Il restauratore di tappeti arrivato dalla Persia

Iraniano, Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta, da studente di Architettura. Alle sue sapienti mani sono stati affidati gli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E tra i suoi clienti affezionati c’è stato anche il presidente Sergio Mattarella

di Laura Grimaldi

L’arte di restaurare i tappeti l’ha imparata da piccolo nelle botteghe artigiane di Rasht, la città sulle rive del mar Caspio dove è nato. “Lo facevo per impiegare il tempo durante le vacanze estive al termine della scuola” – racconta in un ottimo italiano Ataollah Shahidi (Ata per tutti). Un’arte che ha messo a frutto più tardi per mantenersi all’Università, frequentata in Italia dopo aver lasciato il suo Paese, la Persia, oggi Iran.

È uno spettacolo osservare le sue mani mentre restaura antichi tappeti. Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta da studente di Architettura. Oggi è sposato con Soodabeh Behjat, hanno due figli, Kian 19 anni e Shian di 17, il primo studente universitario e l’altro liceale. Nel 2015, Ata e la moglie, sua preziosa collaboratrice, hanno inaugurato una nuova stagione della loro attività artigianale e commerciale tra via Vittorio Emanuele e piazza Borsa, nel centro storico di Palermo, al piano terra dell’antico Palazzo Napolitano-Isnello.

Non potevano scegliere giorno migliore del 21 marzo, primo giorno di primavera e anche del Nowruz, il Capodanno persiano (o iraniano), che in lingua farsi significa nuovo giorno, un nuovo inizio, una nuova vita. Da allora, ogni anno in occasione del Nowruz, Ata e sua moglie Soodabeh aprono il loro negozio/laboratorio alla città che anni fa li ha accolti. Una settimana i preparativi per una grande festa tra musica, aromi e sapori della cucina tradizionale persiana.

Diversi Paesi, in Medio Oriente, nell’Asia centrale e meridionale riconoscono questa giornata come festa nazionale. Una ricorrenza antica radicata nello zoroastrismo, religione persiana più antica del Cristianesimo e dell’Islam. Sono 1397 gli anni trascorsi da quando Maometto lasciò la Mecca e raggiunse Medina dando origine alla religione islamica, nel 622 dopo Cristo. Un giorno di festa preceduto da una settimana di preparativi.

Ci sono voluti tre anni di restauri, sotto la stretta sorveglianza della Sovrintendenza ai Beni culturali, per restituire anche alla città i locali al piano terra di Palazzo Napolitano-Isnello, in cui visse a metà Ottocento Michele Amari. Curiosa coincidenza che farebbe sorridere persino “lo storico della guerra del vespro e dei musulmani di Sicilia”, come recita una targa affissa al prospetto. A due passi da via del Parlamento dove Ata Shahidi ha abitato da studente.
Nei trecento metri quadri suddivisi su due livelli si restaura e si organizzano corsi finalizzati alla conoscenza e all’acquisto consapevole dei tappeti orientali.

Per la sua lunga esperienza, ad Ata Shahidi è stato affidato in passato il recupero dei tappeti e la pulizia degli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E sottovoce come per pudore, dice che tra i suoi clienti più affezionati c’è stato anche l’onorevole Sergio Mattarella prima della sua elezione a Presidente della Repubblica.

Iraniano, Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta, da studente di Architettura. Alle sue sapienti mani sono stati affidati gli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E tra i suoi clienti affezionati c’è stato anche il presidente Sergio Mattarella

di Laura Grimaldi

L’arte di restaurare i tappeti l’ha imparata da piccolo nelle botteghe artigiane di Rasht, la città sulle rive del mar Caspio dove è nato. “Lo facevo per impiegare il tempo durante le vacanze estive al termine della scuola” – racconta in un ottimo italiano Ataollah Shahidi (Ata per tutti). Un’arte che ha messo a frutto più tardi per mantenersi all’Università, frequentata in Italia dopo aver lasciato il suo Paese, la Persia, oggi Iran.

È uno spettacolo osservare le sue mani mentre restaura antichi tappeti. Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta da studente di Architettura. Oggi è sposato con Soodabeh Behjat, hanno due figli, Kian 19 anni e Shian di 17, il primo studente universitario e l’altro liceale. Nel 2015, Ata e la moglie, sua preziosa collaboratrice, hanno inaugurato una nuova stagione della loro attività artigianale e commerciale tra via Vittorio Emanuele e piazza Borsa, nel centro storico di Palermo, al piano terra dell’antico Palazzo Napolitano-Isnello.

Non potevano scegliere giorno migliore del 21 marzo, primo giorno di primavera e anche del Nowruz, il Capodanno persiano (o iraniano), che in lingua farsi significa nuovo giorno, un nuovo inizio, una nuova vita. Da allora, ogni anno in occasione del Nowruz, Ata e sua moglie Soodabeh aprono il loro negozio/laboratorio alla città che anni fa li ha accolti. Una settimana i preparativi per una grande festa tra musica, aromi e sapori della cucina tradizionale persiana.

Diversi Paesi, in Medio Oriente, nell’Asia centrale e meridionale riconoscono questa giornata come festa nazionale. Una ricorrenza antica radicata nello zoroastrismo, religione persiana più antica del Cristianesimo e dell’Islam. Sono 1397 gli anni trascorsi da quando Maometto lasciò la Mecca e raggiunse Medina dando origine alla religione islamica, nel 622 dopo Cristo. Un giorno di festa preceduto da una settimana di preparativi.

Ci sono voluti tre anni di restauri, sotto la stretta sorveglianza della Sovrintendenza ai Beni culturali, per restituire anche alla città i locali al piano terra di Palazzo Napolitano-Isnello, in cui visse a metà Ottocento Michele Amari. Curiosa coincidenza che farebbe sorridere persino “lo storico della guerra del vespro e dei musulmani di Sicilia”, come recita una targa affissa al prospetto. A due passi da via del Parlamento dove Ata Shahidi ha abitato da studente.
Nei trecento metri quadri suddivisi su due livelli si restaura e si organizzano corsi finalizzati alla conoscenza e all’acquisto consapevole dei tappeti orientali.

Per la sua lunga esperienza, ad Ata Shahidi è stato affidato in passato il recupero dei tappeti e la pulizia degli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E sottovoce come per pudore, dice che tra i suoi clienti più affezionati c’è stato anche l’onorevole Sergio Mattarella prima della sua elezione a Presidente della Repubblica.

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Franzella e Tripi, i pionieri del souvenir

Da una minuscola “Boutique del regalo” è nato il primo negozio di souvenir, dove ha fatto tappa anche Lucio Dalla. E dove fare un viaggio nel tempo

di Alessandra Turrisi

Quando intuì che i visitatori della Valle dei templi non avrebbero resistito a portare via con loro un pezzettino di quel sogno millenario ammirato a occhi aperti, rifornì di oggettini-ricordo un carretto dei gelati con vista sul tempio della Concordia. In meno di una settimana andò a ruba merce per 100 mila lire e il gelataio mise su la prima bancarella di souvenir. Erano i primissimi anni Settanta, ma Damiano Franzella aveva visto lungo e, complice la creatività artistica della moglie Angela Tripi (ceramista di fama nell’ambito dei presepi soprattutto), può ben definirsi il “pioniere dei souvenir”. Incontrarlo nel suo negozio storico di corso Vittorio Emanuele 450, a Palermo, incastonato nel cinquecentesco palazzo Castrone-Santa Ninfa, è come trovarsi davanti a una macchina del tempo, capace di far rivivere l’atmosfera di cinquant’anni fa, quando l’entusiasmo del giovane commerciante, unito al gusto della bellezza, fece da motore a un’impresa che, tra alti e bassi, dura ancora oggi.

I paladini e i carretti siciliani, i ventagli e i tamburelli la fanno da padrone in quel negozio di fronte alla Cattedrale, ma non c’è oggetto di uso comune (un tappo, una mattonella, un portachiavi, un fazzoletto) che non sia diventato un piccolo portabandiera dei profumi e dei colori palermitani e siciliani. Damiano e Angela, nel 1969 rilevarono una minuscola “Boutique del regalo” e la trasformarono nel primo negozio di souvenir. Ogni disegno era originale, creato per un determinato prodotto, declinato con i soggetti caratteristici delle varie città dell’Isola, da Taormina a Cefalù, da Agrigento a Selinunte.

