I lingotti sommersi nei fondali di Gela tra mito e scienza

Un incontro all’Arsenale borbonico di Palermo ha fatto luce sui preziosi blocchi di oricalco rinvenuti in fondo al mare, esposti insieme a due elmi corinzi

di Guido Fiorito

L’hanno chiamato l’oro di Atlantide ed è stato trovato in lingotti nel mare di Gela. Quasi novanta pezzi di oricalco strappati all’oblio dei fondali dai subacquei, con la Soprintendenza del Mare. Uno dei successi mondiali del metodo Sebastiano Tusa, l’archeologo che sapeva unire e guidare le forze umane disponibili per ritrovare in mare gli oggetti preziosi della Sicilia antica. E poi studiarle e valorizzarle. Il collegamento con Atlantide è dato dal fatto che Platone, nel dialogo Crizia, dice che in questa isola mitica il tempio di Poseidone aveva una cerchia di mura di oricalco. Un luogo ideale, di cui non è certa neanche l’esistenza, ma che accende la fantasia: c’è un atlantide-mania con collocamenti geografici disparati, dall’Antartide al Giappone fino alle Bahamas.

L’Arsenale della Marina Regia

“L’importanza dei lingotti – spiega Valeria Li Vigni, soprintendente del Mare – è data dal fatto che si tratta di un ritrovamento unico, pochissimi gli oggetti di oricalco antico esistenti nei musei”. L’oricalco non è altro che una lega di rame e di zinco, ovvero una specie di ottone, che in antichità esisteva ma in quantità limitate, tanto da essere prezioso. Fu usato dai romani per coniare sesterzi. Da qui un incontro all’Arsenale della Marina Regia di Palermo, con l’Associazione italiana di Archeometria, dedicato ai lingotti, con la partecipazione degli studenti delle scuole gelesi, e l’illustrazione di tutti gli esperimenti scientifici ai quali sono stati sottoposti, con interventi di Eugenio Caponetti, Maria Luisa Saladino, Mario Berrettoni e Francesco Armetta. Incaricati da Tusa di verificare che non si trattasse di falsi.

I lingotti esposti all’Arsenale

L’ipotesi di partenza è che risalgano al VI secolo avanti Cristo, epoca dei relitti delle navi e di altri reperti ritrovati nei fondali gelesi. Test sono stati fatti nell’università di Palermo e di Bologna, nell’Istituto nazionale di geofisica e in Inghilterra. Le indagini non invasive, con uno spettrometro portatile a raggi X, hanno trovato una quantità di zinco, inferiore al 27 per cento, compatibile con lavorazioni antiche. Per realizzare i lingotti sono stati utilizzati tre minerali: sphalerite e smithsonite (zinco) e malachite (rame), sottoposti ad un processo di fusione oltre i mille gradi, in stampi diversi tra loro con un raffreddamento a tempi lenti. Sono stati fatti micro prelievi e sottoposti a indagini chimiche statistiche, capaci di riscontrare sostanze presenti in un milionesimo di parti.

Lingotti di oricalco

La conclusione è che il gruppo dei primi 39 lingotti trovati nel dicembre 2014 è simile per composizione a quello di 47 recuperato nel febbraio 2017. Sono divisibili in cinque-sei sottogruppi che potrebbero indicare manifatture in luoghi diversi. Stesso risultato al Rutheford Appleton Laboratory e poi nelle indagini con neutroni a Palermo. Sono state fatte ricerche sulle tracce di isotopi di piombo che fanno escludere la provenienza dei metalli da miniere anatoliche e sono compatibili con quelle sarde, dove erano disponibili i tre minerali usati. “Nei lingotti di piombo vi sono dei marchi, in questi non ne abbiamo trovati. Possiamo concludere – dice Caponetti – che i test sono compatibili con la datazione proposta a 2600 anni fa anche se non possiamo affermarlo con certezza”. L’affascinante mistero rimane.

