I pennacchi, l’hidalga e il gioco televisivo

Una giovane ed esuberante palermitana partecipa ad una nota trasmissione su Rai Uno, mettendo a dura prova la pazienza del presentatore e scatenando la rete con migliaia di commenti sui social

Inalbera pennacchi che non ha. Mi piace moltissimo, questo modo di dire. Che uso spesso, scrivendo, ma che non è mio ma di uno dei miei maestri di giornalismo, Anselmo Calaciura. Lo tirò fuori a proposito di uno spettacolo il cui esito voleva apparire molto più grande, sproporzionato rispetto all’impegno che vi si era profuso, e allo stesso proposito iniziale. Insomma, voler far credere, come si dice con una felicissima locuzione dialettale, che “’u piruocchiu avi ’a tùssi”: pensate, chi potrebbe mai immaginare quel fastidioso esserino che espettora?

Inalberare pennacchi che non si hanno è tipico di certi siciliani, anche se quelli che più conosco, per origine, sono palermitani. È probabilmente una questione genetica. Lavorando però di fantasia più che di scienza, azzardo che questo voler farsi credere grandi, temerari, invincibili, migliori di chi ci sta accanto, derivi da certa “spagnoleria” che abbiamo nel sangue, un gene per l’appunto che origina e scorre, suppongo, da piazza Bologni e la statua di Carlo V e si perde per rivoli in strade e piazze, per secoli e generazioni, roba che non si può certo rilevare con analisi cliniche ma comportamentali sì.

Abbiamo un po’ tutti qualcosa dell’hidalgo, confessiamolo, chi più chi meno. Ci sentiamo fuori proporzione in un mondo che ci sta un po’ stretto, che pare non accorgersi del nostro valore, che lo ridimensiona (come si permette?), che non sollecita a dovere il nostro protagonismo, che ci sta ad ascoltare, sì, ma con distrazione. E chi siamo noi per essere oltraggiati da tutto questo? Magari non lo sappiamo esattamente, ma pretendiamo comunque un’attenzione diametralmente opposta. Inalberando pennacchi che non abbiamo.

Capita adesso che il virus scorra – forse non occasionalmente – anche dentro la formosa concorrente palermitana ad un gioco a premi televisivo, uno di quelli che vanno per la maggiore, della fascia dell’access prime time, per i comuni mortali quella che va – per noi del Sud – tra la prima cucchiaiata di minestra e il primo boccone di spezzatino. Lo si capisce già dall’esordio che la concorrente tracimerà, sbanderà pericolosamente dalla sua carreggiata fino ad invadere (perfino) quella del conduttore-padrone di casa (come a dire “Amedeus – ne storpia anche il nome d’arte con disappunto di quello – ma tu chi credi d’essere, sono io, qui, stasera la protagonista”). La trasmissione la fate voi, diceva d’altronde il “bravo presentatore” Frassica a “Indietro tutta”.

La panormita impennacchiata non s’accorge nemmeno che sta virando la sua performance al negativo, non solo d’immagine ma anche di strategia del gioco e dunque di soldi, di possibile vincita. O magari se ne accorge e comunque se ne frega. Sbaglia – d’accordo, in un meccanismo basato sull’intuizione – ma sembra addirittura farlo apposta, prende di petto il presentatore, i suoi interlocutori (i “soliti ignoti”) e il pubblico in studio (che rumoreggia stavolta esageratamente per fronteggiare l’esagerazione della concorrente stessa), con incontinente tracotanza sfida tutto e tutti allo sfinimento, alla perdita della pazienza, al prolasso di ogni umana volontà di recupero della psicofarsa che sta inscenando. “Non vedo l’ora di finire questa puntata”, sbotta infatti Amedeus (con la “e”).

E ovviamente in tempo reale si scatena la rete tra migliaia di post, commenti, emoticon, hashtag, per gran parte di conterranei magari anch’essi ogni tanto rodomonteschi nella “vita comune” ma in televisione no, quella scatola lì amplifica tutto e c’è un limite anche all’ipertrofia dell’ego che è una patologia che nel mondo in pollici solo i professionisti del talk show possono permettersi.

La battaglia è perduta e con essa i milioni in gettoni d’oro messi a gentile disposizione dell’hidalga dall’azienda radiotelevisiva di Stato. Ma per lei non la battaglia ma addirittura la guerra è vinta, anche senza bottino alcuno, le pale dei mulini a vento dell’altrui supponenza sono a brandelli mentre i suoi pennacchi svettano comunque, anche se non ci sono, al soffio tempestoso di una impopolarissima popolarità.

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Vucciria, Sant’Agata e la salsa di pomodoro

Tanti i cori di sdegno per una campagna pubblicitaria di sughi pronti, ispirata ai luoghi comuni siciliani, ma gli stereotipi sono sempre stati pane del miglior impasto per i fabbricatori di réclame

Ci attacchiamo al pelo o lo cerchiamo nell’uovo. Meglio, nella salsa. Più precisamente in quella di pomodoro datterino. Come siamo suscettibili, per non dire permalosi. Arriva la Barilla e lancia una campagna pubblicitaria dei suoi nuovi sughi pronti, mirata, casa per casa, si potrebbe esagerare per amore di semicitazione. Comun denominatore la dolcezza del prodotto che viene però paragonata “ai colori della Vucciria” (per la capitale dell’Isola) o alla “mattina del 5 febbraio” (per la città ai piedi dell’Etna). Apriti cielo! Via ai cori di sdegno, all’identità camuffata ad uso slogan o addirittura tradita, alla critica impietosa ad un passato che non è più presente o addirittura ad un sentimento religioso che non si può certo paragonare al condimento per un piatto di spaghetti (rigorosamente numero 5, ca va sans dire).

