L’ingegnere custode del bello che inventò l’Arena Trianon

Un incontro e un libro per riscoprire l’opera di Giovanni Pernice, progettista di diversi edifici che hanno plasmato l’aspetto urbano di Palermo

di Guido Fiorito

Giovanni Pernice è un nostro amico, un amico di tutti i palermitani, anche se pochi ne sono consapevoli. Ogni giorno è con noi, passiamo molto spesso sotto i suoi balconi e davanti ai suoi portoni. Un incontro e un libro per scoprire o meglio riscoprire l’opera di questo ingegnere che ha costruito edifici che caratterizzano l’aspetto urbano di Palermo.

Palazzo Mineo in via della Libertà 129

Un libro scritto dal nipote Fabio Alfano, architetto e custode dell’archivio del nonno, quando i progetti erano realizzati ancora con raffinati segni a matita o con l’inchiostro di china. Se l’opera più popolare di Pernice, attivo tra la fine degli anni Trenta e il 1960 (anno della morte) è l’Arena Trianon, tanti altri sono nostri affezionati compagni di sguardi giornalieri. Chi non ha passeggiato sotto i lunghi portici dell’edificio di fronte al porto, sorto sulle macerie della guerra, o passato davanti al palazzo Mineo in via Libertà 139 con il suo gioco di vuoti e pieni?

Chi non ha ammirato, nella parte alta di via Brigata Verona, all’angolo di viale Campania, il grande e compatto edificio alleggerito da una elegante pensilina traforata all’ultimo livello? Oppure è rimasto colpito a Mondello dal villino Balsamo-Genova, in via Saline 18-20, con un gioco di incastri tra volumi circolari e ad angolo retto? “Giovanni Pernice, l’Arena Trianon e altre opere” (edizioni Kalos) racconta della vicenda professionale del progettista palermitano. Per scoprire che nel Dopoguerra, alla vigilia delle speculazioni edilizie del sacco di Palermo, dei palazzoni di cemento armato come brutti contenitori, ci fu chi, come Pernice, mantenne il gusto del “buon costruire”, con la capacità di esprimere bellezza e di impreziosire le sue opere, curando gli aspetti decorativi con la collaborazione di bravi artigiani.

Disegno del prospetto dell’Arena Trianon

L’incontro di presentazione del libro a Palazzo Ajutamicristo, come ha affermato la soprintendente ai Beni Culturali di Palermo e padrona di casa Lina Bellanca, non è un caso; ricorda come l’Arena Trianon sia stata posta sotto vincolo architettonico per la sua qualità nel 2016. Insieme ad altre opere del periodo, tra cui il cinema Astoria di Caronia Roberti (1953), come ha spiegato l’architetto Silvana Lo Giudice. L’Arena Trianon è stata realizzata da Pernice nel 1944-45, con la collaborazione dell’architetto Caruso per gli aspetti decorativi e di Alessandro Manzo per le sculture. Nel momento, come ha ricordato il professore Gianfranco Tuzzolino, in cui nasceva la facoltà di architettura di Palermo con Caronia Roberti preside e Cardella primo di docente di composizione. Ovvero si ricominciava daccapo. Ultima opera in stile decò. La ricostruzione in architettura tenderà, infatti, verso caratteri più vicini al razionalismo.

Artisti in scena per un’operetta

Dopo il vincolo, i proprietari dell’Arena Trianon hanno fatto risanare il tetto, dove esiste ancora il graticcio di travi e i rocchetti di legno, cui erano attaccate e mosse con funi le scene. Prima di essere un arena cinematografica, il Trianon ospitò il teatro di rivista, con personaggi come Wanda Osiris, Carlo Dapporto e Alberto Sordi. Un pezzo di storia della città. “Sono preoccupato – ha detto Fabio Alfano – delle condizioni della facciata di via Scarlatti”. L’originale pittura composta da zone gialle e zone rosse, è scomparsa sotto mani d’intonaco, sono sparite le lettere del nome dell’Arena, mentre la statua al centro, che rappresenta la musica, è in cattive condizioni.

L’Arena è da tempo usata come parcheggio, così come l’area dove sorgeva villa Deliella, distrutta sessanta anni fa tondi: quasi a mostrare un singolare primato a Palermo delle esigenze dell’automobile sulla bellezza architettonica. Lo studio di opere come quelle di Pernice cerca di ribaltare questa prospettiva che penalizza la città. A volte basta solo guardare un po’ più in alto, con occhi innocenti.

