Se il mare ci ricorda chi siamo

La semplicità dei rapporti che si instaura al largo è molto diversa rispetto alla terra. Come quella volta che incontrai una barca di svizzeri…

Sto rivedendo alcune foto fatte a mare e nel frattempo ascolto i notiziari.

Il mondo del mare e quello della terra, la mia terra, sono distanti anni luce. Ricordo una barca con bandiera svizzera: la prima volta la vidi all’ancora davanti alla spiaggia di Mondello, a poche centinaia di metri da me e da Horus.

L’indomani io salpai di buonora e dopo una quindicina di miglia andai ad ancorare a Piraineto, luogo meraviglioso ma fortunatamente sconosciuto ai più. Forse perché non ci sono marina e altre comodità del genere.

Nel tardo pomeriggio chi arriva? La barca degli svizzeri. Io riconosco loro e loro riconoscono me. Fatto è come non è, la sera ci si ritrova a cena in barca da me. Abbiamo parlato di mare, di esperienze, di paure e poi, dopo l’ultimo limoncello, questa coppia matura di svizzeri sale sul tender e torna in barca.

Che erano svizzeri lo dico io fidandomi della corrispondenza tra la loro nazionalità e la loro bandiera. Abbiamo parlato in inglese. In effetti, l’ultima cosa che a me interessava sapere era la loro nazionalità. E pensandoci bene, non ho mai saputo neppure i loro nomi. Ma so cosa pensano dello stato in cui è ridotto il Mediterraneo, del caro prezzi soprattutto in Sicilia e di come loro cucinano i pesci che disgraziatamente (per i pesci) abboccano alle loro lenze.

Continuo a sentire i notiziari alla radio e penso alla semplicità dei rapporti che si instaurano a mare: non ci sono differenze di nazionalità, di titoli di studio, di status sociale. Siamo persone e basta. Un po’ come quel padre che chiede al figlio piccolo piccolo se ci sono stranieri nella classe e il bimbo gli risponde candidamente di non saperlo: ci sono solo bambini.

Ecco, a mare ci sono solo persone. E forse per questo amo sempre meno la terra e sempre di più il mare.

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Il sorriso dell’ignoto orizzonte

Quella linea è un sogno e nello stesso tempo una speranza. E noi ci auspichiamo che l’isola della felicità stia da qualche parte che pure non vediamo. E poi ci sono i delfini a guidarci

Sono sempre stato attratto dall’orizzonte e forse è per questo che preferisco la navigazione d’altura a quella costiera. L’orizzonte è un traguardo e nello stesso tempo un punto di partenza. Non riusciremo mai a raggiungere l’orizzonte, perché quando noi pensiamo di avere raggiunto quel punto, lui si è spostato. L’orizzonte non è un qualcosa di geografico, ma un modo di impostare la nostra vita. E’ voglia di scoperta, è voglia di ignoto, è voglia di non fermarsi.

Andare verso l’orizzonte è un po’ come andare alla ricerca dell’isola che non c’è. Vediamo gli occhi di una donna, vediamo un suo sorriso e ci viene voglia di scoprire come è dentro, cosa pensa, come vive, come piange, come ama, come si dà. E più andiamo avanti in questo viaggio che ci coinvolge nel corpo e nello spirito, e più forte è la voglia di saperne di più. Fino a quando siamo noi quella ricerca, in quell’orizzonte che all’inizio si è mostrato come un sorriso o come uno sguardo.

L’orizzonte è un sogno e nello stesso tempo una speranza. Siamo degli incontentabili. Il nostro mondo, per quanto possa essere grande e dalle mille facce, non ci basta. E allora cerchiamo quel qualcosa che ci manca, quel qualcosa che nella nostra mente e nel nostro cuore ci dovrebbe far diventare completi, perfetti, forti e invincibili. E allora speriamo che l’isola della felicità stia da qualche parte che non vediamo, dopo l’orizzonte. E partiamo, carichi di sogni e di speranze. Nella nostra nave abbiamo caricato di tutto: dalle cose essenziali ai doni da offrire agli abitanti di quell’isola che non c’è e che forse non c’è davvero.