Al di là dello stantio sbuffare con retropensiero polemico-politico (l’immondizia, il degrado dei centri storici, la pubblica incuria sia per Palermo che per Catania) ci si pongono quesiti da non dormirci la notte. Si sono accertati, i pubblicitari della Barilla, che alla Vucciria ci sia ancora un rosso così dolce come quello della salsa che producono? E hanno mai testato di persona la dolcezza dell’alba agatina (il 5 febbraio è il giorno in cui culminano i festeggiamenti per la patrona) sulla quale sfoderano tutta questa sapienza? Sanno che le “balate” del popolare mercato di Palermo – sempre meno mercato ma isola dello street food – sono per lo più asciutte contraddicendo una rappresentazione classica che le voleva sempre bagnate (dall’acqua che i commercianti gettavano sui pesci o sulle verdure per renderne più vividi per l’appunto i colori oltre che la presunta freschezza)? Cosa possono intuire di quel sentire misto sacro-profano che accompagna i catanesi nei giorni della loro Santa ed in specie nell’ultimo, di quella dolcezza sudata e sfinita, di quel rosso passione mistica che anima ancora come per miracolo quell’epilogo di festa?

Ci sono occasioni in cui i siciliani inalberano un orgoglio degno di miglior causa. D’altronde il luogo comune è sempre stato – nella sua accezione tout court, di semplice citazione iconografica o verbale, o nella sua mutazione parodistica – pane del miglior impasto per i fabbricatori di réclame, materia prima da inzuppare (proprio come si fa con il pane nella salsa di pomodoro bollente che ha appena finito di borbottare nel tegame) nella loro fantasia. Che poi il risultato sia stato più o meno felice, questo attiene alla bravura del pubblicitario, all’efficacia del messaggio.

Avessimo sempre questa così autorevole consapevolezza di noi, coltivassimo sempre questa vis polemica, non dovremmo aver più fiato, allora, per recriminare contro Dolce & Gabbana – per fare un esempio che oggi suona, vedi caso, un po’ crudele dopo il recente “affaire” cinese – visto che da almeno un ventennio i due stilisti (e Dolce è siculo di Polizzi) offrono – tra pubblicità e sfilate – una visione arcaico-folkloristica della Sicilia, con scialli per le donne e coppole per i maschi e fichidindia e colonne di templi greci in mezzo ai quali infilare abiti da sera, borsette, profumi e quant’altro. Non dovremmo più rivedere (anzi, dovremmo bandire dai nostri archivi) tutti gli sketches storici dei grandi comici che hanno irriso i difetti antropologico-lessicali del prototipo isolano. Certo si potrebbe applaudire, al contrario, a tentativi defolclorizzanti come quelli esperiti da altri artisti o creativi, come ha fatto Emma Dante mettendo in scena non solo i suoi estemporanei “mafiosi” di “Cani di bancata” ma confrontandosi con quel capolavoro del verismo musicale che è “Cavalleria rusticana” che dal Comunale di Bologna sta adesso girando per altri teatri lirici, e dove la tragica domenica di Pasqua di Turiddu e Alfio è improntata a una tale scarnificazione, a un tale rifiuto dell’iconografia tradizionale che collasserebbero fragorosamente ruote e paracarri del vecchio, ipercolorato carretto che una volta si portava in scena con cavallo vivente.

Un passo indietro, dunque, per favore. Sempre di una salsa di pomodoro stavolta si tratta. E se proprio vogliamo amorevolmente preservare, se non vogliamo che si creino equivoci, se non ci piace sentirci scalfiti nella sensibilità identitaria, attrezziamoci per dare un senso presente al passato, criticamente, senza bollori da consorterie, curve sud e fan club.

Tanti i cori di sdegno per una campagna pubblicitaria di sughi pronti, ispirata ai luoghi comuni siciliani, ma gli stereotipi sono sempre stati pane del miglior impasto per i fabbricatori di réclame

Ci attacchiamo al pelo o lo cerchiamo nell’uovo. Meglio, nella salsa. Più precisamente in quella di pomodoro datterino. Come siamo suscettibili, per non dire permalosi. Arriva la Barilla e lancia una campagna pubblicitaria dei suoi nuovi sughi pronti, mirata, casa per casa, si potrebbe esagerare per amore di semicitazione. Comun denominatore la dolcezza del prodotto che viene però paragonata “ai colori della Vucciria” (per la capitale dell’Isola) o alla “mattina del 5 febbraio” (per la città ai piedi dell’Etna). Apriti cielo! Via ai cori di sdegno, all’identità camuffata ad uso slogan o addirittura tradita, alla critica impietosa ad un passato che non è più presente o addirittura ad un sentimento religioso che non si può certo paragonare al condimento per un piatto di spaghetti (rigorosamente numero 5, ca va sans dire).

