La cucina degli antichi “valli” siciliani

Se in Val di Mazara predomina il tonno, e in Val Demone il pescespada, in buona parte della Sicilia sudorientale, ovvero l’antico Val di Noto, regna il maiale

di Marcella Croce

Fino al 1818 la Sicilia era divisa nei tre antichi “valli” storici di Val Demone, Val di Noto e Val di Mazara, dal nome arabo delle magistrature (wali) ivi preposte. Se in Val di Mazara predomina il tonno, e in Val Demone il pescespada, in buona parte della Sicilia sudorientale (l’antico Val di Noto), regna il maiale, in particolare a Chiaramonte Gulfi, dove circa la metà degli 8.000 abitanti abita in campagna, e tradizionalmente si occupa della gestione di piccolissime aziende per lo più dedite all’allevamento suino, favorito dall’aria di montagna. Buccheri si è inventata un ottimo cosciotto di suino alle mandorle, Palazzolo Acreide va famosa per la sua salsiccia e Chiaramonte per le costate di maiale ripiene (in siciliano cuoste chini) di salame, caciocavallo e uova sode.

Le “frontiere” fra i valli, così come quelle fra le moderne province, non sono certo da considerarsi troppo rigide, e il cibo è passato anche dove si arrestano le leggi degli uomini: salsicce e costolette di maiale arrosto sono un piatto classico in tutta la Sicilia e le costate picchettate di aglio e pecorino sono famose nella provincia di Agrigento. A Linguaglossa e in molti altri paesi dell’Etna si vende la salsiccia al ceppo, cioè insaccata con la carne tagliuzzata (capuliata) con il coltello invece che tritata a macchina, e in tutti i paesi dell’interno, ottima salsiccia secca e salumi escono dai negozi dei macellai, che in Sicilia con perfetto spagnolismo sono invariabilmente chiamati carnezzieri. Non mancano alcune punte di eccellenza come ad esempio la soppressata di Gibellina e il salame di suino nero, che hanno ottenuto ambiti riconoscimenti.

A causa della sua maggiore mobilità, sono particolarmente muscolose e quindi meno grasse, le carni di questo suino di piccola taglia e mantello scuro, allevato allo stato semibrado nei pascoli dei monti Nebrodi. Un tempo tutte le famiglie della zona ne allevavano qualche esemplare e i salumi di San Marco d’Alunzio, di Sant’Angelo di Brolo e di altre località della provincia di Messina, che alimentano tuttora piccole ma fiorenti industrie locali, erano tutti prodotti con il suino nero. Benché siano stati abbandonati i tentativi di sostituirlo con maiali americani di tipo Yorkshire, decisamente più grassi, attualmente il suino nero è comunque in forte diminuzione e si stima la sua presenza in circa 3.000 esemplari.

Se in Val di Mazara predomina il tonno, e in Val Demone il pescespada, in buona parte della Sicilia sudorientale, ovvero l’antico Val di Noto, regna il maiale

di Marcella Croce

Fino al 1818 la Sicilia era divisa nei tre antichi “valli” storici di Val Demone, Val di Noto e Val di Mazara, dal nome arabo delle magistrature (wali) ivi preposte. Se in Val di Mazara predomina il tonno, e in Val Demone il pescespada, in buona parte della Sicilia sudorientale (l’antico Val di Noto), regna il maiale, in particolare a Chiaramonte Gulfi, dove circa la metà degli 8.000 abitanti abita in campagna, e tradizionalmente si occupa della gestione di piccolissime aziende per lo più dedite all’allevamento suino, favorito dall’aria di montagna. Buccheri si è inventata un ottimo cosciotto di suino alle mandorle, Palazzolo Acreide va famosa per la sua salsiccia e Chiaramonte per le costate di maiale ripiene (in siciliano cuoste chini) di salame, caciocavallo e uova sode.

Le “frontiere” fra i valli, così come quelle fra le moderne province, non sono certo da considerarsi troppo rigide, e il cibo è passato anche dove si arrestano le leggi degli uomini: salsicce e costolette di maiale arrosto sono un piatto classico in tutta la Sicilia e le costate picchettate di aglio e pecorino sono famose nella provincia di Agrigento. A Linguaglossa e in molti altri paesi dell’Etna si vende la salsiccia al ceppo, cioè insaccata con la carne tagliuzzata (capuliata) con il coltello invece che tritata a macchina, e in tutti i paesi dell’interno, ottima salsiccia secca e salumi escono dai negozi dei macellai, che in Sicilia con perfetto spagnolismo sono invariabilmente chiamati carnezzieri. Non mancano alcune punte di eccellenza come ad esempio la soppressata di Gibellina e il salame di suino nero, che hanno ottenuto ambiti riconoscimenti.

A causa della sua maggiore mobilità, sono particolarmente muscolose e quindi meno grasse, le carni di questo suino di piccola taglia e mantello scuro, allevato allo stato semibrado nei pascoli dei monti Nebrodi. Un tempo tutte le famiglie della zona ne allevavano qualche esemplare e i salumi di San Marco d’Alunzio, di Sant’Angelo di Brolo e di altre località della provincia di Messina, che alimentano tuttora piccole ma fiorenti industrie locali, erano tutti prodotti con il suino nero. Benché siano stati abbandonati i tentativi di sostituirlo con maiali americani di tipo Yorkshire, decisamente più grassi, attualmente il suino nero è comunque in forte diminuzione e si stima la sua presenza in circa 3.000 esemplari.

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Eolie, sette sorelle con sette particolarità

Se, come riportato da un anonimo poeta siciliano, la Sicilia è un diamante posto sul mare da Dio come un dono per gli uomini, le isole del Messinese sono come una collana di perle che si adagia sullo sfondo azzurro del Mediterraneo

Registrato dal 2000 nella lista Unesco del Patrimonio Mondiale per la sua attività vulcanica, l’arcipelago comprende sette isole principali (Lipari, Salina, Stromboli, Panarea, Filicudi e Alicudi) e un paio di isolotti disabitati vicino Panarea (Basiluzzo, Dattilo, Bottaro, Lisca Nera e Lisca Bianca), situata al largo della costa settentrionale della Sicilia.

Sebbene tutti abbiano in comune una rigogliosa vegetazione e splendidi paesaggi naturali, ognuno ha il suo fascino e la sua particolarità. Stromboli, con il suo vulcano, protagonista dell’omonimo film di Roberto Rossellini nel 1950 con Ingrid Bergman, è senza dubbio la più famosa. Anche se Panarea, meta preferita del jet set italiano, la ruba un po’ la scena d’estate.

Salina ha la reputazione di essere la più piacevole, la più fertile e la più verde (e probabilmente la più bella, ma questa è la mia opinione personale!), è sede di una vasta riserva naturale ed è stata utilizzata nel cinema (“Il postino”, di Michael Radford con Philippe Noiret e Massimo Troisi alla sua ultima prova d’attore prima della morte).

Vulcano attira gli escursionisti che si arrampicano audacemente sul suo cratere o fanno il bagno nelle sue acque tiepide o nei fanghi sulfurei. Lipari, la più grande e popolata, è anche la più importante amministrativamente ed economicamente. Mentre Filicudi e Alicudi, le più lontane, sono anche le più selvagge, rocce sul mare adattate a chi ha buone gambe per salire le migliaia di scalini.

In breve, tutto diverso e tutto così sontuoso.

Le isole Eolie hanno sempre avuto un fascino potente. Abitate sin dall’età della pietra, hanno permesso ai loro primi abitanti di prosperare grazie al commercio dell’ossidiana, roccia vulcanica che si trova in abbondanza a Lipari. Le cave di pomice, ora abbandonate, erano nella seconda metà del XX secolo una delle principali risorse economiche di Lipari. O estinti o attivi, i vulcani delle Isole Eolie hanno così modellato i loro paesaggi, fecondato il loro suolo e nutrito gli uomini.

