Sarà restaurato l’organo dell’abbazia di San Martino delle Scale

Danneggiato dai topi, lo strumento musicale è tra i più grandi e potenti d’Italia. Dopo tanti appelli per salvarlo, in arrivo un finanziamento della Regione

di Ruggero Altavilla

È tra i più grandi strumenti musicali italiani e tra i più potenti di quelli ancora funzionanti, ma il suo timbro vibrante è sotto attacco dei topi. Maestoso e solenne, l’organo dell’abbazia benedettina di San Martino delle Scale, frazione montana di Monreale, tornerà a suonare come un tempo. Lo storico strumento, dopo tanti appelli lanciati per il recupero, sarà restaurato e riportato all’antico splendore grazie a un finanziamento della Regione Siciliana, che ha annunciato anche un intervento su un altro organo, quello della Chiesa Madre di Borgetto.

L’organo dell’abbazia

Da anni attaccato dai roditori, il monumentale strumento che svetta sul coro ligneo della basilica di San Martino, non ha più l’efficienza di una volta: la perdita d’aria, causata dai fori non fa più “suonare” bene le sue 4000 canne e altera anche la pressione. È necessario, dunque, un intervento di manutenzione straordinaria per ripristinare lo stato originario, riparando i mantici, riportando la giusta pressione e riparando la meccanica. “Da quasi cinque anni – sottolinea il governatore Nello Musumeci, che ha accolto la richiesta dell’abate Vittorio Rizzone  – lo storico strumento a canne, vanto dell’arte organaria italiana, non è utilizzabile al meglio perché i topi hanno rosicchiato la pelle dei mantici del grand’organo e del motore. Renderlo di nuovo efficiente è doveroso nei confronti dei fedeli, ma anche delle centinaia di appassionati e turisti che ogni estate affollano il Festival organistico”.

L’abbazia di San Martino delle Scale

“Con un intervento da quasi 24mila euro, finanziati dalla Regione, tornerà a risuonare il monumentale organo a canne – ha dichiarato il presidente del Consiglio comunale di Monreale, Marco Intravaia – danneggiato dai topi che sono arrivati a compromettere il mantice e impossibilitato a suonare dal 2017”.

Chiostro dell’abbazia

Col suo magnifico prospetto laccato in oro, l’organo, costruito dalla ditta Mascioni di Cuvio, in provincia di Varese, non teme il confronto con i migliori strumenti europei. Commissionato nel 1594 al “magister” Raffaele La Valle, insieme al figlio Antonino tra i più importanti organari siciliani. Aveva in origine una tastiera e 10 registri, ma dopo varie modifiche venne notevolmente ampliato dall’alcamese Baldassare Di Paola a partire dal 1770 fino al 1784. Il “nuovo” organo di Di Paola, autore di grandi e magniloquenti ripieni, aveva 72 registri e quattro tastiere. Capace di imitare il suono di un molti strumenti d’orchestra, fino a un’intera banda militare, fu completato nell’Ottocento da Francesco La Grassa.

L’abbazia di San Martino in una stampa d’epoca

Secondo un’antica tradizione, l’abbazia di San Martino delle Scale fu fondata da papa Gregorio Magno nel 604 e distrutta dai saraceni nel Nono secolo. Ma l’inesistenza di fonti attendibili ha fatto dubitare molti studiosi su questa ipotesi. Di certo, esistono invece documenti che legano l’abbazia alla prima metà del 14esimo secolo, a partire dal 1347. E altri che raccontano l’importanza che ebbe nei secoli successivi, con una vita culturale vivace e originale: produzioni e committenze artistiche, attività editoriali e insegnamento. Oggi è ancora un’oasi di silenzio e pace tra i monti di Palermo, una delle poche in Sicilia ancora abitata dai monaci benedettini.

(La prima foto grande in alto è di Salvatore Ciambra, licenza Creative Commons, attribuzione 4.0 – CC BY 4.0)

Un teatro all’aperto tra l’Africa e l’Europa

A Lampedusa, nell’area delle cave, tra Cala Francese e Punta Sottile, iniziati i lavori per uno spazio destinato ad ospitare manifestazioni musicali, teatrali, raduni e eventi culturali

di Ruggero Altavilla

È il lembo di terra più a sud d’Europa. Un sistema di aree di scavo comunicanti tra loro, diventato un suggestivo spazio di trame e tessiture intagliate nella roccia. È in quest’angolo estremo di Lampedusa che nascerà il Teatro Naturale della Cava, frutto di un atteso recupero degli ex siti tra Cala Francese e Punta Sottile. Un progetto di cui si parla da tempo e che in questi giorni ha preso il via con l’inizio dei lavori. “Sarà uno spazio di tutti noi lampedusani, ma anche un sito di interesse turistico e culturale in grado di aumentare l’attrattività della nostra isola”, ha dichiarato il sindaco Totò Martello, che ha annunciato in una nota su Facebook l’avvio dei lavori di risanamento e restauro del sito.

 

Rendering del progetto

In quell’area nascerà uno spazio aperto al pubblico destinato ad ospitare manifestazioni musicali, teatrali, raduni ed eventi culturali. Si tratta di un progetto che ha alle spalle un iter molto lungo: il primo finanziamento risale al 2005 – ricorda il sindaco – , poi nel 2016 il progetto è stato “recuperato” senza però arrivare alla conclusione del percorso amministrativo. “Successivamente, nel 2019 – aggiunge Martello – questa amministrazione comunale, confermando l’incarico all’architetto Vincenzo Latina, già Medaglia d’Oro Architettura Italiana 2012 e Premio Architetto Italiano 2015, ha provveduto alla rimodulazione del progetto stesso, sia in relazione alla tipologia di interventi ed alle opere da realizzare, che per quel che riguarda una serie di aspetti tecnici e burocratici necessari a permettere la pubblicazione dell’avviso pubblico e l’avvio dei lavori”.