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Le antiche iscrizioni greche e latine specchio di Segesta

Un libro che indaga sulle epigrafi nelle indagini storiche sugella la sinergia tra il Parco archeologico e la Scuola Normale di Pisa

di Alessia Franco

Un prezioso tassello in più per ricostruire la vita delle popolazioni che insistevano nella cosiddetta “area elima”. Ma anche il prosieguo di una ricerca appassionata che, dopo un periodo di stasi, continua con una collaborazione importante: quella tra il Parco archeologico di Segesta e la Scuola Normale di Pisa. Una sinergia che risale al tempo in cui Vincenzo Tusa avviò gli scavi avvalendosi della direzione di Giuseppe Nenci.

Un momento dell’incontro

A suggellare la ripresa della storica collaborazione è il volume “Inscriptiones Segestanae. Le iscrizioni greche e latine di Segesta”, di Carmine Ampolo e Donatella Erdas, edito dalla Normale, appunto, e presentato a Palermo ieri pomeriggio a Villa Malfitano Whitaker da Piera Anello e Antonietta Brugnone, dell’ateneo palermitano e Flavia Frisone dell’Università del Salento. Una sinergia che va oltre e si estende alla collaborazione tra i diversi parchi, come ha sottolineato Francesca Spatafora, direttore del Parco archeologico di Solunto, Himera e Monte Jato, che ha messo in evidenza l’importanza di scavi e ricerche. “Anche l’autonomia che ci è stata concessa – le ha fatto eco il direttore del Parco di Segesta, Rossella Giglio – ha portato una ventata di energie nuove e di collaborazioni proficue, che non intendiamo disperdere”.

Iscrizione pavimentale (dal libro “L’agorà di Segesta: uno sguardo d’assieme tra iscrizioni e monumenti”)

Sull’importanza delle epigrafi nelle indagini storiche si è già discusso moltissimo, e il corpus di quelle elime è già venuto alla luce. Stavolta lo studio riportato nel libro riguarda invece quelle greche e latine dell’antica Segesta, analizzate nel loro contesto storico, commentate, tradotte e illustrate. Sono 54 i testi inediti, mentre, in appendice, sei riguardano il territorio e la sua storia. Un tuffo nel passato di una civiltà che insisteva su una vasta area, rigogliosa e di respiro mediterranea, nel senso di apertura verso le realtà che vi approdavano.

Il teatro antico di Segesta

Le iscrizioni riportate nel libro di Carmine Ampolo e Donatella Erdas restituiscono nozioni importanti sull’urbanistica del tempo, sulla storia e sulle istituzioni. Ma anche sullo stato dei lavori pubblici. Le epigrafi relative ai lavori sul teatro, l’agorà e suoi edifici, piazze e strade, per esempio, erano spesso caratterizzate da testi celebrativi. Una cerimonia che non di rado si concretizzava nella realizzazione di una statua. E ci sarà ancora molto da scoprire su Onasus, personaggio di rilievo che appare sulle epigrafi, noto perfino a Cicerone.

(La foto grande in alto è tratta dalla pubblicazione “L’agorà di Segesta: uno sguardo d’assieme tra iscrizioni e monumenti”)

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Le Vie dei Tesori restaura tre gioielli a Palermo, Trapani e Marsala

Il contest online premia le Sfingi dell’Orto Botanico, l’olio su tela nella Cappella della Mortificazione e la cupola del Campanile del Carmine

di Redazione

Al termine della tredicesima edizione de Le Vie dei Tesori, tre gioielli torneranno a risplendere grazie al supporto di Lottomatica Holding, e con il coinvolgimento di giovani restauratori dell’Università di Palermo. Il contest online lanciato sul portale del Festival, che ha totalizzato oltre diecimila voti, ha premiato tre beni: un olio prezioso della Cappella della Mortificazione di Trapani, il Campanile del Carmine di Marsala, le Sfingi dell’Orto Botanico di Palermo.

