Tesori da ascoltare: gratis le audioguide dei siti culturali

Da Palermo a Monreale, fino ad Agrigento: nuovo progetto di Coopculture per continuare a rendere accessibili almeno virtualmente luoghi adesso chiusi

di Ruggero Altavilla

Ci sono tesori di Palermo come l’Orto botanico, la Zisa o il Museo Salinas, ma anche il chiostro del Duomo di Monreale fino alla Valle dei Templi di Agrigento. In attesa di poter tornare a visitare monumenti, musei e siti archeologici, si possono ammirare “virtualmente” attraverso le audioguide che CoopCulture mette a disposizione gratuitamente in questi giorni. Un modo per continuare a rendere accessibili i tanti luoghi dove la cooperativa opera – anche in accordo con le istituzioni culturali con cui collabora – per reagire all’emergenza che ha investito anche il settore della cultura e la cooperativa stessa a causa della pandemia in corso.

Il tempio della Concordia nella Valle dei Templi

È il progetto “Culture at home”, nato per condividere bellezza ed essere “portatori sani di cultura” contro il “virus della paura e dell’isolamento” che vuole anche essere una risposta all’appello rivolto dal ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo agli operatori culturali, a rendersi diffusori di cultura mediante i propri strumenti. Da oggi è dunque online un nuovo sito che offre, oltre alle audioguide gratuite, un programma web di racconti virtuali ed esperienze didattiche per eliminare ogni distanza tra il visitatore e i capolavori e per rendere da casa tutti protagonisti, grandi e piccoli. È corredato da quattro sezioni di iniziative ed esperienze digitali per tutti, con video e materiali scaricabili che si arricchirà costantemente di nuovi contenuti.

L’Aquarium dell’Orto botanico

C’è la sezione “OfficinaCulture”, una serie di spunti per liberare la fantasia e fare delle attività con i bambini a casa pensando ai musei. Ad esempio, imparando insieme come costruire un museo domestico in una scatola da scarpe o un teatro portatile; c’è poi “EduCulture”, la sezione dedicata agli studenti di tutte le età con quaderni didattici, video e altre occasioni di apprendimento divertente. Tra le proposte c’è il quaderno ricreativo realizzato in occasione della mostra “La meccanica dei Mostri. Da Carlo Rambaldi a Makinarium”, ospitata nei mesi scorsi dal Palazzo delle Esposizioni di Roma, ed alcune delle piattaforme digitali, realizzate dagli studenti nell’ambito dei progetti di alternanza scuola-lavoro, per digitalizzare il patrimonio culturale. Ancora, “Una cartolina al giorno”, uno strumento per condividere bellezza in questo tempo sospeso.

L’Agorà del Museo Salinas di Palermo

La sezione da cui scaricare e ascoltare le audioguide si chiama, invece, “RaccontiCulture” e raccoglie attualmente una quindicina di siti italiani, di cui cinque sono quelli siciliani. Ogni singola audioguida è uno strumento pratico, con un’ampia selezione di ascolti, una ricca galleria d’immagini e mappe di orientamento. Ci si potrà immergere tra i viali dell’Orto botanico di Palermo, un museo verde tutto da scoprire; oppure visitare le sale del Museo Salinas, con i reperti provenienti da Tindari, Selinunte, Solunto, Agrigento e da altre aree archeologiche. Chi vorrà, potrà fare un salto alla Zisa, il palazzo che conserva nel suo nome (dall’arabo al-Azîz, splendido) il ricordo della sua magnificenza realizzata dall’incontro tra la cultura araba e quella normanna ai tempi di Guglielmo I. Oppure spostarsi a Monreale, per ammirare il chiostro del Duomo, un luogo suggestivo i cui capitelli narrano storie legate al Vecchio e al Nuovo Testamento, gli animali del bestiario medievale e la tradizione mediorientale a motivi fitomorfici. Infine, tappa immancabile la Valle dei Templi di Agrigento, uno dei siti archeologici più importanti d’Italia, che racconta una storia antica più di duemila anni.

Per ascoltare le audioguide basta scaricare l’app Audio Culture per smartphone e tablet su Google Play e App Store. Seleziona l’audioguida, clicca su “acquista” e attiva il download gratuito inserendo il codice TEMPORARYFREE alla voce coupon. L’audioguida dura 48 ore dall’attivazione.