Oggi veniamo nell’arcipelago delle Eolie per rilassarci, dimenticare lo stress e le preoccupazioni, meravigliarci lungo i suoi sentieri escursionistici o intorno ai suoi crateri, gustare prodotti autentici e ricchi che gustano sono l’orgoglio della cucina siciliana, godere di una natura rigogliosa e generosa regina, sempre un sole vi aspettano e un mare degno delle più belle scene di documentari del settore. In breve, trascorri una vacanza da sogno!

Fra le tante offerte singolari e suggestive c’è anche una crociera a bordo di uno splendido yacht, che un tempo era la patria di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman durante le riprese di Stromboli. Così, una chicca fra le tante, nelle meravigliose Eolie.

(Foto: Régine Cavallaro)

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La sfida dell’arte a Giardini Naxos

Situata ai piedi di Taormina, a metà strada tra  Messina e Catania, la piccola località balneare è stata la prima colonia greca fondata in Sicilia 2750 anni fa. Il litorale è fortemente cementificato e alcuni abitanti moltiplicano le iniziative per ridare alla città un volto più estetico e rispettoso dell’ambiente.

Anche se non lo vuole ammettere, Caterina è una figura fondamentale per la salvaguardia e la promozione di Giardini-Naxos. Non contenta di dirigere il circolo locale di Legambiente, la principale – e più attiva – organizzazione di difesa dell’ambiente in Italia, questa Giardinese vissuta a lungo a Firenze gestisce anche l’albergo di famiglia Palladio, a due passi dalla spiaggia. Partner del Festival internazionale di interventi urbani Emergence, ospita ogni anno, nelle diciannove camere del suo stabilimento, gli street artists venuti da tutta l’Europa. Con gentilezza e generosità, questa esteta, ella stessa figlia di una pittrice, veglia sul festival, offrendo il vitto e l’alloggio agli invitati della manifestazione. Ogni sera, per tutta la durata dei festeggiamenti, Clara, Agata, Elisa, Elvira e Fiorella, le buone fate della cucina e del ristorante situato sulla terrazza panoramica dell’albergo, fanno la gioia dei commensali coi piatti tipici siciliani, preparati con prodotti bio e a chilometro zero.

Proprio perché ama la sua città, dal ricco passato e dal patrimonio naturale altrettanto fecondo, Caterina milita in Legambiente. Con l’associazione ecologica, ha fatto, tra l’altro, impiantare alberi di agrumi nello splendido Parco archeologico di Naxos.

Oltre al museo, piccolo ma ben fornito, il parco si estende su una quarantina di ettari, sulle vestigia della prima colonia greca di Sicilia fondata nel 734 avanti Cristo da coloni provenienti da Calcide sull’isola d’Eubea e da Naxos nell’arcipelago delle Cicladi, come lo riferiscono Tucidide e Ellanico. Qualche anno dopo, quegli stessi coloni fondarono Katane (Catania) e Leontinoi (Lentini). “È uno dei parchi archeologici più importanti d’Italia. Ricercatori vengono dalle università di Harvard e Cambridge per svolgere campagne di scavi”, racconta Caterina. Ma al di là del suo alto valore  storico, il parco è innanzitutto un luogo stupendo, immerso in una pace profonda e di grande poesia, con le sue mura di pietra e le sue rovine incastonate in una vegetazione mediterranea lussureggiante.

Eppure questa oasi di pace è minacciata. I venditori di cemento che hanno già massacrato il litorale vorrebbero adesso continuare su questa strada (porti, centri commerciali…). Fortunatamente, la presidente del circolo di Legambiente vigila ed è riuscita a ostacolare il progetto, invocando l’articolo 9 della Costituzione italiana che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Vero è che la baia di Taormina è una destinazione molto ambita dai viaggiatori sin dal ‘700, una tappa obbligata del Grand Tour, che ha affascinato tanti scrittori, poeti e artisti, a cominciare da Goethe, D.H. Lawrence e Guy de Maupassant. Con il suo teatro antico, i suoi giardini, la vista sul mar Ionio e sull’Etna vicinissimo, Taormina, detta anche la “Saint Tropez siciliana” in alcune guide turistiche, ha per molto tempo formato con Giardini-Naxos un solo e unico comune. Ciò spiega d’altronde perché le due città condividono la stessa stazione (bellissima!). Caterina, sempre buoni i suoi consiglii, organizza per i clienti dell’albergo escursioni nei dintorni e specialmente sull’Etna, in compagnia di guide naturalistiche (e molto simpatiche!) con tesserino Aigae dell’Associazione Etna Truvatura.

Dal 2012, due altri giardinesi, Giuseppe Stagnitta e il geniale Turi Scandurra (vedi “La Storia della Sicilia in 100 secondi”) tentano di abbellire le facciate di Giardini-Naxos invitando artisti urbani internazionali ad intervenire sui muri, attraverso il festival Emergence. Nell’ultima mia visita da quelle arti, era il 2015, l’Europa del sud era in primo piano. Tra gli street artists presenti a quella quarta edizione svoltasi dal 19 al 26 ottobre 2015, figuravano infatti  GoddoG (Francia), Blaqk (Grecia) accompagnati dal fotografo Dimitri Vasiliou, Lucamaleonte e Vlady (Italia) nonché i fratelli  Amedeo e Antonio Forlin, artisti ceramisti locali, mentre l’artista rumeno Geo Florenti installava un lampione ispirato al concetto di arte necessario, ingegnoso sistema di illuminazione senza consumo elettrico. L’edizione fu particolarmente creativa e soprattutto ricca di emozioni, poiché venuta per coprire giornalisticamente il festival, sono stata promossa assistente dell’artista Francese e mi sono ritrovata a quindici metri di altezza a pilotare la gru.

Situata ai piedi di Taormina, a metà strada tra  Messina e Catania, la piccola località balneare è stata la prima colonia greca fondata in Sicilia 2750 anni fa. Il litorale è fortemente cementificato e alcuni abitanti moltiplicano le iniziative per ridare alla città un volto più estetico e rispettoso dell’ambiente.

Anche se non lo vuole ammettere, Caterina è una figura fondamentale per la salvaguardia e la promozione di Giardini-Naxos. Non contenta di dirigere il circolo locale di Legambiente, la principale – e più attiva – organizzazione di difesa dell’ambiente in Italia, questa Giardinese vissuta a lungo a Firenze gestisce anche l’albergo di famiglia Palladio, a due passi dalla spiaggia. Partner del Festival internazionale di interventi urbani Emergence, ospita ogni anno, nelle diciannove camere del suo stabilimento, gli street artists venuti da tutta l’Europa. Con gentilezza e generosità, questa esteta, ella stessa figlia di una pittrice, veglia sul festival, offrendo il vitto e l’alloggio agli invitati della manifestazione. Ogni sera, per tutta la durata dei festeggiamenti, Clara, Agata, Elisa, Elvira e Fiorella, le buone fate della cucina e del ristorante situato sulla terrazza panoramica dell’albergo, fanno la gioia dei commensali coi piatti tipici siciliani, preparati con prodotti bio e a chilometro zero.

Proprio perché ama la sua città, dal ricco passato e dal patrimonio naturale altrettanto fecondo, Caterina milita in Legambiente. Con l’associazione ecologica, ha fatto, tra l’altro, impiantare alberi di agrumi nello splendido Parco archeologico di Naxos.

Oltre al museo, piccolo ma ben fornito, il parco si estende su una quarantina di ettari, sulle vestigia della prima colonia greca di Sicilia fondata nel 734 avanti Cristo da coloni provenienti da Calcide sull’isola d’Eubea e da Naxos nell’arcipelago delle Cicladi, come lo riferiscono Tucidide e Ellanico. Qualche anno dopo, quegli stessi coloni fondarono Katane (Catania) e Leontinoi (Lentini). “È uno dei parchi archeologici più importanti d’Italia. Ricercatori vengono dalle università di Harvard e Cambridge per svolgere campagne di scavi”, racconta Caterina. Ma al di là del suo alto valore  storico, il parco è innanzitutto un luogo stupendo, immerso in una pace profonda e di grande poesia, con le sue mura di pietra e le sue rovine incastonate in una vegetazione mediterranea lussureggiante.

