Arriva la fumata bianca: sarà venduto Palazzo Sammartino

Dopo diversi tentativi andati a vuoto, il Comune di Palermo ha ricevuto una proposta di acquisto da parte di privati per lo storico edificio di via Lungarini

di Ruggero Altavilla

L’offerta questa volta è arrivata. Dopo diverse aste andate a vuoto negli ultimi tre anni, sta per essere venduto a privati Palazzo Sammartino, lo storico edificio del ‘700 in via Lungarini nel centro storico di Palermo, che ospita 20 unità immobiliari per una superficie complessiva di circa 3.100 metri quadri (ve ne avevamo parlato qui).

La facciata di Palazzo Sammartino

A renderlo noto è l’amministrazione comunale, proprietaria del palazzo, che fa sapere di aver ricevuto una proposta di acquisto per l’importo di poco meno di 1,2 milioni di euro (1,196 milioni, per la precisione), dopo due aste pubbliche ed una trattativa privata con gara che erano andate deserte. Al quarto tentativo, esperito tramite la procedura di trattativa privata senza gara ufficiosa (cioè tramite l’emissione di un semplice avviso pubblico, ai sensi dell’articolo 23 del Regolamento per la gestione e l’alienazione dei beni immobili), un compratore ha quindi formalizzato la propria offerta. L’edificio – aggiungono dall’amministrazione – è stato dichiarato di interesse culturale ai sensi del Decreto Legislativo 42 del 2004 e la sua alienazione è stata vincolata dalla Soprintendenza per i Beni Culturali “a condizione che la futura destinazione d’uso sia compatibile con il carattere storico ed artistico del monumento e tale da non arrecare danno alla sua conservazione; pertanto vanno privilegiate la destinazione residenziale ovvero quella del terziario-direzionale o culturale”.

Il palazzo, ridotto ormai quasi un rudere, è abbandonato da anni. Una nota che stride con il buono stato degli edifici storici che lo circondano, a partire dall’adiacente Palazzo Rostagno, sede dell’Avvocatura comunale o di Palazzo Mirto. La facciata è praticamente sparita, resiste soltanto il grande balcone settecentesco sopra il portone d’ingresso, retto da tre mensole inclinate. Il resto non esiste quasi più, solo ringhiere sospese nel vuoto e finestre che lasciano intravedere le stanze sventrate all’interno. Tremila metri quadrati di edificio che sta collassando su se stesso.

Il balcone settecentesco

Su disposizione dell’assessore comunale al Bilancio, Roberto D’Agostino, gli uffici responsabili del Patrimonio hanno ieri dato notizia della ricezione dell’offerta e, trascorsi quindici giorni, senza che siano arrivate ulteriori offerte al rialzo, si procederà quindi alla alienazione del palazzo. “È un ottimo risultato – afferma l’assessore D’Agostino – perché finalmente si attiva il processo di alienazione dei beni comunali e quindi la possibilità di rimpinguare le casse comunali con nuovi capitali e mettere a frutto l’ingente patrimonio immobiliare inutilizzato”. Il sindaco Leoluca Orlando sottolinea invece che “questa offerta di acquisto di un bene fortemente vincolato nella sua futura destinazione d’uso è la conferma di una attrattiva in termini imprenditoriali e commerciali del nostro centro storico. La riqualificazione dell’edificio sarà essa stessa momento ed opportunità di crescita economica e contribuirà alla riqualificazione di tutta l’area di via Lungarini”.

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Saracinesche come quadri, così rinasce il centro storico

Presentato a Palermo il progetto “Fare la Kalsa”, che ha coinvolto artisti e residenti impegnati per la riqulificazione di alcune strade della città

di Ruggero Altavilla

Un piccolo laboratorio di rigenerazione urbana in un angolo nascosto del centro storico di Palermo. Durante le festività natalizie appena trascorse, un gruppo di artisti in residenza ha lavorato per riqualificare la via Schioppettieri e altre strade limitrofe, alle spalle di piazza Bellini e piazza Pretoria. Un progetto promosso da cittadini e associazioni con il sogno di pedonalizzare e rilanciare queste strade del centro.

Una delle opere del progetto

Un primo tassello è stato posto pochi giorni fa, con una serata di presentazione del progetto “Fare la Kalsa – La Memoria che Affiora”, promosso dallo Studio Knot, in collaborazione con il Comune di Palermo e l’associazione “Via Roma Centro Storico”, supportato da B&B Mojo, Balata, St’orto e grazie al contributo di SocialFare. Otto artisti hanno trasformato in quadri le saracinesche di proprietà dei residenti della zona, realizzando delle pitture ispirate al tema della memoria del luogo. Un piccolo museo a cielo aperto in un crocevia di strade che conserva parte delle mura puniche, testimonianze dei primi insediamenti in città, e il Teatro Finocchiaro, uno dei gioielli della Palermo liberty, oggi in disuso.

