Riaffiora la Palermo islamica, trovati reperti nel cuore della città

Sorprese durante gli scavi per i dissuasori in via Maqueda, in meno di due mesi riempite trenta cassette di materiale da pulire, catalogare e studiare

di Guido Fiorito

Camminiamo sulla storia della città. Basta scavare e neanche troppo a fondo. I lavori per i dissuasori antiterrorismo all’inizio di via Maqueda, nel centro di Palermo, hanno permesso di far riemergere, a meno di un metro e mezzo di profondità, reperti di età islamica e di epoche successive. Il team della Soprintendenza ai Beni culturali, formato dalle archeologhe Francesca Agrò e Carla Aleo Nero e dallo specializzando Andrea D’Agostino, ha completato il suo lavoro. In meno di due mesi sono state riempite trenta cassette di materiale da pulire, catalogare e studiare. I ritrovamenti sono stati fatti all’angolo con via Cavour a due passi da piazza Verdi. Un punto importante perché segnava la fine della città tardo cinquecentesca.

Lo scavo in via Maqueda

“Questo scavo aggiunge importanti notizie a quelle emerse in altri scavi del centro storico nell’ultimo decennio – dice l’archeologa Carla Aleo Nero – per esempio a piazza Bologni, piazza Vittoria e Sant’Antonino e nella zona della nuova Pretura. Questi scavi ci hanno mostrato l’espansione della città islamica che era ampia ma costituita da pieni e da vuoti che spesso ospitavano giardini. All’inizio di via Maqueda abbiamo trovato testimonianze di epoca islamica e poi più niente fino alla tracce del bastione tardo cinquecentesco. Ciò significa che questa zona era abitata in epoca araba e poi non più. In accordo con quanto sappiamo dalla storia: nell’ultima fase della dominazione araba, con l’arrivo in Sicilia dei normanni, infatti, ci sono 30-40 anni di anarchia e instabilità politica e chi può abbandona la città”.

Mappa della cinta muraria con i bastioni cinquecenteschi

Gli scavi sono serviti anche a stabilire il luogo in cui sorgeva uno dei tredici bastioni della cinta muraria alla fine del Cinquecento, che portava il nome di Bastione di San Giuliano o della donna D’Itria o Vidua (vedova). “Alla fine del 500 – spiega Carla Aleo Nero – la cinta muraria normanna viene rinforzata con i bastioni, in seguito ai mutamenti delle tecniche di guerra. Conosciamo i luoghi dove sorgevano ma senza estrema precisione. Il ritrovamento negli scavi di via Maqueda di una struttura a grossi blocchi di arenaria permette di identificare il luogo dove sorgeva il bastione e dove fu aggiunta la porta Maqueda poi demolita quando fu realizzato il Teatro Massimo. Le mura, di cui esistono per esempio tracce in corso Alberto Amedeo, segnavano dal tempo dei normanni in poi la netta divisione tra città e campagna. Se questa cinta muraria esistesse ancora sarebbe molto bella”.

Frammento di ceramica

La campagna si è chiusa con lo scavo di un pozzo quadrangolare che era stato riempito con terra che conteneva frammenti di ceramica di età islamica. Si è lavorato con difficoltà anche per la presenza di una ventina di tubi di servizio realizzati da fine Ottocento in poi. “Abbiamo rinvenuto – conclude l’archeologa – anche un canalone fognario di grandi dimensioni con volte a botte che attraversa tutta via Maqueda. Gli operai del Coime, che stanno lavorando ai dissuasori, sono stati bravi ad ascoltare le nostre indicazioni. Il tutto è il risultato di una bella collaborazione tra la Soprintendenza, diretta dall’architetto Lina Bellanca, e i vertici del Comune. Il deposito stratigrafico documenta almeno due fasi dell’abitato di età islamica e abbiamo trovato molti reperti: ceramica anche invetriata e da mensa, lucerne, pentole, tegole, anfore dipinte. Tanti frammenti e alcuni potranno essere uniti tra loro”. Un affascinante puzzle e alla fine di studi e restauri, le conclusioni saranno esposte in pannelli sul luogo dello scavo per raccontare ciò che si trovava sotto ed è riemerso alla luce.

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Ballarò si proietta nel futuro aspettando il mercato coperto

Il progetto di risanamento si inquadra in un più ampio piano di riqualificazione dello storico quartiere di Palermo, tra alloggi sociali e nuova pavimentazione

di Antonio Schembri

Recupero della memoria storica e rilancio degli affari attraverso uno spazio coperto, sicuro, tecnologicamente aggiornato e ben integrato con l’ambiente e la monumentalità della vecchia Palermo. Sono le finalità che confluiscono nel progetto di rigenerazione di Ballarò, il più antico dei cinque mercati storici del capoluogo siciliano, oggi tra i luoghi di maggior richiamo per frotte di turisti a caccia di atmosfere pittoresche. A cominciare dal fascino di alcuni monumenti lungo i fianchi del suo percorso che solca longitudinalmente quasi tutto il quartiere dell’Albergheria, dal monastero di Santa Chiara al convento della Madonna del Carmine: edifici prestigiosi come i palazzi Conte Federico e Alliata di Villafranca, capolavori barocchi come le chiese di Casa Professa e del Carmine Maggiore, torri medievali e altri tesori, come l’oratorio del Carminello e la Camera delle Meraviglie.

