Quel vicolo dove nacque il padre di Frank Sinatra

La famiglia di “The Voice” si trasferì alla fine dell’Ottocento da Lercara Friddi nel capoluogo per poi imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti

di Emanuele Drago*

C’è un quartiere a Palermo che fa da cerniera ai rioni di Romagnolo e di Brancaccio e che si dipana lungo la strada che era la naturale prosecuzione, extra moenia, di via Garibaldi (un tempo nota come via Porta Thermarum). Stiamo parlando della lunga strada da cui i Mille, guidati dall’eroe dei due mondi, ebbero accesso alla città; appunto, del corso dei Mille e del quartiere chiamato Settecannoli.

La chiesa del Santissimo Salvatore in corso dei Mille

La zona, anticamente, era ricca di sorgenti, tant’è che, ancora oggi, oltre ai numerosi mulini che servivano alla molatura del sale, si possono scorgere, seppur nascoste tra le strette stradine, delle antiche strutture che fungevano da lavatoi pubblici. Uno di questi lavatoi si trova ancora sul retro della chiesa del Santissimo Salvatore, in via Cirrincione. Subito oltre la chiesa v’era una locanda, conosciuta come “Musica d’Orfeo”, che diede il toponimo alla zona, in quanto presentava all’esterno un affresco in cui era ritratto il poeta Orfeo con la lira. Inoltre, sotto l’immagine, v’era anche un pubblico abbeveratoio con sette “cannoli” (termine che in siciliano significa fontane). Fu proprio in seguito allo spostamento del corso del fiume Oreto che il quartiere si espanse. Ma il rione era anche conosciuto per via di una pietanza che lo aveva reso celebre, un piatto povero che veniva preparato soffriggendo la zucca rossa, insieme all’aglio e all’aceto: il cosiddetto “fegato dei Settecannoli”. D’altro canto, non è la prima volta che le classi più umili della città facevano di necessità virtù, trasformando i variegati ingredienti di cui disponeva la cucina mediterranea in nuove gustose pietanze.

Frank Sinatra

A proposito del quartiere Settacannoli, appare sorprendente ciò che recentemente è stato scoperto. Infatti, proprio in vicolo Musica d’Orfeo, che un tempo faceva parte della tortuosa via Settecannoli, esattamente all’allora civico 591 nacque Antonino Sinatra, il padre di “The Voice”, il grande Frank Sinatra. La scoperta è stata fatta all’ufficio anagrafe di Palermo, ed ha definitivamente fatto chiarezza su una diatriba durata parecchi anni. Quindi, contrariamente a quanto si è creduto fino a pochi anni fa, il padre di Frank Sinatra non era originario di Palagonia.

Vicolo Musica d’Orfeo a Settecannoli

La falsa origine catanese è stata svelata agli inizi del duemila da due giornalisti irlandesi, Anthony Summers e Robbyn Swan, quando, dovendo scrivere una biografia sul mitico Frank, scoprirono nei registri di Ellis Island l’origine lercarese del nonno. Ma non contenti di quanto avevano svelato, i due ricercatori irlandesi si recarono a Lercara e, grazie all’aiuto dello storico Nicolò Sangiorgio, oltre a visionare il certificato di matrimonio dei nonni di Frank, appresero un’altra notizia: che alla fine dell’Ottocento tutta quanta la famiglia Sinatra si era trasferita nel capoluogo dell’Isola. 

Certificato di nascita di Antonino Sinatra

Non passò molto che dal Comune di Palermo venne fuori l’estratto di nascita di tre dei cinque figli di Francesco Sinatra, il nonno calzolaio di “The Voice”. Ebbene, nel certificato anagrafico si evinceva che uno dei tre, ovvero Antonino – il padre di Frank Sinatra – era nato a Settecannoli il 4 maggio del 1894. Per la verità, quella di Antonino a Palermo dovette essere una permanenza breve e tormentata, se è vero che un bel giorno, ancora giovanissimo, decise d’imbarcarsi con moglie e i figli alla volta dell’America.

*Docente e scrittore

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La Palermo degli Ahrens, dagli anni d’oro alla diaspora

La storia della famiglia ebreo-tedesca, raccontat a nel libro “La luce è là” di Agata Bazzi, è stata ripercorsa in quella che un tempo era la loro dimora e da qualche anno è sede della Dia

di Antonio Schembri

Mezzo secolo, anno più anno meno. È la stagione compresa tra la fine dell’Ottocento e gli anni ‘30 del Novecento, quando la follia del nazifascismo toccò il culmine in Italia col varo delle leggi razziali, in cui Palermo, città di corti e di governi, visse la sua prolifica e mai più riaffacciatasi stagione industriale. Grandi famiglie, tutte arrivate da fuori, vi trovarono terreno fertile per svariate attività produttive, poi devastate o spinte verso il declino dalle bombe della Seconda Guerra mondiale.