Una coppia indissolubile nel lavoro e nella vita, che ha sgranocchiato con orgoglio i confetti rivestiti d’oro lo scorso 5 giugno, festeggiando con i quattro figli (Giuseppe, Alessandro, Daniele e Loredana) e le rispettive famiglie. Anzi, proprio sul lavoro si conobbero negli anni Sessanta, quando Angela, poi diventata celebre e raffinata ceramista, entrò come dattilografa nello stesso negozio di tessuti a piazza Santa Cecilia, alla Fieravecchia, in cui stava facendo strada un giovanissimo Damiano. 

L’intraprendente fidanzato chiese un aumento, che non gli fu concesso, e decise di cambiare lavoro: cominciò a vendere corredi porta a porta nei paesi. Un’attività che pensò di far diventare residenziale cercando un locale a Palermo. “Era il 1969, in corso Vittorio Emanuele si cedeva un’attività di souvenir, dove si vendevano quattro cosette. Pensai di mettere su il mio negozio, ma c’erano troppi esercizi di corredi e tessuti nella zona e mi dissi: ma se lasciamo solo i souvenir? – racconta Damiano Franzella, 74 anni, nel suo ufficio sommerso di conti, raccoglitori di fatture, scatole e numeri – Mia moglie Angela si annoiava, cominciò a decorare tamburelli, aveva imparato da ragazza. Poi nei carrettini siciliani metteva le lucine. Io andavo nei paesi a vendere corredi e contemporaneamente chiedevo agli artigiani di realizzare piccoli oggetti a tema”.

Il resto lo fece Angela Tripi, decorando in maniera originale gli oggetti con soggetti delle varie località turistiche siciliane, poi nel 1972-73 decise di aprire un laboratorio di ceramica proprio nell’atrio del palazzo, che divenne un punto di riferimento per tutta la città. “Il primo ventaglio tipico siciliano, con decorazioni originali, l’ho fatto realizzare io – dice Damiano – prima erano quelli generici che venivano dalla Spagna. Fino a vent’anni fa i fornitori producevano i souvenir per me e io li vendevo in tutta la Sicilia”.

Tante persone famose hanno fatto capolino in questo negozio, magari passeggiando in incognito sul Cassaro. Lucio Dalla scelse uno scacciapensieri per portare con sé il suono della Trinacria. Damiano continua a lavorare dalla mattina alla sera, la concorrenza oggi è agguerrita, i prodotti cinesi si sono fatti largo del mercato, “ma io sono un Leone”.

 

(Foto di Salvatore Gravano)

Da una minuscola “Boutique del regalo” è nato il primo negozio di souvenir, dove ha fatto tappa anche Lucio Dalla. E dove fare un viaggio nel tempo

di Alessandra Turrisi

Quando intuì che i visitatori della Valle dei templi non avrebbero resistito a portare via con loro un pezzettino di quel sogno millenario ammirato a occhi aperti, rifornì di oggettini-ricordo un carretto dei gelati con vista sul tempio della Concordia. In meno di una settimana andò a ruba merce per 100 mila lire e il gelataio mise su la prima bancarella di souvenir. Erano i primissimi anni Settanta, ma Damiano Franzella aveva visto lungo e, complice la creatività artistica della moglie Angela Tripi (ceramista di fama nell’ambito dei presepi soprattutto), può ben definirsi il “pioniere dei souvenir”. Incontrarlo nel suo negozio storico di corso Vittorio Emanuele 450, a Palermo, incastonato nel cinquecentesco palazzo Castrone-Santa Ninfa, è come trovarsi davanti a una macchina del tempo, capace di far rivivere l’atmosfera di cinquant’anni fa, quando l’entusiasmo del giovane commerciante, unito al gusto della bellezza, fece da motore a un’impresa che, tra alti e bassi, dura ancora oggi.

I paladini e i carretti siciliani, i ventagli e i tamburelli la fanno da padrone in quel negozio di fronte alla Cattedrale, ma non c’è oggetto di uso comune (un tappo, una mattonella, un portachiavi, un fazzoletto) che non sia diventato un piccolo portabandiera dei profumi e dei colori palermitani e siciliani. Damiano e Angela, nel 1969 rilevarono una minuscola “Boutique del regalo” e la trasformarono nel primo negozio di souvenir. Ogni disegno era originale, creato per un determinato prodotto, declinato con i soggetti caratteristici delle varie città dell’Isola, da Taormina a Cefalù, da Agrigento a Selinunte.

Una coppia indissolubile nel lavoro e nella vita, che ha sgranocchiato con orgoglio i confetti rivestiti d’oro lo scorso 5 giugno, festeggiando con i quattro figli (Giuseppe, Alessandro, Daniele e Loredana) e le rispettive famiglie. Anzi, proprio sul lavoro si conobbero negli anni Sessanta, quando Angela, poi diventata celebre e raffinata ceramista, entrò come dattilografa nello stesso negozio di tessuti a piazza Santa Cecilia, alla Fieravecchia, in cui stava facendo strada un giovanissimo Damiano. 

L’intraprendente fidanzato chiese un aumento, che non gli fu concesso, e decise di cambiare lavoro: cominciò a vendere corredi porta a porta nei paesi. Un’attività che pensò di far diventare residenziale cercando un locale a Palermo. “Era il 1969, in corso Vittorio Emanuele si cedeva un’attività di souvenir, dove si vendevano quattro cosette. Pensai di mettere su il mio negozio, ma c’erano troppi esercizi di corredi e tessuti nella zona e mi dissi: ma se lasciamo solo i souvenir? – racconta Damiano Franzella, 74 anni, nel suo ufficio sommerso di conti, raccoglitori di fatture, scatole e numeri – Mia moglie Angela si annoiava, cominciò a decorare tamburelli, aveva imparato da ragazza. Poi nei carrettini siciliani metteva le lucine. Io andavo nei paesi a vendere corredi e contemporaneamente chiedevo agli artigiani di realizzare piccoli oggetti a tema”.

Il resto lo fece Angela Tripi, decorando in maniera originale gli oggetti con soggetti delle varie località turistiche siciliane, poi nel 1972-73 decise di aprire un laboratorio di ceramica proprio nell’atrio del palazzo, che divenne un punto di riferimento per tutta la città. “Il primo ventaglio tipico siciliano, con decorazioni originali, l’ho fatto realizzare io – dice Damiano – prima erano quelli generici che venivano dalla Spagna. Fino a vent’anni fa i fornitori producevano i souvenir per me e io li vendevo in tutta la Sicilia”.

Tante persone famose hanno fatto capolino in questo negozio, magari passeggiando in incognito sul Cassaro. Lucio Dalla scelse uno scacciapensieri per portare con sé il suono della Trinacria. Damiano continua a lavorare dalla mattina alla sera, la concorrenza oggi è agguerrita, i prodotti cinesi si sono fatti largo del mercato, “ma io sono un Leone”.

 

(Foto di Salvatore Gravano)

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Le meraviglie di cera tra argenti e coralli

Luigi Arini, nella sua bottega nel centro storico di Palermo, realizza presepi e immagini sacre, ispirandosi ad antiche tradizioni seicentesche di cesellatura. In ogni singola opera, si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini

di Alessandra Turrisi

Il Bambinello dormiente, il San Giorgio che trafigge il drago, la Santuzza Patrona di Palermo vengono rigorosamente scolpiti a mano e coreografati con coralli, argenti e pietre, rendendo unica ogni singola opera. Come gli antichi bambinai, Luigi Arini realizza presepi e immagini sacre in cera e decorazioni preziose, mettendo insieme tre antiche tradizioni siciliane, la ceroplastica, l’arte del corallo e quella degli argenti. Domus Artis è un’impresa familiare a due passi da Casa Professa e Ballarò, che perpetua le antiche tecniche seicentesche di cesellatura e lucidatura della cera. Nella realizzazione di ogni singola opera l’officina d’arte si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini, dove furono stabiliti materiali, colori e simbologia per l’iconografia religiosa cristiana.

