Viaggio a Pantelleria, dove anche l’umanità è patrimonio

La costa nera frastagliata, lo scenografico Specchio di Venere, la vite ad alberello e i muretti a secco, la perla nera del Mediterraneo, tra la Sicilia e l’Africa, incanta per fascino e bellezza

di Ornella Reitano

A 85 chilometri dalla penisola tunisina di Capo Bon affiora una delle più belle isole di Sicilia e di tutto il Mediterraneo: Pantelleria incanta e seduce per il suo essere unica. Detta anche “l’isola del vento” e “la perla nera del Mediterraneo” per la sua origine vulcanica, è la quinta isola più grande d’Italia e vanta ben due patrimoni Unesco e un’iscrizione nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici.

Costa di Pantelleria

Affascina e ammalia già quando la si scorge dall’oblò dell’aereo. La costa nera frastagliata; lo scenografico Specchio di Venere in cui la dea dell’amore e della bellezza trovò qui, in un lago vulcanico e termale, il luogo ideale in cui potersi ammirare; il nero della lava che esalta il giallo della ginestra e il verde della vegetazione che con ostinazione e perseveranza si fa strada anche grazie al lavoro sapiente dell’uomo.

Lago di Venere

Di certo non è la sola isola vulcanica in Sicilia degna di nota, ma di certo è unica nel suo genere. Non a caso la pratica agricola della vite ad alberello (nel 2014) e l’arte dei muretti a secco (nel 2019) sono stati dichiarati dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Sono opera dell’adattamento dell’uomo in un terreno piuttosto arido, molto fertile ma soggetto a forti venti di scirocco e maestrale. I panteschi hanno saputo trovare un sistema che non altera la storia e l’identità dei luoghi ma li esalta e li valorizza.

Viti e costruzione a secco

La coltivazione ad alberello (vitigno a bacca bianca Zibibbo) è una tecnica molto antica e tramandata nei secoli per via orale. Consiste nel tenere le piante ad altezza d’uomo e nel metterle al riparo dal clima spesso ventoso e sfavorevole circoscrivendo una conca tutt’attorno via via che la pianta cresce. I muretti a secco, invece, sono presenti sull’isola sin dall’epoca fenicia e poi ereditati dai saraceni, arabi e bizantini. La tecnica viene detta a secco perché ogni singola pietra viene squadrata a mano e incastrata con le altre senza alcun utilizzo di malta.

Paesaggio interno con dammusi

Ma non solo muretti e terrazzamenti, con questa tecnica vengono realizzate le tipiche case pantesche: i dammusi, caratterizzati da tetti a cupola bianca per la raccolta di acqua piovana. Sono presenti in tutta l’isola e oltre ad essere testimoni di una particolare tipologia e tecnica costruttiva sono fruibili anche dai turisti grazie alla riconversione in strutture ricettive. La realizzazione dei muretti a secco per preservare le piante e di terrazzamenti per sfruttare anche i terreni più in pendenza rendono Pantelleria uno dei luoghi in cui uomo e natura trovano un’intesa perfetta. Nel 2018 il paesaggio della pietra a secco di Pantelleria è stato iscritto nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici.

Insegna del Parco nazionale di Pantelleria

Pantelleria non è solo mare, cibo e passito. Il territorio, per l’80 per cento, dal 2016, è Parco nazionale che con i suoi 21 sentieri per un totale di 100 chilometri offre una varietà di itinerari tematici percorribili in autonomia o con guide ufficiali. Quello più panoramico è sicuramente l’itinerario di Montagna Grande lungo i sentieri 971-971-971C che conducono alla parte più alta dell’isola dopo aver superato un dislivello di 460 metri distribuiti su 8 chilometri. Camminando fino alla vetta si può godere di una vista meravigliosa dell’isola e della vicina costa africana.

Ulivi di Pantelleria

Ma tanti altri sono i percorsi da non perdere come quello che da Cala Cinque Denti attraversa il laghetto delle Ondine dove potersi ristorare immergendosi nelle sue fresche acque e poi continuare fino al museo vulcanologico. Per tutti gli altri percorsi, si può consultare il sito internet del parco per valutare la destinazione e i relativi livelli di difficoltà e soprattutto per conoscere quest’isola riservandosi il piacere della scoperta.

Un’isola in cui “anche l’umanità è patrimonio” e dove, per chi arriva in aereo, si viene accolti con legni di imbarcazioni,  testimonianza del dramma dei migranti e la frase “al di là dei muri e delle frontiere”. Di tutto questo non si può non sentire di farne parte.