Johanna Benjamin e Albert Ahrens

Dai Florio ai Ducrot, passando per la lunga cordata britannica capitanata dai Whitaker, gli Ingham e i Woodhouse. Ma a trapiantarsi nella terra “chiave di tutto”, come la cantò Goethe fu anche una famiglia ebreo-tedesca, gli Ahrens. La loro residenza, Villa Ahrens appunto, grande baglio situato a fianco della Villa Adriana nel quadrante nord di Palermo, fu una delle più belle e vivaci tra quelle che punteggiavano la piana dei Colli in quegli anni. Durante il regime fascista venne requisita dal governo e oggi, dopo un restauro che le ha riconsegnato l’antico fascino, è la sede palermitana della Dia (Direzione investigativa antimafia). Con le leggi razziali, la famiglia Ahrens la abbandonò, per sparpagliarsi in mezza Europa e non solo.

A ricostruire il mondo che ha pulsato dentro questa dimora e che ha incrociato una congiuntura politica, una situazione economica e un clima culturale particolarissimi per Palermo, è “La Luce è là”, libro scritto da Agata Bazzi, discendente della famiglia. Una saga in cui le vicende personali dei componenti di questa dinastia produttiva si mescolano con la storia. “È di fatto un libro sulla città, osservata in un periodo riguardo al quale, ancora oggi, non si scioglie il dubbio se quel suo creativo e transitorio sviluppo industriale sia stato determinato dall’arrivo di famiglie straniere con tanto di capitali da investire; oppure dal fatto che industriale Palermo in quegli anni lo fosse già, al punto da calamitare quelle famiglie da diverse zone d’Europa”, considera l’autrice, che di mestiere fa l’urbanista pubblico e che anni fa ricoprì la carica di assessore comunale.

Questione aperta e avvincente, nella quale Palermo emerge anche sotto aspetti meno conosciuti. A fine Ottocento, il capoluogo siciliano fu infatti centro di intrighi e complotti: “Chi poteva immaginare – dice Bazzi – che Mata Hari, la conturbante spia, fosse arrivata fin qui, così come i Rothschild, il Kaiser Guglielmo II e tante altre personalità della politica e della cultura internazionale. Tutti approdati a Palermo non certo per il sole e per il mare, ma per avviare complotti e stringere alleanze determinanti per la costruzione della storia d’Europa”.

Un momento della presentazione del libro

Il libro di Agata Bazzi, presentato ieri nel corso di una animata conferenza, narra la storia di una famiglia che origina da un pragmatico e promettente “Ja”: fu la risposta affermativa, fatta pervenire per telegramma dalla Germania dall’avvenente Johanna Benjamin a Albert Ahrens, giovane e intraprendente ebreo che le propose il matrimonio da Palermo, dove era arrivato per conto proprio come emigrante dalla regione di Amburgo, in cui sin da giovanissimo lavorava in una fabbrica di bottoni.

“Albert era un uomo di grande curiosità intellettuale e capacità manageriale diremmo oggi”, racconta il nipote Gabriele “Gabì” Morello, noto economista, oggi novantunenne, fondatore dell’Isida e una lunga trafila di consulenze per capi di governo di diversi stati, inclusa Cuba, dove Fidel Castro lo invitò a animare la cattedra di economia all’Università dell’Avana. A Palermo Ahrens arrivò spinto proprio dalle suggestioni letterarie di Goethe e impiantò una fiorente fabbrica di mobili, non solo in stile Biedermeier ma anche di oggetti innovativi. “Si deve a lui l’invenzione della sedia a sdraio”, tiene a precisare Morello. Ma, riprende Agata Bazzi, “fece sviluppare anche una produzione di tessuti e, come altre grandi famiglie siciliane, di vino, a cui aggiunse anche un’agenzia di cambio e una compagnia d’assicurazioni. Ma si dedicò anche all’attività diplomatica, come console dell’Uruguay”.