Uno degli elmi corinzi

“Questo è solo l’inizio”, dice il sub protagonista della scoperta, Francesco Cassarino, che conosce i fondali di Gela e, soprattutto, come operano le correnti che scavano il fondo scoprendo tesori come i due elmi corinzi ritrovati mentre rotolavano sulla sabbia. Nello stesso fondale, sono stati identificati i relitti di due navi, uno riportato in superficie e l’altro protetto da una rete in attesa di trovare i finanziamenti per il recupero. Ma vi sono indizi dell’esistenza di almeno un terzo relitto. Parte dei resti della prima nave saranno esposti dal 15 febbraio a Forlì, ai Musei San Domenico, nella mostra “Ulisse. L’arte e il mito”.

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Il Museo del Liberty in cerca d’autore ricordando Villa Deliella

Fioriscono idee per realizzare un edificio nell’area dove sorgeva la dimora progettata da Ernesto Basile e demolita nel 1959

di Guido Fiorito

Idee e progetti per il Museo del Liberty a Palermo. Nel sessantesimo anniversario della distruzione di Villa Deliella, uno dei capolavori di Ernesto Basile, fioriscono idee per realizzare il museo nell’area rimasta vuota dalla demolizione iniziata il 28 novembre 1959 in piazza Croci. Un progetto che Sebastiano Tusa aveva sostenuto prima della sua tragica scomparsa e che ora trova le prime proposte, grazie ad un workshop. Protagonisti ventitré giovani progettisti, architetti e ingegneri, che si sono chiusi per quattro giorni con i loro tutor nel convento della Magione, per studiare il tema, le soluzioni e, soprattutto, la filosofia dell’intervento.

Il progetto “Sottrazione come riscatto”

Ed ecco i risultati presentati allo Steri. Comune ai quattro progetti è collegare l’area di Villa Deliella con i parchi vicini: da Villa Trabia fino al Giardino Inglese realizzando un’ampia area pedonale che unisce piazza Crispi e piazza Mordini in un unico spazio. Il traffico di via Libertà sarebbe dirottato in sotterranea. Differenti le soluzioni per il museo, anche se unite dal proposito di salvare ciò che è rimasto di Villa Deliella, invero poco, come la casa del custode e parti della recinzione. Più interessante è il proposito di recuperare il piano scantinato della villa che dovrebbe esistere, riempito di macerie, sotto la superficie che è stata adibita fino a poco tempo fa a parcheggio. La soprintendente ai Beni culturali, Lina Bellanca ha tirato fuori le carte di quel tempo: la villa era stata sottoposta a vincolo poi annullato dopo il ricorso dei proprietari. Villa Deliella fu distrutta con il proposito, poi bloccato, di costruire un palazzo di cemento. Una ferita alla città, simbolo del sacco di Palermo che distrusse, a fini speculativi, altri villini pregiati e gli agrumeti della Conca d’oro.

Rendering del progetto “Mu.Li.De.”

Villa Deliella, come ha spiegato Ettore Sessa, rappresenta un momento importante dell’opera di Basile, ovvero “l’anello mancante” del suo passaggio come innovatore nel modernismo, termine che andrebbe preferito al più conosciuto liberty. Il primo progetto di Basile per la villa è ancora tardo rinascimentale, poi la svolta: Villa Deliella diverrà il modello per molti villini liberty soprattutto a Mondello. “Dalla Manifattura tabacchi, alla Chimica Arenella fino all’area di Villa Deliella il 9,4 per cento di Palermo è costituito da aree di riciclo e di rigenerazione urbana”, ha detto Maurizio Carta e quindi occasione per “nuovi sguardi”.

Il progetto “Fundamentals”

Ed ecco i nuovi sguardi dei giovani progettisti, coordinati da Giuseppe Di Benedetto, Maria Pia Farinella e Giuseppe Trombino. Il progetto “Sottrazione come riscatto” prevede un museo ipogeo, ovvero sotto il livello del suolo, in modo da lasciare il vuoto dell’area, simbolo di ciò che è successo. “Fundamentals” propone un’area pedonale che comprende anche l’Istituto delle Croci e un edificio in parte sotterraneo. In “Onda liberty” l’area viene riempita con piante legate all’art nouveau come glicini, iris e papaveri; zona pedonale fino a via Notarbartolo. Una torre faro, da cui osservare il panorama fino al mare, caratterizza l’edificio del museo. “Mu.Li.De.”, acronimo di Museo Liberty Deliella, prevede un edificio ponte sopra i resti dei sotterranei della villa e l’eventuale sovrapposizione di altri edifici.

Il progetto “Mu.Li.De.”

