La Settimana delle Culture seleziona nuovi progetti

L’associazione prepara l’edizione 2019 che vedrà diverse importanti novità, riservando più spazio al contemporaneo. Le proposte dovranno pervenire entro il 17 febbraio

di Redazione

La Settimana delle Culture scalda i motori in vista dell’edizione 2019, che sarà, come sempre, nel mese di maggio. L’ottava edizione della “Settimana” vedrà diverse importanti novità, riservando più spazio al “contemporaneo” attraverso una serie di iniziative che guardano a Palermo e ai nuovi linguaggi artistici e dando grande spazio alla creatività siciliana. Saranno, inoltre, invitate a partecipare tutte le realtà multiculturali presenti sul territorio ed i vari istituti linguistici.

La Settimana delle Culture si svolgerà dall’11 al 19 maggio ed invita i soggetti interessati a presentare le proposte che dovranno pervenire entro il 17 febbraio all’indirizzo di posta elettronica settimanadelleculture@gmail.com. Ciascun progetto dovrà essere autofinanziato e auto-prodotto ed entro il 18 marzo, dopo che il comitato scientifico avrà terminato la selezione dei progetti, si darà comunicazione degli eventi inseriti nel programma della manifestazione.

La “Settimana” è presieduta quest’anno da Bernardo Tortorici di Raffadali, che succede alla storica presidente Gabriella Renier Filippone, fondatrice dell’associazione, ed è resa possibile grazie al lavoro di un comitato volontario e a titolo gratuito, composto da Gioacchino Barbera, Enza Cilia, Giacomo Fanale, Massimiliano Marafon Pecoraro, Fosca Miceli, Clara Monroy, Anna Maria Ruta e Maria Antonietta Spadaro.

Il comitato, dopo il restauro della statua della Vittoria Alata dello scultore palermitano Antonio Ugo, oggi restituita alla città (ve ne abbiamo parlato qui), è al lavoro anche per individuare un bene da recuperare.

L’associazione prepara l’edizione 2019 che vedrà diverse importanti novità, riservando più spazio al contemporaneo. Le proposte dovranno pervenire entro il 17 febbraio

di Redazione

La Settimana delle Culture scalda i motori in vista dell’edizione 2019, che sarà, come sempre, nel mese di maggio. L’ottava edizione della “Settimana” vedrà diverse importanti novità, riservando più spazio al “contemporaneo” attraverso una serie di iniziative che guardano a Palermo e ai nuovi linguaggi artistici e dando grande spazio alla creatività siciliana. Saranno, inoltre, invitate a partecipare tutte le realtà multiculturali presenti sul territorio ed i vari istituti linguistici.

La Settimana delle Culture si svolgerà dall’11 al 19 maggio ed invita i soggetti interessati a presentare le proposte che dovranno pervenire entro il 17 febbraio all’indirizzo di posta elettronica settimanadelleculture@gmail.com. Ciascun progetto dovrà essere autofinanziato e auto-prodotto ed entro il 18 marzo, dopo che il comitato scientifico avrà terminato la selezione dei progetti, si darà comunicazione degli eventi inseriti nel programma della manifestazione.

La “Settimana” è presieduta quest’anno da Bernardo Tortorici di Raffadali, che succede alla storica presidente Gabriella Renier Filippone, fondatrice dell’associazione, ed è resa possibile grazie al lavoro di un comitato volontario e a titolo gratuito, composto da Gioacchino Barbera, Enza Cilia, Giacomo Fanale, Massimiliano Marafon Pecoraro, Fosca Miceli, Clara Monroy, Anna Maria Ruta e Maria Antonietta Spadaro.

Il comitato, dopo il restauro della statua della Vittoria Alata dello scultore palermitano Antonio Ugo, oggi restituita alla città (ve ne abbiamo parlato qui), è al lavoro anche per individuare un bene da recuperare.

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La sinagoga di Palermo mai aperta in attesa del restauro

L’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato in comodato d’uso dall’Arcidiocesi alla comunità ebraica della città, avrebbe bisogno di lavori di adeguamento, ma si cercano i fondi necessari per gli interventi. Intanto, però, lo spazio resta chiuso

di Giulio Giallombardo

La diaspora non è ancora finita. È passato più di un anno dalla firma dell’accordo per trasformare in sinagoga l’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato dall’Arcidiocesi di Palermo in comodato d’uso alla sezione cittadina della Comunità ebraica di Napoli. Lo spazio, situato nell’antica piazza della Meschita, tra via Maqueda e via Roma, è però ancora chiuso. Dopo l’ultimo nullaosta della Soprintendenza, arrivato lo scorso agosto, si è concluso l’iter burocratico della concessione, ma l’oratorio, per essere aperto definitivamente al pubblico e trasformato in sinagoga, avrebbe prima bisogno di alcuni lavori di manutenzione e adattamento per la nuova destinazione d’uso.

L’interno dell’oratorio di Santa Maria del Sabato

L’ostacolo, dunque, è adesso di natura economica, dal momento che la comunità ebraica di Palermo non ha i fondi sufficienti per occuparsi degli interventi necessari. In passato, la Soprintendenza aveva già eseguito dei lavori di consolidamento e rifacimento del soffitto, ma l’oratorio non si trova oggi nelle condizioni di poter essere aperto nello stato in cui si trova. “Stiamo cercando di organizzare una raccolta fondi contattando anche le associazioni ebraiche sparse nel mondo – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Evelyne Aouate, presidente dell’Istituto siciliano di studi ebraici – , noi siamo una piccolissima comunità e da soli non possiamo sobbarcarci i costi del restauro. Ci auguriamo che l’amministrazione comunale di Palermo possa attivarsi per darci una mano, come in più occasioni è stato promesso. Mi piacerebbe che la città partecipasse alla realizzazione di questo progetto, a testimonianza del rifiuto della cacciata degli ebrei da parte dei reali spagnoli Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia”.

La speranza è quella di poter accedere a finanziamenti pubblici o donazioni private per realizzare lavori, comunque, non strutturali, ma di adeguamento. Nel frattempo, rimane l’importante gesto ecumenico da parte dell’Arcidiocesi che all’inizio del 2017 aveva annunciato la concessione, con cui di fatto viene sancito il ritorno del culto ebraico in città, dopo oltre 500 anni. “È con grande gioia – aveva affermato l’arcivescovo Corrado Lorefice – che rispondiamo alla richiesta della comunità ebraica di Palermo. La chiesa di Santa Maria del Sabato, da tempo inutilizzata per le celebrazioni liturgiche, ci è sembrata particolarmente significativa per il riferimento allo shabbat. Stiamo cogliendo, in questo momento storico i frutti di un sincero cammino di dialogo e di cordiale amicizia”.

L’insegna multilingue di vicolo Meschita

E non è un caso che la scelta sia caduta proprio sul secentesco oratorio di Santa Maria delle Grazie, detto del Sabato, che sorge nell’area un tempo occupata dagli antichi borghi ebraici della Guzzetta e della Meschita. Il portale d’ingresso appare superando un arco che si affaccia sulla via dei Calderai, nei pressi della chiesa di San Nicolò da Tolentino, nel cuore dell’antico quartiere dove un tempo sorgeva la grande sinagoga. La chiesa, decorata a stucco nel 1740 da Procopio Serpotta, è stata temporaneamente riaperta in occasione della biennale d’arte Manifesta 12 e del festival Le Vie dei Tesori, ma la speranza adesso è che il ner tamìd, la “lampada eterna” del culto ebraico, possa tornare ad accendersi prima possibile.

L’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato in comodato d’uso dall’Arcidiocesi alla comunità ebraica della città, avrebbe bisogno di lavori di adeguamento, ma si cercano i fondi necessari per gli interventi. Intanto, però, lo spazio resta chiuso

di Giulio Giallombardo

La diaspora non è ancora finita. È passato più di un anno dalla firma dell’accordo per trasformare in sinagoga l’oratorio di Santa Maria del Sabato, affidato dall’Arcidiocesi di Palermo in comodato d’uso alla sezione cittadina della Comunità ebraica di Napoli. Lo spazio, situato nell’antica piazza della Meschita, tra via Maqueda e via Roma, è però ancora chiuso. Dopo l’ultimo nullaosta della Soprintendenza, arrivato lo scorso agosto, si è concluso l’iter burocratico della concessione, ma l’oratorio, per essere aperto definitivamente al pubblico e trasformato in sinagoga, avrebbe prima bisogno di alcuni lavori di manutenzione e adattamento per la nuova destinazione d’uso.

