Al via il Festival Ierofanie, incontri e spettacoli tra Naxos e Segesta

Esperti e artisti sono i protagonisti della prima edizione della rassegna diretta da Claudio Collovà, dedicata al tema del sacro

di Redazione

Tutto pronto per l’avvio della prima edizione del Festival Ierofanie, “L’anima della Sicilia, i luoghi del Sacro”, rassegna culturale, con la direzione artistica di Claudio Collovà, che animerà diversi luoghi del Parco Archeologico Naxos Taormina con un nutrito calendario di incontri di approfondimento sul tema del sacro. Nato da un’idea di Fulvia Toscano e condivisa dallo stesso Collovà, accolto e sostenuto dall’assessorato regionale ai Beni culturali, il Festival Ierofanie proporrà dal 28 al 31 luglio la prima parte della programmazione con un doppio appuntamento quotidiano (sempre alle 19.30 e alle 21.30, ingresso libero) al Museo e al Santurio del Parco (qui il programma completo).

Giovedì 28 luglio (alle 19.30) primo appuntamento al Museo per l’avvio del ciclo di conversazioni CustoDire la Soglia, ideato e coordinato da Fulvia Toscano, animate da importanti personalità del panorama scientifico e culturale italiano. A seguire (alle 21.30) al Santuario del Parco si svolgerà il programma artistico caratterizzato da un linguaggio ricco di connessioni tra discipline diverse quali la musica, il teatro e la poesia.

Juri Camisasca

Protagonisti della prima conversazione saranno Angelo Tonelli e Davide Susanetti con “Sulle tracce della sapienza greca”; a seguire Roberto Latini, pluripremiato autore, attore e regista del teatro italiano, leggerà Mariangela Gualtieri in “La delicatezza del poco e del niente”, un concerto poetico per voce sola in cui Latini leggerà alcune delle composizioni più intense della poetessa cesenate.

Venerdì 29 luglio gli analisti junghiani Riccardo Mondo e Luigi Turinese, autori di Caro Hilmann, alimenteranno un dibattito su cosa significhi rifarsi al pensiero e all’insegnamento di Jung e quale aiuto la psicologia archetipica offra ai problemi dell’individuo e della società attuale. Alle 21.30 Claudio Collovà celebrerà “La terra desolata”, poemetto di T.S.Eliot, con musiche originali composte e suonate dalla Waste Band di Giacco Pojero e Nino Vetri, con Giuseppe Rizzo (sound designer ed elettronica dal vivo), tratte dal suo fortunato spettacolo del 2002, “The Waste Land Suite”.

Nel primo appuntamento di sabato 30 Alessandro Dehò, prete e scrittore, e Davide Brullo, poeta, saggista e traduttore, presenteranno una visionaria proposta raccolta nel volume “Il nuovo alfabeto del sacro”. A seguire la musica profonda e ricca di spiritualità di Juri Camisasca, cantautore che ha costruito uno straordinario percorso artistico grazie anche a collaborazioni con i più importanti artisti del panorama nazionale, che eseguirà il concerto “Adunanza mistica”.

Anna Maria Hefele

A chiudere il ciclo delle conversazioni saranno, domenica 31, Andrea Scarabelli (rivista Antarès) e Eduardo Zarelli (Grece Italia-Edizioni Arianna) che dibatteranno sul tema “Metafisica dell’ecologia – Il ritorno degli antichi Dei”. A seguire il concerto dell’attesissima Anna Maria Hefele, una delle più importanti specialiste di canto armonico siberiano, acclamata in tutto il mondo per le sue capacità vocali. L’artista sarà accompagnata nel suo viaggio immersivo nelle più affascianti tradizioni musicali da Wolf Jansha alla jew’s harp, meglio conosciuto in Sicilia come “scacciapensieri”.

Il Festival Ierofanie dialogherà, con una programmazione dedicata, con un altro sito di riferimento dell’attività culturale dell’Isola, il Parco archeologico di Segesta, che ospiterà ad agosto (il 6, 7, 13, 20 e 27) alcuni appuntamenti, realizzati in collaborazione, presenti nel cartellone del Segesta Teatro Festival.

