Cicerchia, la polenta del Sud

Piatto arcaico, ha origini precedenti all’arrivo del granturco in Europa e si mangia nella cosiddetta “Lombardia siciliana”

di Marcella Croce

L’idioma gallo-italico sostituisce il siciliano in una decina di paesi interni dell’Isola, la cosiddetta “Lombardia siciliana”. Questa peculiare lingua, che in realtà è ligure-piemontese, deriva da una forte mescolanza etnica tra la popolazione locale e le genti settentrionali venute al seguito della regina Adelasia nel XII secolo. Non è certo casuale che questa interessante enclave linguistica coincida quasi perfettamente con la zona in cui si mangia la polenta di cicerchie.

Legume povero per eccellenza, a metà fra ceci e piselli, la cicerchia (Lathyrus sativus) in Italia è oggi una rarità. In Sicilia, dove in alcune zone viene chiamata anche rumanedda o ciciruòccolo, ci sono alcuni superstiti appassionati coltivatori. A Nicosia, Aidone, Piazza Armerina, San Fratello, così come a Sperlinga, Acquedolci e Novara di Sicilia, non mancano gli estimatori disposti a pagare a un prezzo relativamente alto la farina di cicerchia, spesso mista ad altri legumi, pur di farne la base di una polenta che potremmo definire arcaica, in quanto precedente all’arrivo del granturco in Europa.

Oggi, come oltre mille anni fa in epoca normanna quando i loro antenati arrivarono dal settentrione, i siciliani che vivono in queste zone mangiano questo cibo nordico per antonomasia, con cui tuttora in Sicilia si ha pochissima dimestichezza.

Piatto arcaico, ha origini precedenti all’arrivo del granturco in Europa e si mangia nella cosiddetta “Lombardia siciliana”

di Marcella Croce

L’idioma gallo-italico sostituisce il siciliano in una decina di paesi interni dell’Isola, la cosiddetta “Lombardia siciliana”. Questa peculiare lingua, che in realtà è ligure-piemontese, deriva da una forte mescolanza etnica tra la popolazione locale e le genti settentrionali venute al seguito della regina Adelasia nel XII secolo. Non è certo casuale che questa interessante enclave linguistica coincida quasi perfettamente con la zona in cui si mangia la polenta di cicerchie.

Legume povero per eccellenza, a metà fra ceci e piselli, la cicerchia (Lathyrus sativus) in Italia è oggi una rarità. In Sicilia, dove in alcune zone viene chiamata anche rumanedda o ciciruòccolo, ci sono alcuni superstiti appassionati coltivatori. A Nicosia, Aidone, Piazza Armerina, San Fratello, così come a Sperlinga, Acquedolci e Novara di Sicilia, non mancano gli estimatori disposti a pagare a un prezzo relativamente alto la farina di cicerchia, spesso mista ad altri legumi, pur di farne la base di una polenta che potremmo definire arcaica, in quanto precedente all’arrivo del granturco in Europa.

Oggi, come oltre mille anni fa in epoca normanna quando i loro antenati arrivarono dal settentrione, i siciliani che vivono in queste zone mangiano questo cibo nordico per antonomasia, con cui tuttora in Sicilia si ha pochissima dimestichezza.

Hai letto questi articoli?

Sullo Stretto a caccia di “feluche”

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi.

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi.

Se date uno sguardo alla carta geografica, capirete perché bisogna tenere occhi aperti, nervi saldi e avere un minimo di esperienza. In questo imbuto storto si mescolano due mari, lo Ionio e il Tirreno, che hanno temperature e salinità diverse. Questi due mari, secondo gli orari e delle stagioni, si scontrano a volte in superficie, altre a una profondità di venti/trenta metri. La situazione potrebbe migliorare o peggiorare secondo le condizioni climatiche. In ogni caso questo matrimonio tra dissimili finisce sempre col provocare un casino. Proprio come succede a terra quando a unirsi sono persone incompatibili.

Questo casino ha nomi ben definiti. Ci sono le scale di mare, i garofali, i bastardi, le macchie d’olio. Io, uscendo da Reggio un paio di anni fa, mi sono soffermato, e divertito, proprio con i garofali, i gorghi. Il gorgo più grosso è chiamato “Cariddi”, a sud di Capo Peloro. Un grosso garofalo formato invece dalla corrente scendente si trova tra Punta San Raineri e l’ingresso del porto di Messina. Mi sono divertito a mettere la prua nella parte esterna del garofalo, quella a favore della mia rotta. In quel momento la barca accelerava, come se fosse “sparata” in avanti dalla rotazione delle acque. I pericoli non sono costituiti solo dalle forze della natura. Qui ci sono anche i traghetti che giorno e notte fanno la spola tra Messina e Reggio e tra Messina e Villa San Giovanni. I comandanti vanno avanti e indietro e non danno precedenza a nessuno. E per una volta hanno ragione: nello Stretto è in vigore un Codice della Navigazione molto particolare. Sono loro, i traghetti, ad avere “diritto di rotta”. Poi ci sono i cargo e le navi da crociera che vanno su e giù dal Tirreno allo Ionio e dallo Ionio al Tirreno. Infine, c’è la variabile impazzita che sono le feluche. Si tratta di barconi di venti e più metri con un bompresso enorme. Immaginate una barca che a prua ha un “naso” lungo una quarantina di metri, sulla punta del quale sta un omino con una fiocina. Il “naso” della feluca così lungo serve per potersi avvicinare quanto più è possibile al pesce senza che questo se ne accorga. Quando dall’albero della barca avvistano un pesce spada, comincia la caccia: da lassù urlano ordini a quello con la fiocina e la barca si mette all’inseguimento.

Quella del pesce spada, nello Stretto, è una pesca che risale ad almeno duemila anni. È un sistema che resiste solo perché dei cocciuti pescatori, figli di altrettanti cocciuti pescatori e via risalendo le generazioni, non se la sentono o non vogliono fare diversamente. Il risultato è che di queste imbarcazioni, tra Sicilia e Calabria, ce ne sono al massimo una decina. Ad “ammazzare” questa tecnica è anche il progressivo riscaldamento dell’acqua del mare: quando la temperatura supera i venticinque gradi, difficilmente questi pesci salgono in superficie e allora i felucari tornano a casa sconfitti. Ancora oggi, nonostante l’avvento della tecnologia, qui nello Stretto è la tradizione a comandare. Nessuno lo vorrà mai confermare, ma sembra che ancora oggi si faccia ricorso alla runzata: prima di caricare le reti sulle barche, si ordina ad alcuni bambini di farvi la pipì sopra. Pare che con questo “accessorio” la pesca sia più ricca. Un altro rito è di tracciare con un coltellino una croce sulla guancia destra del pesce spada catturato. Importante è che a incidere la croce non sia il fiocinatore ma il comandante della barca. Tutti lo fanno ma nessuno sa spiegare il perché. Qualcuno sostiene che sia un riconoscimento al valore di combattente della preda. In ogni caso, se risalendo o scendendo per le acque dello Stretto vedete una feluca, non statevi a chiedere chi abbia la precedenza: statene alla larga. Eviterete di trovarvi nella spiacevole situazione di stare tra il fiocinatore e il pesce spada.

