Presentato il “Bellini international context”, un mese di eventi per il Cigno catanese

Dall’1 settembre al 2 ottobre, spettacoli e concerti per celebrare il 187esimo anniversario della morte del compositore

di Redazione

Vincenzo Bellini, alfiere del melodramma romantico, si fa anima e propulsore del turismo culturale, testimonial planetario dell’immagine stessa dell’Isola. La sua statura di genius loci di risonanza internazionale costituisce – ormai da tre stagioni – uno dei punti di forza su cui la Regione Siciliana configura la propria peculiare identità culturale e artistica, che trova nel linguaggio universale della musica un viatico per conquistare la platea globale. È questa la mission della prestigiosa rassegna dedicata al Cigno catanese, fortemente voluta dal presidente Nello Musumeci e dall’assessore al Turismo Manlio Messina.

Stelle di prima grandezza e un’offerta dal rigoroso approccio filologico arricchiscono anche il programma 2022 del Bellini International Context, in programma dall’1 settembre al 2 ottobre, che mira ad inquadrare il ruolo del compositore etneo nell’agone protoromantico europeo in cui s’inscrive la sua figura, allargando al contempo l’orizzonte agli influssi che la sua creatività innovativa avrebbe esercitato sul teatro musicale a venire. Da qui il titolo della kermesse perché costruita intorno al “contesto” multidisciplinare, che muove dall’età d’oro del Belcanto per arrivare a coglierne l’eredità e l’influenza successiva esercitata su autori come Verdi e Wagner. Un’indagine affascinante che, a partire dalle suggestioni musicali, traccia e “contestualizza” questa linea direttrice, aprendo ad interessanti contaminazioni tra varie discipline, cinema, prosa, danza, prevedendo inoltre mostre a tema e incontri con studiosi ed esperti.

Fulcro del festival sono I Capuleti e i Montecchi, in scena al Teatro Bellini alle ore 21 del 23 settembre, 187esimo anniversario della morte del compositore, si replica il 25 alle 17.30. La produzione, che sarà trasmessa in diretta su Rai5, è allestita dall’ente lirico e schiera sul palco la propria Orchestra e il proprio Coro. Sul podio Fabrizio Maria Carminati, mentre Gianluca Falaschi firma regia scene e costumi della tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani, che ripercorre la tragedia degli infelici amanti di Verona. Un titolo salutato con enorme successo dal pubblico e dalla critica fin dalla prima assunta del 11 marzo 1830 alla Fenice di Venezia. Nei ruoli principali Ruth Iniesta (Giulietta), Chiara Amarù (Romeo), Marco Ciaponi  (Tebaldo). E ancora Alexey Birkus  (Lorenzo)  e Antonio Di Matteo  (Capellio). Luigi Petrozziello maestro del coro.

Nell’ambito della rassegna si allestisce anche Rita, opera comica in un atto di Gaetano Donizetti, con l’Orchestra del Bellini diretta da Carminati direttore, Gianmaria Aliverta regista, con i cantanti Nina Muho (Rita), Valerio Borgioni (Beppe), Francesco Vultaggio baritono (Gasparo) e l’attore Gino Astorina (Bortolo). Un piccolo gioiello che oggi parla alla platea anche della inflessibile condanna di ogni violenza all’interno del rapporto di coppia (7 settembre, alle 21, Palazzo della Cultura).

Di particolare rilievo è l’intera operazione legata alla terza opera in forma scenica, prevista nell’ambito del progetto “Sicilia: “Suggestioni da Bellini, Pirandello, Verga”. Nella prima parte sarà eseguita l’ouverture dal Pirata di Bellini e la suite per orchestra La giara, che Alfredo Caesella ha estratto dal proprio  balletto ispirato alla novella di Pirandello. Nella seconda parte andrà in scena Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, la cui fonte letteraria è da rinvenire nella novella ma anche nel dramma di Giovanni Verga. L’allestimento vuole essere un omaggio allo padre del Verismo nel primo centenario della morte. L’esecuzione è affidata all’Orchestra Sinfonica Siciliana e al Coro del Teatro Massimo Bellini. Scene, costumi, allestimento sono dell’ente lirico. Sul podio Marcello Mottadelli, regia di Alfonso Signorini. Nel cast vocale Anastasia Boldyreva (Santuzza), Walter Fraccaro  (Turiddu), Elia Fabbian (Alfio), Agostina Smimmero (Lucia), Sabrina Messina (Lola). Luigi Petrozziello maestro del coro (16 settembre, alle 21, Villa Bellini).