Opera di Antonio Curcio

Così, uno spazio normalmente adibito a parcheggio, è stato liberato dalle auto per un giorno e reinventato grazie alla creatività di Nessunettuno, Alessandra Di Paola, Linda Randazzo, Maca, Ligama, Sira Viviani, Antonio Curcio e Claudia Fabris. Ci sono i fiumi interrati Kemonia e Papireto che appaiono su due saracinesche, realizzati dallo street artist Nicolò Amato, in arte Nessunettuno, che è anche coordinatore del programma artistico. Poi in un’altra opera, Antonio Curcio va all’origine del nome di via Schioppetteri, spiegando quasi come in una didascalia che “qui si costruivano gli schioppi”, antenati dei fucili, mentre Ligama ha lasciato un putto su un’altra saracinesca.

Opera di Linda Randazzo

Ma sono stati tanti gli interventi degli artisti che, insieme ai residenti, hanno gettato le basi per un progetto più ampio di riqualificazione, il cui step successivo potrebbe essere la pedonalizzazione delle strade interessate al progetto. “Avete mai visto la via degli Schioppettieri così? – si domandano gli organizzatori – Siamo stracontenti della trasformazione da parcheggio a luogo di incontro tra realtà diverse. Questa è la città che stiamo sognando, vissuta e adatta alle persone”.

(Foto di Giuseppe Mazzola)

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Risplenderà il gioiello bizantino dei Peloritani

Sarà riqualificata l’area esterna e verrà allestito un museo dedicato all’abbazia dei Santissimi Pietro e Paolo d’Agrò di Casalvecchio Siculo

di Ruggero Altavilla

Un gioiello architettonico, sintesi di stile bizantino, arabo e normanno, nascosto tra i monti Peloritani. Si prepara a rinascere l’abbazia dei Santissimi Pietro e Paolo d’Agrò, a pochi passi da Casalvecchio Siculo. Il Comune del Messinese, infatti, godrà di un finanziamento da parte dell’assessorato regionale dei Beni culturali per la conservazione del borgo medievale con la chiesa normanna dei Santissimi Apostoli Pietro e Paolo, che comprende la riqualificazione del verde e dei beni architettonici e storici. Si tratta di risorse che ammontano a quasi 347mila euro – come si legge in un recente decreto del Dipartimento regionale dei Beni culturali – da finanziare con fondi del Programma operativo complementare 2014-2020.

La facciata della chiesa dei Santissimi Pietro e Paolo d’Agrò

Un intervento molto atteso dall’amministrazione comunale di Casalvecchio, che prevede la riqualificazione dell’area davanti alla chiesa, con la sistemazione dei muretti, nuovi elementi di arredo urbano, come panchine e fioriere, e un’adeguata illuminazione. L’intenzione, inoltre, è di creare un museo immersivo dedicato alla basilica, nell’antico monastero adiacente alla chiesa. Uno spazio museale al passo coi tempi, arricchito da bookshop e caffetteria.

Interni della chiesa

Il complesso ha origini antichissime e fu un centro notevole di vita spirituale, sociale ed economica. La chiesa originaria risaliva presumibilmente all’incirca al 560. Fu in seguito completamente distrutta dagli arabi e quindi ricostruita nel 1117. La chiesa molto probabilmente fu danneggiata nel 1169 a causa del fortissimo terremoto che quell’anno colpì la Sicilia orientale. Fu quindi ristrutturata e rinnovata nel 1172 dall’architetto Gherardo il Franco, come si può dedurre dall’iscrizione in greco antico posta sull’architrave della porta d’ingresso. Da quel restauro la chiesa non subì altre modifiche e si è conservata praticamente intatta.

Prospetto laterale

Dopo secoli di permanenza, alla fine del ‘700, i frati si trasferirono in un’altra sede a Messina, poiché l’aria era diventata insalubre e quasi irrespirabile a causa dell’acqua imputridita dell’Agrò proveniente dalle coltivazioni di lino lungo il fiume. Successivamente la chiesa di fatto praticamente abbandonata e per molti anni servì addirittura da deposito per attrezzature contadine. Una lento oblio che durò fino agli anni ‘60 del secolo scorso, interrotto solo dalle visite di studiosi dell’architettura medievale sia italiani che stranieri. A partire dagli anni Sessanta la chiesa fu ripulita, restaurata, riaperta al culto e alle visite. Adesso un passo ulteriore verso una più completa riqualificazione.