L’isola di Lampedusa

L’avviso per l’individuazione della ditta esecutrice dei lavori è stato pubblicato nel 2020 tramite la Centrale unica di committenza dei Comuni di Pantelleria, Lampedusa e Linosa, Ustica e Salemi. L’aggiudicazione – fanno sapere dall’amministrazione comunale – è avvenuta per un importo complessivo di 311mila euro. La consegna alla ditta incaricata è avvenuta lo scorso 29 dicembre 2021, gli interventi sono iniziati il 7 gennaio e saranno ultimati il prossimo 30 giugno. “Il Teatro Naturale della Cava – aggiunge il sindaco –  rappresenterà anche uno spazio in grado di far crescere l’economia dell’isola, sia per la sua valenza turistica che per le manifestazioni e le iniziative che potrà ospitare”.

Barconi dei migranti a Lampedusa

Nella stessa area, inoltre, sorgerà anche un Memoriale delle Migrazioni: un luogo di pausa e riflessione, di meditazione e di preghiera aperto a tutte le religioni e professioni di fede. Sarà collocata un’imbarcazione utilizzata dai migranti per arrivare a Lampedusa e sulla parete perimetrale sud-est della Cava si prevede di realizzare un numero di fori (del diametro variabile da 100 a 50 millimetri) corrispondenti alle vittime, bambini e adulti, del tragico naufragio del 3 ottobre 2013 che provocò la morte di 368 persone. “Uno spazio, questo – conclude Martello – che intende anche ricordare tutte le vittime innocenti delle migrazioni e ribadire il nostro impegno affinché il Mediterraneo possa essere un mare di pace”.

Il progetto del Teatro Naturale della Cava

“Il progetto – spiega l’architetto Vincenzo Latina – è stato immaginato come un’Erma bifronte, come un luogo che interpreti le principali ‘vocazioni’ dell’isola degli ultimi anni: quello della prima accoglienza dei migranti e quello ricettivo del soggiorno turistico-vacanziero. La cava più grande oggetto dell’intervento si estende per circa 6.000 metri quadrati; la seconda area limitrofa misura invece circa 500 metri quadrati. La profondità di scavo varia da 2 a un massimo di 4,5 metri, ed è in parte affiorante dal piano di campagna, situato a pochi metri dalla costa. La peculiare conformazione dell’area di scavo la rende un luogo già di per sé carico di bellezza. I particolari tagli, residui delle estrazioni dei blocchi, hanno lasciato sulle pareti, in modo diffuso, un sistema di incisioni simile a un impressionante retablo di segni”.

La leonessa restaurata: dal museo Doderlein all’Orto Botanico

Lo scheletro di Panthera Leo, riassemblato grazie alle Vie dei Tesori, è una delle chicche dell’edizione natalizia del Festival a Palermo, in programma dal 27 dicembre al 5 gennaio

di Ruggero Altavilla

È un museo unico, che custodisce, come cristallizzato, l’ecosistema di un secolo e mezzo fa, quando gli storioni erano di casa alla foce del fiume Oreto. E quando il “Mar di Sicilia” era un caleidoscopio di colori e di specie, popolato da anguille, gronchi, cernie, dentici di dimensioni paragonabili a quelle degli esemplari che si trovano oggi nei parchi marini. Inizia dal Museo di zoologia Pietro Doderlein, la speciale edizione natalizia delle Vie dei Tesori a Palermo, in programma dal 27 dicembre al 5 gennaio (ve ne abbiamo parlato qui).

Il Museo Doderlein

Da lunedì 27 a giovedì 30 dicembre, dalle 10 alle 15,30, il museo allestito nel 1862 dal cattedratico dalmata che insegnò all’Università di Palermo, si potrà visitare partecipando a questa edizione che invita a donare per la bellezza. Il ricavato dei coupon, infatti, sarà devoluto per metà a sostenere interventi di restauro che si andranno ad aggiungere agli altri già finanziati dalla Fondazione Le Vie dei Tesori (qui per scoprirli tutti).

Scheletro della leonessa birmana all’Orto Botanico

Proprio dal museo Doderlein, proviene lo scheletro della leonessa restaurato dalle Vie dei Tesori e oggi esposto nel Gabinetto scientifico del Gymnasium dell’Orto Botanico, altro luogo aperto in questi giorni di festa, a partire dal 28 dicembre (qui tutti i luoghi e le date). Leggenda metropolitana voleva che fosse lo scheletro del leone Ciccio, vissuto in una gabbia di Villa Giulia fino agli anni Ottanta.

Un momento del restauro curato da Daniele Di Lorenzo (foto FabLab Palermo)

Ma in realtà questo esemplare di Panthera Leo è molto più antica e ha tutt’altra provenienza. Uno studio genetico condotto da Donata Luiselli e Elisabetta Cilli dell’Università di Bologna ha potuto stabilire che lo scheletro apparteneva ad una leonessa birmana originaria dell’Africa centrale. Certo è che lo scheletro è maestoso ed è stato riassemblato come un puzzle a partire da pezzi conservati da decenni, integrando gli elementi mancanti con la stampa 3D realizzata dall’associazione FabLab Palermo Aps, confrontandolo con un secondo scheletro proveniente dall’Università di Messina.