Tra i tantissimi appuntamenti in programma, le soirée musicali si svolgeranno in diverse sedi  del capoluogo, a cominciare dal gala belliniano inaugurale “Da Il pirata a I puritani”. Orchestra e Coro del Teatro Massimo  Bellini”, direttrice Beatrice Venezi, solisti il sopranoVittoria Yeo e il tenore Giorgio Berrugi (1 settembre, alle 21, Villa Bellini). Omaggio dei compositori di Sicilia a Bellini propone in prima esecuzione assoluta brani di Giuseppe Emmanuele, Mario Garuti, Matteo Musumeci, Joe Schittino, Luciano Maria Serra. Orchestra del Teatro Massimo Bellini diretta da Marco Alibrando (20 settembre, alle 21, Palazzo della Cultura).

Bellini & Friends esplora le affinità tra il Nostro e grandissimi compositori che lo hanno seguito o preceduto: Donizetti, Mercadante, Rossini, Wagner. L’Orchestra Sinfonica Siciliana è guidata da Eliseo Castrignanò, soprano solista Desirée Rancatore (24 settembre, all 21, Villa Bellini). Bellini & Donizetti: 1827 – 1835 è un gala lirico che mette a confronto la produzione di due sommi operisti, il  Catanese e il Bergamasco, attraverso melodrammi relativi agli anni che li videro ccompetere nell’agone operistico post-rossiniano.  Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini, sul podio  Fabrizio Maria Carminati. Solisti il soprano Pretty Yende e il tenore Stefan Pop. Luigi Petrozziello maestro del coro (26 settembre, alle 21, Teatro Massimo Bellini).

Bellini Reloaded  parte dall’interessante  prospettiva di stimolare affermati compositori dei nostri giorni – Giovanni D’Aquila, Giovanni Ferrauto, Simone Piraino – ad ispirarsi alle creazioni belliniane. L’Orchestra del Teatro Massimo di Palermo è diretta da Alberto Maniaci  (28 settembre, alle 21, Villa Bellini). Due obiettivi  convergono in un terzo gala lirico che, da un lato, accosta Bellini & Wagner, dall’altro intende celebrare il  2751esimo anno della fondazione della città di Catania. Accanto agli autori di Norma e Tristan, in locandina ritroviamo compositori siciliani  in attività, ossia Emanuele Casale, Matteo Musumeci, Joe Schittino.  Orchestra e Coro del Teatri Massimo   Bellini, Eckehard Stier direttore, Luigi Petrozziello maestro del coro (30 settembre, alle 21, Villa Bellini).

Un concerto di musiche sacre di rara frequentazione è quello che accosta composizioni giovanili belliniane – quali “Tecum Principium” e  “Salve Regina” in La maggiore (trascrizioni dal manoscritto autografo) – con la Messa funebre in memoria di Bellini (1865) composta da Giovanni Pacini espressamente per il trasporto delle ceneri del collega  – e rivale – prematuramente scomparso trent’anni prima. Orchestra dell’ISSM “V. Bellini” di Catania e Coro del Teatro Massimo Bellini”, Epifanio Comis direttore, Luigi Petrozziello maestro del coro (1 ottobre, luogo da definire  Catania, Duomo di Sant’Agata).

“Bellini International Context” è una rassegna promossa dal governo regionale attraverso l’assessorato del Turismo che ha catalizzato la sinergia del Comune e dell’Arcidiocesi di Catania, del Comune di Taormina e delle principali istituzioni teatrali e culturali: Teatro Massimo Bellini di Catania, Teatro Massimo di Palermo, Teatro Vittorio Emanuele di Messina, Università degli Studi di Catania, Fondazione orchestra sinfonica siciliana, Fondazione Taormina Arte Sicilia, Istituto superiore di studi musicali “Vincenzo Bellini” di Catania, Conservatorio “Arcangelo Corelli” di Messina. La direzione artistica è di Fabrizio Maria Carminati, direttore d’orchestra di rilievo internazionale. Project manager del festival è Gianna Fratta, direttrice d’orchestra di chiara fama.