Al di là dello stantio sbuffare con retropensiero polemico-politico (l’immondizia, il degrado dei centri storici, la pubblica incuria sia per Palermo che per Catania) ci si pongono quesiti da non dormirci la notte. Si sono accertati, i pubblicitari della Barilla, che alla Vucciria ci sia ancora un rosso così dolce come quello della salsa che producono? E hanno mai testato di persona la dolcezza dell’alba agatina (il 5 febbraio è il giorno in cui culminano i festeggiamenti per la patrona) sulla quale sfoderano tutta questa sapienza? Sanno che le “balate” del popolare mercato di Palermo – sempre meno mercato ma isola dello street food – sono per lo più asciutte contraddicendo una rappresentazione classica che le voleva sempre bagnate (dall’acqua che i commercianti gettavano sui pesci o sulle verdure per renderne più vividi per l’appunto i colori oltre che la presunta freschezza)? Cosa possono intuire di quel sentire misto sacro-profano che accompagna i catanesi nei giorni della loro Santa ed in specie nell’ultimo, di quella dolcezza sudata e sfinita, di quel rosso passione mistica che anima ancora come per miracolo quell’epilogo di festa?

Ci sono occasioni in cui i siciliani inalberano un orgoglio degno di miglior causa. D’altronde il luogo comune è sempre stato – nella sua accezione tout court, di semplice citazione iconografica o verbale, o nella sua mutazione parodistica – pane del miglior impasto per i fabbricatori di réclame, materia prima da inzuppare (proprio come si fa con il pane nella salsa di pomodoro bollente che ha appena finito di borbottare nel tegame) nella loro fantasia. Che poi il risultato sia stato più o meno felice, questo attiene alla bravura del pubblicitario, all’efficacia del messaggio.

Avessimo sempre questa così autorevole consapevolezza di noi, coltivassimo sempre questa vis polemica, non dovremmo aver più fiato, allora, per recriminare contro Dolce & Gabbana – per fare un esempio che oggi suona, vedi caso, un po’ crudele dopo il recente “affaire” cinese – visto che da almeno un ventennio i due stilisti (e Dolce è siculo di Polizzi) offrono – tra pubblicità e sfilate – una visione arcaico-folkloristica della Sicilia, con scialli per le donne e coppole per i maschi e fichidindia e colonne di templi greci in mezzo ai quali infilare abiti da sera, borsette, profumi e quant’altro. Non dovremmo più rivedere (anzi, dovremmo bandire dai nostri archivi) tutti gli sketches storici dei grandi comici che hanno irriso i difetti antropologico-lessicali del prototipo isolano. Certo si potrebbe applaudire, al contrario, a tentativi defolclorizzanti come quelli esperiti da altri artisti o creativi, come ha fatto Emma Dante mettendo in scena non solo i suoi estemporanei “mafiosi” di “Cani di bancata” ma confrontandosi con quel capolavoro del verismo musicale che è “Cavalleria rusticana” che dal Comunale di Bologna sta adesso girando per altri teatri lirici, e dove la tragica domenica di Pasqua di Turiddu e Alfio è improntata a una tale scarnificazione, a un tale rifiuto dell’iconografia tradizionale che collasserebbero fragorosamente ruote e paracarri del vecchio, ipercolorato carretto che una volta si portava in scena con cavallo vivente.

Un passo indietro, dunque, per favore. Sempre di una salsa di pomodoro stavolta si tratta. E se proprio vogliamo amorevolmente preservare, se non vogliamo che si creino equivoci, se non ci piace sentirci scalfiti nella sensibilità identitaria, attrezziamoci per dare un senso presente al passato, criticamente, senza bollori da consorterie, curve sud e fan club.

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L’eterno pareggio Halloween-cannistru

Le due tradizioni della festa di Ognissanti convivono ormai senza scossoni, anche se le opposte “tifoserie” continuano a vivere di certi eccessi folcloristici da curva allo stadio

E così anche per quest’anno può andare in archivio l’eccitantissima gara tra seguaci delle tradizioni popolari indigene, i fans del “cannistru”, ed estimatori della notte di Halloween, zucche e streghe come ne piovessero. Consueto e scontato pareggio, come se le due fazioni fossero due squadre di calcio che, sfiancate dai soliti rumors prepartita, si fossero messe d’accordo già prima di arrivare negli spogliatoi, l’una intenta a impastare in una leziosità da focolare frutti di pasta di mandorla e ad abbuffarsi di te-tù, l’altra a spargere sui volti dei giocatori chili di orrorifico trucco e ad accendere zucche di dubbia funzionalità elettrica, dal pianerottolo allo sparecchiatavola.

Diciamoci la verità: le due cose convivono ormai senza scossoni anche se le opposte tifoserie continuano a vivere – specialmente sui social – di quegli eccessi folcloristici da curva allo stadio che talvolta rasentano l’ammissione di diritto nell’antologia del patetico.

Difendiamo le nostre tradizioni!, al bando le americanate!, tuonano da una parte. Tenetevi pure le vostre tradizioni, noi ci divertiamo così, replicano con minor foga manichea dall’altra. E quando dalle parole si minaccia di passare ai fatti, le fazioni autarchiche intimoriscono promettendo porte sbattute in faccia (se non peggio) contro le raffiche di scampanellate “dolcetto-scherzetto” brandite da quelle Usa-friendly come una condanna biblica, peggio dell’invasione delle cavallette.

Come tutte le tenzoni di casa nostra, anche questa, nel finale travolgente, s’impasta di tarallucci e vino (offerti dai tradizionalisti visto che taralli e moscato fan parte del commemorativo menù dei “morti”) o di pumpkin pie e mele caramellate (elergiti per ricambiare dagli innovatori che tanto innovatori poi non sono visto che quell’altra festa ha antichissime origini irlandesi).

Insomma, verrebbe da celebrare tutto con una pupaccena a forma di zucca o con una muffoletta formato McDonald’s visto che alla fine la gara appare, nonostante i toni, sempre equilibrata come direbbero i meno originali tra i commentatori sportivi. In fondo, credenza è una, credenza è l’altra, brividi da suggestione li trasmette l’una quanti ne trasmette l’altra (i defunti che fanno il “grattino” ai piedi mentre dormi aveva forse effetti meno tachicardici dell’improvvisa epifania della maschera di Ghostface in “Scream”?).