(Foto di Ornella Reitano)

Riapre la riserva di Monte Cofano, scrigno di natura e storia

Chiusa per crolli da diversi anni, torna fruibile l’area protetta del Trapanese, un promontorio di grande bellezza che conserva specie caratteristiche della flora mediterranea

di Ruggero Altavilla

Il suo promontorio affacciato sul mare, dai colori cangianti a ogni ora del giorno, è uno dei più belli della Sicilia occidentale. Un massiccio dolomitico risalente al periodo giurassico ricoperto in molte parti da una vegetazione mediterranea. Dopo i lavori iniziati nell’aprile del 2021, riapre integralmente la riserva di Monte Cofano, chiusa per crolli da diversi anni. A darne notizia è l’assessore regionale dell’Agricoltura, Sviluppo Rurale e Pesca mediterranea, Toni Scilla, anticipando l’evento ufficiale di riapertura fissato per venerdì 22 luglio alle 11, all’ingresso della riserva, a Macari, nel Trapanese.

La sagoma di Monte Cofano (foto Giulio Giallombardo)

Grazie ai lavori ultimati progettati dal Comune di Custonaci, in collaborazione con il dipartimento Sviluppo rurale e territoriale, ente gestore della riserva naturale, e finanziati dall’Ufficio per il Commissario contro il dissesto idrogeologico, – fanno sapere dalla Regione – si può tornare a visitare questo lembo di territorio protetto di grande bellezza che conserva specie caratteristiche della flora mediterranea, alcune delle quali particolarmente rare.

Monte Cofano e le cave di Custonaci (foto Krisjanis Mezulis, Wikipedia, licenza CC0 1.0)

“Gli interventi di messa in sicurezza dell’importo complessivo di 1,4 milioni di euro, non invasivi e rispettosi della naturalità dei luoghi – aggiunge Scilla – assicureranno la mitigazione del rischio da dissesto idrogeologico, consentendo quindi la ripresa della fruizione dopo l’interdizione avvenuta a seguito del distacco di un grosso masso avvenuto nel 2017”.

Monte Cofano da Macari (foto Giulio Giallombardo)

Le pareti rocciose del promontorio che si staglia a oltre 650 metri di altezza, si elevano ripide e in molte parti verticali, formando un profilo inconfondibile. I sentieri della riserva resi nuovamente fruibili dopo i lavori, consentono di orientarsi con facilità per esplorare l’area protetta. Uno in particolare, in gran parte costiero, permette di effettuare il giro completo del monte in massimo due-tre ore di cammino.

Grotta Mangiapane (foto: Tato Grasso, Wikipedia, licenza CC BY-SA 3.0)

Importanti sotto il profilo geologico e paleontologico sono, poi, le grotte presenti all’interno della Riserva. Qui sono state rinvenute tracce di insediamenti del periodo preistorico di grande valore come fossili, armi, utensili di selce, graffiti, risalenti fino al Paleolitico Superiore. La più nota è quella presente in località Scurati: la grotta Mangiapane, il cui nome si riferisce all’antica famiglia che l’abitava. Un antico agglomerato rurale che dal 1983, a dicembre, si anima con uno dei presepi viventi più famosi della Sicilia. Uno dei tesori più belli della riserva è anche la cinquecentesca torre della tonnara di Cofano. Si presenta in pianta quadrata stellare a quattro punte, una forma davvero unica che non si riscontra in altri luoghi della Sicilia. Pare che le pareti concave siano state realizzate con il proposito di deviare le palle di cannone sparate dal mare.

La mappa della riserva di Monte Cofano (da riservamontecofano.com)

Riguardo ai recenti lavori nella riserva, l’assessore Scilla ha sottolineato che “un analogo intervento è in programma anche nell’area dello Zingaro, grazie al protocollo d’intesa sottoscritto tra il Comune di San Vito Lo Capo e il dipartimento regionale dello Sviluppo rurale e territoriale”.

A Ustica rinasce l’itinerario archeologico sommerso di Punta Falconiera

Il percorso consente di ammirare diversi tesori naturalistici e archeologici. Installati cartellini impermeabili per i reperti e presto verrà ripristinato il sistema di visita tecnologico

di Redazione

Ripristinato l’itinerario sommerso di Punta Falconiera a Ustica, un percorso che si snoda attraverso cadute e pianori ricchi di vegetazione e fauna, arricchito da diversi reperti archeologici. La Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, in collaborazione con il Diving Center Marenostrum di Ustica, ha ricollocato la boa di ormeggio situata a poca distanza dal porto, punto di inizio dell’immersione archeologica che si snoda lungo un percorso che va dai 10 ai 30 metri di profondità. Lo rende noto l’assessorato regionale ai Beni culturali.

