In Sicilia la Divina Commedia secondo Dalì

È tra le 10 collezioni al mondo più complete: una rivisitazione surreale del poema, con un percorso multisensoriale, in mostra a Palazzo Moncada, a Caltanissetta, grazie alla passione di un collezionista

di Antonella Lombardi

La passione di un collezionista ha portato Salvador Dalì in Sicilia, con una raccolta preziosa che è tra le poche complete al mondo. A Palazzo Moncada, a Caltanissetta, sono esposte 110 xilografie a colori per l’esposizione intitolata “Viaggio surreale nella Divina Commedia”, con un percorso multisensoriale. Patrocinata dal Comune e dalla Camera di commercio nisseni, la mostra è stata organizzata dall’associazione “Creative Spaces”, presieduta dall’architetto Eros Di Prima che ha curato l’allestimento delle opere: “Colori, suoni e profumi guidano il visitatore dagli abissi dell’Inferno allo splendore del Paradiso – spiega Eros – Dalì, infatti, rispetto ad altri suoi predecessori che si sono cimentati nell’illustrazione del poema dantesco, abbandona il metodo realistico.

Sono xilografie realizzate tra il 1951 e il 1960 che superano il dettaglio e dove si ritrovano le caratteristiche del suo stile surreale: le figure molli, la dissoluzione delle forme, la crudezza e il macabro, le sagome allungate all’inverosimile, apparentemente estranee, troviamo persino i cassetti. Il tutto in un’alternanza di definizione e fluidità che si adatta alla lezione dantesca, con le scene estremamente definite dell’Inferno e quelle rarefatte e impossibili da descrivere del Paradiso”.

Una raccolta privata di grande pregio, nata dall’amore di un collezionista nisseno, come racconta il curatore: “Si chiama Angelo Tramontana, vive da anni a Milano ma ha scelto di condividere questa collezione con la sua comunità di origine – spiega Di Prima – Dopo essere stato folgorato dalla bellezza delle opere di Dalì, Angelo ha deciso di approfondire la conoscenza di questa serie legata alla Divina Commedia e ha individuato una galleria di Parigi con la quale ha avviato una trattativa per acquistare l’opera completa. Ne esistono solo 10 al mondo, e la sua è tra queste”.
“L’obiettivo del progetto è rendere gli spazi espositivi fruiti da fasce trasversali di visitatori, per questo abbiamo previsto una serie di attività collaterali, come le degustazioni di the in tema con la Divina commedia, gli aperitalk, con incontri legati all’arte curati da relatori esperti, laboratori per bambini, interattivi e di danza – teatro con coreografie dedicate a Dalì”.

Un’ottica di condivisione sposata dall’associazione culturale Creative Spaces fondata due anni fa: “La nostra idea di cultura è una forma di attività sul territorio partecipata in grado di creare benefici reali – specifica Eros – per questo ci siamo occupati volentieri de Le Vie dei Tesori a Caltanissetta, coinvolgendo privati, scuole e giovani, nello spirito del Festival. La cultura e l’arte possono generare mobilità, sviluppo, creatività e abbiamo tanti progetti in cantiere. L’obiettivo è andare oltre l’evento temporaneo per ripensare le città e immaginare il futuro insieme”.


La mostra delle xilografie di Dalì nelle tre sale della Galleria civica di Palazzo Moncada sarà aperta fino al 24 febbraio, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20, da martedi a domenica.

Inoltre, grazie a un accordo con Trenitalia, i viaggiatori che arrivano in treno a Caltanissetta centrale possono avere uno sconto all’ingresso esibendo il biglietto ferroviario al botteghino. Per ulteriori informazioni e prenotazioni, è possibile contattare l’associazione a questi recapiti: creativespaces@libero.it o ai numeri 3299497756 – 3388574784 – 3275396202.

È tra le 10 collezioni al mondo più complete: una rivisitazione surreale del poema, con un percorso multisensoriale, in mostra a Palazzo Moncada, a Caltanissetta, grazie alla passione di un collezionista

di Antonella Lombardi

La passione di un collezionista ha portato Salvador Dalì in Sicilia, con una raccolta preziosa che è tra le poche complete al mondo. A Palazzo Moncada, a Caltanissetta, sono esposte 110 xilografie a colori per l’esposizione intitolata “Viaggio surreale nella Divina Commedia”, con un percorso multisensoriale. Patrocinata dal Comune e dalla Camera di commercio nisseni, la mostra è stata organizzata dall’associazione “Creative Spaces”, presieduta dall’architetto Eros Di Prima che ha curato l’allestimento delle opere: “Colori, suoni e profumi guidano il visitatore dagli abissi dell’Inferno allo splendore del Paradiso – spiega Eros – Dalì, infatti, rispetto ad altri suoi predecessori che si sono cimentati nell’illustrazione del poema dantesco, abbandona il metodo realistico.

Sono xilografie realizzate tra il 1951 e il 1960 che superano il dettaglio e dove si ritrovano le caratteristiche del suo stile surreale: le figure molli, la dissoluzione delle forme, la crudezza e il macabro, le sagome allungate all’inverosimile, apparentemente estranee, troviamo persino i cassetti. Il tutto in un’alternanza di definizione e fluidità che si adatta alla lezione dantesca, con le scene estremamente definite dell’Inferno e quelle rarefatte e impossibili da descrivere del Paradiso”.

Una raccolta privata di grande pregio, nata dall’amore di un collezionista nisseno, come racconta il curatore: “Si chiama Angelo Tramontana, vive da anni a Milano ma ha scelto di condividere questa collezione con la sua comunità di origine – spiega Di Prima – Dopo essere stato folgorato dalla bellezza delle opere di Dalì, Angelo ha deciso di approfondire la conoscenza di questa serie legata alla Divina Commedia e ha individuato una galleria di Parigi con la quale ha avviato una trattativa per acquistare l’opera completa. Ne esistono solo 10 al mondo, e la sua è tra queste”.
“L’obiettivo del progetto è rendere gli spazi espositivi fruiti da fasce trasversali di visitatori, per questo abbiamo previsto una serie di attività collaterali, come le degustazioni di the in tema con la Divina commedia, gli aperitalk, con incontri legati all’arte curati da relatori esperti, laboratori per bambini, interattivi e di danza – teatro con coreografie dedicate a Dalì”.

