Valle del Belice, in arrivo oltre 12 milioni per il rilancio

Via libera dalla giunta regionale a progetti di restauro, bonifiche e interventi di rigenerazione per sette Comuni di tre province

di Redazione

Restauri, bonifiche, nuovi spazi museali e risanamento dei centri storici. Prende forma il piano di rilancio per la Valle del Belice con il via libera da parte della giunta regionale a undici interventi, per un finanziamento complessivo di oltre 12 milioni e mezzo di euro. Si tratta – fanno sapere dalla Regione – di opere per le quali sono coinvolti alcuni rami dell’amministrazione regionale e che verranno realizzate in sette Comuni di tre province: Agrigento, Palermo e Trapani.

Palazzo Filangeri Cutò a Santa Margherita di Belice

Lo scorso gennaio, il governatore Nello Musumeci aveva incontrato una delegazione dei sindaci della Valle del Belice, sollecitando i primi cittadini alla presentazione di progetti cantierabili per ottenere i dieci milioni di euro già stanziati per la realizzazione di infrastrutture pubbliche, anche per adeguamento, rifunzionalizzazione e ristrutturazione di impianti, edifici e opere esistenti.

Sambuca di Sicilia

Così, adesso, è pronto un elenco di progetti finanziati. A partire da Sambuca di Sicilia, nell’Agrigentino, dove arriveranno 1,2 milioni per il restauro e messa in sicurezza di Casa Parrino e 2 milioni per il completamento dell’ex convento dei Cappuccini. A Santa Margherita di Belice sarà completato il comparto 27 del vecchio centro abitato con 1,3 milioni; rinascerà, invece, l’archivio storico e museale del Belice di Salaparuta, dove è prevista anche la creazione del museo virtuale della memoria e della ricostruzione della Valle del Belice. Per questi progetti in arrivo un finanziamento di 1,2 milioni di euro, a cui si aggiungono 995mila euro per la riqualificazione dell’area urbana lungo via Regione Siciliana e 800mila euro per il completamento delle opere di urbanizzazione del nuovo comparto.

Partanna

Nel Trapanese, a Gibellina in arrivo un milione per la bonifica e riqualificazione ambientale dell’ex baraccopoli di Madonna delle Grazie contaminata da amianto; mentre a Partanna sarà risanato l’isolato di via Vittorio Emanuele e oiazza Cesare Battisti (1,2 milioni). Infine, i due Comuni del Palermitano: a Campofiorito 619mila euro per il rifacimento della rete idrica e fognaria e a Monreale 1,3 milioni per il restauro del cimitero monumentale e 788mila euro per la riqualificazione dell’ex baraccopoli di Grisì.

Rendering del nuovo centro d’accoglienza del Cretto

“È l’ennesimo finanziamento – sottolinea il governatore Nello Musumeci – che destiniamo alla Valle del Belice. Proprio di recente, mi piace ricordare, abbiamo varato un grande progetto di riqualificazione dell’area limitrofa al Cretto di Burri, a Gibellina: un nuovo Centro di accoglienza per i numerosi visitatori che vogliono immergersi nella suggestiva esperienza dell’architettura contemporanea, che dialoga con l’ambiente. Un intervento voluto dalla Regione che ne ha affidato la progettazione all’architetto Mario Cucinella (qui un articolo). Ci aspettiamo, inoltre, che anche il governo centrale faccia la propria parte, quella più cospicua, per la realizzazione di infrastrutture pubbliche che la comunità del Belice attende dal 1968”.

Nella Valle dei Templi riapre un ipogeo chiuso da otto anni

La cavità sotterranea di Giacatello era una cisterna che apparteneva alla complessa rete di acquedotti di Akragas. Adesso torna nuovamente fruibile a cittadini e turisti

di Redazione

Con il caschetto protettivo alla scoperta del luogo deputato all’acqua, una vera cattedrale immemore al tempo, dove ci si troverà catapultati all’indietro ai tempi dell’antica Akragas. Riapre infatti al pubblico l’antico ipogeo Giacatello, chiuso da otto lunghi anni, il luogo da cui si dipartono gli antichi acquedotti. Da domenica 26 giugno, si potrà scendere in profondità con l’aiuto degli speleologi di Agrigento Sotterranea e seguendo gli archeologi di CoopCulture: per ritrovarsi in un ambiente perfettamente conservato, una vera opera di ingegneria idraulica totalmente scavata nel banco di roccia; un esempio antico di sostenibilità e di rispetto dei popoli del passato verso la terra e le sue risorse visto che da qui sotto si diramano i diversi acquedotti in uso all’epoca di Akràgas e Agrigentum.