Il gigante svedese affondato nei mari siciliani: la storia del relitto di Gliaca

Ha finalmente un nome l’imbarcazione scoperta nel 2019 al largo della spiaggia di Piraino. Si tratta del piroscafo “Cambria”, lungo 70 metri, la più grande nave a vapore costruita nei paesi nordici nel 1858

di Redazione

Fu il primo piroscafo svedese ad attraversare l’Atlantico e l’equatore nel 1861 per poi tornare in patria, dopo aver girato il mondo. Per uno scherzo del destino, affondò otto anni dopo davanti alla costa messinese di Gliaca, frazione marinara di Piraino, borgo medievale affacciato sul Tirreno. Il relitto segnalato per la prima volta nel 2019 dal subacqueo messinese Carmelo La Monica, che si trova tra i 6 e i 10 metri di profondità, ha finalmente un nome e una storia. Si tratta di una svedese, del tipo “steamshi”p (ovvero battello a vapore), dal nome “Cambria”, ex “Ernst Merck”, realizzata interamente in ferro a propulsione mista vapore e vela di oltre 1500 tonnellate, lunga 69,9 metri e larga 10,4, costruita a Nyköping nel 1858.

Particolare del relitto (foto Claudio Di Franco)

La ricostruzione dell’identità del relitto – fanno sapere dalla Regione – si deve al lavoro certosino e di ricerca storico-documentale del subacqueo Giuseppe Condipodero Marchetta e dell’ispettore onorario della Soprintendenza del Mare per i Beni culturali subacquei della provincia di Messina, Gianmichele Iaria, i quali grazie anche a numerosi rilievi subacquei che hanno potuto risalire all’esatta individuazione del relitto che era stato individuato in un primo momento come una presunta motozattera della Regia Marina.

I piani di costruzione dell’imbarcazione

Sullo sfondo delle grandi trasformazioni industriali della prima metà del 19esimo secolo, che hanno dettato una profonda evoluzione della marineria e delle rotte marittime, l’innovativo progetto della nave a vapore più grande costruita nei paesi nordici in quell’anno, prese il nome dal banchiere Ernst Merck, console generale d’Austria ad Amburgo, che ne finanziò la costruzione.

Una delle eliche del relitto (foto Claudio Di Franco)

Fu la prima “steam ship” svedese ad attraversare l’oceano Atlantico e l’equatore e nell’autunno del 1861 tornò in Svezia dove fu ampliata e convertita in nave passeggeri. Dopo il suo ultimo viaggio per portare migranti svedesi in Nord-America nel 1864, il fallimento dell’armatore Johan Holm ne determinò la vendita a J. Tomson, T. Bonar & Co a Londra.

Nonostante la vita della “Ernst Merck” sia stata fin dall’inizio abbastanza travagliata e costellata da incidenti e danneggiamenti di rilievo, nel dicembre del 1868 viene cambiato il nome in “Cambria”. La scaramanzia e la superstizione attribuiscono a questo episodio l’affondamento dell’imbarcazione per avaria e maltempo, avvenuto davanti alla costa di Gliaca di Piraino nel 1869.

Il modello dell’imbarcazione

“Analogamente a quanto recentemente avvenuto per il piroscafo giapponese ‘Taikosan Maru’ di Acireale, anche in questo caso, – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – la passione e la perseveranza profuse a beneficio della ricostruzione della verità storica restituiscono tasselli preziosi per la narrazione delle vicende dello scorso secolo. Un lavoro prezioso di indagine in cui la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana è costantemente impegnata nel tentativo di valorizzare la Sicilia sommersa”.

“Il relitto della ‘Cambria’ – spiega il soprintendente del Mare Ferdinando Maurici – giace oggi ad una profondità variabile tra i 6 e i 10 metri su un fondale sabbioso e reca quali elementi maggiormente significativi della sua struttura originaria, l’elica a quattro pale con il suo asse, la caldaia a vapore e la parte poppiera dello scafo in acciaio con doppio fondo”, Con il supporto dell’Autorità marittima e per le finalità di tutela, anche per questo relitto verrà chiesta l’emissione di un’ordinanza di regolamentazione dell’accesso al sito subacqueo.

Un appello per tutelare la casa del Postino a Salina

Il proprietario della villetta dove fu girato il film testamento di Massimo Troisi chiede che l’area sia sottoposta a vincolo. La Soprintendenza: “Il bene fa già parte della Carta dei Luoghi dell’Identità e della Memoria della Regione Siciliana”

di Giulio Giallombardo

Più che una casa è un luogo dell’anima. Il suo muro color ocra si fonde col verde della macchia mediterranea e col blu del mare: pennellate che rendono unico quest’angolo di paradiso. A Pollara, borgata marinara dell’isola di Salina, nel Comune di Malfa, c’è la “casa rosa” più famosa del mondo. È lì che nel 1994 fu girato “Il postino”, film testamento di Massimo Troisi, morto poche ore dopo la fine delle riprese. Da allora, questa tipica abitazione eoliana è diventato tappa obbligata dei tanti turisti che sbarcano sull’isola. Ma il proprietario, l’artista e poeta Pippo Cafarella, chiede anche che venga tutelata con un vincolo che la riconosca come bene culturale.