Un’ottica di condivisione sposata dall’associazione culturale Creative Spaces fondata due anni fa: “La nostra idea di cultura è una forma di attività sul territorio partecipata in grado di creare benefici reali – specifica Eros – per questo ci siamo occupati volentieri de Le Vie dei Tesori a Caltanissetta, coinvolgendo privati, scuole e giovani, nello spirito del Festival. La cultura e l’arte possono generare mobilità, sviluppo, creatività e abbiamo tanti progetti in cantiere. L’obiettivo è andare oltre l’evento temporaneo per ripensare le città e immaginare il futuro insieme”.


La mostra delle xilografie di Dalì nelle tre sale della Galleria civica di Palazzo Moncada sarà aperta fino al 24 febbraio, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20, da martedi a domenica.

Inoltre, grazie a un accordo con Trenitalia, i viaggiatori che arrivano in treno a Caltanissetta centrale possono avere uno sconto all’ingresso esibendo il biglietto ferroviario al botteghino. Per ulteriori informazioni e prenotazioni, è possibile contattare l’associazione a questi recapiti: creativespaces@libero.it o ai numeri 3299497756 – 3388574784 – 3275396202.

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Il Maxxi a Palermo, spunta l’idea di una sede stabile

C’è un dialogo tra l’amministrazione comunale e il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma. Il mecenate Roberto Bilotti è disposto a concedere gratuitamente le sale di Palazzo Costantino, che si affaccia sui Quattro Canti

di Giulio Giallombardo

L’anno d’oro di Palermo Capitale italiana della cultura e Manifesta potrebbe non finire il 31 dicembre. Se i frutti seminati nel 2018 sbocceranno nei prossimi mesi è ancora presto per dirlo, ma il fermento di una città che sta cambiando pelle è sotto gli occhi di tutti. Tante sono le attenzioni sulla nuova Palermo, tra cui anche quelle del Maxxi di Roma, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, intenzionato a portare in città alcune mostre allestite nella Capitale.

Giovanna Melandri e Roberto Bilotti a Palazzo Oneto

Ma c’è di più. Si è profilata all’orizzonte l’ipotesi di aprire una sede del Maxxi a Palermo, sulla scia di ciò che sta avvenendo a L’Aquila, dove una succursale del museo sarà inaugurata la prossima primavera. Tesi questa non del tutto smentita dal presidente della fondazione Maxxi, Giovanna Melandri, che però ha lasciato trapelare ben poco: “Non è una scelta del Maxxi, potrebbe essere un’ipotesi di lavoro qualora ci fosse una volontà da parte delle istituzioni locali”, ha detto Melandri a Le Vie dei Tesori News. “Quello che posso dire è che adesso stiamo provando a lavorare per portare alcune delle nostre mostre a Palermo, a cominciare da quella su Zerocalcare – ha aggiunto il presidente del Maxxi – c’è una conversazione in corso con l’amministrazione, ma per la sede siamo in attesa di un’indicazione da parte del Comune”.

L’ex ministro è stata a Palermo la scorsa estate, in occasione di Manifesta, e ha avuto modo di visitare alcuni tesori della città, tra cui Palazzo Oneto di Sperlinga (ve ne abbiamo parlato qui) e Palazzo Costantino, che si affaccia su uno dei Quattro Canti, entrambi di proprietà del mecenate Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona. Tornato ad aprire le porte per la biennale d’arte, il barocco Palazzo Costantino, acquistato da Bilotti nel 2000, ha una lunga storia alle spalle, fatta di abbandono e degrado, ed è tuttora chiuso al pubblico. Il proprietario, che nel frattempo ha realizzato interventi strutturali per evitare crolli, è disposto a concedere gratuitamente al Maxxi le sale del palazzo per 99 anni. Ma l’edificio, nello stato in cui si trova, difficilmente potrebbe ospitare una eventuale sede espositiva, senza un adeguato intervento di recupero.

Ma il legame tra Palermo e il Maxxi non nasce adesso. Già l’anno scorso, il museo romano ha ospitato la grande antologica dedicata a Letizia Battaglia, con oltre 200 scatti in mostra, mentre un paio di mesi fa è stato presentato il volume “Palermo Atlas, 2018”, uno studio, commissionato da Manifesta 12 e condotto dall’Office for Metropolitan Architecture, dedicato alla biennale d’arte da poco conclusa.

Cortile di Palazzo Costantino

Se questa collaborazione porterà alla nascita di una succursale del Maxxi a Palermo, è ancora prematuro per dirlo, ma indubbiamente qualcosa sembra muoversi, come trapela dall’amministrazione comunale. “Stiamo studiando possibili iniziative in vista di future biennali – ha detto a Le Vie dei Tesori News, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando – e credo che il Maxxi stia cominciando a pensare a possibili presenze più stabili a Palermo. È un’ipotesi di lavoro che trova disponibile il Comune a fornire tutta la collaborazione possibile, compresa l’eventuale indicazione concordata di uno spazio. Quello che, però, non vogliamo – conclude il sindaco – è dare uno spazio senza una progettualità”. Dunque, il dialogo è aperto, ma i passi concreti sono ancora da percorrere.

C’è un dialogo tra l’amministrazione comunale e il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma. Il mecenate Roberto Bilotti è disposto a concedere gratuitamente le sale di Palazzo Costantino, che si affaccia sui Quattro Canti

di Giulio Giallombardo

L’anno d’oro di Palermo Capitale italiana della Cultura e Manifesta potrebbe non finire il 31 dicembre. Se i frutti seminati nel 2018 sbocceranno nei prossimi mesi è ancora presto per dirlo, ma il fermento di una città che sta cambiando pelle è sotto gli occhi di tutti. Tante sono le attenzioni sulla nuova Palermo, tra cui anche quelle del Maxxi di Roma, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, intenzionato a portare in città alcune mostre allestite nella Capitale.