Cappella della Mortificazione

Il più votato in assoluto è stato l’olio della Cappella della Mortificazione, un dipinto realizzato tra il XVI e il XVII secolo da autore ignoto, che raffigura “La Pietà con le sante Lucia e Agata”. Si trova sulla parete di ingresso della cappella, un piccolo scrigno di architettura e di arte, inglobato nel complesso dei Domenicani, dietro l’abside della chiesa di San Domenico.  Il dipinto ha urgente bisogno del recupero che permetterà di rileggere le figure. La pellicola pittorica in più punti è compromessa (alterata oppure ossidata dagli agenti atmosferici) o addirittura caduta.

La cupola del campanile del Carmine

La tela è stata scelta dal 41,50 per cento dei votanti, distaccando di pochissimo la cupola del campanile del Carmine di Marsala – uno dei siti più curiosi e intriganti aperti durante il festival, per sole due persone alla volta –  che lo ha tallonato per tutto il contest e ha chiuso con il 40,9 per cento dei voti. Il campanile, a base ottagonale, colpisce per la sua scala interna elicoidale in arenaria, un vero capolavoro soprattutto quando la luce si infrange sui gradini e crea particolari effetti cromatici. Fa parte del complesso dell’Annunziata dei frati Carmelitani; spicca da lontano per la sua cupoletta, ricoperta da maioliche verdi. E proprio quest’ultima ha urgente bisogno di restauro: la Diocesi di Mazara di recente ha consolidato la struttura per permetterne l’apertura al pubblico, e sono stati ripristinati gli infissi originari, ormai ossidati. Necessita però del consolidamento degli intonaci della calotta interna, che non vanno raschiati o asportati (sono antichi e di bellissima fattura) ma spazzolati, puliti e trattati in maniera adeguata. Inoltre va pulita e impermeabilizzata la base d’appoggio della calotta esterna della cupola, per evitare altri danni e infiltrazioni all’interno.

Una delle sfingi del Gymnasium dell’Orto Botanico

Terze – con l’8,9 per cento dei votanti – le maestose Sfingi settecentesche in pietra di Billiemi dell’Orto Botanico di Palermo. Scolpite da Vitale Tuccio per l’ingresso del Gymnasium, alla fine del ‘700. Simboleggiano le incognite della scienza e la sfida ambigua che la sua progressiva conquista pone al genere umano. Nell’Europa dell’Illuminismo un elemento ricorrente, sia per la moda dell’Egitto dopo le prime scoperte archeologiche, sia per il diffondersi della massoneria con i suoi simboli. Le sfingi necessitano di un delicato restauro che colmi le lacune e riporti la pietra al colore originario. 

La scala del campanile del Carmine

Adesso per i tre beni si prepara il cantiere di restauro, in collaborazione con l’Università di Palermo e il coinvolgimento di studenti formati e in formazione, per una scelta precisa del Festival che punta a dare opportunità ai giovani. Quest’anno, accanto allo staff che lavora tutto l’anno, sono stati oltre 500 i collaboratori del Festival, cui si sono aggiunti i volontari, i tirocinanti universitari, gli studenti in alternanza scuola-lavoro delle scuole, tutti formati e assicurati. “Ragazzi straordinari – dice Laura Anello, presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori – ai quali cerchiamo di offrire opportunità, nello spirito di una manifestazione nata da un gruppo di professionisti che ha fatto una scelta di cittadinanza attiva per la propria terra. Ragazzi che riscoprono attraverso l’esperienza del Festival la consapevolezza delle potenzialità di un Sud orgoglioso della propria storia, fuori da logiche di rassegnazione, per un grande progetto di educazione al patrimonio. Adesso saranno adesso coinvolti in questa campagna di restauri di beni che hanno un forte valore identitario per le comunità. Ringrazio Lottomatica che ha condiviso la nostra mission affiancandoci in questo progetto, e che ha deciso di sostenere i restauri”.

Volontari de Le Vie dei Tesori

La votazione on line ha fatto seguito alla grande partecipazione collettiva delle città al Festival, che quest’anno ha registrato oltre 400mila ingressi: Trapani è già alla sua seconda edizione e quest’anno ha visto una crescita importante raggiungendo i 16.506 visitatori, mille in più dello scorso anno. E Marsala non è stata da meno: prima tra le “debuttanti” con 8.322 presenze. In tutte e due le città c’è stato un vero passaparola tra i follower e in tantissimi hanno voluto partecipare al contest: il restauro dei beni apparterrà virtualmente a tutti i cittadini.

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