La “casa rosa” di Pollara (foto Igor Petyx)

Quella che ormai è stata ribattezzata anche “casa di Neruda”, in ricordo del personaggio interpretato da Philippe Noiret, fu ereditata dallo zio di Cafarella, il sacerdote Giovanni Marchetti, che donò tutti i suoi beni al Comune di Malfa, tenendo per sé solo la casa. Al restauro pensò il nipote, usando materiali del posto, come calce, pietra lavica, pomice, canne e travi di castagno e lasciando integre tutte le caratteristiche dell’abitazione.

Una delle stanze (foto Igor Petyx)

Adesso, Cafarella ha chiesto alla Soprintendenza ai Beni Culturali di Messina il vincolo di tutela per il bene. L’artista teme che il rudere adiacente alla casa, parte di un vecchio palmento e al momento al centro di un contenzioso, possa essere ricostruito dagli attuali proprietari con cambio di destinazione d’uso. “Questo vecchio palmento, durante le riprese del film, era parte integrante del baglio dove si sono svolte le più importanti scene – si legge in una lettera inviata da Cafarella alla Soprintendenza – . A quel tempo era ancora mio e accessibile solo dal terrazzo della mia casa. Successivamente mi è stato usucapito ed al momento è conteso. L’amore per quei luoghi e per la strepitosa natura e per il ricordo del film, mi spinge a chiedervi, con forza, un vincolo ulteriore che ne protegga i luoghi. Chiunque e sono migliaia e migliaia di persone, hanno potuto vedere come io tengo la casa ed i luoghi che emanano una struggente bellezza di solitaria poesia, così come nel film che ha reso note le nostre isole nel mondo. Chiunque si è reso conto come una costruzione, proprio adiacente alla ‘casa rosa’, possa cambiare tutto, privando di poesia, di bellezza il mondo intero”.

Sagoma che raffigura Massimo Troisi lungo il sentiero del Postino (foto Igor Petyx)

Ma dalla Soprintendenza di Messina sottolineano che, in realtà, un vincolo c’è già. La casa è iscritta al Lim, la Carta dei Luoghi dell’Identità e della Memoria della Regione Siciliana, istituita dall’assessorato ai Beni culturali. “Fa parte dell’elenco dei luoghi del racconto letterario, televisivo e filmico – spiega a Le Vie dei Tesori Magazine la soprintendente di Messina, Mirella Vinci – se poi il proprietario vuole un ulteriore vincolo di tutela, che andrebbe in qualche modo a sovrapporsi a quello già presente, ce lo chieda formalmente e noi faremo le nostre valutazioni. Se poi è preoccupato per l’ipotesi di cambio di destinazione d’uso del palmento, quello è un problema urbanistico che compete al Comune. Noi come Soprintendenza – conclude Vinci – approfondiremo il regime normativo in quella zona, verificando cosa prevede il Piano territoriale paesistico delle Eolie, ma prima di trasformare un rudere in un’abitazione o in qualcos’altro, i passaggi sono tanti”.

Una delle opere di Cafarella (foto Igor Petyx)

Ulteriori rassicurazioni arrivano dall’amministrazione comunale, con il sindaco di Malfa appena rieletta, Clara Rametta: “Da parte nostra c’è tutta la volontà di tutelare il bene – ha detto – nessuno vuole trasformare il rudere in qualcosa che possa danneggiare l’immagine della casa. Ma dobbiamo avere il tempo di studiare con intelligenza le soluzioni che possano contribuire alla valorizzazione dell’area”. Proprio sulla valorizzazione dell’area, il presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori, Laura Anello, ha garantito a Cafarella il suo supporto: “Come ho detto al proprietario – dice – siamo disponibili a inserire la casa nel nostro circuito di luoghi e di collaborare a un progetto di valorizzazione che possa offrire ai visitatori visite guidate emozionali nel pieno rispetto dei luoghi e della loro anima”.