Giovanna Melandri e Roberto Bilotti

Ma c’è di più. Si è profilata all’orizzonte l’ipotesi di aprire una sede del Maxxi a Palermo, sulla scia di ciò che sta avvenendo a L’Aquila, dove una succursale del museo sarà inaugurata la prossima primavera. Tesi questa non del tutto smentita dal presidente della fondazione Maxxi, Giovanna Melandri, che però ha lasciato trapelare ben poco: “Non è una scelta del Maxxi, potrebbe essere un’ipotesi di lavoro qualora ci fosse una volontà da parte delle istituzioni locali”, ha detto Melandri a Le Vie dei Tesori News. “Quello che posso dire è che adesso stiamo provando a lavorare per portare alcune delle nostre mostre a Palermo, a cominciare da quella su Zerocalcare – ha aggiunto il presidente del Maxxi – c’è una conversazione in corso con l’amministrazione, ma per la sede siamo in attesa di un’indicazione da parte del Comune”.

L’ex ministro è stata a Palermo la scorsa estate, in occasione di Manifesta, e ha avuto modo di visitare alcuni tesori della città, tra cui Palazzo Oneto di Sperlinga (ve ne abbiamo parlato qui) e Palazzo Costantino, che si affaccia su uno dei Quattro Canti, entrambi di proprietà del mecenate Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona. Tornato ad aprire le porte per la biennale d’arte, il barocco Palazzo Costantino, acquistato da Bilotti nel 2000, ha una lunga storia alle spalle, fatta di abbandono e degrado, ed è tuttora chiuso al pubblico. Il proprietario, che nel frattempo ha realizzato interventi strutturali per evitare crolli, è disposto a concedere gratuitamente al Maxxi le sale del palazzo per 99 anni. Ma l’edificio, nello stato in cui si trova, difficilmente potrebbe ospitare una eventuale sede espositiva, senza un adeguato intervento di recupero.

Ma il legame tra Palermo e il Maxxi non nasce adesso. Già l’anno scorso, il museo romano ha ospitato la grande antologica dedicata a Letizia Battaglia, con oltre 200 scatti in mostra, mentre un paio di mesi fa è stato presentato il volume “Palermo Atlas, 2018”, uno studio, commissionato da Manifesta 12 e condotto dall’Office for Metropolitan Architecture, dedicato alla biennale d’arte da poco conclusa.

Cortile di Palazzo Costantino

Se questa collaborazione porterà alla nascita di una succursale del Maxxi a Palermo, è ancora prematuro per dirlo, ma indubbiamente qualcosa sembra muoversi, come trapela dall’amministrazione comunale. “Stiamo studiando possibili iniziative in vista di future biennali – ha detto a Le Vie dei Tesori News, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando – e credo che il Maxxi stia cominciando a pensare a possibili presenze più stabili a Palermo. È un’ipotesi di lavoro che trova disponibile il Comune a fornire tutta la collaborazione possibile, compresa l’eventuale indicazione concordata di uno spazio. Quello che, però, non vogliamo – conclude il sindaco – è dare uno spazio senza una progettualità”. Dunque, il dialogo è aperto, ma i passi concreti sono ancora da percorrere.

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Antonello da Messina torna in Sicilia, capolavori in mostra a Palermo

Sono tantissime, quasi la metà della sua produzione, le opere del pittore rinascimentale, provenienti da diverse sedi museali, che si potranno ammirare fino al 10 febbraio, nelle sale della Galleria regionale di Palazzo Abatellis

di Giulio Giallombardo

Una nuova luce illumina l’arte di Antonello da Messina. Visti uno accanto all’altro, i suoi capolavori sembrano tessere un dialogo a tratti segreto, in altri casi più aperto, che sintetizza la vita di uno dei più enigmatici artisti del Rinascimento. Sono tantissime, quasi la metà della sua produzione, le opere di Antonello, provenienti da diverse sedi museali, che si potranno ammirare da domani al 10 febbraio prossimo, nelle sale della Galleria regionale di Palazzo Abatellis, a Palermo.

La mostra presentata questa mattina ed inserita tra gli eventi di punta di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, è curata da Giovanni Carlo Federico Villa, che ha già lavorato alla celebre mostra-evento del 2006 alle Scuderie del Quirinale. L’allestimento è sviluppato cronologicamente, mettendo in risalto la centralità della Sicilia nel Mediterraneo e riunendo per la prima volta alcuni dei maggiori capolavori dell’artista messinese. A partire dall’Annunciata, che fa da padrona di casa, insieme alle cuspidi del polittico che raffigurano San Gregorio, Sant’Agostino e San Girolamo, la mostra svela, opera per opera, l’arte di Antonello, collocandola nel contesto culturale e sociale del Mediterraneo, anche grazie ad un’audioguida con cui il curatore accompagna i visitatori alla scoperta dei segreti stilistici del pittore messinese.

Il Polittico di San Gregorio

Così, dagli Uffizi di Firenze è arrivato il trittico con la Madonna con Bambino, il San Giovanni evangelista acquistati dall’allora ministro dei Beni Culturali Antonio Paolucci nel 1996 e il San Benedetto che la Regione Lombardia ha acquistato tramite Finarte nel 1995, oggi in deposito nel museo fiorentino. Dalla Pinacoteca Malaspina di Pavia, fa bella mostra di sé il “ritratto di giovane gentiluomo” (a lungo considerato il suo vero volto) trafugato dal museo nella notte fra il 10 e l’11 maggio 1970 e recuperato sette anni dopo dal Nucleo di Tutela Patrimonio culturale dei carabinieri. C’è poi un altro famoso ritratto, quello dell'”ignoto marinaio” custodito al Mandralisca di Cefalù e, ancora, dal museo nazionale di Sibiu, in Romania, la Crocifissione.