La barca va e noi già viviamo nella nostra mente e nel nostro cuore quel che succederà nel momento in cui vedremo quell’isola, butteremo l’ancora e con quattro bracciate raggiungeremo la spiaggia. Arriva qualche colpo di vento, ogni tanto un’onda più alta e ripida delle altre muore nel pozzetto: sono segnali che metterebbero in allerta qualunque buon marinaio, ma non quelli che inseguono sogni e isole che non ci sono e che sfidano ignoto e orizzonte.

Andiamo verso quell’orizzonte che ostinatamente continua a nasconderci il nostro Eden. Una barriera corallina, una secca, un’Isola Ferdinandea che si erge all’improvviso in un mare dove l’orizzonte corre attorno a se stesso per 360 gradi e che se volesse potrebbe distruggere qualunque scafo. Ma i sogni di chi insegue la formula per essere completi, perfetti, forti e invincibili sono sogni che non possono infrangersi. Sono sogni forti, quelli.

Allora bando ai timori e via, verso la conquista dell’orizzonte. E qui si materializza il mistero della fusione: ad inseguire questo orizzonte sono corpo e spirito, dove corpo e spirito diventano un’unica identità. Noi siamo stati abituati a distinguere il dolore: quello fisico, esterno, e quello che nasce, cresce e muore dentro di noi: la perdita di un caro, la metamorfosi di una voglia che corre a marcia indietro, diventa un desiderio, poi un’idea e poi il nulla. Nelle navigazioni non ci sono dolori, ma solo sofferenze.

Quelle sofferenze che i marinai che vanno davvero per mare conoscono bene: stare al freddo per contrastare il maltempo, il dormire umidi, per poco tempo e con quel sesto senso sempre vigile e pronto a buttarci giù dalla cuccetta, gli sforzi per ridurre una vela quando il vento è forte. Queste sono sofferenze, non dolori. Le sofferenze dopo un po’ passano. E se non passano, ci si abitua a convivere con loro. I dolori, no: quelli ti massacrano.

La barca va e i delfini ci vengono incontro, si appoggiano alla prua e ci fanno cambiare rotta. E’ la rotta sbagliata, sembrano voler dire. Ma come fanno i delfini a sapere che la nostra rotta è sbagliata? Impossibile, ci diciamo. E continuiamo a navigare verso l’orizzonte che, beffardo, continua a spostarsi fino a diventare un altro orizzonte e poi un altro ancora.

Quella linea è un sogno e nello stesso tempo una speranza. E noi ci auspichiamo che l’isola della felicità stia da qualche parte che pure non vediamo. E poi ci sono i delfini a guidarci

Sono sempre stato attratto dall’orizzonte e forse è per questo che preferisco la navigazione d’altura a quella costiera. L’orizzonte è un traguardo e nello stesso tempo un punto di partenza. Non riusciremo mai a raggiungere l’orizzonte, perché quando noi pensiamo di avere raggiunto quel punto, lui si è spostato. L’orizzonte non è un qualcosa di geografico, ma un modo di impostare la nostra vita. E’ voglia di scoperta, è voglia di ignoto, è voglia di non fermarsi.

Andare verso l’orizzonte è un po’ come andare alla ricerca dell’isola che non c’è. Vediamo gli occhi di una donna, vediamo un suo sorriso e ci viene voglia di scoprire come è dentro, cosa pensa, come vive, come piange, come ama, come si dà. E più andiamo avanti in questo viaggio che ci coinvolge nel corpo e nello spirito, e più forte è la voglia di saperne di più. Fino a quando siamo noi quella ricerca, in quell’orizzonte che all’inizio si è mostrato come un sorriso o come uno sguardo.

L’orizzonte è un sogno e nello stesso tempo una speranza. Siamo degli incontentabili. Il nostro mondo, per quanto possa essere grande e dalle mille facce, non ci basta. E allora cerchiamo quel qualcosa che ci manca, quel qualcosa che nella nostra mente e nel nostro cuore ci dovrebbe far diventare completi, perfetti, forti e invincibili. E allora speriamo che l’isola della felicità stia da qualche parte che non vediamo, dopo l’orizzonte. E partiamo, carichi di sogni e di speranze. Nella nostra nave abbiamo caricato di tutto: dalle cose essenziali ai doni da offrire agli abitanti di quell’isola che non c’è e che forse non c’è davvero.