Piazza del Carmine prima e dopo

Cuore aperto della città, Ballarò, con la sua “manna” d’arte e architettura mescolata dentro un degrado profondo, brodo di coltura dell’illegalità reso ancora più denso dalla persistente crisi economica che sta mettendo in ginocchio i “mercatari” dell’area. Ma dove pulsa sempre una forte vitalità, riempita dalle immancabili e teatrali “abbanniate” siculo-arabe dei commercianti palermitani nonché dai colori dell’ortofrutta della Conca d’Oro, dagli odori e afrori di carne e pesce e dai sapori di uno street food che colloca Palermo tra le prime dieci città del mondo specializzate in questa gastronomia a basso costo. Un micro mondo in cui si affaccendano anche tanti lavoratori stranieri, ormai diventato un brulicante coacervo etnico che accorpa Africa e Sud est Asiatico. Accoglienza e solidarietà da una parte; problemi e disagio dall’altra.

Il modello del mercato coperto

Il progetto del risanamento di questo mercato storico “informale”, proprio perché esercitato su spazi spesso esigui e caotici, si inquadra in un più ampio piano di rivitalizzazione dell’area di piazza del Carmine e di alcune più piccole zone limitari. Operazione su cui si appuntano molte speranze di riscatto per la popolazione del quartiere. Ma delicata, per i potenziali scossoni negativi che potrebbe innescare in un contesto sociale così critico. Un intervento comunque invocato dalla gran parte dei commercianti e abitanti del rione. Poco più di due anni fa questi si espressero attraverso l’assemblea pubblica “Sos Ballarò” promuovendo questa idea progettuale insieme con lo Iacp (l’Istituto autonomo case popolari) per intercettare le risorse disposte dal Fesr 2014 – 2020, il programma operativo regionale che dei 42 milioni di euro destinati ai 9 Iacp siciliani ne destina più di 8 a quello di Palermo allo scopo di recuperare e incrementare gli alloggi sociali. Da tale dote, oltre 6 milioni di euro sono stati specificamente assegnati a Ballarò, con l’obiettivo di realizzare 25 case popolari e, appunto, il mercato coperto. Struttura, questa, che assorbirà poco meno di un milione del contributo pubblico.

Lecardane con i “mercatari” di Ballarò

Nel popolare quartiere palermitano la copertura del mercato ha un precedente storico. Dal 1929 funzionò infatti un capannone in stile liberty per proteggere lo spazio vendite da sole e intemperie, realizzata in lamierino e supportato da colonne di ghisa, sul modello architettonico di tanti mercati coperti dell’epoca in diverse città europee, dal clima però meno caldo di Palermo. Fu proprio l’”effetto serra” causato dalle alte temperature estive sugli alimenti esposti e il progressivo deterioramento della struttura a indurre gli amministratori a smantellarla definitivamente nei primi anni ’70. Da allora l’idea di dotare l’area di un nuovo mercato coperto non ha però cessato di aleggiare. Fino a quando, nel 2017, i progettisti dello Iacp hanno voluto recuperare quello stesso progetto di copertura, intendendo però ingrandirne le dimensioni. Il diniego opposto all’iniziativa dalla Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali ha spinto l’Istituto a cercare anche all’esterno competenze architettoniche qualificate per concepire un piano meglio combinato con la monumentalità di questo spicchio del centro storico palermitano. E a trovarle all’interno del Darch, il Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo, nel quale il gruppo Lab City, diretto da Renzo Lecardane, ha concluso nel 2019 un’attenta azione di ricerca sull’area, che ha generato il progetto attuale del mercato coperto.

Dettaglio in 3D della struttura della copertura

“La convenzione stipulata due anni fa con lo Iacp ci ha consentito di sviluppare un articolato progetto-azione, in cui l’allocazione di una copertura per il mercato non costituisce l’obiettivo centrale, che invece resta quello del ridisegno della pavimentazione della Piazza del Carmine, situata al centro di Ballarò – spiega Lecardane – . La struttura del mercato coperto verrà infatti allocata su uno dei lati della piazza, liberando così la facciata della Chiesa del Carmine, sulla quale oggi si addossano le bancarelle; ma costituisce un importante fattore di innovazione perché sarà costruita per intero con materiali a basso impatto, ossia strutture portanti in ferro bullonato e tessuti colorati in pvc, facilmente smontabili e riutilizzabili”.

Rendering del progetto

Un iter tutt’altro che scorrevole quello che ha caratterizzato le fasi della progettazione e sta ancora segnando i passaggi amministrativi. Anzitutto perché le strutture di copertura saranno due: “A quella concepita dal Darch, che si estenderà per 650 metri quadrati (alla quale ha collaborato anche uno staff di docenti e ricercatori della facoltà di Ingegneria per le verifiche strutturali), si aggiunge un capannone più piccolo, di circa 200 metri quadrati, interamente progettato dallo Iacp e da costruire sul lato opposto della piazza”, riprende Lecardane.

Modello del quartiere Albergheria

Lo stesso Istituto case popolari è altresì autore dei progetti delle cosiddette “gabbie”, ossia gli spazi all’interno della struttura più grande, che saranno da assegnare con apposita gara ai “mercatari”. C’è poi da considerare che, mentre la gara d’appalto per la realizzazione dello spazio più piccolo, non destinato ai banchi vendita, è già stata espletata, quella per costruire la copertura più ampia del mercato, il cui progetto ha comunque già ottenuto i pareri positivi di Soprintendenza, Genio Civile e Consiglio Comunale, non si è ancora tenuta, pur essendo stata indetta e poi rinviata tre volte dallo scorso novembre.