Visite al Museo Doderlein

Il leone fu presumibilmente catturato nella seconda metà dell’Ottocento. Preparato, custodito ed esposto nella sala del museo Doderlein, venne poi smontato e conservato nei depositi. Il reperto, da una analisi dei distretti scheletrici e dalla completa eruzione dentaria, è stato identificato come esemplare di giovane adulto. Il cranio mostra caratteristiche che fanno ipotizzare un esemplare di sesso femminile.

La Sala degli elefanti del Gemmellaro

Negli anni Novanta del secolo scorso le ossa vengono “sbiancate” nei laboratori del museo Gemmellaro di Palermo, con lo scopo di recuperarne l’allestimento. Conservato scomposto al Doderlein, dopo un anno di lavoro, nel 2019, lo scheletro è stato completamente ricostruito e restituito alla comunità. Il restauro – spiega il direttore del museo Doderlein, Sabrina Lo Brutto – ha previsto diverse fasi: la pulizia delle ossa, la valutazione dello stato di conservazione, la realizzazione del sostegno interno ed esterno per la messa in posa e la stampa 3D delle ossa mancanti.

Il gabinetto scientifico dell’Orto Botanico

Il progetto di restauro è stato coordinato dall’Università degli Studi di Palermo, e ha visto la partecipazione di diverse istituzioni siciliane. Gli studi genetici sono coordinati da Sabrina Lo Brutto, del Dipartimento Stebicef dell’ateneo palermitano. La Fondazione Le Vie dei Tesori ha cofinanziato la realizzazione del progetto; il Museo della Fauna del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Messina ha messo a disposizione lo scheletro completo di un leone per ricavarne le immagini 3D delle ossa mancanti, realizzate dall’associazione FabLab.

Per informazioni sul programma e gli altri luoghi del Festival cliccare qui, oppure scrivere a info@leviedeitesori.it o telefonare allo 091745575 dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 13.

Passi avanti verso l’Area marina protetta di Capo Zafferano

Presentata ufficialmente la proposta di tutela del tratto di mare tra Aspra e Solanto, già Sito di interesse comunitario e custode di un patrimonio di biodiversità

di Ruggero Altavilla

Uno specchio di mare cristallino che custodisce fondali ricchi di biodiversità. Estese praterie sommerse di Posidonia, rocce coralline, calette e paesaggi da cartolina. Capo Zafferano è un piccolo miracolo creato dalla natura, e per questo sempre più da tutelare. Prosegue il cammino verso l’istituzione dell’area marina protetta in questo tratto sovrastato da Monte Catalfano, già importante oasi ambientale e paesaggistica terrestre. A due anni dall’istituzione del Sito di interesse comunitario “Fondali di Capo Zafferano”, i tempi per la costituzione di un’area marina protetta in quello specchio d’acqua tra Aspra e Solanto, sono sempre più maturi.

Capo Zafferano al tramonto (foto Giulio Giallombardo)

È stato ribadito nel corso di un incontro che si è svolto recentemente a Bagheria, a Palazzo Butera, a cui hanno partecipato esperti, amministratori, operatori del territorio per presentare ufficialmente la proposta di istituzione dell’area marina protetta di Capo Zafferano. L’incontro è stato organizzato dal Cesvit, Centro Studi per lo Sviluppo Territoriale, insieme al comitato promotore dell’iniziativa di cui fanno parte il Comune di Bagheria e quello di  Santa Flavia, oltre al Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare e il Dipartimento di Scienze della Terra e del Mare dell’Università di Palermo.

Capo Zafferano (foto Ziegler175, Wikipedia)

“Oggi abbiamo fatto nascere qualcosa di importante – ha detto Orazio Amenta, presidente del Cesvit – destinata a fare virare la via dello sviluppo verso altri binari rispetto al passato – dice Amenta – Pare impossibile che a Bagheria e Santa Flavia oggi siamo riusciti a lanciare l’idea di un’area marina protetta a Capo Zafferano”. L’incontro è servito anche a fare il punto sullo stato delle coste, sugli impegni che le pubbliche amministrazioni devono prendere per migliorare la salute delle acque del territorio, ascoltando chi il mare lo vive e lo studia, con un solo obiettivo: utilizzare il mare quale risorsa di sviluppo ma rispettandone la natura.

Il faro di Capo Zafferano (foto Giulio Giallombardo)

I promotori, nel corso dell’incontro, hanno inoltre informato che è in programma la stesura di un protocollo d’intesa tra tutti gli enti, associazioni, organizzazioni intervenute al convegno e promotrici dell’iniziativa e tra tutte quelle che si vorranno aggiungere per chiedere al Parlamento l’introduzione di Capo Zafferano nell’elenco delle aree di reperimento riportate nella Legge 394/91, primo passo per avviare l’iter di riconoscimento dell’ area marina protetta.

Bagheria, Palazzo Butera

All’incontro per rappresentare l’amministrazione comunale di Bagheria ha preso parte l’assessore Emanuele Tornatore che è intervenuto nella doppia veste di amministratore ma anche di archeologo con esperienza proprio su un’area marina come quella di Ustica. “Crediamo in questo progetto – ha detto Tornatore – che è politico ma anche scientifico, culturale, ambientale e turistico. Sono contento di vedere altri amministratori di Comuni vicini perché lavoriamo già, come distretto, come un unico territorio ed anche l’area marina potrebbe essere gestita allo stesso modo coinvolgendo la comunità che la vive”.