L’interno dell’oratorio di Santa Maria del Sabato

L’ostacolo, dunque, è adesso di natura economica, dal momento che la comunità ebraica di Palermo non ha i fondi sufficienti per occuparsi degli interventi necessari. In passato, la Soprintendenza aveva già eseguito dei lavori di consolidamento e rifacimento del soffitto, ma l’oratorio non si trova oggi nelle condizioni di poter essere aperto nello stato in cui si trova. “Stiamo cercando di organizzare una raccolta fondi contattando anche le associazioni ebraiche sparse nel mondo – ha detto a Le Vie dei Tesori News, Evelyne Aouate, presidente dell’Istituto siciliano di studi ebraici – , noi siamo una piccolissima comunità e da soli non possiamo sobbarcarci i costi del restauro. Ci auguriamo che l’amministrazione comunale di Palermo possa attivarsi per darci una mano, come in più occasioni è stato promesso. Mi piacerebbe che la città partecipasse alla realizzazione di questo progetto, a testimonianza del rifiuto della cacciata degli ebrei da parte dei reali spagnoli Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia”.

La speranza è quella di poter accedere a finanziamenti pubblici o donazioni private per realizzare lavori, comunque, non strutturali, ma di adeguamento. Nel frattempo, rimane l’importante gesto ecumenico da parte dell’Arcidiocesi che all’inizio del 2017 aveva annunciato la concessione, con cui di fatto viene sancito il ritorno del culto ebraico in città, dopo oltre 500 anni. “È con grande gioia – aveva affermato l’arcivescovo Corrado Lorefice – che rispondiamo alla richiesta della comunità ebraica di Palermo. La chiesa di Santa Maria del Sabato, da tempo inutilizzata per le celebrazioni liturgiche, ci è sembrata particolarmente significativa per il riferimento allo shabbat. Stiamo cogliendo, in questo momento storico i frutti di un sincero cammino di dialogo e di cordiale amicizia”.

L’insegna multilingue di vicolo Meschita

E non è un caso che la scelta sia caduta proprio sul secentesco oratorio di Santa Maria delle Grazie, detto del Sabato, che sorge nell’area un tempo occupata dagli antichi borghi ebraici della Guzzetta e della Meschita. Il portale d’ingresso appare superando un arco che si affaccia sulla via dei Calderai, nei pressi della chiesa di San Nicolò da Tolentino, nel cuore dell’antico quartiere dove un tempo sorgeva la grande sinagoga. La chiesa, decorata a stucco nel 1740 da Procopio Serpotta, è stata temporaneamente riaperta in occasione della biennale d’arte Manifesta 12 e del festival Le Vie dei Tesori, ma la speranza adesso è che il ner tamìd, la “lampada eterna” del culto ebraico, possa tornare ad accendersi prima possibile.

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Il contemporaneo in mostra tra ego e denuncia

A Palermo, a Palazzo Ajutamicristo, l’esposizione ’10’ dell’artista catanese Giuseppe Patané scandaglia i limiti della società odierna. Un talento emerso per caso, grazie a un sopralluogo di Sgarbi e Grasso in Sicilia

di Antonio Schembri

Un obelisco composto da 5 fantocci che a prima vista sembra evocare, sebbene in proporzioni ridotte, i ‘castells’, le folkloristiche torri umane della Catalogna, ma che in realtà fotografa tutt’altro che valentia ostentata per divertimento. Poco distante, un dipinto di fronte a un grande schermo con immagini in movimento, entrambi dai contenuti scabrosi. Infine, decine di quadri dedicati alla tauromachìa, con il toro, animale simbolo della forza assoluta, ma costretto a soffrire e a soccombere a causa della crudeltà cruenta e volgare della corrida.
Ruota su queste tre sezioni narrative ‘10’, titolo della mostra dell’artista catanese Giuseppe Patané, allestita a Palermo nel cinquecentesco Palazzo Ajutamicristo fino al 31 gennaio. Uno degli appuntamenti con cui il capoluogo siciliano ha concluso la sua fitta annata di capitale della cultura d’Italia.

Per Patané, che arriva dal mondo della moda dove a lungo ha lavorato come vetrinista e fashion designer tra Milano e Parigi per la maison di Pierre Cardin (dove negli anni ’80 è stato anche direttore creativo) – dieci non indica solo un numero, ma anche un pronome personale. “Ho scelto di intitolare così questa mia esposizione – spiega – perché il primo numero a due cifre – quello più completo e rassicurante, quello che evoca i Comandamenti e il massimo voto nella valutazione scolastica – si può leggere anche come ‘Io’: quindi ego, vanità, sopraffazione. Ovvero il fattore determinante della distruttività umana. Lo scopo di queste mie opere è recuperare la simbologia costruttiva del 10 e allo stesso tempo denunciare, dire con forza ‘basta’ alla china rovinosa imboccata dalla società contemporanea: confusa, contraddittoria, violenta, nella quale tutti siamo colpevoli e partecipi”.

Patané, che dipinge ‘a piena mano’, usando cioè direttamente palmi e dita, offre più dettagli della sua narrazione: “L’installazione della torre umana evoca una struttura dominata dall’egoismo manifestato in diversi strati sociali. La prima delle cinque persone è distesa per terra: si tratta di un prete, vestito della sua casula, che afferra con le mani le caviglie di un uomo all’impiedi, elegantemente vestito, identificabile come un businessman o un politico. Questo regge sulle spalle un altro uomo comune, molto diverso da lui, che, a sua volta, porta sulle proprie spalle una donna, piegata, in bilico, anche perché schiacciata dal peso dell’ultimo componente della piramide umana: un giovane che, incurante e arrogante, scrive su un muro ‘Io’. Questa colonna pericolosamente barcollante è per me la società in cui oggi viviamo, spesso anestetizzati”.

Un messaggio che arriva e stordisce anche attraverso le immagini crude del quadro intitolato ‘No Love’: “rappresenta un cuore che invece di trasmettere sentimento puro e passione che dovrebbe alimentarlo, comunica solo aberrazioni sessuali che lo sviliscono del tutto. Le stesse espresse dalle immagini del video”. Per questa ragione, la stanza in cui queste opere sono collocate non è visitabile dai minori.

Leit motif della mostra è il toro. “È l’animale che ritengo rappresenti di più l’ego, in tutta la sua fragilità”, spiega l’artista. Immagini in cui la pelle scura del bovino, raffigurato immobile prima di attaccare, e poi in corsa disperata contro il toreador, si staglia in uno sfondo di colore rosso vivo, quello del suo sangue, che sta già versando nell’arena come vittima sacrificale.

“In questa sezione – aggiunge Patané – si trova in particolare un mio dipinto intitolato ‘Paesillo’. È la stanza antistante l’arena, uno spazio ristrettissimo in cui il toro viene prima innervosito aizzandogli contro altri due tori e praticandogli scariche elettriche e poi semiaccecato dalla vasellina cosparsa sugli occhi, prima di essere gettato nell’arena. Sono stato molto toccato da questa tradizione culturale ancora sacra in Andalusia ma che considero orrida e infame. E sono stato ispirato dallo sguardo penetrante di questa bestia imponente e ansimante, fiera e forse inconsapevole del triste destino al quale solo di rado sfugge”.

Giuseppe Patané dipinge da decenni ma approda ufficialmente al proscenio delle arti figurative solo in tempi recenti. “Il primo di questi quadri sulla tauromachia risale agli anni ’80, l’ultimo l’ho creato tre anni fa”. Un arco temporale in cui ha prodotto tanti altri dipinti dalle tematiche diverse, ma tutti accomunati dalla finalità di denuncia sociale.

Artista ‘inconsapevole’ Patanè, almeno fino a quando Vittorio Sgarbi e Giorgio Gregorio Grasso nel 2014 si presentano grazie all’amica e curatrice Carmen Bellalba a casa sua, una splendida dimora vicino Riposto per discutere dei locali in cui allestire un vernissage.

A colpirli è uno di quei quadri sulla tauromachia. “Inizialmente non ho detto di essere l’autore, quasi mi vergognavo di quel dipinto, prodotto di getto, senza pennello ma con le mani. Quando alla fine l’ho ammesso mi annunciarono subito che da quel momento avrei fatto parte della loro scuderia. Al punto da vedere esposto di lì a poco quel quadro in una mostra nel castello di Torre Archirafi.

“A quella mostra arrivò anche Franco Battiato che restò così ipnotizzato da quel toro che lo volle acquistare subito per 10mila euro, senza però riuscirci, perché rifiutò di firmare una liberatoria che Sgarbi e Grasso pretesero per consentire di esporre il quadro in altri siti. “Una cifra spropositata per me che mi consideravo pittore per diletto – confessa Patanè – e da quel momento, a detta dei due critici, addirittura nel novero europeo degli espressionisti contemporanei”.