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La Fornace di Scicli diventerà centro culturale

L’ex fabbrica del Ragusano distrutta da un incendio quasi un secolo fa e oggi in abbandono, sarà espropriata dalla Regione

di Ruggero Altavilla

Il suo scheletro di pietra si staglia davanti al mare tra Sampieri e Marina di Modica. Un tempo dava lavoro a un centinaio di persone, ma quasi un secolo fa un incendio la distrusse completamente. Adesso la Fornace Penna di Scicli, monumento di archeologia industriale del Ragusano, diventata famosa anche grazie alla fiction del “Commissario Montalbano”, si prepara a un nuovo corso. Un primo passo verso la rinascita potrebbe arrivare presto, grazie all’esproprio del bene che il governo regionale ha annunciato di voler intraprendere.

La Fornace Penna

L’edificio versa in condizioni precarie e le ondate di maltempo che hanno interessato la Sicilia rischiano di danneggiarlo irreparabilmente. Così il governo – fanno sapere dalla Regione – ha approvato una delibera proposta dal presidente Nello Musumeci, con cui si mette nero su bianco la volontà di espropriare l’ex fornace e acquisirla al patrimonio della Regione Siciliana. L’intenzione, una volta ristrutturata, è di trasformarla in un centro culturale.

Sopralluogo di Musumeci alla Fornace Penna

Nelle scorse settimane – si legge in una nota diffusa dalla Regione – il governatore aveva effettuato un sopralluogo a Scicli, insieme al sindaco del Comune, Enzo Giannone e al soprintendente ai Beni culturali di Ragusa, Giorgio Battaglia, e successivamente organizzato una riunione a Palazzo Orleans per individuare il percorso amministrativo più idoneo per mettere in sicurezza, salvare e utilizzare la struttura risalente agli inizi del Novecento. A seguito della relazione predisposta dalla Soprintendenza iblea e del parere dell’Ufficio legislativo e legale della Regione, il governo ha deciso di privilegiare l’esproprio rispetto all’acquisto privatistico, essendo la procedura più celere per l’amministrazione. Sul valore dell’immobile c’è già una valutazione effettuata dal Comune ragusano pari 535mila euro. La giunta ha però chiesto per i prossimi giorni una perizia di congruità al dipartimento regionale tecnico.

Litorale di Sampieri

Da oltre tre anni, la Fornace è stata posta sotto sequestro preventivo, da parte dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale, a seguito di un procedimento penale avviato dalla Procura della Repubblica di Ragusa. La Soprintendenza ha già quantificato in circa 350mila euro le risorse necessarie per la messa in sicurezza del bene e in 5,5 milioni di euro quelle per il restauro e il consolidamento statico finalizzati alla valorizzazione e fruizione del sito. “Avevamo preso l’impegno – evidenzia il presidente Musumeci – di salvare dal degrado e valorizzare la Fornace Penna e lo stiamo mantenendo. Si tratta di un polo visivo monumentale unico, oltre a ricadere su un’area che conserva molteplici testimonianze storiche e archeologiche. Intervenire, dopo anni di abbandono, è un dovere per la Regione. Ipotizziamo che la struttura possa diventare un centro culturale e sociale e di aggregazione”.

Fornace Penna (foto Davide Mauro, Wikipedia)

La Fornace Penna fu costruita sul mare di Punta Pisciotto tra il 1909 e il 1912 per volere del barone Penna e realizzata su progetto dell’ingegner Ignazio Emmolo. Il sito della fabbrica di laterizi era stato scelto con cura sia per la sua vicinanza alle vie di comunicazione – il mare consentiva l’attracco delle navi e nelle immediate vicinanze passava la ferrovia – sia per la presenza a poche centinaia di metri di una cava di argilla. Dotata di un forno Hoffmann, per l’epoca era una delle industrie più all’avanguardia del Meridione e riusciva a sfornare diecimila pezzi al giorno, tra mattoni e tegole, che venivano esportati in molti paesi mediterranei, soprattutto a Malta e in Libia. Tripoli dopo la conquista italiana del 1911 fu in gran parte ampliata con laterizi del “Pisciotto”.

L’ex stabilimento è lungo 86 metri

La Fornace è articolata su tre piani, e il corpo principale è a pianta basilicale tanto da somigliare più a una antica chiesa che a una fabbrica. La struttura interna si componeva di sedici camere disposte ad anello lunghe cinque metri e larghe tre e mezzo ciascuna. Il tiraggio forzato veniva esercitato da una ciminiera alta 41 metri e lo stabilimento era lungo 86 metri. Nella parte est era alloggiato il macchinario. La sala macchine ospitava due polverizzatori a martello; un’impastatrice a eliche grandi, rifornita da elevatori a tazze, due laminatori con filiere per la produzione di gallette, laterizi forzati e tegole curve o coppi, una pressa a revolver per la produzione di tegole alla marsigliese, una pressa per la produzione di tegole di colmo. Esisteva pure un piccolo vano per la fabbricazione di stampi, tegole marsigliesi e rulli di scorrimento per i carrelli delle filiere. La Fornace Penna dava lavoro a un centinaio di persone. Il 26 gennaio 1924, un incendio doloso la distrusse completamente. Vano fu il tentativo dei marinai di Sampieri, degli agricoltori dei fondi vicini e dei tanti operai che cercarono di spegnere il rogo che ancora oggi rimane avvolto nel mistero.

