Boccadifalco, il sito che conquista adulti e bambini

Dagli scavi che hanno portato alla luce i rifugi antiaerei all’hangar, fino al giardino incantato di Villa Natoli: i percorsi via terra allo scalo, tra gioco e scoperta

di Antonella Lombardi

Quando varcano il viale alberato e intravedono in fondo i primi elicotteri adagiati sul prato saltellano felici in attesa di capire come proseguirà la visita a questo posto che si apre quasi come un bosco pieno di promesse, con quella sbarra e un curioso specchio di fianco al gabbiotto di ingresso. È l’aeroporto di Boccadifalco, ex scalo militare, aperto per la prima volta al pubblico con questa edizione de Le Vie dei Tesori e rivelazione del Festival, a partire da quel volo in piper che ha fatto il tutto esaurito anche nei suoi “turni supplementari”.

Un sito che conquista trasversalmente giovani, famiglie e bambini, i primi magari per il gusto di scoprire le tracce di una storia antica che ha propaggini nel dramma del secondo conflitto mondiale, con le sue ferite ancora aperte in città e appena portate alla luce proprio a Boccadifalco, grazie agli scavi del corpo nazionale soccorso alpino e speleologico che è andato alla ricerca dei due rifugi proprio lì, grazie alle memorie di chi c’era e ricorda ancora il suono delle sirene di allarme, mentre cercava riparo. Qui era principalmente personale in servizio allo scalo a cercare scampo, ma l’attività di ricerca del corpo nazionale di soccorso alpino e speleologico ha permesso di portare alla luce anche ciò che negli anni si era stratificato e conservato sotto coltri di terra e pietre: frammenti di velivoli, pezzi di lamiera, fino alle testimonianze tangibili e in mostra proprio in uno dei due bunker, e cioè la scritta a vernice di un militare alleato, il sergente Sparly, risalente al 1943. Due distinti percorsi quelli da fare per scoprire lo scalo con Le Vie dei Tesori: uno su prenotazione, a questo link, e un altro da visitare senza obbligo di prenotazioni, con tutte le informazioni qui.

I bambini a Boccadifalco si sentono subito dei piccoli esploratori, corrono ad accalappiarsi gli elmetti colorati come tanti mattoncini lego e affastellati fuori dai due bunker della seconda guerra, appoggiano le piccole dita sulla scritta a parete del sergente Sparly, urlano di gioia alla vista di quello che in tanti chiamano “il forziere dei pirati” e che in realtà è un vecchio baule qui dal dopoguerra. In tanti poi, mano mano che si dispongono i gruppi per la visita, sono subito attratti dalla garitta verde all’ingresso e da uno specchio a figura intera posto proprio a destra dell’entrata dello scalo. Le inevitabili smorfie e boccacce quando si riflettono, prima di scoprire dalla voce degli studenti che guidano al sito di Boccadifalco che quello specchio in realtà faceva parte di un rituale quotidiano di ogni buon aviatore: “Perché ogni volta che un pilota deve mettersi in volo ha il compito di controllare che tutto sia in ordine e perfetto nella propria divisa”.

Poi l’incursione alla torre di controllo, abbarbicata su una scala, con, all’interno, quella plancia di comando piena di pulsanti e leve, svicolando, al piano inferiore, tra manichini e singolari personaggi che indossano le divise dell’aeronautica o maschere antigas che qui, svuotate da ogni incubo bellico, hanno solo il gusto dell’avventura. 

Tanti i tesori storici da scoprire nelle stanze intorno alla mostra fotografica che ritrae personaggi di ogni epoca e ruolo sbarcati qui, sbalorditi gli sguardi dei più piccoli quando scoprono nelle tabelle illustrate e nelle foto esposte gli antenati dei moderni velivoli, buffi esemplari fatti di ruote, carrucole ed eliche che spingono i più piccoli a chiedere “ma cos’è quello?”. Dalle prime “pizze” del cinema con resti di pellicola che mostrano plasticamente la costruzione e la fragilità dei film di una volta, ai residui bellici: elmetti e munizioni che raccontano una storia di luci e ombre verso la liberazione.