Da sei anni si è liberato di appartamenti, mobili, armadi e vive sulla sua barca, assaporando ogni giorno la libertà. Ecco la Sicilia vista dal mare secondo Giovanni Chiappisi. Porti, paesaggi, personaggi, incontri

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi. Se date uno sguardo alla carta geografica, capirete perché bisogna tenere occhi aperti, nervi saldi e avere un minimo di esperienza. In questo imbuto storto si mescolano due mari, lo Ionio e il Tirreno, che hanno temperature e salinità diverse. Questi due mari, secondo gli orari e delle stagioni, si scontrano a volte in superficie, altre a una profondità di venti/trenta metri. La situazione potrebbe migliorare o peggiorare secondo le condizioni climatiche. In ogni caso questo matrimonio tra dissimili finisce sempre col provocare un casino. Proprio come succede a terra quando a unirsi sono persone incompatibili.

Questo casino ha nomi ben definiti. Ci sono le scale di mare, i garofali, i bastardi, le macchie d’olio. Io, uscendo da Reggio un paio di anni fa, mi sono soffermato, e divertito, proprio con i garofali, i gorghi. Il gorgo più grosso è chiamato “Cariddi”, a sud di Capo Peloro. Un grosso garofalo formato invece dalla corrente scendente si trova tra Punta San Raineri e l’ingresso del porto di Messina. Mi sono divertito a mettere la prua nella parte esterna del garofalo, quella a favore della mia rotta. In quel momento la barca accelerava, come se fosse “sparata” in avanti dalla rotazione delle acque.

I pericoli non sono costituiti solo dalle forze della natura. Qui ci sono anche i traghetti che giorno e notte fanno la spola tra Messina e Reggio e tra Messina e Villa San Giovanni. I comandanti vanno avanti e indietro e non danno precedenza a nessuno. E per una volta hanno ragione: nello Stretto è in vigore un Codice della Navigazione molto particolare. Sono loro, i traghetti, ad avere “diritto di rotta”. Poi ci sono i cargo e le navi da crociera che vanno su e giù dal Tirreno allo Ionio e dallo Ionio al Tirreno. Infine, c’è la variabile impazzita che sono le feluche. Si tratta di barconi di venti e più metri con un bompresso enorme. Immaginate una barca che a prua ha un “naso” lungo una quarantina di metri, sulla punta del quale sta un omino con una fiocina. Il “naso” della feluca così lungo serve per potersi avvicinare quanto più è possibile al pesce senza che questo se ne accorga. Quando dall’albero della barca avvistano un pesce spada, comincia la caccia: da lassù urlano ordini a quello con la fiocina e la barca si mette all’inseguimento.

Quella del pesce spada, nello Stretto, è una pesca che risale ad almeno duemila anni. È un sistema che resiste solo perché dei cocciuti pescatori, figli di altrettanti cocciuti pescatori e via risalendo le generazioni, non se la sentono o non vogliono fare diversamente. Il risultato è che di queste imbarcazioni, tra Sicilia e Calabria, ce ne sono al massimo una decina. Ad “ammazzare” questa tecnica è anche il progressivo riscaldamento dell’acqua del mare: quando la temperatura supera i venticinque gradi, difficilmente questi pesci salgono in superficie e allora i felucari tornano a casa sconfitti. Ancora oggi, nonostante l’avvento della tecnologia, qui nello Stretto è la tradizione a comandare. Nessuno lo vorrà mai confermare, ma sembra che ancora oggi si faccia ricorso alla runzata: prima di caricare le reti sulle barche, si ordina ad alcuni bambini di farvi la pipì sopra. Pare che con questo “accessorio” la pesca sia più ricca. Un altro rito è di tracciare con un coltellino una croce sulla guancia destra del pesce spada catturato. Importante è che a incidere la croce non sia il fiocinatore ma il comandante della barca. Tutti lo fanno ma nessuno sa spiegare il perché. Qualcuno sostiene che sia un riconoscimento al valore di combattente della preda. In ogni caso, se risalendo o scendendo per le acque dello Stretto vedete una feluca, non statevi a chiedere chi abbia la precedenza: statene alla larga. Eviterete di trovarvi nella spiacevole situazione di stare tra il fiocinatore e il pesce spada.

Hai letto questi articoli?

Una tabacchiera carica di…melenzane

’Nfasciatieddi, funciddi, piscirè, ’nfigghiulate. La varietà dei cibi e dei prodotti siciliani è immensa, di gran lunga maggiore di quello che i siciliani sospettino. Un viaggio alla ricerca di sapori (e storie) tutti da scoprire.

di Marcella Croce

In epoca romana la Sicilia, vero “granaio di Roma”, era coltivata quasi esclusivamente a grano. Per una maggiore varietà di coltivazioni bisognò aspettare il IX secolo e l’arrivo nell’isola delle genti musulmane che all’epoca erano all’avanguardia in ogni campo. Grazie ai loro estesi traffici commerciali, conoscevano e importavano svariati tipi “esotici” di frutta e di verdura che introdussero in Sicilia assieme ai sofisticati sistemi di irrigazione di cui sono tuttora indiscussi maestri. La coltivazione di alcune specie, tra cui agrumi, carciofi, melanzane, fu dagli arabi introdotta o perfezionata e molte tecniche agricole e parole siciliane legate all’agricoltura mostrano un forte influsso islamico.
Un po’ per necessità, un po’ per passione, i siciliani si sono sempre sbizzarriti con le verdure, di conseguenza la cucina siciliana mostra sempre grande fantasia nel trattamento delle verdure e in particolare delle melanzane. Alcuni piatti sono piuttosto elaborati come la classica caponata di melanzane, il cui nome suggerirebbe che in origine abbia avuto fra i suoi numerosi ingredienti il pesce capone (in italiano lampuga), ma che altri pensano che provenga dalle taverne romane cauponea. Il pesce non è scomparso totalmente: nella caponata di Messina alcuni aggiungono lo stoccafisso, a Piazza Armerina i gamberi, e nell’isola di Pantelleria ne esiste una versione con pescespada e bottarga.
Meno conosciute sono le tabacchiere di melanzane (una sorta di sandwich ottenuto con due fette di melanzane fra cui c’è un ripieno), le melanzanine ripiene di capperi e tonno e quelle ammuttunate al ragù, cioè incise con cubetti di caciocavallo stagionato, menta e aglio e cotte nella salsa di pomodoro. Per disporre di melanzane così piccole tutto l’anno, nelle isole Eolie si effettuavano degli incroci dalle piante di solàno selvatico (cuòcoli).
La melanzana (Solanum mesongea) ha avuto grande fortuna in Sicilia, il suo nome deriva dall’arabo badengiàn preceduto da “mela”, o da malum insanum, giacché fu per lungo tempo ritenuta una sorta di “mela dannosa”. La varietà di melanzana più grossa e di colore più chiaro, detta tunisina, è molto adatta ad essere impanata e fritta e può così degnamente sostituire una cotoletta alla milanese, un ennesimo “cibo finto” per chi la carne non poteva permettersela. Altrettanto dicasi per le polpette di melanzane che hanno aspetto simile a quelle di carne.