Eppure questa oasi di pace è minacciata. I venditori di cemento che hanno già massacrato il litorale vorrebbero adesso continuare su questa strada (porti, centri commerciali…). Fortunatamente, la presidente del circolo di Legambiente vigila ed è riuscita a ostacolare il progetto, invocando l’articolo 9 della Costituzione italiana che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Vero è che la baia di Taormina è una destinazione molto ambita dai viaggiatori sin dal ‘700, una tappa obbligata del Grand Tour, che ha affascinato tanti scrittori, poeti e artisti, a cominciare da Goethe, D.H. Lawrence e Guy de Maupassant. Con il suo teatro antico, i suoi giardini, la vista sul mar Ionio e sull’Etna vicinissimo, Taormina, detta anche la “Saint Tropez siciliana” in alcune guide turistiche, ha per molto tempo formato con Giardini-Naxos un solo e unico comune. Ciò spiega d’altronde perché le due città condividono la stessa stazione (bellissima!). Caterina, sempre buoni i suoi consiglii, organizza per i clienti dell’albergo escursioni nei dintorni e specialmente sull’Etna, in compagnia di guide naturalistiche (e molto simpatiche!) con tesserino Aigae dell’Associazione Etna Truvatura.

Dal 2012, due altri giardinesi, Giuseppe Stagnitta e il geniale Turi Scandurra (vedi “La Storia della Sicilia in 100 secondi”) tentano di abbellire le facciate di Giardini-Naxos invitando artisti urbani internazionali ad intervenire sui muri, attraverso il festival Emergence. Nell’ultima mia visita da quelle arti, era il 2015, l’Europa del sud era in primo piano. Tra gli street artists presenti a quella quarta edizione svoltasi dal 19 al 26 ottobre 2015, figuravano infatti  GoddoG (Francia), Blaqk (Grecia) accompagnati dal fotografo Dimitri Vasiliou, Lucamaleonte e Vlady (Italia) nonché i fratelli  Amedeo e Antonio Forlin, artisti ceramisti locali, mentre l’artista rumeno Geo Florenti installava un lampione ispirato al concetto di arte necessario, ingegnoso sistema di illuminazione senza consumo elettrico. L’edizione fu particolarmente creativa e soprattutto ricca di emozioni, poiché venuta per coprire giornalisticamente il festival, sono stata promossa assistente dell’artista Francese e mi sono ritrovata a quindici metri di altezza a pilotare la gru.

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Quando le anguille si pescavano a Mondello

Erano tra i pochi pesci d’acqua dolce presenti in Sicilia, venivano un tempo allevate in stagni semi artificiali e vivevano anche in molti fiumi dell’Isola

di Marcella Croce

Le anguille erano tra i pochi pesci d’acqua dolce presenti in Sicilia; venivano un tempo allevate in stagni semi artificiali (bivieri), e vivevano anche in molti fiumi dell’Isola. I contadini, dopo aver gettato nell’acqua rametti di euforbia, una pianta urticante che le obbligava a uscire dalle loro tane, le catturavano con due particolari trappole di vimini a forma di bottiglia. In mancanza di frigoriferi, le anguille e i pesci in generale, venivano conservati nelle chiusere, nasse confezionate come gabbie che venivano calate in mare dai pescatori e poi ripescate al momento della vendita. Le anguille erano un tempo presenti in molte zone: sguazzavano perfino nei canali di Mondello e re Ferdinando di Borbone amava pescarle e nutrirsene quando nel 1799 si rifugiò a Palermo sotto l’incalzare delle truppe napoleoniche e abitò alla Palazzina Cinese con la regina Maria Carolina.

Alcuni ristoranti di Lentini propongono oggi nei loro menu le anguille grigliate con peperoni arrostiti. Un piatto più elaborato è il pasticcio o impanata di anguilla che arrivava anche nelle mense aristocratiche. Come è noto, le anguille trascorrono parte della loro vita nel mare, i pescatori di Marsala vanno tuttora a pesca di anguille vicino la riva quando il mare è troppo mosso per altri tipi di pesca. Cambiando habitat il pesce assume caratteristiche diverse, al punto che dalle parti di Siracusa i pescatori ritengono che esistano due specie differenti.

Erano tra i pochi pesci d’acqua dolce presenti in Sicilia, venivano un tempo allevate in stagni semi artificiali e vivevano anche in molti fiumi dell’Isola

di Marcella Croce

Le anguille erano tra i pochi pesci d’acqua dolce presenti in Sicilia; venivano un tempo allevate in stagni semi artificiali (bivieri), e vivevano anche in molti fiumi dell’Isola. I contadini, dopo aver gettato nell’acqua rametti di euforbia, una pianta urticante che le obbligava a uscire dalle loro tane, le catturavano con due particolari trappole di vimini a forma di bottiglia. In mancanza di frigoriferi, le anguille e i pesci in generale, venivano conservati nelle chiusere, nasse confezionate come gabbie che venivano calate in mare dai pescatori e poi ripescate al momento della vendita. Le anguille erano un tempo presenti in molte zone: sguazzavano perfino nei canali di Mondello e re Ferdinando di Borbone amava pescarle e nutrirsene quando nel 1799 si rifugiò a Palermo sotto l’incalzare delle truppe napoleoniche e abitò alla Palazzina Cinese con la regina Maria Carolina.

Alcuni ristoranti di Lentini propongono oggi nei loro menu le anguille grigliate con peperoni arrostiti. Un piatto più elaborato è il pasticcio o impanata di anguilla che arrivava anche nelle mense aristocratiche. Come è noto, le anguille trascorrono parte della loro vita nel mare, i pescatori di Marsala vanno tuttora a pesca di anguille vicino la riva quando il mare è troppo mosso per altri tipi di pesca. Cambiando habitat il pesce assume caratteristiche diverse, al punto che dalle parti di Siracusa i pescatori ritengono che esistano due specie differenti.

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Un mazzo di fiori a Capo Granitola

In quel tratto di mare fra Mazara e Sciacca, quando si arriva nel Canale di Sicilia, si finisce per entrare in un enorme tragico cimitero di troppi migranti morti. Ed è per pudore che non ho guardato verso l’acqua. Ma qualche riflessione è emersa…

Per andare da Mazara a Sciacca si percorrono poco più di 30 miglia. Tecnicamente Mazara è già nel Canale di Sicilia, ma nella mia mente il confine io l’ho messo proprio nella città del Trapanese. So che è sbagliato, ma quando mi metto una cosa in mente…

Il giorno prima della partenza sono andato a comprare dei fiori e l’indomani, in mare, non ho messo lenze in acqua. Il Canale di Sicilia è un cimitero. Lì sotto ci sono migliaia di morti che hanno avuto dalla vita lo sfregio più grande: se ne sono andati senza una tomba e neppure un cadavere, il loro: mare e pesci hanno annientato pure quello. In quel tratto di mare la profondità non è tanta: non si superano i cento metri. Ma cento metri sono tanti per poter vedere il fondo. Ma non fu questo che mi spinse a non tentare di guardare giù. Non lo feci per paura, ma per pudore. O, se preferite, per rispetto verso quel popolo di disperati che sono morti senza neppure vedere quel mondo che loro immaginavano come un mondo migliore.

Al largo di Capo Granitola, mi misi alla cappa e Horus fermò la sua corsa. Presi i fiori comprati la sera prima, li buttai in mare e io, che sono un cattolico punto o niente praticante, recitai una preghiera. E pensai, quasi con rabbia, ad un popolo, il mio, che giorno dopo giorno diventa sempre più intollerante e, diciamolo pure, più razzista. E ricordai anche che non c’è Paese al mondo dove non ci sia, come residente, almeno un italiano.