Il mercato

Al quadro burocratico si associa poi quello sociale. In particolare la situazione potenzialmente più problematica che potrebbe verificarsi durante i futuri lavori di complessiva rivitalizzazione di Ballarò. I quali – sostiene Lecardane – “quando partiranno e se non incontreranno intoppi potrebbero concludersi anche in meno di un anno”. Il riferimento è all’indicazione che dovrà dare il Comune di Palermo, ente committente dell’opera, di uno o più spazi alternativi e temporanei in cui invitare i commercianti a spostare banchi e tende durante i lavori dell’ancora ipotetico cantiere. Se questi andranno troppo per le lunghe il rischio di non vederli più tornare sul luogo originario diventa molto concreto. La vicenda della Vuccirìa fa purtroppo da sfondo.

Sistema strutturale del mercato coperto

Nell’attesa delle decisioni, la portata innovativa del piano elaborato dal LabCity del Dipartimento di Architettura palermitano non manca intanto di suscitare curiosità e apprezzamenti, anche internazionali. La scorsa primavera è stato presentato ufficialmente a Selinunte in occasione di un importante meeting di architetti, pianificatori e paesaggisti. A novembre invece ha raccolto consensi alla mostra di progetti innovativi tenutasi al Bugaik International Design Exhibition di Busan, in Sud Corea. “Presto – aggiunge Lecardane – lo riproporremo in una grande esposizione internazionale a Palermo con la partecipazione di due scuole di architettura europee. Oggi – conclude il docente – sono molte le città europee che hanno riconosciuto i mercati urbani come parte integrante delle economie locali, con grandi benefici anche a livello culturale e sociale. A Palermo, i mercati storici reclamano una trasformazione in questo senso, contro il permanente declino cui paiono destinati”. Oltre a essere, attraverso la regolare occupazione di spazi pubblici dietro il pagamento del relativo tributo, un efficace incentivo all’esercizio del commercio nell’alveo della legalità.

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La sorgente d’olio “miracoloso” che sgorga dalla terra

Nelle campagne di Blufi, sulle Madonie, c’è una fonte da cui affiora un liquido combustibile ritenuto capace di curare malattie della pelle e usato anche come vermifugo

di Giulio Giallombardo

Affiora in un lembo di terra alle pendici delle Madonie. È l'”oro nero” di Blufi, piccolo centro di mille anime, non lontano dalle due Petralie. Per gli scienziati è un comune olio minerale che sgorga dalla terra, per i devoti, invece, è un unguento miracoloso capace di curare malattie della pelle e usato anche come vermifugo. Fatto sta che la sorgente dell’olio “santo” continua ancora oggi a essere meta di pellegrinaggi, a tal punto che sul posto c’è anche chi prepara delle boccettine piene di “elisir” da portare a casa, quando – soprattutto d’inverno – al posto dell’olio si trova soltanto acqua.

Il campo di tulipani con il santuario sullo sfondo (foto Alberto Genduso)

La nicchia perennemente annerita dal grasso, con tanto di bicchiere per prelevare il “prodigioso” fluido, si trova a poche centinaia di metri dal santuario dedicato alla Madonna dell’Olio. Una chiesetta d’impianto settecentesco, ma di origini antichissime, tant’è che nel 1100 esisteva già una cappella e alcune fonti fanno risalire una prima edificazione sin dall’ottavo secolo. A pochi passi, inoltre, si ripete un altro piccolo “miracolo” della natura: un campo di rossi tulipani spontanei che fioriscono ogni primavera. Come spesso avviene in questi casi, ogni luogo “magico” ha la sua leggenda: si tramanda, infatti, che l’olio di questa sorgente fosse prima commestibile, ma poiché qualcuno ne prelevava più del necessario, si trasformò in liquido nero combustibile.

Il santuario della Madonna dell’Olio (foto Alberto Genduso)

Ma alla base della leggenda, potrebbe esserci un fondo di verità, come racconta don Raffaele Fucà, un tempo rettore del santuario, in un volumetto del 1977. “Dagli storici – scrive il sacerdote – sembra risultare e dalla bocca di anziane persone s’è appreso che la sorgente dell’olio, prima, era più vicina alla chiesa. Tale sorgente si esaurì nel secolo scorso; e l’affioramento dell’olio riapparve altrove, dov’è oggi, a circa trecento metri dalla chiesa. Dal cambio avvenuto dell’ubicazione della sorgente d’olio, avrebbe avuto origine la leggenda”.

Il santuario in una foto d’epoca

Delle virtù terapeutiche dell’olio si parla anche in alcune fonti storiche citate da don Raffaele, come un atto del Quattrocento di un notaio della vicina Polizzi Generosa che fa cenno a “certi uomini lebbrosi, ricercati da un regio portiere di Palermo”, che “vennero trovati in terra di Petralia e presso la fonte del petrolio”. Ma anche lo storico catanese del Settecento, Vito Maria Amico, nel suo “Lexicon topograficum Siculum”, fa riferimento a una “fonte celeberrima di olio galleggiante – traduce dal latino don Raffaele – che, raccolto di mattina, viene conservato nei vasi. Vicino c’è la chiesa rurale della Madre di Dio con custodi eremiti. L’olio è indicatissimo per curare le malattie cutanee, sgorga abbondantemente e viene usato largamente dell’isola. Per questa fonte la città viene chiamata Pietra dell’olio e volgarmente Petralia”. In tempi più recenti, non sono mancate anche ricerche da parte di studiosi e – riferisce sempre il sacerdote – anche di compagnie petrolifere, che avrebbero constatato la presenza di un giacimento abbastanza ridotto.