E dunque, 1 a 1 e palla al centro. Le ostilità si riaprono fra un anno da Facebook ad Instagram, dai dibattiti in tv private a qualche pomeriggio pseudoconvegnistico. Amenità tra vivi, cosette di questo mondo. Nell’altro, che proprio questi giorni evocano, mica se ne prendono cura: “Nuje simmo serie…”, faceva dire Totò ai trapassati.

Le due tradizioni della festa di Ognissanti convivono ormai senza scossoni, anche se le opposte “tifoserie” continuano a vivere di certi eccessi folcloristici da curva allo stadio

E così anche per quest’anno può andare in archivio l’eccitantissima gara tra seguaci delle tradizioni popolari indigene, i fans del “cannistru”, ed estimatori della notte di Halloween, zucche e streghe come ne piovessero. Consueto e scontato pareggio, come se le due fazioni fossero due squadre di calcio che, sfiancate dai soliti rumors prepartita, si fossero messe d’accordo già prima di arrivare negli spogliatoi, l’una intenta a impastare in una leziosità da focolare frutti di pasta di mandorla e ad abbuffarsi di te-tù, l’altra a spargere sui volti dei giocatori chili di orrorifico trucco e ad accendere zucche di dubbia funzionalità elettrica, dal pianerottolo allo sparecchiatavola.

Diciamoci la verità: le due cose convivono ormai senza scossoni anche se le opposte tifoserie continuano a vivere – specialmente sui social – di quegli eccessi folcloristici da curva allo stadio che talvolta rasentano l’ammissione di diritto nell’antologia del patetico.

Difendiamo le nostre tradizioni!, al bando le americanate!, tuonano da una parte. Tenetevi pure le vostre tradizioni, noi ci divertiamo così, replicano con minor foga manichea dall’altra. E quando dalle parole si minaccia di passare ai fatti, le fazioni autarchiche intimoriscono promettendo porte sbattute in faccia (se non peggio) contro le raffiche di scampanellate “dolcetto-scherzetto” brandite da quelle Usa-friendly come una condanna biblica, peggio dell’invasione delle cavallette.

Come tutte le tenzoni di casa nostra, anche questa, nel finale travolgente, s’impasta di tarallucci e vino (offerti dai tradizionalisti visto che taralli e moscato fan parte del commemorativo menù dei “morti”) o di pumpkin pie e mele caramellate (elergiti per ricambiare dagli innovatori che tanto innovatori poi non sono visto che quell’altra festa ha antichissime origini irlandesi).

Insomma, verrebbe da celebrare tutto con una pupaccena a forma di zucca o con una muffoletta formato McDonald’s visto che alla fine la gara appare, nonostante i toni, sempre equilibrata come direbbero i meno originali tra i commentatori sportivi. In fondo, credenza è una, credenza è l’altra, brividi da suggestione li trasmette l’una quanti ne trasmette l’altra (i defunti che fanno il “grattino” ai piedi mentre dormi aveva forse effetti meno tachicardici dell’improvvisa epifania della maschera di Ghostface in “Scream”?).

E dunque, 1 a 1 e palla al centro. Le ostilità si riaprono fra un anno da Facebook ad Instagram, dai dibattiti in tv private a qualche pomeriggio pseudoconvegnistico. Amenità tra vivi, cosette di questo mondo. Nell’altro, che proprio questi giorni evocano, mica se ne prendono cura: “Nuje simmo serie…”, faceva dire Totò ai trapassati.

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Ingabbiati nelle pagine del Gattopardo

Che legame può correre tra la scrittrice italiana Elena Ferrante e il celeberrimo valzer del film di Visconti? E Inge Feltrinelli?

Che legame può correre tra Elena Ferrante (intesa come scrittrice italiana) e il valzer del Gattopardo (inteso come film di Visconti)? Ovvero, quale nesso tra l’autrice della saga più venduta dell’ultimo decennio, il “caso editoriale” costruito ad arte e lo spartito del buon don Peppino Verdi da Roncole di Busseto orchestrato da Nino Rota per il grande schermo? In apparenza (e anche oltre) nessuno. Ma andiamo per ordine.

Sono rimasto prigioniero, ostaggio, schiavo – in queste ultime settimane – della tetralogia che prende il titolo dal primo dei romanzi della Ferrante, “L’amica geniale”. Me ne ero tenuto a distanza, confesso, per snobismo, pregiudizio, sospetto. Avevo fatto la mia parte, beninteso, quando ero in servizio permanente effettivo al Giornale di Sicilia: avevo accolto le proposte di recensione ogni qualvolta usciva un nuovo capitolo e, più malvolentieri, i pezzi sul “mistero Elena Ferrante”, chi si nasconde dietro quel nome e quel cognome che non si è mai appalesato in forma vivente, da quale sacco arriva e da quali mani è impastata questa prodigiosa farina? Adesso quelle remore sono state abbattute dalla lettura tout court e, dopo aver letto il primo romanzo, sono corso in libreria a comprare il secondo capitolo. Finito anche quello (trattasi in totale di quasi 800 pagine), ho nicchiato – ma più di tanto non son riuscito – e come Ulisse che si libera dalle corde e si tuffa in mare, preda dell’incanto delle sirene, sono tornato tra gli scaffali a comprare il terzo e così sarà anche per il quarto.