“È ai Catanesi, indicati proprio con la maiuscola, che Vincenzo Bellini dedica I Capuleti e i Montecchi. Un particolare non da poco, che ci piace ricordare in questa sede dal momento in cui la rappresentazione di un tale capolavoro costituisce proprio l’evento centrale dell’odierna edizione del Bellini International Context – afferma il governatore Nello Musumeci – . Sì, Bellini consacra la partitura ai concittadini. E lo fa in segno di gratitudine verso il decurionato che anni prima gli aveva assegnato una borsa di studio senza la quale il Cigno catanese non sarebbe mai approdato al Conservatorio di Napoli e – insegna la Storia – alla gloria”.

Quel delitto tra i boschi nel borgo degli “Ammalati”

Flagellata da terremoti in un territorio ricco di faglie, Santa Maria degli Ammalati, frazione di Acireale alle pendici dell’Etna, è un luogo pieno di storie e leggende

di Livio Grasso

Minuscola frazione di Acireale che sorge a ridosso della Timpa, Santa Maria degli Ammalati è uno dei borghi più rappresentativi del Bosco di Aci, un tempo imponente area verde di querce e castagni che si estendeva nel versante orientale dell’Etna. Il territorio, prevalentemente lavico, si sviluppa all’interno di due faglie attive che corrono attraverso la zona Molino Testa d’Acqua di Santa Maria La Scala e l’area meridionale di Santa Tecla.

Scorcio del borgo

Le fonti storiche riferiscono che il paese è da sempre stato al centro di violenti terremoti, influenzando molto lo sviluppo dell’abitato e della vita sociale. L’evento più catastrofico si data al 1693, anno in cui la borgata fu colpita dal terribile sisma che ebbe pure degli effetti distruttivi in buona parte della Sicilia orientale. Di questa calamità ne parla proprio un documento d’archivio che rilascia una preziosa testimonianza sulla storia del borgo. A quanto pare, già dal 17esimo secolo, la contrada vantava un piccolo centro abitato. A confermarlo, sarebbe proprio la presenza di una chiesa dedicata a Maria degli Ammalati.

La villetta Mario Monaco

Sulla base di quanto tramandato, l’edificio di culto si trovava in un tratto di campagna che faceva parte del Bosco di Aci. Proprio nelle vicinanze della chiesetta, precisamente il 15 settembre 1658, avvenne un atroce delitto. Si trattò del reverendo don Giovanni Battista Grasso, che quel giorno venne in sede per celebrare la messa. Subito dopo la liturgia, il sacerdote si incamminò nei sentieri boschivi per fare ritorno ad Acireale. Improvvisamente, però, venne accerchiato da cinque briganti che lo uccisero brutalmente a sassate.

La piazzetta del borgo

Questa notizia, oltre a testimoniare la pericolosità del bosco, conferma con assoluta certezza che la comunità del paese disponeva già di una piccola cappella in cui potersi riunire. Per di più sappiamo che la parrocchia fu costruita il 14 giugno 1627 sotto l’impulso di Jacobo Grassi, ricordato come uno dei più ricchi possidenti terrieri. Secondo alcuni racconti popolari, inoltre, il titolo di “Madonna dei Malati” ha una certa attinenza con le epidemie di peste che a quell’epoca imperversavano nella zona.

Vista panoramica sul mare

Non a caso, pare che a fianco della cappella fosse presente un piccolo lazzaretto per accudire gli appestati. Un’altra tradizione, invece, riporta che il soprannome Maria degli Ammalati allude alla funzione protettiva della Madonna nei confronti degli abitanti locali costantemente minacciati dagli assalti dei banditi. In ogni caso, dopo il cataclisma del 1693, la chiesa venne ricostruita nella prima metà del 18esimo secolo grazie al supporto dei discendenti del Grassi e di fra’ Mariano Cavallaro.

La parrocchia attuale risale al 1865 e, per la sua edificazione, ebbero un ruolo di primo piano i contributi offerti da don Rosario Borzì, don Giovanni Pennisi Platania e dal Decurionato di Acireale. Saltano all’occhio gli incantevoli affreschi della volta, realizzati dall’artista Giuseppe Spina Caprizzi. A lui si attribuiscono pure i tre dipinti dell’area absidale intitolati “La gloria dell’Agnello”, “L’uccisione di Abele” e “Mosè e le Tavole della Legge”.  Di grande valore era pure il campanile gotico-normanno progettato da Mariano Panebianco, importante architetto acese. Tuttavia, nel 1914  il complesso religioso fu gravemente danneggiato da un altro fenomeno sismico che ha provocato la demolizione del campanile,  della navata, della volta e della cupola. Ben presto, però, tutto è stato restaurato ex novo. Il borghetto di Santa Maria degli Ammalati è anche apprezzato per la fertilità dei suoli e l’abbondante produzione di vini, olio e limoni.