Alla fine quel quadro è stato esposto all’Expo di Milano e successivamente venduto per 40mila euro a un investitore russo che invece la liberatoria la firmò. Poi un crescendo continuo fino alla Biennale di Venezia. “Ma io mi sento ancora fondamentalmente un creatore di vetrine di moda – dice – Un lavoro, quello, che si esegue con le mani: le prime e le ultime antenne della ragione”.

A Palermo, a Palazzo Ajutamicristo, l’esposizione ’10’ dell’artista catanese Giuseppe Patané scandaglia i limiti della società odierna. Un talento emerso per caso, grazie a un sopralluogo di Sgarbi e Grasso in Sicilia

di Antonio Schembri

Un obelisco composto da 5 fantocci che a prima vista sembra evocare, sebbene in proporzioni ridotte, i ‘castells’, le folkloristiche torri umane della Catalogna, ma che in realtà fotografa tutt’altro che valentia ostentata per divertimento. Poco distante, un dipinto di fronte a un grande schermo con immagini in movimento, entrambi dai contenuti scabrosi. Infine, decine di quadri dedicati alla tauromachìa, con il toro, animale simbolo della forza assoluta, ma costretto a soffrire e a soccombere a causa della crudeltà cruenta e volgare della corrida.

Ruota su queste tre sezioni narrative ‘10’, titolo della mostra dell’artista catanese Giuseppe Patané, allestita a Palermo nel cinquecentesco Palazzo Ajutamicristo fino al 31 gennaio. Uno degli appuntamenti con cui il capoluogo siciliano ha concluso la sua fitta annata di capitale della cultura d’Italia.

Per Patané, che arriva dal mondo della moda dove a lungo ha lavorato come vetrinista e fashion designer tra Milano e Parigi per la maison di Pierre Cardin (dove negli anni ’80 è stato anche direttore creativo) – dieci non indica solo un numero, ma anche un pronome personale.
“Ho scelto di intitolare così questa mia esposizione – spiega – perché il primo numero a due cifre – quello più completo e rassicurante, quello che evoca i Comandamenti e il massimo voto nella valutazione scolastica – si può leggere anche come ‘Io’: quindi ego, vanità, sopraffazione. Ovvero il fattore determinante della distruttività umana. Lo scopo di queste mie opere è recuperare la simbologia costruttiva del 10 e allo stesso tempo denunciare, dire con forza ‘basta’ alla china rovinosa imboccata dalla società contemporanea: confusa, contraddittoria, violenta, nella quale tutti siamo colpevoli e partecipi”.

Patané, che dipinge ‘a piena mano’, usando cioè direttamente palmi e dita, offre più dettagli della sua narrazione: “L’installazione della torre umana evoca una struttura dominata dall’egoismo manifestato in diversi strati sociali. La prima delle cinque persone è distesa per terra: si tratta di un prete, vestito della sua casula, che afferra con le mani le caviglie di un uomo all’impiedi, elegantemente vestito, identificabile come un businessman o un politico. Questo regge sulle spalle un altro uomo comune, molto diverso da lui, che, a sua volta, porta sulle proprie spalle una donna, piegata, in bilico, anche perché schiacciata dal peso dell’ultimo componente della piramide umana: un giovane che, incurante e arrogante, scrive su un muro ‘Io’. Questa colonna pericolosamente barcollante è per me la società in cui oggi viviamo, spesso anestetizzati”.

Un messaggio che arriva e stordisce anche attraverso le immagini crude del quadro intitolato ‘No Love’: “rappresenta un cuore che invece di trasmettere sentimento puro e passione che dovrebbe alimentarlo, comunica solo aberrazioni sessuali che lo sviliscono del tutto. Le stesse espresse dalle immagini del video”. Per questa ragione, la stanza in cui queste opere sono collocate non è visitabile dai minori.

Leit motif della mostra è il toro. “È l’animale che ritengo rappresenti di più l’ego, in tutta la sua fragilità”, spiega l’artista. Immagini in cui la pelle scura del bovino, raffigurato immobile prima di attaccare, e poi in corsa disperata contro il toreador, si staglia in uno sfondo di colore rosso vivo, quello del suo sangue, che sta già versando nell’arena come vittima sacrificale. “In questa sezione – aggiunge Patané – si trova in particolare un mio dipinto intitolato ‘Paesillo’. È la stanza antistante l’arena, uno spazio ristrettissimo in cui il toro viene prima innervosito aizzandogli contro altri due tori e praticandogli scariche elettriche e poi semiaccecato dalla vasellina cosparsa sugli occhi, prima di essere gettato nell’arena. Sono stato molto toccato da questa tradizione culturale ancora sacra in Andalusia ma che considero orrida e infame. E sono stato ispirato dallo sguardo penetrante di questa bestia imponente e ansimante, fiera e forse inconsapevole del triste destino al quale solo di rado sfugge”.

Giuseppe Patané dipinge da decenni ma approda ufficialmente al proscenio delle arti figurative solo in tempi recenti. “Il primo di questi quadri sulla tauromachia risale agli anni ’80, l’ultimo l’ho creato tre anni fa”. Un arco temporale in cui ha prodotto tanti altri dipinti dalle tematiche diverse, ma tutti accomunati dalla finalità di denuncia sociale.

Artista ‘inconsapevole’ Patanè, almeno fino a quando Vittorio Sgarbi e Giorgio Gregorio Grasso nel 2014 si presentano grazie all’amica e curatrice Carmen Bellalba a casa sua, una splendida dimora vicino Riposto per discutere dei locali in cui allestire un vernissage.

A colpirli è uno di quei quadri sulla tauromachia. “Inizialmente non ho detto di essere l’autore, quasi mi vergognavo di quel dipinto, prodotto di getto, senza pennello ma con le mani. Quando alla fine l’ho ammesso mi annunciarono subito che da quel momento avrei fatto parte della loro scuderia. Al punto da vedere esposto di lì a poco quel quadro in una mostra nel castello di Torre Archirafi.

“A quella mostra arrivò anche Franco Battiato che restò così ipnotizzato da quel toro che lo volle acquistare subito per 10mila euro, senza però riuscirci, perché rifiutò di firmare una liberatoria che Sgarbi e Grasso pretesero per consentire di esporre il quadro in altri siti. “Una cifra spropositata per me che mi consideravo pittore per diletto – confessa Patanè – e da quel momento, a detta dei due critici, addirittura nel novero europeo degli espressionisti contemporanei”.

Alla fine quel quadro è stato esposto all’Expo di Milano e successivamente venduto per 40mila euro a un investitore russo che invece la liberatoria la firmò. Poi un crescendo continuo fino alla Biennale di Venezia. “Ma io mi sento ancora fondamentalmente un creatore di vetrine di moda – dice – Un lavoro, quello, che si esegue con le mani: le prime e le ultime antenne della ragione”.

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La magia delle feste tra arte, architettura e musica

Prosegue “Natale a Palermo” che quest’anno festeggia la decima edizione, con un ricco cartellone che si concluderà il 6 gennaio. Tanti appuntamenti tra i tesori della città

di Marco Russo

Un itinerario in musica nelle chiese della città. La rassegna “Natale a Palermo” continua con il suo fitto programma di concerti nelle chiese della città. Un cartellone che quest’anno festeggia la decima edizione, con appuntamenti in palazzi, chiese, oratori, selezionati dall’immenso patrimonio palermitano.

Symphonic Band “Giacomo Candela”

La kermesse si apre come è tradizione a Santo Stefano e si chiude il 6 gennaio. L’iniziativa è promossa dal Rotary Club Palermo Est, a cui si uniscono Rotary, Lions, Inner Wheel, Soroptmist, e le associazioni Volo, Zonta Palermo Triscele e I.D.E.A. hub, Ande, con il contributo della “Settimana delle Culture”, e il sostegno dell’Accademia Musicale Siciliana, e la direzione artistica di Gaetano Colajanni.

 

Coro Incontrovoce

Domani, 28 dicembre, nella chiesa della Catena, l’ensemble Virtuose Flaire – formato dai fisarmonicisti Salvatore Vitale, Francesco Puglisi, Giuseppe Sirena, Giuseppe Mazzara, Alessio Di Dio – eseguirà musiche di Piazzolla, Mozart, Biscardi e Battiston. La rassegna migrerà sabato 29 dicembre nell’amatissima chiesa della Concezione al Capo dove troveremo il trio Giubila composto dal violista Salvatore Giuliano, da Giovanni La Mattina al clarinetto e dalla pianista Adriana Biondolillo. A ritmo di danza nelle musiche di Telemann, Nardini, Bloch, Bridge, Gillet, Shostakovich, Johow, Piazzolla, Galliano.