Storia ben costruita, attraverso i decenni che vanno dal dopoguerra ai nostri giorni, con un numero di protagonisti, comprimari, personaggi di secondo piano e comparse che affollerebbe un set o un palcoscenico (L’amica geniale è già un prodotto televisivo che sarà sul piccolo schermo tra breve), Scrittura astuta ma potente, colta ma viscerale, e Napoli che è la chiave di tutto, il suo ventre, le sue vene, il suo sangue. Una grande epopea.

E mi son chiesto: non avrebbe meritato Palermo (o la Sicilia in genere) una sua Elena Ferrante? Una scrittrice che sapesse raccontare – oggi – con così grande respiro la sua difficile, affannata, desolata, insoddisfatta voglia di riscatto? La sua smania di ascendere e al tempo stesso di perdersi? E invece ci fermiamo al particolare, mi pare, alla piccola storia, al personalismo, al quadro, non arriviamo mai al grande affresco sul nostro passato quasi remoto che ci conduca al nostro presente.

E qui s’inserisce il Gattopardo con il suo valzer, che in questi giorni diventa strumento, pretesto e omaggio per ricordare Inge Feltrinelli, morta da poco: l’annuncio che le note del Cigno di Busseto, rese celebri dal ballo di Lancaster e della Cardinale, verranno irradiate nelle librerie che fanno capo alla casa editrice che nel 1958 pubblicò il romanzo di Tomasi di Lampedusa dopo gli schizzinosi rifiuti di altri editori. Ora mi pare che una figura cosmopolita e poliedrica come quella di Inge Feltrinelli – che amava la Sicilia ben oltre il libro che aveva rappresentato il maggior successo della casa editrice – non possa esser celebrata solo con questa trovata, limitante, forse un po’ provinciale. Ci sono fior di fotografie che Inge scattò, fior di interviste che rilasciò.

Questo dubbio ne insinua però un altro: possibile che la pagine del Gattopardo debbano ancora ingabbiarci, ricattarci, starci col fiato sul collo come ne fossimo prede, a sessant’anni di distanza e debbano rappresentare il limite, il confine, le colonne d’Ercole oltre le quali – letterariamente – non c’è stato altro da raccontare che trasfigurasse in fantasia la spesso infausta cronaca di quest’Isola? Nessun narratore dopo Tomasi? Nessun “profeta” dopo Sciascia? Intanto continuiamo a campare di questi, come con la dote un po’ tarlata ma di buona fattura di mammà.

Io, nel frattempo, sogno una Elena Ferrante al siciliano, pur continuando a coltivare l’aristocratico timore che alla fine della scaltramente popolare tetralogia partenopea, non mi tocchi, che so, di tuffarmi in moderni feuilleton.

Che legame può correre tra la scrittrice italiana Elena Ferrante e il celeberrimo valzer del film di Visconti? E Inge Feltrinelli?

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Sono rimasto prigioniero, ostaggio, schiavo – in queste ultime settimane – della tetralogia che prende il titolo dal primo dei romanzi della Ferrante, “L’amica geniale”. Me ne ero tenuto a distanza, confesso, per snobismo, pregiudizio, sospetto. Avevo fatto la mia parte, beninteso, quando ero in servizio permanente effettivo al Giornale di Sicilia: avevo accolto le proposte di recensione ogni qualvolta usciva un nuovo capitolo e, più malvolentieri, i pezzi sul “mistero Elena Ferrante”, chi si nasconde dietro quel nome e quel cognome che non si è mai appalesato in forma vivente, da quale sacco arriva e da quali mani è impastata questa prodigiosa farina? Adesso quelle remore sono state abbattute dalla lettura tout court e, dopo aver letto il primo romanzo, sono corso in libreria a comprare il secondo capitolo. Finito anche quello (trattasi in totale di quasi 800 pagine), ho nicchiato – ma più di tanto non son riuscito – e come Ulisse che si libera dalle corde e si tuffa in mare, preda dell’incanto delle sirene, sono tornato tra gli scaffali a comprare il terzo e così sarà anche per il quarto.

Storia ben costruita, attraverso i decenni che vanno dal dopoguerra ai nostri giorni, con un numero di protagonisti, comprimari, personaggi di secondo piano e comparse che affollerebbe un set o un palcoscenico (L’amica geniale è già un prodotto televisivo che sarà sul piccolo schermo tra breve), Scrittura astuta ma potente, colta ma viscerale, e Napoli che è la chiave di tutto, il suo ventre, le sue vene, il suo sangue. Una grande epopea.

E mi son chiesto: non avrebbe meritato Palermo (o la Sicilia in genere) una sua Elena Ferrante? Una scrittrice che sapesse raccontare – oggi – con così grande respiro la sua difficile, affannata, desolata, insoddisfatta voglia di riscatto? La sua smania di ascendere e al tempo stesso di perdersi? E invece ci fermiamo al particolare, mi pare, alla piccola storia, al personalismo, al quadro, non arriviamo mai al grande affresco sul nostro passato quasi remoto che ci conduca al nostro presente.

E qui s’inserisce il Gattopardo con il suo valzer, che in questi giorni diventa strumento, pretesto e omaggio per ricordare Inge Feltrinelli, morta da poco: l’annuncio che le note del Cigno di Busseto, rese celebri dal ballo di Lancaster e della Cardinale, verranno irradiate nelle librerie che fanno capo alla casa editrice che nel 1958 pubblicò il romanzo di Tomasi di Lampedusa dopo gli schizzinosi rifiuti di altri editori. Ora mi pare che una figura cosmopolita e poliedrica come quella di Inge Feltrinelli – che amava la Sicilia ben oltre il libro che aveva rappresentato il maggior successo della casa editrice – non possa esser celebrata solo con questa trovata, limitante, forse un po’ provinciale. Ci sono fior di fotografie che Inge scattò, fior di interviste che rilasciò.