La nicchia dove affiora l’olio

L’olio “santo”, in termini più prosaici, non è altro che un idrocarburo composto da una percentuale di 1,92 per cento di benzina, 33,56 di petrolio propriamente detto e per il resto da solforati come i tiofeni. Le ultime analisi risalgono agli anni ’50 del secolo scorso e furono condotte dall’allora centro sperimentale dell’industria mineraria di Palermo. ”Proprio la presenza di zolfo – aveva spiegato all’Adnkronos diversi anni fa Giovanni Abbate, chimico dell’Agenzia regionale per la Protezione dell’Ambiente, commentando i dati – ne fa un olio minerale che fa bene alla pelle, ma non ne fa un prodotto commercialmente appetibile per l’estrazione e la produzione di benzina così come tutti i petroli che si trovano nel sottosuolo siciliano”.

Uno scorcio di Blufi (foto Alberto Genduso)

Intanto, il via vai di fedeli prosegue, seppur il santuario resti fuori dai grandi circuiti turistico-religiosi. “Sono in tanti a venire qui per raccogliere l’olio, soprattutto in estate e in molti casi anche dall’estero, anche se fino a qualche anno fa la devozione era molto più diffusa – racconta il blufese Alberto Genduso, appassionato di storia locale – . Che ci si creda o no, diverse persone sostengono di essere guarite proprio grazie a questo rimedio”. Un dono della natura che fa miracoli.

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L’accessibilità nel patrimonio architettonico, esperti a confronto

Giornata di studi a Palermo dedicata a progetti di comunicazione inclusiva e rigenerazione urbana e alla fruizione di siti archeologici e centri storici

di Redazione

“L’accessibilità nel patrimonio architettonico: approcci ed esperienze tra tecnologia e restauro”. Questo il titolo della giornata di studi organizzata dalla Sitda, Società italiana della tecnologia dell’architettura, in programma venerdì 24 gennaio, dalle 9 alle 18,30, nell’aula magna del Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo. Nell’arco di tre sessioni di lavoro, diversi esperti si confronteranno sull’accessibilità nei siti archeologici e su progetti di rigenerazione urbana e comunicazione inclusiva. Si discuterà del progetto I-Access Italia-Malta e una sessione, inoltre, sarà dedicata all’accessibilità nelle aree storiche delle città e nei centri minori. Obiettivo della giornata di studi è raccogliere approcci metodologici e orientamenti sull’argomento, così importante per il patrimonio e per la collettività, soprattutto allo scopo di delineare future comuni strategie di ricerca (qui il programma completo).

Il Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo

“L’accessibilità dell’ambiente costruito ha implicazioni di carattere sociale, economico e morale la cui rilevanza aumenta considerando la sfera pubblica – si legge in una nota della Sitda – . Tale requisito resta pertinente e rilevante quando l’ambiente costruito, per specifici interessi, assume il significato di patrimonio architettonico. Il ruolo attribuito all’accessibilità nel riconoscimento nella Unesco World Heritage List dimostra il consolidato interesse globale per la questione. Nel nostro Paese non sono mancate le strategie governative: con riferimento agli obblighi normativi, oggi sono ormai definitivamente superati la logica della deroga e l’alibi della rimovibilità. Parallelamente, negli ultimi anni, si è manifestato un crescente approfondimento teoretico e metodologico, apprezzabile nella produzione scientifica nazionale”.

“Tuttavia – si legge ancora – lo scenario delle realizzazioni rimane disomogeneo, l’accessibilità del patrimonio architettonico resta obiettivo lontano, così come la fruibilità inclusiva dell’ambiente costruito più ordinario. L’emergere di temi come inclusione, partecipazione, comunicazione, ai quali fa da sfondo un ruolo rinnovato dell’utente, conferma l’attualità del tema e la necessità di ulteriori approfondimenti, rendendo opportuno aggiornare su una base condivisa i ragionamenti già sviluppati negli ultimi lustri da numerosi ricercatori italiani afferenti ai settori della tecnologia dell’architettura e del restauro architettonico”.

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Musei aperti, visite e mostre per il Giorno della Memoria

Dal Museo Salinas a Palazzo Abatellis, dal Villino Florio alla Biblioteca regionale, sono tante le iniziative per non dimenticare la tragedia dell’Olocausto

di Redazione

Mostre, visite, concerti e video per non dimenticare la tragedia dell’Olocausto. Sono tante le iniziative organizzate nei musei e nei luoghi della cultura regionali per celebrare il Giorno della Memoria. Gli eventi sono organizzati dal dipartimento dei Beni culturali diretto da Sergio Alessandro, su disposizione del governatore Nello Musumeci. Lunedì 27 gennaio, i quattro musei dove si terranno gli eventi rimarranno aperti per dare la possibilità di partecipare alle iniziative programmate. Anche nei giorni successivi, fino al 30 gennaio, verranno proposti eventi, visite guidate e proiezioni. I tre musei palermitani hanno dato il loro contributo all’iniziativa dell’Università di Palermo nell’ambito delle manifestazioni programmate il 27 gennaio.

