Erice, Casa Santa di Sales

Tra il 1742 e il 1762 venne realizzato nei locali attigui alla chiesa di San Cataldo, a Erice, un piccolo oratorio chiamato Casa Santa di San Francesco di Sales. Voluta da un benefattore ericino, il sacerdote Giovanni Curatolo, fu adoperata originariamente come luogo di ritiro spirituale per sacerdoti, religiosi e laici. La particolarità di questo oratorio sta nella presenza di una notevole decorazione pittorica che si trova al suo interno. Entrando ci si trova quindi immersi in uno spazio surreale che avvolge il visitatore: assolutamente da non perdere è lo splendido affresco settecentesco di Domenico La Bruna che, dalle pareti e con finti stucchi che risaltano sul blu della decorazione, raggiunge l’apice sulla volta.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

Rinascerà il Teatro Garibaldi di Mazara del Vallo

Consegnati i lavori di ristrutturazione e restauro dello storico edificio. Saranno  eliminate le infiltrazioni, sostituiti gli infissi, realizzati interventi di innovazione tecnologica

di Redazione

È un piccolo gioiello ricco di decorazioni e pitture, che ha ospitato negli anni opere degne dei più grandi cartelloni italiani. Il Teatro Garibaldi di Mazara del Vallo si prepara adesso a una fase di ristrutturazione e restauro per tornare allo splendore di un tempo. Un intervento elaborato dai tecnici del Comune e finanziato dalla dalla Regione Siciliana con risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione Patto per il Sud.

Veduta del palco dal loggione

I lavori – hanno fatto sapere dall’amministrazione comunale – sono stati consegnati ed inizieranno nei prossimi giorni. In particolare – si legge nella relazione tecnica – si procederà col trattamento antitarlo della struttura lignea del teatro e delle capriate della copertura; sarà completato il restauro degli elementi in cartapesta, il cui stato di conservazione è stato compromesso poiché il teatro ha subito e continua a subire infiltrazioni di acqua piovana. A questo proposito, sarà risolto il problema dell’umidità, con la dismissione di un tratto del tetto a falda per l’accertamento delle cause delle infiltrazioni d’acqua piovana e la valutazione e relativa esecuzione dell’intervento di riparazione del tetto con la ricollocazione dei coppi siciliani.

La platea e gli ordini dei palchi

Verranno, poi, sostituiti alcuni infissi esterni ed il restauro di altri, e si penserà anche a una verifica dell’impianto di elettrico e di illuminazione. Infine, sarà realizzato un impianto di trattamento aria e climatizzazione, un sipario e la macchina scenica e un impianto audio adatto agli spettacoli, con il posizionamento di diffusori per ottenere una copertura uniforme della pressione sonora, anche alle frequenze più elevate, che sono quelle responsabili della corretta ed agevole comprensione della parola.

Il loggione del teatro

Ad eseguire gli interventi per una durata massima di 120 giorni sarà l’impresa D’Alberti Costruzioni sas di Mazara del Vallo, che è risultata aggiudicataria dell’appalto con un ribasso di circa il 30 per cento sull’importo a base d’asta di circa 180mila euro. Il progetto è stato elaborato dall’architetto Tatiana Perzia e dal geometra Pietro Aurelio Giacalone (responsabile unico del procedimento il geometra Salvatore Ferrara).

Decorazioni sopra il palco

Come sottolineato nella relazione tecnica, il teatro fu inaugurato con il nome Teatro del Popolo il 12 gennaio 1849; solo dopo l’Unità d’Italia venne intitolato a Giuseppe Garibaldi, ospitando opere liriche, operette, spettacoli teatrali, alcune delle quali di grande importanza per l’epoca. Funzionò attivamente fino al 1930, anno dal quale l’attività del teatro andò diminuendo fino a cessare del tutto nel 1950. Dopo diversi lavori di ristrutturazione iniziati negli anni ’80 il teatro è stato riaperto al pubblico nel 2010 e nel 2011 ha ripreso a pieno regime la sua attività che continua fino ad oggi.