(Foto Igor Petyx)

A Taormina riapre Isola Bella con il suo parco botanico

Conclusi gli ultimi lavori di manutenzione straordinaria, con la messa in sicurezza la torretta sul costone roccioso. In mostra reperti archeologici recuperati nei fondali

di Redazione

Al termine di una seconda serie di interventi di manutenzione straordinaria, riapre al pubblico dalla mattina di sabato 9 luglio, Isola Bella, l’affascinante isolotto che  con il verde del suo parco botanico e gli scorci sul mare della storica villa Bosurgi punteggia una delle baie più amate di Taormina e da secoli figura in acquerelli,  cartoline illustrate – e più di recente nelle istantanee condivise sui social network – dei viaggiatori in giro per la Sicilia.

Uno dei gabbiani che vivono sull’isola (foto Roberto Langher)

Lo annuncia Gabriella Tigano, archeologa e direttrice del Parco Archeologico Naxos Taormina, ente proprietario e gestore del sito, che spiega come gli ultimi lavori siano stati programmati nel periodo invernale anche per poter mettere in sicurezza la torretta sul costone roccioso in una fase dell’anno in cui la coppia di gabbiani reali che vi ha fatto il nido non fosse disturbata nella fase di cova e accudimento della nidiata.

Terrazza ad Isola Bella

“Un anno fa – spiega la Tigano – non ci è stato possibile intervenire sulla torretta, in quanto la mamma gabbiano era particolarmente aggressiva per difendere i suoi piccoli. Quindi abbiamo dovuto limitare l’accesso dei turisti alla prima terrazza panoramica. Dopo questi ultimi interventi diretti da uno dei dirigenti del Parco, l’architetto Daniela Sparacino, lo spazio è ora restituito integralmente ai visitatori che potranno ammirare la vista sul mare di questa dimora così singolare e unica al mondo oltre al suo patrimonio di reperti archeologici che documentano il legame di Taormina e Naxos con la disciplina dell’archeologia subacquea già a partire dagli anni Cinquanta”.

Gli archeologi preparano la vetrina con i reperti subacquei

Oltre al patrimonio arboricolo con essenze mediterranee e non autoctone impiantate da Florence Trevelyan – la lady inglese che giunta in Sicilia a fine Ottocento, legò per sempre il suo nome a Taormina – e oltre alle architetture sinuose di Villa Bosurgi, con il suo andamento così naturalmente adattato alla morfologia rocciosa dell’isolotto, Isola Bella racconta anche una storia più antica, con i reperti archeologici recuperati nei suoi fondali.

Mostra documentale sulla storia del sito

Lo spiega Maria Grazia Vanaria, archeologa del Parco: “Nella teca della sala Museo con la mostra documentale sulla storia di Isola Bella, i visitatori troveranno alcuni reperti recuperati nei decenni scorsi nelle acque della baia. Come il bellissimo volto di dea (o di offerente) della protome femminile che un pescatore trovò impigliata nelle sue reti nel lontano 1967. Per non parlare dei ritrovamenti più recenti, quelli degli anni Novanta: la spada in ferro che rimanda ad esemplari islamici e bizantini (XI e XIII secolo dopo Cristo) e le coppe d’epoca greco-coloniale (VII-VI secolo avanti Cristo) ritrovate nel 1995”. Fra i vari interventi anche il recupero dei servizi igienici nell’area della piscina coperta e del piano allestito a museo.

(Nella prima foto Isola Bella al tramonto – foto Tina Copani)

Torna la festa più antica d’Italia tra storia e mito

Ad Alcara Li Fusi, si celebra il rito del Muzzuni legato al culto di Demetra e tramandato da pastori e contadini. Dopo due anni di pandemia tre giorni di cortei, canti, escursioni e visite guidate

di Ornella Reitano

È una delle più antiche feste popolari d’Italia. Si svolge la sera del 24 giugno, ad Alcara Li Fusi, borgo dei Nebrodi, nei giorni del solstizio d’estate. “U Muzzuni” è un rito millenario in cui convive sacro e profano, festa pagana da un lato e festa religiosa dall’altro. Il Muzzuni infatti paganamente rappresenta un simbolo fallico “fonte di ricchezza e fecondità” mentre dal punto di vista religioso ricorda la decapitazione di San Giovanni Battista. Tramandata da pastori e contadini era la festa dedicata a Demetra dea dell’abbondanza, delle messi, del buon raccolto; a Dioniso dio dell’ ebbrezza e ad Afrodite dea dell’amore e della fertilità.

Muzzuni

La festa si svolge in due momenti della giornata, nel pomeriggio si celebra San Giovanni Battista con la santa Messa e la processione in onore del Santo con partecipazione delle antiche confraternite; finita la processione, subito dopo il crepuscolo, inizia la seconda parte della festa con la preparazione del Muzzuni. Le donne avvolgono un foulard di seta attorno ad una bottiglia o brocca (che in memoria del Battista ha il collo mozzato) e, a mo’ di vaso, ne fanno fuoriuscire garofani, germogli vari e mazzi di spighe di grano fatti precedentemente germogliare al buio per avere il colore dell’oro: sono i cosiddetti lavureddi.

