Catania, Palazzo Biscari

Di scena tutta la magnificenza del barocco catanese. Affreschi, decorazioni, mobili e arredi di squisita fattura nella dimora privata di maggiore pregio in città. Dopo il terremoto del 1693, la nobile famiglia dei principi di Biscari volle edificarlo su un tratto delle antiche mura cinquecentesche. Fu abbellito da sette splendidi finestroni affacciati sulla marina. Fu inaugurato nel 1763. Tra i visitatori, anche Goethe che apprezzò le preziose collezioni archeologiche. Da non perdere lo strepitoso salone delle feste con stucchi e affreschi sfavillanti.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

Erice, Casa Santa di Sales

Tra il 1742 e il 1762 venne realizzato nei locali attigui alla chiesa di San Cataldo, a Erice, un piccolo oratorio chiamato Casa Santa di San Francesco di Sales. Voluta da un benefattore ericino, il sacerdote Giovanni Curatolo, fu adoperata originariamente come luogo di ritiro spirituale per sacerdoti, religiosi e laici. La particolarità di questo oratorio sta nella presenza di una notevole decorazione pittorica che si trova al suo interno. Entrando ci si trova quindi immersi in uno spazio surreale che avvolge il visitatore: assolutamente da non perdere è lo splendido affresco settecentesco di Domenico La Bruna che, dalle pareti e con finti stucchi che risaltano sul blu della decorazione, raggiunge l’apice sulla volta.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

Catania, Cappella Bonajuto

Fra le più antiche testimonianze di Catania scampate a terremoti ed eruzioni, vi è questo piccolo gioiello nel quartiere della Civita, esempio d’architettura siciliana di tarda età bizantina. Fu costruito nel IX secolo come chiesa, nel 1300 diventò cappella privata della famiglia Bonajuto, giunta nell’isola dalla Spagna. Ha pure ispirato un celebre dipinto di Houel, oggi all’Ermitage.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

Palermo, Palazzo Costantino

È uno dei luoghi più amati del festival Le Vie dei Tesori. Il settecentesco Palazzo Costantino, prosecuzione del “Canto” nord-ovest di piazza Vigliena, è una testimonianza della magnificenza del passato barocco della città. Investito dalla stessa spoliazione post-bellica dell’adiacente Palazzo di Napoli, ha vissuto un destino di abbandono e il tentativo – poi fallito – di crearvi un albergo-museo. Palazzo Costantino fu costruito nella seconda metà del XVIII secolo su precedenti strutture seicentesche. Acquistato dal marchese Costantino e Leone, fu ristrutturato nel 1785, su progetto di Venanzio Marvuglia, i soffitti furono affrescati da Gioacchino Martorana. Degli arredi di un tempo non vi è più traccia. Ma è un’emozione entrarci. Nella galleria l’affresco di Giuseppe Velasco “La battaglia di Costantino” occupa interamente il soffitto.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

Palermo, chiesa anglicana Holy Cross

La chiesa di Santa Croce è il cuore delle attività religiose della comunità anglofona di Palermo. Al suo interno si trova la cappella commemorativa delle famiglie Whitaker e Ingham. Fu costruita tra il 1871 e il 1875 grazie a Joseph Whitaker e Benjamin Ingham junior, che vollero fabbricare a loro spese un tempio in cui celebrare il culto secondo il rito anglicano. La chiesa presenta una perfetta unione di stili diversi: l’esterno e gli elementi architettonici verticali ricordano il gotico tipico del Nord Europa, mentre i mosaici dorati dell’abside sono d’ispirazione bizantina. Sulle vetrate, nel prospetto principale del muro ovest, sono rappresentati la Vergine Maria, Maria Maddalena e San Giovanni, testimoni ai piedi della Croce. Nel grande rosone che li sovrasta è raffigurata “L’adorazione dell’Agnello” da parte degli angeli. Durante la Seconda guerra mondiale, dopo l’invasione della Sicilia nel 1943, fu usata dalle forze statunitensi. L’organo della chiesa, costruito da Walker’s di Londra, è stato suonato per la prima volta nell’ottobre 1903 e per celebrare il suo centenario è stato restaurato nel 2003.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

I 4 Canti, la conca dove sgorgano tutte le acque

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

Palermo, la città del sole

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

“Palermo senza sole è come un fiore senza profumo. Bisogna goderla appunto allorché il grand’astro la inonda dei suoi raggi tiepidi e biondi, ed essa distende voluttuosamente le sue gigantesche membra di pietra, sotto l’azzurra campana del suo cielo cristallino e terso. Il sole è il primo e più vitale nutrimento dei palermitani; e mi affretto ad aggiungere, che il buon Dio, nella sua infinita misericordia gliel’accorda quasi tutti i giorni”.