Mosaici bizantini e marmi barocchi si sfidano per il restauro

A Ragusa e Milazzo i due beni siciliani che parteciperanno alla nuova edizione del progetto “Opera tua”, che in tre anni ha ridato vita a 23 tesori

di Ruggero Altavilla

Un prezioso pavimento bizantino e delle ricche decorazioni in marmi barocchi. Sono i due tesori siciliani da restaurare che si sfideranno nella nuova edizione del progetto “Opera tua” di Coop Alleanza 3.0, avviato nel 2017 che ha visto realizzarsi il restauro di 23 opere d’arte in tutta Italia. Dopo la Fontana del Genio di piazza Rivoluzione a Palermo (ve ne abbiamo parlato qui), il Ritratto di Gentiluomo del Castello Ursino di Catania e i due pupi storici di Orlando e la Sirena a Palermo (ve ne abbiamo parlato qui), questa volta si potranno votare due beni. Il primo a Ragusa è il pavimento in mosaico della chiesa bizantina di Pirrera del V secolo dopo Cristo, che si trova nel Museo archeologico ibleo. L’altro si trova a Milazzo, si tratta delle decorazioni in marmo della chiesa rupestre di Sant’Antonio da Padova.

Pavimento della chiesa bizantina di Pirrera

I pavimenti della chiesa bizantina di Pirrera a Santa Croce Camerina, sono stati ricomposti in una delle sale del Museo archeologico ibleo di Ragusa. Il tappeto musivo policromo figurato è incorniciato da una serie continua e contrapposta di fiori di loto aperti e da quattro fiori di loto chiusi ai quattro lati. Diciannove sono i quadrati superstiti in cui sono raffigurati vari volatili (trampolieri, galli, pernici, anatre, colombi e altri) uguali su ogni fila e rivolti verso il centro e una volta a destra e una volta a sinistra. I volatili sono resi su fondo bianco senza notazioni paesaggistiche con colori brillanti e sono altresì raffigurati in varie posizioni: nell’atto di abbassare la testa all’indietro; o mentre sollevano una delle zampe. “L’intervento – si legge sul sito di Coop Alleanza 3.0 – prevede il rilievo fotografico per la localizzazione delle zone maggiormente degradate. Si procederà quindi alla pulizia e al consolidamento comprese le stuccature nelle zone di maggiore decoesione. Successivamente verrà applicato un protettivo neutro”.

I marmi della chiesa di Sant’Antonio da Padova

L’altra opera, invece, si trova lungo le pareti della chiesetta rupestre di Sant’Antonio da Padova, a Milazzo. Si tratta di una preziosa testimonianza della tecnica dei marmi mischi, che ebbe un ruolo di primissimo piano nelle vicende artistiche del barocco siciliano. L’arco trionfale anteposto all’altare maggiore presenta motivi a girali fitomorfi e conchiglie, mentre sulle paraste si appezzano in particolare vasi con fiori collocati dentro strutture architettoniche che creano un mirabile effetto illusionistico. La chiesetta ha un particolare valore devozionale per la città di Milazzo: sorgerebbe, infatti, nel punto di primo approdo del Santo miracolosamente scampato ad una bufera. È meta di un affollatissimo pellegrinaggio il 13 giugno. In questo caso, si legge sempre sul stio – “l’intervento prevede il rilievo fotografico per la localizzazione delle zone maggiormente degradate. Si procederà quindi al consolidamento e alla pulizia dei depositi di sporcizia, nerofumo e ossidazioni, e all’eliminazione delle tracce diffuse di umidità per capillarità ed efflorescenze saline. Successivamente, con l’intervento pittorico si renderà omogenea la cromatura dei colori e verrà poi applicato un protettivo neutro”.

Per le opere siciliane si potrà votare dall’1 al 31 luglio attraverso il sito internet del progetto “Opera tua”. Le opere del progetto, che conta sul patrocinio del Touring Club Italiano, sono state scelte con Fondaco Italia, società attiva nella valorizzazione dei beni culturali, in collaborazione con l’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale e le istituzioni territoriali.

(Foto dal sito www.coopalleanza3-0.it)

I parchi archeologici siciliani a portata di app 

Su smartphone e tablet un assaggio delle bellezze paesaggistiche e culturali dell’Isola. Da Segesta alla Valle dei Templi, da Selinunte a Himera, passando per Naxos, Tindari, fino agli itinerari subacquei

di Ruggero Altavilla

I parchi archeologici siciliani sbarcano su smartphone e tablet. Nasce “Sicilia Archeologica”, un’app sviluppata dal Dipartimento regionale dei Beni culturali e scaricabile gratuitamente per avere un assaggio delle bellezze paesaggistiche e culturali dell’Isola. Non si tratta di una guida turistica, ma di uno strumento di conoscenza del sistema regionale dei parchi archeologici e dei siti di interesse storico, artistico e culturale che ne fanno parte.