Nel piccolo laboratorio di via Nino Basile 6, Luigi e la moglie Tiziana, con pazienza, amore e sapiente cesellatura, danno vita a rappresentazioni della Sacra Famiglia e presepi, uova pasquali e capezzali, madonne e bambinelli di ogni foggia. I corpi e i visi non sono stati sottoposti a pittura, lavorazione che testimonia l’alta qualità delle rifiniture, del successivo lavoro di cesellatura e lucidatura della cera. La struttura viene arricchita con foglia oro, rametti di corallo, madreperla, turchese e perla. Alcune opere sono racchiuse in una campana di vetro che funge da protezione all’opera stessa.

Il precursore della ceroplastica siciliana è Gaetano Zummo (o Zumbo), siracusano della seconda metà del Seicento, un artista di grandissimo ingegno e di bizzarra fantasia, le cui opere esprimono una bellezza erotica, forme flessuose, il dramma dell’esistenza umana. In Sicilia i lavori in ceroplastica vengono eseguiti dai “cirari”, specializzati nell’esecuzione di figure a carattere religioso. Opere che iniziano ad avere carattere popolare ed entrano a far parte dell’arredo domestico. Gesù Bambino viene raffigurato dormiente, orante, benedicente con le braccia aperte e col cuore in mano, su culle, troni, altarini, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, a volte vestito di abiti di stoffe preziose e decorate con perline, fili d’oro e argento, finemente coreografati con addobbi floreali eseguiti con mollica di pane, dentro teche, campane di vetro e “scaffarate” o scarabattole.

Ma Arini è anche capace di recuperare situazioni disperate, come quei bambinelli che gli vengono portati ormai ridotti in mille pezzi, ma con pazienza e uso sapiente del calore possono tornare come nuovi.

Luigi Arini, nella sua bottega nel centro storico di Palermo, realizza presepi e immagini sacre, ispirandosi ad antiche tradizioni seicentesche di cesellatura. In ogni singola opera, si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini

di Alessandra Turrisi

Il Bambinello dormiente, il San Giorgio che trafigge il drago, la Santuzza Patrona di Palermo vengono rigorosamente scolpiti a mano e coreografati con coralli, argenti e pietre, rendendo unica ogni singola opera. Come gli antichi bambinai, Luigi Arini realizza presepi e immagini sacre in cera e decorazioni preziose, mettendo insieme tre antiche tradizioni siciliane, la ceroplastica, l’arte del corallo e quella degli argenti. Domus Artis è un’impresa familiare a due passi da Casa Professa e Ballarò, che perpetua le antiche tecniche seicentesche di cesellatura e lucidatura della cera. Nella realizzazione di ogni singola opera l’officina d’arte si attiene rigorosamente ai Canoni Tridentini, dove furono stabiliti materiali, colori e simbologia per l’iconografia religiosa cristiana.

Nel piccolo laboratorio di via Nino Basile 6, Luigi e la moglie Tiziana, con pazienza, amore e sapiente cesellatura, danno vita a rappresentazioni della Sacra Famiglia e presepi, uova pasquali e capezzali, madonne e bambinelli di ogni foggia. I corpi e i visi non sono stati sottoposti a pittura, lavorazione che testimonia l’alta qualità delle rifiniture, del successivo lavoro di cesellatura e lucidatura della cera. La struttura viene arricchita con foglia oro, rametti di corallo, madreperla, turchese e perla. Alcune opere sono racchiuse in una campana di vetro che funge da protezione all’opera stessa.

Il precursore della ceroplastica siciliana è Gaetano Zummo (o Zumbo), siracusano della seconda metà del Seicento, un artista di grandissimo ingegno e di bizzarra fantasia, le cui opere esprimono una bellezza erotica, forme flessuose, il dramma dell’esistenza umana. In Sicilia i lavori in ceroplastica vengono eseguiti dai “cirari”, specializzati nell’esecuzione di figure a carattere religioso. Opere che iniziano ad avere carattere popolare ed entrano a far parte dell’arredo domestico. Gesù Bambino viene raffigurato dormiente, orante, benedicente con le braccia aperte e col cuore in mano, su culle, troni, altarini, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, a volte vestito di abiti di stoffe preziose e decorate con perline, fili d’oro e argento, finemente coreografati con addobbi floreali eseguiti con mollica di pane, dentro teche, campane di vetro e “scaffarate” o scarabattole.

Ma Arini è anche capace di recuperare situazioni disperate, come quei bambinelli che gli vengono portati ormai ridotti in mille pezzi, ma con pazienza e uso sapiente del calore possono tornare come nuovi.

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Un artigiano palermitano in Russia

Nel laboratorio di via Dante nascono le creazioni del maestro Calogero Zuppardo che hanno girato il mondo, da Israele alla Palestina. E grazie a un opificio e a un’associazione si promuove la collaborazione tra le arti

di Laura Grimaldi

Raggiungerà la Russia l’ultima creazione artistica nata ne “L’Opificio delle Arti”, a Palermo. Una particolare ‘Annunciazione’ in vetro dipinto e trattato a fusione realizzata da Aleksandra Ostapova in stretta collaborazione con Calogero Zuppardo, maestro nella lavorazione artistica del vetro. Non a caso Aleksandra Ostapova ha scelto Palermo quale città per realizzare il suo progetto. A Palazzo Abatellis è esposto il capolavoro di Antonello da Messina, “l’ Annunziata”. E ne l’Opificio delle Arti ha trovato un ambiente artistico stimolante. 

“Dalla bozza agli ultimi ritocchi di pennello”, Aleksandra Ostapova ha lavorato fianco a fianco con Calogero Zuppardo. Architetto, originario di Camporeale, progetta, realizza e restaura vetrate e oggetti in vetro. Per apprezzare le sue creazioni, bisogna visitare il laboratorio al civico 69 di via Marconi, vicino all’antica stazione ferroviaria Lolli, lungo la via Dante. Ha riscoperto a metà degli anni Ottanta l’antica tradizione vetratista palermitana.

La sua esperienza ha superato da tempo i confini siciliani e ha raggiunto la Terra Santa dove è stato chiamato per restaurare alcune opere d’arte dell’Ottocento e del Novecento. Sul Monte Tabor, poco lontano da Nazareth, per completare il delicato restauro di due vetrate della basilica della Trasfigurazione. Poi a Gerico, sul Mar Morto, in territorio palestinese, per riportare ad antico splendore una delle vetrate dell’abside nella chiesa del Buon Pastore. E ancora a Gerusalemme, per creare la nuova vetrata della biblioteca della Custodia di Terra Santa, l’ordine dei frati minori presenti in tutto il Medio Oriente sin dai tempi del pellegrinaggio di San Francesco d’Assisi, nel 1200. Tre anni di viaggi e di sapiente lavoro artigiano quello di Calogero Zuppardo, in quelle terre straziate da decenni di conflitti.


Al suo fianco, Piero Accardi, maestro palermitano nel restauro dell’argento. Insieme al figlio Vincenzo, architetto anche lui, Calogero Zuppardo ha progettato e realizzato nel 2014 la vetrata artistica per la cappella centrale all’interno del carcere Ucciardone. “Dal punto di vista umano, è stata la mia più bella esperienza di lavoro – dice il maestro – I detenuti hanno lavorato con entusiasmo e noi con loro”.
E insieme ad un altro stimato maestro del vetro, Roberto Alabiso, Calogero Zuppardo ha realizzato alcuni anni fa nella chiesa di San Francesco di Sales, in via Notarbartolo, la grande vetrata artistica dell’abside e le altre dodici sistemate ai lati della navata. Suo è il progetto iconografico, di Roberto Alabiso i bozzetti e le pitture.