La boa di inizio percorso

I subacquei della Soprintendenza del Mare, Pietro Selvaggio e Salvo Emma, con il supporto di Tatiana Geloso e Alessandro Gallo di Marenostrum, hanno effettuato l’intervento subacqueo al fine di consentire ai diving center autorizzati, un ormeggio in sicurezza per la visita del sito. L’itinerario, realizzato circa 15 anni fa dalla Soprintendenza del Mare, è situato sotto la spettacolare falesia della Punta Falconiera e consente di ammirare diversi tesori naturalistici e archeologici: ancore che vanno dal periodo arcaico fino al periodo bizantino, un’anfora integra oltre ad alcune ancore moderne che accreditano il sito come luogo di ancoraggio a partire dall’antichità e fino alle epoche più recenti.

Sub visita l’itinerario con la guida plastificata

Per migliorare la qualità dei siti, in prossimità dei reperti, sono stati installati cartellini impermeabili esplicativi che indicano la tipologia del reperto stesso e la sua datazione. Inoltre, a breve, verrà ripristinato il sistema di visita tecnologico che consente, grazie ad un piccolo visore da porre al polso del subacqueo, l’individuazione dei singoli reperti e la possibilità di leggere la descrizione e vedere direttamente sott’acqua le foto del reperto nel suo utilizzo originario.

L’itinerario di Punta Falconiera

A poca distanza dal percorso, inoltre, ad una profondità di 82 metri, si trova il relitto di una nave romana che trasportava un cospicuo carico di anfore, individuata nei fondali dell’Isola di Ustica due anni fa. Grazie ad un’operazione svolta in collaborazione con la Guardia di Finanza, l’Università di Malta, l’associazione Progetto Mare e un team di subacquei altofondalisti siciliani, la Soprintendenza del Mare ha effettuato le operazioni di rilievo e documentazione del relitto profondo, producendo la realizzazione del documentario di Riccardo Cingillo “La nave romana di Ustica” (qui per vederlo).

Ustica

“Ustica, capitale della subacquea riconosciuta a livello internazionale, deve riappropriarsi dei due itinerari archeologici già meta in passato di visite da parte di tanti subacquei italiani e stranieri. Questo – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – mentre la Soprintendenza del Mare sta lavorando ad una migliore definizione e promozione della rete regionale degli itinerari archeologici subacquei, che offrono quel quid in più a chi vuole fare della vacanza in Sicilia un’esperienza turistico-culturale davvero unica”.

Panorama del porto di Ustica (foto Vincenzo Miceli, Wikipedia)

“La Soprintendenza del Mare – dichiara il soprintendente Ferdinando Maurici – continua l’azione di ripristino degli itinerari culturali subacquei verso un progetto organico di messa a sistema dei percorsi siciliani. Con la ripresa del turismo, e in particolare di quello subacqueo dopo il lungo periodo segnato dalla pandemia e dal blocco delle attività turistiche, la possibilità di tornare sott’acqua per ammirare le vestigia del passato ci sembra una ulteriore occasione per una buona ripresa delle attività”.

Alla scoperta delle torri di Sambuca tra storia e devozione

Da Cellaro al casale di Adragna fino a Pandolfina, viaggio tra le antiche costruzioni a guardia del borgo agrigentino. Feudi che hanno segnato l’identità del territorio

di Lilia Ricca

Anno 1575. Tutta la Sicilia è investita da un terribile colerache miete non poche vittime a Sambuca. Stremati dalla peste gli abitanti si rivolgono alla Madonna, la cui statua marmorea è custodita nell’antica Torre di Cellaro, a valle dell’abitato. Al suo passaggio in processione nella via Infermeria trasformata in una sorta di lazzaretto cessò la peste. La Madonna dà udienza a chi invoca la sua mediazione. Nasce così un rapporto di filiazione e una plurisecolare devozione che ogni anno si festeggia la terza domenica di maggio. La peste cominciata nel 1575 cessò nel maggio 1576. La liberazione avvenne di domenica, il 20 maggio 1576.