Noi siamo un popolo segnato dall’emigrazione. Non abbiamo argomenti per essere razzisti. Certo, dovremmo avere più memoria. Alla fine dell’800 e per la prima parte del ‘900, l’esodo degli italiani verso gli altri mondi non subì pause. Nel 1883, a Glasgow, fu costruita una nave, la Sirio, proprio per trasportare gli emigrati italiani dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. La Sirio, per anni, fece la navetta tra Genova e l’America del Sud: Brasile, Uruguay, Argentina. Il 2 agosto del 1906 partì da Genova con la stessa rotta, ma non arrivò mai nel porto di Plata: il comandante fece male i suoi calcoli e la Sirio andò a schiantarsi sulle secche che stanno davanti a Capo Palos, sulla costa meridionale della Spagna.

L’impatto fu forte, le caldaie esplosero e, a parte una trentina di disperati che si salvarono nuotando fino alla costa, tutti gli altri morirono. Il bilancio fu di 500 morti. Francesco De Gregori, nel 1972, scrisse una canzone per ricordare questo naufragio. O meglio, riscrisse una canzone che era conosciuta tra gli emigranti del Nord Italia, quelli che si imbarcavano sulla Sirio.

Da Genova, il Sirio partivano
per l’America varcare, varcare i confin
e da bordo cantar si sentivano
tutti allegri del suo, del suo destin
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
Tutto il Sirio un orribile scoglio
di tanta gente la mise, la misera fin.
Padri e madri bracciava i suoi figli
che sparivano tra le onde, le onde del mar
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua be…, la sua benedizion

(Foto: Igor Petyx)

In quel tratto di mare fra Mazara e Sciacca, quando si arriva nel Canale di Sicilia, si finisce per entrare in un enorme tragico cimitero di troppi migranti morti. Ed è per pudore che non ho guardato verso l’acqua. Ma qualche riflessione è emersa…

Per andare da Mazara a Sciacca si percorrono poco più di 30 miglia. Tecnicamente Mazara è già nel Canale di Sicilia, ma nella mia mente il confine io l’ho messo proprio nella città del Trapanese. So che è sbagliato, ma quando mi metto una cosa in mente.
Il giorno prima della partenza sono andato a comprare dei fiori e l’indomani, in mare, non ho messo lenze in acqua. Il Canale di Sicilia è un cimitero. Lì sotto ci sono migliaia di morti che hanno avuto dalla vita lo sfregio più grande: se ne sono andati senza una tomba e neppure un cadavere, il loro: mare e pesci hanno annientato pure quello. In quel tratto di mare la profondità non è tanta: non si superano i cento metri. Ma cento metri sono tanti per poter vedere il fondo. Ma non fu questo che mi spinse a non tentare di guardare giù. Non lo feci per paura, ma per pudore. O, se preferite, per rispetto verso quel popolo di disperati che sono morti senza neppure vedere quel mondo che loro immaginavano come un mondo migliore.

Al largo di Capo Granitola, mi misi alla cappa e Horus fermò la sua corsa. Presi i fiori comprati la sera prima, li buttai in mare e io, che sono un cattolico punto o niente praticante, recitai una preghiera. E pensai, quasi con rabbia, ad un popolo, il mio, che giorno dopo giorno diventa sempre più intollerante e, diciamolo pure, più razzista. E ricordai anche che non c’è Paese al mondo dove non ci sia, come residente, almeno un italiano.

Noi siamo un popolo segnato dall’emigrazione. Non abbiamo argomenti per essere razzisti. Certo, dovremmo avere più memoria. Alla fine dell’800 e per la prima parte del ‘900, l’esodo degli italiani verso gli altri mondi non subì pause. Nel 1883, a Glasgow, fu costruita una nave, la Sirio, proprio per trasportare gli emigrati italiani dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. La Sirio, per anni, fece la navetta tra Genova e l’America del Sud: Brasile, Uruguay, Argentina. Il 2 agosto del 1906 partì da Genova con la stessa rotta, ma non arrivò mai nel porto di Plata: il comandante fece male i suoi calcoli e la Sirio andò a schiantarsi sulle secche che stanno davanti a Capo Palos, sulla costa meridionale della Spagna.

L’impatto fu forte, le caldaie esplosero e, a parte una trentina di disperati che si salvarono nuotando fino alla costa, tutti gli altri morirono. Il bilancio fu di 500 morti. Francesco De Gregori, nel 1972, scrisse una canzone per ricordare questo naufragio. O meglio, riscrisse una canzone che era conosciuta tra gli emigranti del Nord Italia, quelli che si imbarcavano sulla Sirio.

Da Genova, il Sirio partivano
per l’America varcare, varcare i confin
e da bordo cantar si sentivano
tutti allegri del suo, del suo destin
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
Tutto il Sirio un orribile scoglio
di tanta gente la mise, la misera fin.
Padri e madri bracciava i suoi figli
che sparivano tra le onde, le onde del mar
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua be…, la sua benedizion

(Foto: Igor Petyx)

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L’albergo dove si dorme fra capolavori

Annidato in una baia della costa settentrionale, a Castel di Tusa, l’Atelier sul Mare non è un art hotel qualsiasi

Sull’albergo d’arte Atelier sul Mare, si è già scritto tanto. Io stessa ho pubblicato un articolo sulla rivista Ulysse e su Le Monde.fr. Devozione alla bellezza, si può leggere in grosse lettere appena si entra nella hall dell’albergo. La bellezza, si trova in effetti nelle 23 camere d’arte, ognuna realizzata da un artista contemporaneo diverso. Ma questa sorprendente, incredibile, immensa creatività non deve far dimenticare la gentilezza. L’enorme gentilezza di tutta l’équipe di Antonio Presti, il geniale padrone dei luoghi.

Infatti, questo albergo, di certo unico al mondo, situato a Castel di Tusa, sulla costa tra Messina e Palermo, brilla non solo per le sue camere d’arte e la posizione di fronte al mare, a qualche metro appena  di una bella spiaggia di ciottoli dalle acque turchesi. Splende ancora di più per l’accoglienza calorosa e conviviale, da Simona e Paolo alla reception oppure Adriana e Marco, il direttore commerciale, fino al cameriere al bar che ti scrive su un pezzetto di carta il titolo del brano che ti è piaciuto tanto mentre sorseggiavi un bicchiere di vino bianco di fronte al mare. Avevo dimenticato quanto ci si sente come un re o una regina qui. Come un amico di famiglia. Tutto il personale, attento e premuroso, ce la mette tutta per farti sentire come a casa tua.

Dalla mia ultima visita, quattro nuove camere si sono aggiunte alla straordinaria collezione di questo albergo d’arte. Questa volta, ho scelto la “Stanza dell’Opra”, la camera concepita da Mimmo Cuticchio, il famoso marionettista dell’Opera dei pupi, quel teatro tradizionale di Sicilia, iscritto al patrimonio culturale e immateriale dell’umanità dell’Unesco dal 2008. Dormire in un’opera d’arte, immersa nell’universo colorito dei pupi siciliani, per forza furono sogni d’oro!

Altre belle novità mi aspettavano, come la Spa aperta da un anno nella suite chiamata “Hammam”, dove ogni fine settimana si può scegliere tra una lunga lista di cure e massaggi; oppure il lounge bar e la sua ricchissima collezione di libri d’arte; il ristorante d’estate in riva al mare; la galleria d’arte accanto alla hall che regolarmente ospita mostre; l’artista ceramista intenta a modellare davanti a te le opere poi vendute nella boutique; e naturalmente le visite delle camere d’arte organizzate ogni giorno alle 12, nonché un tour guidato (su richiesta) della Fiumara d’arte, il parco di sculture monumentali disseminate nelle vicine montagne dei Nebrodi.

Allora, per concludere, quando la bellezza si sposa con la gentilezza, io dico sì, mille volte sì.