Collaborazione e partecipazione sono da sempre alla base dell’esperienza artistica di Calogero Zuppardo. Prova ne è l’associazione “Il Baglio”, fondata dai due maestri del vetro e simbolo della condivisione di diverse esperienze di artigianato d’arte di tutto il mondo. Da anni promuove il Corso-LabORAtorio di Arti e Architettura per la Chiesa. E già sono in corso i preparativi per la ventiquattresima edizione che quest’anno si svolgerà dal 27 al 4 novembre tra Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Per informazioni si può scrivere a info@opificiodellearti.com

Nel laboratorio di via Dante nascono le creazioni del maestro Calogero Zuppardo che hanno girato il mondo, da Israele alla Palestina. E grazie a un opificio e a un’associazione si promuove la collaborazione tra le arti

di Laura Grimaldi

Raggiungerà la Russia l’ultima creazione artistica nata ne “L’Opificio delle Arti”, a Palermo. Una particolare ‘Annunciazione’ in vetro dipinto e trattato a fusione realizzata da Aleksandra Ostapova in stretta collaborazione con Calogero Zuppardo, maestro nella lavorazione artistica del vetro. Non a caso Aleksandra Ostapova ha scelto Palermo quale città per realizzare il suo progetto. A Palazzo Abatellis è esposto il capolavoro di Antonello da Messina, “l’ Annunziata”. E ne l’Opificio delle Arti ha trovato un ambiente artistico stimolante. 

“Dalla bozza agli ultimi ritocchi di pennello”, Aleksandra Ostapova ha lavorato fianco a fianco con Calogero Zuppardo. Architetto, originario di Camporeale, progetta, realizza e restaura vetrate e oggetti in vetro. Per apprezzare le sue creazioni, bisogna visitare il laboratorio al civico 69 di via Marconi, vicino all’antica stazione ferroviaria Lolli, lungo la via Dante. Ha riscoperto a metà degli anni Ottanta l’antica tradizione vetratista palermitana.

La sua esperienza ha superato da tempo i confini siciliani e ha raggiunto la Terra Santa dove è stato chiamato per restaurare alcune opere d’arte dell’Ottocento e del Novecento. Sul Monte Tabor, poco lontano da Nazareth, per completare il delicato restauro di due vetrate della basilica della Trasfigurazione. Poi a Gerico, sul Mar Morto, in territorio palestinese, per riportare ad antico splendore una delle vetrate dell’abside nella chiesa del Buon Pastore. E ancora a Gerusalemme, per creare la nuova vetrata della biblioteca della Custodia di Terra Santa, l’ordine dei frati minori presenti in tutto il Medio Oriente sin dai tempi del pellegrinaggio di San Francesco d’Assisi, nel 1200. Tre anni di viaggi e di sapiente lavoro artigiano quello di Calogero Zuppardo, in quelle terre straziate da decenni di conflitti.


Al suo fianco, Piero Accardi, maestro palermitano nel restauro dell’argento. Insieme al figlio Vincenzo, architetto anche lui, Calogero Zuppardo ha progettato e realizzato nel 2014 la vetrata artistica per la cappella centrale all’interno del carcere Ucciardone. “Dal punto di vista umano, è stata la mia più bella esperienza di lavoro – dice il maestro – I detenuti hanno lavorato con entusiasmo e noi con loro”.
E insieme ad un altro stimato maestro del vetro, Roberto Alabiso, Calogero Zuppardo ha realizzato alcuni anni fa nella chiesa di San Francesco di Sales, in via Notarbartolo, la grande vetrata artistica dell’abside e le altre dodici sistemate ai lati della navata. Suo è il progetto iconografico, di Roberto Alabiso i bozzetti e le pitture.

Collaborazione e partecipazione sono da sempre alla base dell’esperienza artistica di Calogero Zuppardo. Prova ne è l’associazione “Il Baglio”, fondata dai due maestri del vetro e simbolo della condivisione di diverse esperienze di artigianato d’arte di tutto il mondo. Da anni promuove il Corso-LabORAtorio di Arti e Architettura per la Chiesa. E già sono in corso i preparativi per la ventiquattresima edizione che quest’anno si svolgerà dal 27 al 4 novembre tra Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Per informazioni si può scrivere a info@opificiodellearti.com

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Tutti i ritmi del mondo in una bottega

Santo Vitale, nel suo laboratorio del centro storico di Palermo, costruisce e ripara tamburi provenienti da decine di paesi diversi. Tra le sue attività il “Drum Circle”, un tripudio di percussioni aperto a tutti

di Laura Grimaldi

Pezzi di mondo e culture diverse si concentrano nella Bottega delle Percussioni, tra i civici 16 e 18 in via del Parlamento, a Palermo. Pochi minuti a piedi dal Foro Italico, attraverso Porta Felice,  costeggiando piazza Marina e superando la fontana barocca del Garraffo.

Due scalini appena per iniziare il giro del mondo attraverso un’ampia varietà di strumenti a percussione esposti in due ambienti. Dal pavimento al soffitto, dappertutto ci sono tamburi di forme, materiali, caratteristiche e funzioni diverse. Da suonare con una sola mano o con tutte e due insieme oppure utilizzando un paio di bacchette. Tamburi italiani, spagnoli, brasiliani, africani, giapponesi. Ogni tamburo ha un suono diverso.

Santo Vitale, fisico da normanno, li costruisce e li ripara nel suo laboratorio che si trova alle spalle di via Vittorio Emanuele, nel centro storico della città. Una passione nata per caso e che coltiva con sacrifici da vent’anni. Da quando fece di necessità, virtù. Ovvero, aguzzando l’ingegno riuscì a riparare il tamburo che lui stesso aveva regalato tempo prima alla sorella. Uno djembè, tipico tamburo dell’Africa occidentale con l’inconfondibile forma a calice e pelle di capra.  “Quando il tamburo africano si ruppe non fu facile trovare chi lo potesse riparare” – ricorda  – . Utilizzai un tappeto in pelle di nostra madre. Il tamburo l’ho tenuto per me e lo conservo ancora”.

Di una passione ne ha fatto un’attività, lasciando un posto da impiegato per dedicarsi alla musica. Suona, costruisce e ripara tamburi di tutto il mondo. In questi anni dal suo laboratorio sono passati noti percussionisti che si sono esibiti in città. Ha venduto tamburi in Francia, Germania, Austria, Polonia, Norvegia e persino in Canada e in Giappone. Costruisce strumenti a percussione utilizzando anche materiale riciclato come pneumatici e fondi di vecchie sedie. ”Tutto suona” – dice Santo Vitale, padre di tre figli e una moglie appassionata di chitarra – “Mi affascina pensare che il tamburo siauno dei più antichi strumenti musicali inventati dall’uomo”.

Tra le sue ultime attività, il “Drum circle”, un evento ritmico aperto a tutti. Persone di qualsiasi età, cultura, religione e indipendentemente dal livello di esperienza musicale. Attività che Santo Vitale svolge da cinque anni nelle scuole, festival, matrimoni, strutture riabilitative.  “Il Drum circle è un metodo che aiuta a risolvere determinate problematiche presenti nei gruppi – spiega -. I partecipanti si dispongono in cerchio e con l’aiuto di un ‘direttore d’orchestra’ si creano ritmi improvvisati utilizzando tamburi e percussioni di ogni tipo e si condivide l’energia che sta dentro ognuno di noi”.

Una grande passione che alcuni anni fa lo ha spinto ad aprire anche una scuola in via Lincoln, poco distante dalla sua bottega. Uno spazio multiculturale aperto a grandi e piccoli in cui imparare a suonare ma anche a costruire percussioni etniche. La scuola ha anche una sua orchestra composta di una quarantina di elementi di età, razze e culture diverse “dagli otto ai settantadue anni” – dice Vitale -. Il gruppo si chiama “Jambo Sana” una parola dal significato benaugurante e che in lingua suahili vuol dire “buongiorno”.