Torre del Cellaro (foto Franco Lo Vecchio)

È facile immaginare un itinerario a piedi, in bicicletta o a cavallo alla scoperta delle torri di Sambuca. Partendo da Cellaro arrivando al casale di Adragna e a Pandolfina. Attraversando epoche diverse tra leggenda e spiritualità lungo una scia mista di fascino e mistero, tra dimore nobiliari di villeggiatura. A protezione delle torri viene spesso posta la statua di una Madonna, come nel caso di Cellaro, dove si dice sia stata collocata la Madonna dell’Udienza, per mano di Giacomo Sciarrino, a cui l’Ordine Gerosolimitano di San Giovanni di Rodi vendette il feudo omonimo o dell’Ulmo, con la torre e il mulino. La Madonna viene posta a protezione delle torri mentre queste proteggevano, a loro volta, le città. La Chiesa chiama infatti la Vergine, “Turris Eburnea” o “Davidica”. In Italia, in Francia e Germania molti castelli e luoghi fortificati sono dedicati a Maria adornati proprio da immagini che la rappresentano.

Particolare della torre del Cellaro (foto Franco Lo Vecchio)

Ad un chilometro da Sambuca, nella Valle dei Mulini vicino al lago Arancio, passando il fiume Rincione, si arriva a Cellaro, dove si scorgono subito la torre e i resti dell’antico feudo. Al secondo piano, in una cavità dove vi era un forno, un contadino affittuario della torre racconta di una mula trovata morta ogni anno, ogni qualvolta che il forno venisse utilizzato. Veniva profanato forse il sito della statua della Madonna? Che si tratti di un tentato furto o di un assalto alla torre, la Madonna fu nascosta in quel camino e ritrovata in quella cavità proprio nel periodo della peste. Trasportata per la prima volta da Mazara, fu portata a schiena di mulo da quattro marinai dopo l’approdo a Porto Palo o in un porto più vicino e collocata nell’antico feudo.

Visite al Cellaro (foto Franco Lo Vecchio)

Dal feudo chiamato anche “di San Giovanni di Cellaro” dall’Ordine di San Giovanni da Rodi, dove oggi resiste una chiesetta dedicata a San Giovanni (ricorrenza 24 giugno), per volontà dei sambucesi, la statua fu portata a Sambuca durante la peste, prima che alla Vergine “dell’Udienza” venisse costruita una cappella dedicata agli Sciarrino. L’immagine di Maria era di loro proprietà. Oggi, nella chiesa del Carmine dove ha sede la Madonna è visibile una lapide che reca il loro nome e ne attesta l’avvenuta sepoltura.

Sambuca di Sicilia

La terza domenica di maggio di ogni anno, la città si veste a festa tra le strade e le piazze, tra i vicoli e i cortili di Sambuca partecipando alla gioia di ogni cittadino. Quartieri e contrade si riconoscono nella tradizione. Il percorso della processione viene tutto illuminato: il corso Umberto I, con archi alla veneziana, l’illuminazione sul prospetto della Chiesa del Carmine ne ridisegna le linee architettoniche, le vie con apparati illuminanti che rimandano a simbologie mariane. Ad ogni sosta, che rappresenta un quartiere, sotto una corona lignea il simulacro fa tappa durante il suo tragitto.

Casale Adragna

Ma volgendo lo sguardo verso nord l’attenzione si sposta sul sito archeologico di monte Adranone e all’antico casale di Adragna, dove vissero i primi abitanti di Sambuca. Distrutta la città antica nel 250-240 avanti Cristo durante le guerre servili, i superstiti si rifugiano ad Adragno. Un borgo rurale ignorato dai Romani distante un chilometro dall’antica Adranon. Qui si respirava aria mite e c’erano abbondanti e fresche acque. Gli abitanti, che erano cristiani vissero pacificamente sotto il dominio arabo per mezzo del pagamento della gèsia, un tributo per professare liberamente il proprio culto e restare possessori dei beni propri.

Panorama dal casale Adragna

Beni, che con la conquista normanna non assunsero una sembianza feudale, ma furono chiamati “allodi”, “allodiali” o “borgensatici” da borgesi, nome attribuito ai possessori diversamente dai “villani” che abitavano in campagna ed erano sottoposti ai feudatari. Allodio, infatti, fu il territorio intorno al casale di Adragna. Non solo i terreni, ma anche le acque che sgorgavano dalle ricche sorgenti. Alcune delle quali furono comprate secoli più avanti dal Marchese della Sambuca, don Giuseppe Beccadelli di Bologna, che ad Adragna fece costruire anche un mulino, per desiderio e richiesta della popolazione di Sambuca, il 4 novembre 1792, che forniva l’acqua al centro cittadino. Danneggiato dal terremoto del Belìce, presto l’antico acquedotto collegato al mulino sarà recuperato. La chiesa di Santa Maria di Adragna, detta “la Bammina”, è l’unico elemento rimasto dell’antico casale.