Museo Salinas

Al Museo Salinas, dal 27 gennaio al primo marzo si potrà visitare la mostra “Documenti di storia ebraica dalle collezioni del Museo Salinas”, un’esposizione di monete, libri e fotografie. Nei pannelli e nel filmato appositamente realizzati verrà raccontata la storia degli ebrei a Palermo. Inoltre, due eventi saranno dedicati alle scuole, a cura di Coopculture. Alle 10, un’attività rivolta ai ragazzi della scuola primaria e secondaria di primo grado dal titolo “Tutti assieme si sta bene”. Gli studenti, accompagnati da una guida, faranno il percorso di visita all’interno del Museo per un’esperienza di scoperta dei valori dell’accoglienza e dell’integrazione. Alle 11.30 un percorso dedicato agli alunni della scuola secondaria di secondo grado dal titolo “Prossima fermata: per non dimenticare” vedrà protagonisti gli studenti che ascolteranno brani della letteratura dedicata alla Shoah e potranno visionare documenti fotografici dell’epoca.

Palazzo Abatellis

Sempre a Palermo, alla Galleria regionale di Palazzo Abatellis, il 27 gennaio alle ore 11, verrà presentata l’esposizione dei metalli islamici medievali con iscrizioni ebraiche e l’epigrafe ebraica su pietra. I materiali provengono dalla collezione di età mamellucca del XIV secolo sui quali sono state rilevate incisioni in caratteri ebraici. Dal lapidario di Palazzo Abatellis, proviene la pietra con iscrizione funeraria in ebraico del XV secolo ritrovata a San Marco D’Alunzio. Si tratta di opere in cui la scrittura diventa testimonianza di una presenza in profondità attraverso il tempo e le culture. Alle 18, nel salone del Trionfo della morte, il concerto “in memoriam”, dedicato ad Aldo Mausner, violinista del teatro Massimo di Palermo recentemente scomparso, sopravvissuto ad Auschwitz e testimone della Shoah. Brani di Girolamo Arrigo, Ernest Bloch, Marco Betta e Gavin Bryars, saranno eseguiti dal quatretto “Gli Archi Ensemble”. L’evento è realizzato in collaborazione con l’Istituto Siciliano di Studi Ebraici, il Festival delle letterature migranti e la Società del Quartetto di Palermo.

Museo Pepoli

Al Museo Agostino Pepoli di Trapani, lunedì 27 è prevista una visita guidata con la presentazione di tre iscrizioni ebraiche presenti nella sezione archeologica ovvero la chiave di volta di un edificio, un cippo funerario e un frammento di cippo funerario. Inoltre saranno esposti documenti del 1938 relativi a una corrispondenza relativa al censimento di impiegati ebrei intercorsa tra il ministro Bottai, il soprintendente Di Pietro, direttore del Museo Pepoli. Martedì 28, Chiara Camarda terrà una conferenza sul manoscritto della cultura ebraica di Avraham Abufalia attualmente conservato presso la Biblioteca Fardelliana di Trapani.

Villino Florio

Il Centro regionale per l’inventario e la catalogazione, dal 27 al 30 gennaio, propone una serie di iniziative al Villino Florio di Palermo, curate da Selima Giuliano e da Helga Marsala. Lunedì 27 verranno proiettati quattro video tratti da “The Maelstrom” del regista ungherese Peter Forgacs. Si tratta di immagini amatoriali di famiglia girate in Olanda prima e durante la seconda guerra mondiale che riguardano la famiglia Peereboom con colonna sonora originale dell’epoca. La storia di una famiglia ebrea che in un primo tempo vive inconsapevole nelle ombre dell’Olocausto e che successivamente tenta di conviverci, senza sapere a che cosa sta veramente andando incontro. Giorno 28 è la volta del documentario di Davide Ferrario “La strada di Levi”. Il giorno dopo sarà interamente dedicato alle scuole con la proiezione del cartone animato “La Stella di Andra e Tati” presentato dalle palermitane Rosalba Vitellaro e Alessandra Viola; un film di animazione che racconta la vera storia delle sorelle Andra e Tatiana Bucci, deportate ad Auschwitz-Birkenau durante la Seconda Guerra Mondiale all’età rispettivamente di quattro e sei anni insieme a parte della loro famiglia.

Giorno 30 sempre al Villino Florio di Palermo, sarà proiettato il video “Frammenti” di Salvo Cuccia sulla storia degli ebrei del ‘900 in Sicilia. Saranno presenti Alessandro Hoffman e Agata Bazzi, autori di due libri sulla storia delle famiglie ebree palermitane Arens e Hoffman. Laura Hoffman canterà tre brani del repertorio di musica ebraica. Interverrà il professore Giuseppe Savagnone, direttore dell’Ufficio della cultura della diocesi di Palermo.