Il teatro antico di Segesta

Da Segesta alla Valle dei Templi, da Selinunte a Himera, passando per Naxos, Tindari, fino agli itinerari subacquei: nell’app sono racchiusi i quattordici parchi siciliani, con i loro numerosi siti distribuiti sul territorio regionale. Scegliendo uno dei parchi, si accede a una sintetica scheda con tutte le informazioni utili. Più in basso un menu con tutti i siti che fanno parte del parco e una mappa per ottenere le informazioni utili a raggiungere il sito. In più, c’è un motore di ricerca e una mappa che racchiude graficamente i parchi.

Un sistema, quello dei parchi archeologici, introdotto dalla legge regionale 20 del novembre 2000, insieme all’istituzione del primo parco archeologico in Sicilia, la Valle dei Templi di Agrigento. La recente rimodulazione del Dipartimento regionale dei Beni Culturali e la creazione di nuovi parchi diffusi capillarmente sull’intero territorio dell’Isola, consolida e definisce il sistema disegnato già quasi vent’anni fa. Oltre ai quattordici parchi, della rete fa parte anche il Museo Salinas di Palermo e un “parco” particolare, che abbraccia l’intera Isola, ovvero quello legato all’archeologia subacquea: ventuno itinerari culturali subacquei, sviluppati in collaborazione con la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, visitabili da turisti muniti di brevetto subacqueo e in qualche caso da appassionati di snorkeling.

L’app Sicilia Archeologica

“In questo quadro – si legge nella descrizione del progetto dell’app, che vede il coordinamento generale di Giuseppe Parello, dirigente del Servizio Parchi e Siti Unesco della Regione Siciliana – la comunicazione e la promozione assumono un valore paradigmatico nel riconoscimento di questa nuova realtà del sistema dei parchi, legato al patrimonio archeologico emerso e subacqueo dell’Isola, che per vastità e ricchezza costituisce principio identitario fondante per la Sicilia e la sua storia antica e contemporanea. Questa app dedicata al sistema costituisce pertanto un primo passo verso la definizione di un ‘brand’ connesso al marketing culturale da raggiungere in prima istanza attraverso la definizione di un’immagine coordinata”.

L’app “Sicilia Archeologica” è scaricabile gratuitamente dagli store online per i sistemi operativi iOs e Android. 

Quei tesori nascosti nei depositi dei musei siciliani

Nel corso di un convegno a Catania lanciata la proposta di rendere fruibili reperti e pezzi pregiati che si trovano nei magazzini non accessibili al pubblico

di Ruggero Altavilla

Sono musei nei musei, ma i tesori che custodiscono non li conosce nessuno. C’è un enorme patrimonio di reperti e pezzi pregiati che si trovano affastellati nei depositi dei musei siciliani. Uno sterminato giacimento culturale con cui si potrebbero allestire decine di mostre da un capo all’altro dell’Isola. Perché allora non pensare a una nuova gestione dei depositi dei musei, rendendoli accessibili al pubblico e riportando alla luce i gioielli che custodiscono, magari con esposizioni tematiche o in luoghi strategici per il turismo come alberghi e aeroporti? È la domanda a cui diversi esperti e rappresentanti delle istituzioni culturali siciliane hanno cercato di dare una risposta nel corso del convegno “Beni culturali: dai depositi alla valorizzazione. Modi, forme, esperienze e norme”, che si è svolto nei giorni scorsi alle Ciminiere di Catania.

Il Museo regionale di Messina

Nel corso delle due giornate – organizzate dalla soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Catania, insieme all’associazione SiciliAntica e alla Ufta, Universal federation of travel agents association – i partecipanti hanno contribuito a redigere una proposta di legge che verrà inviata all’Assemblea regionale siciliana e al governo regionale per la valorizzazione e promozione del patrimonio culturale conservato nei depositi, spesso difficilmente accessibile anche agli addetti ai lavori. Presente all’inaugurazione, il governatore Nello Musumeci, che assume ad interim anche le funzioni di assessore regionale dei Beni culturali, si è impegnato a formulare in poco tempo un “regolamento per la gestione e la fruizione dei depositi archeologici”, mentre il direttore generale del Dipartimento regionale dei Beni Culturali, Sergio Alessandro – sulla stessa scia – ha annunciato la creazione di una “Carta per la fruizione dei depositi”, che sarà battezzata “Carta di Catania”.