Creare valore con il cibo, giovane siciliano tra i migliori innovatori del mondo

Il catanese Corrado Paternò Castello, amministratore e cofondatore dell’azienda Boniviri, è l’unico italiano selezionato tra i “50 Next”, gli under 35 che stanno plasmando il futuro mondiale della gastronomia

di Giulio Giallombardo

Giovani visionari preparano il cibo di domani. La gastronomia del futuro ripensa al rapporto con l’ambiente, valorizzando le eccellenze con un approccio sempre più etico. Lo sanno bene i talenti della seconda edizione di 50 Next, un elenco di operatori del settore gastronomico, creato da 50 Best, l’organizzazione che ha ideato The World’s 50 Best Restaurants e The World’s 50 Best Bars. Non una classifica – sottolineano gli organizzatori – ma un elenco di 50 virtuosi provenienti da 30 territori in 6 continenti, che vanno dai 22 ai 37 anni. Nomi scelti tra oltre 400 candidature e ricerche ad opera del Basque Culinary Center, partner accademico di 50 Next.

Al centro Corrado Paternò Castello durante la cerimonia di 50 Next

Così, tra la pasticcera ucraina che sta rivoluzionando il mondo dei dolci, lo chef sudafricano che valorizza le donne, battendosi contro i pregiudizi, o il pescatore che lotta contro l’inquinamento marino in Grecia, c’è anche un giovane siciliano, unico a rappresentare l’Italia tra i cinquanta selezionati. È il 31enne catanese Corrado Paternò Castello, amministratore e cofondatore insieme ad Alessandra Tranchina e Sergio Sallicano, di Boniviri, start up innovativa e società benefit che ha l’obiettivo di creare valore con il cibo attraverso la selezione delle eccellenze del territorio, la valorizzazione della filiera agricola locale e la tutela dell’ambiente.

Il team di Boniviri

Una realtà siciliana giovanissima, nata da appena due anni, che sta portando avanti, con un approccio rigoroso, un nuovo modello d’impresa. L’obiettivo è promuovere i prodotti di coltivatori selezionati, avvicinando il mondo di chi consuma e quello di chi coltiva attraverso qualità e sostenibilità. “La società – spiegano i fondatori di Boniviri – vuole contribuire a contrastare l’abbandono dell’attività dei piccoli imprenditori agricoli, a combattere il cambiamento climatico, a ridurre gli sprechi della produzione e del packaging in ottica di economia circolare e a creare una piattaforma di comunicazione e collaborazione tra consumatori e produttori”.

I giovani di 50 Next 2022

Attività che i giovani imprenditori stanno portando avanti, mettendo nero su bianco i loro obiettivi nella “mappa d’impatto” e i risultati raggiunti nei primi due anni in una dettagliata “relazione d’impatto”. Il modello di Boniviri, in sintesi, prevede l’acquisto di prodotti di alta qualità, salutari e sostenibili da coltivatori di eccellenza (da qui il nome “Boniviri”, ovvero “persone di valore” dal latino), impegnandoli in un percorso verso obiettivi di sostenibilità. Nel farlo, Boniviri ripensa la filiera e il packaging dei prodotti in ottica sostenibile, azzerando l’impronta di carbonio dei prodotti attraverso progetti di compensazione.

Corrado Paternò Castello

Finora hanno aderito al progetto undici piccole aziende agricole siciliane, che si sono impegnate a seguire determinati protocolli di qualità, rispettando l’ambiente e creando così maggior valore dei loro prodotti. Esempio concreto di queste buone pratiche è stata la produzione, nella primavera dell’anno scorso, del primo olio extravergine di oliva biologico italiano “carbon neutral”. L’impatto delle emissioni della filiera dell’olio è stato calcolato durante la produzione permettendo, ad esempio, di capire che una bottiglia da 750 millilitri di olio extravergine d’oliva genera emissioni pari a 2,88 chili di CO2 equivalente. In questo senso, anche il packaging è stato rivoluzionato: dalla bottiglia con alta percentuale di vetro riciclato, prodotta localmente per ridurre l’impatto dei trasporti, all’etichetta a basso impatto ambientale realizzata con sottoprodotti di lavorazioni agro-industriali delle olive.