L’ingresso del teatro

Il teatro all’interno presenta la classica forma a ferro di cavallo tipica del teatro verdiano; al momento può ospitare poco meno di cento posti tra la platea centrale ed i due ordini di palchi che terminano con il loggione. All’interno il teatro è ricco di elementi pittorici e ornamenti, ripresi nel fregio del prospetto, tipici del folclore siciliano, in onore di Giuseppe Garibaldi a cui è stato intitolato. Una serie di decorazioni in legno rivestite di oro zecchino sono ancora visibili, mentre la copertura lignea, ormai sbiadita, raffigurava la dea Venere circondata da amorini in mezzo a un cielo stellato.

(Foto Igor Petyx)

La Regione acquisirà la casa del giudice Livatino a Canicattì

L’abitazione di famiglia del magistrato ucciso dalla mafia nel 1990 sarà inserita nella Rete delle Case-museo dei siciliani illustri

di Redazione

La casa in cui visse il giudice Rosario Livatino, a Canicattì, sarà acquisita dalla Regione Siciliana. Lo ha stabilito la giunta regionale allo scopo di inserire l’immobile di particolare interesse storico-culturale nella Rete delle Case Museo. L’intento – fanno sapere dalla Regione – è di valorizzare la casa dove il magistrato, assassinato dalla mafia nel 1990 e proclamato Beato il 9 maggio dello scorso anno, ha trascorso la propria vita: qui, è, infatti, possibile rinvenire e apprezzare importanti testimonianze del vissuto quotidiano di questo servitore dello Stato e fedele cattolico, fino all’estremo sacrificio.

La casa del giudice Livatino a Canicattì

Con la delibera si è dato mandato al Dipartimento regionale dei Beni Culturali di compiere gli atti necessari e al Dipartimento regionale Tecnico di determinare il valore dell’immobile.  “La casa del giudice Livatino – sottolinea l’assessore ai Beni Culturali, Alberto Samonà – è un luogo dal fortissimo significato simbolico. Da quando, quasi un anno fa, è stato confermato il vincolo di tutela culturale della Soprintendenza, abbiamo lavorato con gli uffici per arrivare a un risultato che possa rendere fruibile la casa in modo permanente. L’immobile, una volta acquisito, entrerà a far parte a pieno titolo della Rete regionale delle case-museo, istituita dal governo regionale per mettere in collegamento i luoghi rappresentativi dei personaggi illustri della Sicilia”.

La casa di Canicattì è il principale luogo della memoria del giudice Rosario Livatino. Dal 21 settembre 1990 ad oggi la sua casa è rimasta immutata per volere dei genitori e successivamente della nuova proprietaria che ha ricevuto da Vincenzo Livatino, padre del giudice, l’eredità del bene fisico e l’eredità morale di custodirlo. Ubicata in via Regina Margherita, al civico 166, costituisce una tessera del mosaico dell’antica Canicattì. Nella dimora della famiglia Livatino – fanno sapere dall’Associazione Casa Giudice Livatino – è possibile ammirare i vari libri, codici, riviste e film in Vhs che hanno accompagnato la crescita del piccolo Rosario.

Rosario Livatino

Nel 2015 la Soprintendenza ai beni Culturali di Agrigento ha decretato che l’immobile esaminato e i beni mobili in esso custoditi sono dichiarati d’interesse storico, artistico, architettonico ed etnoantropologico di particolare importanza, in quanto connubio tra valenza architettonica e preziosa testimonianza di memoria storica e di avvenimenti socio politici caratterizzanti il territorio di Agrigento e della sua provincia. Dal settembre del 2020 Casa Giudice Livatino entra a far parte dell’Associazione Nazionale Case della Memoria che riunisce le case dove vissero personaggi illustri in ogni campo del sapere, dell’arte, della letteratura, della storia e che si propone di far conoscere e valorizzare queste significative dimore storiche.

“Oggi grazie al privato proprietario che porta avanti la ‘missione’ affidatagli da Vincenzo Livatino – si legge sul sito internet dell’associazione – la casa è amorevolmente custodita per rendere onore alla memoria del giudice assassinato. Casa Livatino è divenuta luogo simbolo di legalità vissuta e di fede autentica. Grazie alla disponibilità e alla dedizione dei membri dell’Associazione, la Casa Museo è fruibile al pubblico divenendo così la casa di tutti coloro i quali credono nei principi e nei valori che hanno ispirato l’esistenza del Beato Rosario Angelo Livatino e in essa possono ritrovare i segni tangibili della sua vita”.