(Foto: Règine Cavallaro)

Annidato in una baia della costa settentrionale, a Castel di Tusa, l’Atelier sul Mare non è un art hotel qualsiasi

Sull’albergo d’arte Atelier sul Mare, si è già scritto tanto. Io stessa ho pubblicato un articolo sulla rivista Ulysse e su Le Monde.fr. Devozione alla bellezza, si può leggere in grosse lettere appena si entra nella hall dell’albergo. La bellezza, si trova in effetti nelle 23 camere d’arte, ognuna realizzata da un artista contemporaneo diverso. Ma questa sorprendente, incredibile, immensa creatività non deve far dimenticare la gentilezza. L’enorme gentilezza di tutta l’équipe di Antonio Presti, il geniale padrone dei luoghi.

Infatti, questo albergo, di certo unico al mondo, situato a Castel di Tusa, sulla costa tra Messina e Palermo, brilla non solo per le sue camere d’arte e la posizione di fronte al mare, a qualche metro appena  di una bella spiaggia di ciottoli dalle acque turchesi. Splende ancora di più per l’accoglienza calorosa e conviviale, da Simona e Paolo alla reception oppure Adriana e Marco, il direttore commerciale, fino al cameriere al bar che ti scrive su un pezzetto di carta il titolo del brano che ti è piaciuto tanto mentre sorseggiavi un bicchiere di vino bianco di fronte al mare. Avevo dimenticato quanto ci si sente come un re o una regina qui. Come un amico di famiglia. Tutto il personale, attento e premuroso, ce la mette tutta per farti sentire come a casa tua.

Dalla mia ultima visita, quattro nuove camere si sono aggiunte alla straordinaria collezione di questo albergo d’arte. Questa volta, ho scelto la “Stanza dell’Opra”, la camera concepita da Mimmo Cuticchio, il famoso marionettista dell’Opera dei pupi, quel teatro tradizionale di Sicilia, iscritto al patrimonio culturale e immateriale dell’umanità dell’Unesco dal 2008. Dormire in un’opera d’arte, immersa nell’universo colorito dei pupi siciliani, per forza furono sogni d’oro!

Altre belle novità mi aspettavano, come la Spa aperta da un anno nella suite chiamata “Hammam”, dove ogni fine settimana si può scegliere tra una lunga lista di cure e massaggi; oppure il lounge bar e la sua ricchissima collezione di libri d’arte; il ristorante d’estate in riva al mare; la galleria d’arte accanto alla hall che regolarmente ospita mostre; l’artista ceramista intenta a modellare davanti a te le opere poi vendute nella boutique; e naturalmente le visite delle camere d’arte organizzate ogni giorno alle 12, nonché un tour guidato (su richiesta) della Fiumara d’arte, il parco di sculture monumentali disseminate nelle vicine montagne dei Nebrodi.

Allora, per concludere, quando la bellezza si sposa con la gentilezza, io dico sì, mille volte sì.

(Foto: Règine Cavallaro)

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Dolci segreti, quelle ricette sussurrate all’orecchio

Dal chiuso dei conventi di Erice, alle pasticcerie di Ragusa e Piana Degli Albanesi, la Sicilia è una miniera di delizie che solo in pochi sanno come cucinare

di Marcella Croce

Con i suoi cinque conventi di clausura, Erice era uno dei centri principali di produzione dolciaria. I conventi ericini sono oggi tutti vuoti, ma le vetrine delle pasticcerie di Maria Grammatico sono ancora piene dei loro famosi dolci. Maria li confeziona personalmente, secondo le antiche ricette apprese nell’orfanotrofio di terziarie francescane di San Carlo, dove ha passato quindici anni della sua gioventù dopo la morte del padre negli anni ‘50.

Il convento di San Carlo è stato da tempo trasformato nella sala mostre “La Salerniana”, ma sopravvive l’arte che Maria Grammatico apprese fra quelle mura austere. È una felice eccezione: molte ricette di deliziosi dolci sono state seppellite con le monache che le conoscevano. “Le crespelle di San Giuseppe sono conosciute in tutta la Sicilia sudorientale perché una suora benedettina catanese si ‘spogliò’ e ne ha diffuso la ricetta”, racconta Enzo Di Pasquale, titolare dell’omonima pasticceria di Ragusa. “Ci sono ancora 8 o 9 monache nel convento e sono tutte oltre gli ottanta. Per anni ho pregato la madre superiora di darci le loro ricette, ma non c’è stato nulla da fare”.

Un amore per i segreti che non è limitato ai soli ambienti conventuali: “Un pasticcere che lavorava nel mio laboratorio conosceva una ricetta che gli era stata trasmessa da suo padre, anch’egli pasticcere”, continua Di Pasquale. “Mi aveva detto che un giorno avrebbe fatto quei dolci, ma di notte, e solo se non ci fosse stato nessuno presente, ma poi è morto e la ricetta non la conosce nessuno, neanche i suoi figli”.

Una signora di Piana degli Albanesi che confeziona ogni anno dei meravigliosi quanto misteriosi dolci natalizi, ha confessato che la ricetta se la trasmettono solo di madre in figlia, e se la dicono all’orecchio. Verrà purtroppo inevitabilmente il momento in cui a una figlia non importerà più di ascoltare da una madre quel segreto.

Dal chiuso dei conventi di Erice, alle pasticcerie di Ragusa e Piana Degli Albanesi, la Sicilia è una miniera di delizie che solo in pochi sanno come cucinare

di Marcella Croce

Con i suoi cinque conventi di clausura, Erice era uno dei centri principali di produzione dolciaria. I conventi ericini sono oggi tutti vuoti, ma le vetrine delle pasticcerie di Maria Grammatico sono ancora piene dei loro famosi dolci. Maria li confeziona personalmente, secondo le antiche ricette apprese nell’orfanotrofio di terziarie francescane di San Carlo, dove ha passato quindici anni della sua gioventù dopo la morte del padre negli anni ‘50.

Il convento di San Carlo è stato da tempo trasformato nella sala mostre “La Salerniana”, ma sopravvive l’arte che Maria Grammatico apprese fra quelle mura austere. È una felice eccezione: molte ricette di deliziosi dolci sono state seppellite con le monache che le conoscevano. “Le crespelle di San Giuseppe sono conosciute in tutta la Sicilia sudorientale perché una suora benedettina catanese si ‘spogliò’ e ne ha diffuso la ricetta”, racconta Enzo Di Pasquale, titolare dell’omonima pasticceria di Ragusa. “Ci sono ancora 8 o 9 monache nel convento e sono tutte oltre gli ottanta. Per anni ho pregato la madre superiora di darci le loro ricette, ma non c’è stato nulla da fare”.

Un amore per i segreti che non è limitato ai soli ambienti conventuali: “Un pasticcere che lavorava nel mio laboratorio conosceva una ricetta che gli era stata trasmessa da suo padre, anch’egli pasticcere”, continua Di Pasquale. “Mi aveva detto che un giorno avrebbe fatto quei dolci, ma di notte, e solo se non ci fosse stato nessuno presente, ma poi è morto e la ricetta non la conosce nessuno, neanche i suoi figli”.

Una signora di Piana degli Albanesi che confeziona ogni anno dei meravigliosi quanto misteriosi dolci natalizi, ha confessato che la ricetta se la trasmettono solo di madre in figlia, e se la dicono all’orecchio. Verrà purtroppo inevitabilmente il momento in cui a una figlia non importerà più di ascoltare da una madre quel segreto.

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Vulcano o la musica delle pietre

Di tutte le isole Eolie, è senz’altro a Vulcano che il regno minerale esplode in tutto il suo splendore. Roccia, lava, scorie, barranco, fumarola, fango sulfureo, sabbia nera… tutto sembra pretesto per celebrare il regno della pietra

C’è naturalmente il vulcano cui il cratere principale che si erge a 380 metri è relativamente  di facile accesso. Occorre camminare un’ora lungo gli 800 metri del sentiero per raggiungere la cima. Ne vale veramente la pena perchè una volta arrivati lassù lo spettacolo che si offre alla vista è semplicemente magico. L’escursionista gode di un belvedere privilegiato sulle altre sei isole dell’arcipelago eoliano.