Un momento delle celebrazioni

La brocca viene impreziosita con collane d’oro e gioielli raccolti tra le donne del borgo ed ecco che il Muzzuni è pronto per essere esposto su veri e propri altarini nei diversi quartieri del paese. Fanno da sfondo coperte e tappeti, le pezzare, magistralmente tessuti a mano seguendo l’antica arte del telaio. È una festa corale, che coinvolge tutto il paese. La sera del 24 giugno attorno agli altarini si riunisce tanta gente tra residenti, turisti e curiosi, fino a notte alta si canta, si beve e si intessono amori. Gruppi di cantori popolari alcaresi eseguono in dialetto antiche cantilene, filastrocche e canti d’amore (le chianote e le ruggere) tramandati per via orale.

Abito con spighe di grano

Questa è anche la notte delle comparanze, u Sanciuvanni, che coronate dal vino esigeranno amicizia e rispetto per tutta la vita. La comparanza si stringe attraverso l’intreccio dei diti mignoli e la recita di una filastrocca; è la notte delle promesse di matrimonio consolidate da brindisi; la notte in cui ci si ingrazia il cielo per il buon raccolto; è la notte della fratellanza e dello stare insieme in cui la gente si riunisce e dimentica i propri affanni.

Locandina della festa del Muzzuni 2022

Quest’anno la festa torna ad Alcara Li Fusi dopo due anni di pausa per la pandemia. Tre giorni, dal 24 al 26 giugno, tra riti storici, concerti, escursioni e visite guidate. “Celebriamo questa tradizione legata al grano per augurarci che Alcara ritorni al grano – sottolinea Fabio Zaiti, presidente dell’associazione culturale AlcaraBorgoNatura – . L’auspicio è che questa festa tanto legata alle nostre tradizioni possa concretamente proiettarci nel futuro”.

La chiesetta del santo eremita che nasconde un gioiello d’arte bizantina

Annessa al monastero di Santa Maria del Rogato, ad Alcara Li Fusi, sui Nebrodi, custodisce un prezioso ciclo di affreschi, capolavoro della pittura medievale siciliana

di Ornella Reitano

Custodisce uno dei più preziosi affreschi bizantini della Sicilia, dall’importante valore artistico e simbolico. In contrada Carbuncolo, ad Alcara Li Fusi, borgo incastonato nei Nebrodi, si trova una chiesetta, di grande valenza storica, nella quale si intrecciano momenti della vita del santo patrono Nicolò Politi con l’assunzione di Maria Vergine al cielo. È la chiesetta di Santa Maria del Rogato, annessa a un antico monastero basiliano, utilizzata dai monaci del comprensorio del Val Dèmone. Non vi è una data certa riguardante la costruzione, ma risulta esistente già nel 1105 come indicato nel testamento spirituale del 1116 dell’abate Gregorio di Fragalà, rettore del monastero di San Filippo di Fragalà a Frazzanò.

La chiesetta di Santa Maria del Rogato

Nicolò Politi, attuale patrono di Alcara Li Fusi, arrivò in paese nel 1137. Aveva conosciuto nel monastero di Maniace, Lorenzo Ravì, un sacerdote basiliano attuale patrono del Comune di Frazzanò. Fu dietro indicazione di quest’ultimo che decise di incamminarsi lungo i sentieri dell’Etna per arrivare sui monti Nebrodi. Oggi, questo percorso è diventato il Trekking del Santo, un cammino lungo circa 100 chilometri che parte dalle pendici dell’Etna e, attraversando il Parco dei Nebrodi, tocca i luoghi relativi alla vita, alla preghiera e ai miracoli del santo.

Pavimento di maioliche

Ad Alcara Nicolò Politi visse da eremita, ma era sua abitudine recarsi nella piccola chiesa del Rogato ogni sabato per confessarsi e comunicarsi. Quando lo trovarono morto (nel 1167) nella grotta in cui viveva, le sue spoglie furono portate proprio nella chiesa del Rogato e vi rimasero fino al 1507, anno in cui il pontefice Giulio II concesse la traslazione del corpo alla Chiesa madre della cittadina riconoscendo lo stato di santità di Nicolò Politi.