Capitolo a parte spetta alle opere arrivate, tra le polemiche, dall’altro capo della Sicilia. A partire dall’Annunciazione, custodita nella Galleria regionale di Palazzo Bellomo, a Siracusa, che fino a ieri sembrava non dovesse far parte della mostra, per arrivare al Polittico di San Gregorio del Museo regionale di Messina. Le istituzioni si sono opposte vigorosamente al prestito delle opere di Antonello, sia per il “vuoto” lasciato nei loro musei durante le festività, sia per timore che il trasporto potesse danneggiarle, data la loro fragilità. Ma alla fine, le opere sono arrivate sane e salve a Palazzo Abatellis, dove sono ancora attesi due piccoli quadri, il San Girolamo Penitente e la Visita dei tre angeli ad Abramo, in arrivo la prossima settimana dal Museo Civico di Reggio Calabria.

Da sinistra, Evelina De Castro, Eike Schmidt, Vittorio Sgarbi, Sebastiano Tusa, Giovanni Carlo Federico Villa e Leoluca Orlando

Questa mattina all’inaugurazione della mostra, organizzata dall’assessorato e dal dipartimento regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, e da MondoMostre, con il Comune di Palermo, sono stati presenti, tra gli altri, l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa, il sindaco Leoluca Orlando, il direttore del Museo Abatellis, Evelina De Castro e quello delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt. Il curatore Giovanni Carlo Federico Villa ha condotto la visita alla mostra, alla quale era presente anche il critico d’arte Vittorio Sgarbi.

“L’eccezionalità delle opere inserite nel percorso museale della Galleria, – ha commentato l’assessore Tusa, che nel corso della conferenza stampa si è detto dispiaciuto per le polemiche – si unisce a quella dei prestiti concessi per l’occasione, per offrire una rilettura di Antonello da Messina attraverso l’analisi dei rapporti, delle similitudini e delle differenze con le opere dei maestri che certo dovettero avere un peso fondamentale nella sua formazione, estesa dalla cultura mediterranea alla figuratività italiana e nordica”.

Un momento della conferenza stampa

La mostra, invece, è “un inno alla bellezza e alla leggerezza”, secondo il sindaco Orlando. L’evento che farà da ponte tra il 2018 e il 2019, chiudendo l’anno di Palermo Capitale italiana della cultura, inaugura – afferma il sindaco – “la prospettiva di una nuova stagione per la cultura della città. Raccontare questa fondamentale esperienza artistica del nostro passato, in una terra che vide nascere le prime forme di umanesimo, è anche un modo per comprendere il nostro presente e per rispondere alle esigenze di una cul tura unitaria per l’Europa ed il nostro patrimonio comune”.

 

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 9 alle 19, chiusa il lunedì, il 25 dicembre e l’1 gennaio. Il costo dei biglietti va dagli 11 ai 13 euro. Informazioni e prenotazioni allo 0292897755.

Sono tantissime, quasi la metà della sua produzione, le opere del pittore rinascimentale, provenienti da diverse sedi museali, che si potranno ammirare fino al 10 febbraio, nelle sale della Galleria regionale di Palazzo Abatellis

di Giulio Giallombardo

Una nuova luce illumina l’arte di Antonello da Messina. Visti uno accanto all’altro, i suoi capolavori sembrano tessere un dialogo a tratti segreto, in altri casi più aperto, che sintetizza la vita di uno dei più enigmatici artisti del Rinascimento. Sono tantissime, quasi la metà della sua produzione, le opere di Antonello, provenienti da diverse sedi museali, che si potranno ammirare da domani al 10 febbraio prossimo, nelle sale della Galleria regionale di Palazzo Abatellis, a Palermo.

La mostra presentata questa mattina ed inserita tra gli eventi di punta di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, è curata da Giovanni Carlo Federico Villa, che ha già lavorato alla celebre mostra-evento del 2006 alle Scuderie del Quirinale. L’allestimento è sviluppato cronologicamente, mettendo in risalto la centralità della Sicilia nel Mediterraneo e riunendo per la prima volta alcuni dei maggiori capolavori dell’artista messinese. A partire dall’Annunciata, che fa da padrona di casa, insieme alle cuspidi del polittico che raffigurano San Gregorio, Sant’Agostino e San Girolamo, la mostra svela, opera per opera, l’arte di Antonello, collocandola nel contesto culturale e sociale del Mediterraneo, anche grazie ad un’audioguida con cui il curatore accompagna i visitatori alla scoperta dei segreti stilistici del pittore messinese.

Il Polittico di San Gregorio

Così, dagli Uffizi di Firenze è arrivato il trittico con la Madonna con Bambino, il San Giovanni evangelista acquistati dall’allora ministro dei Beni Culturali Antonio Paolucci nel 1996 e il San Benedetto che la Regione Lombardia ha acquistato tramite Finarte nel 1995, oggi in deposito nel museo fiorentino. Dalla Pinacoteca Malaspina di Pavia, fa bella mostra di sé il “ritratto di giovane gentiluomo” (a lungo considerato il suo vero volto) trafugato dal museo nella notte fra il 10 e l’11 maggio 1970 e recuperato sette anni dopo dal Nucleo di Tutela Patrimonio culturale dei carabinieri. C’è poi un altro famoso ritratto, quello dell'”ignoto marinaio” custodito al Mandralisca di Cefalù e, ancora, dal museo nazionale di Sibiu, in Romania, la Crocifissione.

Capitolo a parte spetta alle opere arrivate, tra le polemiche, dall’altro capo della Sicilia. A partire dall’Annunciazione, custodita nella Galleria regionale di Palazzo Bellomo, a Siracusa, che fino a ieri sembrava non dovesse far parte della mostra, per arrivare al Polittico di San Gregorio del Museo regionale di Messina. Le istituzioni si sono opposte vigorosamente al prestito delle opere di Antonello, sia per il “vuoto” lasciato nei loro musei durante le festività, sia per timore che il trasporto potesse danneggiarle, data la loro fragilità. Ma alla fine, le opere sono arrivate sane e salve a Palazzo Abatellis, dove sono ancora attesi due piccoli quadri, il San Girolamo Penitente e la Visita dei tre angeli ad Abramo, in arrivo la prossima settimana dal Museo Civico di Reggio Calabria.