L’antica cisterna

È un vasto ambiente quadrangolare, alto poco più di 2 metri, puntellato da 49 pilastri disposti su più file. Dalle dodici aperture del tetto, funzionavano i pozzi per prelevare l’acqua. Al suo interno confluisce, da nord ovest, un acquedotto, mentre dall’angolo di sud-est parte un cunicolo tortuoso che sfocia nel vicino torrente San Leone. Originariamente l’ipogeo Giacatello era una cisterna che apparteneva alla complessa rete di acquedotti di Akràgas che, secondo la tradizione, fu progettata dall’architetto Feace e realizzata sfruttando la manodopera dei prigionieri cartaginesi dopo la sconfitta di Himera, nel 480 avanti Cristo; con i romani, divenne un deposito di grano.

Le colonne dell’ipogeo

“Dopo il grande successo delle Giornate dell’Archeologia – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – ecco un nuovo appuntamento per scoprire uno dei segreti meglio conservati della Valle dei Templi. Un luogo fra i più interessanti per la sua unicità: un nuovo percorso di visita che permetterà di scoprire la zona di Colle San Nicola, vero cuore pulsante delle attività religiose e civili della greca Akràgas e della romana Agrigentum”. Pronto infatti il nuovo percorso di visita: per la sua inaugurazione, è stata organizzata domenica 26 giugno alle 17, una visita gratuita condotta dagli operatori archeologi di CoopCulture, che coinvolgerà gli speleologi dell’associazione Agrigento Sotterranea, giovani professionisti che dal 2014 si occupano della valorizzazione del patrimonio ipogeo.

L’ipogeo dall’alto

“Aggiungiamo un nuovo tassello alle visite al Parco archeologico della Valle dei Templi – interviene il direttore Roberto Sciarratta – riconsegnando alla comunità agrigentina e ai turisti, un luogo straordinario chiuso da troppo tempo, che permette di raccontare il rapporto di grande rispetto che gli antichi avevano nei confronti della natura”. Ma non sarà l’unico, presto renderemo fruibili altre aree uniche”.

Una delle aperture sul tetto dell’ipogeo

Il percorso inizierà dal chiostro del museo archeologico Pietro Griffo: sarà possibile osservare da vicino l’area dell’Ekklesiasterion (il luogo in cui si riunivano in assemblea i cittadini che avevano diritto al voto) e del cosiddetto Oratorio di Falaride, il piccolo edificio religioso posto su un vero e proprio podio con tanto di scala. I visitatori poi raggiungeranno l’Agorà superiore dove gli archeologi parleranno di questi antichissimi luoghi di culto, e mostreranno il Bouleuterion ellenistico (poi trasformato in Odeon), indicando le trasformazioni a cui fu sottoposto il santuario ellenistico-romano. Il momento più suggestivo dell’esperienza sarà di certo scendere nell’ipogeo Giacatello, dotati di protezioni adeguate per svolgere la visita in completa sicurezza.

A rischio la chiesa dell’Origlione, al via i lavori di restauro

Intervento di somma urgenza per l’edificio nel centro storico di Palermo, interessato da alcuni crolli nei mesi scorsi. Previsto il rifacimento del prospetto e della vela campanaria, la sostituzione degli infissi e il risanamento della scala interna alla torre

di Redazione

Si corre ai ripari per mettere in sicurezza la chiesa di San Giovanni dell’Origlione, nel centro storico di Palermo. Al via i lavori di somma urgenza per lo storico edificio di Ballarò, dove nei mesi scorsi si erano registrati pericolosi crolli che mettevano a rischio la sicurezza dei passanti. I lavori, per quasi 130mila euro del Ministero dell’Interno per i beni del Fec, Fondo edifici di culto, saranno realizzati dalla Maltese srl di Alcamo e dovranno essere completati entro sei mesi.

La vela campanaria

Lo stato di rischio della chiesa – fanno sapere dalla Regione – era stato segnalato ad ottobre dello scorso anno alla Soprintendenza di Palermo dalla Prefettura, proprietaria del bene. In quel frangente si verificò il distacco di porzioni di tufo dal coronamento e dalla vela campanaria. Nel corso del sopralluogo effettuato dai tecnici della Soprintendenza si è preso atto della tipologia di intervento da effettuare e si è dato luogo alla predisposizione del progetto di restauro.

I lavori – spiegano dalla Regione – comporteranno il restauro del prospetto principale della chiesa e in particolare e delle tre campate della vela campanaria e della croce apicale. Il rifacimento comporterà anche la sostituzione degli infissi in legno e il risanamento della struttura in cemento armato della scala interna alla torre che consente l’accesso alla terrazza della vela campanaria.