’Nfasciatieddi, funciddi, piscirè, ’nfigghiulate. La varietà dei cibi e dei prodotti siciliani è immensa, di gran lunga maggiore di quello che i siciliani sospettino. Un viaggio alla ricerca di sapori (e storie) tutti da scoprire.

di Marcella Croce

In epoca romana la Sicilia, vero “granaio di Roma”, era coltivata quasi esclusivamente a grano. Per una maggiore varietà di coltivazioni bisognò aspettare il IX secolo e l’arrivo nell’isola delle genti musulmane che all’epoca erano all’avanguardia in ogni campo. Grazie ai loro estesi traffici commerciali, conoscevano e importavano svariati tipi “esotici” di frutta e di verdura che introdussero in Sicilia assieme ai sofisticati sistemi di irrigazione di cui sono tuttora indiscussi maestri. La coltivazione di alcune specie, tra cui agrumi, carciofi, melanzane, fu dagli arabi introdotta o perfezionata e molte tecniche agricole e parole siciliane legate all’agricoltura mostrano un forte influsso islamico.
Un po’ per necessità, un po’ per passione, i siciliani si sono sempre sbizzarriti con le verdure, di conseguenza la cucina siciliana mostra sempre grande fantasia nel trattamento delle verdure e in particolare delle melanzane. Alcuni piatti sono piuttosto elaborati come la classica caponata di melanzane, il cui nome suggerirebbe che in origine abbia avuto fra i suoi numerosi ingredienti il pesce capone (in italiano lampuga), ma che altri pensano che provenga dalle taverne romane cauponea. Il pesce non è scomparso totalmente: nella caponata di Messina alcuni aggiungono lo stoccafisso, a Piazza Armerina i gamberi, e nell’isola di Pantelleria ne esiste una versione con pescespada e bottarga.
Meno conosciute sono le tabacchiere di melanzane (una sorta di sandwich ottenuto con due fette di melanzane fra cui c’è un ripieno), le melanzanine ripiene di capperi e tonno e quelle ammuttunate al ragù, cioè incise con cubetti di caciocavallo stagionato, menta e aglio e cotte nella salsa di pomodoro. Per disporre di melanzane così piccole tutto l’anno, nelle isole Eolie si effettuavano degli incroci dalle piante di solàno selvatico (cuòcoli).
La melanzana (Solanum mesongea) ha avuto grande fortuna in Sicilia, il suo nome deriva dall’arabo badengiàn preceduto da “mela”, o da malum insanum, giacché fu per lungo tempo ritenuta una sorta di “mela dannosa”. La varietà di melanzana più grossa e di colore più chiaro, detta tunisina, è molto adatta ad essere impanata e fritta e può così degnamente sostituire una cotoletta alla milanese, un ennesimo “cibo finto” per chi la carne non poteva permettersela. Altrettanto dicasi per le polpette di melanzane che hanno aspetto simile a quelle di carne.

Hai letto questi articoli?

Art brut a Sciacca

Spesso non ci accorgiamo dello straordinario che abbiamo sotto gli occhi. Ecco un viaggio attraverso luoghi e storie inconsuete dell’Isola condotto da una giornalista mezza siciliana e mezza francese, innamorata dell’Isola, autrice del Dictionnaire insolite de la Sicile e del blog SiciliaBellissima.com

A Sciacca, sulla costa meridionale della Sicilia, c’è un museo molto particolare, con un nome altrettanto speciale: il Castello Incantato. In un ambiente naturale di grande bellezza, sospeso su un cielo blu e affacciato su un mare turchese, circa 3000 teste di pietra guardano come sentinelle silenziose sugli ulivi, i mandorli e i fichi d’india che ci sono intorno. È la straordinaria storia dell’artista, la stranezza delle sue opere, questo luogo improbabile? Una cosa è certa, regna sul Castello incantato un’atmosfera impressa da una grande poesia che immerge il visitatore in un universo fuori dal tempo. Secondo alcuni, Filippo Bentivegna, noto anche come Filippo delle Teste, era un originale, per altri un pazzo, per altri ancora un grande artista. Dal suo ritorno dagli Stati Uniti nel 1919, dove aveva cercato di emigrare, fino alla sua morte nel 1967, questo scultore autodidatta, nato a Sciacca nel 1888 e da un background molto modesto, ha creato un esercito di tutte le dimensioni, che a volte sono isolate, a volte formano masse piramidali o incassate nelle pareti. Alcuni hanno un nome: Mussolini, Garibaldi, Napoleone, Dante, Leonardo da Vinci …

L’artista ha sempre rifiutato di vendere le sue opere. Alcuni, tuttavia, sono riusciti a raggiungere la collezione Art Brut di Losanna, avviata da Jean Dubuffet. Secondo Giuseppe Gulino, a capo dell’Associazione Agorà, responsabile della gestione del sito, sarebbero addirittura i pezzi preferiti della sua collezione. Ma perché questa ossessione di scolpire solo le teste? La spiegazione verrebbe dal caso medico. Durante la sua permanenza negli Stati Uniti, Filippo Bentivegna subisce un grave trauma cranico, durante un combattimento iniziato, si dice, da un rivale innamorato. Il colpo è così violento che il giovane rimane incosciente per diversi giorni e successivamente subisce gravi perdite di memoria. Giudicato inadatto al lavoro, deve tornare a casa in Sicilia. Atterrato a malapena il giorno dopo la Grande Guerra, viene arrestato per diserzione e condannato a tre anni di prigione. Tuttavia, i medici che lo esaminano lo considerano “disabile mentale” e viene rilasciato. Con i suoi risparmi e la sua pensione d’invalidità, compra il suo pezzo di terra e si impegna a intagliare le teste all’infinito.

Spesso non ci accorgiamo dello straordinario che abbiamo sotto gli occhi. Ecco un viaggio attraverso luoghi e storie inconsuete dell’Isola condotto da una giornalista mezza siciliana e mezza francese, innamorata dell’Isola, autrice del Dictionnaire insolite de la Sicile e del blog SiciliaBellissima.com

A Sciacca, sulla costa meridionale della Sicilia, c’è un museo molto particolare, con un nome altrettanto speciale: il Castello Incantato. In un ambiente naturale di grande bellezza, sospeso su un cielo blu e affacciato su un mare turchese, circa 3000 teste di pietra guardano come sentinelle silenziose sugli ulivi, i mandorli e i fichi d’india che ci sono intorno. È la straordinaria storia dell’artista, la stranezza delle sue opere, questo luogo improbabile? Una cosa è certa, regna sul Castello incantato un’atmosfera impressa da una grande poesia che immerge il visitatore in un universo fuori dal tempo.