Villa Ahrens

Il libro trae il titolo dalla frase Lik dör, la Luce è là, iscritta sulla facciata della villa. A ispirare la scrittrice “è stato soprattutto il ritrovamento di un diario di famiglia, conservato dallo zio Gabì, pieno di racconti vergati in tedesco e yiddish”. La saga familiare che ne è venuta fuori fotografa una Palermo operosa e prospera, ormai cancellata dal tempo e in cui fondamentale fu il ruolo delle figure femminili della famiglia Ahrens: oltre all’intrepida Johanna, chiamata vezzeggiativamente Hänschen (Annuccia), saggia costruttrice di fortuna accanto al marito, le sei figlie e i due figli maschi morti giovani. Un piccolo mondo a trazione femminile, quindi, di donne di carattere e grande sensibilità nel cogliere le direzioni della società e nel governare, sull’esempio del padre, gli affari familiari, unite attorno a valori come coraggio, dignità, rigore e speranza.

Il mondo di questa famiglia ebrea fu sempre a stretto contatto con la popolazione di Palermo. Per volere di donna Johanna, molto attiva sul fronte della beneficienza, i cancelli della villa rimanevano aperti ogni giovedì per accogliere e sfamare la povera gente. Quando morì, a 105 anni, al suo funerale c’erano migliaia di persone, in larga parte del popolo. “Sebbene la diaspora ci abbia sparpagliati un po’ dappertutto, tra Parigi, Berlino, in Inghilterra a Newcastle, mentre in Italia soprattutto a Milano e a Savona, rimaniamo unitissimi”, dice Bazzi.

“C’è addirittura un componente della nostra famiglia che raggiunse la Cina per integrarvisi al punto da non tornare più in Europa e far perdere le tracce: vorremmo ritrovarlo”, conclude Morello. Ebrei erranti, ma anche intimamente palermitani. Oggi da dentro la Villa Ahrens, si inseguono prove per sgretolare la mafia. Ma tra i giardini e le mura degli ex appartamenti padronali e delle scuderie, la prova della cultura di questa famiglia e il suo contributo alla storia di Palermo non smette di aleggiare.

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I confetti alla droga nel negozio di Lucky Luciano

In piazza san Francesco d’Assisi, a Palermo, una sessantina di anni fa il boss italo americano impiantò un’anomala fabbrica di dolciumi chiusa poi di gran premura da un giorno all’altro. Quello che ne restava è un’insegna oggi cancellata da un murale assai vistoso

di Giulio Giallombardo

Oggi è uno dei quartier generali della movida, crocevia di turisti e palermitani. Un tempo nascondeva una centrale per un traffico di ben altra natura. In piazza San Francesco d’Assisi, nel cuore del centro storico, tra la chiesa e l’antica focacceria, c’è un piccolo edificio su cui da qualche anno è stato realizzato un murales. Una fanciulla in abito rosso sbuca da una porta dipinta su una parete. Ha le mani sul volto e sembra fuggire da un uomo che sta entrando dalla porta accanto. Su una sagoma, a fianco, è stato ridipinto un trompe-l’oeil che riproduce la parte superiore di una fontana barocca andata perduta, di cui esiste oggi solo la vasca.

Proprio lì, più di mezzo secolo fa, c’era un confettificio molto particolare. Non era come tutte le altre botteghe che s’incontravano tra i vicoli del centro storico, perché quell’attività era gestita da Salvatore Lucania, più noto col nome di Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della mafia. In apparenza, si trattava di uno dei tanti negozi di dolciumi della zona, ma dentro quei confetti non c’erano soltanto mandorle. Luciano, infatti, che gestiva l’attività insieme a Calogero Vizzini, considerato uno dei più importanti esponenti di Cosa nostra degli anni Cinquanta, aveva dato vita a un florido mercato di confetti, esportandoli in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti.

Lucky Luciano

L’attività si svolse negli anni in cui il boss fece ritorno in Italia, dopo essere stato espulso da Cuba nel 1947. Il confettificio aprì i battenti nel 1949, ma l’11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo su cui era scritto che in quei confetti, “due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla”. Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.

La vicenda è ricordata anche in un articolo del marzo del 1983, pubblicato su “I Siciliani”, il giornale di Giuseppe Fava, a firma di Michele Pantaleone. “La fabbrica di confetti – si legge – era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al ‘Sig. Salvatore Lucania di Lercara’, cugino del grande gangster (e suo omonimo, ndr). Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l’ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti”.

Fino a qualche anno fa, prima che la parete fosse coperta dai murales, si poteva ancora leggere la vecchia insegna del confettificio. A ricordare la storia è l’ex militante del Pci e blogger Giovanni Rosciglione, certo che il confettificio di Luciano si trovasse proprio in quell’edificio. Poche settimane fa ha scritto un post su Facebook sulla vicenda, suscitando diverse reazioni. “Prevengo qualche obiezione di chi vorrebbe interpretare quell’intervento come un segno di ‘antimafia militante’, – scrive Rosciglione, facendo riferimento alla cancellazione dell’insegna – perché tutta la via Maqueda e tutto il corso Vittorio Emanuele pullulano di negozietti di souvenir di Palermo traboccanti di Marlon Brando, Padrino, di coppole di tutti i colori… Non è certo l’indignazione antimafia che ha fatto scomparire quell’insegna. Ma solo sciatteria, ignoranza, disprezzo del rigore storico”.