Il portale della chiesa

“L’intervento della Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo diretta da Selima Giuliano è stato tempestivo – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – e già nell’arco di sei mesi i lavori saranno completati e il bene riportato in sicurezza. Segno questo dell’operatività e della qualità professionale degli uffici che, nonostante sottodimensionati, continuano garantire la massima operatività”. Il progetto è stato elaborato dall’architetto Silvana Lo Giudice della Soprintendenza, che curerà anche la direzione dei lavori. Hanno collaborato alla progettazione Salvatore Greco, Sandra Proto, Mauro Sebastianelli, Antonino Alfano, Dario Di Vincenzo. Il responsabile unico per il procedimento è l’architetto Ciro D’Arpa.

LA STORIA DELLA CHIESA

La chiesa, con il convento delle monache benedettine di San Giovanni dell’Origlione, viene fondata forse su una preesistenza del XIII secolo. Nel 1532 le monache benedettine lasciano il convento per andare a fondarne uno nuovo ai Settangeli ed il convento di San Giovanni viene abitato dalle monache olivetane della Grazia fino al 1554, quando viene chiuso da tre deputati nominati dall’arcivescovo.

Il prospetto dell’Origlione

Nel 1600, a spese di una monaca della famiglia Durante, la chiesa viene ingrandita come “gancia” dei cavalieri Gerosolimitani dipendente dalla Commenda della Guilla. Tra il 1635 ed il 1639 la decorazione della Chiesa viene affidata a Pietro Novelli. Per consentire alle monache di avere un belvedere sul Cassaro nel 1717, su progetto dell’architetto Carlo Infantolino e del padre domenicano Tommaso Maria Napoli, viene costruito un camminamento aereo. Il passaggio, coinvolgendo i palazzi vicini, compreso palazzo Papè Valdina lungo la via Protonotaro, verrà completato cinque anni dopo dagli architetti Giuseppe Venanzio Marvuglia e Giovanni Rossi.

La parte sommitale della facciata

A causa del terremoto del 1734 la chiesa subisce danni che vengono riparati dall’ingegnere crocifero Manuello Caruso. Nel 1775 entrano nel monastero le prime monache benedettine con la badessa suor Elisabetta Garofalo e viene incaricato di nuovo Marvuglia per il progetto delle decorazioni interne della Chiesa che vengono eseguite dal pittore Gaspare Cavarretta. Nel 1785 l’architetto Emmanuele Cardona viene incaricato del rifacimento del soffitto della Chiesa e della realizzazione del finestrone del prospetto principale. Potrebbe risalire a questa data l’inserimento di catene a sostegno della prima capriata della copertura, posta a ridosso del prospetto principale.

Nel 1793 la Chiesa viene consacrata, anche se i lavori interni continueranno fino al 1803. Nel 1866, a seguito della soppressione degli ordini e istituti religiosi, il Convento viene chiuso e, insieme alla Chiesa, viene incamerato dallo Stato. Il complesso architettonico sarà danneggiato per intero dai bombardamenti della Seconda Guerra mondiale: la chiesa limitatamente alla volta interna e al fastigio del prospetto principale, il convento viene invece raso a suolo, perdendo così la scenografica loggia-belvedere che era addossata al fianco destro della Chiesa, la cui esistenza è documentata da fotografie storiche conservate presso gli archivi della Soprintendenza per i beni architettonici ed ambientali di Palermo.

Transenne davanti alla chiesa

Intorno al 1955 l’architetto Pietro Finocchiaro della Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Occidentale progetta e realizza una nuova torre addossata alla parete laterale destra, là dove era la loggia belvedere, realizzando all’interno la scala in che serve a raggiungere la vela campanaria. In tempi più recenti, tra il 2002 ed il 2011, vengono eseguiti diversi interventi di somma urgenza dalla Soprintendenza di Palermo. Viene restaurata la copertura e, sulla scorta di documentazione storica che aveva evidenziato la presenza di affreschi di Novelli nelle pareti interne a ridosso della controfacciata, viene portato in luce, nella parete sinistra, l’affresco raffigurante Il trionfo di David Novelli, presumibilmente intonacato nel periodo post-bellico. Nel 2017 un altro intervento di restauro interesserà porzioni del portale principale e degli infissi.

L’arte di Franco Accursio Gulino indaga Pasolini

Nel centenario della nascita del grande intellettuale, trenta opere dell’artista saccense saranno esposte fino al 27 luglio nel Palazzo Reale di Palermo

di Redazione

Pasolini clandestinus, outsider, corsaro. Un eretico pervaso da un profondo senso del sacro e da una radicalità visionaria che lo porta a sfidare le convenzioni e i luoghi comuni del pensiero dominante. E proprio da questa sua radicalità di pensiero nasce la fascinazione di Franco Accursio Gulino: artista saccense, di nascita e di ritorno, anche lui visionario, anche lui indagatore delle contraddizioni del suo tempo, anche lui pensatore non allineato. Gulino avvicina Pasolini nei primi anni Duemila, e da allora non lo ha più lasciato.