Il Teatro antico di Catania

Il convegno ha messo in luce sia i casi virtuosi, che quelli critici, legando analisi e dibattito al tema della valorizzazione e promozione, anche turistica. Tra gli obiettivi della due giorni non è stato secondario quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, soprattutto giovanile, sulla dispersione di un patrimonio che giace dimenticato e talora in situazione di pericolo. Il convegno si è concentrato prioritariamente sulla realtà siciliana, ma trattandosi di un tema che è centrale anche in altre realtà ha gettato uno sguardo anche alle esperienze nazionali e internazionali. In questa direzione, ad esempio, va la proposta di Mario Bevacqua, in rappresentanza dell’Ufta, che ha lanciato l’idea di esporre alcuni reperti dei depositi negli alberghi, creando una rete siciliana di Archeological Hotel, come già avviene in India e Indonesia.

L’Agorà del Museo Salinas di Palermo

Adesso, il gruppo operativo guidato dalla soprintendente di Catania, Rosalba Panvini, sta elaborando una proposta di norme per disciplinare la materia, che poi andrà al vaglio del governo regionale. “È la prima volta che in Sicilia si cerca di affrontare l’argomento in modo sistematico – spiega a Le Vie dei Tesori News, la soprintendente Panvini – . In Italia l’80 per cento dei materiali è conservato nei depositi, diventati veri e propri magazzini. Si tratta di opere d’arte e reperti con cui si potrebbero arricchire i percorsi espositivi dei nostri musei, oppure, nella logica di una proficua collaborazione tra pubblico e privato, potrebbero essere messi a disposizione di fondazioni o altri enti privati che si impegnino, ove necessario, a restaurarli e a valorizzarli come meriterebbero. Potrebbero essere anche gli stessi privati a occuparsi, sotto la sorveglianza di soprintendenze e musei, della gestione dei depositi, che vanno considerati spazi espositivi importanti quanto i nostri musei”.

Le ferrovie abbandonate e il sogno delle greenway

La Sicilia è la regione italiana dove sono più presenti strade ferrate dismesse, in attesa di essere trasformate in piste ciclo-pedonali

di Ruggero Altavilla

Passeggiare a piedi, pedalare o addirittura cavalcare dove prima si viaggiava in treno. Centinaia di chilometri di strade ferrate che aspettano di trasformarsi in greenway, lunghi corridoi ecologici che segnano un naturale percorso ciclo-pedonale. La Sicilia è la regione italiana dove l’abbandono delle linee ferroviarie minori è stato più significativo, a tal punto che oggi nell’Isola sono presenti oltre mille chilometri di tracciati ferroviari dismessi, in tutto una trentina. Ma il recupero va avanti a piccoli passi, se si pensa che soltanto un decimo delle vecchie ferrovie siciliane è stato riqualificato. È successo con la greenway sulla ex Palermo-Burgio, che da Godrano, attraversa Ficuzza e arriva fino a San Carlo, e tanti progetti di recupero sono in cantiere – come della greenway Palermo-Monreale – ma procedono lentamente. In Italia ci sono circa 7mila chilometri di ferrovie dismesse fra ex concesse ed ex Ferrovie dello Stato, di cui la metà potenzialmente recuperabili. Ad oggi sono stati recuperati circa 800 chilometri di tracciati, trasformati in greenway, 500 dei quali si trovatno al Nord Italia.

Pista ciclo-pedonale sulla ex Palermo-San Carlo (foto Ramas7, Wikipedia)

Per dare una spinta alla trasformazione dei tracciati abbandonati in percorsi ciclo-pedonali si celebra ogni anno la Giornata nazionale delle Ferrovie dimenticate, per la quale il movimento culturale Co.Mo.Do. (Cooperazione Mobilità Dolce) organizza una serie di iniziative dedicate a vecchi tracciati, opere d’arte ed edifici delle ex ferrovie. La tredicesima edizione della giornata, si celebra quest’anno l’1 marzo e si inserisce nel Mese della mobilità dolce che inizia lo stesso giorno e termina il 30 aprile: in programma in tutta Italia incontri, flash mob, raduni, convegni, con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni a stanziare le risorse finanziarie necessarie per la conversione in greenway dei tracciati abbandonati. La Giornata è patrocinata dal Ministero dell’Ambiente, dall’Enit, e da Cammini d’Europa.