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La Scala dei Turchi a piccoli passi verso l’Unesco

La bianca scogliera di Marna dell’Agrigentino minacciata dai crolli si candida a diventare uno dei siti Patrimonio dell’Umanità

di Ruggero Altavilla

Bianchi gradini che sprofondano nel blu del mare. Un monumento della natura icona della Sicilia, che adesso inizia il suo lungo cammino verso un traguardo ambito. La Scala dei Turchi, la scogliera di marna che si affaccia sul litorale di Realmonte, nell’Agrigentino, si candida a diventare uno dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Un riconoscimento non facile da raggiungere, dall’iter articolato e costellato da mille ostacoli, non ultimo il fatto che la scogliera ricade all’interno di una proprietà privata.

La Scala dei Turchi

Ma un primo tassello verso la World Heritage List arriva con un atto politico. È un ordine del giorno, approvato all’unanimità dall’Assemblea regionale siciliana con il quale si impegna il governo ad avviare l’iter per l’importante riconoscimento Unesco. Il provvedimento arriva proprio all’indomani dell’ennesimo allarme lanciato dagli ambientalisti sui crolli del costone roccioso, in più occasioni messo in sicurezza per evitare pericoli. “L’inserimento della Scala dei Turchi nell’elenco dei siti Patrimonio mondiale, culturale e naturale dell’Unesco non può essere ulteriormente rinviato – ha detto Michele Catanzaro, parlamentare che ha firmato l’ordine del giorno approvato da Sala d’Ercole – . Per questo abbiamo impegnato il governo ad avviare le procedure necessarie a tutelare quel tratto di costa tra Realmonte e Porto Empedocle rappresentativo dell’identità della provincia di Agrigento e dell’intera Sicilia”.

La scogliera di marna (Foto LukaszKatlewa, Wikipedia)

Una tutela di cui si parla da anni, tra ordinanze di divieto d’accesso firmate dall’amministrazione comunale, e denunce degli ambientalisti, che hanno portato nei giorni scorsi all’apertura di un fascicolo a carico di ignoti da parte della Procura di Agrigento, per inosservanza delle norme a tutela dei beni artistici, culturali e ambientali, dopo che massi e pietre si sono staccati dal costone. “L’occhio del drone ha scoperto migliaia di massi a rischio crollo, nei lati della collina che sovrasta la Scala dei Turchi – hanno fatto sapere dall’associazione Mareamico Agrigento – . Le pietre che sono venute giù negli scorsi giorni non sono nulla, rispetto a ciò che rischia ancora di cadere. Serve urgentemente una massiccia opera di disgaggio, al fine di far crollare in maniera controllata tutti i massi pericolanti e chiudere fisicamente la zona ovest a rischio”.

Litorale di Realmonte dalla Scala dei Turchi

Dunque, il recente impegno di Sala d’Ercole, seppur non sancisca di fatto alcun riconoscimento, potrebbe aprire finalmente la strada alla valorizzazione e tutela che la Scala dei Turchi merita. La scogliera, da sempre meta turistica soprattutto d’estate, si erge tra due spiagge di sabbia fine, per accedervi bisogna procedere lungo il litorale e inerpicarsi in una salita somigliante a una grande scalinata naturale di pietra calcarea. Una volta raggiunta la sommità della scogliera, il paesaggio visibile abbraccia la costa agrigentina fino a Capo Rossello. Dalle forme ondulate e irregolari, con linee dolci e rotondeggianti, prende il nome dalle passate incursioni di pirateria da parte dei saraceni, genti arabe e, per convenzione, turche; i pirati turchi, infatti, trovavano riparo in questa zona meno battuta dai venti e rappresentante un più sicuro approdo.

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Il Castello dei Ventimiglia diventa “Sacro Refugio”

Inaugurata a Castelbuono l’installazione di Francesco De Grandi, una rossa scritta luminosa che anticipa la mostra “Migration”

di Ruggero Altavilla

“Immagina la notte di Natale guardare dalla strada fredda il castello con questa insegna di accoglienza, di pace e di fortezza. Il museo che protegge l’essere ancora umani”. Così Francesco De Grandi descrive la suggestione suscitata dalla sua installazione creata per il Museo Civico di Castelbuono. Una rossa scritta luminosa campeggia sopra l’ingresso del Castello dei Ventimiglia: “Sacro Refugio” è ciò che si legge. Un’installazione pensata da ditosinistro, alias dell’artista palermitano, inaugurata ieri pomeriggio e che richiama un tema a cui il Museo Civico dedica la mostra dal titolo “Migration”, a partire dal prossimo 15 dicembre. Un’esposizione itinerante, prodotta dallo StadtMuseum di Düsseldorf, dal Janco-Dada Museum di Ein Hod e dal Museo Civico, con il sostegno della Fondazione Federico II, che rappresenta l’evento conclusivo del programma di Bam, Biennale Arcipelago Mediterraneo a Palermo.