Una delle opere in mostra

Nel centenario della nascita del grande intellettuale, trenta opere di Gulino formano “Pasolini Clandestinus”, mostra promossa dal Servizio Biblioteca dell’Ars e curata da Laura Anello, che si inaugura venerdì 24 giugno nelle sale degli ex Presidenti e Pompeiana, a Palazzo Reale, a Palermo. Vernissage alle 12 alla presenza del segretario generale Fabrizio Scimè, del presidente della Commissione di vigilanza sulla Biblioteca dell’Ars, Michele Catanzaro, dei componenti della Commissione, Stefano Pellegrino e Gianina Ciancio, di Giorgio Martorana, direttore del Servizio biblioteca dell’Ars e dell’Archivio Storico, dell’artista Franco Accursio Gulino e della curatrice Laura Anello.

La mostra – organizzata dal Servizio Biblioteca e Archivio storico dell’Assemblea Regionale Siciliana – fa parte del percorso abituale di visita alla residenza monumentale dei re normanni (apertura quattro giorni a settimana: lunedì, venerdì, sabato e domenica) e sarà visitabile fino al 27 luglio, ogni lunedì, venerdì, sabato, dalle 8,30 alle 16,30 e la domenica dalle 8,30 alle 12,30.

A Ustica rinasce l’itinerario archeologico sommerso di Punta Falconiera

Il percorso consente di ammirare diversi tesori naturalistici e archeologici. Installati cartellini impermeabili per i reperti e presto verrà ripristinato il sistema di visita tecnologico

di Redazione

Ripristinato l’itinerario sommerso di Punta Falconiera a Ustica, un percorso che si snoda attraverso cadute e pianori ricchi di vegetazione e fauna, arricchito da diversi reperti archeologici. La Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, in collaborazione con il Diving Center Marenostrum di Ustica, ha ricollocato la boa di ormeggio situata a poca distanza dal porto, punto di inizio dell’immersione archeologica che si snoda lungo un percorso che va dai 10 ai 30 metri di profondità. Lo rende noto l’assessorato regionale ai Beni culturali.

La boa di inizio percorso

I subacquei della Soprintendenza del Mare, Pietro Selvaggio e Salvo Emma, con il supporto di Tatiana Geloso e Alessandro Gallo di Marenostrum, hanno effettuato l’intervento subacqueo al fine di consentire ai diving center autorizzati, un ormeggio in sicurezza per la visita del sito. L’itinerario, realizzato circa 15 anni fa dalla Soprintendenza del Mare, è situato sotto la spettacolare falesia della Punta Falconiera e consente di ammirare diversi tesori naturalistici e archeologici: ancore che vanno dal periodo arcaico fino al periodo bizantino, un’anfora integra oltre ad alcune ancore moderne che accreditano il sito come luogo di ancoraggio a partire dall’antichità e fino alle epoche più recenti.

Sub visita l’itinerario con la guida plastificata

Per migliorare la qualità dei siti, in prossimità dei reperti, sono stati installati cartellini impermeabili esplicativi che indicano la tipologia del reperto stesso e la sua datazione. Inoltre, a breve, verrà ripristinato il sistema di visita tecnologico che consente, grazie ad un piccolo visore da porre al polso del subacqueo, l’individuazione dei singoli reperti e la possibilità di leggere la descrizione e vedere direttamente sott’acqua le foto del reperto nel suo utilizzo originario.

L’itinerario di Punta Falconiera

A poca distanza dal percorso, inoltre, ad una profondità di 82 metri, si trova il relitto di una nave romana che trasportava un cospicuo carico di anfore, individuata nei fondali dell’Isola di Ustica due anni fa. Grazie ad un’operazione svolta in collaborazione con la Guardia di Finanza, l’Università di Malta, l’associazione Progetto Mare e un team di subacquei altofondalisti siciliani, la Soprintendenza del Mare ha effettuato le operazioni di rilievo e documentazione del relitto profondo, producendo la realizzazione del documentario di Riccardo Cingillo “La nave romana di Ustica” (qui per vederlo).

Ustica

“Ustica, capitale della subacquea riconosciuta a livello internazionale, deve riappropriarsi dei due itinerari archeologici già meta in passato di visite da parte di tanti subacquei italiani e stranieri. Questo – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – mentre la Soprintendenza del Mare sta lavorando ad una migliore definizione e promozione della rete regionale degli itinerari archeologici subacquei, che offrono quel quid in più a chi vuole fare della vacanza in Sicilia un’esperienza turistico-culturale davvero unica”.

Panorama del porto di Ustica (foto Vincenzo Miceli, Wikipedia)

“La Soprintendenza del Mare – dichiara il soprintendente Ferdinando Maurici – continua l’azione di ripristino degli itinerari culturali subacquei verso un progetto organico di messa a sistema dei percorsi siciliani. Con la ripresa del turismo, e in particolare di quello subacqueo dopo il lungo periodo segnato dalla pandemia e dal blocco delle attività turistiche, la possibilità di tornare sott’acqua per ammirare le vestigia del passato ci sembra una ulteriore occasione per una buona ripresa delle attività”.