Il vulcano ha molto impressionato Alexandre Dumas durante il suo viaggio in Sicilia nel 1835. In “Viaggio in Sicilia”, raccontando il suo periplo eoliano, l’autore ci rivela che l’isola era allora unicamente popolata da forzati che scavavano il cratere per estrarne lo zolfo. Un lavoro da forzati, cui le condizioni di vita miserabili e disumane avevano commosso lo scrittore viaggiatore.

Vulcano vuol dire anche paesaggi unici e insoliti dove la roccia onnipresente sembra suonare in sintonia con il mare e il cielo per comporre un’immensa sinfonia di pietra. Sempre in compagnia di Giovanni e il suo indispensabile gozzo, il giro dell’isola in barca offre l’opportunità di meravigliarsi davanti ai tanti slanci del minerale. Qui, una piscina naturale. Là, una grotta profonda. Un po’ più lontano, un gigante di pietra. E passato uno sperone roccioso, una piccola baia un po’ speciale : la spiaggia dell’Asino e la sua sorprendente sabbia nera.

Infine, il clou dello spettacolo, a due passi dal porto: i bagni di fango sulfureo. Ah i famosi bagni di fango sulfureo! Tutto un universo, un altro pianeta! Un viaggio in se stesso in un set lunare! Certo, ti consiglierei di non andarci a stomaco pieno. E di indossare un vecchio costume da bagno, quello un po’ allentato che ha già fatto un paio di stagioni e dorme in fondo al cassettone. Perché l’odore dello zolfo è tenace, e anche dopo alcuni lavaggi, avrà al meglio un odore di fiammifero bruciato, al peggio di uovo marcio. Infatti, lo zolfo odora proprio questo: un orrendo effluvio uscito dritto dall’inferno, come lo pensavano gli Antichi, che ti invade le narici e ti mette lo stomaco sotto sopra. Però, passato il disgusto, un’immersione nei fanghi caldi e gorgoglianti ti porterà numerosi benefici: dimenticati i reumatismi, le difficolta respiratorie o alcune lesioni cutanee come l’acne o la psoriasi. Ne uscirai con una sensazione di profondo rilassamento ed una pelle dolce come la seta. I fanghi sulfurei possiedono proprietà terapeutiche riconosciute per curare affezioni articolari, dermatologiche e delle vie aeree.

Dopo essersi cosparsi e rilassato nel fango caldo (non più di venti minuti, dopo c’è il rischio di intossicazione), ci si tuffa nel mare vicino, dove l’acqua, in certi punti, ribolisce come in una jacuzzi naturale. Quelli che soffrono di problemi respiratori, come l’asma, non mancheranno di andare inspirare le esalazioni delle fumarole situate dietro la pozza di fango. Certo non profuma di rosa, ma è molto efficace.

La buona notizia è che la fangoterapia così come viene proposta sull’isola di Vulcano è accessibile a tutti: 2 euro l’ingresso, più un euro per la doccia, o 12 euro l’abbonamento per 7 giorni, sarebbe un vero peccato lasciarsi perdere l’occasione. Insomma, non c’è nessuna scusa per non partire a prendere cura di se stessi sull’isola di Vulcano.

Di tutte le isole Eolie, è senz’altro a Vulcano che il regno minerale esplode in tutto il suo splendore. Roccia, lava, scorie, barranco, fumarola, fango sulfureo, sabbia nera… tutto sembra pretesto per celebrare il regno della pietra

C’è naturalmente il vulcano cui il cratere principale che si erge a 380 metri è relativamente  di facile accesso. Occorre camminare un’ora lungo gli 800 metri del sentiero per raggiungere la cima. Ne vale veramente la pena perchè una volta arrivati lassù lo spettacolo che si offre alla vista è semplicemente magico. L’escursionista gode di un belvedere privilegiato sulle altre sei isole dell’arcipelago eoliano.

Il vulcano ha molto impressionato Alexandre Dumas durante il suo viaggio in Sicilia nel 1835. In “Viaggio in Sicilia”, raccontando il suo periplo eoliano, l’autore ci rivela che l’isola era allora unicamente popolata da forzati che scavavano il cratere per estrarne lo zolfo. Un lavoro da forzati, cui le condizioni di vita miserabili e disumane avevano commosso lo scrittore viaggiatore.

Vulcano vuol dire anche paesaggi unici e insoliti dove la roccia onnipresente sembra suonare in sintonia con il mare e il cielo per comporre un’immensa sinfonia di pietra. Sempre in compagnia di Giovanni e il suo indispensabile gozzo, il giro dell’isola in barca offre l’opportunità di meravigliarsi davanti ai tanti slanci del minerale. Qui, una piscina naturale. Là, una grotta profonda. Un po’ più lontano, un gigante di pietra. E passato uno sperone roccioso, una piccola baia un po’ speciale : la spiaggia dell’Asino e la sua sorprendente sabbia nera.

Infine, il clou dello spettacolo, a due passi dal porto: i bagni di fango sulfureo. Ah i famosi bagni di fango sulfureo! Tutto un universo, un altro pianeta! Un viaggio in se stesso in un set lunare! Certo, ti consiglierei di non andarci a stomaco pieno. E di indossare un vecchio costume da bagno, quello un po’ allentato che ha già fatto un paio di stagioni e dorme in fondo al cassettone. Perché l’odore dello zolfo è tenace, e anche dopo alcuni lavaggi, avrà al meglio un odore di fiammifero bruciato, al peggio di uovo marcio. Infatti, lo zolfo odora proprio questo: un orrendo effluvio uscito dritto dall’inferno, come lo pensavano gli Antichi, che ti invade le narici e ti mette lo stomaco sotto sopra. Però, passato il disgusto, un’immersione nei fanghi caldi e gorgoglianti ti porterà numerosi benefici: dimenticati i reumatismi, le difficolta respiratorie o alcune lesioni cutanee come l’acne o la psoriasi. Ne uscirai con una sensazione di profondo rilassamento ed una pelle dolce come la seta. I fanghi sulfurei possiedono proprietà terapeutiche riconosciute per curare affezioni articolari, dermatologiche e delle vie aeree.

Dopo essersi cosparsi e rilassato nel fango caldo (non più di venti minuti, dopo c’è il rischio di intossicazione), ci si tuffa nel mare vicino, dove l’acqua, in certi punti, ribolisce come in una jacuzzi naturale. Quelli che soffrono di problemi respiratori, come l’asma, non mancheranno di andare inspirare le esalazioni delle fumarole situate dietro la pozza di fango. Certo non profuma di rosa, ma è molto efficace.

La buona notizia è che la fangoterapia così come viene proposta sull’isola di Vulcano è accessibile a tutti: 2 euro l’ingresso, più un euro per la doccia, o 12 euro l’abbonamento per 7 giorni, sarebbe un vero peccato lasciarsi perdere l’occasione. Insomma, non c’è nessuna scusa per non partire a prendere cura di se stessi sull’isola di Vulcano.

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Il Monte Pellegrino a misura dei più piccoli

Alla scoperta della base di partenza degli scalatori: un’esplorazione polisensoriale adatta a tutte le età

Per il nostro secondo appuntamento vorrei iniziare con alcune considerazioni che ci saranno utili ogni volta.  Benché  in Italiano il termine  “bambino” sia maschile, noi ci riferiremo sia ai maschi che alle femmine, sulla base del fatto che non vi sono attività differenziabili in relazione al  genere, ma preferenze individuali che vengono comprese nel corso dello sviluppo e attraverso l’interazione col mondo.