L’affresco raffigurante la Koimesis

Un elemento di pregio della chiesa del Rogato è l’affresco bizantino (risalente secondo gli studiosi tra il 1196 e il 1291) che gli ultimi restauri del 2014 hanno riportato fruibile. È la Koimesis (Dormitio Virginis), Dormizione della Santissima Madre di Dio. È questo l’unico affresco leggibile e meglio conservato tra i quattro presenti che si trovano ai due lati delle pareti dell’unica navata della chiesa. Di manifattura nasitana è iI pavimento di maioliche seicentesche.

L’interno della chiesa

A differenza di altri esempi che riguardano la koimesis (ovvero l’Assunzione nella visione orientale), come il mosaico della chiesa della Martorana a Palermo o l’immagine classica presente nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, qui, nella chiesa del Rogato il capo della Madonna è rivolto a destra e non a sinistra perché la Vergine guarda verso oriente dove sorge il sole. È un legame simbolico tra il sorgere del sole, la rinascita, la nuova vita, la resurrezione e l’assunzione di Maria. L’affresco Dormitio Virginis rappresenta proprio il momento in cui la Madonna si addormenta per essere poi assunta in cielo.

Nell’affresco ci sono altri personaggi degni di nota come l’ebreo profanatore che cerca di far cadere il corpo della Vergine afferrando e tirando il suo catafalco. Ma interviene San Michele Arcangelo che taglia in un sol colpo le mani dell’ebreo che, recise, rimangono aggrappate al drappo. È chiara ed evidente l’iscrizione in greco “IC” “XC” riferita a Gesù Cristo e in alto “HKOIMHCIC” che sta per Koimesis.

Alcara Li Fusi

Ma la vera particolarità di questo affresco bizantino è la Madonna bambina che rappresenta la sua stessa anima ed è tenuta tra le braccia da suo figlio Gesù mentre la offre agli angeli che la porteranno in cielo sotto lo sguardo degli apostoli che ne sono testimoni. Non a caso la chiesa di Santa Maria del Rogato viene aperta in occasione dell’assunzione di Maria Vergine al cielo (15 agosto) che coincide anche con l’ultima visita che fece Nicolò Politi prima della sua morte.

Di recente la chiesa è stata aperta al pubblico durante la giornata dedicata alle chiese italo-greche nei comuni della provincia di Messina. Sarà aperta anche nelle date del 21 giugno, 21 luglio, 21 agosto e 21 settembre in occasione dell’evento Notti d’Estate nelle Chiese Italo-Greche insieme ad altre chiese dello stesso tipo diffuse nei comuni parte della Città Metropolitana di Messina. Accanto alla chiesetta c’è anche una piccola cappella dedicata al miracolo della pioggia che Dio, per intercessione di San Nicolò Politi, concesse agli abitanti di Alcara Li Fusi durante un periodo di forte siccità.

A Taormina in mostra i capolavori dei conventi Cappuccini

A Palazzo Ciampoli una trentina di capolavori poco conosciuti, a volte inediti, provenienti da eremi, conventi di montagna, musei e magazzini. Anche una sezione libraria con rari volumi di teologia, filosofia e medicina

di Redazione

Una trentina di opere in mostra, tra cui cinque grandi pale d’altare, che provengono dalle chiese cappuccine di alcuni centri collinari della Sicilia nordorientale e dall’entroterra etneo. Si possono ammirare a Taormina, nelle sale di Palazzo Ciampoli, dove è stata inaugurata mostra “Umiltà e splendore. L’arte nei conventi cappuccini del Valdemone tra Controriforma e Barocco”, organizzata e prodotta dal Parco archeologico Naxos Taormina in collaborazione con la Soprintendenza dei Beni Culturali di Messina, cui è affidata la responsabilità scientifica della mostra, e promossa dalla Provincia dei Frati Minori Cappuccini di Messina e dall’associazione Intervolumina.

L’inaugurazione della mostra “Umiltà e Splendore”

Per la prima volta, si potranno apprezzare con un approccio ravvicinato queste opere straordinarie, solitamente visibili a distanza e con l’inevitabile filtro di altari e tabernacoli lignei che ne impediscono una visione integrale. Tra le tele eseguite da artisti di fama internazionale per i cappuccini del Valdemone, grazie alla mediazione dei generali dell’Ordine e alla munificenza del ceto aristocratico siciliano, spiccano la preziosa Madonna degli Angeli con San Francesco e Santa Chiara, dipinta da Scipione Pulzone nel 1588 per la chiesa di Mistretta, opera cruciale per i contenuti della manifestazione e modello iconografico che incarna i dettami della Controriforma, e la scenografica Trasfigurazione realizzata per i Cappuccini di Randazzo, nella prima metà del Seicento, dal pittore parmense Giovanni Lanfranco, tra i più noti esponenti della pittura barocca italiana.