La barca va e noi già viviamo nella nostra mente e nel nostro cuore quel che succederà nel momento in cui vedremo quell’isola, butteremo l’ancora e con quattro bracciate raggiungeremo la spiaggia. Arriva qualche colpo di vento, ogni tanto un’onda più alta e ripida delle altre muore nel pozzetto: sono segnali che metterebbero in allerta qualunque buon marinaio, ma non quelli che inseguono sogni e isole che non ci sono e che sfidano ignoto e orizzonte.

Andiamo verso quell’orizzonte che ostinatamente continua a nasconderci il nostro Eden. Una barriera corallina, una secca, un’Isola Ferdinandea che si erge all’improvviso in un mare dove l’orizzonte corre attorno a se stesso per 360 gradi e che se volesse potrebbe distruggere qualunque scafo. Ma i sogni di chi insegue la formula per essere completi, perfetti, forti e invincibili sono sogni che non possono infrangersi. Sono sogni forti, quelli.

Allora bando ai timori e via, verso la conquista dell’orizzonte. E qui si materializza il mistero della fusione: ad inseguire questo orizzonte sono corpo e spirito, dove corpo e spirito diventano un’unica identità. Noi siamo stati abituati a distinguere il dolore: quello fisico, esterno, e quello che nasce, cresce e muore dentro di noi: la perdita di un caro, la metamorfosi di una voglia che corre a marcia indietro, diventa un desiderio, poi un’idea e poi il nulla. Nelle navigazioni non ci sono dolori, ma solo sofferenze.

Quelle sofferenze che i marinai che vanno davvero per mare conoscono bene: stare al freddo per contrastare il maltempo, il dormire umidi, per poco tempo e con quel sesto senso sempre vigile e pronto a buttarci giù dalla cuccetta, gli sforzi per ridurre una vela quando il vento è forte. Queste sono sofferenze, non dolori. Le sofferenze dopo un po’ passano. E se non passano, ci si abitua a convivere con loro. I dolori, no: quelli ti massacrano.

La barca va e i delfini ci vengono incontro, si appoggiano alla prua e ci fanno cambiare rotta. E’ la rotta sbagliata, sembrano voler dire. Ma come fanno i delfini a sapere che la nostra rotta è sbagliata? Impossibile, ci diciamo. E continuiamo a navigare verso l’orizzonte che, beffardo, continua a spostarsi fino a diventare un altro orizzonte e poi un altro ancora.

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Un mazzo di fiori a Capo Granitola

In quel tratto di mare fra Mazara e Sciacca, quando si arriva nel Canale di Sicilia, si finisce per entrare in un enorme tragico cimitero di troppi migranti morti. Ed è per pudore che non ho guardato verso l’acqua. Ma qualche riflessione è emersa…

Per andare da Mazara a Sciacca si percorrono poco più di 30 miglia. Tecnicamente Mazara è già nel Canale di Sicilia, ma nella mia mente il confine io l’ho messo proprio nella città del Trapanese. So che è sbagliato, ma quando mi metto una cosa in mente…

Il giorno prima della partenza sono andato a comprare dei fiori e l’indomani, in mare, non ho messo lenze in acqua. Il Canale di Sicilia è un cimitero. Lì sotto ci sono migliaia di morti che hanno avuto dalla vita lo sfregio più grande: se ne sono andati senza una tomba e neppure un cadavere, il loro: mare e pesci hanno annientato pure quello. In quel tratto di mare la profondità non è tanta: non si superano i cento metri. Ma cento metri sono tanti per poter vedere il fondo. Ma non fu questo che mi spinse a non tentare di guardare giù. Non lo feci per paura, ma per pudore. O, se preferite, per rispetto verso quel popolo di disperati che sono morti senza neppure vedere quel mondo che loro immaginavano come un mondo migliore.

