Canzoni di migranti: il dolore e la rabbia diventano note

Nell’atrio del convento di Sant’Antonino di Palermo concerto di due star della musica africana organizzato da Itastra, la scuola di Italiano per stranieri dell’Università

di Redazione

Loro sono diventati artisti di successo. Loro ce l’hanno fatta. L’uno, Oumar Sall, in arte F.U.L.A,dopo la scomparsa del fratello Malick in una traversata verso la Spagna e un lungo periodo in Italia; l’altro, Leuz Diwane G, vero nome Lamine Barro, nato e cresciuto a Mbao, villaggio di pescatori non lontano da Dakar. Saranno loro – collegati in streaming su un maxischermo – le star del concerto in programma oggi pomeriggio, lunedì 24 maggio, alle 15.30 a Palermo, nell’atrio di Sant’Antonino, organizzato da ItaStra, la scuola di Italiano per stranieri dell’Università di Palermo, in collaborazione con la Ong LVIA, evento del laboratorio di comunicazione “Canzoni e corpi in movimento”. Nell’atrio ad ascoltarli venti giovani migranti (numero contingentato per le norme anti Covid), alcuni dei quali minori non accompagnati arrivati sui barconi dopo essere passati dall’orrore libico.

Una studentessa di Itastra

Sono stati loro, insieme ad altri ragazzi (alcuni minori non accompagnati, altri arrivati a Palermo con regolare permesso) a costruire con i tirocinanti dell’Ateneo di Palermo un progetto di incontro fra diversità che utilizza le lingue e le canzoni per costruire legami fra persone che abitano al di qua e al di là del Mediterraneo, coinvolgendo anche decine di studenti delle scuole della città. Il laboratorio è stato promosso dalla Scuola ItaStra e dall’associazione Pluralia all’interno del progetto “L’italiano per comunicare, lavorare, partecipare”, finanziato dal Fondo asilo, migrazione e integrazione 2014-2020 (FAMI) e che ha come partner vari enti oltre al Comune di Palermo, al centro Astalli e al Pellegrino della Terra.

“Il laboratorio ha voluto fare conoscere le lingue e le canzoni, le storie e le speranze di giovani europei, africani, asiatici – dice Mari D’Agostino, direttore della Scuola ItaStra –. La cosa che ci ha colpito moltissimo è che le canzoni di migrazione, che nella tradizione musicale europea erano di nostalgia, ma di speranza e di attesa, per gli africani sono quasi sempre pezzi di dolore, morte, addio alla famiglia. Il ripetuto e onnipresente ‘I hate Lybia’ che appare su tanti fogli accanto ai loro disegni appesi alle pareti di ItaStra, dicono ciò che tutti sappiamo, e che attraverso grumi di rabbia e disperazione, è emerso a poco a poco anche utilizzando questa forma di espressione”.

Il chiostro dell’ex convento di Sant’Antonino

Un laboratorio, quello sulla musica, inserito nel più ampio programma di formazione “L’italiano per comunicare, lavorare, partecipare”, che in poco meno di due anni ha già visto 350 migranti frequentare 40 corsi, tra i quali falegnameria, ristorazione, salute, italiano per i diritti, spesso più di uno, per un totale di oltre duemila ore di docenza. Un progetto che si concluderà il prossimo dicembre, che non si è mai fermato, nonostante la pandemia, e che ha alternato – quando possibile – formazione in presenza sotto i portici di Sant’Antonino, e formazione a distanza, con una serie di video-tutorial realizzati ad hoc e con attività di supporto, come l’acquisto e la distribuzione di tablet.

Attività che si sono affiancate a tutte le altre della scuola ItaStra, che attraverso una convenzione con il Ministero dell’Istruzione, supporta con i propri materiali didattici circa mille minori stranieri non accompagnati di tutta Italia. “Unico problema insormontabile – continua Mari D’Agostino – sono stati i corsi per analfabeti, dove la didattica a distanza è sostanzialmente impossibile”. Al Covid è stato dedicato il primo laboratorio di comunicazione che si è realizzato a marzo dell’anno scorso, subito dopo l’inizio della pandemia, per informare in più di dieci lingue, oltre che sulla emergenza sanitaria, anche sugli aiuti ai migranti di Palermo.

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