Il workshop è stato finanziato dalla Regione e realizzato dall’Ordine degli Ingegneri, in collaborazione agli Ordini degli architetti e dei giornalisti, alla Soprintendenza dei Beni Culturali e all’Università degli studi di Palermo. “Il nostro liberty rimane sconosciuto ai turisti che vengono in città – dice Vincenzo Di Dio, presidente dell’Ordine degli ingegneri – . Bisogna intervenire. Questi lavori serviranno a realizzare le linee guida per il bando per il progetto del museo“. Qualcosa si muove. La commissione cultura della Regione discuterà nei prossimi giorni la realizzazione del museo Basile a Palermo ed è pronto un disegno di legge. In ogni caso bisognerà passare dall’acquisizione dell’area in possesso dell’attuale erede del principe di Deliella, ovvero Giuseppe Lanza di Scalea. In questo momento la stessa area è oggetto di lavori chiesti dal Comune al proprietario, che prevedono lo smantellamento dell’auto lavaggio e della superficie d’asfalto.

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I mobili “bonsai” del figlio d’arte

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

L’ebanista Rosario Lannino ha una passione: realizzare scrittoi e comò antichi in scala ridotta anche 3-4 volte rispetto all’originale. Vengono fuori pezzi unici realizzati con i vecchi metodi

di Laura Grimaldi

Tra l’odore del legno vecchio e la colla a caldo, Rosario Lannino ci trascorreva le giornate da bambino nella bottega del padre Domenico, ebanista come il nonno Matteo e gli zii Giovanni e Salvatore. All’uscita da  scuola raggiungeva di corsa il laboratorio di famiglia, all’epoca in corso Alberto Amedeo e oggi al civico 30 di via D’Ossuna, a un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Palermo. Guardava suo padre e intanto imparava i segreti del mestiere. Lo osservava restaurare mobili antichi o riprodurne di nuovi a regola d’arte.

Da piccoli si comincia sempre così, un po’ per gioco e un  po’ per emulazione. Si osservano i gesti dei grandi e poi si cerca di imitarli. E a volte il gioco diventa passione. È stato così per Rosario, l’unico dei tre figli di Domenico ad aver imparato l’arte di lavorare il legno. Oggi di anni ne ha 42 e il suo patrimonio di esperienza è cresciuto con lui lontano dai banchi di scuola. Da poco più di un quarto di secolo crea mobili in miniatura riutilizzando il legno vecchio. Dice di averne riprodotti almeno un centinaio.

Le stesse tecniche utilizzate dal padre, Rosario le applica su mobili di dimensioni fino a tre, quattro volte più piccoli. Comò, scrittoi e secrétaire in stile francese dalla metà del Seicento alla fine del Settecento. Un secolo e mezzo di storia dal longevo Re Sole, a Luigi XV sino alla Rivoluzione francese con  Luigi XVI e  la consorte Maria Antonietta.  “Nel Settecento, in Francia, i maestri artigiani utilizzavano le riproduzioni in scala quali prototipi dei mobili da realizzare in dimensioni reali per le dimore di sovrani e nobili”.

Ogni miniatura richiede in media un mese e mezzo di lavoro preceduto da una attenta selezione delle essenze da utilizzare sia per la struttura dei piccoli mobili sia per i preziosi intarsi che li rivestono. Siciliani i marmi sui ripiani dei comò. Ai cassetti non mancano maniglie e chiavi anch’esse fedelmente riprodotte in miniatura con l’antica tecnica della fusione a cera persa.

Creazioni d’arte per appassionati realizzate con le tecniche dei maestri artigiani del passato. Niente chiodi di ferro, ma di canna di bambù, come si faceva qualche secolo fa per i mobili di pregio. Niente impiallacciatura ma lastronatura, tecnica molto più antica per rivestire le strutture dei mobili  di uno strato di legno di una essenza pregiata.  Rosario ne conosce perfettamente le caratteristiche. “L’essenza di limone e di cipresso, resistono bene all’aggressione dei tarli” spiega. Lui che vorrebbe mettere a disposizione la sua arte per il recupero di antichi arredi in spazi pubblici, dice di avere un sogno nel cassetto: avviare corsi e laboratori di teoria e pratica per aspiranti artigiani e salvare la tradizione.

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