I “Vespri”, Palermo e l’antimafia: al via la stagione del Teatro Massimo

In scena “Les vêpres siciliennes” di Verdi. Omer Meir Wellber e Emma Dante interpretano l’opera nella versione francese in cinque atti. Cast di rilievo capitanato nella serata inaugurale da Erwin Schrott

di Redazione

Con una doppia dedica al trentennale delle stragi di mafia e al venticinquennale della riapertura del Teatro, si apre giovedì 20 gennaio alle 19 la stagione 2022 del Teatro Massimo di Palermo. Ad inaugurare il programma il grand opéra di Giuseppe Verdi “Les vêpres siciliennes”, interpretato dal direttore musicale Omer Meir Wellber e dalla regista palermitana Emma Dante. L’opera, che vede impegnati in scena Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro e gli attori della Compagnia Sud Costa Occidentale, è proposta per la prima volta a Palermo nella versione originale francese in cinque atti con i ballabili, nel nuovo allestimento realizzato in coproduzione con il Teatro San Carlo di Napoli, il Teatro Comunale di Bologna e il Teatro Real di Madrid.

Scena da Les vêpres siciliennes

Scritta da Verdi per l’Opéra di Parigi nel 1855, su libretto di Eugène Scribe e Charles Duveyrier, “Les vêpres siciliennes” racconta l’insurrezione del popolo palermitano che nel 1282 esplose a Palermo contro gli Angioini, oppressori dell’Isola. E nella messinscena contemporanea, secondo Emma Dante e Omer Meir Wellber, è la Palermo di oggi a fare da sfondo alla storia di oppressione e di rivolta messa in musica da Verdi.

Viola Scarinci interpreta Santa Rosalia

“Nel cuore del racconto che faccio di quest’opera – dichiara la regista Emma Dante – si colloca lo scontro di due comunità. Nel libretto di Verdi sono due popoli diversi: da una parte gli oppressori, francesi e dall’altra i siciliani. Oggi l’oppressione invece è legata alla malavita, alle associazioni a delinquere, al mondo del crimine organizzato, che a Palermo si incarna nella mafia; un’oppressione che pesa sul popolo e gli toglie la sua libertà, con l’atteggiamento mafioso degli oppressori. In scena, a vessare il popolo siciliano non c’è un esercito nemico, ma i membri di una cosca mafiosa. Nella ricorrenza del trentennale abbiamo voluto portare questa commemorazione anche in scena, per cui ci saranno i ritratti di tutti: uomini e donne delle scorte, rappresentanti delle istituzioni, magistrati, agenti delle forze di polizia, sindacalisti e semplici cittadini, tutti colpevoli di essersi trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato e di essersi opposti alla mafia. La scena della sfilata dei gonfaloni con i loro volti racconta l’anima di questa messinscena”.

Selene Zanetti e Leonardo Caimi

Il lavoro di attualizzazione dell’opera è condiviso e sostenuto da Omer Meir Wellber, il direttore musicale del Teatro Massimo sul podio dell’Orchestra, che lo esemplifica con il lavoro fatto sui ballabili, la danza delle Quattro stagioni che anziché essere eseguiti tutti insieme nel terzo atto vengono distribuiti nel corso dell’azione: “Abbiamo usato questi momenti per inserire qualche accento drammaturgico importante che la regia affida agli attori o ai danzatori, facendone spazi in cui si possa sviluppare o approfondire un’idea. Ognuna di queste danze viene suonata in un momento diverso e anche con orchestrazioni diverse e il risultato è un impatto molto nuovo”. In scena per l’Autunno, nel primo atto, ci sarà una street band dal suono molto siciliano, composta da fisarmonica, clarinetto e contrabbasso, mentre l’Estate, nel terzo atto, verrà eseguita esattamente nel punto e nel modo in cui è scritta in partitura.

Scenografie dello spettacolo

A disegnare lo spazio scenico, le scenografie firmate da Carmine Maringola che riproducono luoghi e monumenti cari ai palermitani. I costumi sono di Vanessa Sannino, i movimenti scenici di Sandro Maria Campagna, mentre le coreografie sono curate da Manuela Lo Sicco, e il light design da Cristian Zucaro. Il Coro del Teatro Massimo è diretto da Ciro Visco e il Corpo di ballo da Davide Bombana, in scena con gli attori della Compagnia Sud Costa Occidentale.