Domenica 30 dicembre si passa nell’antica chiesa di San Nicolò da Tolentino con l’orchestra di fiati “La Nuova Generazione” diretta da Giovanni La Mattina e nata all’interno del liceo musicale “Regina Margherita”. Per loro, un programma di musiche di Schubert, De Haan, Jager, Waighein, Bernstein e Ortolano. Stop per capodanno, la Basilica di San Francesco d’Assisi aprirà le sue porte per la ripresa della rassegna, il 2 gennaio: e accoglierà il coro “Sancte Joseph” diretto da Mauro Visconti, con Pietro Bagnasco solista all’organo. Musiche di Miserachs, Sgarlata, Mawby, Couperin, Saint-Saens e Gruber, Mauro Visconti, Norino Buogo e Berlin, per una vera e propria immersione nello spirito del Natale.

Sicily Ensemble

Giovedì 3 gennaio, a Santa Maria La Nova, si insinuerà il jazz del trombettista Giacomo Tantillo, pronto a proporre il suo concerto “Water Trumpet” accompagnato da Angelo Leonforte al pianoforte, Giovanni Villafranca al contrabbasso e Paolo Vicari alla batteria. Ultimi tre concerti: il 4 gennaio alla chiesa di Sant’Orsola, un particolarissimo appuntamento di musica rinascimentale e barocca, sia europea che giapponese, affidato al duo Wada-Tani, formato dalla flautista Chiemi Wada e da Lucia Tani alla spinetta. Sabato 5 gennaio al Carmine Maggiore si esibirà il “Sicily Ensemble” (Giovanna Mirione al piano, Giuseppe Adamo alla chitarra, Ruth Gonzales alla viola, Antonella Scalia al violino, Alberto Fiorentino al contrabbasso, Andrea Sortino al flauto, Daniele Collura alla fisarmonica, Francesca Fundarò al violoncello, e la cantante Nicoletta Bellotti) diretto da Franco Foderà.

Coro Sancte Joseph

Si chiude nel giorno dell’Epifania con il grande concerto finale com’è tradizione, nella basilica di San Domenico: protagonista l’orchestra dell’Accademia Musicale Siciliana diretta dallo stesso Gaetano Colajanni. I cantanti Letizia Colajanni e Leonardo Alaimo proporranno arie liriche, melodie italiane e arie del repertorio classico napoletano. E una sorpresa tutta a stelle e strisce.

Durante i dieci concerti tre giovani artiste, Olimpia Cavriani, Desideria Burgio e Flaminia Fanale, realizzeranno fotografie mirate che l’anno prossimo comporranno un progetto espositivo ed editoriale autonomo. Tutti i concerti sono ad ingresso libero, fino ad esaurimento posti.

Prosegue “Natale a Palermo” che quest’anno festeggia la decima edizione, con un ricco cartellone che si concluderà il 6 gennaio. Tanti appuntamenti tra i tesori della città

di Marco Russo

Un itinerario in musica nelle chiese della città. La rassegna “Natale a Palermo” continua con il suo fitto programma di concerti nelle chiese della città. Un cartellone che quest’anno festeggia la decima edizione, con appuntamenti in palazzi, chiese, oratori, selezionati dall’immenso patrimonio palermitano.

Symphonic Band “Giacomo Candela”

La kermesse si apre come è tradizione a Santo Stefano e si chiude il 6 gennaio. L’iniziativa è promossa dal Rotary Club Palermo Est, a cui si uniscono Rotary, Lions, Inner Wheel, Soroptmist, e le associazioni Volo, Zonta Palermo Triscele e I.D.E.A. hub, Ande, con il contributo della “Settimana delle Culture”, e il sostegno dell’Accademia Musicale Siciliana, e la direzione artistica di Gaetano Colajanni.

 

Coro Incontrovoce

Domani, 28 dicembre, nella chiesa della Catena, l’ensemble Virtuose Flaire – formato dai fisarmonicisti Salvatore Vitale, Francesco Puglisi, Giuseppe Sirena, Giuseppe Mazzara, Alessio Di Dio – eseguirà musiche di Piazzolla, Mozart, Biscardi e Battiston. La rassegna migrerà sabato 29 dicembre nell’amatissima chiesa della Concezione al Capo dove troveremo il trio Giubila composto dal violista Salvatore Giuliano, da Giovanni La Mattina al clarinetto e dalla pianista Adriana Biondolillo. A ritmo di danza nelle musiche di Telemann, Nardini, Bloch, Bridge, Gillet, Shostakovich, Johow, Piazzolla, Galliano.

Domenica 30 dicembre si passa nell’antica chiesa di San Nicolò da Tolentino con l’orchestra di fiati “La Nuova Generazione” diretta da Giovanni La Mattina e nata all’interno del liceo musicale “Regina Margherita”. Per loro, un programma di musiche di Schubert, De Haan, Jager, Waighein, Bernstein e Ortolano. Stop per capodanno, la Basilica di San Francesco d’Assisi aprirà le sue porte per la ripresa della rassegna, il 2 gennaio: e accoglierà il coro “Sancte Joseph” diretto da Mauro Visconti, con Pietro Bagnasco solista all’organo. Musiche di Miserachs, Sgarlata, Mawby, Couperin, Saint-Saens e Gruber, Mauro Visconti, Norino Buogo e Berlin, per una vera e propria immersione nello spirito del Natale.

Sicily Ensemble

Giovedì 3 gennaio, a Santa Maria La Nova, si insinuerà il jazz del trombettista Giacomo Tantillo, pronto a proporre il suo concerto “Water Trumpet” accompagnato da Angelo Leonforte al pianoforte, Giovanni Villafranca al contrabbasso e Paolo Vicari alla batteria. Ultimi tre concerti: il 4 gennaio alla chiesa di Sant’Orsola, un particolarissimo appuntamento di musica rinascimentale e barocca, sia europea che giapponese, affidato al duo Wada-Tani, formato dalla flautista Chiemi Wada e da Lucia Tani alla spinetta. Sabato 5 gennaio al Carmine Maggiore si esibirà il “Sicily Ensemble” (Giovanna Mirione al piano, Giuseppe Adamo alla chitarra, Ruth Gonzales alla viola, Antonella Scalia al violino, Alberto Fiorentino al contrabbasso, Andrea Sortino al flauto, Daniele Collura alla fisarmonica, Francesca Fundarò al violoncello, e la cantante Nicoletta Bellotti) diretto da Franco Foderà.

Coro Sancte Joseph

Si chiude nel giorno dell’Epifania con il grande concerto finale com’è tradizione, nella basilica di San Domenico: protagonista l’orchestra dell’Accademia Musicale Siciliana diretta dallo stesso Gaetano Colajanni. I cantanti Letizia Colajanni e Leonardo Alaimo proporranno arie liriche, melodie italiane e arie del repertorio classico napoletano. E una sorpresa tutta a stelle e strisce.

Durante i dieci concerti tre giovani artiste, Olimpia Cavriani, Desideria Burgio e Flaminia Fanale, realizzeranno fotografie mirate che l’anno prossimo comporranno un progetto espositivo ed editoriale autonomo. Tutti i concerti sono ad ingresso libero, fino ad esaurimento posti.

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Riapre dopo trent’anni l’Oratorio Quaroni

Quello che un tempo era il secentesco edificio dedicato a San Giovanni dei Gerosolimitani, in via Maqueda a Palermo, adesso diventa un luogo d’incontri, dibattiti e convegni sul tema dei beni culturali in Sicilia

di Marco Russo

Un nuovo spazio per la cultura in via Maqueda, nel cuore di Palermo. Ha riaperto le porte, dopo più di trent’anni, l’Oratorio Quaroni, fino a qualche tempo fa considerato simbolo di degrado e di incuria. Lì dove un tempo sorgeva il secentesco edificio dedicato a San Giovanni dei Gerosolimitani, adesso ci sarà un luogo d’incontri, dibattiti e convegni sul tema dei beni culturali in Sicilia.