Da sinistra, Evelina De Castro, Eike Schmidt, Vittorio Sgarbi, Sebastiano Tusa, Giovanni Carlo Federico Villa e Leoluca Orlando

Questa mattina all’inaugurazione della mostra, organizzata dall’assessorato e dal dipartimento regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, e da MondoMostre, con il Comune di Palermo, sono stati presenti, tra gli altri, l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa, il sindaco Leoluca Orlando, il direttore del Museo Abatellis, Evelina De Castro e quello delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt. Il curatore Giovanni Carlo Federico Villa ha condotto la visita alla mostra, alla quale era presente anche il critico d’arte Vittorio Sgarbi.

“L’eccezionalità delle opere inserite nel percorso museale della Galleria, – ha commentato l’assessore Tusa, che nel corso della conferenza stampa si è detto dispiaciuto per le polemiche – si unisce a quella dei prestiti concessi per l’occasione, per offrire una rilettura di Antonello da Messina attraverso l’analisi dei rapporti, delle similitudini e delle differenze con le opere dei maestri che certo dovettero avere un peso fondamentale nella sua formazione, estesa dalla cultura mediterranea alla figuratività italiana e nordica”.

Un momento della conferenza stampa

La mostra, invece, è “un inno alla bellezza e alla leggerezza”, secondo il sindaco Orlando. L’evento che farà da ponte tra il 2018 e il 2019, chiudendo l’anno di Palermo Capitale italiana della cultura, inaugura – afferma il sindaco – “la prospettiva di una nuova stagione per la cultura della città. Raccontare questa fondamentale esperienza artistica del nostro passato, in una terra che vide nascere le prime forme di umanesimo, è anche un modo per comprendere il nostro presente e per rispondere alle esigenze di una cul tura unitaria per l’Europa ed il nostro patrimonio comune”.

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 9 alle 19, chiusa il lunedì, il 25 dicembre e l’1 gennaio. Il costo dei biglietti va dagli 11 ai 13 euro. Informazioni e prenotazioni allo 0292897755.

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La Grande Guerra in musica, quei canti che vengono da lontano

Gli antichi spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino, sono tornati alla luce grazie ad un ex giornalista milanese, che li custodisce in un borgo delle Madonie

di Giulio Giallombardo

Si cantavano nelle trincee o durante le marce di spostamento, per superare o almeno lenire i dolori di battaglie lunghe e massacranti. Adesso alcuni dei più rari frammenti di musica della Grande Guerra sono tornati alla luce grazie a Diego Landi, ex giornalista milanese e adesso chef, che ha deciso di reiventarsi una nuova vita a Borgo Cipampini, una piccola frazione di Petralia Soprana (ve ne abbiamo parlato qui).

Uno degli spartiti del fondo Landi-Mondio

È lì che vengono custoditi gli spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino. È una storia che parte da lontano, quando Gustavo Mondio, fratello della nonna di Landi, appassionato mandolinista, iniziò a raccogliere migliaia di spartiti di canzoni napoletane. Diventato ufficiale dell’Aeronautica militare, Mondio fece una brillante carriera da Messina a Roma allo Stato Maggiore, ma nel frattempo continuava a coltivare la passione per la musica.

Una considerevole parte di canzoni dell’archivio sono state composte a cavallo della Prima guerra mondiale ed avevano il mandolino come strumento protagonista perché era il più facile da portare al fronte. Diversi autori famosi si impegnarono nel repertorio bellico, uno fra tutti Giovanni Ermete Gaeta (noto con lo pseudonimo di E. A. Mario), che compose canti di successo come la celebre Canzone del Piave.

Gli oltre 1600 spartiti del fondo Landi-Mondio si trovano nella Locanda di Cadì, a due passi da Petralia Soprana, dove da sette anni, Landi gestisce una struttura ricettiva insieme alla moglie Patrizia Maniscalco. Adesso, alcuni canti si potranno ascoltare in occasione del concerto “Musica e Grande Guerra”, che si terrà domenica 16 dicembre, alle 17, nel Circolo Unificato (ex Circolo degli ufficiali), organizzato da Consuelo Giglio, Diego Landi e Patrizia Maniscalco. Si esibiranno il soprano Maria Luisa Fiorenza, il mezzosoprano Lina Lo Coco, con Maurizio Maiorana alla voce e chitarre; Piero Marchese e Riccardo Lo Coco al mandolino; Domenico Pecoraro alla chitarra e Cristina Ciulla al pianoforte.

“Amore e patria” (fondo Landi-Mondio)

“L’idea di utilizzare parte del fondo è nata da conversazioni con musicologa Consuelo Giglio – spiega Diego Landi a Le Vie dei Tesori News – abbiamo già organizzato un convegno al Conservatorio di Avellino e qui, nel mio piccolo regno di Cipampini, una giornata di musica e canti. Posseggo migliaia di altri documenti, musicali e non, e nella mia struttura organizzo periodicamente mostre ed eventi. In questo momento, accanto alla mostra degli originali delle canzonette, stiamo esponendo una rarissima raccolta di vignette di disegnatori francesi che hanno scritto una straordinaria cronaca della Grande Guerra, attraverso disegni i cui originali sono in mio possesso”.

Gli antichi spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino, sono tornati alla luce grazie ad un ex giornalista milanese, che li custodisce in un borgo delle Madonie

di Giulio Giallombardo

Si cantavano nelle trincee o durante le marce di spostamento, per superare o almeno lenire i dolori di battaglie lunghe e massacranti. Adesso alcuni dei più rari frammenti di musica della Grande Guerra sono tornati alla luce grazie a Diego Landi, ex giornalista milanese e adesso chef, che ha deciso di reiventarsi una nuova vita a Borgo Cipampini, una piccola frazione di Petralia Soprana (ve ne abbiamo parlato qui).