Questo dubbio ne insinua però un altro: possibile che la pagine del Gattopardo debbano ancora ingabbiarci, ricattarci, starci col fiato sul collo come ne fossimo prede, a sessant’anni di distanza e debbano rappresentare il limite, il confine, le colonne d’Ercole oltre le quali – letterariamente – non c’è stato altro da raccontare che trasfigurasse in fantasia la spesso infausta cronaca di quest’Isola? Nessun narratore dopo Tomasi? Nessun “profeta” dopo Sciascia? Intanto continuiamo a campare di questi, come con la dote un po’ tarlata ma di buona fattura di mammà.

Io, nel frattempo, sogno una Elena Ferrante al siciliano, pur continuando a coltivare l’aristocratico timore che alla fine della scaltramente popolare tetralogia partenopea, non mi tocchi, che so, di tuffarmi in moderni feuilleton.

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Rosa Balistreri, il suo canto ora è un tesoro

L’artista originaria di Licata è stata iscritta nel registro delle “Eredità immateriali della Sicilia”, nel capitolo “Libro delle pratiche espressive e dei repertori orali”, destino singolare per una dal temperamento anarchico, ma anche un modo per non scordarla

Furono in molte a dirsene eredi. Tante, troppe. Ancora oggi, a quasi trent’anni dalla morte. Ma Rosa Balistreri è stata unica, inimitabile nonostante i “numerosi tentativi di imitazione”. Unica la sua voce, come l’acqua tutt’altro che dolce del Salso che sfocia lì dove nacque, a Licata, e che d’estate, poco più che in secca, quasi stride sulle pietre, una voce effetto carta vetrata, già roca di suo, arrochita ancora di più dalla nicotina. Unica la sua chitarra, le dita consumate sulle corde, su quelle sei lame sottili, dita dure, decise, come sospettasse, guardinga, che quello strumento che accompagnava il suo canto potesse conferire grazia in eccesso alla sua voce che invece voleva arrivasse forte, tumultuosa, tonante, lancinante.

Morì di settembre, a 63 anni. Nella Palermo che aveva amato e odiato ed è sepolta nella Firenze che aveva amato e odiato. Perché Rosa non ha avuto tregua. Ovunque. Mai. E forse per questo oggi è difficile ricordarla, renderle omaggio: perché è impossibile separare quella rabbia di musica da quella rabbia di vita.

Il ricordo è consegnato a tutta una serie di tributi (concerti, spettacoli teatrali, commemorazioni, dischi postumi sparsi qua e là) e, stabilmente, da un po’ di mesi, a uno “status” che, per quel che fu il suo temperamento anarchico, sembra quasi uno scherzo. Ma tant’è. Anzi, menomale che qualcuno se n’è ricordato. Rosa è iscritta infatti nel registro delle “Eredità immateriali della Sicilia”, capitolo “Libro delle pratiche espressive e dei repertori orali”. Figurarsi per una che quando la definivi cantante, ti guardava con un disincanto sornione e replicava “cantanti cu? iu?”.

Meglio così, comunque. Meglio se questo riconoscimento, questo attestato abbia fatto partire nella sua città natale un “concorso di idee” per la realizzazione di un murale che sia “ben visibile” nel centro storico e che ci si augura di imminente realizzazione. Ben venga il proposito di fissare in un’icona una esistenza difficile in realtà da fissare, compressa com’è stata tra dolore e rivolta, tra destino e scelta, tra rassegnazione e riscatto, tra umiliazioni e applausi. Il carcere, i delitti, le violenze, i suicidi, le botte. Ma anche il bello, suvvia: il barbaglio argenteo dell’Arno, Buttitta e Dario Fo, i riflettori di Milano, le Feste de l’Unità, il rosseggiare dei velluti dei teatri, gli studi di registrazione e i recital, perfino quei lontanissimi universi di “Canzonissima” e del Sanremo negato. Una “vita amara” ma con brevi squarci di serenità.

Tra due anni sarà il trentennale della morte e occorrerà pensarci in tempo ad un ricordo di qualità, non generico, non occasionale. Speriamo che per quell’occasione il murale sia già bell’e dipinto.

L’artista originaria di Licata è stata iscritta nel registro delle “Eredità immateriali della Sicilia”, nel capitolo “Libro delle pratiche espressive e dei repertori orali”, destino singolare per una dal temperamento anarchico, ma anche un modo per non scordarla

Furono in molte a dirsene eredi. Tante, troppe. Ancora oggi, a quasi trent’anni dalla morte. Ma Rosa Balistreri è stata unica, inimitabile nonostante i “numerosi tentativi di imitazione”. Unica la sua voce, come l’acqua tutt’altro che dolce del Salso che sfocia lì dove nacque, a Licata, e che d’estate, poco più che in secca, quasi stride sulle pietre, una voce effetto carta vetrata, già roca di suo, arrochita ancora di più dalla nicotina. Unica la sua chitarra, le dita consumate sulle corde, su quelle sei lame sottili, dita dure, decise, come sospettasse, guardinga, che quello strumento che accompagnava il suo canto potesse conferire grazia in eccesso alla sua voce che invece voleva arrivasse forte, tumultuosa, tonante, lancinante.