Stazione di Lercara Bassa (foto Giorgio Stagni, Wikipedia)

In Sicilia, finora sono due gli eventi inseriti in programma, ma altri sono in via di definizione si aggiungeranno al calendario. L’1 marzo a Lercara Friddi prevista una pedalata in mountain-bike lungo un percorso di circa 30 chilometri con un dislivello complessivo di 500 metri. Il tracciato è quello del tratto di ferrovia dismesso tra la ex stazioni di Lercara Alta e Bassa. Costruita agli inizi del 1900, la ferrovia era un importante snodo di collegamento per trasportare lo zolfo prodotto nelle miniere. Venne chiusa e successivamente dismessa nel 1959. All’interno del Mese della mobilità dolce, poi, l’8 marzo riparte il Treno storico da Palermo alla volta di Agrigento Centrale per la 75esima edizione della Festa del Mandorlo in Fiore. Una locomotiva storica degli anni ’60, una carrozza Corbellini e una centoporte anni ’30 e dal bagagliaio a carrelli Ulz, custoditi dalla Fondazione Fs, porteranno i visitatori da Palermo ad Agrigento, andata e ritorno, per un evento che coniuga arte, cultura, musica, folklore e gusto.

Casello ferroviario sulla Lercara-Magazzolo (foto Wikipedia)

“Creare un sistema integrato di linee di comunicazione sostenibili – spiegano gli organizzatori del Co.Mo.Do. – equivale a dare a molte aree del Paese un’opportunità unica di sviluppo. Non solo ne gioverebbe la fruizione turistica, che vedrebbe un incremento in numeri di presenze notevole, ma fattore ancora più importante, rafforzerebbe il tessuto socio economico delle aree in questione”. Insomma, da una parte le comunità locali vedrebbero rafforzato il sistema di vie di comunicazione che le collega, ma il sistema produttivo ne gioverebbe e così il settore turistico. “Tutto ciò – fa sapere l’organizzazione – rafforzerebbe il legame profondo tra gli abitanti, i turisti e il territorio, unico strumento utile per tutelare e conservare il paesaggio che per sua definizione può esistere solo nello scambio incessante tra natura e cultura”.

Conto alla rovescia per il Carnevale di Sciacca

Sfileranno otto carri allegorici, tra musica, maschere e spettacoli. Una festa storica che non dimentica il suo passato, proiettandosi nel futuro

di Ruggero Altavilla

Una festa lunga sei giorni, con otto carri allegorici, musica, maschere e spettacoli. Sciacca si prepara a celebrare il suo storico Carnevale, considerato il più antico della Sicilia. È iniziato il conto alla rovescia per l’edizione 2020 della manifestazione, che animerà la città agrigentina dal 20 al 25 febbraio. L’attenzione, come ogni anno, è puntata alle sfilate dei carri allegorici, dei gruppi mascherati e agli spettacoli sul grande palco di piazza Angelo Scandaliato. Ospiti di questa 120esima edizione – che con le loro esibizioni si integreranno all’interno della festa – saranno il rapper Shade, sabato 22 alle 21,30, e la cantante spagnola Ana Mena, lunedì 24 alla stessa ora. Testimonial della manifestazione sarà Sara Croce, showgirl di Mediaset, che avrà il compito di presentare la serata clou della kermesse, domenica 23 febbraio (qui il programma completo).

I carri dell’edizione 2019 (foto Davide Verderame)

Gli otto carri allegorici in concorso, fra cui cinque grandi e due più piccoli, accompagnati e preceduti dalla maschera simbolo Peppe ‘Nnappa, sfileranno per le vie del centro storico dal venerdì al martedì. Gli occhi saranno tutti puntati sulle imponenti macchine che, grazie al lavoro ed alla maestria dei carristi saccensi, artisti locali di grande talento, prendono vita attraverso movimenti realistici, impianti scenografici ed effetti speciali. Ogni carro, poi, sarà accompagnato da un suo gruppo mascherato, da un suo inno originale, composto appositamente per l’evento, con un copione inedito che viene rappresentato, durante i giorni della festa, sul palco di piazza Scandaliato. Dopo sei giorni di festa, il Carnevale si concluderà ufficialmente il martedì notte con il consueto rogo del carro di Peppe ‘Nnappa, un atto simbolico che farà calare il sipario sulla manifestazione.

Un momento della scorsa edizione (foto Davide Verderame)

“Da parte degli organizzatori c’è la voglia di mantenere al centro della manifestazione i suoi tratti distintivi che l’hanno resa famosa – spiega a Le Vie dei Tesori News, Mauro Piro della Futuris, la società che si occupa dell’organizzazione del Carnevale di Sciacca 2020 –. Rispetto a tutti gli altri, il nostro Carnevale si distingue per le musiche e i copioni inediti che accompagnano le sfilate. Ma è una manifestazione che, comunque, si vuole evolvere, strizzando l’occhio ai turisti e a un pubblico più vasto, mantenendo allo stesso tempo la tradizione e facendo della sua storia un punto di forza”.