Al largo di Capo Granitola, mi misi alla cappa e Horus fermò la sua corsa. Presi i fiori comprati la sera prima, li buttai in mare e io, che sono un cattolico punto o niente praticante, recitai una preghiera. E pensai, quasi con rabbia, ad un popolo, il mio, che giorno dopo giorno diventa sempre più intollerante e, diciamolo pure, più razzista. E ricordai anche che non c’è Paese al mondo dove non ci sia, come residente, almeno un italiano.

Noi siamo un popolo segnato dall’emigrazione. Non abbiamo argomenti per essere razzisti. Certo, dovremmo avere più memoria. Alla fine dell’800 e per la prima parte del ‘900, l’esodo degli italiani verso gli altri mondi non subì pause. Nel 1883, a Glasgow, fu costruita una nave, la Sirio, proprio per trasportare gli emigrati italiani dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. La Sirio, per anni, fece la navetta tra Genova e l’America del Sud: Brasile, Uruguay, Argentina. Il 2 agosto del 1906 partì da Genova con la stessa rotta, ma non arrivò mai nel porto di Plata: il comandante fece male i suoi calcoli e la Sirio andò a schiantarsi sulle secche che stanno davanti a Capo Palos, sulla costa meridionale della Spagna.

L’impatto fu forte, le caldaie esplosero e, a parte una trentina di disperati che si salvarono nuotando fino alla costa, tutti gli altri morirono. Il bilancio fu di 500 morti. Francesco De Gregori, nel 1972, scrisse una canzone per ricordare questo naufragio. O meglio, riscrisse una canzone che era conosciuta tra gli emigranti del Nord Italia, quelli che si imbarcavano sulla Sirio.

Da Genova, il Sirio partivano
per l’America varcare, varcare i confin
e da bordo cantar si sentivano
tutti allegri del suo, del suo destin
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
Tutto il Sirio un orribile scoglio
di tanta gente la mise, la misera fin.
Padri e madri bracciava i suoi figli
che sparivano tra le onde, le onde del mar
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua be…, la sua benedizion

(Foto: Igor Petyx)

In quel tratto di mare fra Mazara e Sciacca, quando si arriva nel Canale di Sicilia, si finisce per entrare in un enorme tragico cimitero di troppi migranti morti. Ed è per pudore che non ho guardato verso l’acqua. Ma qualche riflessione è emersa…

Per andare da Mazara a Sciacca si percorrono poco più di 30 miglia. Tecnicamente Mazara è già nel Canale di Sicilia, ma nella mia mente il confine io l’ho messo proprio nella città del Trapanese. So che è sbagliato, ma quando mi metto una cosa in mente.
Il giorno prima della partenza sono andato a comprare dei fiori e l’indomani, in mare, non ho messo lenze in acqua. Il Canale di Sicilia è un cimitero. Lì sotto ci sono migliaia di morti che hanno avuto dalla vita lo sfregio più grande: se ne sono andati senza una tomba e neppure un cadavere, il loro: mare e pesci hanno annientato pure quello. In quel tratto di mare la profondità non è tanta: non si superano i cento metri. Ma cento metri sono tanti per poter vedere il fondo. Ma non fu questo che mi spinse a non tentare di guardare giù. Non lo feci per paura, ma per pudore. O, se preferite, per rispetto verso quel popolo di disperati che sono morti senza neppure vedere quel mondo che loro immaginavano come un mondo migliore.

Al largo di Capo Granitola, mi misi alla cappa e Horus fermò la sua corsa. Presi i fiori comprati la sera prima, li buttai in mare e io, che sono un cattolico punto o niente praticante, recitai una preghiera. E pensai, quasi con rabbia, ad un popolo, il mio, che giorno dopo giorno diventa sempre più intollerante e, diciamolo pure, più razzista. E ricordai anche che non c’è Paese al mondo dove non ci sia, come residente, almeno un italiano.