Poi la vista che si apre sull’orizzonte, da quella torre di controllo che domina la città, si affaccia sul mare, guarda a Montepellegrino da dove partirono le prime, temerarie, gesta del piemontese Clemente Ravetto che con poche centinaia di metri in volo si è accreditato come un pioniere dell’aviazione del Sud Italia, fino all’ultima sorpresa che diventa insieme gioco e scoperta: il giardino di Villa Natoli dove tutti, in realtà, tornano bambini, in quella giungla disordinata (che con la Villa presto sarà al centro di un corposo progetto di recupero finanziato dall’Enac) ma piena di anfratti, con un laghetto artificiale, un ponticello lillipuziano su cui giocare a rincorrersi e una piccola cavità che con un po’ di generosità viene chiamata “camera dello scirocco” ma che diventa un pretesto per giocare a nascondino improvvisandosi piccoli Indiana Jones.

Qui l’idea del giardino informale all’inglese incrocia specie mediterranee, regalando un piccolo angolo di bosco incantato. Intorno, ciclamini selvatici dal rosa acceso sbucano tra le rocce, le monstere indisturbate per anni, si sono arrampicate con le loro foglie tipicamente forate alle radici di cactus, ficus e magnolie dai rami quasi mostruosi, regalando uno scenario da giungla e inaspettate liane con le quali giocare trasformandosi in Tarzan o Mowgli.

Infine, la visita all’hangar riporta in scala maggiore i sogni dei bambini, dai più piccoli agli adolescenti, con i caccia militari in bella vista, i piper colorati e i velivoli più sportivi parcheggiati in questo enorme capannone in cui continuare a sognare. Magari chissà, di fare poi il pilota. Almeno per un giorno, con gli occhi rivolti alle nuvole.

Dagli scavi che hanno portato alla luce i rifugi antiaerei all’hangar, fino al giardino incantato di Villa Natoli: i percorsi via terra allo scalo, tra gioco e scoperta

di Antonella Lombardi

Quando varcano il viale alberato e intravedono in fondo i primi elicotteri adagiati sul prato saltellano felici in attesa di capire come proseguirà la visita a questo posto che si apre quasi come un bosco pieno di promesse, con quella sbarra e un curioso specchio di fianco al gabbiotto di ingresso. È l’aeroporto di Boccadifalco, ex scalo militare, aperto per la prima volta al pubblico con questa edizione de Le Vie dei Tesori e rivelazione del Festival, a partire da quel volo in piper che ha fatto il tutto esaurito anche nei suoi “turni supplementari”. Un sito che conquista trasversalmente giovani, famiglie e bambini, i primi magari per il gusto di scoprire le tracce di una storia antica che ha propaggini nel dramma del secondo conflitto mondiale, con le sue ferite ancora aperte in città e appena portate alla luce proprio a Boccadifalco, grazie agli scavi del scavi del corpo nazionale di soccorso alpino e speleologico che è andato alla ricerca dei due rifugi proprio lì, grazie alle memorie di chi c’era e ricorda ancora il suono delle sirene di allarme, mentre cercava riparo.

Qui era principalmente personale in servizio allo scalo a cercare scampo, ma l’attività di ricerca del corpo nazionale soccorso alpino e speleologico ha permesso di portare alla luce anche ciò che negli anni si era stratificato e conservato sotto coltri di terra e pietre: frammenti di velivoli, pezzi di lamiera, fino alle testimonianze tangibili e in mostra proprio in uno dei due bunker, e cioè la scritta a vernice di un militare alleato, il sergente Sparly, risalente al 1943. Due distinti percorsi quelli da fare per scoprire lo scalo con Le Vie dei Tesori: uno su prenotazione, a questo link, e un altro da visitare senza obbligo di prenotazioni, con tutte le informazioni qui.