L’inaugurazione dell’opera (foto Eva Oliveri da Facebook)

Quello di De Grandi-ditosinistro è il primo intervento del progetto “Illuminaria”, che ogni anno farà brillare il castello con un intervento d’artista site-specific, mettendo da parte i classici decori natalizi. “Un’opera concepita non solo per illuminare la facciata del Castello dei Ventimiglia – spiegano dal Museo civico – ma per disvelare alle nostre coscienze l’emergenza umanitaria di cui siamo testimoni. Un’opera che si offre come esortazione collettiva, sul nostro agire, sul valore umano che lo spirito natalizio rappresenta”.

Francesco De Grandi

Il “Sacro Refugio” rappresenta, dunque, il luogo in cui trovare conforto, benessere fisico, spirituale e intellettuale, nella casa dove è custodito il teschio di Sant’Anna, patrona di Castelbuono, reliquia conservata nella Cappella Palatina, scrigno barocco dei Serpotta. Ma allo stesso tempo, lo stesso “refugio” è diventato anche un contenitore d’arte, il museo della città, centro nevralgico di sperimentazione. L’opera, lunga 9 metri, e che sarà installata fino al 12 aprile, – sottolineano ancora dal Museo civico – “gioca sulla doppia percezione dell’augurio festivo con l’uso di una luminaria, ma produce uno turbamento linguistico e percettivo, lasciandoci riflettere di fronte ad un’affermazione così stridente. È nell’atto del nostro riconoscimento che giunge la consapevolezza della nostra responsabilità di fronte a quella che è stata definita la più grande tragedia umana del XXI secolo”.

L’installazione sulla facciata del castello

Ditosinistro è un progetto nato nel 2015, nato come “estensione” del pensiero dell’artista. Si caratterizza per l’uso di una comunicazione semplice: una scritta rossa sgangherata che l’autore esegue con la mano manca su fondo giallo. Poche frasi, a volte solo una parola, riflettono causticamente e con ironia sui mali del mondo, sulle vicende della politica italiana, sui fatti di cronaca e di costume. Una riflessione critica sposata dal Museo civico di Castelbuono, “con la consapevolezza che le istituzioni culturali debbano interpretare la complessità e lo spirito del nostro presente storico con responsabilità civica e la libertà di pensiero degli artisti”.

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Si prepara a rinascere l’itinerario di Santa Rosalia

Il percorso di oltre 185 chilometri che attraversa la Sicilia, sarà valorizzato grazie a una convenzione tra Regione e istituzioni religiose

di Ruggero Altavilla

Inizia tra le vette dei Sicani e si conclude su Monte Pellegrino, o viceversa. È l’itinerario che ripercorre idealmente il cammino di Santa Rosalia, una strada che si snoda per oltre 185 chilometri passando da varie località nel cuore della Sicilia, fino ad arrivare a Palermo. Inaugurato nel 2015, alla presenza dell’arcivescovo della Diocesi di Agrigento, Francesco Montenegro, adesso l’Itinerarium Rosaliae fa un passo avanti verso la valorizzazione grazie alla convenzione che sarà sottoscritta tra la Regione Siciliana e le diocesi del territorio.

Eremo di Santo Stefano Quisquina

L’obiettivo è quello di rilanciare l’itinerario grazie a una convenzione che coinvolge quattro assessorati regionali – Beni culturali, Agricoltura, Territorio e Ambiente e Turismo – e altrettante istituzioni religiose, ovvero le diocesi di Palermo, Agrigento e Monreale e l’Eparchia di Piana degli Albanesi. Il patto consentirà di migliorare la fruizione del lungo percorso naturalistico, arricchendo la rete del turismo religioso in Sicilia e valorizzando i luoghi attraversati dal percorso.

Grotta nel santuario di Monte Pellegrino

L’itinerario si snoda su un sistema di sentieri, regie trazzere, mulattiere e strade ferrate dismesse, tra le province di Palermo e Agrigento, attraverso il Parco dei Monti Sicani e le riserve naturali di Monte Cammarata, Monte Carcaci, Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio, Monte Genoardo e Santa Maria del Bosco, Bosco della Ficuzza, Rocca Busambra, Bosco del Cappelliere, Gorgo del Drago, Serra della Pizzuta e Monte Pellegrino. Sebbene non ripercorra fedelmente la strada fatta dalla Santuzza, ne propone un’alternativa camminabile e attrattiva per i centri attraversati e per le ricchezze naturalistiche percorse.