Cancellare, dunque, la memoria dei luoghi se scomoda o ingombrante, oppure conservarla come testimonianza, senza ovviamente celebrarla? In questo caso la risposta è già data: dei confetti di Lucky Luciano non c’è più alcuna traccia.

In piazza san Francesco d’Assisi, a Palermo, una sessantina di anni fa il boss italo americano impiantò un’anomala fabbrica di dolciumi chiusa poi di gran premura da un giorno all’altro. Quello che ne restava è un’insegna oggi cancellata da un murale assai vistoso

 

di Giulio Giallombardo

Oggi è uno dei quartier generali della movida, crocevia di turisti e palermitani. Un tempo nascondeva una centrale per un traffico di ben altra natura. In piazza San Francesco d’Assisi, nel cuore del centro storico, tra la chiesa e l’antica focacceria, c’è un piccolo edificio su cui da qualche anno è stato realizzato un murales. Una fanciulla in abito rosso sbuca da una porta dipinta su una parete. Ha le mani sul volto e sembra fuggire da un uomo che sta entrando dalla porta accanto. Su una sagoma, a fianco, è stato ridipinto un trompe-l’oeil che riproduce la parte superiore di una fontana barocca andata perduta, di cui esiste oggi solo la vasca.

Proprio lì, più di mezzo secolo fa, c’era un confettificio molto particolare. Non era come tutte le altre botteghe che s’incontravano tra i vicoli del centro storico, perché quell’attività era gestita da Salvatore Lucania, più noto col nome di Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della mafia. In apparenza, si trattava di uno dei tanti negozi di dolciumi della zona, ma dentro quei confetti non c’erano soltanto mandorle. Luciano, infatti, che gestiva l’attività insieme a Calogero Vizzini, considerato uno dei più importanti esponenti di Cosa nostra degli anni Cinquanta, aveva dato vita ad un florido mercato di confetti, esportandoli in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti.

Lucky Luciano

L’attività si svolse negli anni in cui il boss fece ritorno in Italia, dopo essere stato espulso da Cuba nel 1947. Il confettificio aprì i battenti nel 1949, ma l’11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo su cui era scritto che in quei confetti, “due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla”. Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.

La vicenda è ricordata anche in un articolo del marzo del 1983, pubblicato su “I Siciliani”, il giornale di Giuseppe Fava, a firma di Michele Pantaleone. “La fabbrica di confetti – si legge – era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al ‘Sig. Salvatore Lucania di Lercara’, cugino del grande gangster (e suo omonimo, ndr). Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l’ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti”.

Fino a qualche anno fa, prima che la parete fosse coperta dai murales, si poteva ancora leggere la vecchia insegna del confettificio. A ricordare la storia è l’ex militante del Pci e blogger Giovanni Rosciglione, certo che il confettificio di Luciano si trovasse proprio in quell’edificio. Poche settimane fa ha scritto un post su Facebook sulla vicenda, suscitando diverse reazioni. “Prevengo qualche obiezione di chi vorrebbe interpretare quell’intervento come un segno di ‘antimafia militante’, – scrive Rosciglione, facendo riferimento alla cancellazione dell’insegna – perché tutta la via Maqueda e tutto il corso Vittorio Emanuele pullulano di negozietti di souvenir di Palermo traboccanti di Marlon Brando, Padrino, di coppole di tutti i colori… Non è certo l’indignazione antimafia che ha fatto scomparire quell’insegna. Ma solo sciatteria, ignoranza, disprezzo del rigore storico”.

Cancellare, dunque, la memoria dei luoghi se scomoda o ingombrante, oppure conservarla come testimonianza, senza ovviamente celebrarla? In questo caso la risposta è già data: dei confetti di Lucky Luciano non c’è più alcuna traccia.