Noi siamo un popolo segnato dall’emigrazione. Non abbiamo argomenti per essere razzisti. Certo, dovremmo avere più memoria. Alla fine dell’800 e per la prima parte del ‘900, l’esodo degli italiani verso gli altri mondi non subì pause. Nel 1883, a Glasgow, fu costruita una nave, la Sirio, proprio per trasportare gli emigrati italiani dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. La Sirio, per anni, fece la navetta tra Genova e l’America del Sud: Brasile, Uruguay, Argentina. Il 2 agosto del 1906 partì da Genova con la stessa rotta, ma non arrivò mai nel porto di Plata: il comandante fece male i suoi calcoli e la Sirio andò a schiantarsi sulle secche che stanno davanti a Capo Palos, sulla costa meridionale della Spagna.

L’impatto fu forte, le caldaie esplosero e, a parte una trentina di disperati che si salvarono nuotando fino alla costa, tutti gli altri morirono. Il bilancio fu di 500 morti. Francesco De Gregori, nel 1972, scrisse una canzone per ricordare questo naufragio. O meglio, riscrisse una canzone che era conosciuta tra gli emigranti del Nord Italia, quelli che si imbarcavano sulla Sirio.

Da Genova, il Sirio partivano
per l’America varcare, varcare i confin
e da bordo cantar si sentivano
tutti allegri del suo, del suo destin
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
Tutto il Sirio un orribile scoglio
di tanta gente la mise, la misera fin.
Padri e madri bracciava i suoi figli
che sparivano tra le onde, le onde del mar
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua be…, la sua benedizion

(Foto: Igor Petyx)

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Sullo Stretto a caccia di “feluche”

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi.

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi.

Se date uno sguardo alla carta geografica, capirete perché bisogna tenere occhi aperti, nervi saldi e avere un minimo di esperienza. In questo imbuto storto si mescolano due mari, lo Ionio e il Tirreno, che hanno temperature e salinità diverse. Questi due mari, secondo gli orari e delle stagioni, si scontrano a volte in superficie, altre a una profondità di venti/trenta metri. La situazione potrebbe migliorare o peggiorare secondo le condizioni climatiche. In ogni caso questo matrimonio tra dissimili finisce sempre col provocare un casino. Proprio come succede a terra quando a unirsi sono persone incompatibili.

Questo casino ha nomi ben definiti. Ci sono le scale di mare, i garofali, i bastardi, le macchie d’olio. Io, uscendo da Reggio un paio di anni fa, mi sono soffermato, e divertito, proprio con i garofali, i gorghi. Il gorgo più grosso è chiamato “Cariddi”, a sud di Capo Peloro. Un grosso garofalo formato invece dalla corrente scendente si trova tra Punta San Raineri e l’ingresso del porto di Messina. Mi sono divertito a mettere la prua nella parte esterna del garofalo, quella a favore della mia rotta. In quel momento la barca accelerava, come se fosse “sparata” in avanti dalla rotazione delle acque. I pericoli non sono costituiti solo dalle forze della natura. Qui ci sono anche i traghetti che giorno e notte fanno la spola tra Messina e Reggio e tra Messina e Villa San Giovanni. I comandanti vanno avanti e indietro e non danno precedenza a nessuno. E per una volta hanno ragione: nello Stretto è in vigore un Codice della Navigazione molto particolare. Sono loro, i traghetti, ad avere “diritto di rotta”. Poi ci sono i cargo e le navi da crociera che vanno su e giù dal Tirreno allo Ionio e dallo Ionio al Tirreno. Infine, c’è la variabile impazzita che sono le feluche. Si tratta di barconi di venti e più metri con un bompresso enorme. Immaginate una barca che a prua ha un “naso” lungo una quarantina di metri, sulla punta del quale sta un omino con una fiocina. Il “naso” della feluca così lungo serve per potersi avvicinare quanto più è possibile al pesce senza che questo se ne accorga. Quando dall’albero della barca avvistano un pesce spada, comincia la caccia: da lassù urlano ordini a quello con la fiocina e la barca si mette all’inseguimento.