Santo Vitale, nel suo laboratorio del centro storico di Palermo, costruisce e ripara tamburi provenienti da decine di paesi diversi. Tra le sue attività il “Drum Circle”, un tripudio di percussioni aperto a tutti

di Laura Grimaldi

Pezzi di mondo e culture diverse si concentrano nella Bottega delle Percussioni, tra i civici 16 e 18 in via del Parlamento, a Palermo. Pochi minuti a piedi dal Foro Italico, attraverso Porta Felice,  costeggiando piazza Marina e superando la fontana barocca del Garraffo.

Due scalini appena per iniziare il giro del mondo attraverso un’ampia varietà di strumenti a percussione esposti in due ambienti. Dal pavimento al soffitto, dappertutto ci sono tamburi di forme, materiali, caratteristiche e funzioni diverse. Da suonare con una sola mano o con tutte e due insieme oppure utilizzando un paio di bacchette. Tamburi italiani, spagnoli, brasiliani, africani, giapponesi. Ogni tamburo ha un suono diverso.

Santo Vitale, fisico da normanno, li costruisce e li ripara nel suo laboratorio che si trova alle spalle di via Vittorio Emanuele, nel centro storico della città. Una passione nata per caso e che coltiva con sacrifici da vent’anni. Da quando fece di necessità, virtù. Ovvero, aguzzando l’ingegno riuscì a riparare il tamburo che lui stesso aveva regalato tempo prima alla sorella. Uno djembè, tipico tamburo dell’Africa occidentale con l’inconfondibile forma a calice e pelle di capra.  “Quando il tamburo africano si ruppe non fu facile trovare chi lo potesse riparare” – ricorda  – . Utilizzai un tappeto in pelle di nostra madre. Il tamburo l’ho tenuto per me e lo conservo ancora”.

Di una passione ne ha fatto un’attività, lasciando un posto da impiegato per dedicarsi alla musica. Suona, costruisce e ripara tamburi di tutto il mondo. In questi anni dal suo laboratorio sono passati noti percussionisti che si sono esibiti in città. Ha venduto tamburi in Francia, Germania, Austria, Polonia, Norvegia e persino in Canada e in Giappone. Costruisce strumenti a percussione utilizzando anche materiale riciclato come pneumatici e fondi di vecchie sedie. ”Tutto suona” – dice Santo Vitale, padre di tre figli e una moglie appassionata di chitarra – “Mi affascina pensare che il tamburo siauno dei più antichi strumenti musicali inventati dall’uomo”.

Tra le sue ultime attività, il “Drum circle”, un evento ritmico aperto a tutti. Persone di qualsiasi età, cultura, religione e indipendentemente dal livello di esperienza musicale. Attività che Santo Vitale svolge da cinque anni nelle scuole, festival, matrimoni, strutture riabilitative.  “Il Drum circle è un metodo che aiuta a risolvere determinate problematiche presenti nei gruppi – spiega -. I partecipanti si dispongono in cerchio e con l’aiuto di un ‘direttore d’orchestra’ si creano ritmi improvvisati utilizzando tamburi e percussioni di ogni tipo e si condivide l’energia che sta dentro ognuno di noi”.

Una grande passione che alcuni anni fa lo ha spinto ad aprire anche una scuola in via Lincoln, poco distante dalla sua bottega. Uno spazio multiculturale aperto a grandi e piccoli in cui imparare a suonare ma anche a costruire percussioni etniche. La scuola ha anche una sua orchestra composta di una quarantina di elementi di età, razze e culture diverse “dagli otto ai settantadue anni” – dice Vitale -. Il gruppo si chiama “Jambo Sana” una parola dal significato benaugurante e che in lingua suahili vuol dire “buongiorno”.

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L’argentiere di Palermo amato nel mondo

Piero Accardi è uno dei maestri d’arte sacra che resistono ancora alla crisi del settore. Con le sue opere, nate nella bottega nel cuore della città, ha impreziosito tantissime chiese

di Laura Grimaldi

Aveva nove anni quando iniziò a muovere i primi passi nella bottega di argentatura e doratura del nonno. Oggi Piero Accardi è uno dei maestri argentieri d’arte sacra apprezzati in Sicilia e nel resto d’Italia, in Austria, Germania, Egitto e Brasile. È facile vederlo all’opera nel suo laboratorio nel centro storico di Palermo. In via del Parlamento 34, che scorre parallelamente all’antico Cassaro, a pochi passi da piazza Marina. È lì che Accardi crea e restaura preziose opere d’arte soprattutto ad uso liturgico.

Come l’ostensorio raffigurante un roveto ardente destinato alla chiesa della Madonna della Pace di Sharm El Sheik. Alla sua arte ed esperienza si sono affidati in tanti per delicati interventi di restauro. Ad esempio sulla secolare urna d’argento di Sant’Angelo, a Licata. Il maestro Accardi ha impiegato sette mesi per cesellare a mano i decori di quattro fasce, due di un metro e trenta e le altre di 90 centimetri. Oltre quattro metri di bandoni montati attorno all’urna settecentesca e arricchiti di ventidue margherite stilizzate e di ventisei candele ottenute piegando manualmente le lastre d’argento, poi cesellate a mano.

Nel 2009, insieme ad altri orafi, argentieri, studiosi e professionisti della città, il maestro Accardi ha dato vita al Comitato della festa di Sant’Eligio che da anni si batte per salvare ciò che resta dell’antica chiesa intitolata a Sant’Eligio, orefice di corte e vescovo di Noyon nel VII secolo. Un monumento seicentesco intimamente legato alla storia di una delle più importanti maestranze della città, quella degli orafi e degli argentieri, e oggi ridotto in rovina dal tempo e dall’incuria. Si trova in via Argenteria, alle spalle di piazza San Domenico, lì dove fin dal Medioevo erano concentrate le botteghe di argentieri e orefici tra le vie Materassai, Argenteria Vecchia e Ambra, nel quartiere della Loggia.

Pochi di loro resistono ancora alla crisi del settore e con impegno trasmettono l’arte orafa ai giovani che dalle scuole arrivano nei loro laboratori. Il maestro Accardi è tra questi. Con tutta la passione e l’arte che lo contraddistinguono, ha forgiato un calice in argento di quasi ottocento grammi da donare simbolicamente alla chiesa di via Argenteria per salvarla dal degrado e restituirla al culto e alla città. Quattro mesi di lavoro per creare una preziosa opera d’arte e richiamare l’attenzione delle istituzioni.

Un lunga ricerca storico – artistica ha preceduto la fase di lavorazione del calice che ha forme geometriche essenziali arricchite da eleganti motivi floreali in bassorilievo. A nome di tutti gli orafi e gli argentieri della città, Accardi ha creato a proprie spese un prezioso oggetto d’arte. Lo dice l’incisione in latino racchiusa in una delle formelle che compongono la base esagonale del calice: “Nobilis ars panormitanorum aurificum argentariorumque”. Sopra la scritta l’immagine dell’aquila, simbolo di Palermo, non con le ali spiegate come siamo abituati a vederla, ma basse. “Si raffigurava così prima del 1715 – spiega Piero Accardi – . Era il marchio del consolato di Palermo che veniva impresso sugli oggetti in argento solo dopo averne verificata l’autenticità. In periodo spagnolo è nella chiesa di Sant’Eligio che il console della maestranza punzonava gli oggetti preziosi davanti all’immagine della Madonna delle Grazie”.

Piero Accardi è uno dei maestri d’arte sacra che resistono ancora alla crisi del settore. Con le sue opere, nate nella bottega nel cuore della città, ha impreziosito tantissime chiese

di Laura Grimaldi

Aveva nove anni quando iniziò a muovere i primi passi nella bottega di argentatura e doratura del nonno. Oggi Piero Accardi è uno dei maestri argentieri d’arte sacra apprezzati in Sicilia e nel resto d’Italia, in Austria, Germania, Egitto e Brasile. È facile vederlo all’opera nel suo laboratorio nel centro storico di Palermo. In via del Parlamento 34, che scorre parallelamente all’antico Cassaro, a pochi passi da piazza Marina. È lì che Accardi crea e restaura preziose opere d’arte soprattutto ad uso liturgico.