Inoltre il termine si riferisce  a un arco di vita molto ampio (da pochi mesi, fino alla pre-adolescenza, intorno agli 11 anni) in cui i bisogni e gli interessi variano moltissimo; 

Indicheremo quindi, di volta in volta, un’età “preferibile” in relazione alla nostra proposta, oppure diversificheremo, se il caso, le attività e le modalità di mediazione degli adulti.

Infine vorremmo sottolineare che la finalità di questo blog non è soltanto quella di far scoprire luoghi particolari, ma di mostrare come qualunque luogo, anche molto noto, possa diventare adatto  ai bambini se lo si guarda con occhi nuovi, in funzione loro.

A questo punto possiamo  passare alla nostra proposta di oggi, che riguarda la zona di Palermo e che è consigliata per bambini dai 4 agli 11 anni.

Si tratta delle pareti di Monte Pellegrino che si trovano all’inizio della via Monte Ercta, la strada che dalla via Regina Margherita (discesa di Valdesi), a destra subito dopo il semaforo in corrispondenza della via Venere,  va verso il Santuario di Santa Rosalia. Da diversi anni è stata chiusa alle auto per pericolo di caduta massi ma, nel primo tratto, è percorribile. Imboccatela e, superata la scuola sulla sinistra, scoprirete che, sempre sulla sinistra, è possibile posteggiare. Lasciata l’auto, attraversate la strada e troverete dei comodi sentieri che, in pochi passi,  vi condurranno direttamente alle pareti strapiombanti.  Forse molti non sanno che in quel tratto di montagna si trovano più di 100 vie di arrampicata sportiva, tracciate dagli “spit” (chiodi a pressione nella parete, in cui vengono inseriti i moschettoni e la corda durante la progressione in verticale ), ciascuna con un proprio nome di battesimo, scritto con il pennarello indelebile  alla base  roccia. Grazie a vari siti web e alla pubblicazione di una bella guida ad opera di due climbers siciliani in  edizioni aggiornate, a partire dal 2002 (Massimo Cappuccio, Giuseppe Gallo “Di roccia e di sole. Arrampicate in Sicilia”, Versante Sud edizioni, 2015), il luogo è meta di arrampicatori da ogni parte d’Italia e d’Europa e potrebbe accadere di incontrarne qualcuno e di osservarlo arrampicare.

Le   pareti, alla cui base corre un sentiero battuto,  possono diventare oggetto di esplorazioni polisensoriali di diverso tipo a seconda dell’età dei bambini.

La geologia del monte, costituito con poche eccezioni. da rocce carbonatiche soggette alla dissoluzione carsica, ha infatti consentito lo sviluppo di cavità orizzontali e verticali: ci sono piccole  grotte  di diversa misura e profondità  da osservare, toccare, esplorare e intorno alle quali è possibile anche fermarsi a raccontare….

Quando ero piccola, intorno ai 5-6 anni,  mio padre, facendomi osservare i buchini a grappolo nella parete, mi diceva che erano stati creati dalle lumache …. Oppure dalle gocce d’acqua che battevano sempre nello stesso punto nei giorni di pioggia, e mi ricordo che mettevo le dita in quelle piccole cavità, chiedendomi dove fossero finite le lumache, immaginando tutto il tempo che ci avevano messo nel crearle;  ero ancora più colpita  dalla percezione  del tempo e del suo scorrere quando, tra le pietre, trovavamo dei fossili marini  che indicavano  che Monte Pellegrino era emerso dalle acque  milioni di anni prima.   

Esplorare insieme, ma anche ascoltare i bambini e seguirli nei loro pensieri, fare sorgere loro delle domande, diventa quindi, in un luogo così ricco di stimoli, un’occasione per “aprire cornici” su nuove conoscenze ed emozioni.

Con i più piccini, è inoltre  possibile avviare il “gioco del far finta”,  immaginare di essere antichi abitanti rupestri e giocare a cucinare cibi composti da foglie secche, erba e sassolini, usando dei legnetti per accendere un ipotetico fuoco  inventando storie, personaggi  e relazioni….. 

Ancora, la natura porosa della roccia e le sue caratteristiche geologiche fanno assumere alle pareti colori diversi in infinite sfumature (dal bianco al grigio chiaro e al grigio scuro, dal giallo ocra  all’arancione,  fin quasi al rosso) che variano al variare della luce nelle diverse ore del giorno e che è una meraviglia osservare e anche  provare a riprodurre e rielaborare  con i colori a cera o con i gessetti, portati con se’ da casa insieme a dei fogli di carta pacco (o comunque sufficientemente grandi per potere lasciarsi andare a gesti ampi e liberi) .

La roccia calcarea, poi, permette  alle scarpe con la suola di gomma di aderire perfettamente e, con i più grandi, è possibile provare a fare “traversate orizzontali”, a pochi centimetri da terra imparando a usare il proprio baricentro, scoprendo come spostare il peso da un piede all’altro e come progredire sfruttando anche i piccoli appigli, le fessure, i buchi.

Sempre tra le fenditure della roccia  si possono osservare le minuscole piantine e i fiori che crescono spontanei e, nelle cavità più grandi, anche a diversi metri da terra, scoprire che crescono persino alberi (prugnoli, olivi selvatici, piccoli carrubi), arbusti, agavi e vari tipi di opunzie (fichi d’india). E’ straordinario notare come le radici si facciano strada in spazi ristretti e improbabili e come le piante trovino i propri modi di crescere e sopravvivere.

Ma ci sono anche tanti animali: oltre alle lucertole e a numerosi tipi di insetti e coleotteri,  nelle pareti in alto a volte le api costruiscono il loro  alveare e, nelle cavità, fanno il  nido i colombi selvatici che si vedono nutrire  i piccoli all’inizio dell’estate.

Sollevando ulteriormente lo sguardo e tendendo le orecchie non è difficile scorgere i falchi, i gheppi o le poiane, osservare nel cielo i loro voli circolari e, se si è fortunati, le loro picchiate e ascoltare i loro tipici fischi acuti.

Le grotte più alte ospitano anche alcune colonie di chirotteri “Rhinolophus ferrumequinum”,   piccoli pipistrelli di 3- 4 cm. e dal peso tra i 17 e i 34 grammi, la cui popolazione è in diminuzione a causa dell’uso di pesticidi.  All’imbrunire sarà possibile  osservare i loro voli rapidi e raccontare ai bambini di ogni età  come funziona il loro sistema sonar per individuare  gli insetti di cui si nutrono e per schivare gli ostacoli. 

Una volta tornati a casa sarà bello fare una piccola ricerca sul web e/o utilizzare libri e riviste. e approfondire insieme l’esperienza fatta alle pareti di Valdesi 

       Buon divertimento, dunque, e alla prossima!

Alla scoperta della base di partenza degli scalatori: un’esplorazione polisensoriale adatta a tutte le età

Per il nostro secondo appuntamento vorrei iniziare con alcune considerazioni che ci saranno utili ogni volta.  Benché  in Italiano il termine  “bambino” sia maschile, noi ci riferiremo sia ai maschi che alle femmine, sulla base del fatto che non vi sono attività differenziabili in relazione al  genere, ma preferenze individuali che vengono comprese nel corso dello sviluppo e attraverso l’interazione col mondo.

Inoltre il termine si riferisce  a un arco di vita molto ampio (da pochi mesi, fino alla pre-adolescenza, intorno agli 11 anni) in cui i bisogni e gli interessi variano moltissimo; 

Indicheremo quindi, di volta in volta, un’età “preferibile” in relazione alla nostra proposta, oppure diversificheremo, se il caso, le attività e le modalità di mediazione degli adulti.

Infine vorremmo sottolineare che la finalità di questo blog non è soltanto quella di far scoprire luoghi particolari, ma di mostrare come qualunque luogo, anche molto noto, possa diventare adatto  ai bambini se lo si guarda con occhi nuovi, in funzione loro.