Uno dei carri del 2019 (foto Davide Verderame)

Inserito tra i Carnevali storici d’Italia dal Ministero dei Beni Culturali, quello di Sciacca fa parte anche del Registro delle Eredità immateriali della Sicilia. A parlarne per primo fu, nel 1889, lo storico Giuseppe Pitrè che ne fece cenno nella sua opera Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Ma le origini del Carnevale di Sciacca, risalgono ad un periodo molto più antico, forse all’epoca romana, quando venivano festeggiati i saturnali ed il loro re veniva sacrificato; o meglio, con più probabilità, al 1616 quando il viceré Ossuna stabilì che l’ultimo giorno di festa tutti si dovevano vestire in maschera. Era un momento di augurio, di origine contadina, che poi si svilupperà dalla fine dell’Ottocento con le mascherate, i copioni, i carretti e le “carruzzate” trainate inizialmente da animali e con un gruppo di artisti popolari sopra la piattaforma a intrattenere il pubblico, con musica e canti.

Scavi clandestini in una necropoli, recuperati reperti

Monete, coppe, anfore e altri frammenti provenienti da Kamarina sono stati sequestrati dai carabinieri, che hanno denunciato tre persone

di Ruggero Altavilla

Anfore, vasi e altri frammenti abbandonati sul terreno. Reperti preziosi provenienti da scavi clandestini in una necropoli greca, nel territorio di Kamarina, antica colonia di Siracusa, in un sito di età compresa tra il V e il III secolo avanti Cristo. È quanto hanno scoperto i carabinieri della compagnia di Vittoria, nel corso di controlli per contrastare l’azione dei tombaroli e prevenire il saccheggio delle aree archeologiche.

Casa dell’Altare (foto LeZibou, Wikipedia)

Vicino agli scavi, in un’area non distante da Scoglitti, i militari hanno scoperto alcuni reperti, in parte danneggiati, in attesa di essere portati via. I carabinieri hanno sequestrato il materiale e denunciato a piede libero tre persone, accusate di ricettazione, danneggiamento e impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato. Dopo alcune perquisizioni, i militari hanno sequestrato decine di beni degni di piccolo museo archeologico. Si tratta di cinque hydrie in ceramica, ovvero vasi usati soprattutto per trasportare acqua, ma anche come urne cinerarie o come contenitori per le votazioni. Poi due olpai, brocche con corpo allungato e imboccatura rotonda; otto coppe in ceramica; e ancora brocchette, ciotole, lucerne, frammenti metallici e anche quattro monete presumibilmente di bronzo e due medagliette. Sequestrati anche due metal detector verosimilmente usati dai tombaroli per individuare i punti dove scavare.

Tempio di Atena (foto LeZibou, Wikipedia)

“Tutti i beni archeologici rinvenuti – fanno sapere i carabinieri, che hanno lavorato in sinergia con il personale del Comando tutela Patrimonio culturale e dello Squadrone eliportato ‘Cacciatori Sicilia’  – sono stati messi a disposizione del personale della Soprintendenza di Ragusa per la prevista valutazione tecnico-discrezionale. L’attività svolta si inquadra nell’ambito dei controlli in materia di tutela del patrimonio archeologico che l’Arma dei carabinieri sta effettuando in tutto il territorio della provincia di Ragusa”.

Fortificazione di Kamarina (foto Wikipedia)

Fondata agli inizi del VI secolo avanti Cristo dagli antichi greci dorici siracusani, Kamarina ebbe la funzione di presidio lungo la rotta africana e di freno dell’espansione verso sud di Gela. Divenuta rapidamente un importante centro agricolo e di riferimento per i fiorenti traffici commerciali dell’entroterra ibleo anche dei Siculi, la colonia entrò presto in conflitto con la città-madre. Dopo varie guerre con i siracusani e i loro alleati, fu ceduta al tiranno Ippocrate di Gela, che la rifondò. Durante l’avanzata di Annibale intorno al 400 avanti Cristo, Kamarina venne nuovamente saccheggiata e distrutta. Rientrò, quindi, nell’orbita siracusana durante il dominio di Dionisio I e successivamente a partire del III secolo fu presa dai mamertini e poi dai romani. Kamarina venne definitivamente distrutta nell’827 dall’esercito guidato da Asad ibn al-Furat nel corso della conquista arabo-berbera della Sicilia.

I resti attuali sono di grande interesse archeologico, e testimoniano la vastità dell’antico sito. Rimangono tombe arcaiche del VII secolo avanti Cristo e ruderi poco significativi di un tempio dedicato a Minerva. Lungo il fiume Ippari si può riscontrare il tracciato dell’antico porto canale. La città è ancora riconoscibile nella sua area originaria dai resti di case e di pavimentazioni.