Uno degli spartiti del fondo Landi-Mondio

È lì che vengono custoditi gli spartiti del fondo Landi-Mondio, gli unici esistenti al mondo per voce e mandolino. È una storia che parte da lontano, quando Gustavo Mondio, fratello della nonna di Landi, appassionato mandolinista, iniziò a raccogliere migliaia di spartiti di canzoni napoletane. Diventato ufficiale dell’Aeronautica militare, Mondio fece una brillante carriera da Messina a Roma allo Stato Maggiore, ma nel frattempo continuava a coltivare la passione per la musica.

Una considerevole parte di canzoni dell’archivio sono state composte a cavallo della Prima guerra mondiale ed avevano il mandolino come strumento protagonista perché era il più facile da portare al fronte. Diversi autori famosi si impegnarono nel repertorio bellico, uno fra tutti Giovanni Ermete Gaeta (noto con lo pseudonimo di E. A. Mario), che compose canti di successo come la celebre Canzone del Piave.

Gli oltre 1600 spartiti del fondo Landi-Mondio si trovano nella Locanda di Cadì, a due passi da Petralia Soprana, dove da sette anni, Landi gestisce una struttura ricettiva insieme alla moglie Patrizia Maniscalco. Adesso, alcuni canti si potranno ascoltare in occasione del concerto “Musica e Grande Guerra”, che si terrà domenica 16 dicembre, alle 17, nel Circolo Unificato (ex Circolo degli ufficiali), organizzato da Consuelo Giglio, Diego Landi e Patrizia Maniscalco. Si esibiranno il soprano Maria Luisa Fiorenza, il mezzosoprano Lina Lo Coco, con Maurizio Maiorana alla voce e chitarre; Piero Marchese e Riccardo Lo Coco al mandolino; Domenico Pecoraro alla chitarra e Cristina Ciulla al pianoforte.

“Amore e patria” (fondo Landi-Mondio)

“L’idea di utilizzare parte del fondo è nata da conversazioni con musicologa Consuelo Giglio – spiega Diego Landi a Le Vie dei Tesori News – abbiamo già organizzato un convegno al Conservatorio di Avellino e qui, nel mio piccolo regno di Cipampini, una giornata di musica e canti. Posseggo migliaia di altri documenti, musicali e non, e nella mia struttura organizzo periodicamente mostre ed eventi. In questo momento, accanto alla mostra degli originali delle canzonette, stiamo esponendo una rarissima raccolta di vignette di disegnatori francesi che hanno scritto una straordinaria cronaca della Grande Guerra, attraverso disegni i cui originali sono in mio possesso”.

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La nuova vita del Castello di Schisò

La fortezza sul lungomare di Giardini Naxos, dopo anni di abbandono, è stata da poco acquistata dalla Regione, che vorrebbe farne un polo culturale, punto di riferimento per il territorio

di Giulio Giallombardo

Punta a diventare il cuore pulsante del Parco archeologico di Naxos Taormina. È pronto a uscire dall’oblio il Castello di Schisò, da poco acquistato dalla Regione, che vorrebbe trasformarlo in polo culturale, fiore all’occhiello del territorio. L’antica fortezza, simbolo di Naxos, si prepara dunque a rinascere, ospitando al suo interno aule dedicate alle attività didattiche, sale per mostre temporanee, spazi per i servizi come bookshop, caffetteria, sala conferenze, organizzazione di eventi per la promozione dell’identità siciliana e la crescita culturale del territorio.

Un momento del sopralluogo con l’assessore Tusa

Questi gli obiettivi dell’amministrazione regionale, annunciati nel corso di un incontro che si è svolto venerdì scorso, a cui hanno partecipato l’assessore ai Beni culturali, Sebastiano Tusa, e il direttore del Parco archeologico Naxos Taormina, Vera Greco. L’occasione è stata la presentazione del catalogo della mostra “Arcadio/Terre in moto” di Giuseppe Agnello, che si è chiusa ieri nel Parco di Naxos.

“La nostra intenzione – spiega a Le Vie dei Tesori News, Vera Greco – è quella di prendere possesso delle parti fruibili, anche se limitate, e di fare contemporaneamente un progetto di restauro per il museo, i depositi, le aule didattiche e una sala conferenze. Tutto quello che dovrebbe avere un moderno museo che purtroppo a Naxos ancora non abbiamo”. È ancora presto per dire quando il castello aprirà, anche solo parzialmente, al pubblico. “Stiamo cercando di fare i tripli salti mortali per aprirlo prima possibile, – aggiunge il direttore del Parco di Naxos – anche se in questo momento è impossibile fare delle anticipazioni. Ma certamente diventerà il principale attrattore per il territorio”.

Se il futuro del castello è ancora tutto da scrivere, il presente, oltre ai buoni propositi, riserva anche delle polemiche. Nel mirino la recente acquisizione da parte della Regione che ha pagato 3,4 milioni alla famiglia Paladino per comprare la fortezza, prezzo – secondo alcuni – molto più alto rispetto a un anno fa, quando fu battuto all’asta per meno della metà. “La prima aggiudicazione è stata annullata dal giudice – spiega Vera Greco – che aveva successivamente stabilito un prezzo di oltre 4 milioni. Noi l’abbiamo comprato a 3,4 milioni perché abbiamo avviato un procedimento di esproprio per pubblica utilità. Il prezzo, inoltre, è stato determinato attraverso un’analisi effettuata dal Dipartimento regionale tecnico dell’assessorato delle Infrastrutture. Dunque, si tratta di una polemica assolutamente sterile”.