Secondo alcuni, Filippo Bentivegna, noto anche come Filippo delle Teste, era un originale, per altri un pazzo, per altri ancora un grande artista. Dal suo ritorno dagli Stati Uniti nel 1919, dove aveva cercato di emigrare, fino alla sua morte nel 1967, questo scultore autodidatta, nato a Sciacca nel 1888 e da un background molto modesto, ha creato un esercito di tutte le dimensioni, che a volte sono isolate, a volte formano masse piramidali o incassate nelle pareti. Alcuni hanno un nome: Mussolini, Garibaldi, Napoleone, Dante, Leonardo da Vinci … L’artista ha sempre rifiutato di vendere le sue opere. Alcuni, tuttavia, sono riusciti a raggiungere la collezione Art Brut di Losanna, avviata da Jean Dubuffet. Secondo Giuseppe Gulino, a capo dell’Associazione Agorà, responsabile della gestione del sito, sarebbero addirittura i pezzi preferiti della sua collezione.

Ma perché questa ossessione di scolpire solo le teste? La spiegazione verrebbe dal caso medico. Durante la sua permanenza negli Stati Uniti, Filippo Bentivegna subisce un grave trauma cranico, durante un combattimento iniziato, si dice, da un rivale innamorato. Il colpo è così violento che il giovane rimane incosciente per diversi giorni e successivamente subisce gravi perdite di memoria. Giudicato inadatto al lavoro, deve tornare a casa in Sicilia. Atterrato a malapena il giorno dopo la Grande Guerra, viene arrestato per diserzione e condannato a tre anni di prigione. Tuttavia, i medici che lo esaminano lo considerano “disabile mentale” e viene rilasciato. Con i suoi risparmi e la sua pensione d’invalidità, compra il suo pezzo di terra e si impegna a intagliare le teste all’infinito.

Hai letto questi articoli?

L’ora blu

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar.

di Giovanni Mazzara

“Non è proprio un’ora, è solo un minuto. Un po’ prima dell’aurora, c’è un minuto di silenzio. Gli uccelli del giorno non sono ancora svegli e gli uccelli notturni sono già a dormire. Ed ecco … scende il silenzio. Se un giorno ci fosse la fine del mondo, sarebbe in quel preciso minuto e sai perché? Perché è l’unico momento in cui hai l’impressione che la natura cessi di respirare e questo … questo fa paura.”

Dal film “Reinette e Mirabelle” di Eric Rohmer  Primo episodio: L’heure bleue

Palermo si avviluppa e si crogiola pigramente nella sua luce. Chiunque abbia goduto di un tramonto a Isola delle Femmine o abbia atteso il sorgere del sole a sant’Erasmo, sa di cosa si parla. Questo scatto ritrae una via intorno a piazza del Garraffello, in uno dei suoi momenti più belli. Nessuno per la strada e il cielo che trascolora dal nero più profondo all’azzurro chiaro, passando per un blu intenso.

Catturare l’ora blu a Palermo non è particolarmente difficile. È come pescare, bisogna conoscere i luoghi e saper attendere.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar.

di Giovanni Mazzara

“Non è proprio un’ora, è solo un minuto. Un po’ prima dell’aurora, c’è un minuto di silenzio. Gli uccelli del giorno non sono ancora svegli e gli uccelli notturni sono già a dormire. Ed ecco … scende il silenzio. Se un giorno ci fosse la fine del mondo, sarebbe in quel preciso minuto e sai perché? Perché è l’unico momento in cui hai l’impressione che la natura cessi di respirare e questo … questo fa paura.”

Dal film “Reinette e Mirabelle” di Eric Rohmer  Primo episodio: L’heure bleue

Palermo si avviluppa e si crogiola pigramente nella sua luce. Chiunque abbia goduto di un tramonto a Isola delle Femmine o abbia atteso il sorgere del sole a sant’Erasmo, sa di cosa si parla. Questo scatto ritrae una via intorno a piazza del Garraffello, in uno dei suoi momenti più belli. Nessuno per la strada e il cielo che trascolora dal nero più profondo all’azzurro chiaro, passando per un blu intenso.

Catturare l’ora blu a Palermo non è particolarmente difficile. È come pescare, bisogna conoscere i luoghi e saper attendere.

Hai letto questi articoli?

Il Gattopardo e il palazzo che non c’è

Una macchina fotografica può diventare un’estensione non solo dell’occhio, ma soprattutto del cervello. Ed è allora, quando la passione per la scoperta si compone con lo studio e la ricerca della bellezza, che appaiono i migliori risultati. Lo scatto diventa emozione e può raccontare una storia

Il confronto fra un luogo immortalato nel passato e la sua immagine attuale è da sempre un elemento di grande suggestione. E allora vorrei proporre alcune di queste interessanti “sovrapposizioni” . Partendo da alcune molto singolari: quelle che ripropongono immagini del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti e il luogo del set adesso.

Iniziamo con un’inquadratura del film (da me ottenuta giuntando più fotogrammi) e, sotto, la medesima vista oggi. Siamo a piazza Matrice, a Ciminna, in provincia di Palermo.
Si nota subito che, sulla sinistra, al posto del “palazzo Salina”, sorgono delle case. Non si pensi che Palazzo Salina a “Donnafugata” sia stato abbattuto!
Il fatto è che quel palazzo – semplicemente – non è mai esistito.
Dovendo girare gli esterni ambientati nell’immaginario borgo di Donnafugata, Luchino Visconti considerò, dapprima, l’ipotesi di effettuare le riprese a Palma di Montechiaro (palazzo dei Lampedusa), o nel ragusano (castello di Donnafugata), ovvero ancora a Santa Margherita Belice (palazzo Filangeri Cutò).
Ma, per un motivo o per un altro, tutti e tre quei siti non gli andavano a genio.
Si innamorò, alla fine, di piazza Matrice, a Ciminna, ma c’era un piccolo problema: lì, non esisteva nessun palazzo.
Oggi, certamente lo avrebbero creato al computer ma, nel 1962, gli scenari si costruivano fisicamente.
Detto e fatto. In soli 45 giorni, sotto la direzione dello scenografo Mario Garbuglia, venne costruita, a ridosso del caseggiato, la facciata di un finto palazzo Salina!
Visconti, uomo per un verso sicuramente geniale, non poneva limiti alle spese, tanto che fece fallire il produttore. Con centinaia di bellissime ville, castelli, masserie e bagli sparsi in giro per la Sicilia, c’era in effetti bisogno di andare a costruire la facciata d’un finto palazzo, spendendo cifre da capogiro? Nel 1962, da oltre oceano, in Italia arrivava l’eco delle megaproduzioni hollywoodiane e Visconti, probabilmente, si illuse che anche lui avrebbe potuto non badare a spese, fidando su formidabili futuri incassi, tali da coprire costi di produzione anche spropositati.
Realizzò il capolavoro che tutti conosciamo, ma Goffredo Lombardo e la Titanus (i produttori), ci rimisero le penne.