Continuando a sfogliare la Guida pratica di Palermo, pubblicata nel 1882 da Enrico Onufrio in occasione del VI centenario del Vespro Siciliano, vi ho proposto l’inizio che coglie uno degli aspetti peculiari della città e dei Palermitani. Il sole. Descritto come “il primo e più vitale nutrimento dei palermitani” e non a caso una delle piazze più importanti della città, i quattro canti di città, è altresì chiamata il Teatro del Sole. Se avrete la compiacenza di seguirmi nelle prossime rubriche approfondiremo il tema.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

“Palermo senza sole è come un fiore senza profumo. Bisogna goderla appunto allorché il grand’astro la inonda dei suoi raggi tiepidi e biondi, ed essa distende voluttuosamente le sue gigantesche membra di pietra, sotto l’azzurra campana del suo cielo cristallino e terso. Il sole è il primo e più vitale nutrimento dei palermitani; e mi affretto ad aggiungere, che il buon Dio, nella sua infinita misericordia gliel’accorda quasi tutti i giorni”.

Continuando a sfogliare la Guida pratica di Palermo, pubblicata nel 1882 da Enrico Onufrio in occasione del VI centenario del Vespro Siciliano, vi ho proposto l’inizio che coglie uno degli aspetti peculiari della città e dei Palermitani. Il sole. Descritto come “il primo e più vitale nutrimento dei palermitani” e non a caso una delle piazze più importanti della città, i quattro canti di città, è altresì chiamata il Teatro del Sole. Se avrete la compiacenza di seguirmi nelle prossime rubriche approfondiremo il tema.

Palermo in quella guida turistica di fine ‘800

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

“Forestiero, se tu vieni in Palermo per godere del suo bel cielo, del suo bel mare, dei suoi agrumeti verdi e delle sue messi bionde; se tu vuoi inebriarti del profumo dei suoi fiori e delle dolci melodie delle sue musiche; se tu approdi in questa terra, sacra alla mitologia come alla storia, per conoscer da vicino i monumenti della sua gloria e della sua sventura; se vuoi mescerti a questo popolo caratteristico nelle sue costumanze, generoso nei suoi intendimenti, leale nelle sue promesse – questa guida è per te.  O viaggiatore fornito di poesia e di quattrini, amante delle cose belle e delle cose grandi, curioso indagatore della fisionomia d’un popolo, io ho fatto di tutto per contentarti”.

Enrico Onufrio La Conca D’Oro – Guida Pratica di Palermo 1882

Questa la dedica apposta all’inizio di questo prezioso libro ristampato nel 1976, grazie alle amorevoli cure di Rosario La Duca. Pur titolandosi Guida pratica di Palermo, non è una guida vera e propria né un freddo Baedeker di viaggio, così come era in uso in quel periodo. E’ un atto d’amore verso il forestiero “viaggiatore fornito di poesia e di quattrini”, che giunge per conoscere una città che si avviava a diventare meta del turismo colto e raffinato.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

“Forestiero, se tu vieni in Palermo per godere del suo bel cielo, del suo bel mare, dei suoi agrumeti verdi e delle sue messi bionde; se tu vuoi inebriarti del profumo dei suoi fiori e delle dolci melodie delle sue musiche; se tu approdi in questa terra, sacra alla mitologia come alla storia, per conoscer da vicino i monumenti della sua gloria e della sua sventura; se vuoi mescerti a questo popolo caratteristico nelle sue costumanze, generoso nei suoi intendimenti, leale nelle sue promesse – questa guida è per te.  O viaggiatore fornito di poesia e di quattrini, amante delle cose belle e delle cose grandi, curioso indagatore della fisionomia d’un popolo, io ho fatto di tutto per contentarti”.

Enrico Onufrio La Conca D’Oro – Guida Pratica di Palermo 1882

Questa la dedica apposta all’inizio di questo prezioso libro ristampato nel 1976, grazie alle amorevoli cure di Rosario La Duca. Pur titolandosi Guida pratica di Palermo, non è una guida vera e propria né un freddo Baedeker di viaggio, così come era in uso in quel periodo. E’ un atto d’amore verso il forestiero “viaggiatore fornito di poesia e di quattrini”, che giunge per conoscere una città che si avviava a diventare meta del turismo colto e raffinato.

Gli odori del risveglio

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

“Nulla è più istruttivo del veder camminare uno che pensa, così come nulla è più istruttivo del veder pensare uno che cammina”. Thomas Bernhard, Camminare.

Al mattino quando mi risveglio sento forte il bisogno di ripulirmi dalle scorie accumulate il giorno precedente. Nella mia testa è un rapido susseguirsi di idee, che mi spingono verso l’esterno. Fuori dalla dimensione domestica, ma anche fuori dalla mia dimensione quotidiana.