Biblioteca regionale di Palermo

Anche le tre biblioteche della Regione Siciliana propongono l’esposizione di libri e documenti all’interno dei propri locali. A Palermo, lunedì 27, verrà allestita un’esposizione di libri sul tema della Shoah, al piano terra del complesso di corso Vittorio Emanuele a Palermo. La Biblioteca di Messina, mercoledì 29, oltre a presentare nella sala lettura le opere più rappresentative sulla Shoah custodite nell’Istituto, proporrà momenti di lettura di testi e l’illustrazione dei principali spettacoli teatrali e cinematografici legati all’evento. Saranno presenti per l’intera giornata le principali associazioni culturali messinesi che accompagneranno i visitatori in questo percorso di riscoperta della memoria. Anche la Biblioteca regionale di Catania lunedì 27 offrirà in visione ai visitatori i volumi dedicati alla memoria. Al termine della giornata verrà proiettato un documentario sul tema dell’Olocausto.

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L’arte onirica di Nicola Pucci in mostra a Villa Zito

Saranno esposte opere realizzate negli ultimi vent’anni dal pittore palermitano, sempre sospeso tra surrealismo e figurativismo

di Redazione

Un viaggio in mondi onirici, popolati da figure che si muovono in contesti impossibili, o giocano con il mondo, cercando di riscrivere il proprio destino. All’arte di Nicola Pucci è dedicata una mostra personale che raccoglie gli ultimi vent’anni di lavoro. L’antologica del pittore palermitano, curata da Paola Nicita, si intitola “Nicola Pucci. Opere 1999 – 2019”, e si inaugura l’1 febbraio a Villa Zito, sede della Fondazione Sicilia a Palermo, che la ospita fino al 29 marzo. Il vernissage è in programma il 31 gennaio alle 18.

Lo studio di Nicola Pucci

È una pittura stratigrafica, quella di Pucci, dove ogni immagine è costruita alternando velature e pittura gestuale e materica, in una sequenza lunga e continuata nel tempo. Opere sfacciatamente surreali ed estremamente realistiche, nello stesso tempo, colme di energie catartiche. Il progetto espositivo, ideato dall’associazione Settimana delle Culture, realizzato con il sostegno della Fondazione Sicilia e il contributo della Presidenza dell’Assemblea regionale siciliana e di partner privati, permette di osservare l’evoluzione del linguaggio artistico di Pucci: da una pittura figurativa estremamente realistica, che da sempre strizza l’occhio ad un dato di surrealtà, slittata poi, negli anni più recenti, ad una sorta di cancellazione del linguaggio iperrealista, per approfondire alcuni aspetti maggiormente concettuali.

Nicola Pucci

Pucci, nato a Palermo nel 1966, dopo la maturità classica, si trasferisce a Roma dove frequenta un corso quadriennale di illustrazione pubblicitaria all’Istituto europeo del design. Successivamente trascorre un breve periodo a Vipiteno disegnando copertine per i celebri quaderni Pigna. Tornato a Roma, inizia a dedicarsi a tempo pieno alla pittura. In questo periodo frequenta assiduamente lo studio del maestro Bruno Caruso, che lo incoraggia e scrive un testo per la sua prima mostra che terrà a Palermo nel 1994. Dal 1995 ad oggi, il suo lavoro è stato esposto in Italia, Gran Bretagna, Francia e gli Stati Uniti e si è guadagnata l’attenzione di personalità del mondo dell’arte di fama mondiale. Il suo atelier di Palermo è stato inserito nell’Itinerario contemporaneo della scorsa edizione del festival Le Vie dei Tesori. Sue opere sono state in mostra al Museo Palazzo Collicola Arti Visive a Spoleto, al Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese a Roma, e alla Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto. I suoi quadri di Pucci fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero.

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Verso il restauro del presbiterio della Cattedrale

Dopo il nuovo percorso espositivo del tesoro, in cantiere un progetto che riguarda il recupero degli affreschi, della pavimentazione normanna e di altri elementi decorativi

di Giulio Giallombardo

Un progetto per valorizzare il cuore più antico della Cattedrale di Palermo. Prosegue il lavoro della Soprintendenza dei Beni culturali per completare il recupero delle parti normanne nella zona dell’abside centrale. Un’opera di riscoperta iniziata con il nuovo percorso espositivo del tesoro, inaugurato lo scorso maggio, e che adesso la Soprintendenza vuole riprendere nell’area del presbiterio, dove si conserva anche parte del pavimento normanno, realizzato a mosaici con disegni geometrici. Il progetto di restauro è stato ritenuto ammissibile ad un finanziamento di 500mila euro, provenienti dai fondi del Po Fesr 2014-2020, come si legge in un decreto firmato dal dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Sergio Alessandro.

Il Cristo risorto di Antonello Gagini

Sarà un intervento complessivo che riguarderà sia le parti settecentesche che quelle più antiche. “Oltre al lavoro sull’antica pavimentazione, abbiamo incluso il restauro degli affreschi di Mariano Rossi, nella calotta dell’abside centrale, deteriorati dall’umidità – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Lina Bellanca – prevediamo, poi, il recupero della parte basamentale dell’altare del Crocifisso, con le sculture del Gagini parzialmente rovinate anche in questo caso dall’umidità. Vorremmo anche procedere con il restauro artistico delle armadiature presenti nella cappella del tesoro, su cui si erano fatti dei saggi di pulitura e che mettevano in evidenza preesistenze più interessanti rispetto alla tinteggiatura monocromatica che si vede adesso”.

