orgoglio per quella sua creatura che così grandi e molti talenti aveva speso per il bene altrui.

Le Vie dei Tesori News

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