Il mare di Capo Zafferano (foto Giulio Giallombardo)

Nei fondali che circondano il promontorio di Capo Zafferano sono stati censiti numerosi habitat di notevole importanza, fra cui una vasta prateria di Posidonia oceanica, che si estende da uno a circa 30-32 metri di profondità. La Posidonia, che svolge un ruolo rilevante nella produzione di ossigeno, non è una pianta qualsiasi, le sue praterie rivestono un’enorme funzionalità per la vita del mare e il suo litorale, tanto da essere strettamente protetta da norme nazionali ed internazionali. Oltre alla prateria di Posidonia, l’area di Capo Zafferano presenta altre emergenze naturalistiche tra cui il “coralligeno” tipico dei fondali rocciosi.

(La prima foto grande in alto è di Jason Boldero, licenza CC BY 2.0)

Il Giovinetto resta a Mozia, sfuma la mostra al Salinas di Palermo

La statua avrebbe dovuto far parte di un’esposizione temporanea al museo archeologico del capoluogo siciliano, ma dopo le proteste della comunità marsales non si sposterà dall’isola

di Ruggero Altavilla

Ha viaggiato in lungo e in largo, attraverso i continenti. È stato ammirato a Venezia, Berlino, Londra e Los Angeles, ma adesso resta a casa. Non si muoverà da Mozia il Giovinetto che avrebbe dovuto essere esposto per una mostra temporanea al Salinas di Palermo nei prossimi mesi. L’iconica scultura in marmo, custodita al museo Whitaker della piccola isola dello Stagnone, è stata nelle ultime settimane al centro di una levata di scudi da parte della comunità marsalese, da esponenti del Consiglio comunale a rappresentanti di associazioni del territorio e cittadini.

La testa del Giovinetto

Al grido “Io resto qui” hanno chiesto a gran voce che la statua, probabilmente portata nell’isola dai Cartaginesi dopo il saccheggio di Selinunte nel 409 avanti Cristo, non si spostasse da Mozia per evitare il rischio di danni a causa del trasporto. Adesso, è arrivata la decisione dell’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà: il Giovinetto non farà parte della grande mostra internazionale del museo Salinas. Della mancata trasferta – si legge in un comunicato – è stata informata la direttrice del museo archeologico di Palermo, Caterina Greco, a capo del comitato scientifico che sta selezionando le opere siciliane, particolarmente importanti, da inserire nella grande esposizione in programma per due mesi e mezzo, all’inizio del nuovo anno.

Particolare della scultura (foto Wikipedia)

Una decisione, quella assunta dall’assessore Samonà, che fa seguito alle polemiche nate nelle scorse settimane, anche se – sottolineano dalla Regione – lo spostamento era stato, comunque, subordinato al parere tecnico-scientifico espresso da una commissione della Soprintendenza dei beni culturali, che avrebbe dovuto garantire la totale incolumità dell’opera nel caso di un possibile trasferimento temporaneo.

Il Museo Whitaker

“Prendo atto – dichiara l’assessore Samonà – della volontà espressa dalla comunità locale che ha manifestato platealmente il proprio dissenso, privando la mostra di un’opera che avrebbe dato una grande visibilità a Mozia e ai preziosi scavi dell’Isola. È innegabile – ha aggiunto l’assessore – che questa è un’occasione persa perché, grazie a questa mostra, il Giovinetto avrebbe fatto parlare di sé, non soltanto la stampa specializzata ma anche importanti testate a carattere nazionale e internazionale, con un’evidente ricaduta positiva sull’immagine di Mozia, sulla quale il governo regionale sta, da tempo, attuando importanti azioni di valorizzazione”.

Il museo Salinas di Palermo

“Colgo l’occasione – prosegue Samonà – per stigmatizzare la campagna di disinformazione messa in atto da taluni che avevano diffuso la notizia falsa di un trasferimento permanente dell’opera, che non è mai stato all’ordine del giorno. Auspico – conclude – che nei due mesi e mezzo invernali di durata della mostra siano in tanti, fra coloro che hanno protestato per il trasferimento temporaneo del Giovinetto, a fare la fila per recarsi a Mozia e ammirare la scultura”.

In scena per i diritti umani, torna a Palermo “My name is Patrick Zaki”

Dopo una tournée in giro per l’Italia, arriva al Teatro Gregotti dell’Università la replica della performance di Alessandro Ienzi dedicata al giovane attivista egiziano

di Ruggero Altavilla

Un Prometeo dei nostri tempi, finito in carcere per aver provato a tracciare un nuovo cammino nel solco dei diritti. Torna in scena “My name is Patrick Zaki”, performance teatrale scritta, diretta e interpretata da Alessandro Ienzi, dedicata al giovane attivista egiziano, già studente dell’Alma Studiorum di Bologna, e attualmente detenuto nel carcere di Tora al Cairo.

Alessandro Ienzi in scena

Dopo la tournée nazionale nelle piazze di Palermo, Napoli, Roma e Bologna, torna nel capoluogo siciliano lo spettacolo vincitore del Premio Orestiadi e supportato da Global Campus of Human Rights, Avant-GardeLawyers, International Human Rights Art Festival. Sarà il Teatro Gregotti dell’Università di Palermo, in viale delle Scienze, ad ospitare la performance, martedì 30 novembre alle 18, dopo i saluti del rettore Massimo Midiri, del direttore del Dipartimento Cultura e Società dell’ateneo, Michele Cometa e del direttore del Dipartimento di Scienze Psicologiche, Pedagogiche, dell’Esercizio fisico e della Formazione, Gioacchino Lavanco.