Torre Pandolfina

Il tour delle torri di Sambuca tra storia, leggenda e spiritualità si conclude a Pandolfina, nell’ex feudo che fu baronìa dei Peralta. Nel feudo esistono ancora un’antica torre e il casamento con spaziosi magazzini e la relativa chiesa. Un bevaio esterno accostato alle mura è stato costruito negli anni ‘50 a servizio dell’agricoltura e degli allevamenti durante la riforma agraria in Sicilia. La costruzione della torre di Pandolfina non è più tarda della seconda metà del tredicesimo secolo e fu strategicamente vitale per l’intera valle di Zabut.

Le misteriose grotte nel cuore dei Monti Sicani

Gli anfratti di contrada San Biagio o Cava Grande, vicino a Bisacquino, sono un sito unico in Sicilia. Abitate dall’uomo in epoca preistorica, diventate in seguito rifugio per gli animali, oggi sono tesori nascosti di un territorio da riscoprire

di Lilia Ricca

Un luogo incontaminato e dalla storia millenaria. A pochi passi da Sambuca di Sicilia, gli anfratti di contrada San Biagio o Cava Grande, nel territorio di Bisacquino, sono un sito unico in Sicilia. Un’enclave della provincia di Palermo circondato da quella di Agrigento. Un sito risalente alla preistoria poi divenuto riparo degli armenti.

Il sito rupestre di Cava Grande (foto Michele Termine)

Qui, poco distante dagli anfratti, rimangono i resti dell’antica ferrovia che oltre cinquant’anni fa collegava i comuni di Burgio e San Carlo con Castelvetrano per un tratto ferroviario di circa 80 chilometri che copriva le province di Agrigento, Palermo e Trapani. Realizzato tra il 1910 e il 1931 visibile oggi in quasi tutta la sua estensione, il tratto per lo più viene utilizzato come strada campestre tranne la zona Santa Margherita di Belìce-Salaparuta, cancellata dalla realizzazione della Strada Statale 624 Palermo-Sciacca. L’intera linea venne chiusa il 16 agosto 1972.

Una delle grotte (foto Lilia Ricca)

Già dal Paleolitico le grotte di Cava Grande erano abitate dall’uomo. “Si tratta di un particolare tipo di grotte. Un ottimo riparo naturale perché l’uomo non aveva ancora realizzato le costruzioni epigee, che stanno fuori, diversamente dalle ipogee, che stanno sotto. Questi ripari sono l’ideale per proteggersi dagli eventi atmosferici. Le famiglie avevano un focolare e si organizzavano per dormire. Gli uomini vivevano di caccia mentre le donne si dedicavano alla raccolta delle erbe”, spiega il giornalista Michele Termine, esperto del territorio.

Scorcio dei Sicani (foto Michele Termine)

Passano migliaia di anni fino al periodo del Neolitico con la scoperta dell’agricoltura quando l’uomo diventò stanziale. “In questo periodo alcuni uomini vivevano ancora nelle grotte, mentre altri cominciano a costruire i primi villaggi – prosegue Termine – . È difficile trovare materiale ceramico in questo sito, essendo abitato dagli animali. Qui non è mai stato fatto uno scavo archeologico. In questo tipo di luoghi è facile trovare anche materiale litico, cioè delle pietre tagliate per realizzare punte di frecce e lance. Nel Neolitico essendo in una fase più evoluta, siamo tra il 6.000 e il 7.000 avanti Cristo, quasi 9.000 anni fa, cominciano ad esserci i primi vasi costruiti in terracotta. I primi recipienti utilizzati dall’uomo sia come utensili che per conservare gli alimenti. Questi anfratti vengono poi abbandonati per realizzare le prime abitazioni”.

Gli anfratti di Cava Grande (foto Michele Termine)

Dimore per gli uomini preistoriciche diventano poi delle “mannare” per gli animali. L’intero territorio con le sue montagne intorno è stato casa di una grande quantità di fauna selvatica. Nei cieli fino a una ventina di anni fa volava il capovaccaio, un tipo di rapace della famiglia dei grifoni e simbolo del Parco dei Monti Sicani. Mentre una particolare razza di aquila risiedeva nelle parti più alte e a strapiombo delle rocce: erano le aquile di Bonelli.