Una macchina fotografica può diventare un’estensione non solo dell’occhio, ma soprattutto del cervello. Ed è allora, quando la passione per la scoperta si compone con lo studio e la ricerca della bellezza, che appaiono i migliori risultati. Lo scatto diventa emozione e può raccontare una storia

Il confronto fra un luogo immortalato nel passato e la sua immagine attuale è da sempre un elemento di grande suggestione. E allora vorrei proporre alcune di queste interessanti “sovrapposizioni” . Partendo da alcune molto singolari: quelle che ripropongono immagini del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti e il luogo del set adesso.
Iniziamo con un’inquadratura del film (da me ottenuta giuntando più fotogrammi) e, sotto, la medesima vista oggi. Siamo a piazza Matrice, a Ciminna, in provincia di Palermo.
Si nota subito che, sulla sinistra, al posto del “palazzo Salina”, sorgono delle case. Non si pensi che Palazzo Salina a “Donnafugata” sia stato abbattuto!
Il fatto è che quel palazzo – semplicemente – non è mai esistito.
Dovendo girare gli esterni ambientati nell’immaginario borgo di Donnafugata, Luchino Visconti considerò, dapprima, l’ipotesi di effettuare le riprese a Palma di Montechiaro (palazzo dei Lampedusa), o nel ragusano (castello di Donnafugata), ovvero ancora a Santa Margherita Belice (palazzo Filangeri Cutò).
Ma, per un motivo o per un altro, tutti e tre quei siti non gli andavano a genio.
Si innamorò, alla fine, di piazza Matrice, a Ciminna, ma c’era un piccolo problema: lì, non esisteva nessun palazzo.
Oggi, certamente lo avrebbero creato al computer ma, nel 1962, gli scenari si costruivano fisicamente.
Detto e fatto. In soli 45 giorni, sotto la direzione dello scenografo Mario Garbuglia, venne costruita, a ridosso del caseggiato, la facciata di un finto palazzo Salina!
Visconti, uomo per un verso sicuramente geniale, non poneva limiti alle spese, tanto che fece fallire il produttore. Con centinaia di bellissime ville, castelli, masserie e bagli sparsi in giro per la Sicilia, c’era in effetti bisogno di andare a costruire la facciata d’un finto palazzo, spendendo cifre da capogiro? Nel 1962, da oltre oceano, in Italia arrivava l’eco delle megaproduzioni hollywoodiane e Visconti, probabilmente, si illuse che anche lui avrebbe potuto non badare a spese, fidando su formidabili futuri incassi, tali da coprire costi di produzione anche spropositati.
Realizzò il capolavoro che tutti conosciamo, ma Goffredo Lombardo e la Titanus (i produttori), ci rimisero le penne.

Hai letto questi articoli?

Il senso dei siciliani per la Storia

Dopo anni passati a vedere e a recensire spettacoli (e qualche volta anche a esserne autore), adesso preferisce soprattutto frequentare il suo divano. Dal quale osserva la Sicilia vista dalla tv. Luoghi comuni, pregiudizi, innamoramenti esotici.

La rivolta scoppiò appena fu toccata la Storia. Esegeti del racconto televisivo ma all’occorrenza anche annalisti pignoli, i siciliani che una settimana prima avevano innalzato lodi al commissario Montalbano della contemporanea Vigata si trovarono a tuonare (come fosse un impegno imprescindibile, un dovere etico-morale) contro il sommo autore che aveva sfiorato con la propria fantasia il loro passato trasportando l’immaginario paese a quasi 150 anni prima e intrecciando una vicenda in verità bellissima, anche se non originale, su un groviglio ben concertato di mafia e delegati di polizia corrotti, occhiuti notabili di paese e proprietari terrieri corruttori, un giovane e adamantino funzionario della finanza capitato in quel covo di vipere prima fatto vittima e poi giustiziere, col grimaldello dell’astuzia, in nome della verità. “La mossa del cavallo”, una roba a metà tra Pirandello e Sciascia, tra la signora Frola e l’abate Vella, tra la pazzia e l’impostura. Apriti cielo! Questa non era la Sicilia di quei tempi! E giù a dottrinare, citare, puntualizzare con l’ausilio di note a piè pagina, cavillare. E menomale che in una nota introduttiva delle sue – una di quelle in cui appare come un divertito ed innocuo Tiresia – Camilleri li aveva avvertiti: non vi allarmate, ci ho messo anche di mio, ho confuso i registri, spinto magari un po’ sull’acceleratore: che da un uomo di teatro e televisione, ancor prima che di letteratura, ce lo si può certo aspettare. Ma loro no, il senso dei siciliani per la Storia è granitico, il grottesco non è modello applicabile a un passato ormai remoto ma sempre lì, aleggiante nella mitologia, immobile sul piedistallo, irradiante da un altare. Non si fa farsa, della Storia. La si scredita, per dirla sommessamente, la si rende poco credibile. Poco credibili l’ispettore Bovara e l’avvocato Fasulo, poco credibili veleno e contravveleno, torti e ragioni. Come se le storie, anche quelle piccole, con la “s” minuscola, che si avvinghiano a quella ufficiale, con la “s” maiuscola, e in parte la fanno, avessero necessariamente bisogno, oltre che di un’autorevolezza accademica, di una credibilità quotidiana e pedissequa, mentre non avessero necessità o urgenza di questa certificazione le storie contemporanee di Montalbano, come se l’appuntato Catarella si potesse davvero trovare, oggi, in un qualsiasi commissariato, come se Ibla fosse davvero Porto Empedocle, come se la domestica terrazza sul mare del poliziotto più famoso d’Italia, a Punta Secca, nel Ragusano, fosse davvero Marinella. Che a Porto Empedocle, però, guarda caso esiste davvero ed è ugualmente bellissima.

Dopo anni passati a vedere e a recensire spettacoli (e qualche volta anche a esserne autore), adesso preferisce soprattutto frequentare il suo divano. Dal quale osserva la Sicilia vista dalla tv. Luoghi comuni, pregiudizi, innamoramenti esotici.