 

Nello spettacolo prodotto dalla compagnia Raizes Teatro, con il contributo della Fondazione Orestiadi, Zaki è una sorta di “Joker” che dal 7 febbraio 2020, giorno in cui è iniziata la detenzione dello studente, si è scisso da Patrick, creando una divisione tra il giovane attivista e il mito, tra lo studente e l’eroe. La performance è un viaggio tra musica e parole che mette in collegamento gli eventi storici che hanno travolto il mondo dall’11 settembre 2001 fino ai giorni nostri, passando attraverso la primavera araba.

Patrick Zaki

“La libertà di espressione è un diritto fondamentale e ci consente di vivere pienamente il nostro animo e il nostro pensiero – sottolinea Ienzi, attore e regista diplomato alla Scuola del Teatro Biondo, diretta da Emma Dante, ma che è anche avvocato del Foro di Palermo – . Nessuno può esserne privato e per di più sulla base di strategie del terrore e dell’oppressione. Siamo vicini a Patrick, in quanto giovani, artisti, attivisti e sognatori. L’arte deve assumersi la responsabilità di raccontare ciò che ci fa vergognare di esseri umani e la vicenda che riguarda Patrick è una di queste”.

Alessandro Ienzi

Alessandro Ienzi, vincitore dello Human Rights Art Festival di New York, è attualmente direttore di Human Freedom 2021, programma organizzato da Raizes Teatro, di cui è fondatore, Global Campus of Human Rights (Venezia), Avant Garde Lawyers (Parigi), IHRAF (New York). Lo scorso ottobre al Vienna Rathaus, il municipio della capitale austriaca, nel corso del Forum dei Diritti fondamentali 2021 dell’Unione Europea, organizzato dalla Fundamental Rights Agency, Ienzi ha portato in scena “Set you free”, una performance dedicata alle sfide sui diritti umani che l’Unione Europea deve affrontare, con il supporto di Avant-GardeLawyers, che offre assistenza legale agli artisti privati della libertà di espressione.

L’altissima antenna Rai di Caltanissetta diventerà bene culturale

La Soprintendenza ha dato avvio alla procedura amministrativa per l’apposizione del vincolo, dopo l’ipotesi di abbattimento che ha sollevato diverse proteste della comunità

di Ruggero Altavilla

Con i suoi 286 metri è la più alta d’Italia nel suo genere e fino al 1965 lo era anche d’Europa. È stata spenta per sempre nel 2004 per l’alto costo di mantenimento dell’impianto. La vertiginosa antenna della Rai di Caltanissetta, installata sulla collina di Sant’Anna, è diventata ormai uno dei simboli della città. L’ipotesi di abbattimento ha suscitato, nelle scorse settimane, una vibrante azione di protesta da parte della comunità locale e delle organizzazioni del territorio. Per questo, – fanno sapere dalla Regione – la Soprintendenza ai Beni Culturali di Caltanissetta, ha dato avvio, questa mattina, alla procedura amministrativa per l’apposizione del vincolo di bene di interesse culturale.

L’antenna Rai (foto OppidumNissenae, Wikipedia)

A seguito della sentenza del Tar che autorizzava la Rai all’abbattimento dell’antenna, perché ormai vecchia e per motivi di incolumità pubblica, – si legge in una nota della Regione – si era generato un forte sentimento di protesta da parte della comunità e di quanti in quella struttura hanno riconosciuto un elemento fortemente identificativo, esaltandone, peraltro, il primato di una tra le testimonianze più significative del suo genere in Italia.

L’antenna da piazza Garibaldi (foto OppidumNissenae, Wikipedia)

Nelle scorse settimane, l’assessore regionale ai Beni Culturali, Alberto Samonà, facendosi portavoce della volontà espressa dal governo, aveva chiesto agli uffici di compiere ogni atto amministrativo utile a salvaguardare l’antenna nel rispetto del bene primario della salvaguardia della pubblica incolumità e, nei giorni scorsi, aveva richiesto alla Soprintendenza di Caltanissetta, attraverso una nota ufficiale del Dipartimento, di dare avvio a una nuova procedura tendente ad ottenere il riconoscimento del valore culturale del bene. Procedura che oggi ha preso avvio.

Uno scorcio di Caltanissetta

Il trasmettitore nisseno fa parte di una stazione radio della Rai dismessa per la radiodiffusione in onde lunghe, medie e corte. I lavori di costruzione iniziarono nel 1949, quando la Rai ebbe l’esigenza di rendere fruibile la ricezione del segnale nei paesi del Mediterraneo e del Nord Africa. I costi di costruzione furono di 146 milioni di lire dell’epoca; l’azienda costruttrice fu la Cifa (Compagnia Italiana Forme e Acciaio). L’impianto fu inaugurato il 18 novembre del 1951 da dall’allora ministro delle telecomunicazioni Giuseppe Spataro, dal presidente della Rai Cristiano Rindomi, insieme ai presidenti in carica e uscente della Regione Siciliana, Franco Restivo e Giuseppe Alessi. La Rai, una volta disattivato per le trasmissioni nel 2004 l’impianto, ha espresso l’intenzione di demolire la struttura ormai inattiva e con alti costi di manutenzione; infatti, per la manutenzione periodica sono coinvolti tecnici specializzati per i lavori ad alte quote.