Grotta nell’eremo di Santo Stefano Quisquina

Le due tappe estreme sono rappresentate da un lato dall’eremo di Santa Rosalia a Santo Stefano Quisquina, nell’Agrigentino, dove si trova la grotta in cui si rifugiò Rosalia, e dall’altro il Santuario su Monte Pellegrino, che custodisce la grotta dove furono trovate le ossa della Santa. Due luoghi dall’alto valore religioso, uniti da un percorso che si prepara a essere rilanciato. “Il segmento religioso – ha affermato il governatore Nello Musumeci – è significativo della domanda turistica: la Sicilia ha grandi chance da giocare. L’Itinerarium Rosaliae ha una capacità d’attrazione come poche altre nel Paese. Siamo legati alla Chiesa siciliana dal comune obiettivo, che è pastorale e laico allo stesso tempo, di elaborare una comune azione di valorizzazione e fruizione dell’itinerario. Sono certo che a così elevate finalità corrisponderà una cooperazione efficace che perfezioneremo con accordi esecutivi”.

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Rivive l’agorà di Selinunte con una mostra inedita

Si inaugura una mostra sugli scavi nel centro urbano realizzata in collaborazione con l’Istituto archeologico germanico di Roma

di Ruggero Altavilla

Selinunte e la sua agorà. La vita quotidiana, il via vai dei commerci, lo sviluppo urbanistico della colonia greca più occidentale della Sicilia. Un patrimonio racchiuso in quello che oggi è uno dei parchi archeologici più grandi d’Europa e che si prepara a una stagione di rilancio, anche grazie a prestigiose collaborazioni internazionali. Si rafforza, infatti, il sodalizio tra l’Istituto germanico, che da anni conduce importanti campagne di scavi nel Parco archeologico di Selinunte, e la Regione Siciliana. Un’intesa suggellata dalla presenza dell’ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling, che giovedì 28 novembre, fa visita al Parco, in occasione dell’inaugurazione della mostra “Vivere l’agora. Gli scavi nel centro urbano di Selinunte”. L’iniziativa è inserita nella programmazione del nuovo corso del Parco di Selinunte, Cave di Cusa e Pantelleria, che dal giugno scorso è guidato dall’architetto Bernardo Agrò.

L’acropoli di Selinunte

La mostra, con un nuovo allestimento museale, – fanno sapere dalla Regione – è dedicata ai risultati degli scavi archeologici svolti nella zona dell’agorà tra il 1995 e 2007, condotti dall’Istituto archeologico germanico di Roma, sotto la direzione di Dieter Mertens, in collaborazione la Regione Siciliana, attraverso il Parco archeologico di Selinunte e la Soprintendenza per i Beni culturali di Trapani. La ricerca ha avuto come obiettivo principale la ricostruzione della posizione, della forma e dell’organizzazione dell’agorà e dell’area residenziale posta immediatamente ad est della piazza.

Ricostruzione di Selinunte

Le attività archeologiche svolte dall’Istituto germanico, che ha celebrato quest’anno i 190 anni dalla fondazione, all’interno del Parco di Selinunte a partire dagli anni Settanta hanno permesso di riconoscere fondamentali aspetti della topografia e della storia della città. Una collaborazione che ha favorito anche l’ingresso di nuovi interlocutori scientifici. La realizzazione della mostra è stata infatti curata dalla Humboldt Universität zu Berlin, sotto la direzione di Agnes Henning, che già da tempo parte del team scientifico e di scavo. Bernardo Agrò, con la sua equipe, ha curato la rinnovata museografia degli spazi espositivi del Baglio Florio, con un progetto in grado di coniugare tradizione archeologica e innovazione museale, anche attraverso l’utilizzo di proiezioni multimediali.

Il Tempio E

La mostra, realizzata con la collaborazione di studenti di diverse nazionalità, appartenenti all’Istituto archeologico dell’ateneo berlinese, ha come obiettivo principale quello di presentare la funzione e la struttura dell’agora nel contesto della pianificazione urbana e lo sviluppo delle strutture residenziali e commerciali poste lungo il confine orientale, in relazione alla piazza pubblica. I reperti archeologici esposti coprono un arco cronologico compreso tra il 600 e il 250 avanti Cristo circa, quindi più di trecento anni. L’esposizione offre quindi non solo un quadro sugli aspetti architettonici dell’area, ma anche uno sguardo sulla vita quotidiana a Selinunte, a partire dalla prima fase di occupazione, attraverso la fase di monumentalizzazione, l’assedio cartaginese e la fase successiva.

Riproduzione dell’antica Selinunte in una stampa del 1910

In futuro, uno degli obiettivi della nuova direzione del Parco sarà quello di attivare laboratori a cantiere aperto di restauro, corsi di specializzazione sulla attività di scavo, dottorati e scuole di specializzazione con le varie università, in modo da far diventare il Parco di Selinunte sede permanente per tirocini e master destinati a giovani archeologi, architetti e restauratori. “L’intesa con l’Istituto germanico – commenta il presidente della Regione Nello Musumeci – è motivo di soddisfazione, ma anche uno stimolo a fare del Parco archeologico di Selinunte un luogo di interesse internazionale, sia per il turista che per lo studioso”.