I bambini a Boccadifalco si sentono subito dei piccoli esploratori, corrono ad accalappiarsi gli elmetti colorati come tanti mattoncini lego e affastellati fuori dai due bunker della seconda guerra, appoggiano le piccole dita sulla scritta a parete del sergente Sparly, urlano di gioia alla vista di quello che in tanti chiamano “il forziere dei pirati” e che in realtà è un vecchio baule qui dal dopoguerra. In tanti poi, mano mano che si dispongono i gruppi per la visita, sono subito attratti dalla garitta verde all’ingresso e da uno specchio a figura intera posto proprio a destra dell’entrata dello scalo. Le inevitabili smorfie e boccacce quando si riflettono, prima di scoprire dalla voce degli studenti che guidano al sito di Boccadifalco che quello specchio in realtà faceva parte di un rituale quotidiano di ogni buon aviatore: “Perché ogni volta che un pilota deve mettersi in volo ha il compito di controllare che tutto sia in ordine e perfetto nella propria divisa”.

Poi l’incursione alla torre di controllo, abbarbicata su una scala, con, all’interno, quella plancia di comando piena di pulsanti e leve, svicolando, al piano inferiore, tra manichini e singolari personaggi che indossano le divise dell’aeronautica o maschere antigas che qui, svuotate da ogni incubo bellico, hanno solo il gusto dell’avventura. 

Tanti i tesori storici da scoprire nelle stanze intorno alla mostra fotografica che ritrae personaggi di ogni epoca e ruolo sbarcati qui, sbalorditi gli sguardi dei più piccoli quando scoprono nelle tabelle illustrate e nelle foto esposte gli antenati dei moderni velivoli, buffi esemplari fatti di ruote, carrucole ed eliche che spingono i più piccoli a chiedere “ma cos’è quello?”. Dalle prime “pizze” del cinema con resti di pellicola che mostrano plasticamente la costruzione e la fragilità dei film di una volta, ai residui bellici: elmetti e munizioni che raccontano una storia di luci e ombre verso la liberazione.

Poi la vista che si apre sull’orizzonte, da quella torre di controllo che domina la città, si affaccia sul mare, guarda a Montepellegrino da dove partirono le prime, temerarie, gesta del piemontese Clemente Ravetto che con poche centinaia di metri in volo si è accreditato come un pioniere dell’aviazione del Sud Italia, fino all’ultima sorpresa che diventa insieme gioco e scoperta: il giardino di Villa Natoli dove tutti, in realtà, tornano bambini, in quella giungla disordinata (che con la Villa presto sarà al centro di un corposo progetto di recupero finanziato dall’Enac) ma piena di anfratti, con un laghetto artificiale, un ponticello lillipuziano su cui giocare a rincorrersi e una piccola cavità che con un po’ di generosità viene chiamata “camera dello scirocco” ma che diventa un pretesto per giocare a nascondino improvvisandosi piccoli Indiana Jones.

Qui l’idea del giardino informale all’inglese incrocia specie mediterranee, regalando un piccolo angolo di bosco incantato. Intorno, ciclamini selvatici dal rosa acceso sbucano tra le rocce, le monstere indisturbate per anni, si sono arrampicate con le loro foglie tipicamente forate alle radici di cactus, ficus e magnolie dai rami quasi mostruosi, regalando uno scenario da giungla e inaspettate liane con le quali giocare trasformandosi in Tarzan o Mowgli.

Infine, la visita all’hangar riporta in scala maggiore i sogni dei bambini, dai più piccoli agli adolescenti, con i caccia militari in bella vista, i piper colorati e i velivoli più sportivi parcheggiati in questo enorme capannone in cui continuare a sognare. Magari chissà, di fare poi il pilota. Almeno per un giorno, con gli occhi rivolti alle nuvole.

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