L’antenna vista dal centro abitato (foto OppidumNissenae, Wikipedia)

“Il trasmettitore della stazione radio della Rai, ormai dismesso – commenta l’assessore Samonà – viene percepito nel sentire comune come il luogo-simbolo di una trasformazione epocale, l’espressione di un’archeologia industriale che ha fortemente connotato il territorio, cambiando la fisionomia dei luoghi e integrandosi a tal punto nel contesto ambientale da divenire esso stesso parte della storia della città. Adesso è necessario che tutti facciano la propria parte, non soltanto per salvaguardare il bene culturale, ma anche per valorizzare l’area con una concreta progettualità”.

Centri culturali e spazi polivalenti per i giovani: così rinascerà la Kalsa

Prende corpo il percorso partecipativo che coinvolge Comune, Università, operatori culturali, scuole e comitati di cittadini, alla luce degli interventi di riqualificazione previsti nell’ex monastero delle Artigianelle e nel Collegio della Sapienza

di Ruggero Altavilla

Un percorso partecipativo per far rinascere uno dei quartieri più importanti del centro storico di Palermo. C’è un’azione corale in corso che riguarda la Kalsa, una sinergia che sta impegnando in queste settimane rappresentanti del Comune, dell’Università, operatori culturali, scuole e comitati di cittadini. Una nuova assemblea pubblica del progetto Kalsa 2022 si è svolta questo pomeriggio nell’aula magna dell’istituto Ferrara, in piazza Magione. Al centro dell’incontro il progetto di rigenerazione dello storico quartiere di Palermo e, nello specifico, del restauro e manutenzione straordinaria dell’antico monastero delle Suore Carmelitane Scalze, detto delle Artigianelle, in piazza Kalsa, e del Collegio della Sapienza, in piazza Magione.

Un momento dell’incontro all’Istituto Ferrara

All’incontro di oggi, frutto di un percorso promosso dalla Prima Circoscrizione, erano presenti il sindaco Leoluca Orlando, il vice sindaco Fabio Giambrone, gli assessori Maria Prestigiacomo, Giovanna Marano e Cinzia Mantegna, e il presidente della Prima Circoscrizione Massimo Castiglia. Oggetto della discussione, per quanto riguarda l’ex collegio delle Artigianelle, – fanno sapere dall’amministrazione comunale – l’intervento che prevede la manutenzione straordinaria nelle porzioni già riqualificate, la demolizione del corpo di fabbrica che occupa il giardino storico e la completa dotazione impiantistica in tutto il complesso. Mentre, nel caso dell’antico Collegio della Sapienza, ad oggi totalmente in disuso, vandalizzato e con evidenti problemi di stabilità strutturale e di umidità, invece, l’intervento di cui è destinatario l’immobile prevede il restauro complessivo della struttura.

Tutto nasce lo scorso 15 ottobre quando si è svolto un “Consiglio di strada” in piazza Magione organizzato dalla Prima Circoscrizione. Al centro dell’incontro, le schede che gli uffici del Comune hanno realizzato per la presentazione del Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) per il Centro Storico di Palermo, legato al Fondo Sviluppo e Coesione 2014-2020 – Piano Operativo “Cultura e Turismo”. L’amministrazione comunale aveva previsto una serie di interventi da realizzare nel centro storico, e in particolare erano oggetto di discussione il restauro dell’antico monastero delle Suore Carmelitane Scalze e quello Collegio della Sapienza. Quest’ultimo intervento, nello specifico, prevedeva di “destinare l’intero immobile a struttura ricettiva per la gioventù e centro di accoglienza per studenti fuori sede”, ma questa ipotesi – si legge nella relazione su Kalsa 2022 – non aveva trovato un riscontro favorevole in molti dei partecipanti al Consiglio, che chiedevano invece una destinazione d’uso diversa, a finalità culturale.

Collegio della Sapienza

A conclusione di una serie di interventi e di posizionamenti, è nata la proposta di organizzare un percorso partecipativo per raccogliere pareri e opinioni sul Cis e sulle forme di riqualificazione del quartiere Kalsa. Il coordinamento di queste attività è stato affidato a Marco Picone, docente di Pratiche Partecipative nel Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo, e ai suoi studenti. È seguito un incontro organizzativo il 20 ottobre all’Istituto Comprensivo Rita Borsellino e un terzo il 25 ottobre, con la forma del “world cafè” nello stesso istituto a cui hanno partecipato circa 40 persone, tra esponenti dell’amministrazione comunale, consiglieri comunali, rappresentanti della Prima Circoscrizione, della scuola (docenti e genitori degli allievi), della comunità educante, dei comitati di quartiere e dell’università.

L’ex istituto delle Artigianelle (foto Beppetaco, Wikipedia)

Gli esiti del lavoro sono una serie di modifiche suggerite sulle schede di intervento per l’istituto delle Artigianelle e il collegio della Sapienza. Nel primo caso, è previsto il restauro dell’immobile e del giardino storico e la demolizione del corpo di fabbrica in cemento armato che sorge all’interno del giardino storico. L’obiettivo è valorizzare le potenzialità di uno spazio anche attraverso la cura di un verde di comunità e realizzare un polo culturale di riferimento a sostegno dei giovani del quartiere. Per quanto riguarda il collegio della Sapienza, invece, l’intervento vuole destinare parte dell’immobile a struttura ricettiva intesa come foresteria culturale e l’altra parte come centro culturale, educativo e inclusivo polivalente, dotato di spazi e servizi di produzione, ricerca e promozione culturale e multi-interdisciplinare, laboratori educativi-inclusivi e coworking.