Erwin Schrott

Il cast conta su un gruppo di giovani e già affermate stelle del canto, che a Palermo debuttano nel ruolo. A partire dai protagonisti Selene Zanetti, nella parte della duchessa Hélène; Leonardo Caimi in quella di Henri; Mattia Olivieri è il tiranno/boss Guy de Montfort (20, 23, 26); Carlotta Vichi è Ninetta, mentre il basso uruguayano Erwin Schrott, di ritorno al Teatro Massimo dopo il clamoroso successo del concerto di Capodanno, interpreta solo nella serata inaugurale il cospiratore Jean Procida (20). Nelle stesse parti saranno impegnati per le recite del 22 e del 25 gennaio Maritina TampakopoulosGiulio PelligraGezim Mishketa, Luca Tittoto e Fabrizio Beggi. Completano il cast Pietro Luppina (Mainfroid), Matteo Mezzaro (Thibault), Francesco Pittari (Danieli), Alessio Verna (Robert), Gabriele Sagona (Le comte de Vaudemont) e Ugo Guagliardo e Andrea Pellegrini (Le sire de Béthune).

Le barche Rosalia e Provvidenza

“Inauguriamo una stagione che celebra un doppio e importante anniversario per il Teatro Massimo – dice il maestro Marco Betta, da pochi giorni alla guida del Teatro di piazza Verdi nella veste di sovrintendente e direttore artistico. L’intera stagione – aggiunge – rispecchia una tensione al ricordo e alla memoria, in primo luogo del trentennale delle stragi mafiose del 1992.

La prima di “Les vêpres siciliennes”, giovedì 20 gennaio, sarà trasmessa in diretta streaming a partire dalle 19 dalla webTv del Teatro Massimo e da ARTE.tv.

Al via i lavori per il nuovo allestimento del museo Salinas

L’intervento prevede di realizzare, nell’arco di un anno, il percorso al primo e secondo piano che completerà l’offerta espositiva. Troveranno spazio diversi reperti che racconteranno la storia della Sicilia

di Redazione

Racconterà la storia del museo più antico della Sicilia, con collezioni che spaziano dalla preistoria al Medioevo e allestimenti innovativi. Prendono il via i lavori al primo e secondo piano del museo archeologico Salinas di Palermo, che consentiranno di completare e rendere fruibile l’intero percorso espositivo. L’intervento – fanno sapere dalla Regione – è stato aggiudicato all’impresa Repin di Acicatena, per un importo di un milione e 300mila euro. A dirigere i lavori, che saranno realizzati nell’arco di un anno, sarà Eliana Mauro, dirigente dell’Unità operativa ricerche, restauri e valorizzazione del Salinas.

Opere che arricchiranno il nuovo allestimento

Il nuovo allestimento, secondo il progetto elaborato dall’architetto Stefano Biondo, prevede al primo piano un allestimento dedicato alle vicende che hanno portato alla nascita del Salinas, a partire dal Regio Museo dell’Università istituito nel 1820 e fino al primo Museo Nazionale della Sicilia riconosciuto dopo l’Unità d’Italia. Un periodo di estremo interesse che intercetta sia le politiche di tutela e conservazione di epoca borbonica, sia i fermenti nazionali che animarono la costruzione risorgimentale dei nuovi musei pubblici italiani.

Il chiostro del museo

Il secondo piano, invece, sarà dedicato all’attività scientifica svolta nella Sicilia Occidentale nel ‘900 dalla Soprintendenza Archeologica di cui il museo fu, per quasi un secolo, parte integrante e ospiterà le collezioni preistoriche e protostoriche, i reperti provenienti dai vari siti indigeni e da quelli fenicio-punici, le testimonianze delle epoche bizantina e medievale, con una esposizione fondata sulla combinazione ragionata dei criteri topografici e cronologici.

Reperti nei depositi del museo

“Il nuovo allestimento del Museo Salinas, atteso da parecchi anni – sottolinea l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – offrirà l’opportunità di una rilettura storica della Sicilia, in particolare quella occidentale, con un significativo contributo a una più ampia conoscenza della nostra Isola. A tal proposito ritengo molto importante lo spazio che sarà dedicato anche alla storia della città di Palermo, a partire dalla fondazione fenicia e sino alla città tardo-medievale”.