Arriva la fumata bianca: sarà venduto Palazzo Sammartino

Dopo diversi tentativi andati a vuoto, il Comune di Palermo ha ricevuto una proposta di acquisto da parte di privati per lo storico edificio di via Lungarini

di Ruggero Altavilla

L’offerta questa volta è arrivata. Dopo diverse aste andate a vuoto negli ultimi tre anni, sta per essere venduto a privati Palazzo Sammartino, lo storico edificio del ‘700 in via Lungarini nel centro storico di Palermo, che ospita 20 unità immobiliari per una superficie complessiva di circa 3.100 metri quadri (ve ne avevamo parlato qui).

La facciata di Palazzo Sammartino

A renderlo noto è l’amministrazione comunale, proprietaria del palazzo, che fa sapere di aver ricevuto una proposta di acquisto per l’importo di poco meno di 1,2 milioni di euro (1,196 milioni, per la precisione), dopo due aste pubbliche ed una trattativa privata con gara che erano andate deserte. Al quarto tentativo, esperito tramite la procedura di trattativa privata senza gara ufficiosa (cioè tramite l’emissione di un semplice avviso pubblico, ai sensi dell’articolo 23 del Regolamento per la gestione e l’alienazione dei beni immobili), un compratore ha quindi formalizzato la propria offerta. L’edificio – aggiungono dall’amministrazione – è stato dichiarato di interesse culturale ai sensi del Decreto Legislativo 42 del 2004 e la sua alienazione è stata vincolata dalla Soprintendenza per i Beni Culturali “a condizione che la futura destinazione d’uso sia compatibile con il carattere storico ed artistico del monumento e tale da non arrecare danno alla sua conservazione; pertanto vanno privilegiate la destinazione residenziale ovvero quella del terziario-direzionale o culturale”.

Il palazzo, ridotto ormai quasi un rudere, è abbandonato da anni. Una nota che stride con il buono stato degli edifici storici che lo circondano, a partire dall’adiacente Palazzo Rostagno, sede dell’Avvocatura comunale o di Palazzo Mirto. La facciata è praticamente sparita, resiste soltanto il grande balcone settecentesco sopra il portone d’ingresso, retto da tre mensole inclinate. Il resto non esiste quasi più, solo ringhiere sospese nel vuoto e finestre che lasciano intravedere le stanze sventrate all’interno. Tremila metri quadrati di edificio che sta collassando su se stesso.

Il balcone settecentesco

Su disposizione dell’assessore comunale al Bilancio, Roberto D’Agostino, gli uffici responsabili del Patrimonio hanno ieri dato notizia della ricezione dell’offerta e, trascorsi quindici giorni, senza che siano arrivate ulteriori offerte al rialzo, si procederà quindi alla alienazione del palazzo. “È un ottimo risultato – afferma l’assessore D’Agostino – perché finalmente si attiva il processo di alienazione dei beni comunali e quindi la possibilità di rimpinguare le casse comunali con nuovi capitali e mettere a frutto l’ingente patrimonio immobiliare inutilizzato”. Il sindaco Leoluca Orlando sottolinea invece che “questa offerta di acquisto di un bene fortemente vincolato nella sua futura destinazione d’uso è la conferma di una attrattiva in termini imprenditoriali e commerciali del nostro centro storico. La riqualificazione dell’edificio sarà essa stessa momento ed opportunità di crescita economica e contribuirà alla riqualificazione di tutta l’area di via Lungarini”.

Saracinesche come quadri, così rinasce il centro storico

Presentato a Palermo il progetto “Fare la Kalsa”, che ha coinvolto artisti e residenti impegnati per la riqulificazione di alcune strade della città

di Ruggero Altavilla

Un piccolo laboratorio di rigenerazione urbana in un angolo nascosto del centro storico di Palermo. Durante le festività natalizie appena trascorse, un gruppo di artisti in residenza ha lavorato per riqualificare la via Schioppettieri e altre strade limitrofe, alle spalle di piazza Bellini e piazza Pretoria. Un progetto promosso da cittadini e associazioni con il sogno di pedonalizzare e rilanciare queste strade del centro.

Una delle opere del progetto

Un primo tassello è stato posto pochi giorni fa, con una serata di presentazione del progetto “Fare la Kalsa – La Memoria che Affiora”, promosso dallo Studio Knot, in collaborazione con il Comune di Palermo e l’associazione “Via Roma Centro Storico”, supportato da B&B Mojo, Balata, St’orto e grazie al contributo di SocialFare. Otto artisti hanno trasformato in quadri le saracinesche di proprietà dei residenti della zona, realizzando delle pitture ispirate al tema della memoria del luogo. Un piccolo museo a cielo aperto in un crocevia di strade che conserva parte delle mura puniche, testimonianze dei primi insediamenti in città, e il Teatro Finocchiaro, uno dei gioielli della Palermo liberty, oggi in disuso.