Uno scorcio di piazza Magione (foto Kalima, Wikipedia)

“Si tratta di un momento molto importante per la città – ha dichiarato il sindaco Orlando -. L’amministrazione comunale sta procedendo sulla strada indicata con proposte e analisi di intervento che rispecchiano l’idea di considerare la Kalsa un ambiente che prosegue la sua rigenerazione non solo dal punto di vista strutturale, ma anche dal punto di vista culturale, umano. L’obiettivo non è snaturare la Kalsa, ma collegare le sue radici a quanti abitano e vorranno abitare e vivere il quartiere. Ringrazio per il loro impegno tutti gli attori coinvolti in questo percorso partecipativo di crescita e rigenerazione urbana in una forte dimensione comunitaria”.

L’aeroporto di Palermo premiato come miglior scalo europeo 2021

Riconoscimento per il “Falcone Borsellino” nell’ambito del Best Airport Awards nella categoria 5-10 milioni di traffico passeggeri. Il ceo di Gesap, Giovanni Scalia, nominato all’unanimità nel board di Aci Europe

di Ruggero Altavilla

Sicurezza e capacità di reagire al contraccolpo della pandemia, sostenibilità ambientale e rapporti virtuosi con le compagnie aeree. È grazie a queste qualità che oggi l’aeroporto internazionale “Falcone Borsellino” di Palermo è sul tetto del Vecchio Continente. Lo scalo siciliano è stato premiato come migliore d’Europa nell’ambito del Best Airport Awards della categoria 5-10 milioni di traffico passeggeri. Lo rende noto la Gesap, la società di gestione dello scalo aereo palermitano.

La terrazza del Centro direzionale

Ad assegnare il riconoscimento Best Airport Awards 2021, è stata l’associazione Aci Europe (Airports Council International), che riunisce oltre 500 scali aerei di 46 paesi, durante la 31esima assemblea generale e congresso annuale che si sta svolgendo a Ginevra. Il premio, giunto alla 17esima edizione – assegnato dalla giuria indipendente formata da esperti di aviazione civile della Commissione europea, Eurocontrol, Seaser Joint Undertaking, International Transport Forum e Ecac – pone un’attenzione particolare ai molti modi in cui gli aeroporti stanno reagendo alla pandemia da Covid-19, concentrandosi sugli obiettivi di sostenibilità dell’industria aeroportuale.

 

La torre di controllo dell’aeroporto di Palermo

All’aeroporto di Palermo è stato riconosciuta la capacità di resilienza durante la pandemia, del recupero del traffico passeggeri grazie al consolidamento e allo sviluppo dei rapporti commerciali con le compagnie aeree; di aver applicato tempestivamente le misure anti-covid all’interno delle strutture aeroportuali, con soluzioni innovative come la creazione di un centro tamponi di mille metri quadrati e l’info point; per l’impegno sulla sostenibilità ambientale, con l’acquisizione del secondo livello “Riduzione” dell’“Airport Carbon Accreditation” e la realizzazione di un parcheggio auto con la produzione di energia dai pannelli fotovoltaici.

L’ingresso dell’aeroporto

I giudici hanno anche evidenziato l’eccellente leadership dell’aeroporto durante la pandemia. L’aeroporto di Palermo, grazie all’accordo con l’Asp di Palermo, Usmaf, Usca, l’assessorato alla Salute della Regione Siciliana e l’ufficio del commissario per l’emergenza Covid a Palermo, ha fornito gratuitamente ai dipendenti e ai passeggeri le strutture per i test Covid e ha instaurato un dialogo aperto con e a supporto di tutti gli operatori aeroportuali.

Visite all’aeroporto durante Le Vie dei Tesori

Uno scalo sempre più amato anche dagli stessi palermitani, che hanno imparato a conoscerlo meglio in occasione del festival Le Vie dei Tesori, che è ormai giunto all’epilogo della 15esima edizione. Già dall’anno scorso, infatti, l’aeroporto di Palermo, ha partecipato alla manifestazione con un’esperienza alla palazzina direzionale, che culmina sulla terrazza da cui vedere arrivi e decolli da una prospettiva privilegiata. Un’occasione che si ripeterà per l’ultimo weekend, sabato 30 e domenica 31 ottobre dalle 10 alle 12 (qui per prenotare).

Giovanni Scalia e Natale Chieppa durante la premiazione

Il premio è stato ritirato dal ceo e dal direttore generale di Gesap, Giovanni Scalia e Natale Chieppa. Oltre al prestigioso riconoscimento, nel corso dell’assemblea è arrivata anche la nomina all’unanimità di Scalia nel board di Aci Europe, dove tra gli aeroporti italiani figurano solo Milano e Roma.  “Ringraziamo Aci Europe e la giuria per il riconoscimento e il valore assegnato alle attività dell’aeroporto di Palermo, frutto dell’impegno della comunità aeroportuale, in un periodo molto difficile per tutti. Siamo orgogliosi di questo premio – dicono Scalia e Chieppa – che condividiamo con i dipendenti e i soci. Abbiamo garantito l’operatività dello scalo e dato spazio a tutte le azione per contenere la pandemia. Abbiamo inoltre, senza sosta, portato avanti il piano di sviluppo che consegnerà ai passeggeri uno scalo aereo moderno e sostenibile”.

Le Vie dei Tesori torna a Mantova tra percorsi inediti e spettacoli

Un percorso “in verticale” in otto luoghi e due esperienze teatrali. Si visita eccezionalmente per il festival la chiesa abbandonata di San Cristoforo. Si sale anche fino alla Specola e apre il misterioso Pronao albertiano di Sant’Andrea

di Ruggero Altavilla

In tanti hanno scoperto il Pronao albertiano della basilica di Sant’Andrea, di solito non accessibile al pubblico, o hanno ammirato la città dalla cima della Specola o, ancora, sono entrati nella quattrocentesca chiesa di San Cristoforo, abbandonata da tanti anni. Sono alcuni dei luoghi aperti in occasione delle Vie dei Tesori che ritorna per il quarto anno consecutivo a Mantova con un’edizione-gioiello. Due weekend – il primo appena trascorso e il secondo in programma sabato 30 e domenica 31 ottobre – per scoprire otto luoghi della città lombarda e due esperienze teatrali.