Coltivatori di Boniviri

Un modello studiato anche alla Bocconi di Milano che adesso ha ricevuto l’importante riconoscimento dalla 50 Best. “Sono orgoglioso di questo prestigioso riconoscimento che premia il modello d’impresa Boniviri – ha dichiarato Corrado Paternò Castello, che ha ricevuto il riconoscimento lo scorso 24 giugno a Bilbao, nella categoria ‘Gamechanging Producers’ – . Un modello innovativo e sostenibile che punta a creare valore con il cibo attraverso la realizzazione degli obiettivi che abbiamo definito nella nostra Impact Map: avvicinare il mondo di chi coltiva a quello di chi consuma attraverso la sostenibilità, salvaguardare le piccole aziende agricole di valore rendendole prospere e sostenibili; sensibilizzare sull’importanza di produrre alimenti il più possibile eco-friendly”.

A Catania una mostra per celebrare Sant’Agata

Esposte venti opere nelle sale del Museo dei Saperi e delle mirabilia siciliane, al Palazzo centrale dell’Università di Catania. Un allestimento che abbraccia otto secoli di storia, dal Trecento ai giorni nostri

di Redazione

Dipinti e ceramiche custoditi nei musei regionali e civici, sculture e fotografie di artisti contemporanei raffiguranti Sant’Agata e la festa che celebra il culto della patrona del capoluogo etneo. Una ventina le opere esposte nella mostra “Agata. Dall’icona cristiana al mito contemporaneo. I tesori dei musei regionali a Palazzo dell’Università” inaugurata ieri nelle sale del Museo dei Saperi e delle mirabilia siciliane, al Palazzo centrale dell’Università di Catania.

Opere in mostra

“Agata” è sinonimo di sacralità e di rito, ma anche di arte e di cittadinanza, più mondi complessi e talvolta in contraddizione, sintetizzati nelle sale espositive attraverso poche ma esemplari testimonianze. Venti opere realizzate tra il XIV al XXI secolo raccontano la vita e la morte di Agata e il suo rapporto con l’umanità: i dipinti e le ceramiche dei musei della Regione Siciliana, le gallerie di Palazzo Abatellis e di Palazzo Bellomo, i musei Pepoli di Trapani, quello Interdisciplinare di Messina e quello della Ceramica di Caltagirone, le tele e i lapidei provenienti dal museo civico di Castello Ursino, dall’Arcidiocesi etnea e dalle collezioni dell’Università, insieme ai lavori di artisti contemporanei, fotografie, sculture, installazioni olfattive. Tutto in un unico contesto narrativo.

Aprono la mostra le suggestioni più antiche del culto, quando un’Agata contesa tra Occidente e Oriente era associata al fluido dell’olio e del flusso lavico dell’Etna e al suo potere miracoloso di moltiplicare il primo e far cessare il secondo. Seguono le ceramiche di Caltagirone e Burgio in cui l’immagine di Agata si fa decoro, segno che non è esclusiva della contemporaneità prediligere un’interpretazione alternativa a quella cristiana della santità. Tavole dipinte tra il Trecento e il Quattrocento raccontano il volto di Agata iconico e avulso da ogni contatto terreno: accanto alla patrona di Catania la schiera di figure divine e di santi, Cristo e Maria, i profeti Mosè ed Elia, Bartolomeo, Lucia, Caterina d’Alessandria, Giovanni, Luca e Paolo.

Nella seconda parte della mostra l’aspetto ieratico del personaggio cede il passo a quello umano e la rappresentazione di Agata viene a coincidere col racconto degli atroci martiri che le furono inferti, in specie quello del seno: le scene a lume di notte che descrivono il momento dell’incontro tra la giovane e San Pietro che la risana dalle ferite, i suoi pacificanti e venerati ritratti nei quali torna la sua superba quanto pia bellezza fatta donna accanto a quella altrettanto avvenente di Apollonia.