La rivolta scoppiò appena fu toccata la Storia. Esegeti del racconto televisivo ma all’occorrenza anche annalisti pignoli, i siciliani che una settimana prima avevano innalzato lodi al commissario Montalbano della contemporanea Vigata si trovarono a tuonare (come fosse un impegno imprescindibile, un dovere etico-morale) contro il sommo autore che aveva sfiorato con la propria fantasia il loro passato trasportando l’immaginario paese a quasi 150 anni prima e intrecciando una vicenda in verità bellissima, anche se non originale, su un groviglio ben concertato di mafia e delegati di polizia corrotti, occhiuti notabili di paese e proprietari terrieri corruttori, un giovane e adamantino funzionario della finanza capitato in quel covo di vipere prima fatto vittima e poi giustiziere, col grimaldello dell’astuzia, in nome della verità. “La mossa del cavallo”, una roba a metà tra Pirandello e Sciascia, tra la signora Frola e l’abate Vella, tra la pazzia e l’impostura. Apriti cielo! Questa non era la Sicilia di quei tempi! E giù a dottrinare, citare, puntualizzare con l’ausilio di note a piè pagina, cavillare. E menomale che in una nota introduttiva delle sue – una di quelle in cui appare come un divertito ed innocuo Tiresia – Camilleri li aveva avvertiti: non vi allarmate, ci ho messo anche di mio, ho confuso i registri, spinto magari un po’ sull’acceleratore: che da un uomo di teatro e televisione, ancor prima che di letteratura, ce lo si può certo aspettare. Ma loro no, il senso dei siciliani per la Storia è granitico, il grottesco non è modello applicabile a un passato ormai remoto ma sempre lì, aleggiante nella mitologia, immobile sul piedistallo, irradiante da un altare. Non si fa farsa, della Storia. La si scredita, per dirla sommessamente, la si rende poco credibile. Poco credibili l’ispettore Bovara e l’avvocato Fasulo, poco credibili veleno e contravveleno, torti e ragioni. Come se le storie, anche quelle piccole, con la “s” minuscola, che si avvinghiano a quella ufficiale, con la “s” maiuscola, e in parte la fanno, avessero necessariamente bisogno, oltre che di un’autorevolezza accademica, di una credibilità quotidiana e pedissequa, mentre non avessero necessità o urgenza di questa certificazione le storie contemporanee di Montalbano, come se l’appuntato Catarella si potesse davvero trovare, oggi, in un qualsiasi commissariato, come se Ibla fosse davvero Porto Empedocle, come se la domestica terrazza sul mare del poliziotto più famoso d’Italia, a Punta Secca, nel Ragusano, fosse davvero Marinella. Che a Porto Empedocle, però, guarda caso esiste davvero ed è ugualmente bellissima.

Hai letto questi articoli?

San Nicola l’Arena, l’ufficio postale e l’impiegata

Da sei anni si è liberato di appartamenti, mobili, armadi e vive sulla sua barca, assaporando ogni giorno la libertà. Ecco la Sicilia vista dal mare secondo Giovanni Chiappisi. Porti, paesaggi, personaggi, incontri…

In questi giorni festeggio i miei sei anni di matrimonio con Horus, sei anni durante i quali non ci siamo mai lasciati. Giorni e notti assieme e in perfetta armonia, cosa rara da vedersi nelle coppie di oggi. Horus, per chi non lo sapesse, è una bella barca a vela di dieci metri che dal primo luglio del 2012 è anche la mia casa, la mia compagna, la mia complice in un vagabondaggio per il mare che mi sta facendo scoprire con altri occhi e altra prospettiva terre, come la Sicilia, che pensavo di conoscere a menadito. Horus e io abbiamo circumnavigato la Sicilia già tre volte e forse lo rifaremo anche quest’anno. La nostra è una terra meravigliosa e vista dal mare sembra ancora più bella. Ma dal mare si vedono anche gli sfregi che da generazioni le abbiamo fatto. Prendete, per esempio, la Scala dei Turchi. Arrivare lì da terra, alzare gli occhi e vedere quella enorme parete bianca che punta dritto al cielo è cosa che toglie il respiro. Ma se si arriva dal mare, lo scenario cambia: ad alcune miglia di distanza si vede la Scala, ma si vede anche quello che c’è sull’altopiano (cosa impossibile se si è a terra): casuzze e villette che, saranno anche in regola, ma che a me, ogni volta che le vedo, danno un pugno nello stomaco. D’inverno, complici la mia età e i miei acciacchi, resto in porto. E il mio porto è a san Nicola l’Arena, una piccola borgata di pescatori. È talmente piccola che non è nemmeno Comune, ma una frazione di Trabia. È un posto che adoro: nel raggio di poche centinaia di metri c’è tutto quello che mi serve: il chioschetto che ho eletto a mio “ufficio”, un supermercato, un ufficio postale (del quale vi parlerò fra poco), una farmacia, una cartoleria e via così. La borgata del monopolio: non c’è scelta, ma c’è tutto. E poi ci sono le persone: bellissimi cuori e menti da adorabili matti. Vi dicevo dell’ufficio postale. È piccolo, come si conviene qui, e ha un solo impiegato che anche direttore di se stesso. Qualche anno fa andai lì per spedire una raccomandata e come sempre ci andai all’ultimo giorno utile per evitare penali di vario genere.  L’impiegato era una impiegata e – confesso – era anche di bell’aspetto. Quando entrai vidi tanti vecchiarelli seduti e in silenzio. Mi dissi che avevo sbagliato giorno, ma non avevo scelta: quella raccomandata doveva partire quel giorno. La cosa strana era che nessuno faceva operazioni. A un certo punto l’impiegata-direttrice di bella presenza si rivolge a me: “È anche lei qui per guardarmi oppure deve fare qualcosa?”. Meraviglioso. Ecco, adesso avete un’idea di questo matto che sei anni fa si è sposato con una barca tuttofare. E se volete, vi porterò a bordo con me e di tanto in tanto vi mostrerò una Sicilia vista dal mare.

Da sei anni si è liberato di appartamenti, mobili, armadi e vive sulla sua barca, assaporando ogni giorno la libertà. Ecco la Sicilia vista dal mare secondo Giovanni Chiappisi. Porti, paesaggi, personaggi, incontri

In questi giorni festeggio i miei sei anni di matrimonio con Horus, sei anni durante i quali non ci siamo mai lasciati. Giorni e notti assieme e in perfetta armonia, cosa rara da vedersi nelle coppie di oggi.

Horus, per chi non lo sapesse, è una bella barca a vela di dieci metri che dal primo luglio del 2012 è anche la mia casa, la mia compagna, la mia complice in un vagabondaggio per il mare che mi sta facendo scoprire con altri occhi e altra prospettiva terre, come la Sicilia, che pensavo di conoscere a menadito.

Horus e io abbiamo circumnavigato la Sicilia già tre volte e forse lo rifaremo anche quest’anno. La nostra è una terra meravigliosa e vista dal mare sembra ancora più bella. Ma dal mare si vedono anche gli sfregi che da generazioni le abbiamo fatto. Prendete, per esempio, la Scala dei Turchi. Arrivare lì da terra, alzare gli occhi e vedere quella enorme parete bianca che punta dritto al cielo è cosa che toglie il respiro. Ma se si arriva dal mare, lo scenario cambia: ad alcune miglia di distanza si vede la Scala, ma si vede anche quello che c’è sull’altopiano (cosa impossibile se si è a terra): casuzze e villette che, saranno anche in regola, ma che a me, ogni volta che le vedo, danno un pugno nello stomaco.

D’inverno, complici la mia età e i miei acciacchi, resto in porto. E il mio porto è a san Nicola l’Arena, una piccola borgata di pescatori. E’ talmente piccola che non è nemmeno Comune, ma una frazione di Trabia. È un posto che adoro: nel raggio di poche centinaia di metri c’è tutto quello che mi serve: il chioschetto che ho eletto a mio “ufficio”, un supermercato, un ufficio postale (del quale vi parlerò fra poco), una farmacia, una cartoleria e via così. La borgata del monopolio: non c’è scelta, ma c’è tutto. E poi ci sono le persone: bellissimi cuori e menti da adorabili matti.