L’interno dell’oratorio

Artefice dell’apertura è Giuseppe Bucaro, direttore dei Beni culturali dell’Arcidiocesi di Palermo, in collaborazione con il Dipartimento dei Beni Culturali, il Centro per il Restauro e la Fondazione Federico II. Presente ieri all’inaugurazione, oltre a padre Bucaro, anche l’arcivescovo Corrado Lorefice e il direttore della Fondazione Federico II, Patrizia Monterosso. L’Oratorio ospita in questi giorni un assaggio della mostra “Rosalia eris in peste patrona”, una piccola vetrina, aperta gratuitamente ogni giorno dalle 10 alle 18, per la grande esposizione dedicata alla storia e al culto della Santa Patrona di Palermo, allestita nelle Sale Duca di Montalto di Palazzo Reale fino al 5 maggio.

L’edificio ricade in quell’area che per più di trent’anni è stata oggetto di un complesso iter di riqualificazione grazie a un piano di recupero originariamente voluto dall’architetto Ludovico Quaroni, e che dal 1983 si è concluso recentemente. Geograficamente l’area è compresa tra la via Maqueda, la Discesa dei Giovenchi e la Discesa delle Capre. E da queste strade si giunge all’attigua piazza Sant’Onofrio sulla quale si affaccia proprio l’Oratorio Quaroni.

Particolare del portale barocco

La chiesa con annesso oratorio di “San Giovannuzzo”, fu gravemente danneggiata a causa dei bombardamenti del maggio 1943 e in seguito demolita tra le polemiche nel 1983. Della chiesa si salvarono soltanto il portale in marmo e parte della facciata principale. Nel corso dei recenti interventi di ricostruzione, è stato ricollocato il portale barocco che ornava l’antico edificio, salvato dalla demolizione e custodito nei magazzini del palazzo arcivescovile.

“La scelta del luogo per promuovere ‘Rosalia eris in peste patrona” – ha detto padre Bucaro – non è casuale. Questo spazio che la Curia ha voluto, gentilmente, concedere alla Fondazione Federico II rappresenta il metodo di lavoro del direttore generale della Fondazione e dell’impegno volto alla valorizzazione e alla fruizione del patrimonio culturale siciliano”. “Dopo l’esperienza dello svelamento della tavoletta fiamminga di Santa Caterina del marzo scorso nell’omonimo monastero – ha aggiunto Monterosso – la Fondazione Federico II esce, ancora una volta dal Palazzo per far conoscere ai cittadini luoghi dimenticati o poco conosciuti. E lo fa proseguendo una stretta sinergia interistituzionale con il Dipartimento dei Beni Culturali, l’Arcidiocesi di Palermo e il Centro Regionale per il Restauro”.

Quello che un tempo era il secentesco edificio dedicato a San Giovanni dei Gerosolimitani, in via Maqueda a Palermo, adesso diventa un luogo d’incontri, dibattiti e convegni sul tema dei beni culturali in Sicilia

di Marco Russo

Un nuovo spazio per la cultura in via Maqueda, nel cuore di Palermo. Ha riaperto le porte, dopo più di trent’anni, l’Oratorio Quaroni, fino a qualche tempo fa considerato simbolo di degrado e di incuria. Lì dove un tempo sorgeva il secentesco edificio dedicato a San Giovanni dei Gerosolimitani, adesso ci sarà un luogo d’incontri, dibattiti e convegni sul tema dei beni culturali in Sicilia.

L’interno dell’oratorio

Artefice dell’apertura è Giuseppe Bucaro, direttore dei Beni culturali dell’Arcidiocesi di Palermo, in collaborazione con il Dipartimento dei Beni Culturali, il Centro per il Restauro e la Fondazione Federico II. Presente ieri all’inaugurazione, oltre a padre Bucaro, anche l’arcivescovo Corrado Lorefice e il direttore della Fondazione Federico II, Patrizia Monterosso. L’Oratorio ospita in questi giorni un assaggio della mostra “Rosalia eris in peste patrona”, una piccola vetrina, aperta gratuitamente ogni giorno dalle 10 alle 18, per la grande esposizione dedicata alla storia e al culto della Santa Patrona di Palermo, allestita nelle Sale Duca di Montalto di Palazzo Reale fino al 5 maggio.

L’edificio ricade in quell’area che per più di trent’anni è stata oggetto di un complesso iter di riqualificazione grazie a un piano di recupero originariamente voluto dall’architetto Ludovico Quaroni, e che dal 1983 si è concluso recentemente. Geograficamente l’area è compresa tra la via Maqueda, la Discesa dei Giovenchi e la Discesa delle Capre. E da queste strade si giunge all’attigua piazza Sant’Onofrio sulla quale si affaccia proprio l’Oratorio Quaroni.

Particolare del portale barocco

La chiesa con annesso oratorio di “San Giovannuzzo”, fu gravemente danneggiata a causa dei bombardamenti del maggio 1943 e in seguito demolita tra le polemiche nel 1983. Della chiesa si salvarono soltanto il portale in marmo e parte della facciata principale. Nel corso dei recenti interventi di ricostruzione, è stato ricollocato il portale barocco che ornava l’antico edificio, salvato dalla demolizione e custodito nei magazzini del palazzo arcivescovile.

“La scelta del luogo per promuovere ‘Rosalia eris in peste patrona” – ha detto padre Bucaro – non è casuale. Questo spazio che la Curia ha voluto, gentilmente, concedere alla Fondazione Federico II rappresenta il metodo di lavoro del direttore generale della Fondazione e dell’impegno volto alla valorizzazione e alla fruizione del patrimonio culturale siciliano”. “Dopo l’esperienza dello svelamento della tavoletta fiamminga di Santa Caterina del marzo scorso nell’omonimo monastero – ha aggiunto Monterosso – la Fondazione Federico II esce, ancora una volta dal Palazzo per far conoscere ai cittadini luoghi dimenticati o poco conosciuti. E lo fa proseguendo una stretta sinergia interistituzionale con il Dipartimento dei Beni Culturali, l’Arcidiocesi di Palermo e il Centro Regionale per il Restauro”.

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“Altre Stanze”, la collezione della Banca d’Italia

Saranno esposte a Palazzo Sant’Elia, quaranta opere di trenta artisti che hanno segnato il secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta. Da Lucio Fontana a Franco Angeli, da Renato Guttuso a Carla Accardi

di Redazione

Un patrimonio prezioso e vario, che si è costituito nel tempo, riuscendo a raccontare lo sviluppo dell’arte figurativa italiana e le trasformazioni sociali del Paese. Una collezione destinata agli ambienti di rappresentanza degli istituti di credito, ma che esce dagli studi dirigenziali per percorrere quella stessa Italia che fa parte del racconto.

Dalle diverse sedi della Banca d’Italia, raccolte in un’unica, importante collezione, arrivano a Palermo, quaranta opere di trenta artisti che hanno segnato il secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta. Si inaugura venerdì 21 dicembre (vernissage alle 11) alla Fondazione Sant’Elia – che la ospiterà poi fino al 28 febbraio – la mostra “Altre Stanze anni ’50 e ’60”, a cura di Mariastella Margozzi e Morena Costantini. Quaranta opere, raccolte per l’occasione e provenienti da varie sedi italiane della Banca d’Italia, arrivano per la prima volta a Palermo.

Da Lucio Fontana a Franco Angeli, da Renato Guttuso a Carla Accardi, da Turcato a Burri, da Ugo Attardi ad Enrico Baj, Giorgio De Chirico, Tano Festa: creativi, affabulatori, per nulla inclini a cedere le armi, ognuno convinto del suo “segno”, con qualcosa di profondo e intimo da comunicare. La raccolta della Banca d’Italia non ha un filo conduttore preciso, non è orientata verso questa o quella tendenza, ma racchiude opere acquistate soprattutto sul mercato nazionale e internazionale, tra la fine degli anni ‘80 e gli anni 2000, per rispondere ad un’esigenza di rappresentanza. Si ricompone in questa mostra, una sorta di puzzle che fornisce un ottimo contributo alla narrazione della storia dell’arte italiana dei due decenni ’50 e ’60.

All’inaugurazione saranno presenti il sindaco di Palermo e presidente della Fondazione Sant’Elia, Leoluca Orlando, l’assessore regionale ai Beni Culturali e all’Identità Sicilia, Sebastiano Tusa, l’assessore alla Cultura Andrea Cusumano e il sovrintendente di Fondazione Sant’Elia Antonio Ticali. Interverranno diversi esponenti della Banca d’Italia.

La mostra sarà visitabile dal 22 dicembre al 28 febbraio: dal martedì al venerdì dalle 9.30 alle 18.30. Sabato e domenica dalle 10 alle 18.30. Chiusa il lunedì e il 25 dicembre. L’ingresso è gratuito.