Opere contemporanee

Le opere contemporanee sono un omaggio a Sant’Agata e alla sua città, una devozione trasversale e contagiosa che, non a caso, supera ogni confine geografico e sociale. La devozione per Agata è divenuta un progetto artistico e scientifico della Fondazione Oelle Mediterraneo antico che mira a raccontare l’unicità di questa festa religiosa e di popolo attraverso un archivio permanente che raccoglie testimonianze molteplici con un’attenzione particolare ai linguaggi dell’arte.

Musumeci all’inaugurazione della mostra

La mostra è stata inaugurata ieri dal presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci. Presenti, tra gli altri, il prefetto Maria Carmela Librizzi, il rettore dell’Università Francesco Priolo, l’assessore comunale alla Cultura Cinzia Torrisi, l’arcivescovo metropolita Luigi Renna, la soprintendente ai Beni culturali e ambientali Donatella Aprile, la responsabile del Sistema museale d’ateneo Germana Barone, la presidente della Fondazione Oelle Mediterraneo antico Ornella Laneri.  La mostra è finanziata dalla Regione Siciliana attraverso l’assessorato ai Beni culturali  ed è stata ideata e organizzata dalla Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Catania in collaborazione con l’Università (Sistema museale d’Ateneo) e con la Fondazione Oelle Mediterraneo antico.

L’allestimento sarà visitabile gratuitamente sino al prossimo 31 ottobre, dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13.30.

Casa d’aste siciliana mette in vendita il bastone di Hemingway

Il cimelio in ebano nero appartenuto allo scrittore e giornalista americano è legato a una vicenda che rievoca un passato di guerre, gesta eroiche e medaglie al petto

di Redazione

Dopo l’aggiudicazione della stecca da biliardo appartenuta a Ernest Hemingway, battuta all’asta lo scorso dicembre e venduta per 60mila euro a un collezionista coreano, la casa d’aste siciliana Art La Rosa continua con i memorabilia dello scrittore e giornalista americano. Appassionato di carambola, avvezzo alle scommesse, alle sfide e alle trasgressioni, ma anche animo gentile e riconoscente nel consegnare in dono ciò a cui teneva di più, Hemingway ha seminato in Italia storie legate ai suoi viaggi e agli incontri che hanno segnato una vita piena di eccessi e brucianti passioni.

Particolare del bastone

Protagonista stavolta è un bastone, legato a un’altra vicenda che dipinge e colora un passato fatto di guerre, gesta eroiche e medaglie al petto. Il cimelio personale di Hemingway – si legge in una nota – è stato affidato alla casa d’aste siciliana che proverà a venderlo il 21 maggio con una base di partenza di 19mila euro. La casa d’aste fu fondata da Giacomo La Rosa – che ha creato una rete web di collezionisti a livello globale – e dalla contessa Maria Pia Augusti Castracane: figlia del generale conte Gino Augusti Martines, capitano del Settimo Reggimento Lancieri di Milano, protagonista dell’eroica carica di San Pietro Novello a Monastier di Treviso – durante la Grande Guerra – contro un intero battaglione di austro-ungarici, che portò alla controffensiva vittoriosa degli italiani sul Piave.

La cartolina di Hemingway al Conte Gino

Il conte Gino fu un personaggio di rilievo durante la metà del Ventesimo secolo. Da D’Annunzio a Italo Balbo a Francesco Baracca: tantissimi i personaggi dell’epoca con cui scambiò contatti ed emozioni. Persino Winston Churchill volle incontrare il cavaliere nell’agosto del 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, nella sua residenza di campagna: Palazzo Antonelli Augusti Castracane, a Brugneto di Ripe. Anche Hemingway – dopo aver conosciuto conte Gino durante la carica, nelle vesti di ufficiale della Croce Rossa americana – nello stesso palazzo fu ospitato a giugno del ‘48: compagni e amici di avventure, entrambi si rispecchiarono reciprocamente nelle stesse passioni per l’arte, la bellezza, le innumerevoli corride citate nei celebri romanzi, i viaggi tra Parigi, Montecarlo, Venezia, Rimini e Cortina (la loro amicizia nata sui campi di battaglia ispirò inoltre il famoso romanzo di “Addio alle armi”).

Hemingway a sinistra

Hemingway, al suo congedo dalla dimora, come gratitudine e amicizia, lasciò un segno della sua presenza, concedendo in dono il celebre bastone in ebano nero con impugnatura in corno di toro, acquistato dal romanziere a Pamplona nel 1924, con la dedica “All’amico, Conte Gino, di pace e di guerra perché possa essere di sostegno per il fatale avanzare degli anni”. L’impugnatura in corno di toro si presenta polita e levigata dell’uso della mano destra di Ernest Hemingway e sembra recare impressa oltre alle iniziali “E H” e alla data 1924, i segni di un’intera esistenza di lotte e illusioni.