Escursionisti a Cava Grande (foto Lilia Ricca)

Al confine con Caltabellotta, San Biagio era il nome di un casale arabo appartenente ad uno di quelli esistenti attorno a Monte Genuardo. Nel periodo medievale, il nome del feudo era Terrusio. “Arrivano i Normanni. Il feudo Terrusio passa nelle mani della chiesa di Monreale, in seguito ad una lite tra il futuro vescovo di Palermo Gualtiero Offamilio e re Guglielmo II. Il re costruirà il Duomo di Monreale mentre il vescovo, sulla vecchia moschea, fece realizzare la Cattedrale di Palermo. Per sostenere i costi del Duomo, il re assegnerà alcuni feudi”, spiega Termine.

Lavori per la greenway (foto Facebook)

Appartenuto per lunghi anni alla chiesa di Monreale, il feudo Terrusio sarà acquisito dal governo nel 1866 dopo l’Unità d’Italia tramite una legge del vecchio regno piemontese che prevedeva l’acquisizione dei beni ecclesiastici, prima di essere venduto ad un privato, come avverrà per l’Abbazia di Santa Maria del Bosco a Contessa Entellina. “Si tratta del Barone Tortorici, di Bisacquino, – spiega ancora Termine – che acquistò un territorio molto esteso. Quando vengono formate le province l’antico feudo Terrusio, che verrà chiamato San Biagio, entrerà nella provincia di Palermo pur essendo circondato dalla provincia agrigentina. Un’enclave tra i pochi in Sicilia”. Con un occhio ai giorni nostri, vicino all’antico tratto ferroviario adiacente agli anfratti sono in corso i lavori per la realizzazione della Greenway Terre Sicane, 18 chilometri di pista ciclabile con scorci eccezionalidi paesaggio come un ponte sotto cui scorre il fiume Rincione che arriva al Lago Arancio.

Alla scoperta del lago Garcia, tesoro d’acqua della Valle del Belìce

L’invaso artificiale, a due passi dalla riserva naturale Grotta di Entella, è diventato negli anni rifugio di uccelli migratori. In passato al centro degli interessi del crimine organizzato, è oggi una risorsa idrica per l’intero territorio

di Lilia Ricca

Uno specchio d’acqua in un angolo di Sicilia che trabocca di storie e leggende. Alimentato dal fiume Belìce, all’ombra della Rocca di Entella, tra i territori di Contessa Entellina e Roccamena, il lago Garcia è uno dei più importanti invasi artificiali in Sicilia, il più grande della zona occidentale. A due passi dalla riserva naturale Grotta di Entella e punto di riferimento per gli uccelli migratori, con la sua capacità massima di 80 milioni di metri cubi d’acqua, porta acqua in case e terreni di tutto il territorio.

Lago Garcia (foto Michele Termine)

L’idea di un lago artificiale in questo lembo di Valle del Belìce, nasce negli anni ’60 del secolo scorso, quando viene realizzato il Lago Poma (o Jato) a Partinico, un altro dei grandi bacini artificiali della Sicilia occidentale, nato per fornire la piana di Partinico e Alcamo. Al centro di affari e interessi del crimine organizzato, la diga costruita nell’invaso fu intitolata nel 2013, su iniziativa di Legambiente, al giornalista Mario Francese, ucciso dalla mafia per aver denunciato le oscure vicende dietro alla realizzazione dell’opera.

Targa in ricordo di Mario Francese (foto Michele Termine)

Sono gli anni ’70 del secolo scorso, i tempi in cui Danilo Dolci si batte per far uscire dall’isolamento i paesi della Valle del Belìce, in quel momento storico privi di facili vie di collegamento e costretti a vivere nella miseria. Insieme a Dolci, protagonista di lotte sociali è il sociologo Lorenzo Barbera, che organizza una serie di assemblee popolari, di cui la più famosa a Roccamena, per la realizzazione della diga sul Belìce. Così, l’opera viene realizzata tra gli inquietanti fatti di cronaca che culmineranno con l’omicidio nel 1975 del segretario della Camera del Lavoro di Roccamena, Calogero Morreale, e poi del giornalista Mario Francese, che aveva individuato nel clan dei corleonesi, i mandanti a capo della gestione degli appalti.