Quella del pesce spada, nello Stretto, è una pesca che risale ad almeno duemila anni. È un sistema che resiste solo perché dei cocciuti pescatori, figli di altrettanti cocciuti pescatori e via risalendo le generazioni, non se la sentono o non vogliono fare diversamente. Il risultato è che di queste imbarcazioni, tra Sicilia e Calabria, ce ne sono al massimo una decina. Ad “ammazzare” questa tecnica è anche il progressivo riscaldamento dell’acqua del mare: quando la temperatura supera i venticinque gradi, difficilmente questi pesci salgono in superficie e allora i felucari tornano a casa sconfitti. Ancora oggi, nonostante l’avvento della tecnologia, qui nello Stretto è la tradizione a comandare. Nessuno lo vorrà mai confermare, ma sembra che ancora oggi si faccia ricorso alla runzata: prima di caricare le reti sulle barche, si ordina ad alcuni bambini di farvi la pipì sopra. Pare che con questo “accessorio” la pesca sia più ricca. Un altro rito è di tracciare con un coltellino una croce sulla guancia destra del pesce spada catturato. Importante è che a incidere la croce non sia il fiocinatore ma il comandante della barca. Tutti lo fanno ma nessuno sa spiegare il perché. Qualcuno sostiene che sia un riconoscimento al valore di combattente della preda. In ogni caso, se risalendo o scendendo per le acque dello Stretto vedete una feluca, non statevi a chiedere chi abbia la precedenza: statene alla larga. Eviterete di trovarvi nella spiacevole situazione di stare tra il fiocinatore e il pesce spada.

Da sei anni si è liberato di appartamenti, mobili, armadi e vive sulla sua barca, assaporando ogni giorno la libertà. Ecco la Sicilia vista dal mare secondo Giovanni Chiappisi. Porti, paesaggi, personaggi, incontri

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi. Se date uno sguardo alla carta geografica, capirete perché bisogna tenere occhi aperti, nervi saldi e avere un minimo di esperienza. In questo imbuto storto si mescolano due mari, lo Ionio e il Tirreno, che hanno temperature e salinità diverse. Questi due mari, secondo gli orari e delle stagioni, si scontrano a volte in superficie, altre a una profondità di venti/trenta metri. La situazione potrebbe migliorare o peggiorare secondo le condizioni climatiche. In ogni caso questo matrimonio tra dissimili finisce sempre col provocare un casino. Proprio come succede a terra quando a unirsi sono persone incompatibili.

Questo casino ha nomi ben definiti. Ci sono le scale di mare, i garofali, i bastardi, le macchie d’olio. Io, uscendo da Reggio un paio di anni fa, mi sono soffermato, e divertito, proprio con i garofali, i gorghi. Il gorgo più grosso è chiamato “Cariddi”, a sud di Capo Peloro. Un grosso garofalo formato invece dalla corrente scendente si trova tra Punta San Raineri e l’ingresso del porto di Messina. Mi sono divertito a mettere la prua nella parte esterna del garofalo, quella a favore della mia rotta. In quel momento la barca accelerava, come se fosse “sparata” in avanti dalla rotazione delle acque.

I pericoli non sono costituiti solo dalle forze della natura. Qui ci sono anche i traghetti che giorno e notte fanno la spola tra Messina e Reggio e tra Messina e Villa San Giovanni. I comandanti vanno avanti e indietro e non danno precedenza a nessuno. E per una volta hanno ragione: nello Stretto è in vigore un Codice della Navigazione molto particolare. Sono loro, i traghetti, ad avere “diritto di rotta”. Poi ci sono i cargo e le navi da crociera che vanno su e giù dal Tirreno allo Ionio e dallo Ionio al Tirreno. Infine, c’è la variabile impazzita che sono le feluche. Si tratta di barconi di venti e più metri con un bompresso enorme. Immaginate una barca che a prua ha un “naso” lungo una quarantina di metri, sulla punta del quale sta un omino con una fiocina. Il “naso” della feluca così lungo serve per potersi avvicinare quanto più è possibile al pesce senza che questo se ne accorga. Quando dall’albero della barca avvistano un pesce spada, comincia la caccia: da lassù urlano ordini a quello con la fiocina e la barca si mette all’inseguimento.