Basilica di Sant’Andrea

Ecco quindi una nuova edizione, sempre in collaborazione con la Fidam, la Federazione italiana Amici dei musei, sotto il patrocinio del Comune di Mantova. Il mainsponsor è UniCredit; partner, gli Amici di Palazzo Te e dei Musei mantovani, in sinergia con associazioni culturali, Comune, Università, Diocesi, Demanio.

 

Chiesa di San Cristoforo

Archiviato il weekend appena trascorso, ci si prepara al successivo, quando riapriranno le porte otto luoghi restituiti alla città, con percorsi inediti che non stanno mancando di meravigliare gli stessi mantovani. Tra questi, sicuramente la quattrocentesca chiesa di San Cristoforo, abbandonata da tanti anni, che possiede una storia particolare:  nasce come chiesa conventuale dell’ordine dei Celestini. L’ex convento, nel tempo, è diventato proprietà del demanio militare ed è abitato. La chiesa, invece, chiusa da decenni, viene eccezionalmente aperta e resa visitabile per le Vie dei Tesori. “San Cristoforo attende un bando di concessione d’uso – interviene il soprintendente all’Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Mantova, Cremona e Lodi, Gabriele Barucca – . È in uno stato di conservazione precario come manutenzione e decorazioni interne. Ho aderito con grande piacere alle Vie dei Tesori proprio per farla apprezzare e sperare presto in una sua nuova vita”.

La Specola

È una visione “in verticale” della città, osservata nella sua pienezza e nel disegno urbanistico: appare così dalla cima della sua Specola, parte del complesso dei Gesuiti, e stazione meteorologica mantovana, alta 44 metri, attiva dai primi anni Trenta dell’800: da quassù il panorama è meraviglioso. Ma le sorprese non finiscono qui: Le Vie dei Tesori permette anche di accedere ad alcune parti di solito non fruibili del Pronao albertiano di Sant’Andrea – lo racconta Carlo Togliani, docente del Politecnico di Mantova –  un luogo misterioso che gli storici hanno immaginato come un vero progetto politico reso dalla mano di Leon Battista Alberti su incarico di Ludovico Gonzaga.

È il marchese a volere questa enorme “teca” monumentale per l’adorazione della reliquia del Sangue di Cristo, sottratta ai frati Benedettini. La piazza è troppo piccola e abitata, e l’architetto disegnerà la facciata imitando un arco romano che renda conto anche visivamente, della grandezza del Signore mantovano. Come si scopre durante la visita, il pronao introduce a salette diverse e gli storici ipotizzano si tratti di percorsi di visita in caso di pestilenza.

Spazio Hofer

Sempre con il festival si ricorda Andreas Hofer, patriota austriaco della Val Passiria, eroe romantico per Wordsworth, Coleridge, lord Byron e Shelley. Hofer combatté per l’indipendenza del Tirolo; catturato dai francesi, venne fucilato a Porta Giulia, là dove ora è nato uno spazio che lo ricorda e che verrà raccontato dagli studenti del Politecnico con l’unica porta monumentale rimasta della cinta muraria di Mantova. Tra gli altri luoghi, da non perdere la sagrestia, con gli armadi originari, e il chiostro di San Barnaba Apostolo; le collezioni scientifiche dell’esploratore e archeologo Giuseppe Acerbi, ghiotta occasione per scoprire anche Palazzo di San Sebastiano, o la Sala delle Lettrici della Biblioteca Comunale Teresiana. E ritornano anche le visite all’idrovora Valsecchi (qui tutti i luoghi del festival a Mantova).

Una scena dello spettacolo “The eyes don’t lie”

La chiesa della Madonna della Vittoria (via Claudio Monteverdi) diventa teatro per due spettacoli tra danza e fotografia. Dopo aver ospitato sabato scorso, “Icons” della compagnia Iiuvenis Danza, sabato 30 ottobre alle 19 e alle 21,15, ecco “The eyes don’t lie”, performance di danza contemporanea su sfondo fotografico (su scatti che ricordano molto l’uso della luce nel Caravaggio) di COD danza, una coreografia di Chiara Olivieri sulle immagini di Federico Ferro e Enrico Panina (qui per prenotare).

Le Vie dei Tesori 2021

Il festival che ha sempre spinto verso modalità 4.0, oggi insiste e rilancia; prenotazione ovunque caldamente consigliata, green pass e acquisto dei coupon online. Basta un coupon unico per accedere alle visite: all’ingresso di ogni sito, verrà smarcato e si accederà immediatamente alla visita, condotta dai volontari e dai ragazzi dagli studenti del liceo classico “Virgilio”, del liceo scientifico “Belfiore”, del liceo artistico “Giulio Romano” e del Politecnico – Facoltà di Architettura – Polo territoriale di Mantova. È stato allestito un info point nell’ex chiesa della Madonna della Vittoria (via Claudio Monteverdi 1) aperto dal 28 al 31 ottobre dalle 14.30 alle 18. Per informazioni su luoghi e esperienze del festival a Mantova cliccare qui.

Le Vie dei Tesori News

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