Vi dicevo dell’ufficio postale. È piccolo, come si conviene qui, e ha un solo impiegato che anche direttore di se stesso. Qualche anno fa andai lì per spedire una raccomandata e come sempre ci andai all’ultimo giorno utile per evitare penali di vario genere.  L’impiegato era una impiegata e – confesso – era anche di bell’aspetto. Quando entrai vidi tanti vecchiarelli seduti e in silenzio. Mi dissi che avevo sbagliato giorno, ma non avevo scelta: quella raccomandata doveva partire quel giorno. La cosa strana era che nessuno faceva operazioni. A un certo punto l’impiegata-direttrice di bella presenza si rivolge a me: “E’ anche lei qui per guardarmi oppure deve fare qualcosa?”. Meraviglioso.

Ecco, adesso avete un’idea di questo matto che sei anni fa si è sposato con una barca tuttofare. E se volete, vi porterò a bordo con me e di tanto in tanto vi mostrerò una Sicilia vista dal mare.

Hai letto questi articoli?

Masculino, il pesce che gradiva Omero

’Nfasciatieddi, funciddi, piscirè, ’nfigghiulate. La varietà dei cibi e dei prodotti siciliani è immensa, di gran lunga maggiore di quello che i siciliani sospettino. Un viaggio alla ricerca di sapori (e storie) tutti da scoprire.

di Marcella Croce

Il pesce, che nei poemi omerici viene menzionato solo come disperata alternativa alla carne, era un piatto prelibato già per Archestrato di Gela, autore del poema Gastronomia quasi interamente dedicato ai pesci; non a caso molte città puniche e greche di Sicilia hanno coniato monete con pesci o molluschi. Dal sapore, questa sorta di ispettore Michelin del IV secolo a.C., diceva di saper distinguere in quale stagione era stato pescato, e suggeriva di cucinare con formaggio e aceto il pesce di inferiore qualità, ma che solo olio e sale era sufficiente per il pesce migliore perché «contiene già in sé la ricompensa della gioia». È proverbiale la propensione dei siciliani per pesci, crostacei, molluschi e frutti di mare, che vengono generalmente cucinati in modo molto semplice e il cui sapore, se sono freschi, non deve essere oscurato da salse o intingoli di alcun altro tipo. I siciliani preferiscono potenziarne il sapore con il semplice salmoriglio (cioè un pinzimonio di olio di oliva, succo di limone e origano), che è ritenuto più che sufficiente per il pesce arrosto. Al contrario gli anglosassoni in genere fanno di tutto per mascherare odore e sapore del pesce con salse complicate e chiamano fishy qualcosa di cui è bene sospettare in quanto losco o poco chiaro.

I catanesi stravedono per i masculini (acciughe o alici) dichiarati Presidio da Slow Food che ne ha anche organizzato il commercio sotto sale. C’è un fattore che misteriosamente migliora la qualità del pescato: «Tutti sanno che il pesce del golfo di Catania, – sostiene Raimondo Piazza, pescivendolo a Lentini, – è più sodo e citrigno e quindi più buono, se pescato quando le piogge dilavano in mare le sabbie laviche dell’Etna, e si forma sul fondo marino un’erbetta detta manna perché è come un dono di Dio». Avere entrambe le branchie leggermente spezzate, si dice a Catania, è sicuro segno che i masculini, detti anche anciuvazzu dai pescatori locali, siano stati pescati con la rete menaide (o tratta), la tecnica è quella che veniva praticata in tutto il Mediterraneo già al tempo di Omero. L’imprigionamento nelle maglie della rete della testa dell’alice (che per questo motivo si chiama masculina da magghia) provoca un dissanguamento naturale che rende il pesce più gustoso e pregiato. Ciò è scientificamente provato, e ben lo sanno i catanesi che a caro prezzo comprano i mascolini freschi al mercato della Piscarìa vicino alla loro Cattedrale. Da notizie raccolte sul campo, risulta che alcuni pescivendoli senza scrupoli del mercato palermitano del Capo, non esitino a eseguire ad arte sui pesci la piccola mutilazione e a portarli in macchina a Catania, pur di ottenere con l’inganno un prezzo almeno triplo del normale.

’Nfasciatieddi, funciddi, piscirè, ’nfigghiulate. La varietà dei cibi e dei prodotti siciliani è immensa, di gran lunga maggiore di quello che i siciliani sospettino. Un viaggio alla ricerca di sapori (e storie) tutti da scoprire.

di Marcella Croce

Il pesce, che nei poemi omerici viene menzionato solo come disperata alternativa alla carne, era un piatto prelibato già per Archestrato di Gela, autore del poema Gastronomia quasi interamente dedicato ai pesci; non a caso molte città puniche e greche di Sicilia hanno coniato monete con pesci o molluschi. Dal sapore, questa sorta di ispettore Michelin del IV secolo a.C., diceva di saper distinguere in quale stagione era stato pescato, e suggeriva di cucinare con formaggio e aceto il pesce di inferiore qualità, ma che solo olio e sale era sufficiente per il pesce migliore perché «contiene già in sé la ricompensa della gioia». È proverbiale la propensione dei siciliani per pesci, crostacei, molluschi e frutti di mare, che vengono generalmente cucinati in modo molto semplice e il cui sapore, se sono freschi, non deve essere oscurato da salse o intingoli di alcun altro tipo. I siciliani preferiscono potenziarne il sapore con il semplice salmoriglio (cioè un pinzimonio di olio di oliva, succo di limone e origano), che è ritenuto più che sufficiente per il pesce arrosto. Al contrario gli anglosassoni in genere fanno di tutto per mascherare odore e sapore del pesce con salse complicate e chiamano fishy qualcosa di cui è bene sospettare in quanto losco o poco chiaro.

I catanesi stravedono per i masculini (acciughe o alici) dichiarati Presidio da Slow Food che ne ha anche organizzato il commercio sotto sale. C’è un fattore che misteriosamente migliora la qualità del pescato: «Tutti sanno che il pesce del golfo di Catania, – sostiene Raimondo Piazza, pescivendolo a Lentini, – è più sodo e citrigno e quindi più buono, se pescato quando le piogge dilavano in mare le sabbie laviche dell’Etna, e si forma sul fondo marino un’erbetta detta manna perché è come un dono di Dio». Avere entrambe le branchie leggermente spezzate, si dice a Catania, è sicuro segno che i masculini, detti anche anciuvazzu dai pescatori locali, siano stati pescati con la rete menaide (o tratta), la tecnica è quella che veniva praticata in tutto il Mediterraneo già al tempo di Omero. L’imprigionamento nelle maglie della rete della testa dell’alice (che per questo motivo si chiama masculina da magghia) provoca un dissanguamento naturale che rende il pesce più gustoso e pregiato. Ciò è scientificamente provato, e ben lo sanno i catanesi che a caro prezzo comprano i mascolini freschi al mercato della Piscarìa vicino alla loro Cattedrale. Da notizie raccolte sul campo, risulta che alcuni pescivendoli senza scrupoli del mercato palermitano del Capo, non esitino a eseguire ad arte sui pesci la piccola mutilazione e a portarli in macchina a Catania, pur di ottenere con l’inganno un prezzo almeno triplo del normale.