Scoperta un’antica sepoltura sotto le strade di Palermo

Durante i lavori per la realizzazione del collettore fognario, in via Colonna Rotta, è stato trovato uno scheletro con il corredo funebre risalente al Terzo secolo avanti Cristo. In corso ulteriori indagini della Soprintendenza

di Redazione

È stato scoperto per caso, come spesso avviene quando si scava sotto le strade di Palermo. Uno scheletro con un vasetto parte del corredo funebre è riaffiorato durante i lavori per la realizzazione del collettore fognario sud-est della città, in via Colonna Rotta nel cortile Criscione. I lavori di scavo, effettuati dal commissario straordinario per la Depurazione e coordinati dal rup Francesco Morga, sono in corso sotto la vigilanza, il controllo preventivo e la direzione tecnico-scientifica della Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo, diretta da Selima Giuliano, e in particolare della Sezione Archeologica.

Particolare dello scheletro

Questa area, al di sotto di piazza Indipendenza, in stato di abbandono da decenni, sta confermando quanto già emerso da precedenti indagini condotte in anni recenti dalla Sezione archeologica della Soprintendenza in zone limitrofe. In particolare – durante i lavori per la realizzazione del passante ferroviario – in via Imera sono state messe in luce 116 cavità ipogeiche realizzate in un’epoca non precisabile, che vennero utilizzate come “butti” dal periodo islamico al periodo normanno.

Nel 2009 – durante gli scavi per il collettore fognario – nella parte nord–orientale di piazza Indipendenza venne individuata una tomba a camera databile alla prima metà del Terzo secolo avanti Cristo, che verrà sfondata da un pozzo che ha restituito materiali di età islamica. La sepoltura scoperta in questi giorni, dunque, rientra nell’area della necropoli punica. Proprio per tali ragioni, la Soprintendenza ha richiesto la sorveglianza archeologica in questa area così sensibile.

In questo momento – fanno sapere dalla Regione – si sta indagando un’area di circa 225 metri quadrati dove, asportati gli strati superficiali caratterizzati da materiali di risulta, si è messa in luce una porzione di cava che si ritiene sia stata utilizzata per l’estrazione di materiale da costruzione probabilmente già in età punica. Durante la prima metà del Terzo secolo avanti Cristo, ossia tra la fine del periodo punico e l’inizio del successivo periodo ellenistico, si vede un netto cambio d’uso: si tratta infatti di una tomba a fossa, scavata nella roccia, contenente uno scheletro in giacitura primaria con un vasetto di corredo, che attesta l’utilizzo della zona come sepolcreto.

La sepoltura riaffiorata in via Colonna Rotta

Successivamente, vi sarà un’ulteriore attività estrattiva documentata dal fatto che di questa tomba si conserva solo la parte inferiore, con lo scheletro. Da ultimo l’area verrà frequentata in età medievale come dimostra il pozzo a pianta quadrata il cui riempimento ha restituito materiale di età islamica e normanna. Si tratta, ovviamente, di notizie assolutamente preliminari dal momento che gli scavi sono ancora in corso e solo la successiva analisi di tutti gli elementi potrà fornire una lettura.

“Questo ritrovamento – dichiara l’assessore regionale ai Beni cultural, Alberto Samonà – apre a nuovi interrogativi e offre opportunità di ulteriori ricerche in un territorio molto ricco di stratificazioni storiche. I nostri archeologi stanno effettuando approfondimenti e indagini che ci consentiranno una lettura più completa e puntuale del sito e del materiale emerso dallo scavo”.

A Catania una mostra per celebrare Sant’Agata

Esposte venti opere nelle sale del Museo dei Saperi e delle mirabilia siciliane, al Palazzo centrale dell’Università di Catania. Un allestimento che abbraccia otto secoli di storia, dal Trecento ai giorni nostri

di Redazione

Dipinti e ceramiche custoditi nei musei regionali e civici, sculture e fotografie di artisti contemporanei raffiguranti Sant’Agata e la festa che celebra il culto della patrona del capoluogo etneo. Una ventina le opere esposte nella mostra “Agata. Dall’icona cristiana al mito contemporaneo. I tesori dei musei regionali a Palazzo dell’Università” inaugurata ieri nelle sale del Museo dei Saperi e delle mirabilia siciliane, al Palazzo centrale dell’Università di Catania.