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“Case chiuse”, luci rosse a Palermo

Una delle più celebri era quella “delle rose” al Politeama, ma era riservata ai più ricchi. Per i meno danarosi c’erano quelle di vicolo Marotta. Viaggio a ritroso nella città del piacere condotto dall’antropologa Flavia Corso.

di Federica Certa

La sera si andava alla Casa delle rose, al Politeama. Ma solo per clienti altolocati con denaro da spendere, alti prelati, imprenditori, i rampolli delle famiglie più in vista, che cercavano, tra i calici di champagne, i broccati e i lampadari di Murano della casa di appuntamenti più rinomata di Palermo, il viatico alla vita che l’educazione familiare non poteva dargli. Diritti e doveri: le ragazze più belle, gli arredi più costosi, servizio impeccabile da quando si varcava la soglia a quando si lasciava l’antro del piacere. Ma era obbligatorio lavarsi, prima e dopo.
Se invece i soldi erano pochi, si veniva dalle campagne o si viveva di un modesto stipendio pubblico, le aspettative calavano, il livello della casa scendeva da extralusso a medio-basso, si doveva rinunciare alla corrente elettrica e al riscaldamento in camera. A volte anche al sapone e all’asciugamano.
Cronache dalla Palermo “sommersa” del sesso a pagamento, da fine ‘800, quando aprivano le prime case chiuse, al 1958, l’anno della legge Merlin, che doveva mettere i sigilli al meretricio in appartamento e porre fine allo sfruttamento dello Stato sulle donne di vita. Ma le case chiuse, in città, non si erano estinte, e tante ne erano rimaste, abusive e più o meno nascoste.
Flavia Corso, antropologa ed esperta di tradizioni siciliane, presidente dell’associazione “Tacus”, ha studiato epoche, segreti, tariffe, soprattutto luoghi della città a luci rosse. Il tema intriga, e di storie da raccontare ce ne sono molte. Tanto che Corso ha dedicato all’argomento due anni di ricerche, partendo dai testi dello storico siciliano Antonino Cutrera, spulciando tra i documenti dell’Archivio di Stato, della Biblioteca regionale e della Questura, ma anche attingendo ai diari, alle lettere e alle testimonianze dirette di prostitute ormai abbondantemente in pensione e di clienti vegliardi, che quelle stagioni di commerci licenziosi le ricordano ancora.
“A Palermo – spiega – le aree occupate dalle circa cento case di appuntamento erano ben definite. In piazza S. Domenico, per esempio, e nel cosiddetto borgo degli Amalfitani, che corrisponde più o meno alla zona della fonderia Oretea. Questo era un vero e proprio distretto della prostituzione, che poteva contare sui clienti che sbarcavano al vicino porto. Poi c’erano via dei Candelai e soprattutto vicolo Marotta, tra corso Vittorio e via del Celso, una meta nota a molti, che fino agli anni ’70 ha ospitato case abusive. Nel centro storico il servizio era per lo più di livello medio-basso, mentre in piazza Marina e in via Lungarini c’erano due case di lusso, casa Valido e casa Igiea, che tuttavia con la seconda guerra mondiale, persa la clientela dei gerarchi fascisti, si erano ridimensionate”.
Si andava dalla prestazione “base”, da cinque minuti soltanto, alla “doppia”, che poteva arrivare anche a 15. E poi c’erano le tariffe più care, la mezz’ora e un’ora “che in pochi però – dice Corso – potevano permettersi”. Qualsiasi altra opzione era fuori dal tariffario, “dal rapporto a tre al servizio in camera. In questi e altri casi il prezzo veniva stabilito dalla maitresse”.
L’andazzo, al di là degli “optional” offerti dalle case di livello più alto, era più o meno sempre lo stesso. Le ragazze conducevano, paradossalmente, una vita monacale, “era quasi una prigione, con sporadici contatti con l’esterno e una situazione economica tutt’altro che florida”.
Poi, ogni due settimane, scattava la “quindicina” e le prostitute passavano da una casa all’altra, “per evitare che i clienti abituali si affezionassero troppo – sottolinea la studiosa – ma anche per far girare i soldi”.
Il giro di boa coincide con la prima guerra mondiale. “Prima di allora – racconta Corso – a Palermo le case erano autogestite dalle donne, che accoglievano così ragazze abbandonate dal fidanzato, violentate o ripudiate dalle famiglie, che avevano come unica alternativa alla prostituzione il monastero. Poi, con l’avvento della Grande Guerra, l’età delle prostitute si alza oltre i 35 anni, e subentrano le tenutarie. Le donne sono spesso vedove, o mogli con il marito al fronte, che devono rimboccarsi le maniche e sfamare i figli”. Ma era una vita agra. “Appena entravano erano già indebitate, perché dovevano pagare l’affitto della stanza alla maitresse. E di tasca propria acquistavano anche profumi, saponi, trucchi e abiti, insomma i ferri del mestiere”.
E qual era – se ne esisteva una – la “specificità” palermitana ? “L’accoglienza – risponde l’antropologa –. Rispetto ad altre città, da noi il cliente veniva coccolato di più, a partire dalla sala d’attesa,. Era pratica comune offrirgli da bere, biscotti e pasticcini mentre aspettava la ragazza prescelta”.