Reperto del nuovo allestimento

Orgogliosa dell’avvio dei lavori è la direttrice del museo, Caterina Greco, per la quale “dopo un lungo e complesso iter amministrativo che ha interessato gli ultimi due anni, finalmente si entra nel vivo delle opere di allestimento e innovazione tecnologica che restituiranno alla città un museo interamente rinnovato, capace di competere con le più interessanti realtà museali internazionali”.

Nascerà il Parco del Rais dedicato al tonno e alle mattanze

Sarà realizzato a Oliveri, in provincia di Messina, in un’area riqualificata. Previste quattro grandi installazioni di ferro ancorate al terreno che rievocano l’antica pesca

di Redazione

Si candida a essere uno dei più grandi della Sicilia e avrà come tema le tonnare e la mattanza. Parliamo del Parco del Rais, che sarà realizzato a Oliveri, in provincia di Messina, grazie al finanziamento di poco più di 32mila euro approvato dal governo regionale. Si tratta di un’opera pubblica che rende omaggio alla tradizione della pesca e del tonno del paese siciliano, che riqualifica un’area degradata e inutilizzata in prossimità della costa tirrenica di Oliveri, in un grande spazio aperto e fruibile al pubblico.

Veduta di Oliveri (foto Peppucc10, Wikipedia)

L’opera, dal progetto di Massimo Paganini e Giovanni Bonasera, curato da Giuseppe Stagnitta, – spiegano dalla Regione – consisterà nella realizzazione di quattro grandi installazioni di ferro ancorate al terreno che riproducono i tonni in diverse posture come se cercassero di sfuggire dalla rete delle mattanze di tonno rosso, rievocando l’antica pesca dei tonni.

“È un progetto culturale e creativo con una funzione sociale, ovvero quella di riqualificare un’area degradata e inutilizzata e restituirla alla comunità, trasformandola in uno spazio fruibile, in cui ricordare l’antica e ormai scomparsa tradizione della mattanza a cui è legata la storia e il territorio di Oliveri – commenta il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci – . Attraverso l’arte pubblica il Parco del Rais celebra le nostre tradizioni e la nostra identità”.

Progetto del Parco del Rais (foto da Facebook)

“Si tratta di un progetto iniziato nel 2020, – si legge sulla pagina Facebook del Comune di Oliveri – in collaborazione con l’Associazione Emergence, di Giuseppe Stagnitta, con l’installazione in ferro che raffigura un Tonno durante la pesca. Adesso il parco sarà completato, installando altre 4 opere realizzate con la stessa tecnica. Verrà fuori un’opera unica nel suo genere, che contribuirà a sviluppare bellezza nel nostro territorio e perseguire l’ambizioso obiettivo di fare di Oliveri una galleria a cielo aperto”.

La nuova vita del Teatro di Consagra: diventerà un centro culturale e di ricerca

A 33 anni dall’inizio dei lavori, diventa concreta la nascita del ConsagraInnovationHub. Ammesso al bando del Ministero per il Sud il progetto per completare l’opera simbolo di Gibellina

di Redazione

Un’architettura frontale, teatro aperto al territorio, scultura abitabile, con piani curvi e continui, che comunica compattezza. Pietro Consagra avviò la costruzione del Teatro di Gibellina nel 1989, più di vent’anni dopo il terremoto che distrusse il Belìce, ma il progetto non fu mai completato e la struttura è rimasta incompiuta, enorme, divenendo un simbolo solitario, impossibile da dimenticare. Nei giorni in cui cade il 54esimo l’anniversario del sisma e a 33 anni dall’inizio dei lavori, diventa concreta la nascita del ConsagraInnovationHub. È stata infatti ammessa al bando che finanzia interventi di riqualificazione del territorio del Ministero per il Sud, l’idea progettuale che regalerà una nuova vita al teatro incompiuto di Pietro Consagra.

Il Teatro di Consagra

Due anni fa, il Comune di Gibellina ha inaugurato la strada a doppia corsia che faceva parte del progetto originario, attraversa il teatro e lo collega a piazza Beuys (ve ne abbiamo parlato qui); ma per completare il progetto di Pietro Consagra e rendergli un ruolo sul territorio, servono fondi imponenti: pochi giorni fa l’idea progettuale del ConsagraInnovationHub ha superato il primo step ed è stata ammessa al mega bando del Ministero per il Sud e la Coesione territoriale: 265 le idee progettuali presentate e 171 quelle ammesse che procederanno il loro percorso verso il finanziamento.