Opere in mostra

“Agata” è sinonimo di sacralità e di rito, ma anche di arte e di cittadinanza, più mondi complessi e talvolta in contraddizione, sintetizzati nelle sale espositive attraverso poche ma esemplari testimonianze. Venti opere realizzate tra il XIV al XXI secolo raccontano la vita e la morte di Agata e il suo rapporto con l’umanità: i dipinti e le ceramiche dei musei della Regione Siciliana, le gallerie di Palazzo Abatellis e di Palazzo Bellomo, i musei Pepoli di Trapani, quello Interdisciplinare di Messina e quello della Ceramica di Caltagirone, le tele e i lapidei provenienti dal museo civico di Castello Ursino, dall’Arcidiocesi etnea e dalle collezioni dell’Università, insieme ai lavori di artisti contemporanei, fotografie, sculture, installazioni olfattive. Tutto in un unico contesto narrativo.

Aprono la mostra le suggestioni più antiche del culto, quando un’Agata contesa tra Occidente e Oriente era associata al fluido dell’olio e del flusso lavico dell’Etna e al suo potere miracoloso di moltiplicare il primo e far cessare il secondo. Seguono le ceramiche di Caltagirone e Burgio in cui l’immagine di Agata si fa decoro, segno che non è esclusiva della contemporaneità prediligere un’interpretazione alternativa a quella cristiana della santità. Tavole dipinte tra il Trecento e il Quattrocento raccontano il volto di Agata iconico e avulso da ogni contatto terreno: accanto alla patrona di Catania la schiera di figure divine e di santi, Cristo e Maria, i profeti Mosè ed Elia, Bartolomeo, Lucia, Caterina d’Alessandria, Giovanni, Luca e Paolo.

Nella seconda parte della mostra l’aspetto ieratico del personaggio cede il passo a quello umano e la rappresentazione di Agata viene a coincidere col racconto degli atroci martiri che le furono inferti, in specie quello del seno: le scene a lume di notte che descrivono il momento dell’incontro tra la giovane e San Pietro che la risana dalle ferite, i suoi pacificanti e venerati ritratti nei quali torna la sua superba quanto pia bellezza fatta donna accanto a quella altrettanto avvenente di Apollonia.

Opere contemporanee

Le opere contemporanee sono un omaggio a Sant’Agata e alla sua città, una devozione trasversale e contagiosa che, non a caso, supera ogni confine geografico e sociale. La devozione per Agata è divenuta un progetto artistico e scientifico della Fondazione Oelle Mediterraneo antico che mira a raccontare l’unicità di questa festa religiosa e di popolo attraverso un archivio permanente che raccoglie testimonianze molteplici con un’attenzione particolare ai linguaggi dell’arte.

Musumeci all’inaugurazione della mostra

La mostra è stata inaugurata ieri dal presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci. Presenti, tra gli altri, il prefetto Maria Carmela Librizzi, il rettore dell’Università Francesco Priolo, l’assessore comunale alla Cultura Cinzia Torrisi, l’arcivescovo metropolita Luigi Renna, la soprintendente ai Beni culturali e ambientali Donatella Aprile, la responsabile del Sistema museale d’ateneo Germana Barone, la presidente della Fondazione Oelle Mediterraneo antico Ornella Laneri.  La mostra è finanziata dalla Regione Siciliana attraverso l’assessorato ai Beni culturali  ed è stata ideata e organizzata dalla Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Catania in collaborazione con l’Università (Sistema museale d’Ateneo) e con la Fondazione Oelle Mediterraneo antico.

L’allestimento sarà visitabile gratuitamente sino al prossimo 31 ottobre, dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13.30.

L’ex Cotonificio di Palermo diventerà un centro socioculturale

Finanziato dalla Regione Siciliana un concorso di progettazione per far rinascere la struttura di Partanna Mondello e salvaguardarne la memoria storica. Ospiterà anche un auditorium, biblioteca e coworking

di Redazione

Un concorso di progettazione per ridisegnare il futuro dell’ex Cotonificio siciliano di Partanna Mondello, a Palermo. È la linea scelta dal governo regionale che ha approvato il finanziamento di 405mila euro per l’acquisizione del progetto di fattibilità tecnica ed economica. Il progetto – fanno sapere dalla Regione – sarà scelto attraverso un concorso di idee con relativo bando di gara.

L’ex Cotonificio Siciliano dall’alto (foto Google Maps)

La Regione Siciliana è oggi proprietaria dell’immobile che ospitava l’ex Cotonificio siciliano, una superficie di oltre 13mila metri quadrati, nella zona Nord del capoluogo, inutilizzata da quasi quarant’anni. Un esempio rilevante di architettura industriale, progettata da Pietro Airoldi e Franco Gioè, che lo storico Bruno Zevi descrive come uno tra i migliori esempi di questo settore. A metà del Novecento un imprenditore siciliano, Mimì La Cavera (fondatore di Sicindustria negli anni Quaranta), scommise in un “Cotonificio siciliano”, che aprì nel 1952 come società a partecipazione mista pubblico-privata: vi lavoravano circa trecento persone.