Una delle più celebri era quella “delle rose” al Politeama, ma era riservata ai più ricchi. Per i meno danarosi c’erano quelle di vicolo Marotta. Viaggio a ritroso nella città del piacere condotto dall’antropologa Flavia Corso.

di Federica Certa

La sera si andava alla Casa delle rose, al Politeama. Ma solo per clienti altolocati con denaro da spendere, alti prelati, imprenditori, i rampolli delle famiglie più in vista, che cercavano, tra i calici di champagne, i broccati e i lampadari di Murano della casa di appuntamenti più rinomata di Palermo, il viatico alla vita che l’educazione familiare non poteva dargli. Diritti e doveri: le ragazze più belle, gli arredi più costosi, servizio impeccabile da quando si varcava la soglia a quando si lasciava l’antro del piacere. Ma era obbligatorio lavarsi, prima e dopo.
Se invece i soldi erano pochi, si veniva dalle campagne o si viveva di un modesto stipendio pubblico, le aspettative calavano, il livello della casa scendeva da extralusso a medio-basso, si doveva rinunciare alla corrente elettrica e al riscaldamento in camera. A volte anche al sapone e all’asciugamano.
Cronache dalla Palermo “sommersa” del sesso a pagamento, da fine ‘800, quando aprivano le prime case chiuse, al 1958, l’anno della legge Merlin, che doveva mettere i sigilli al meretricio in appartamento e porre fine allo sfruttamento dello Stato sulle donne di vita. Ma le case chiuse, in città, non si erano estinte, e tante ne erano rimaste, abusive e più o meno nascoste.
Flavia Corso, antropologa ed esperta di tradizioni siciliane, presidente dell’associazione “Tacus”, ha studiato epoche, segreti, tariffe, soprattutto luoghi della città a luci rosse e ha organizzato una “passeggiata” di due ore e mezza alla scoperta dei vicoli, delle strade e dei palazzi dove si vendevano le prostitute palermitane. L’appuntamento è per domenica 23, a partire dalle 20.30. Iscrizioni aperte fino alle 16 del 22, chiamando il numero 320-2267975. Contributo libero.
Il tema intriga, e di storie da raccontare ce ne sono molte. Tanto che Corso ha dedicato all’argomento due anni di ricerche, partendo dai testi dello storico siciliano Antonino Cutrera, spulciando tra i documenti dell’Archivio di Stato, della Biblioteca regionale e della Questura, ma anche attingendo ai diari, alle lettere e alle testimonianze dirette di prostitute ormai abbondantemente in pensione e di clienti vegliardi, che quelle stagioni di commerci licenziosi le ricordano ancora.
“A Palermo – spiega – le aree occupate dalle circa cento case di appuntamento erano ben definite. In piazza S. Domenico, per esempio, e nel cosiddetto borgo degli Amalfitani, che corrisponde più o meno alla zona della fonderia Oretea. Questo era un vero e proprio distretto della prostituzione, che poteva contare sui clienti che sbarcavano al vicino porto. Poi c’erano via dei Candelai e soprattutto vicolo Marotta, tra corso Vittorio e via del Celso, una meta nota a molti, che fino agli anni ’70 ha ospitato case abusive. Nel centro storico il servizio era per lo più di livello medio-basso, mentre in piazza Marina e in via Lungarini c’erano due case di lusso, casa Valido e casa Igiea, che tuttavia con la seconda guerra mondiale, persa la clientela dei gerarchi fascisti, si erano ridimensionate”.
Si andava dalla prestazione “base”, da cinque minuti soltanto, alla “doppia”, che poteva arrivare anche a 15. E poi c’erano le tariffe più care, la mezz’ora e un’ora “che in pochi però – dice Corso – potevano permettersi”. Qualsiasi altra opzione era fuori dal tariffario, “dal rapporto a tre al servizio in camera. In questi e altri casi il prezzo veniva stabilito dalla maitresse”.
L’andazzo, al di là degli “optional” offerti dalle case di livello più alto, era più o meno sempre lo stesso. Le ragazze conducevano, paradossalmente, una vita monacale, “era quasi una prigione, con sporadici contatti con l’esterno e una situazione economica tutt’altro che florida”.
Poi, ogni due settimane, scattava la “quindicina” e le prostitute passavano da una casa all’altra, “per evitare che i clienti abituali si affezionassero troppo – sottolinea la studiosa – ma anche per far girare i soldi”.
Il giro di boa coincide con la prima guerra mondiale. “Prima di allora – racconta Corso – a Palermo le case erano autogestite dalle donne, che accoglievano così ragazze abbandonate dal fidanzato, violentate o ripudiate dalle famiglie, che avevano come unica alternativa alla prostituzione il monastero. Poi, con l’avvento della Grande Guerra, l’età delle prostitute si alza oltre i 35 anni, e subentrano le tenutarie. Le donne sono spesso vedove, o mogli con il marito al fronte, che devono rimboccarsi le maniche e sfamare i figli”. Ma era una vita agra. “Appena entravano erano già indebitate, perché dovevano pagare l’affitto della stanza alla maitresse. E di tasca propria acquistavano anche profumi, saponi, trucchi e abiti, insomma i ferri del mestiere”.
E qual era – se ne esisteva una – la “specificità” palermitana ? “L’accoglienza – risponde l’antropologa –. Rispetto ad altre città, da noi il cliente veniva coccolato di più, a partire dalla sala d’attesa,. Era pratica comune offrirgli da bere, biscotti e pasticcini mentre aspettava la ragazza prescelta”.