Il pavimento normanno e il candelabro

Proprio il presbiterio, in effetti, custodisce ancora testimonianze dell’antica cattedrale gualteriana, così chiamata dal nome di Gualtiero Offamilio, arcivescovo al tempo di Guglielmo II, a cui si deve l’edificazione di un “nuovo” duomo a partire dal 1170, sui resti di un precedente tempio bizantino e ancora prima di una moschea. Tra gli elementi più antichi, nella parte sinistra dell’abside, vicino al candelabro destinato al cero pasquale, spicca il seggio reale con decorazioni musive del XII secolo. Lì sedettero per primi i sovrani normanni.

Il presbiterio della Cattedrale

Il progetto si affianca a quello più complessivo del restauro dei tetti della Cattedrale, annunciato lo scorso giugno (ve ne abbiamo parlato qui). Un intervento promosso dal Provveditorato delle Opere pubbliche di Sicilia e Calabria, finanziato dal ministero dei Beni Culturali, e redatto da una squadra di professionisti, col contributo dell’Università di Palermo, della Soprintendenza e dell’autorità ecclesiastica. “Noi ci concentreremo sull’area presbiteriale – conclude la soprintendente Bellanca – proprio per evitare di interferire o sovrapporci agli altri interventi che riguardano i tetti, le capriate e le cupolette”.

(Foto dal sito www.cattedrale.palermo.it)

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Una passeggiata in abiti d’epoca a Isola delle Femmine

Sfilate in diverse strade del paese dedicate all’arte del vestire, dal Settecento ai nostri giorni. Si potranno ammirare anche vestiti da sposa dei primi del Novecento

di Redazione

Ci saranno abiti da sposa dei primi del Novecento e altri ispirati allo stile di epoche ancora più antiche. Una passeggiata indietro nel tempo a Isola delle Femmine con abiti e auto di una volta. È l’evento “Promenade à l’île des Femmes. Passeggiata a Isola delle Femmine nell’arte del vestire dal Settecento ai nostri giorni”, in programma domenica 26 gennaio alle 10,30 in piazza Pittsburg.

L’iniziativa, organizzata dall’associazione BcSicilia, si snoderà per le vie principali del paese. Prevede una sfilata di abiti sposa del Novecento, provenienti dalla collezione privata di Agata Sandrone, presidente della sezione BcSicilia di Isola delle Femmine. Insieme sfileranno gli abiti ispirati allo stile del ‘700 e ‘800 della stilista Marisa Orefice e Rosy Rosmarì Purpura, presidente di Carisma moda e Spettacolo. Ci saranno, poi, le creazioni dei designer Mikifrà, Michele Bassetta e Francesco Lombardo, con una rilettura grafica e coloristica siciliana nei tessuti e negli accessori, e infine una mostra di veicoli d’epoca, a cura del Circolo Vernagallo auto e moto d’epoca.

“Una passeggiata domenicale nei luoghi più caratteristici di Isola delle Femmine con dame e cavalieri che indosseranno abiti in stile ‘700 e ‘800, spose in abiti originali del ‘900 e modelle che percorreranno le strade e le piazze principali – fanno sapere da BcSicilia – . Tre defilè per conoscere e soprattutto apprezzare e difendere il nostro patrimonio artistico e culturale anche sotto l’aspetto stilistico della moda dal passato. Palcoscenici principali saranno il mercato del pesce, il mercato del contadino, piazza Pittsburgh e la via Cristoforo Colombo dove si terrà la mostra delle auto d’epoca”.

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Al via il restauro dei bozzetti e gessi di Antonio Ugo

L’iniziativa rientra tra le attività promosse per celebrare i 150 anni dalla nascita dello scultore palermitano

di Redazione

Visse, sognò, lavoro e progettò nella sua Palermo: in cui era nato nel 1870 e in cui nel 1950 si spense. Questo intenso rapporto con la città – di cui l’emblema è anche la collaborazione con Ernesto Basile – non ha però impedito ad Antonio Ugo, scultore e accademico di grande pregio, di ricevere apprezzamenti e riconoscimenti anche in ambito nazionale. Dall’Accademia di Brera, che lo fece socio onorario, alla Biennale di Venezia, di cui fu più volte giudice.

Scultura raffigurante Giacomo Serpotta (foto Sicilarch, da Wikipedia)

Tra le attività promosse per celebrare i 150 anni dalla nascita di Antonio Ugo, che culmineranno in una grande mostra prevista nel prossimo mese di ottobre, la Fondazione Sicilia, in collaborazione con la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo e con i discendenti dell’artista, organizza a Palazzo Branciforte la presentazione del progetto “Antonio Ugo. Scultore (1870-1950)”, in programma mercoledì 22 gennaio alle 18. In questa occasione verranno presentati alcuni bozzetti e modelli in gesso, di proprietà dei discendenti dell’artista, che testimoniano un’importante quanto rara fase progettuale della realizzazione di alcune delle opere presenti nella collezione della Fondazione Sicilia, e che saranno restaurati nel corso dei prossimi mesi a Palazzo Branciforte.

Busto di Giuseppe Verdi

Alla presentazione dei lavori parteciperanno la soprintendente di Palermo, Lina Bellanca, e il presidente della Fondazione Sicilia, Raffaele Bonsignore. Saranno presenti anche i discendenti di Antonio Ugo. “La Fondazione Sicilia – afferma Raffaele Bonsignore – con lo spirito di promuovere e valorizzare il patrimonio artistico siciliano, in occasione del 150esimo anniversario della nascita di Antonio Ugo, ha deciso di restaurare i modelli in gesso di alcune delle opere presenti nella collezione di bronzi esposta a Palazzo Branciforte. Il restauro sarà realizzato a cantiere aperto, a Palazzo Branciforte”. Il progetto di restauro sarà coordinato dalla competente unità operativa della Soprintendenza di Palermo, nelle persone di Carolina Griffo, Maria Reginella e Mauro Sebastianelli.