Santa Venerina, cuore antico del Bosco di Aci

Borgo agricolo alle pendici dell’Etna, ricco di vigneti e distillerie, era al centro della storica distesa verde adesso quasi del tutto perduta

di Livio Grasso

Piccolo borgo sulle pendici dell’Etna, Santa Venerina è un tassello importante per conoscere parte della storia del leggendario Bosco di Aci, noto pure come “Lucus Jovis”, ovvero bosco sacro a Giove. Il territorio presenta delle zone collinari che si sono formate nel corso dei secoli per via delle eruzioni laviche, determinando lo sviluppo di molti dislivelli. Le fonti archeologiche, inoltre, riportano che quest’area vanta un retroscena storico di ampia portata.

Santa Venerina (foto Wikipedia)

Si tratta di una zona che in passato è stata popolata da siculi, greci, romani, bizantini, arabi e normanni. Ma l’evoluzione del paesino in senso moderno avvenne nel 18esimo secolo grazie alla frammentazione territoriale che ha interessato un piccolo tratto del Bosco di Aci, la contea di Mascali e la cittadina di Zafferana Etnea. Proprio a quel periodo risale la nascita del primo centro abitato e l’edificazione della piccola cappella dedicata a Santa Venera, patrona di Jaci. Verso la metà del secolo successivo, la contrada fu ampiamente sfruttata per la grande fertilità del suolo ottenendo dei grandi benefici commerciali. Infatti, nel giro di poco tempo furono raggiunti altissimi livelli di produzione attraverso la coltura di viti, agrumi e ulivi.

Scorcio di campagne attorno a Santa Venerina

Non a caso, Santa Venerina fu per parecchi anni un vero e proprio borgo agricolo dalle mille risorse. Secondo antiche testimonianze, già a partire dal 16esimo secolo, qui si produceva una gran varietà di vini ancora oggi molto diffusi e apprezzati. Tra i più famosi rientrano il nerello mascalese, il nerello ammantellato e il grecau. Ciascuna di queste specialità vinicole ha riscosso il massimo successo nei primi decenni del Novecento, registrando un elevato numero di vendite su larga scala.

Case del borgo

Altro punto forte della località sono le distillerie, sorte intorno al 1850 e tuttora adibite alla produzione di alcolici. A tal proposito godono di molta fama la grappa, i brandy e vari liquori agli agrumi. L’intensa produttività di questa borgata, dunque, è da sempre dipesa dallo sfruttamento agricolo dei terreni, motori trainanti  dell’economia locale. Tuttavia, ben presto la florida vegetazione del luogo subì una grave battuta d’arresto a causa degli insediamenti dell’uomo sempre più invasivi. Ciò ha generato la riduzione del paesaggio naturalistico a tutto vantaggio del nucleo urbano, che ospita monumenti di grande pregio.

Il museo del Palmento

I più importanti sono il Museo del Palmento, la Chiesa Madre di Santa Venera e quella del Sacro Cuore di Gesù. Quest’ultima, in particolare, possiede uno spiccato valore storico e artistico. Progettata nel 1875 per volere di Pio IX, fu il primo edificio di culto della Sicilia a essere dedicato al Sacro Cuore di Gesù. L’incarico edilizio venne affidato all’ingegnere Angelo Fichera Rapisarda e all’architetto Giuseppe Musmeci Zappalà. I documenti d’archivio, per di più, riferiscono che l’avvio dei lavori fu preceduto dalla benedizione del pontefice stesso. Si tramanda, inoltre, che, a seguito della carenza di fondi, il Papa abbia persino contribuito all’acquisto delle campane.

La Chiesa Madre di Santa Venera

La chiesa, ultimata del tutto nel 1904, è soprattutto nota per gli incantevoli affreschi del pittore Primo Panciroli. A lui si attribuiscono l’Ascensione di Gesù e le Quattro virtù teologali, rispettivamente realizzate nel 1907 e 1920. Famoso in tutta la Sicilia orientale, viene anche ricordato per aver lasciato la propria impronta artistica in altre parrocchie del versante etneo.

Le Vie dei Tesori News

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