La diga sul lago Garcia (foto Michele Termine)

Il progetto iniziale che prevedeva anche l’irrigazione e l’utilizzo d’acqua nei paesi della vallata, più il territorio di Contessa e le aree limitrofe al lago non è mai stato realizzato. Tutta la zona viene tagliata fuori tranne Castelvetrano, Campobello di Mazara e in parte Menfi. In tempi più recenti nasceranno nuovi progetti per irrigare i campi dei territori di Poggioreale e della vallata media: al momento un’idea rimasta incompiuta.

Un tratto del Belìce (foto Michele Termine)

Nelle intenzioni del Gal Belìce, uno dei più antichi strumenti per la programmazione territoriale e lo sviluppo locale – in Sicilia ci sono 23 Gal – c’è lo sviluppo e la promozione dei 12 comuni che fanno parte della rete ricadendo nell’area del Belìce. Paesi che tranne qualche eccezione sono accomunati anche dal tragico terremoto che colpì la Valle nel 1968 e dal successivo periodo di ricostruzione. Tra i comuni della rete ci sono Salemi e Caltabellotta, Sambuca e Santa Ninfa, Partanna, Poggioreale e Salaparuta, Santa Margherita di Belìce, Montevago e Menfi. Contessa e Gibellina. A cui potrebbero aggiungersi Castelvetrano, Roccamena e Campobello di Mazara, creando relazione anche con Sciacca.

Lago Garcia (foto Michele Termine)

Ma accanto ai più recenti fatti di cronaca, il territorio racconta una storia che affonda nella notte dei tempi. L’altopiano gessoso della Rocca di Entella, è teatro di leggende come quella della principessa musulmana, figlia del califfo Muhammad Ibn Abbad, ultima presenza araba in Sicilia, che preferì suicidarsi pur di non piegarsi all’esercito di Federico II. Una donna tanto vendicativa quanto coraggiosa, che resistette ai cristiani, rifugiandosi nella fortezza di Entella, ritenuta l’ultima roccaforte dei musulmani in Sicilia, che avevano come capitale dell’emirato Jato. Secondo la tradizione, la principessa con uno stratagemma catturò 300 cavalieri di Federico II, li uccise e fece appendere le teste ai contrafforti della rocca dov’era  rinchiusa.

Il fiume Belìce (foto Michele Termine)

Sotto la Rocca di Entella ancora oggi scorre il fiume Belìce. Di portata molto ampia con una lunghezza di 140 chilometri, era un tempo navigabile. Dalla foce, dove oggi si trovano i resti della città di Selinunte fino all’interno verso Entella, il vasto corso d’acqua era una strada di collegamento per i naviganti, che, con barche a ghiglia bassa, attraversavano la Sicilia.

Quando il vino si fa storia: gli antichi palmenti rupestri siciliani

Da un capo all’altro dell’Isola sono presenti diversi siti scavati nella roccia, destinati alla pigiatura delle uve e alla fermentazione dei mosti. Un patrimonio da valorizzare studiato dall’archeoastronomo Andrea Orlando

di Lilia Ricca

Quello dei palmenti rupestri in Sicilia è un immenso patrimonio da scoprire. Monumenti poco conosciuti o valorizzati, legati alla produzione del vino nell’antichità. Destinati alla pigiatura delle uve e alla fermentazione dei mosti, questi massi isolati, nei quali solitamente venivano scavate due vasche comunicanti tra loro da un foro, sono ricavati nella roccia arenaria. La grande tradizione vitivinicola in Sicilia viene confermata dalla presenza dei palmenti in varie zone dell’Isola: nelle province di Agrigento, Ragusa e Palermo, ma anche in quella messinese. Nei territori di Tripi e Basicò sono stati ritrovati decine di palmenti, negli ultimi anni.

Palmento della Risinata a Sambuca di Sicilia (foto di Andrea Orlando)

Tracce di vino sono state ritrovate, secondo alcune fonti, 5.000 anni fa (Età del Rame) in alcune giare, nelle grotte di Monte Kronio a Sciacca, nell’Agrigentino. Uno dei più complessi e suggestivi palmenti dell’isola è quello nel Parco della Risinata, a Sambuca di Sicilia, nella zona del Lago Arancio.

Uno dei palmenti di Rocca Pizzicata (foto di Emilio Messina)

“Formato da un sistema di vasche circolari e quadrangolari, in alcuni casi parzialmente coperte e collegate, canalizzazioni e fori riconducibili a strutture in materiale deperibile per la ripartizione funzionale degli spazi, la sua datazione è ipoteticamente riferibile all’epoca punico-ellenistica, grazie alla morfologia e all’impasto di alcuni bacini e di frammenti di due grandi pithoi, attestati nel sito archeologico di Monte Adranone”, racconta l’archeastronomo Andrea Orlando, che ha ideato e condotto insieme ai professionisti dell’Ias (Istituto di Archeastronomia Siciliana) uno studio sui siti rupestri della Valle Alcantara, durato 5 anni, dal 2015 al 2020. Una grande ricerca che ha permesso di conoscere e censire tombe, altari, grotte e palmenti rupestri.