Strada sull’Acropoli

Obiettivo condiviso anche dal direttore Bernardo Agrò, che sottolinea come il lavoro dell’archeologo Vincenzo Tusa prima e del figlio Sebastiano poi, sia stato determinante per attrarre l’attenzione di studiosi internazionali su Selinunte. “Con l’inaugurazione del nuovo percorso museale – ha detto Agrò a Le Vie dei Tesori News – il mio pensiero va a loro, che si sono spesi tanto per valorizzare quest’area archeologica. Adesso lavoriamo affinché Selinunte diventi sempre più un grande laboratorio che, partendo dalla ricerca archeologica degli addetti ai lavori, si continui ad aprire al territorio, con tutte le nostre attività in programma, dai cantieri aperti avviati a luglio agli incontri dei cantieri della conoscenza, fino ai miglioramenti per la fruizione dell’area”.

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Palermo città che legge: arrivano otto biblioteche

Finanziato un progetto che prevede la realizzazione di attività integrate per la promozione del libro e della lettura. Saranno coinvolte le otto circoscrizioni

di Ruggero Altavilla

Una biblioteca tematica per ogni circoscrizione di Palermo. Ciascuna con una propria identità, da valorizzare attraverso iniziative mirate all’incremento della diffusione del libro e della lettura. È il progetto “LibrOvunque”, che ha ottenuto un finanziamento di 90mila euro dal Cepell – Centro per il Libro e la Lettura – l’Istituto autonomo del Ministero per i Beni e le Attività culturali che dipende dalla Direzione generale Biblioteche e Istituti culturali. Il progetto, presentato dal Sistema bibliotecario cittadino per il bando “Città che legge 2019”, ha messo in palio, a livello nazionale, tre finanziamenti da 90mila euro ciascuno per la realizzazione di attività integrate per la promozione del libro e della lettura. Con “LibrOvunque” – fanno sapere dall’amministrazione comunale – Palermo si è classificata al primo posto della graduatoria di merito (82 punti), seguita da Napoli (79 punti) e da Catania (77 punti). L’amministrazione comunale cofinanzierà il progetto per altri 40mila euro.

Nascerà una biblioteca per ogni circoscrizione

Così – si legge nella descrizione del progetto a cura della direttrice del Sistema Bibliotecario cittadino, Eliana Calandra – nella prima circoscrizione, il centro storico, in cui oltre il venti per cento dei residenti è costituito dai “nuovi palermitani” provenienti da tutto il mondo, si troverà la “Biblioteca multiculturale”. La seconda circoscrizione, invece, si estende in zone marinare, e quindi il tema sarà quello della “Biblioteca del mare”. La terza ospiterà la “Biblioteca delle Emozioni”, nuove forme di approccio alla lettura specificamente rivolte al pubblico con qualsiasi disabilità. La “Biblioteca della città”, in relazione a celebrazioni o ricorrenze cittadine, sarà nella quarta circoscrizione; invece, nella quinta si discuterà della “Biblioteca dei suoni”. La sesta ospiterà la “Biblioteca popolare”, mentre la settima, che comprende la Riserva naturale di Monte Pellegrino e del Parco della Favorita, proporrà la “Biblioteca dell’ambiente”. Infine, l’ottava circoscrizione ospiterà la “Biblioteca dell’apprendimento”, con il coinvolgimento delle scuole.

Leoluca Orlando

“La lettura contribuisce a superare marginalità e perifericità geografiche ed esistenziali” – dichiara il sindaco Leoluca Orlando, che unitamente all’assessore alle Culture, Adham Darawsha, aggiunge: “Il Centro per il Libro e la Lettura ha premiato un progetto che vede coinvolta tutta la città, comprese le periferie, in una capillare operazione di sensibilizzazione dei lettori, soprattutto di quelli ancora potenziali, con l’obiettivo di incrementare la lettura, potente motore di sviluppo della collettività”.

“Si tratta del risultato di un percorso virtuoso – sottolinea Eliana Calandra – iniziato col riconoscimento a Palermo del titolo di Città che legge e continuato con il Patto per la Lettura, che ha connesso lettori e istituzioni operanti nel campo del libro e della lettura in una rete cittadina attiva e strutturata”.