Come l’ostensorio raffigurante un roveto ardente destinato alla chiesa della Madonna della Pace di Sharm El Sheik. Alla sua arte ed esperienza si sono affidati in tanti delicati interventi di restauro. Ad esempio sulla secolare urna d’argento di Sant’Angelo, a Licata. Il maestro Accardi ha impiegato sette mesi per cesellare a mano i decori di quattro fasce, due di un metro e trenta e le altre di 90 centimetri. Oltre quattro metri di bandoni montati attorno all’urna settecentesca e arricchiti di ventidue margherite stilizzate e di ventisei candele ottenute piegando manualmente le lastre d’argento, poi cesellate a mano.

Nel 2009, insieme ad altri orafi, argentieri, studiosi e professionisti della città, il maestro Accardi ha dato vita al Comitato della festa di Sant’Eligio che da anni si batte per salvare ciò che resta dell’antica chiesa intitolata a Sant’Eligio, orefice di corte e vescovo di Noyon nel VII secolo. Un monumento seicentesco intimamente legato alla storia di una delle più importanti maestranzedella città, quella degli orafi e degli argentieri, e oggi ridotto in rovina dal tempo e dall’incuria. Si trova in via Argenteria, alle spalle di piazza San Domenico, lì dove fin dal Medioevo erano concentrate le botteghe di argentieri e orefici tra le vie Materassai, Argenteria Vecchia e Ambra, nel quartiere della Loggia.

Pochi di loro resistono ancora alla crisi del settore e con impegno trasmettono l’arte orafa ai giovani che dalle scuole arrivano nei loro laboratori. Il maestro Accardi è tra questi. Con tutta la passione e l’arte che lo contraddistinguono, ha forgiato un calice in argento di quasi ottocento grammi da donare simbolicamente alla chiesa di via Argenteria per salvarla dal degrado e restituirla al culto e alla città. Quattro mesi di lavoro per creare una preziosa opera d’arte e richiamare l’attenzione delle istituzioni.

Un lunga ricerca storico – artistica ha preceduto la fase di lavorazione del calice che ha forme geometriche essenziali arricchite da eleganti motivi floreali in bassorilievo. A nome di tutti gli orafi e gli argentieri della città, Accardi ha creato a proprie spese un prezioso oggetto d’arte. Lo dice l’incisione in latino racchiusa in una delle formelle che compongono la base esagonale del calice: “Nobilis ars panormitanorum aurificum argentariorumque”. Sopra la scritta l’immagine dell’aquila, simbolo di Palermo, non con le ali spiegate come siamo abituati a vederla, ma basse. “Si raffigurava così prima del 1715 – spiega Piero Accardi – . Era il marchio del consolato di Palermo che veniva impresso sugli oggetti in argento solo dopo averne verificata l’autenticità. In periodo spagnolo è nella chiesa di Sant’Eligio che il console della maestranza punzonava gli oggetti preziosi davanti all’immagine della Madonna delle Grazie”.

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Tutti i segreti del “semenzaro” di Ballarò

Gianni Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nell’antica bottega di via del Bosco, a Palermo. Oggi vende frutta secca e spezie provenienti da ogni parte del mondo

di Alli Traina

Che a Ballarò si possa trovare ogni genere alimentare è cosa nota, ma che nello storico mercato palermitano si riesca ad acquistare anche il passatempo forse non tutti lo sanno. Ciò perché in simili luoghi il tempo si misura in maniera diversa che altrove. Non sono le lancette dell’orologio a scandirne lo scorrere ma i piccoli gesti quotidiani che si ripetono da sempre.  Come quello di sgranocchiare, curiosando fra le bancarelle, il cosiddetto passatempo: calia e semenza, ossia ceci tostati e semi di zucca tostati e salati.

Lo prepara Gianni Cannatella, in via Ballarò 14, nel suo “I frutti del sole”. Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nella antica bottega di via del Bosco. Ricorda come se fosse ieri il primo giorno di lavoro. “Ho iniziato il 28 ottobre 1988. Dopo due anni già ero esperto nella tostatura e conoscevo tutti i segreti del mestiere. Ancora oggi, da un prodotto grezzo come le mandorle in guscio, realizzo in maniera artigianale tutte le sue possibili varianti: le mandorle tostate, la farina o la granella di mandorle, la pasta di mandorle e così via”.

Ad allestire la bottega, invece, ha imparato già da bambino: guardando suo padre che vendeva frutta e verdura. Armare la bottega, si dice, ed è una vera e propria arte che i commercianti dei mercati storici palermitani si tramandano di padre in figlio. Gianni conserva ancora ritagli di giornale in cui si celebrava la bellezza estetica del negozio di suo nonno prima e di suo padre poi. “A lavorare – racconta – andavano sempre in giacca e cravatta”. Da loro ha appreso quel gusto estetico che oggi caratterizza il suo negozio. Ci sono regole ben precise per esporre la merce in modo da valorizzarne l’aspetto e attrarre l’attenzione dei passanti. Se con le abbanniate i commercianti decantano a voce alta le qualità dei prodotti in vendita, con l’esposizione ne valorizzano l’aspetto.

Basta osservare il negozio di Gianni, che sorge dove un tempo c’era un’antica friggitoria, per capirlo. Il mix di culture che esprime sintetizza perfettamente l’anima di Ballarò: una forte identità siciliana connotata da un’atmosfera araba e da un’apertura ai prodotti provenienti da diverse parti del mondo. I pistacchi di Bronte, insieme alle noci americane e alle noci brasiliane, le mandorle di Santo Stefano Quisquina insieme al mais tostato, al dattero e allo zenzero, e ancora spezie e aromi, legumi, frutta secca e frutta disidratata, conserve e condimenti, preparati per pasticceria, sale proveniente dalle saline di Trapani.

Cannatella vende anche la frutta candita, uno degli ingredienti principali dei tipici dolci siciliani, capaci con la loro sola presenza di richiamare il gusto barocco tipico dell’isola. Primo fra tutti la cassata. Cedro, mandarini ciliegie, pere, fichi, canditi rendono i dolci un’esplosione di colori. E poi ancora noci, pinoli, uva passa, mango, ananas, lupini, castagne, carrube e molto altro ancora. La tostatura avviene direttamente nella stanza adiacente al negozio: Cannatella oggi si è dotato del macchinario adatto per tostare la frutta secca ma agli inizi si industriava con la fantasia e l’abilità. Come quando con suo zio adattarono una macchina per la tostatura del caffè e la resero perfetta per la tostatura della frutta secca. Cannatella ne conosce ogni segreto. “Mentre prima la frutta secca si mangiava semplicemente per gusto e per passare il tempo, oggi sono state riscoperte le sue enormi qualità nutritive”.

Del resto i ceci hanno avuto anche un’importanza storica per Palermo. Nel 1282 i palermitani si ribellarono agli angioini che a quei tempi governavano la città, si tratta della celebre Rivolta dei Vespri, chiamata così perché prese avvio durante il tramonto, il vespro appunto. Per riconoscere i francesi che provavano a fingersi palermitani bastava mostrargli dei ceci chiedendogli di pronunciarne il nome che in siciliano è cìciri. Loro proprio non ci riuscivano e così venivano immediatamente riconosciuti.

(Foto: Tullio Puglia)

Gianni Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nell’antica bottega di via del Bosco, a Palermo. Oggi vende frutta secca e spezie provenienti da ogni parte del mondo

di Alli Traina

Che a Ballarò si possa trovare ogni genere alimentare è cosa nota, ma che nello storico mercato palermitano si riesca ad acquistare anche il passatempo forse non tutti lo sanno. Ciò perché in simili luoghi il tempo si misura in maniera diversa che altrove. Non sono le lancette dell’orologio a scandirne lo scorrere ma i piccoli gesti quotidiani che si ripetono da sempre.  Come quello di sgranocchiare, curiosando fra le bancarelle, il cosiddetto passatempo: calia e semenza, ossia ceci tostati e semi di zucca tostati e salati.