A questo punto possiamo  passare alla nostra proposta di oggi, che riguarda la zona di Palermo e che è consigliata per bambini dai 4 agli 11 anni.

Si tratta delle pareti di Monte Pellegrino che si trovano all’inizio della via Monte Ercta, la strada che dalla via Regina Margherita (discesa di Valdesi), a destra subito dopo il semaforo in corrispondenza della via Venere,  va verso il Santuario di Santa Rosalia. Da diversi anni è stata chiusa alle auto per pericolo di caduta massi ma, nel primo tratto, è percorribile. Imboccatela e, superata la scuola sulla sinistra, scoprirete che, sempre sulla sinistra, è possibile posteggiare. Lasciata l’auto, attraversate la strada e troverete dei comodi sentieri che, in pochi passi,  vi condurranno direttamente alle pareti strapiombanti.  Forse molti non sanno che in quel tratto di montagna si trovano più di 100 vie di arrampicata sportiva, tracciate dagli “spit” (chiodi a pressione nella parete, in cui vengono inseriti i moschettoni e la corda durante la progressione in verticale ), ciascuna con un proprio nome di battesimo, scritto con il pennarello indelebile  alla base  roccia. Grazie a vari siti web e alla pubblicazione di una bella guida ad opera di due climbers siciliani in  edizioni aggiornate, a partire dal 2002 (Massimo Cappuccio, Giuseppe Gallo “Di roccia e di sole. Arrampicate in Sicilia”, Versante Sud edizioni, 2015), il luogo è meta di arrampicatori da ogni parte d’Italia e d’Europa e potrebbe accadere di incontrarne qualcuno e di osservarlo arrampicare.

Le   pareti, alla cui base corre un sentiero battuto,  possono diventare oggetto di esplorazioni polisensoriali di diverso tipo a seconda dell’età dei bambini.

La geologia del monte, costituito con poche eccezioni. da rocce carbonatiche soggette alla dissoluzione carsica, ha infatti consentito lo sviluppo di cavità orizzontali e verticali: ci sono piccole  grotte  di diversa misura e profondità  da osservare, toccare, esplorare e intorno alle quali è possibile anche fermarsi a raccontare….

Quando ero piccola, intorno ai 5-6 anni,  mio padre, facendomi osservare i buchini a grappolo nella parete, mi diceva che erano stati creati dalle lumache …. Oppure dalle gocce d’acqua che battevano sempre nello stesso punto nei giorni di pioggia, e mi ricordo che mettevo le dita in quelle piccole cavità, chiedendomi dove fossero finite le lumache, immaginando tutto il tempo che ci avevano messo nel crearle;  ero ancora più colpita  dalla percezione  del tempo e del suo scorrere quando, tra le pietre, trovavamo dei fossili marini  che indicavano  che Monte Pellegrino era emerso dalle acque  milioni di anni prima.   

Esplorare insieme, ma anche ascoltare i bambini e seguirli nei loro pensieri, fare sorgere loro delle domande, diventa quindi, in un luogo così ricco di stimoli, un’occasione per “aprire cornici” su nuove conoscenze ed emozioni.

Con i più piccini, è inoltre  possibile avviare il “gioco del far finta”,  immaginare di essere antichi abitanti rupestri e giocare a cucinare cibi composti da foglie secche, erba e sassolini, usando dei legnetti per accendere un ipotetico fuoco  inventando storie, personaggi  e relazioni….. 

Ancora, la natura porosa della roccia e le sue caratteristiche geologiche fanno assumere alle pareti colori diversi in infinite sfumature (dal bianco al grigio chiaro e al grigio scuro, dal giallo ocra  all’arancione,  fin quasi al rosso) che variano al variare della luce nelle diverse ore del giorno e che è una meraviglia osservare e anche  provare a riprodurre e rielaborare  con i colori a cera o con i gessetti, portati con se’ da casa insieme a dei fogli di carta pacco (o comunque sufficientemente grandi per potere lasciarsi andare a gesti ampi e liberi) .

La roccia calcarea, poi, permette  alle scarpe con la suola di gomma di aderire perfettamente e, con i più grandi, è possibile provare a fare “traversate orizzontali”, a pochi centimetri da terra imparando a usare il proprio baricentro, scoprendo come spostare il peso da un piede all’altro e come progredire sfruttando anche i piccoli appigli, le fessure, i buchi.

Sempre tra le fenditure della roccia  si possono osservare le minuscole piantine e i fiori che crescono spontanei e, nelle cavità più grandi, anche a diversi metri da terra, scoprire che crescono persino alberi (prugnoli, olivi selvatici, piccoli carrubi), arbusti, agavi e vari tipi di opunzie (fichi d’india). E’ straordinario notare come le radici si facciano strada in spazi ristretti e improbabili e come le piante trovino i propri modi di crescere e sopravvivere.

Ma ci sono anche tanti animali: oltre alle lucertole e a numerosi tipi di insetti e coleotteri,  nelle pareti in alto a volte le api costruiscono il loro  alveare e, nelle cavità, fanno il  nido i colombi selvatici che si vedono nutrire  i piccoli all’inizio dell’estate.

Sollevando ulteriormente lo sguardo e tendendo le orecchie non è difficile scorgere i falchi, i gheppi o le poiane, osservare nel cielo i loro voli circolari e, se si è fortunati, le loro picchiate e ascoltare i loro tipici fischi acuti.

Le grotte più alte ospitano anche alcune colonie di chirotteri “Rhinolophus ferrumequinum”,   piccoli pipistrelli di 3- 4 cm. e dal peso tra i 17 e i 34 grammi, la cui popolazione è in diminuzione a causa dell’uso di pesticidi.  All’imbrunire sarà possibile  osservare i loro voli rapidi e raccontare ai bambini di ogni età  come funziona il loro sistema sonar per individuare  gli insetti di cui si nutrono e per schivare gli ostacoli. 

Una volta tornati a casa sarà bello fare una piccola ricerca sul web e/o utilizzare libri e riviste. e approfondire insieme l’esperienza fatta alle pareti di Valdesi 

       Buon divertimento, dunque, e alla prossima!

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I set del “Gattopardo” ieri e oggi

Una macchina fotografica può diventare un’estensione non solo dell’occhio, ma soprattutto del cervello. Ed è allora, quando la passione per la scoperta si compone con lo studio e la ricerca della bellezza, che appaiono i migliori risultati. Lo scatto diventa emozione e può raccontare una storia

Confrontare un luogo immortalato nel passato e la sua immagine attuale èelemento di grande suggestione. Lungo questo itinerario vorrei proporvi alcune di queste interessanti “sovrapposizioni”, occupandoci sempre del film “Il Gattopardo”. Nella prima “puntata” abbiamo visto come era stata del tutto reinventata la piazza principale di Ciminna, adesso confronteremo alcuni altri luoghi

Come già ricordato la volta scorsa, queste immagini tratte dal film “Il Gattopardo” non sono, in effetti, dei singoli frames, bensì giunzioni di più fotogrammi.Quando una scena è ripresa con cinepresa installata su cavalletto (che ruota, quindi, su un asse fisso), i singoli frames possono venir facilmente fusi con il medesimo software usato oggi per ottenere “foto panoramiche”. Ottenendo così un’immagine finale con un ampio angolo di campo. Ovviamente un’operazione del genere non è possibile laddove l’operatore abbia ripreso la sequenza a mano libera, ovvero abbia zoomato o carrellato. L’immagine-collage di Piana degli Albanesi ha delle parti bianche in quanto Visconti, evidentemente, non ruotò la cinepresa lungo un asse perfettamente orizzontale (in bolla) ma si spostò, anche, verso l’alto.

Ecco, dunque tre proposte di confronto fra situazioni del film e stato attuale di quello

Palermo, Piazza S. Giovanni Decollato

Palermo, Angolo piazzetta delle Vittime / via del Fondaco

Piana degli Albanesi

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Le vie dei Tesori News

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