Uno dei padiglioni dell’ex cotonificio

Nella relazione redatta dal dipartimento regionale Tecnico – specificano dalla Regione – si evidenzia come l’edificio è da mettere in sicurezza, dopo che, negli anni passati, è stata smantellata la copertura in amianto senza aver provveduto alla sostituzione con un’altra impermeabilizzazione. L’opera di rigenerazione urbana consentirà di salvaguardare la memoria storica e sociale dell’ex opificio, attraverso il riuso della struttura come centro socio-culturale del luogo, auditorium, biblioteca, coworking, centro culturale di bambini, famiglie e anziani del quartiere.

Sopralluogo all’ex Cotonificio

“Abbiamo avviato – sottolinea il governatore Nello Musumeci, che qualche mese fa aveva fatto un sopralluogo nella struttura, insieme al dirigente generale del dipartimento regionale Tecnico Salvo Lizzio e alla soprintendente dei Beni culturali di Palermo Selima Giuliano – un’azione concreta di recupero di un esempio di archeologia industriale, simbolo dello sviluppo degli anni Cinquanta in Sicilia, un bene pubblico ormai da troppo tempo lasciato in una condizione di grave degrado. Lo recupereremo con un concorso di progettazione, aperto ai professionisti, per restituirlo al territorio. Vogliamo migliorare l’offerta culturale e aggregativa della città di Palermo, sottraendo edifici pubblici all’abbandono e riducendo il consumo di nuovo suolo”.

Si scava nella Valle dei Templi, scoperta un’iscrizione sull’antica Akragas

Riprendono le ricerche nell’area del teatro ellenistico e del quartiere residenziale. Tra i ritrovamenti un oggetto in bronzo che racconta l’importante rete di contatti che ebbe la città nel momento del suo massimo splendore

di Redazione

Era il 2017 e in tutto il mondo rimbalzava la notizia che nel Parco archeologico di Agrigento era stato individuato un grande teatro rivolto verso la collina dei templi e il mare. Da allora gli scavi e le indagini sono proseguiti e oggi è visibile una parte importante della grande struttura di sostegno alla cavea. Ma non è l’unico punto della Valle dove è in corso una campagna di scavo: un tratto della campagna tra il Tempio di Giunone ed il Tempio della Concordia ha infatti restituito due isolati e ampie porzioni di due abitazioni, con un oikos – il cuore della casa, destinato al vivere quotidiano, forse distrutto da un incendio – ricchissimo di ceramiche, contenitori da dispensa, lucerne, un piede di louterion, monete in bronzo, attrezzi da carpentiere, e uno straordinario oggetto in bronzo con un’iscrizione che racconta dell’imponente rete di contatti che ebbe l’antica Akragas nel momento del suo massimo splendore.

Archeologi al lavoro

Osservare il lavoro degli archeologi e ascoltare dalla loro viva voce notizie e spiegazioni sugli scavi in corso, percependo la passione e il trasporto di chi lavora ogni giorno per riportare alla luce civiltà e reperti del passato: si potrà in occasione delle Gea, le Giornate europee dell’archeologia, nate dall’Inrap, l’Istituto nazionale di ricerca archeologica preventiva della Francia e da lì diffuse in tutta Europa. In Italia sono gestite dal Ministero della Cultura e dirette a tutti coloro che vogliono scoprire i segreti di scavi e reperti, non solo operatori di settore, ma anche semplici appassionati. Da venerdì 17 a domenica 19 alla Valle dei Templi di Agrigento è in programma un ciclo di visite gratuite di CoopCulture ai nuovi scavi in corso ascoltando le notizie sui ritrovamenti dalla viva voce degli archeologi coinvolti nelle ricerche, e dei responsabili degli scavi.

Scavi nel quartiere residenziale

Riguardo al teatro, gli archeologi hanno riportato alla luce parte dei grandi muri di sostegno, e della summa cavea già spoliata in precedenza. L’interesse degli archeologi non è soltanto quello di riportare alla luce l’antico teatro, ma anche la possibilità di leggere una parte importante della storia urbana di Agrigento greca e romana. Il teatro infatti sfrutta strutture più antiche. Gli scavi stanno portando alla luce un edificio tardo arcaico (forse una fontana), un imponente sistema di terrazzamenti che permetteva di superare il dislivello tra la plateia e l’agorà, oltre a diverse altre strutture idriche.