Lo prepara Gianni Cannatella, in via Ballarò 14, nel suo “I frutti del sole”. Cannatella ha cominciato a lavorare al mercato poco più che ventenne, aiutava suo zio nella antica bottega di via del Bosco. Ricorda come se fosse ieri il primo giorno di lavoro. “Ho iniziato il 28 ottobre 1988. Dopo due anni già ero esperto nella tostatura e conoscevo tutti i segreti del mestiere. Ancora oggi, da un prodotto grezzo come le mandorle in guscio, realizzo in maniera artigianale tutte le sue possibili varianti: le mandorle tostate, la farina o la granella di mandorle, la pasta di mandorle e così via”.

Ad allestire la bottega, invece, ha imparato già da bambino: guardando suo padre che vendeva frutta e verdura. Armare la bottega, si dice, ed è una vera e propria arte che i commercianti dei mercati storici palermitani si tramandano di padre in figlio. Gianni conserva ancora ritagli di giornale in cui si celebrava la bellezza estetica del negozio di suo nonno prima e di suo padre poi. “A lavorare – racconta – andavano sempre in giacca e cravatta”. Da loro ha appreso quel gusto estetico che oggi caratterizza il suo negozio. Ci sono regole ben precise per esporre la merce in modo da valorizzarne l’aspetto e attrarre l’attenzione dei passanti. Se con le abbanniate i commercianti decantano a voce alta le qualità dei prodotti in vendita, con l’esposizione ne valorizzano l’aspetto.

Basta osservare il negozio di Gianni, che sorge dove un tempo c’era un’antica friggitoria, per capirlo. Il mix di culture che esprime sintetizza perfettamente l’anima di Ballarò: una forte identità siciliana connotata da un’atmosfera araba e da un’apertura ai prodotti provenienti da diverse parti del mondo. I pistacchi di Bronte, insieme alle noci americane e alle noci brasiliane, le mandorle di Santo Stefano Quisquina insieme al mais tostato, al dattero e allo zenzero, e ancora spezie e aromi, legumi, frutta secca e frutta disidratata, conserve e condimenti, preparati per pasticceria, sale proveniente dalle saline di Trapani.

Cannatella vende anche la frutta candita, uno degli ingredienti principali dei tipici dolci siciliani, capaci con la loro sola presenza di richiamare il gusto barocco tipico dell’isola. Primo fra tutti la cassata. Cedro, mandarini ciliegie, pere, fichi, canditi rendono i dolci un’esplosione di colori. E poi ancora noci, pinoli, uva passa, mango, ananas, lupini, castagne, carrube e molto altro ancora. La tostatura avviene direttamente nella stanza adiacente al negozio: Cannatella oggi si è dotato del macchinario adatto per tostare la frutta secca ma agli inizi si industriava con la fantasia e l’abilità. Come quando con suo zio adattarono una macchina per la tostatura del caffè e la resero perfetta per la tostatura della frutta secca. Cannatella ne conosce ogni segreto. “Mentre prima la frutta secca si mangiava semplicemente per gusto e per passare il tempo, oggi sono state riscoperte le sue enormi qualità nutritive”.

Del resto i ceci hanno avuto anche un’importanza storica per Palermo. Nel 1282 i palermitani si ribellarono agli angioini che a quei tempi governavano la città, si tratta della celebre Rivolta dei Vespri, chiamata così perché prese avvio durante il tramonto, il vespro appunto. Per riconoscere i francesi che provavano a fingersi palermitani bastava mostrargli dei ceci chiedendogli di pronunciarne il nome che in siciliano è cìciri. Loro proprio non ci riuscivano e così venivano immediatamente riconosciuti.

(Foto: Tullio Puglia)

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Il leggendario chiosco dei Beati Paoli

C’è un antico baracchino al Capo di Palermo che affonda le sue origini nella leggenda e nei misteri degli uomini incappucciati. Ma è anche retaggio di storie e mestieri siciliani ancora affascinanti

di Alli Traina

Al Capo, in piazza Beati Paoli, si trova l’Antico chiosco di don Pidduzzo, chiamato anche “dei Beati Paoli”. Ascoltare da Salvatore Marrone le vicende che ne caratterizzano l’origine vuol dire compiere meravigliosi salti temporali. La storica rivendita ricorda due storie opposte. La prima è quella dei Beati Paoli, la leggendaria setta di giustizieri incappucciati resa celebre dai racconti di Luigi Natoli scritti sotto lo pseudonimo di William Galt. I Beati Paoli potevano scomparire all’improvviso e riapparire in diverse parti della città grazie a un articolato sistema di passaggi che conducevano nel sottosuolo cittadino. Il loro tribunale segreto e sotterraneo si trova proprio sotto la rivendita di Marrone.

L’altro nome del chiosco racconta una storia minore ma altrettanto affascinante: quella dell’acqua e dei suoi mestieri. L’acqua è sempre stata un bene prezioso per i palermitani soprattutto quando, fino agli inizi del Novecento, le case non erano dotate di un sistema idrico adeguato. Per bere acqua fresca si doveva cercare l’”acquaiolu” o “acquavitaru”, un ambulante che girava di strada in strada con una caraffa di terracotta, dei bicchieri e una bottiglia di zammù che gli permetteva di fornire la sua specialità: acqua fresca con anice. Bastavano un paio di gocce per rendere la bevanda doppiamente dissetante. Gli acquaioli impararono col tempo a portare in giro con loro un tavolino, “’u tavuliddu”, decorato con colori e motivi simili a quelli dei carretti siciliani e con fiori e frutta. Si dotarono di bicchieri di vetro e sottobicchieri di rame. A volte avevano anche sedie e lampioncini da usare quando faceva buio. La versione moderna è costituita oggi dai venditori di acqua e sciroppi che rispuntano durante le feste – il Festino di Santa Rosalia soprattutto – con le loro rivendite ambulanti coloratissime e dipinte a mano.

Il Capo era il fulcro di questa attività: vicino via S. Agostino esistevano il vicolo e il cortile degli Acquavitari, dove abitavano molti venditori di acquavite e acqua fresca. Lì nel 1730 costruirono la loro chiesa dedicata alla Madonna della Grazia. Quando gli acquaioli divennero stanziali nacquero le tavole d’acqua: un bancone di marmo all’aperto su cui erano sistemati fiori e frutta. Si servivano diverse bevande, dalle spremute di agrumi fino all’acqua con il bicarbonato e c’erano due rubinetti, uno per servire l’acqua fredda e l’altro per lavare i bicchieri.

Il chioschetto di piazza Beati Paoli racconta tutto questo: la tavola d’acqua di Giuseppe Di Pasquale detto don Pidduzzo, uno dei più celebri acquaioli della città, è ancora ben visibile con i suoi due rubinetti e la frutta che l’adorna. Oggi è inglobata nel più ampio Antico chiosco di don Pidduzzo o dei Beati Paoli gestito dai nipoti e dal genero, Salvatore Marrone. I tavolini si sono moltiplicati e nelle giornate estive riempiono la piazza, ma i segreti necessari per preparare le bevande dissetanti e digestive rimangono gli stessi, un segreto di famiglia tramandato da generazioni. In vendita anche acque con sciroppi, spremute di agrumi, gassosa, birra e ogni tipo di liquore, dallo zibibbo al moscato. Esposta sotto l’insegna del chiosco, c’è la foto di don Pidduzzo, ritratto negli anni’50 mentre serve una bibita dietro la sua tavola d’acqua.

C’è un antico baracchino al Capo di Palermo che affonda le sue origini nella leggenda e nei misteri degli uomini incappucciati. Ma è anche retaggio di storie e mestieri siciliani ancora affascinanti

di Alli Traina

Al Capo, in piazza Beati Paoli, si trova l’Antico chiosco di don Pidduzzo, chiamato anche “dei Beati Paoli”. Ascoltare da Salvatore Marrone le vicende che ne caratterizzano l’origine vuol dire compiere meravigliosi salti temporali. La storica rivendita ricorda due storie opposte. La prima è quella dei Beati Paoli, la leggendaria setta di giustizieri incappucciati resa celebre dai racconti di Luigi Natoli scritti sotto lo pseudonimo di William Galt. I Beati Paoli potevano scomparire all’improvviso e riapparire in diverse parti della città grazie a un articolato sistema di passaggi che conducevano nel sottosuolo cittadino. Il loro tribunale segreto e sotterraneo si trova proprio sotto la rivendita di Marrone.