Opera di Antonio Curcio

Così, uno spazio normalmente adibito a parcheggio, è stato liberato dalle auto per un giorno e reinventato grazie alla creatività di Nessunettuno, Alessandra Di Paola, Linda Randazzo, Maca, Ligama, Sira Viviani, Antonio Curcio e Claudia Fabris. Ci sono i fiumi interrati Kemonia e Papireto che appaiono su due saracinesche, realizzati dallo street artist Nicolò Amato, in arte Nessunettuno, che è anche coordinatore del programma artistico. Poi in un’altra opera, Antonio Curcio va all’origine del nome di via Schioppetteri, spiegando quasi come in una didascalia che “qui si costruivano gli schioppi”, antenati dei fucili, mentre Ligama ha lasciato un putto su un’altra saracinesca.

Opera di Linda Randazzo

Ma sono stati tanti gli interventi degli artisti che, insieme ai residenti, hanno gettato le basi per un progetto più ampio di riqualificazione, il cui step successivo potrebbe essere la pedonalizzazione delle strade interessate al progetto. “Avete mai visto la via degli Schioppettieri così? – si domandano gli organizzatori – Siamo stracontenti della trasformazione da parcheggio a luogo di incontro tra realtà diverse. Questa è la città che stiamo sognando, vissuta e adatta alle persone”.

(Foto di Giuseppe Mazzola)

Risplenderà il gioiello bizantino dei Peloritani

Sarà riqualificata l’area esterna e verrà allestito un museo dedicato all’abbazia dei Santissimi Pietro e Paolo d’Agrò di Casalvecchio Siculo

di Ruggero Altavilla

Un gioiello architettonico, sintesi di stile bizantino, arabo e normanno, nascosto tra i monti Peloritani. Si prepara a rinascere l’abbazia dei Santissimi Pietro e Paolo d’Agrò, a pochi passi da Casalvecchio Siculo. Il Comune del Messinese, infatti, godrà di un finanziamento da parte dell’assessorato regionale dei Beni culturali per la conservazione del borgo medievale con la chiesa normanna dei Santissimi Apostoli Pietro e Paolo, che comprende la riqualificazione del verde e dei beni architettonici e storici. Si tratta di risorse che ammontano a quasi 347mila euro – come si legge in un recente decreto del Dipartimento regionale dei Beni culturali – da finanziare con fondi del Programma operativo complementare 2014-2020.

La facciata della chiesa dei Santissimi Pietro e Paolo d’Agrò

Un intervento molto atteso dall’amministrazione comunale di Casalvecchio, che prevede la riqualificazione dell’area davanti alla chiesa, con la sistemazione dei muretti, nuovi elementi di arredo urbano, come panchine e fioriere, e un’adeguata illuminazione. L’intenzione, inoltre, è di creare un museo immersivo dedicato alla basilica, nell’antico monastero adiacente alla chiesa. Uno spazio museale al passo coi tempi, arricchito da bookshop e caffetteria.

Interni della chiesa

Il complesso ha origini antichissime e fu un centro notevole di vita spirituale, sociale ed economica. La chiesa originaria risaliva presumibilmente all’incirca al 560. Fu in seguito completamente distrutta dagli arabi e quindi ricostruita nel 1117. La chiesa molto probabilmente fu danneggiata nel 1169 a causa del fortissimo terremoto che quell’anno colpì la Sicilia orientale. Fu quindi ristrutturata e rinnovata nel 1172 dall’architetto Gherardo il Franco, come si può dedurre dall’iscrizione in greco antico posta sull’architrave della porta d’ingresso. Da quel restauro la chiesa non subì altre modifiche e si è conservata praticamente intatta.

Prospetto laterale

Dopo secoli di permanenza, alla fine del ‘700, i frati si trasferirono in un’altra sede a Messina, poiché l’aria era diventata insalubre e quasi irrespirabile a causa dell’acqua imputridita dell’Agrò proveniente dalle coltivazioni di lino lungo il fiume. Successivamente la chiesa di fatto praticamente abbandonata e per molti anni servì addirittura da deposito per attrezzature contadine. Una lento oblio che durò fino agli anni ‘60 del secolo scorso, interrotto solo dalle visite di studiosi dell’architettura medievale sia italiani che stranieri. A partire dagli anni Sessanta la chiesa fu ripulita, restaurata, riaperta al culto e alle visite. Adesso un passo ulteriore verso una più completa riqualificazione.

Le Vie dei Tesori News

Send this to a friend