Morì di settembre, a 63 anni. Nella Palermo che aveva amato e odiato ed è sepolta nella Firenze che aveva amato e odiato. Perché Rosa non ha avuto tregua. Ovunque. Mai. E forse per questo oggi è difficile ricordarla, renderle omaggio: perché è impossibile separare quella rabbia di musica da quella rabbia di vita.

Il ricordo è consegnato a tutta una serie di tributi (concerti, spettacoli teatrali, commemorazioni, dischi postumi sparsi qua e là) e, stabilmente, da un po’ di mesi, a uno “status” che, per quel che fu il suo temperamento anarchico, sembra quasi uno scherzo. Ma tant’è. Anzi, menomale che qualcuno se n’è ricordato. Rosa è iscritta infatti nel registro delle “Eredità immateriali della Sicilia”, capitolo “Libro delle pratiche espressive e dei repertori orali”. Figurarsi per una che quando la definivi cantante, ti guardava con un disincanto sornione e replicava “cantanti cu? iu?”.

Meglio così, comunque. Meglio se questo riconoscimento, questo attestato abbia fatto partire nella sua città natale un “concorso di idee” per la realizzazione di un murale che sia “ben visibile” nel centro storico e che ci si augura di imminente realizzazione. Ben venga il proposito di fissare in un’icona una esistenza difficile in realtà da fissare, compressa com’è stata tra dolore e rivolta, tra destino e scelta, tra rassegnazione e riscatto, tra umiliazioni e applausi. Il carcere, i delitti, le violenze, i suicidi, le botte. Ma anche il bello, suvvia: il barbaglio argenteo dell’Arno, Buttitta e Dario Fo, i riflettori di Milano, le Feste de l’Unità, il rosseggiare dei velluti dei teatri, gli studi di registrazione e i recital, perfino quei lontanissimi universi di “Canzonissima” e del Sanremo negato. Una “vita amara” ma con brevi squarci di serenità.

Tra due anni sarà il trentennale della morte e occorrerà pensarci in tempo ad un ricordo di qualità, non generico, non occasionale. Speriamo che per quell’occasione il murale sia già bell’e dipinto.

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Franco & Ciccio e Palermo? “Soprassediamo”

Rapporto complesso quello fra la città e il duo comico per eccellenza Franchi e Ingrassia: amati, snobbati,  dimenticati. Tenuti in vita dall’impegno di qualche volontario o da un recente bassorilievo. E non riesce a decollare il progetto di un museo a loro dedicato

A settembre (la sera del 18) si inaugurerà una breve rassegna  (Palermo, Villa Filippina) perché quel giorno sarebbero stati 90 gli anni compiuti da Franco Franchi se fosse ancora in vita, a dicembre scorso se ne commemorarono invece i 25 dalla morte. Stesso discorso per il suo sodale in arte, Ciccio Ingrassia – 40  anni di “ditta” e ben oltre cento titoli soltanto di film – di cui lo scorso anno caddero i 15 dalla morte e di cui fra quattro anni dovrebbe celebrarsi il centenario della nascita. 

Poca roba però, frutto della testardaggine e del sudore del volontariato, Giuseppe Li Causi in testa che è la memoria storica della coppia comica più popolare sul grande schermo negli anni Sessanta, quelli che con i loro film di cassetta (arrivarono a girarne cinque in un mese) “inguaiarono” il cinema italiano come affermarono Ciprì e Maresco in un loro docufilm (ma lo salvarono anche con i loro incassi). Poca roba ma simbolica come il bassorilievo che li raffigura nella piazzetta a loro intitolata dietro il Teatro Biondo (che fu il loro primo palcoscenico, il primo test della coppia che si cimentava nel teatro da marciapiedi), un paio di giochi per bambini (uno scivolo e un’altalena basculante con le loro effigi realizzate dal Laboratorio Saccardi al Capo) e, in ultimo, uno dei grandi murales inaugurati a Ballarò ma con la sola immagine di Franco (la sua smorfia passata alla storia che divertì perfino Buster Keaton, un’icona della comicità pixellata nello stencil di Angelo Crazyone) con la figlia dell’attore, Maria Letizia Benenato, che all’inaugurazione invocava: “Sì, ma adesso dedicate uno dei murales anche a Ciccio, loro erano inseparabili”. La presenza delle istituzioni si limita a una spesa finora irrisoria e allo svelamento di targhe, cippi e installazioni. 

E comunque si va avanti così, a spizzichi e bocconi, a singhiozzo, rincorrendo anniversari spuri, mai uno bello tondo (forse il primo è per questi 90 anni di Franchi) pur con la difficoltà che certamente presenta rispettare quattro date diverse (due di nascita e due di morte). E’ come se – allo stesso modo di quando venivano snobbati dalla critica dalla quale poi furono ampiamente rivalutati, come è capitato a quasi tutti i grandi guitti della risata – a Franco e Ciccio fosse nuovamente inibito un pantheon della memoria cittadina che dovrebbe essere il sempre vagheggiato, sempre promesso, sempre annunciato museo al quale volentieri Maria Letizia e Massimo Benenato, figli di Franchi, e Giampiero, figlio di Ingrassia, affiderebbero volentieri quel piccolo tesoro di sceneggiature, copioni (spesso poco rispettati per recitare a braccio), ciak, ritagli di stampa, fotografie e oggetti di scena ma anche immagini private, autografi, dediche, locandine, dischi, premi, insomma tutti i memorabilia della coppia più prolifica del cinema nostrano. 