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Arte, cultura e passeggiate: così rinascono le periferie

A Palermo progetti nei quartieri Brancaccio, Zen e Danisinni. Previsti laboratori teatrali, street art, letture e riqualificazioni all’insegna della rigenerazione urbana

di Ruggero Altavilla

Riscoprire le periferie attraverso l’arte e la cultura, valorizzando quartieri alternativi ai classici itinerari turistici. La scommessa è quella di rivitalizzare quelle per troppo tempo considerate “terre di nessuno”, puntando sulle risorse del territorio. Palermo si conferma così laboratorio culturale dove sperimentare buone pratiche, cercando di valorizzare anche economie locali in un sistema integrato. Dopo l’esperienza ormai consolidata di Danisinni, un quartiere che sta rinascendo tra performance teatrali, mostre, laboratori e altre iniziative, arrivano due progetti di turismo esperienziale e familiare che, oltre a Danisinni, abbracciano anche Brancaccio e Zen. Ma anche un altro progetto che prevede, tra Kalsa e Zen, letture, video-racconti e la creazione di un originale “bosco letterario”.

Il Centro di accoglienza Padre Nostro

Partendo da Brancaccio, sono in programma le quattro giornate (due a novembre e due a dicembre) del progetto “Oltre i margini: urban walking per le vie di Brancaccio, un museo a cielo aperto tra arte, gioco e cultura”, organizzato dall’associazione Centro di Accoglienza Padre Nostro ETS. Il progetto prevede passeggiate, laboratori teatrali, degustazioni e performance di street art all’interno del quartiere, tra i luoghi e la casa-museo di padre Giuseppe Puglisi.

Salvo Piparo

Si parte venerdì 22 novembre alle 14 in piazzetta Beato Padre Pino Puglisi, con un laboratorio teatrale a cura di Nicolò Argento, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. L’indomani, 23 novembre, alla stessa ora, protagonista sarà Salvo Piparo con un altro laboratorio dedicato alla Festa dei Diritti dei bambini. Gli altri due appuntamenti di dicembre prevedono le due passeggiate culturali “Oltre i margini”, sabato 28 in via Germanese e domenica 29 in via Brancaccio, a partire dalle 11, con l’inaugurazione di due murales e una degustazione con street food.

Murales a Danisinni

C’è poi il progetto “Girocavallo – Periferie in scena”, presentato dall’associazione Città dell’arte, che prevede tre passeggiate musicate e teatralizzate nei quartieri Zen, Brancaccio e Danisinni, in cui i partecipanti saranno coinvolti nella lettura di brani e invitati a dipingere e danzare, con assaggio finale – anche in questo caso – di cibi da strada. A guidare i partecipanti sarà la cantastorie Sara Cappello, in una spettacolarizzazione itinerante dei luoghi, per raccontare il tessuto e la storia dei tre quartieri. Queste le date: venerdì 29 novembre allo Zen, attraverso le “insule” del quartiere, con raduno in piazza San Domenico; sabato 30 a Brancaccio, con appuntamento in piazza Giulio Cesare, davanti alla stazione centrale, e sabato 7 dicembre a Danisinni.

Biblioteca Giufà

Infine, poi, sul fronte della rigenerazione urbana, è appena partito il progetto “Ogni quartiere è un libro”, approvato e finanziato dal Ministero per i Beni culturali e le Attività culturali e per il Turismo e che avrà come protagonisti gli abitanti di Zen e Kalsa. Capofila è la Biblioteca Giufà, ospitata nei locali comunali di via Fausto Coppi allo Zen 2, gestita dal Laboratorio Zen Insieme, entrata a far parte del Sistema bibliotecario nazionale tramite il Polo della Biblioteca comunale di Palermo; partner l’associazione culturale Incontrosenso e l’Aps Vivi Sano.

Laboratori allo Zen

Per una decina di mamme dello Zen è appena partito il laboratorio di lettura ad alta voce con sessioni dedicate alla creazione di audiolibri, per diffondere la buona pratica della lettura ad alta voce sin dalla prima infanzia. Previsto, poi, un laboratorio di storytelling destinato a 15 ragazzi fra i 13 e i 17 anni, per l’acquisizione di tecniche base per la realizzazione di una raccolta di racconti dei nonni del quartiere legati alla tradizione orale, con la produzione di un audiovideo e la promozione web da parte dei sei ragazzi maggiormente motivati, che avranno il compito di pubblicare le storie selezionate e creare gli audiolibri. Con le storie verrà creato un bosco letterario interattivo: attraverso la dislocazione di QR code istallati sugli alberi del quartiere, molti dei quali verranno piantati in occasione del progetto, nel giardino dello Zen e al Parco della Salute di Porta Felice.

Sarà, poi, riqualificata, coinvolgendo 20 residenti, anche l’Insula 1E dello Zen, che consente l’accesso diretto alla Biblioteca Giufà: la nuova corte pedonale diventerà l’elemento di congiunzione tra il quartiere e la biblioteca. Il progetto durerà sei mesi e si concluderà in primavera con un Festival di letteratura per bambine e bambini, lo “ZenBook”, un percorso di promozione e diffusione della lettura che parte dalla periferia e arriva fino al cuore della città attraverso eventi speciali.

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