Saranno esposte a Palazzo Sant’Elia, quaranta opere di trenta artisti che hanno segnato il secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta. Da Lucio Fontana a Franco Angeli, da Renato Guttuso a Carla Accardi

di Redazione

Un patrimonio prezioso e vario, che si è costituito nel tempo, riuscendo a raccontare lo sviluppo dell’arte figurativa italiana e le trasformazioni sociali del Paese. Una collezione destinata agli ambienti di rappresentanza degli istituti di credito, ma che esce dagli studi dirigenziali per percorrere quella stessa Italia che fa parte del racconto.

Dalle diverse sedi della Banca d’Italia, raccolte in un’unica, importante collezione, arrivano a Palermo, quaranta opere di trenta artisti che hanno segnato il secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta. Si inaugura venerdì 21 dicembre (vernissage alle 11) alla Fondazione Sant’Elia – che la ospiterà poi fino al 28 febbraio – la mostra “Altre Stanze anni ’50 e ’60”, a cura di Mariastella Margozzi e Morena Costantini. Quaranta opere, raccolte per l’occasione e provenienti da varie sedi italiane della Banca d’Italia, arrivano per la prima volta a Palermo.

Da Lucio Fontana a Franco Angeli, da Renato Guttuso a Carla Accardi, da Turcato a Burri, da Ugo Attardi ad Enrico Baj, Giorgio De Chirico, Tano Festa: creativi, affabulatori, per nulla inclini a cedere le armi, ognuno convinto del suo “segno”, con qualcosa di profondo e intimo da comunicare. La raccolta della Banca d’Italia non ha un filo conduttore preciso, non è orientata verso questa o quella tendenza, ma racchiude opere acquistate soprattutto sul mercato nazionale e internazionale, tra la fine degli anni ‘80 e gli anni 2000, per rispondere ad un’esigenza di rappresentanza. Si ricompone in questa mostra, una sorta di puzzle che fornisce un ottimo contributo alla narrazione della storia dell’arte italiana dei due decenni ’50 e ’60.

All’inaugurazione saranno presenti il sindaco di Palermo e presidente della Fondazione Sant’Elia, Leoluca Orlando, l’assessore regionale ai Beni Culturali e all’Identità Sicilia, Sebastiano Tusa, l’assessore alla Cultura Andrea Cusumano e il sovrintendente di Fondazione Sant’Elia Antonio Ticali. Interverranno diversi esponenti della Banca d’Italia.

La mostra sarà visitabile dal 22 dicembre al 28 febbraio: dal martedì al venerdì dalle 9.30 alle 18.30. Sabato e domenica dalle 10 alle 18.30. Chiusa il lunedì e il 25 dicembre. L’ingresso è gratuito.

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Quando l’arte mostra i limiti di ‘una questione di pelle’

Un’installazione di Igor Scalisi Palminteri in un liceo linguistico di Palermo racconta, a partire dalla tecnica utilizzata, il tratto comune a individui diversi. L’opera sarà svelata venerdì ed è dedicata all’intercultura

di Antonella Lombardi

“A volte è solo una questione di pelle. Soltanto un colore che purtroppo, ancora oggi, discrimina”. A parlare è Igor Scalisi Palminteri, artista che con la sua tavolozza di colori ha contribuito a salvare dal degrado il quartiere di Ballarò, raccontandone l’anima multietnica. Ora il suo appello all’accoglienza si rivolge a un’altra comunità: quella degli studenti del liceo linguistico Keynes di Palermo, dove venerdì, in occasione dell’Open day dell’istituto, sarà inaugurata una sua installazione pittorica dedicata all’intercultura e intitolata “Una questione di pelle”.

“Quando conosci la lingua di qualcuno quella persona diventa meno straniera, perché hai un codice che ti permette di entrare in contatto con l’altro e abbattere le barriere – spiega Palminteri. Mentre parla a Le Vie dei Tesori News si trova ad Alcamo, dove sta realizzando un murales per l’associazione ‘Mediterraneo di pace’.

“Mi è sembrata un’occasione importante realizzare un’opera sull’intercultura in un liceo linguistico, permette di evidenziare l’importanza della lingua del mondo. E proprio per questo la mia installazione doveva trovarsi in un luogo visibile a tutti e di passaggio, come i corridoi dell’istituto. Per ricordare a tutti l’importanza della ricchezza, il valore della diversità, il rispetto per chi conosce luoghi diversi dai tuoi ed è comunque portatore di un’altra storia. Spesso lavoro anche con i bambini perché credo che questi percorsi vadano avviati nell’infanzia e da grandi portano dei frutti meravigliosi. Non dobbiamo mai smettere di parlare ai nostri ragazzi e bambini dell’importanza e della ricchezza della diversità, soprattutto oggi”.

Il progetto finale sarà svelato soltanto venerdì (l’inaugurazione alle 11 in via Marchese Ugo, 6) ma l’artista anticipa che si tratterà di “un’installazione pittorica su dodici tele 40 x 50 che si svilupperà come un unicuum”. Un numero non casuale il 12, un tributo a quelle “12 tribù di Israele dalle quali, secondo la versione biblica, sarebbero partiti tutti i popoli del mondo – dice Igor Scalisi Palminteri – io sono cristiano e credo innanzitutto nel principio per cui si possa essere tutti diversi e costruire comunque un percorso insieme, evitare di pensare che l’altro sia un nemico, perché siamo tutti della stessa razza, quella umana, siamo persone”.

Un’affermazione di principio che si rivela anche nella tecnica pittorica utilizzata: l’artista, infatti, ha usato soltanto sei colori per dipingere persone dal colore di pelle diverso: “c’è chi ha la pelle chiarissima e chi ce l’ha ebano – spiega – eppure ho voluto usare le stesse tinteseppure con dosaggi diversi. Perché siamo tutti diversi, ma parte dello stesso ceppo. E non può essere una ‘questione di pelle’. Mai”.

Un’installazione di Igor Scalisi Palminteri in un liceo linguistico di Palermo racconta, a partire dalla tecnica utilizzata, il tratto comune a individui diversi. L’opera sarà svelata venerdì ed è dedicata all’intercultura

di Antonella Lombardi

“A volte è solo una questione di pelle. Soltanto un colore che purtroppo, ancora oggi, discrimina”. A parlare è Igor Scalisi Palminteri, artista che con la sua tavolozza di colori ha contribuito a salvare dal degrado il quartiere di Ballarò, raccontandone l’anima multietnica. Ora il suo appello all’accoglienza si rivolge a un’altra comunità: quella degli studenti del liceo linguistico Keynes di Palermo, dove venerdì, in occasione dell’Open day dell’istituto, sarà inaugurata una sua installazione pittorica dedicata all’intercultura e intitolata “Una questione di pelle”.

“Quando conosci la lingua di qualcuno quella persona diventa meno straniera, perché hai un codice che ti permette di entrare in contatto con l’altro e abbattere le barriere – spiega Palminteri. Mentre parla a Le Vie dei Tesori News si trova ad Alcamo, dove sta realizzando un murales per l’associazione ‘Mediterraneo di pace’.

“Mi è sembrata un’occasione importante realizzare un’opera sull’intercultura in un liceo linguistico, permette di evidenziare l’importanza della lingua del mondo. E proprio per questo la mia installazione doveva trovarsi in un luogo visibile a tutti e di passaggio, come i corridoi dell’istituto. Per ricordare a tutti l’importanza della ricchezza, il valore della diversità, il rispetto per chi conosce luoghi diversi dai tuoi ed è comunque portatore di un’altra storia. Spesso lavoro anche con i bambini perché credo che questi percorsi vadano avviati nell’infanzia e da grandi portano dei frutti meravigliosi. Non dobbiamo mai smettere di parlare ai nostri ragazzi e bambini dell’importanza e della ricchezza della diversità, soprattutto oggi”.

Il progetto finale sarà svelato soltanto venerdì (l’inaugurazione alle 11 in via Marchese Ugo, 6) ma l’artista anticipa che si tratterà di “un’installazione pittorica su dodici tele 40 x 50 che si svilupperà come un unicuum”. Un numero non casuale il 12, un tributo a quelle “12 tribù di Israele dalle quali, secondo la versione biblica, sarebbero partiti tutti i popoli del mondo – dice Igor Scalisi Palminteri – io sono cristiano e credo innanzitutto nel principio per cui si possa essere tutti diversi e costruire comunque un percorso insieme, evitare di pensare che l’altro sia un nemico, perché siamo tutti della stessa razza, quella umana, siamo persone”.