Il Castello di Schisò

Le origini del castello di Schisò, sul lungomare di Giardini Naxos, risalgono al tempo dei bizantini. Fu costruito su un piccolo rilievo di colata lavica, protetto da quattro torri cilindriche, di cui ne resistono soltanto due all’interno. Il suo nome nome deriva dalla parola araba Al Qusus, che significa seno o torace e identifica proprio le due formazioni vulcaniche su cui poggiano le fondamenta, ancora visibili. Al suo interno c’è anche una piccola cappella consacrata a San Pantaleone, utilizzata al tempo dei normanni dai contadini e pescatori del posto, prima che sorgessero altri edifici di culto. Fu ricostruito nel ‘500 con una torre d’avvistamento a difesa delle incursioni dei pirati e al suo interno si trovava l’attrezzatura per la raffinazione e distillazione dei prodotti della canna da zucchero. Da allora la fortezza perse le sue funzioni difensive e divenne feudo, passando di mano in mano fino al graduale abbandono degli anni recenti. Adesso si prepara ad una nuova vita.

La fortezza sul lungomare di Giardini Naxos, dopo anni di abbandono, è stata da poco acquistata dalla Regione, che vorrebbe farne un polo culturale, punto di riferimento per il territorio

di Giulio Giallombardo

Punta a diventare il cuore pulsante del Parco archeologico di Naxos Taormina. È pronto a uscire dall’oblio il Castello di Schisò, da poco acquistato dalla Regione, che vorrebbe trasformarlo in polo culturale, fiore all’occhiello del territorio. L’antica fortezza, simbolo di Naxos, si prepara dunque a rinascere, ospitando al suo interno aule dedicate alle attività didattiche, sale per mostre temporanee, spazi per i servizi come bookshop, caffetteria, sala conferenze, organizzazione di eventi per la promozione dell’identità siciliana e la crescita culturale del territorio.

Un momento del sopralluogo con l’assessore Tusa

Questi gli obiettivi dell’amministrazione regionale, annunciati nel corso di un incontro che si è svolto venerdì scorso, a cui hanno partecipato l’assessore ai Beni culturali, Sebastiano Tusa, e il direttore del Parco archeologico Naxos Taormina, Vera Greco. L’occasione è stata la presentazione del catalogo della mostra “Arcadio/Terre in moto” di Giuseppe Agnello, che si è chiusa ieri nel Parco di Naxos.

“La nostra intenzione – spiega a Le Vie dei Tesori News, Vera Greco – è quella di prendere possesso delle parti fruibili, anche se limitate, e di fare contemporaneamente un progetto di restauro per il museo, i depositi, le aule didattiche e una sala conferenze. Tutto quello che dovrebbe avere un moderno museo che purtroppo a Naxos ancora non abbiamo”. È ancora presto per dire quando il castello aprirà, anche solo parzialmente, al pubblico. “Stiamo cercando di fare i tripli salti mortali per aprirlo prima possibile, – aggiunge il direttore del Parco di Naxos – anche se in questo momento è impossibile fare delle anticipazioni. Ma certamente diventerà il principale attrattore per il territorio”.

Se il futuro del castello è ancora tutto da scrivere, il presente, oltre ai buoni propositi, riserva anche delle polemiche. Nel mirino la recente acquisizione da parte della Regione che ha pagato 3,4 milioni alla famiglia Paladino per comprare la fortezza, prezzo – secondo alcuni – molto più alto rispetto a un anno fa, quando fu battuto all’asta per meno della metà. “La prima aggiudicazione è stata annullata dal giudice – spiega Vera Greco – che aveva successivamente stabilito un prezzo di oltre 4 milioni. Noi l’abbiamo comprato a 3,4 milioni perché abbiamo avviato un procedimento di esproprio per pubblica utilità. Il prezzo, inoltre, è stato determinato attraverso un’analisi effettuata dal Dipartimento regionale tecnico dell’assessorato delle Infrastrutture. Dunque, si tratta di una polemica assolutamente sterile”.

Il Castello di Schisò

Le origini del castello di Schisò, sul lungomare di Giardini Naxos, risalgono al tempo dei bizantini. Fu costruito su un piccolo rilievo di colata lavica, protetto da quattro torri cilindriche, di cui ne resistono soltanto due all’interno. Il suo nome nome deriva dalla parola araba Al Qusus, che significa seno o torace e identifica proprio le due formazioni vulcaniche su cui poggiano le fondamenta, ancora visibili. Al suo interno c’è anche una piccola cappella consacrata a San Pantaleone, utilizzata al tempo dei normanni dai contadini e pescatori del posto, prima che sorgessero altri edifici di culto. Fu ricostruito nel ‘500 con una torre d’avvistamento a difesa delle incursioni dei pirati e al suo interno si trovava l’attrezzatura per la raffinazione e distillazione dei prodotti della canna da zucchero. Da allora la fortezza perse le sue funzioni difensive e divenne feudo, passando di mano in mano fino al graduale abbandono degli anni recenti. Adesso si prepara ad una nuova vita.

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Botteghe e artigiani, con Gattopardo la guida a cento tesori

Tra negozi storici e nuovi creativi: con il mensile troverete una mappa a quel “sapere delle mani” da scoprire nel capoluogo

di Redazione

La Sicilia fatta a mano, la Sicilia delle eccellenze artigiane, degli ultimi custodi di antiche tradizioni, dei nuovi creativi che tornano a popolare i centri storici.
Con il numero di Gattopardo, disponibile in cento edicole di Palermo, troverete la guida a 100 tesori da scoprire della città.
Sarti, ceramisti, cesellatori, restauratori, tabaccai, erboristi, panifici, pupari, artigiani del cuoio, del tessuto, della carta, cioccolatieri, pupari, ultime osterie e gelaterie familiari.Firmata per Le Vie dei Tesori da un gruppo di giornalisti e di esperti di Palermo.

 

Tra negozi storici e nuovi creativi: con il mensile troverete una mappa a quel “sapere delle mani” da scoprire nel capoluogo

di Redazione

La Sicilia fatta a mano, la Sicilia delle eccellenze artigiane, degli ultimi custodi di antiche tradizioni, dei nuovi creativi che tornano a popolare i centri storici.