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Nuova Presenza, l’esproprio proletario in libreria

Per quasi 20 anni nella sua enorme sede liberty di via Albanese è passata tutta la città, soprattutto quella di “sinistra”. E c’era chi praticava il “free take away”

di Mario Pintagro

Era la più grande libreria di Palermo ed anche la più innovativa. Si chiamava “Nuova Presenza” ed era in via Enrico Albanese. Un nome dalla forte connotazione ideologica, mutuato dall’iniziale centro di ricerche estetiche. Siamo nel ’70, a Palermo è arrivata la contestazione studentesca, ed è tutto un fiorire di iniziative. Dibattiti, cineforum, occupazioni. E’ in questo quadro che apre la libreria, ospitata al piano terra di un palazzo liberty disegnato da Ernesto Basile, al cui ultimo piano abita il futuro vicequestore Ninni Cassarà. Si comincia con pochissimo, una stanza appena. Ma a poco a poco i vani aumentano, due, tre, quattro, fino a diventare diciassette. E’ lo spazio occupato da due appartamenti. Arredamento minimalista e in linea con la cultura del tempo. Componibili chiari di forma cubica sovrapposti, che fanno anche da piano d’appoggio. Ad aprire le porte di quel grande universo cartaceo sono Bartolomeo Manno e Calogero Gennaro. Quest’ultimo possiede l’agenzia libraria Di.li.as. e distribuisce i prodotti di Editori Riuniti, Boringhieri e Leonardo. Il sodalizio tra i due non dura molto, sarà poi Manno a tenere le redini di quella che diventerà la libreria più giovanile e frequentata della città. Non solo libreria, ma anche fucina di artisti e intellettuali. In libreria si incontrano il fondatore di Godranopoli, Francesco Carbone e il talentuoso Nicolò D’Alessandro, Michele Canzoneri e Filippo Panseca, futuro scenografo delle architettura craxiane. E’ il luogo prediletto dalla sinistra palermitana. Una libreria che abbatte gli schemi, in cui entrare, consultare liberamente i libri, magari leggerli fino in fondo, tanto, i proprietari chiudono un occhio. “E’ stato un bene enorme – ricorda Piero Onorato, che da quella libreria cominciò la sua carriera di libraio – io avevo diciott’anni e lavoravo all’Hotel delle Palme, ma colsi subito la sfida per dedicarmi a Nuova Presenza. Librerie ce n’erano tante a Palermo e la città era sicuramente più colta di adesso. Quella libreria era a settori, con i libri in bella vista. Fu la prima a favorire l’accesso alla lettura, si inventò la vendita rateale, senza gravare di interessi l’acquirente. Nessuno di noi era libraio, il mestiere lo abbiamo inventato giorno per giorno.”
Ma Nuova Presenza era anche la libreria in cui molti praticavano l’esproprio proletario, c’era il cosidetto “free take away”. Impossibile controllare diciassette stanze con due accessi distanti fra loro, senza sistemi antitaccheggio. Qualcuno, nelle stanze del Pci di corso Calatafimi, si inventò un termine che non aveva bisogno di giri di parole: “sinistra tappista”, per indicare quei compagni che rifilavano fregature, rubando ad altri compagni. Non bisogna stupirsi se oggi da Feltrinelli succede spesso che la gente sia fermata all’uscita della libreria con sottobraccio libri rubati. Il pubblico della Feltrinelli è in buona parte quello di Nuova Presenza. La libreria di Manno andò forte fino ai primi anni ’80. Nell’agosto dell’85 c’è il cambio di società e la nuova impresa non si avvale più di Piero Onorato. Nell’autunno apre Feltrinelli in via Maqueda e trova un mercato già pronto e sensibile, è proprio quello di Nuova Presenza. La nuova società che eredita il vecchio marchio degli anni ’70 tenta di reggere al cambiamento, si trasferisce in via Archimede. Non dura molto. I tempi cambiano, e con essi i gusti dei lettori e dei clienti e per Nuova Presenza, nei primi anni ’90, arriva mestamente l’ora della fine. Oggi il suo fondatore, Bartolomeo Manno, dipinge quadri con il nome di Bartman.