Lenta ed accurata è la preparazione all’uscita. Mi vesto con calma, pregustando l’attimo in cui ascoltando il mio brano preferito, Michael Nyman “Love doesn’t end”, con delicatezza chiuderò la porta di casa e con leggerezza scenderò le scale; per essere, una volta aperto il portone di casa, avvolto dall’aria fresca del mattino.

Nella mia strada forte si percepisce l’odore del porto. Un misto di salsedine, ferro arrugginito e combustibile, ed in fondo ad essa si incomincia a vedere il chiarore dell’aurora. Dopo aver assimilato ben bene queste nuove sensazioni, si parte verso sud o verso nord. La direzione non importa, la strada, qualunque essa sia, regalerà emozioni nuove.

(Foto di Giacomo Campagna)

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

“Nulla è più istruttivo del veder camminare uno che pensa, così come nulla è più istruttivo del veder pensare uno che cammina”. Thomas Bernhard, Camminare.

Al mattino quando mi risveglio sento forte il bisogno di ripulirmi dalle scorie accumulate il giorno precedente. Nella mia testa è un rapido susseguirsi di idee, che mi spingono verso l’esterno. Fuori dalla dimensione domestica, ma anche fuori dalla mia dimensione quotidiana.

Lenta ed accurata è la preparazione all’uscita. Mi vesto con calma, pregustando l’attimo in cui ascoltando il mio brano preferito, Michael Nyman “Love doesn’t end”, con delicatezza chiuderò la porta di casa e con leggerezza scenderò le scale; per essere, una volta aperto il portone di casa, avvolto dall’aria fresca del mattino.

Nella mia strada forte si percepisce l’odore del porto. Un misto di salsedine, ferro arrugginito e combustibile, ed in fondo ad essa si incomincia a vedere il chiarore dell’aurora. Dopo aver assimilato ben bene queste nuove sensazioni, si parte verso sud o verso nord. La direzione non importa, la strada, qualunque essa sia, regalerà emozioni nuove.

(Foto di Giacomo Campagna)

Perdersi in una città

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar.

di Giovanni Mazzara

“Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare. (…) Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni”.

Questo il folgorante incipit degli scritti di Walter Benjamin dedicati a Berlino, raccolti sotto il titolo appunto di Infanzia Berlinese. Ho letto questo libro a vent’anni. Sono certo che l’incontro con questo scrittore/filosofo/umanista d’altri tempi e raffinatissimo flâneur  ha fortemente segnato la mia vita intellettuale.

È forse per questo che provo un grande piacere nell’esplorare, in qualsiasi città io mi trovi, quartieri, strade, stradine, vie e vicoletti a me sconosciuti.

Pur avendo un discreto senso dell’orientamento ed amando le guide e le rappresentazioni cartografiche delle città, grande è la voluttà che provo nel perdere il senso dell’orientamento e nel passeggiare lentamente scoprendo nuovi luoghi.

A Palermo invece mi sposto su traiettorie amiche e conosciute, approfittando della consuetudine, affronto passeggiate urbane ad orari spesso improponibili traendone grande piacere fisico ed intellettuale. E non manca la sorpresa della scoperta.  Pochi giorni fa perdendomi tra le vie del mercato del Capo ho scoperto, e lo dico con un po’ di rossore, piazza sant’Anna al Capo.

Una piazza – terrazza che, affacciandosi sulla cattedrale, ne offre la visione da una prospettiva inaspettata.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar.

di Giovanni Mazzara

“Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare. (…) Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni”.

Questo il folgorante incipit degli scritti di Walter Benjamin dedicati a Berlino, raccolti sotto il titolo appunto di Infanzia Berlinese. Ho letto questo libro a vent’anni. Sono certo che l’incontro con questo scrittore/filosofo/umanista d’altri tempi e raffinatissimo flâneur  ha fortemente segnato la mia vita intellettuale.

È forse per questo che provo un grande piacere nell’esplorare, in qualsiasi città io mi trovi, quartieri, strade, stradine, vie e vicoletti a me sconosciuti.

Pur avendo un discreto senso dell’orientamento ed amando le guide e le rappresentazioni cartografiche delle città, grande è la voluttà che provo nel perdere il senso dell’orientamento e nel passeggiare lentamente scoprendo nuovi luoghi.

A Palermo invece mi sposto su traiettorie amiche e conosciute, approfittando della consuetudine, affronto passeggiate urbane ad orari spesso improponibili traendone grande piacere fisico ed intellettuale. E non manca la sorpresa della scoperta.  Pochi giorni fa perdendomi tra le vie del mercato del Capo ho scoperto, e lo dico con un po’ di rossore, piazza sant’Anna al Capo.

Una piazza – terrazza che, affacciandosi sulla cattedrale, ne offre la visione da una prospettiva inaspettata.

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