L’altro nome del chiosco racconta una storia minore ma altrettanto affascinante: quella dell’acqua e dei suoi mestieri. L’acqua è sempre stata un bene prezioso per i palermitani soprattutto quando, fino agli inizi del Novecento, le case non erano dotate di un sistema idrico adeguato. Per bere acqua fresca si doveva cercare l’”acquaiolu” o “acquavitaru”, un ambulante che girava di strada in strada con una caraffa di terracotta, dei bicchieri e una bottiglia di zammù che gli permetteva di fornire la sua specialità: acqua fresca con anice. Bastavano un paio di gocce per rendere la bevanda doppiamente dissetante. Gli acquaioli impararono col tempo a portare in giro con loro un tavolino, “’u tavuliddu”, decorato con colori e motivi simili a quelli dei carretti siciliani e con fiori e frutta. Si dotarono di bicchieri di vetro e sottobicchieri di rame. A volte avevano anche sedie e lampioncini da usare quando faceva buio. La versione moderna è costituita oggi dai venditori di acqua e sciroppi che rispuntano durante le feste – il Festino di Santa Rosalia soprattutto – con le loro rivendite ambulanti coloratissime e dipinte a mano.

Il Capo era il fulcro di questa attività: vicino via S. Agostino esistevano il vicolo e il cortile degli Acquavitari, dove abitavano molti venditori di acquavite e acqua fresca. Lì nel 1730 costruirono la loro chiesa dedicata alla Madonna della Grazia. Quando gli acquaioli divennero stanziali nacquero le tavole d’acqua: un bancone di marmo all’aperto su cui erano sistemati fiori e frutta. Si servivano diverse bevande, dalle spremute di agrumi fino all’acqua con il bicarbonato e c’erano due rubinetti, uno per servire l’acqua fredda e l’altro per lavare i bicchieri.

Il chioschetto di piazza Beati Paoli racconta tutto questo: la tavola d’acqua di Giuseppe Di Pasquale detto don Pidduzzo, uno dei più celebri acquaioli della città, è ancora ben visibile con i suoi due rubinetti e la frutta che l’adorna. Oggi è inglobata nel più ampio Antico chiosco di don Pidduzzo o dei Beati Paoli gestito dai nipoti e dal genero, Salvatore Marrone. I tavolini si sono moltiplicati e nelle giornate estive riempiono la piazza, ma i segreti necessari per preparare le bevande dissetanti e digestive rimangono gli stessi, un segreto di famiglia tramandato da generazioni.

In vendita anche acque con sciroppi, spremute di agrumi, gassosa, birra e ogni tipo di liquore, dallo zibibbo al moscato. Esposta sotto l’insegna del chiosco, c’è la foto di don Pidduzzo, ritratto negli anni’50 mentre serve una bibita dietro la sua tavola d’acqua.

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Il liutaio di Palermo

Impeccabile nel suo camice bianco, costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini viole, violoncelli, contrabbassi

di Laura Grimaldi

Costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, viole d’amore, violoncelli, contrabbassi e anche due chitarre. Ognuno diverso dall’altro per forma e suono. C’è sapienza antica nell’attività artigiana di Ignazio Muliello. A cominciare dalla selezione delle diverse essenze di legno che utilizza. Acero per la parte inferiore e abete rosso per quella superiore. La scelta del legno è importante quanto le bombature, gli spessori, la catena, i fori di risonanza, l’inclinazione del manico, la vernice, l’anima, il ponticello, le corde, l’archetto. Lo sa bene Ignazio Muliello, classe 1938, considerato il veterano della liuteria palermitana. La sua officina-laboratorio è al civico 200 di via Sampolo, a Palermo, poco distante dalla stazione della metropolitana in piazza Giachery.

Nella sua bottega piena di attrezzi e sagome lo si trova sempre al banco di lavoro intento nella costruzione di nuovi strumenti con grande accuratezza sia nella scelta dei materiali che nelle rifiniture. Impeccabile nel suo camice bianco, il colore dei suoi capelli che raccontano di una lunga esperienza maturata in questa antica forma di artigianato. Ha iniziato da ragazzino a fianco del padre Giuseppe, ebanista. Con lui ha collaborato al lavoro di intaglio e di ebanisteria.
L’incontro con la liuteria è avvenuta negli anni Settanta quando ha frequentato per alcuni anni la bottega di Alfredo Averna presso il Conservatorio ‘Bellini’. C’è una grande passione dietro la decisione di iniziare a costruire strumenti ad arco e nel tempo ha sviluppato una particolare tecnica per ottenere i migliori risultati acustici. Lo testimonia il fatto che i suoi strumenti sono richiesti da musicisti professionisti di conservatori e teatri della Sicilia. Non a caso nel 2008, alla seconda edizione del concorso nazionale di liuteria contemporanea Città di Pisogne, Ignazio Muliello ha ricevuto una menzione speciale per l’impegno alla ricerca della liuteria siciliana.

È orgoglioso di essere stato inserito tra i più importanti ‘Liutai in Italia dall’Ottocento ai giorni nostri’, volume di Gualtiero Nicolini esperto di Storia della liuteria. E intanto solleva delicatamente uno dei leggerissimi e lucidissimi violini appena terminati di costruire. Pesano appena 280 grammi e possono arrivare a 400.

Impeccabile nel suo camice bianco, costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, violoncelli, contrabbassi

di Laura Grimaldi

Costruisce strumenti ad arco dagli anni Settanta e in quarant’anni ne ha creati più di cento tra violini, viole, viole d’amore, violoncelli, contrabbassi e anche due chitarre. Ognuno diverso dall’altro per forma e suono. C’è sapienza antica nell’attività artigiana di Ignazio Muliello. A cominciare dalla selezione delle diverse essenze di legno che utilizza. Acero per la parte inferiore e abete rosso per quella superiore. La scelta del legno è importante quanto le bombature, gli spessori, la catena, i fori di risonanza, l’inclinazione del manico, la vernice, l’anima, il ponticello, le corde, l’archetto. Lo sa bene Ignazio Muliello, classe 1938, considerato il veterano della liuteria palermitana. La sua officina-laboratorio è al civico 200 di via Sampolo, a Palermo, poco distante dalla stazione della metropolitana in piazza Giachery.

Nella sua bottega piena di attrezzi e sagome lo si trova sempre al banco di lavoro intento nella costruzione di nuovi strumenti con grande accuratezza sia nella scelta dei materiali che nelle rifiniture. Impeccabile nel suo camice bianco, il colore dei suoi capelli che raccontano di una lunga esperienza maturata in questa antica forma di artigianato. Ha iniziato da ragazzino a fianco del padre Giuseppe, ebanista. Con lui ha collaborato al lavoro di intaglio e di ebanisteria.
L’incontro con la liuteria è avvenuta negli anni Settanta quando ha frequentato per alcuni anni la bottega di Alfredo Averna presso il Conservatorio ‘Bellini’. C’è una grande passione dietro la decisione di iniziare a costruire strumenti ad arco e nel tempo ha sviluppato una particolare tecnica per ottenere i migliori risultati acustici. Lo testimonia il fatto che i suoi strumenti sono richiesti da musicisti professionisti di conservatori e teatri della Sicilia. Non a caso nel 2008, alla seconda edizione del concorso nazionale di liuteria contemporanea Città di Pisogne, Ignazio Muliello ha ricevuto una menzione speciale per l’impegno alla ricerca della liuteria siciliana.

È orgoglioso di essere stato inserito tra i più importanti ‘Liutai in Italia dall’Ottocento ai giorni nostri’, volume di Gualtiero Nicolini esperto di Storia della liuteria. E intanto solleva delicatamente uno dei leggerissimi e lucidissimi violini appena terminati di costruire. Pesano appena 280 grammi e possono arrivare a 400.

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I mobili “bonsai” del figlio d’arte

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

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