L’area di scavo del Teatro Ellenistico

Gli scavi riguardano anche il quartiere residenziale a nord della collina dei templi. La campagna di scavo, in tre saggi successivi, e tuttora in corso ha restituito un tratto di strada, due isolati e ampie porzioni di ambienti pressoché intatti perché nascosti dietro due spessi strati di argilla. Si tratta di vani diversi che sono parte di un unico complesso che si affaccia su un cortile a L. Dietro tegoli e coperture, è apparso un oikos molto ricco, con oggetti di uso quotidiano per la preparazione e conservazione dei cibi, ceramica da fuoco, numerose lucerne, un piede di louterion (piccolo altare), due monete in bronzo, numerosi attrezzi da carpentiere in metallo,  ed infine lo straordinario oggetto in bronzo con iscrizione. Gli oggetti, quasi tutti ricomponibili, poggiavano su un pavimento in terra battuta su cui si trovavano anche alcuni mobili in legno bruciati, tra cui certamente uno scaffale: questo ha fatto ipotizzare che l’ambiente sia stato distrutto da un vasto incendio e mai più ricostruito.

Pavimento tardoantico

“Continuiamo a credere nella natura viva dell’archeologia che in Sicilia – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – ci dona grandi emozioni. Proprio per la prosecuzione degli scavi relativi al Teatro ellenistico di Agrigento, come assessorato abbiamo destinato un ulteriore milione di euro di fondi Psc che andranno ad ampliare l’area di scavo, consentendoci una migliore lettura del sito archeologico”. Per il direttore della Valle dei Templi, Roberto Sciarratta, “permettere ai visitatori del Parco di seguire dal vivo il lavoro degli archeologi, vuol dire farli entrare a far parte del nostro mondo di studiosi spesso visti come scollegati della quotidianità. Raccontiamo invece la passione di chi ogni giorno vive per la bellezza e la cultura” .

Pronto a rinascere il complesso termale di Cefalà Diana

Finanziato il progetto di ristrutturazione che comprende i locali dei bagni, il complesso museale e i ruderi dell’antico mulino. Torneranno alla luce le strutture romane attualmente coperte

di Redazione

È considerato l’unico complesso termale di tipo islamico in Sicilia. Al suo interno sembra di sentire ancora lo scroscio dell’acqua e le voci di chi si immergeva nelle vasche. Adesso, i bagni di Cefalà Diana si preparano a rinascere grazie a un intervento di riqualificazione che comprende i locali dei bagni, il complesso museale e i ruderi dell’antico mulino. È stato finanziato il progetto di ristrutturazione – fanno sapere dalla Regione – portato avanti dal Parco archeologico di Himera, Solunto e Monte Iato, con risorse del Fondo Sviluppo e Coesione 2014-2020 – Patto per Sicilia, per un importo contrattuale di quasi 320mila euro.

Terme di Cefalà Diana (foto Filippo Barbaria, Wikipedia, licenza CC BY-SA 4.0)_

Realizzato insieme alla Soprintendenza ai Beni culturali di Palermo, il progetto completerà l’azione di valorizzazione e messa in sicurezza del sito, con un approccio interdisciplinare. Gli interventi – aggiungono dalla Regione –  interesseranno anche l’area antistante lo stabilimento termale dei bagni, dove saranno messe in luce le antiche strutture romane, attualmente coperte e non visibili. Ultimati i lavori – realizzati dalla ditta Pitrolo Salvatore di Noto – la rinnovata struttura del complesso delle Terme di Cefalà Diana sarà dotata di una piccola sala conferenze, sarà meglio organizzato il magazzino reperti che sarà reso visitabile, e rimodernato il piccolo museo per esposizioni temporanee. L’intervento prevede anche la rimozione delle barriere architettoniche e la realizzazione  di nuovi percorsi per i portatori di handicap.

Il complesso termale dall’esterno (foto Davide Mauro, Wikipedia, licenza CC BY-SA 4.0)

Costruito in epoca normanna sotto Guglielmo II forse su preesistenti terme romane, l’edificio fu realizzato a ridosso di uno sperone di roccia da cui sgorgava acqua termale calda, utilizzata nel corso dei secoli per scopi terapeutici. Oggi si trova all’interno di un baglio del ‘500. Dell’epigrafe in arabo che corre su tre lati rimane leggibile soltanto il consueto incipit: “In nome di Dio clemente e misericordioso”. L’interno, a pianta rettangolare, è coperto da una volta a botte con fori per l’aerazione. Tre archi a sesto acuto che poggiano su due esili colonnine di marmo dividono l’ambiente in due zone: la prima, più piccola e a una sola vasca, è a ridosso della sorgente di acqua calda, mentre la seconda, più grande, è dotata di tre vasche.

Sezione planimetrica dei Bagni

“Con la consegna dei lavori di ristrutturazione del complesso – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – si avvia un processo di riqualificazione complessiva dell’area. Un’azione molto importante per la valorizzazione del territorio in un luogo di straordinaria bellezza che purtroppo per troppi anni non è stato adeguatamente considerato”.

(La prima foto in alto è di Filippo Barbaria, da Wikipedia, licenza CC BY-SA 4.0)

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