Con il numero di Gattopardo, disponibile in cento edicole di Palermo, troverete la guida a 100 tesori da scoprire della città.

Sarti, ceramisti, cesellatori, restauratori, tabaccai, erboristi, panifici, pupari, artigiani del cuoio, del tessuto, della carta, cioccolatieri, pupari, ultime osterie e gelaterie familiari.

Firmata per Le Vie dei Tesori da un gruppo di giornalisti e di esperti di Palermo.

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Da Sofonisba ad Adelaide, pennelli rosa su Palermo

Tante sono state le pittrici che hanno legato la loro storia a quella della città: a partire dall’Anguissola, una delle prime esponenti femminili più in vista nelle corti europee, oggi sepolta nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi

di Emanuele Drago*

Un singolare feeling ha sempre legato Palermo alle pittrici. La storia in fondo ha avuto inizio alla fine del Cinquecento, quando la città, durante la lunga dominazione spagnola, accolse la più grande pittrice di corte, Sofonisba Anguissola, oggi sepolta (purtroppo non con l’attenzione che meriterebbe) nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi.

Ma, come già premesso, oltre a Sofonisba ci furono altre figure di pittrici che in qualche modo hanno scandito la storia della città. Tra esse val la pena di ricordare, oltre a Rosalia Novelli, la figlia del celebre pittore monrealese, anche Otama Kyohara; quell’Eleonora Ragusa che grazie al matrimonio contratto con lo scultore Vincenzo Ragusa, ebbe il merito di diffondere un certo amore per l’esotismo.

Autoritratto di Sofonisba Anguissola

Ma in questa nostra carrellata, oltre alla già conosciuta e apprezzata Lia Pasqualino Noto (che insieme a Guttuso, Barbera e Tranchina fece parte del Gruppo dei quattro) merita attenzione una pittrice che è stata riscoperta solo negli ultimi decenni. Si tratta di Adelaide Atramblè, una giovane aristocratica d’origine franco partenopea, vissuta a metà del XIX secolo, che venne ad abitare a Palermo in seguito al matrimonio contratto con l’armatore di origine genovese Domenico Sommariva Gamelin.

Ebbene, due furono i luoghi in cui giunta a Palermo andò ad abitare la signora Atramblè: la casa di via dell’Orologio e la villa in contrada Terre Rosse. A quanto pare, soprattutto in quest’ultima dimora, ella amava dipingere e conversare con gli amici artisti del tempo, a contatto diretto con le piante e la natura. Oggi dell’antica villa di via Cusmano (dove si trova la casa di riposo dedicata a Vincenzina Cusmano) non rimane più nulla che possa ricordarci la cara Adelaide, anche perché frattanto, nella stratificazione degli eventi storici, l’opera meritoria del beato Giacomo ha preso il sopravvento.

Eppure, la giovane pittrice lo meriterebbe; non foss’altro per un suggestivo quadro che realizzò dentro una grotta vicino al paesino di Torretta, e in cui venne ritratto il panorama di Capaci. E già, a ripensarci bene, l’arte ha un grande potere. In questo caso nel riuscire a riscattare un luogo e un panorama che è stato duramente segnato dalla strage del maggio del 1992.

* Docente e scrittore

Tante sono state le pittrici che hanno legato la loro storia a quella della città: a partire dall’Anguissola, una delle prime esponenti femminili più in vista nelle corti europee, oggi sepolta nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi

di Emanuele Drago*

Un singolare feeling ha sempre legato Palermo alle pittrici. La storia in fondo ha avuto inizio alla fine del Cinquecento, quando la città, durante la lunga dominazione spagnola, accolse la più grande pittrice di corte, Sofonisba Anguissola, oggi sepolta (purtroppo non con l’attenzione che meriterebbe) nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi.

Ma, come già premesso, oltre a Sofonisba ci furono altre figure di pittrici che in qualche modo hanno scandito la storia della città. Tra esse val la pena di ricordare, oltre a Rosalia Novelli, la figlia del celebre pittore monrealese, anche Otama Kyohara; quell’Eleonora Ragusa che grazie al matrimonio contratto con lo scultore Vincenzo Ragusa, ebbe il merito di diffondere un certo amore per l’esotismo.

Autoritratto di Sofonisba Anguissola

Ma in questa nostra carrellata, oltre alla già conosciuta e apprezzata Lia Pasqualino Noto (che insieme a Guttuso, Barbera e Tranchina fece parte del Gruppo dei quattro) merita attenzione una pittrice che è stata riscoperta solo negli ultimi decenni. Si tratta di Adelaide Atramblè, una giovane aristocratica d’origine franco partenopea, vissuta a metà del XIX, che venne ad abitare a Palermo in seguito al matrimonio contratto con l’armatore di origine genovese Domenico Sommariva Gamelin.

Ebbene, due furono i luoghi in cui giunta a Palermo andò ad abitare la signora Atramblè: la casa di via dell’Orologio e la villa in contrada Terre Rosse. A quanto pare, soprattutto in quest’ultima dimora, ella amava dipingere e conversare con gli amici artisti del tempo, a contatto diretto con le piante e la natura. Oggi dell’antica villa di via Cusmano (dove si trova la casa di riposo dedicata a Vincenzina Cusmano) non rimane più nulla che possa ricordarci la cara Adelaide, anche perché frattanto, nella stratificazione degli eventi storici, l’opera meritoria del beato Giacomo ha preso il sopravvento.

Eppure, la giovane pittrice lo meriterebbe; non foss’altro per un suggestivo quadro che realizzò dentro una grotta vicino al paesino di Torretta, e in cui venne ritratto il panorama di Capaci. E già, a ripensarci bene, l’arte ha un grande potere. In questo caso nel riuscire a riscattare un luogo e un panorama che è stato duramente segnato dalla strage del maggio del 1992.

* Docente e scrittore

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