Quella del pesce spada, nello Stretto, è una pesca che risale ad almeno duemila anni. È un sistema che resiste solo perché dei cocciuti pescatori, figli di altrettanti cocciuti pescatori e via risalendo le generazioni, non se la sentono o non vogliono fare diversamente. Il risultato è che di queste imbarcazioni, tra Sicilia e Calabria, ce ne sono al massimo una decina. Ad “ammazzare” questa tecnica è anche il progressivo riscaldamento dell’acqua del mare: quando la temperatura supera i venticinque gradi, difficilmente questi pesci salgono in superficie e allora i felucari tornano a casa sconfitti. Ancora oggi, nonostante l’avvento della tecnologia, qui nello Stretto è la tradizione a comandare. Nessuno lo vorrà mai confermare, ma sembra che ancora oggi si faccia ricorso alla runzata: prima di caricare le reti sulle barche, si ordina ad alcuni bambini di farvi la pipì sopra. Pare che con questo “accessorio” la pesca sia più ricca. Un altro rito è di tracciare con un coltellino una croce sulla guancia destra del pesce spada catturato. Importante è che a incidere la croce non sia il fiocinatore ma il comandante della barca. Tutti lo fanno ma nessuno sa spiegare il perché. Qualcuno sostiene che sia un riconoscimento al valore di combattente della preda. In ogni caso, se risalendo o scendendo per le acque dello Stretto vedete una feluca, non statevi a chiedere chi abbia la precedenza: statene alla larga. Eviterete di trovarvi nella spiacevole situazione di stare tra il fiocinatore e il pesce spada.

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San Nicola l’Arena, l’ufficio postale e l’impiegata

Da sei anni si è liberato di appartamenti, mobili, armadi e vive sulla sua barca, assaporando ogni giorno la libertà. Ecco la Sicilia vista dal mare secondo Giovanni Chiappisi. Porti, paesaggi, personaggi, incontri…

In questi giorni festeggio i miei sei anni di matrimonio con Horus, sei anni durante i quali non ci siamo mai lasciati. Giorni e notti assieme e in perfetta armonia, cosa rara da vedersi nelle coppie di oggi. Horus, per chi non lo sapesse, è una bella barca a vela di dieci metri che dal primo luglio del 2012 è anche la mia casa, la mia compagna, la mia complice in un vagabondaggio per il mare che mi sta facendo scoprire con altri occhi e altra prospettiva terre, come la Sicilia, che pensavo di conoscere a menadito. Horus e io abbiamo circumnavigato la Sicilia già tre volte e forse lo rifaremo anche quest’anno. La nostra è una terra meravigliosa e vista dal mare sembra ancora più bella. Ma dal mare si vedono anche gli sfregi che da generazioni le abbiamo fatto. Prendete, per esempio, la Scala dei Turchi. Arrivare lì da terra, alzare gli occhi e vedere quella enorme parete bianca che punta dritto al cielo è cosa che toglie il respiro. Ma se si arriva dal mare, lo scenario cambia: ad alcune miglia di distanza si vede la Scala, ma si vede anche quello che c’è sull’altopiano (cosa impossibile se si è a terra): casuzze e villette che, saranno anche in regola, ma che a me, ogni volta che le vedo, danno un pugno nello stomaco. D’inverno, complici la mia età e i miei acciacchi, resto in porto. E il mio porto è a san Nicola l’Arena, una piccola borgata di pescatori. È talmente piccola che non è nemmeno Comune, ma una frazione di Trabia. È un posto che adoro: nel raggio di poche centinaia di metri c’è tutto quello che mi serve: il chioschetto che ho eletto a mio “ufficio”, un supermercato, un ufficio postale (del quale vi parlerò fra poco), una farmacia, una cartoleria e via così. La borgata del monopolio: non c’è scelta, ma c’è tutto. E poi ci sono le persone: bellissimi cuori e menti da adorabili matti. Vi dicevo dell’ufficio postale. È piccolo, come si conviene qui, e ha un solo impiegato che anche direttore di se stesso. Qualche anno fa andai lì per spedire una raccomandata e come sempre ci andai all’ultimo giorno utile per evitare penali di vario genere.  L’impiegato era una impiegata e – confesso – era anche di bell’aspetto. Quando entrai vidi tanti vecchiarelli seduti e in silenzio. Mi dissi che avevo sbagliato giorno, ma non avevo scelta: quella raccomandata doveva partire quel giorno. La cosa strana era che nessuno faceva operazioni. A un certo punto l’impiegata-direttrice di bella presenza si rivolge a me: “È anche lei qui per guardarmi oppure deve fare qualcosa?”. Meraviglioso. Ecco, adesso avete un’idea di questo matto che sei anni fa si è sposato con una barca tuttofare. E se volete, vi porterò a bordo con me e di tanto in tanto vi mostrerò una Sicilia vista dal mare.