Un’affermazione di principio che si rivela anche nella tecnica pittorica utilizzata: l’artista, infatti, ha usato soltanto sei colori per dipingere persone dal colore di pelle diverso: “c’è chi ha la pelle chiarissima e chi ce l’ha ebano – spiega – eppure ho voluto usare le stesse tinteseppure con dosaggi diversi. Perché siamo tutti diversi, ma parte dello stesso ceppo. E non può essere una ‘questione di pelle’. Mai”.

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La Vittoria Alata torna a spiccare il volo

La statua liberty di Antonio Ugo, spaccata in più pezzi dopo il furto del 2013, è stata restituita al suo antico splendore in seguito ad un delicato restauro. Adesso è esposta nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo insieme alla copia in gesso messa a disposizione dagli eredi dello scultore

di Giulio Giallombardo

Era spaccata in due con un’ala spezzata, adesso è pronta di nuovo a spiccare il volo. L’odissea della Vittoria Alata si è conclusa. La statua liberty di Antonio Ugo, a quasi sei anni dal furto che ne decretò la condanna a morte, è risorta dopo un delicato restauro cominciato sei mesi fa. La sua nuova vita è nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo, a Palermo, dove da ieri la Vittoria è tornata ad aprire le ali.

Il restauro della Vittoria Alata

Non è stato facile mettere insieme i cinque pezzi in cui era stata ridotta la statua, rubata dal Palazzo delle Finanze, nel febbraio del 2013 e ritrovata pochi mesi dopo in un magazzino del quartiere Danisinni, pronta ad essere fusa. Il monumento, commissionato nel 1922 allo scultore palermitano dal Banco di Sicilia, in ricordo dei dipendenti caduti nella prima guerra mondiale, si era spezzato durante il furto e i ladri, probabilmente, avevano infierito per poter con più facilità trasformarla in rame da rivendere ai mercati illegali.

I pezzi della statua furono ritrovati dopo una soffiata alla polizia e poi affidati alla Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, che li ha custoditi nel Palazzo Ajutamicristo in attesa del restauro. Grazie ad un’azione sinergica del comitato Insieme per Palermo, poi diventato associazione Settimana delle culture, degli Amici dei Musei Siciliani e di Maria Antonietta Spadaro, storico dell’arte e membro del direttivo dell’Anisa, che fu la prima a lanciare l’allarme dopo il furto, fu organizzata una raccolta fondi per il restauro della statua. Così nel 2014 si tenne un’asta con gli scatti palermitani di Franco Sersale, fotografo e noto albergatore campano, morto l’anno successivo. Grazie a questa iniziativa, fu possibile successivamente preparare un progetto di restauro, curato da Mauro Sebastianelli.

Un momento della presentazione

Si è trattato di un intervento conservativo molto complesso, spiegato da Sebastianelli nel corso della presentazione del restauro che si è svolta ieri a Palazzo Ajutamicristo. Una delle fasi più delicate – ha detto il restauratore – ha riguardato il posizionamento e il nuovo ancoraggio delle parti scomposte. È stata applicata una struttura interna, removibile e autoportante, che garantisce la tenuta della scultura e assicura l’eventuale rimozione. Nel corso dell’intervento, durante le indagini preliminari, si è scoperto inoltre che la statua non è in bronzo, come si pensava, ma in ottone.

All’incontro di ieri pomeriggio sono stati presenti anche l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa; il soprintendente Lina Bellanca; l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Cusumano; il presidente dell’associazione Amici dei Musei Siciliani, Bernardo Tortorici di Raffadali; Gabriella Renier Filippone della Settimana delle Culture e Maria Antonietta Spadaro. “Questo è un esempio di buone pratiche che merita molta attenzione – ha sottolineato l’assessore Tusa – perché rappresenta bene quella collaborazione virtuosa tra pubblico e privato di cui abbiamo bisogno e che stiamo cercando di portare avanti”.

Così la Vittoria, adesso, si staglia su un piedistallo e dall’alto dei suoi due metri, sembra vegliare sul loggiato del palazzo. Accanto c’è la sua “gemella”, il modello in gesso della statua messo a disposizione dagli eredi di Antonio Ugo e che sarà esposto fino alla fine del prossimo aprile. Sulle pareti della stessa sala, anche la “Pupa del Capo”, il mosaico restaurato che fino a qualche anno fa decorava l’ingresso dell’antico panificio Morello, sul prospetto di Palazzo Serenario, nel mercato del Capo. Due gioielli del liberty tornati a nuova vita.

La statua liberty di Antonio Ugo, spaccata in più pezzi dopo il furto del 2013, è stata restituita al suo antico splendore in seguito ad un delicato restauro. Adesso è esposta nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo insieme alla copia in gesso messa a disposizione dagli eredi dello scultore

di Giulio Giallombardo

Era spaccata in due con un’ala spezzata, adesso è pronta di nuovo a spiccare il volo. L’odissea della Vittoria Alata si è conclusa. La statua liberty di Antonio Ugo, a quasi sei anni dal furto che ne decretò la condanna a morte, è risorta dopo un delicato restauro cominciato sei mesi fa. La sua nuova vita è nel loggiato di Palazzo Ajutamicristo, a Palermo, dove da ieri la Vittoria è tornata ad aprire le ali.

Il restauro della Vittoria Alata

Non è stato facile mettere insieme i cinque pezzi in cui era stata ridotta la statua, rubata dal Palazzo delle Finanze, nel febbraio del 2013 e ritrovata pochi mesi dopo in un magazzino del quartiere Danisinni, pronta ad essere fusa. Il monumento, commissionato nel 1922 allo scultore palermitano dal Banco di Sicilia, in ricordo dei dipendenti caduti nella prima guerra mondiale, si era spezzato durante il furto e i ladri, probabilmente, avevano infierito per poter con più facilità trasformarla in rame da rivendere ai mercati illegali.

I pezzi della statua furono ritrovati dopo una soffiata alla polizia e poi affidati alla Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, che li ha custoditi nel Palazzo Ajutamicristo in attesa del restauro. Grazie ad un’azione sinergica del comitato Insieme per Palermo, poi diventato associazione Settimana delle culture, degli Amici dei Musei Siciliani e di Maria Antonietta Spadaro, storico dell’arte e membro del direttivo dell’Anisa, che fu la prima a lanciare l’allarme dopo il furto, fu organizzata una raccolta fondi per il restauro della statua. Così nel 2014 si tenne un’asta con gli scatti palermitani di Franco Sersale, fotografo e noto albergatore campano, morto l’anno successivo. Grazie a questa iniziativa, fu possibile successivamente preparare un progetto di restauro, curato da Mauro Sebastianelli.

Un momento della presentazione

Si è trattato di un intervento conservativo molto complesso, spiegato da Sebastianelli nel corso della presentazione del restauro che si è svolta ieri a Palazzo Ajutamicristo. Una delle fasi più delicate – ha detto il restauratore – ha riguardato il posizionamento e il nuovo ancoraggio delle parti scomposte. È stata applicata una struttura interna, removibile e autoportante, che garantisce la tenuta della scultura e assicura l’eventuale rimozione. Nel corso dell’intervento, durante le indagini preliminari, si è scoperto inoltre che la statua non è in bronzo, come si pensava, ma in ottone.

All’incontro di ieri pomeriggio sono stati presenti anche l’assessore regionale ai Beni Culturali, Sebastiano Tusa; il soprintendente Lina Bellanca; l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Cusumano; il presidente dell’associazione Amici dei Musei Siciliani, Bernardo Tortorici di Raffadali; Gabriella Renier Filippone della Settimana delle Culture e Maria Antonietta Spadaro. “Questo è un esempio di buone pratiche che merita molta attenzione – ha sottolineato l’assessore Tusa – perché rappresenta bene quella collaborazione virtuosa tra pubblico e privato di cui abbiamo bisogno e che stiamo cercando di portare avanti”.

Così la Vittoria, adesso, si staglia su un piedistallo e dall’alto dei suoi due metri, sembra vegliare sul loggiato del palazzo. Accanto c’è la sua “gemella”, il modello in gesso della statua messo a disposizione dagli eredi di Antonio Ugo e che sarà esposto fino alla fine del prossimo aprile. Sulle pareti della stessa sala, anche la “Pupa del Capo”, il mosaico restaurato che fino a qualche anno fa decorava l’ingresso dell’antico panificio Morello, sul prospetto di Palazzo Serenario, nel mercato del Capo. Due gioielli del liberty tornati a nuova vita.