Hai letto questi articoli?

Due o tre cose per iniziare…

Cos’è per un bambino la bellezza, come gli può “arrivare”, come la può interpretare? Bellezza intesa nelle forme tradizionali di una dimora o di un bosco, ma pure in un senso altro, ossia nella relazione con gli esseri viventi che tali luoghi abitano (umani, animali, vegetalI). Con questo spirito di scoperta verrà individuato un luogo ricco di stimoli per bambini e si proverà a visitarlo – virtualmente – assieme a loro.

Questo è il nostro primo appuntamento con “Bambino e bello” e quindi vorremmo innanzitutto comunicarvi di cosa parleremo nel nostro blog.  Partiamo dal titolo, che vuole mettere insieme  l’idea della bellezza di essere bambini e il rapporto dei bambini con la bellezza, in tutte le sue forme: culturali e  naturali  nel senso dei luoghi , ma anche nel senso della relazione con gli altri esseri viventi  che tali luoghi abitano (umani, animali, vegetali…).

Ogni volta individueremo un luogo che ricco di stimoli per  bambini e lo visiteremo idealmente insieme, provando ad attivare la curiosità e il desiderio della scoperta e immaginando anche attività possibili.

E a questo punto ci sembra importante  dare alcune indicazioni di fondo che accompagneranno ogni nostro appuntamento: quello che conta con i bambini, al di là di quello che facciamo insieme, è la qualità della nostra  mediazione, come cioè ci poniamo nella relazione con loro e con i loro modi di conoscere, quali strade scegliamo per coinvolgerli e per promuovere la loro esplorazione e il loro desiderio di entrare in contatto con il mondo, come manteniamo viva la loro attenzione e come accresciamo le possibilità di fare connessioni tra le cose.

Possiamo anche andare in un luogo bellissimo e adatto ai bambini ma non riuscire a suscitare il loro interesse, così come  non è detto che  anche i piccolissimi non possano appassionarsi a luoghi che ci sembrano “difficili” o dove  immaginiamo che possano annoiarsi.

Vi sono quindi alcune modalità di base che sono essenziali per far sì che le nostre visite risultino appassionanti, divertenti e condivise. Si tratta di una specie di grammatica che  questa volta enunciamo per punti e  in astratto, ma che proveremo and applicare in ciascuna delle prossime proposte: non giudicare; essere presenti nel qui ed ora; permettere ai bambini di esprimersi, ascoltarli e connettersi con loro; seguire le loro curiosità senza imporre le nostre; giocare insieme senza indicare la strada, piuttosto rilanciare provando ad arricchire dall’interno delle azioni dei bambini,  non “fare per loro”, lasciare il controllo e dare fiducia; cercare di fare proprio il loro sguardo provando ad abbandonare, anche per un attimo, il nostro.  Si tratta di un esercizio di decentramento arricchente anche per gli adulti, che  permetterà  di fare nuove scoperte anche rispetto a se stessi. Bambini e adulti insieme, dunque, è bello (stavolta usiamo di proposito la voce del verbo essere).

Concludiamo invitandovi a partecipare: se avete idee su luoghi da visitare, se avete voglia di raccontare una vostra esperienza, o se avete domande, curiosità o dubbi non esitate a scriverci; questo blog potrà diventare così una occasione di scambio e anche di costruzione in comune.

Cos’è per un bambino la bellezza, come gli può “arrivare”, come la può interpretare? Bellezza intesa nelle forme tradizionali di una dimora o di un bosco, ma pure in un senso altro, ossia nella relazione con gli esseri viventi che tali luoghi abitano (umani, animali, vegetalI). Con questo spirito di scoperta verrà individuato un luogo ricco di stimoli per bambini e si proverà a visitarlo – virtualmente – assieme a loro.

Questo è il nostro primo appuntamento con “Bambino e bello” e quindi vorremmo innanzitutto comunicarvi di cosa parleremo nel nostro blog.  Partiamo dal titolo, che vuole mettere insieme  l’idea della bellezza di essere bambini e il rapporto dei bambini con la bellezza, in tutte le sue forme: culturali e  naturali  nel senso dei luoghi , ma anche nel senso della relazione con gli altri esseri viventi  che tali luoghi abitano (umani, animali, vegetali…).

Ogni volta individueremo un luogo che ricco di stimoli per  bambini e lo visiteremo idealmente insieme, provando ad attivare la curiosità e il desiderio della scoperta e immaginando anche attività possibili.

E a questo punto ci sembra importante  dare alcune indicazioni di fondo che accompagneranno ogni nostro appuntamento: quello che conta con i bambini, al di là di quello che facciamo insieme, è la qualità della nostra  mediazione, come cioè ci poniamo nella relazione con loro e con i loro modi di conoscere, quali strade scegliamo per coinvolgerli e per promuovere la loro esplorazione e il loro desiderio di entrare in contatto con il mondo, come manteniamo viva la loro attenzione e come accresciamo le possibilità di fare connessioni tra le cose.

Possiamo anche andare in un luogo bellissimo e adatto ai bambini ma non riuscire a suscitare il loro interesse, così come  non è detto che  anche i piccolissimi non possano appassionarsi a luoghi che ci sembrano “difficili” o dove  immaginiamo che possano annoiarsi.

Vi sono quindi alcune modalità di base che sono essenziali per far sì che le nostre visite risultino appassionanti, divertenti e condivise. Si tratta di una specie di grammatica che  questa volta enunciamo per punti e  in astratto, ma che proveremo and applicare in ciascuna delle prossime proposte: non giudicare; essere presenti nel qui ed ora; permettere ai bambini di esprimersi, ascoltarli e connettersi con loro; seguire le loro curiosità senza imporre le nostre; giocare insieme senza indicare la strada, piuttosto rilanciare provando ad arricchire dall’interno delle azioni dei bambini,  non “fare per loro”, lasciare il controllo e dare fiducia; cercare di fare proprio il loro sguardo provando ad abbandonare, anche per un attimo, il nostro.  Si tratta di un esercizio di decentramento arricchente anche per gli adulti, che  permetterà  di fare nuove scoperte anche rispetto a se stessi. Bambini e adulti insieme, dunque, è bello (stavolta usiamo di proposito la voce del verbo essere).

Concludiamo invitandovi a partecipare: se avete idee su luoghi da visitare, se avete voglia di raccontare una vostra esperienza, o se avete domande, curiosità o dubbi non esitate a scriverci; questo blog potrà diventare così una occasione di scambio e anche di costruzione in comune.

Hai letto questi articoli?
Le vie dei Tesori News

Send this to a friend