Da sei anni si è liberato di appartamenti, mobili, armadi e vive sulla sua barca, assaporando ogni giorno la libertà. Ecco la Sicilia vista dal mare secondo Giovanni Chiappisi. Porti, paesaggi, personaggi, incontri

In questi giorni festeggio i miei sei anni di matrimonio con Horus, sei anni durante i quali non ci siamo mai lasciati. Giorni e notti assieme e in perfetta armonia, cosa rara da vedersi nelle coppie di oggi.

Horus, per chi non lo sapesse, è una bella barca a vela di dieci metri che dal primo luglio del 2012 è anche la mia casa, la mia compagna, la mia complice in un vagabondaggio per il mare che mi sta facendo scoprire con altri occhi e altra prospettiva terre, come la Sicilia, che pensavo di conoscere a menadito.

Horus e io abbiamo circumnavigato la Sicilia già tre volte e forse lo rifaremo anche quest’anno. La nostra è una terra meravigliosa e vista dal mare sembra ancora più bella. Ma dal mare si vedono anche gli sfregi che da generazioni le abbiamo fatto. Prendete, per esempio, la Scala dei Turchi. Arrivare lì da terra, alzare gli occhi e vedere quella enorme parete bianca che punta dritto al cielo è cosa che toglie il respiro. Ma se si arriva dal mare, lo scenario cambia: ad alcune miglia di distanza si vede la Scala, ma si vede anche quello che c’è sull’altopiano (cosa impossibile se si è a terra): casuzze e villette che, saranno anche in regola, ma che a me, ogni volta che le vedo, danno un pugno nello stomaco.

D’inverno, complici la mia età e i miei acciacchi, resto in porto. E il mio porto è a san Nicola l’Arena, una piccola borgata di pescatori. E’ talmente piccola che non è nemmeno Comune, ma una frazione di Trabia. È un posto che adoro: nel raggio di poche centinaia di metri c’è tutto quello che mi serve: il chioschetto che ho eletto a mio “ufficio”, un supermercato, un ufficio postale (del quale vi parlerò fra poco), una farmacia, una cartoleria e via così. La borgata del monopolio: non c’è scelta, ma c’è tutto. E poi ci sono le persone: bellissimi cuori e menti da adorabili matti.

Vi dicevo dell’ufficio postale. È piccolo, come si conviene qui, e ha un solo impiegato che anche direttore di se stesso. Qualche anno fa andai lì per spedire una raccomandata e come sempre ci andai all’ultimo giorno utile per evitare penali di vario genere.  L’impiegato era una impiegata e – confesso – era anche di bell’aspetto. Quando entrai vidi tanti vecchiarelli seduti e in silenzio. Mi dissi che avevo sbagliato giorno, ma non avevo scelta: quella raccomandata doveva partire quel giorno. La cosa strana era che nessuno faceva operazioni. A un certo punto l’impiegata-direttrice di bella presenza si rivolge a me: “E’ anche lei qui per guardarmi oppure deve fare qualcosa?”. Meraviglioso.

Ecco, adesso avete un’idea di questo matto che sei anni fa si è sposato con una barca tuttofare. E se volete, vi porterò a bordo con me e di tanto in tanto vi mostrerò una Sicilia vista dal mare.

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