Eppure Franco e Ciccio “sono” Palermo. Quella dei mercati storici, soprattutto, intorno ai quali nacque e ruotò la loro vita e cominciò la loro carriera (prima che venissero per motivi di lavoro e di celebrità, “adottati” da Roma). Vicolo delle Api e via San Gregorio richiamano Capo e Vucciria (poi ci furono traslochi familiari anche a Ballarò) e la stessa piazzetta oggi intitolata ai due artisti è a trenta metri dagli scalini di Discesa Caracciolo che del mercato del quale non avrebbero mai dovuto asciugarsi le “balate” è uno degli accessi. Insomma, non c’è solo il materiale ma c’è soprattutto l’anima panormita di Franchi e Ingrassia ad invocare l’istituzione di una “casa della memoria” (ovviamente di contemporanea multimedialità) che potrebbe trasformarsi anche in curiosità-attrattiva turistica. Nel frattempo, ricordiamo e celebriamo un po’ oggi e un po’ domani, un po’ qua e un po’ là e, come avrebbe detto quel simpatico e impunito gaglioffo di Franco prima di finire seduto tra le lunghe braccia di Ciccio, “soprassediamo”. 

Rapporto complesso quello fra la città e il duo comico per eccellenza Franchi e Ingrassia: amati, snobbati,  dimenticati. Tenuti in vita dall’impegno di qualche volontario o da un recente bassorilievo. E non riesce a decollare il progetto di un museo a loro dedicato

A settembre (la sera del 18) si inaugurerà una breve rassegna  (Palermo, Villa Filippina) perché quel giorno sarebbero stati 90 gli anni compiuti da Franco Franchi se fosse ancora in vita, a dicembre scorso se ne commemorarono invece i 25 dalla morte. Stesso discorso per il suo sodale in arte, Ciccio Ingrassia – 40  anni di “ditta” e ben oltre cento titoli soltanto di film – di cui lo scorso anno caddero i 15 dalla morte e di cui fra quattro anni dovrebbe celebrarsi il centenario della nascita.

Poca roba però, frutto della testardaggine e del sudore del volontariato, Giuseppe Li Causi in testa che è la memoria storica della coppia comica più popolare sul grande schermo negli anni Sessanta, quelli che con i loro film di cassetta (arrivarono a girarne cinque in un mese) “inguaiarono” il cinema italiano come affermarono Ciprì e Maresco in un loro docufilm (ma lo salvarono anche con i loro incassi). Poca roba ma simbolica come il bassorilievo che li raffigura nella piazzetta a loro intitolata dietro il Teatro Biondo (che fu il loro primo palcoscenico, il primo test della coppia che si cimentava nel teatro da marciapiedi), un paio di giochi per bambini (uno scivolo e un’altalena basculante con le loro effigi realizzate dal Laboratorio Saccardi al Capo) e, in ultimo, uno dei grandi murales inaugurati a Ballarò ma con la sola immagine di Franco (la sua smorfia passata alla storia che divertì perfino Buster Keaton, un’icona della comicità pixellata nello stencil di Angelo Crazyone) con la figlia dell’attore, Maria Letizia Benenato, che all’inaugurazione invocava: “Sì, ma adesso dedicate uno dei murales anche a Ciccio, loro erano inseparabili”. La presenza delle istituzioni si limita a una spesa finora irrisoria e allo svelamento di targhe, cippi e installazioni.

E comunque si va avanti così, a spizzichi e bocconi, a singhiozzo, rincorrendo anniversari spuri, mai uno bello tondo (forse il primo è per questi 90 anni di Franchi) pur con la difficoltà che certamente presenta rispettare quattro date diverse (due di nascita e due di morte). E’ come se – allo stesso modo di quando venivano snobbati dalla critica dalla quale poi furono ampiamente rivalutati, come è capitato a quasi tutti i grandi guitti della risata – a Franco e Ciccio fosse nuovamente inibito un pantheon della memoria cittadina che dovrebbe essere il sempre vagheggiato, sempre promesso, sempre annunciato museo al quale volentieri Maria Letizia e Massimo Benenato, figli di Franchi, e Giampiero, figlio di Ingrassia, affiderebbero volentieri quel piccolo tesoro di sceneggiature, copioni (spesso poco rispettati per recitare a braccio), ciak, ritagli di stampa, fotografie e oggetti di scena ma anche immagini private, autografi, dediche, locandine, dischi, premi, insomma tutti i memorabilia della coppia più prolifica del cinema nostrano.

Eppure Franco e Ciccio “sono” Palermo. Quella dei mercati storici, soprattutto, intorno ai quali nacque e ruotò la loro vita e cominciò la loro carriera (prima che venissero per motivi di lavoro e di celebrità, “adottati” da Roma). Vicolo delle Api e via San Gregorio richiamano Capo e Vucciria (poi ci furono traslochi familiari anche a Ballarò) e la stessa piazzetta oggi intitolata ai due artisti è a trenta metri dagli scalini di Discesa Caracciolo che del mercato del quale non avrebbero mai dovuto asciugarsi le “balate” è uno degli accessi. Insomma, non c’è solo il materiale ma c’è soprattutto l’anima panormita di Franchi e Ingrassia ad invocare l’istituzione di una “casa della memoria” (ovviamente di contemporanea multimedialità) che potrebbe trasformarsi anche in curiosità-attrattiva turistica. Nel frattempo, ricordiamo e celebriamo un po’ oggi e un po’ domani, un po’ qua e un po’ là e, come avrebbe  detto quel simpatico e impunito gaglioffo di Franco prima di finire seduto tra le lunghe braccia di Ciccio, “soprassediamo”.

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