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Palermo in quei trofei diventati arte

Arriva per la prima volta in Italia l’installazione “Triumph” di Aleksandra Mir, creata mettendo insieme migliaia di cimeli, raccolti durante il suo soggiorno in Sicilia. L’opera è stata adesso donata al Centro Pecci di Prato dove sarà in mostra fino al 31 marzo

di Giulio Giallombardo

Migliaia di vite accatastate una sull’altra. Storie congelate in uno scintillante coro di cimeli, ognuno col suo ricordo da raccontare. Ci sono sogni e ambizioni di tempi andati in “Triumph”, la gigantesca installazione che Aleksandra Mir, artista polacca cittadina del mondo, ha portato adesso per la prima volta in Italia. Inaugurata il 14 dicembre al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, dove sarà in mostra fino al 31 marzo prossimo, l’opera è stata però concepita più a sud: sotto quel mosaico irregolare di coppe e trofei, batte il cuore di Palermo.

L’idea di creare un’installazione, mettendo insieme migliaia di cimeli e riconoscimenti, è nata negli anni in cui l’artista ha vissuto nel capoluogo siciliano, tra il 2005 e il 2010. Ultimata nel 2009, esposta nello stesso anno alla Schirn Kunsthalle di Francoforte e nel 2012 alla South London Gallery di Londra, “Triumph” è un omaggio nostalgico a Palermo e alla sua comunità.

La curatrice della mostra Marta Papini

Aleksandra Mir ha raccolto esattamente 2.529 trofei, datati a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, grazie ad un annuncio pubblicato sul Giornale di Sicilia, nel quale si offrivano cinque euro in cambio di ogni trofeo. Sono stati in tanti ad aderire, più di quanti l’artista aveva previsto. Ha inizio, così, un lungo viaggio a bordo di una 500, tra Palermo e provincia, a caccia di trofei da mettere insieme. Dopo le tappe di Francoforte, e Londra, dove attualmente Mir vive, l’opera è arrivata adesso in Italia, in occasione del trentennale del centro Pecci, a cui l’artista ha voluto donarla.

La genesi di “Triumph” risale al 2005, anno in cui Mir si è trasferita da New York a Palermo, con l’obiettivo preciso di una ricerca che fosse artistica e sociologica insieme. Da un lato il patrimonio artistico della città, dall’altro la cultura popolare e, più precisamente, sportiva, di cui la coppa è simbolo per eccellenza. “Sono arrivata a Palermo con due valigie – racconta l’artista in un’intervista concessa alla curatrice della mostra, Marta Papini – quando ho preso un appartamento in affitto, sono andata a cercare dei mobili per arredarlo nei negozi dell’usato. Lì ho trovato alcuni vecchi trofei, ero affascinata sia dalle loro forme, che dalla storia dietro ognuno di essi. Ogni trofeo costava un euro, ne ho comprati dieci e li ho messi su una mensola del mio studio”.

“Triumph” di Aleksandra Mir

Così, quei trofei, passati di mano in mano, sono diventati come la rappresentazione di un passato fittizio. Da qui l’idea di un’opera d’arte che trascendesse l’esperienza personale, per diventare espressione di una comunità. “Sono rimasta sorpresa dalla risposta all’annuncio, – prosegue Mir – le persone lo vedevano come un’opportunità per liberarsi di un po’ di roba vecchia, venivano a lasciare i trofei nel mio studio, oppure andavo io da loro a prenderli. Quando entravo nelle case della gente sentivo su di me un’ondata di generosità, m’invitavano a rimanere a pranzo con tutta la famiglia per raccontarmi la storia di come il trofeo fosse stato vinto. Un uomo mi disse che il suo più grande trofeo erano i suoi figli, un altro che non voleva tenersi in casa degli oggetti che gli ricordassero che stava invecchiando, un’altra ancora che il vincitore del trofeo, suo figlio, era morto”.

Dunque, storie che s’intrecciano in uno scambio tra chi ha scelto di donare un pezzo di sé e l’artista, che lo custodisce dandogli una nuova forma. “Ho cominciato in veste di artista-antropologa – spiega Mir – ma poi mi sono sentita anche un prete, uno strizzacervelli e, a tratti, una specie di spazzina”. Un’esperienza, per sua natura, irripetibile che adesso è entrata a far parte della collezione del Pecci. Chissà che un giorno possa arrivare a Palermo, proprio lì dove tutto ha avuto inizio.

Arriva per la prima volta in Italia l’installazione “Triumph” di Aleksandra Mir, creata mettendo insieme migliaia di cimeli, raccolti durante il suo soggiorno in Sicilia. L’opera è stata adesso donata al Centro Pecci di Prato dove sarà in mostra fino al 31 marzo

di Giulio Giallombardo

Migliaia di vite accatastate una sull’altra. Storie congelate in uno scintillante coro di cimeli, ognuno col suo ricordo da raccontare. Ci sono sogni e ambizioni di tempi andati in “Triumph”, la gigantesca installazione che Aleksandra Mir, artista polacca cittadina del mondo, ha portato adesso per la prima volta in Italia. Inaugurata il 14 dicembre al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, dove sarà in mostra fino al 31 marzo prossimo, l’opera è stata però concepita più a sud: sotto quel mosaico irregolare di coppe e trofei, batte il cuore di Palermo.

L’idea di creare un’installazione, mettendo insieme migliaia di cimeli e riconoscimenti, è nata negli anni in cui l’artista ha vissuto nel capoluogo siciliano, tra il 2005 e il 2010. Ultimata nel 2009, esposta nello stesso anno alla Schirn Kunsthalle di Francoforte e nel 2012 alla South London Gallery di Londra, “Triumph” è un omaggio nostalgico a Palermo e alla sua comunità.

La curatrice della mostra Marta Papini

Aleksandra Mir ha raccolto esattamente 2.529 trofei, datati a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, grazie ad un annuncio pubblicato sul Giornale di Sicilia, nel quale si offrivano cinque euro in cambio di ogni trofeo. Sono stati in tanti ad aderire, più di quanti l’artista aveva previsto. Ha inizio, così, un lungo viaggio a bordo di una 500, tra Palermo e provincia, a caccia di trofei da mettere insieme. Dopo le tappe di Francoforte, e Londra, dove attualmente Mir vive, l’opera è arrivata adesso in Italia, in occasione del trentennale del centro Pecci, a cui l’artista ha voluto donarla.

La genesi di “Triumph” risale al 2005, anno in cui Mir si è trasferita da New York a Palermo, con l’obiettivo preciso di una ricerca che fosse artistica e sociologica insieme. Da un lato il patrimonio artistico della città, dall’altro la cultura popolare e, più precisamente, sportiva, di cui la coppa è simbolo per eccellenza. “Sono arrivata a Palermo con due valigie – racconta l’artista in un’intervista concessa alla curatrice della mostra, Marta Papini – quando ho preso un appartamento in affitto, sono andata a cercare dei mobili per arredarlo nei negozi dell’usato. Lì ho trovato alcuni vecchi trofei, ero affascinata sia dalle loro forme, che dalla storia dietro ognuno di essi. Ogni trofeo costava un euro, ne ho comprati dieci e li ho messi su una mensola del mio studio”.

Così, quei trofei, passati di mano in mano, sono diventati come la rappresentazione di un passato fittizio. Da qui l’idea di un’opera d’arte che trascendesse l’esperienza personale, per diventare espressione di una comunità. “Sono rimasta sorpresa dalla risposta all’annuncio, – prosegue Mir – le persone lo vedevano come un’opportunità per liberarsi di un po’ di roba vecchia, venivano a lasciare i trofei nel mio studio, oppure andavo io da loro a prenderli. Quando entravo nelle case della gente sentivo su di me un’ondata di generosità, m’invitavano a rimanere a pranzo con tutta la famiglia per raccontarmi la storia di come il trofeo fosse stato vinto. Un uomo mi disse che il suo più grande trofeo erano i suoi figli, un altro che non voleva tenersi in casa degli oggetti che gli ricordassero che stava invecchiando, un’altra ancora che il vincitore del trofeo, suo figlio, era morto”.

“Triumph” di Aleksandra Mir

Dunque, storie che s’intrecciano in uno scambio tra chi ha scelto di donare un pezzo di sé e l’artista, che lo custodisce dandogli una nuova forma. “Ho cominciato in veste di artista-antropologa – spiega Mir – ma poi mi sono sentita anche un prete, uno strizzacervelli e, a tratti, una specie di spazzina”. Un’esperienza, per sua natura, irripetibile che adesso è entrata a far parte della collezione del Pecci. Chissà che un giorno possa arrivare a Palermo, proprio lì dove tutto ha avuto inizio.

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