Uno dei palmenti rupestri della Rocca di Vaniere nella Valle Alcantara (foto di Emilio Messina)

Anche il territorio etneo possiede numerosi palmenti. Secondo un primo censimento svolto nella zona Nord, nella Valle dell’Alcantara, sono stati già conteggiati più di 40 palmenti rupestri.“Immersi in un paesaggio mozzafiato, tra l’Etna, il fiume e le dolci colline, i palmenti della Valle Alcantara sono diversi nelle forme e nelle dimensioni. Solitamente queste strutture sfruttavano la conformazione e la pendenza del banco roccioso per la creazione delle vasche, di solito più di due. Ma ci sono esempi che possiedono anche tre vasche”, spiega Orlando.

Il palmento grande di Olgari (foto di Andrea Orlando)

E continua così circa la composizione di questi monumenti straordinari: “Nella vasca più grande, posta ad una quota più elevata, chiamata ‘pista’, veniva pigiata l’uva, mentre nella vasca inferiore, per la fermentazione, di solito più piccola, ma più profonda, veniva raccolto il mosto. Il liquido defluiva dalla vasca principale alla secondaria attraverso un foro nel tramezzo che metteva in comunicazione le due vasche. In alcuni casi, all’interno delle pareti della ‘pista’ si trovano degli incavi quadrangolari che suggeriscono l’utilizzo di una trave per la torchiatura. Attorno alle vasche, a volte, c’erano dei fori sul pavimento roccioso che permettevano l’alloggio di pali atti a realizzare una copertura del palmento. Il vino che andava a depositarsi nelle vasche secondarie, utilizzate per la fermentazione e la conservazione, veniva poi travasato in contenitori di ceramica per essere distribuito”.

Sistema di scale intagliate nella roccia nel sito di Rocca Pizzicata (foto di Emilio Messina)

È difficile datare questi monumenti scavati della rocciasia per la loro natura architettonica, che per l’assenza di materiale archeologico. “È bene ricordare però – spiega ancora Orlando – che nel Mediterraneo occidentale i palmenti, in diverse aree, si fanno risalire all’Età del Bronzo. È molto probabile che in Sicilia molti di questi impianti per la produzione del vino, che sfruttavano la vita selvatica, ‘vitis vinifera sylvestris’, si possano fare risalire a prima dell’arrivo dei Greci (VIII secolo avanti Cristo). Alcuni studi di archeobotanica e l’analisi morfologica dei palmenti confermano questa lettura”.

Uno degli altari rupestri nel sito di Rocca Pizzicata (foto di Emilio Messina)

Si ritiene che con l’arrivo dei Greci in Sicilia, la coltivazione della vite e la produzione del vino ebbero un forte sviluppo. “A dimostrarlo è l’iconografia delle monete di Naxos: il grappolo d’uva e la vite riconducono immediatamente alla produzione del vino e al culto di Dioniso, spesso raffigurato sulle monete greche. L’impatto della colonizzazione greca sulla viticoltura in Sicilia è comunque un tema aperto e dibattuto dagli studiosi”, dice lo studioso. In età romana e medievale si continuano a utilizzare i palmenti costruiti però in muratura secondo una tradizione che proseguirà fino al ventesimo secolo, con la realizzazione di monumentali strutture in pietra lavica, in area etnea.

Vasca di raccolta del palmento rupestre più grande nella Rocca di Vaniere (foto di Andrea Orlando)

Con lo scopo di promuovere un patrimonio che giace nascosto come quello dei palmenti siciliani è nato il format “Il vino nella roccia”, da un’idea di Andrea Orlando, dedicato al “wine trekking”, tra visite guidate e degustazione di vini. Un’esperienza che ha visto coinvolto il territorio Etna Nord, nelle domeniche del 3 e 10 aprile, con due visite ad alcuni dei più suggestivi palmenti della Valle Alcantara. Si è andati alla scoperta dei palmenti di Rocca Pizzicata, tra Moio Alcantara e Roccella Valdemone, e poi di quelli di Rocca Vaniere, a confine tra Francavilla di Sicilia, Castiglione di Sicilia e Moio Alcantara.

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