Nella sua lunga attività, Antonio Ugo espresse un linguaggio inizialmente aderente al simbolismo allegorico, poi dal sapore preraffaellita, giunse all’Art Nouveau con qualche accento di verismo meridionale che culminò nel periodo più tardo, a partire dagli anni venti, ad una progressiva semplificazione delle masse plastiche e l’accostamento al Novecento, con un monumentalismo accademico.

(Nella foto in alto il modello in gesso della Vittoria Alata)

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I lingotti nei fondali di Gela tra mito e scienza

Un incontro all’Arsenale borbonico di Palermo ha fatto luce sui preziosi blocchi di oricalco rinvenuti in fondo al mare, esposti insieme a due elmi corinzi

di Guido Fiorito

L’hanno chiamato l’oro di Atlantide ed è stato trovato in lingotti nel mare di Gela. Quasi novanta pezzi di oricalco strappati all’oblio dei fondali dai subacquei, con la Soprintendenza del Mare. Uno dei successi mondiali del metodo Sebastiano Tusa, l’archeologo che sapeva unire e guidare le forze umane disponibili per ritrovare in mare gli oggetti preziosi della Sicilia antica. E poi studiarle e valorizzarle. Il collegamento con Atlantide è dato dal fatto che Platone, nel dialogo Crizia, dice che in questa isola mitica il tempio di Poseidone aveva una cerchia di mura di oricalco. Un luogo ideale, di cui non è certa neanche l’esistenza, ma che accende la fantasia: c’è un atlantide-mania con collocamenti geografici disparati, dall’Antartide al Giappone fino alle Bahamas.

L’Arsenale della Marina Regia

“L’importanza dei lingotti – spiega Valeria Li Vigni, soprintendente del Mare – è data dal fatto che si tratta di un ritrovamento unico, pochissimi gli oggetti di oricalco antico esistenti nei musei”. L’oricalco non è altro che una lega di rame e di zinco, ovvero una specie di ottone, che in antichità esisteva ma in quantità limitate, tanto da essere prezioso. Fu usato dai romani per coniare sesterzi. Da qui un incontro all’Arsenale della Marina Regia di Palermo, con l’Associazione italiana di Archeometria, dedicato ai lingotti, con la partecipazione degli studenti delle scuole gelesi, e l’illustrazione di tutti gli esperimenti scientifici ai quali sono stati sottoposti, con interventi di Eugenio Caponetti, Maria Luisa Saladino, Mario Berrettoni e Francesco Armetta. Incaricati da Tusa di verificare che non si trattasse di falsi.

I lingotti esposti all’Arsenale

L’ipotesi di partenza è che risalgano al VI secolo avanti Cristo, epoca dei relitti delle navi e di altri reperti ritrovati nei fondali gelesi. Test sono stati fatti nell’università di Palermo e di Bologna, nell’Istituto nazionale di geofisica e in Inghilterra. Le indagini non invasive, con uno spettrometro portatile a raggi X, hanno trovato una quantità di zinco, inferiore al 27 per cento, compatibile con lavorazioni antiche. Per realizzare i lingotti sono stati utilizzati tre minerali: sphalerite e smithsonite (zinco) e malachite (rame), sottoposti ad un processo di fusione oltre i mille gradi, in stampi diversi tra loro con un raffreddamento a tempi lenti. Sono stati fatti micro prelievi e sottoposti a indagini chimiche statistiche, capaci di riscontrare sostanze presenti in un milionesimo di parti.

Lingotti di oricalco

La conclusione è che il gruppo dei primi 39 lingotti trovati nel dicembre 2014 è simile per composizione a quello di 47 recuperato nel febbraio 2017. Sono divisibili in cinque-sei sottogruppi che potrebbero indicare manifatture in luoghi diversi. Stesso risultato al Rutheford Appleton Laboratory e poi nelle indagini con neutroni a Palermo. Sono state fatte ricerche sulle tracce di isotopi di piombo che fanno escludere la provenienza dei metalli da miniere anatoliche e sono compatibili con quelle sarde, dove erano disponibili i tre minerali usati. “Nei lingotti di piombo vi sono dei marchi, in questi non ne abbiamo trovati. Possiamo concludere – dice Caponetti – che i test sono compatibili con la datazione proposta a 2600 anni fa anche se non possiamo affermarlo con certezza”. L’affascinante mistero rimane.

Uno degli elmi corinzi

“Questo è solo l’inizio”, dice il sub protagonista della scoperta, Francesco Cassarino, che conosce i fondali di Gela e, soprattutto, come operano le correnti che scavano il fondo scoprendo tesori come i due elmi corinzi ritrovati mentre rotolavano sulla sabbia. Nello stesso fondale, sono stati identificati i relitti di due navi, uno riportato in superficie e l’altro protetto da una rete in attesa di trovare i finanziamenti per il recupero. Ma vi sono indizi dell’esistenza di almeno un terzo relitto. Parte dei resti della prima nave saranno esposti dal 15 febbraio a Forlì, ai Musei San Domenico, nella mostra “Ulisse. L’arte e il mito”.

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