Si segnala, inoltre, il caso della Madonna degli angeli e santi francescani del Convento di Pettineo, realizzata nel 1722 dal pittore fiammingo Guglielmo Borremans e restituita al pubblico dopo un lungo restauro che – per la gioia degli studiosi – ha svelato anche la firma autografa e la data di realizzazione sinora nascoste dalla imponente cornice.

Un momento della presentazione della mostra

Le sezioni della mostra, curata dalla storica dell’arte Stefania Lanuzza, sono quattro: le prime tre scandite da scelte iconografiche caldeggiate dall’Ordine (la natura umana e divina di Cristo; la Madonna degli Angeli; figure di santi e sante cari ai frati cappuccini siciliani: San Francesco, Santa Caterina d’Alessandria e poi le popolarissime Sant’Agata e Santa Lucia); la quarta sezione è dedicata ai frati Umile e Feliciano da Messina, al secolo rispettivamente Jacopo Imperatrice e Domenico Guargena: entrambi frati cappuccini ma con una formazione artistica di alto spessore essendo cresciuti nelle botteghe del pittore caravaggesco Alonso Rodriquez e del fiammingo Abramo Casembrot, maestri indiscussi della pittura del Seicento a Messina. In mostra anche una preziosa selezione di volumi appartenenti al fondo antico della Biblioteca dei Cappuccini di Messina e coevi ai materiali artistici.

Opere in mostra a Palazzo Ciampoli

In occasione dell’inaugurazione, dopo i saluti in video dell’assessore regionale ai Beni Culturali, Alberto Samonà, e della direttrice del Parco, Gabriella Tigano, sono intervenuti presenti Mirella Vinci, soprintendente ai Beni Culturali di Messina; il sindaco di Taormina, Mario Bolognari; padre Luigi Saladdino, ministro provinciale dei Frati Minori Cappuccini di Messina, e Giuseppe Lipari, presidente dell’associazione culturale “Intervolùmina”, che ha curato la sezione bibliografica della mostra dove sono esposti volumi del Seicento, testi di teologia e filosofia, vite dei santi ma anche rari testi di medicina e fisica.

La mostra, a ingresso gratuito, è visitabile fino al 14 settembre ed è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 19.

Un solstizio di pace alla Piramide della Fiumara d’Arte

Nelle prossime domeniche di giugno si celebra il Rito della Luce all’ombra dell’opera di Mauro Staccioli. Messaggi contro la guerra in Ucraina diventeranno un’installazione multimediale

di Ruggero Altavilla

Una piramide contro la guerra. L’opera che domina su un’altura di Motta D’Affermo, sui Nebrodi, tra le più note della Fiumara d’Arte, si prepara ai giorni del solstizio d’estate, diventando messaggera di pace. Quest’anno il Rito della Luce, ideato e voluto dal mecenate Antonio Presti, restituirà silenzio e riflessione, consegnando messaggi per il popolo ucraino.

La Piramide al tramonto

Nelle prossime tre domeniche di giugno, la Piramide 38º Parallelo realizzata da Mauro Staccioli, sarà aperta al pubblico e visitabile liberamente, dalle 16 al tramonto. Il 12, 19 e 26 giugno non ci saranno artisti e performer come avvenuto negli scorsi anni, ma la Fondazione Antonio Presti, chiede a tutti i visitatori di lasciare e lanciare un messaggio forte – attraverso un video o uno scritto – per comporre insieme un vero e proprio “Diario della Pace”, da “veicolare attraverso il mondo digitale”.

Una passata edizione del Rito della Luce

Tutti i partecipanti all’edizione 2022 del Rito della Luce – da un’opera artistica appositamente realizzata ai piedi della Piramide – potranno postare in diretta messaggi di pace e bellezza su Facebook, Instagram, YouTube, Tik Tok e Linkedin. La Fondazione Antonio Presti Fiumara D’Arte selezionerà poi i messaggi più intensi per realizzare un’installazione multimediale da esporre all’interno del Museo Albergo Atelier sul Mare di Castel di Tusa.