Per quasi 20 anni nella sua enorme sede liberty di via Albanese è passata tutta la città, soprattutto quella di “sinistra”. E c’era chi praticava il “free take away”

di Mario Pintagro

Era la più grande libreria di Palermo ed anche la più innovativa. Si chiamava “Nuova Presenza” ed era in via Enrico Albanese. Un nome dalla forte connotazione ideologica, mutuato dall’iniziale centro di ricerche estetiche. Siamo nel ’70, a Palermo è arrivata la contestazione studentesca, ed è tutto un fiorire di iniziative. Dibattiti, cineforum, occupazioni. E’ in questo quadro che apre la libreria, ospitata al piano terra di un palazzo liberty disegnato da Ernesto Basile, al cui ultimo piano abita il futuro vicequestore Ninni Cassarà. Si comincia con pochissimo, una stanza appena. Ma a poco a poco i vani aumentano, due, tre, quattro, fino a diventare diciassette. E’ lo spazio occupato da due appartamenti. Arredamento minimalista e in linea con la cultura del tempo. Componibili chiari di forma cubica sovrapposti, che fanno anche da piano d’appoggio. Ad aprire le porte di quel grande universo cartaceo sono Bartolomeo Manno e Calogero Gennaro. Quest’ultimo possiede l’agenzia libraria Di.li.as. e distribuisce i prodotti di Editori Riuniti, Boringhieri e Leonardo. Il sodalizio tra i due non dura molto, sarà poi Manno a tenere le redini di quella che diventerà la libreria più giovanile e frequentata della città. Non solo libreria, ma anche fucina di artisti e intellettuali. In libreria si incontrano il fondatore di Godranopoli, Francesco Carbone e il talentuoso Nicolò D’Alessandro, Michele Canzoneri e Filippo Panseca, futuro scenografo delle architettura craxiane. E’ il luogo prediletto dalla sinistra palermitana. Una libreria che abbatte gli schemi, in cui entrare, consultare liberamente i libri, magari leggerli fino in fondo, tanto, i proprietari chiudono un occhio. “E’ stato un bene enorme – ricorda Piero Onorato, che da quella libreria cominciò la sua carriera di libraio – io avevo diciott’anni e lavoravo all’Hotel delle Palme, ma colsi subito la sfida per dedicarmi a Nuova Presenza. Librerie ce n’erano tante a Palermo e la città era sicuramente più colta di adesso. Quella libreria era a settori, con i libri in bella vista. Fu la prima a favorire l’accesso alla lettura, si inventò la vendita rateale, senza gravare di interessi l’acquirente. Nessuno di noi era libraio, il mestiere lo abbiamo inventato giorno per giorno.”
Ma Nuova Presenza era anche la libreria in cui molti praticavano l’esproprio proletario, c’era il cosidetto “free take away”. Impossibile controllare diciassette stanze con due accessi distanti fra loro, senza sistemi antitaccheggio. Qualcuno, nelle stanze del Pci di corso Calatafimi, si inventò un termine che non aveva bisogno di giri di parole: “sinistra tappista”, per indicare quei compagni che rifilavano fregature, rubando ad altri compagni. Non bisogna stupirsi se oggi da Feltrinelli succede spesso che la gente sia fermata all’uscita della libreria con sottobraccio libri rubati. Il pubblico della Feltrinelli è in buona parte quello di Nuova Presenza. La libreria di Manno andò forte fino ai primi anni ’80. Nell’agosto dell’85 c’è il cambio di società e la nuova impresa non si avvale più di Piero Onorato. Nell’autunno apre Feltrinelli in via Maqueda e trova un mercato già pronto e sensibile, è proprio quello di Nuova Presenza. La nuova società che eredita il vecchio marchio degli anni ’70 tenta di reggere al cambiamento, si trasferisce in via Archimede. Non dura molto. I tempi cambiano, e con essi i gusti dei lettori e dei clienti e per Nuova Presenza, nei primi anni ’90, arriva mestamente l’ora della fine. Oggi il suo fondatore, Bartolomeo Manno, dipinge quadri con il nome di Bartman.

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