“Il Nido” di Paolo Icaro, camera d’arte dell’Atelier sul Mare

Sarà dunque un “Solstizio della Pace”, diverso dal passato, “ricalibrato” a seguito di un forte trauma collettivo come il Covid e di una ferita aperta come la guerra in Ucraina. “L’armonia universale è il soffio che avvolge tutti noi e che alimenta i nostri pensieri – afferma Antonio Presti – il futuro non può essere inteso solo come paura, ma come possibilità, prospettiva e nuovo modo di vedere il mondo attraverso la lente caleidoscopica dell’arte e della bellezza. Il percorso del Rito della Luce, quest’anno farà sventolare la bandiera della Pace ai piedi dell’infinito e parlerà al cuore della Russia per varcare quel confine di terrore e disumanità che ha intrappolato il mondo intero”. L’opera monumentale, costruita proprio sul 38° parallelo, come un contrappeso universale rispetto alla Corea, luogo di conflitti e divisione – prosegue il mecenate – “oggi diventa faro di luce per un’altra emergenza mondiale, che è conflittualità rispetto alla banalità del male”.

“Cavallo eretico” di Antonio Bonanno Conti

Il programma delle tre domeniche prevede alle 12 all’Atelier sul Mare il tour delle camere d’arte, dell’installazione “Bosco Incantato”, opera di Umberto Leone e Ute Pyka e della scultura “Il cavallo Eretico” di Antonello Bonanno Conte. Dalle 16 al tramonto ci si sposterà alla Piramide per condividere i messaggi di pace.

Per informazioni telefonare al 0921334295

Irrompe la folle fanfara dei Giudei di San Fratello

Con il loro variopinto costume tradizionale, armati di trombe e catene, mettono scompiglio tra i fedeli durante i riti della Settimana Santa nel piccolo borgo dei Nebrodi

di Ornella Reitano

Tra le feste siciliane di rito popolare-religioso di origine medievale, una delle più singolari è quella dei Giudei che si svolge nel comune nebroideo di San Fratello durante la Settimana Santa. I giudei rappresentano coloro che, deridendo e percuotendo Gesù, lo accompagnano verso il Calvario e la crocifissione.

La fanfara dei Giudei di San Fratello (foto Barbara Vairo)

Dopo due anni di pandemia, la Festa dei Giudei torna a San Fratello. Un rito che inizia all’alba del Mercoledì Santo e dura fino alla conclusione della processione del Venerdì Santo, durante la quale il loro compito è quello di disturbatori. Muniti di catene a maglie larghe tenute nella mano sinistra e al suono di trombe, irrompono, mettendo scompiglio tra i fedeli che seguono la processione, disturbando e dimostrando il loro disinteresse per il doloroso evento. I Giudei, infatti, rappresentano coloro che hanno crocifisso, flagellato e ucciso Gesù e che giubilano nel momento in cui Cristo sofferente viene condotto al Calvario.

Il mascherone con la lingua nera (foto Barbara Vairo)

È suggestiva la presenza in paese dei giudei che, al suono assordante delle trombe, correndo all’impazzata per le strade, creano un vero pandemonio tra la gente del luogo ed i turisti che arrivano curiosi durante la Settimana Santa. Spettacolare e multicolore è il costume che distingue i giudei, e nei giorni che precedono la festa, sono i tanti tra adulti, ragazzi e bambini, a indossare il tradizionale costume.

Sanfratellani in costume tradizionale (foto Barbara Vairo)

Spesso tramandato da padre in figlio, è composto da una giubba rossa con fasce laterali gialle o bianche e arricchito da pendagli, intarsi e ricami che rievocano i costumi degli antichi romani. Il volto è coperto da un mascherone sempre in stoffa con una lunga lingua nera spesso riportante il simbolo della croce e sul capo portano un elmetto con pennacchio in cima che nel loro dialetto gallo-italico è chiamato “sbirrijan”.

Particolare del costume dei Giudei (foto Barbara Vairo)

Dalla giubba, sul dorso, si possono notare delle lunghe code animalesche che arrivano fin quasi ai piedi. Le scarpe sono realizzate con cuoio grezzo e stoffa e vengono chiamate “schierpi d’piau”. Grazie al mascherone la loro identità resta segreta. Anche se i costumi hanno le stesse caratteristiche, le stampe e i decori sono del tutto personalizzati e rigorosamente lavorati a mano. San Fratello è un paese di antiche tradizioni e il sanfratellano è molto legato alla figura del Giudeo e custodisce gelosamente il costume che indossa solo ed esclusivamente nei tre giorni della Settimana Santa. Al suono delle trombe annunziano la loro festosa presenza e girano per il paese attirando l’attenzione della gente.

Catene e tromba (foto Barbara Vairo)

 

Particolare del costume dei Giudei (foto Barbara Vairo)
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