Interno del Teatro di Consagra

Il bando è diretto a interventi di riqualificazione e rifunzionalizzazione di siti per la creazione di ecosistemi dell’innovazione nel Mezzogiorno per i quali sono stati stanziati 350 milioni di euro in cinque anni. Il ConsagraInnovationHub di Gibellina, a cui stanno lavorando importanti partner istituzionali e di ricerca, è un progetto legato al territorio e che proprio sulla Valle del Belìce avrebbe una ricaduta importante in termini di lavoro, impegno, innovazione e rinascita; prevede un investimento di 65 milioni di euro e mira a trasformare il Teatro in incubatore e aggregatore di energie, interventi di ricerca e potenziamento del capitale umano, sostegno ai giovani ricercatori, servizi alle imprese che decideranno di insediarsi nell’area ZES del Comune di Gibellina.

L’opera di Consagra, uno dei simboli di Gibellina

Per il sindaco di Gibellina, Salvatore Sutera “questo è solo l’inizio di una grande scommessa per completare finalmente una grande incompiuta e restituire alla sua giusta fruizione uno dei più importanti interventi al mondo di architettura frontale realizzata da Pietro Consagra. Sarà un grande gioco di squadra, che mette in campo  eccellenze progettuali: guardo avanti con fiducia, sperando che questo progetto possa realizzarsi; lo proporremo comunque come priorità nelle svariate misure attivate dal nuovo Pnrr”.

Il Mac

Un altro passo di Gibellina verso un sistema che punta sulla restituzione di bellezza al territorio belicino, senza dimenticare la sua naturale vocazione ad attirare flussi turistici: a luglio scorso la riapertura del MAC, il museo intitolato a Ludovico Corrao, ha già attirato migliaia di visitatori accorsi per scoprire la più imponente collezione di arte contemporanea del Mezzogiorno d’Italia.

L’oro verde di Segesta, prodotto il primo olio del Parco

Raccolti 300 chili di olive, frutto di 25 alberi curati e potati, da cui sono stati ricavati 100 litri d’olio. Il prossimo passo sarà il recupero del vigneto

di Redazione

Cento litri di olio estratti da trecento chili di olive. Sono il risultato della prima raccolta simbolica avvenuta all’interno del Parco archeologico di Segesta. Si tratta del frutto di 25 alberi di ulivo che versavano in stato di abbandono e che da quest’anno, grazie all’attenzione della direttrice del Parco, Rossella Giglio, sono stati curati e “messi a reddito” nella logica di recupero e custodia di quel paesaggio che, insieme alle vestigia monumentali, contribuisce a rendere l’area archeologica di Segesta un luogo di bellezza senza tempo.

Olive di Segesta

“I nostri parchi archeologici – sottolinea l’assessore ai Beni Culturali, Alberto Samonà – si trovano in contesti ambientali che il tempo sembra non aver mutato. Oggi il visitatore ha la possibilità di scoprire luoghi unici al mondo in cui archeologia e paesaggio diventano un tutt’uno. Il recupero, oltre che del patrimonio monumentale anche di quello ambientale, è un segno dell’attenzione che la direzione del Parco archeologico di Segesta, in linea con gli indirizzi del governo regionale, sta prestando al contesto paesaggistico recuperandone, gradatamente, la piena fruibilità e bellezza. Dopo il grano di Selinunte, il vino e l’olio del Parco della Valle dei Templi di Agrigento, l’olio di Segesta rappresenta il segno di uno sguardo nuovo, attraverso il recupero di una dimensione agricola del territorio, che ci viene raccontata anche dalla storia”.

Gli ulivi del Parco

Fino ad oggi gli alberi del Parco non erano stati mai potati e mai prima d’ora la direzione del Parco aveva dato luogo a una raccolta ufficiale di olive. “Gli ulivi fanno parte della storia di Segesta e, richiamando Tucidide, – dice la direttrice del Parco, Rossella Giglio – mi piace ricordare che i popoli del Mediterraneo cominciarono ad uscire dalla barbarie quando impararono a coltivare l’olivo e la vite. Attraverso questo intervento abbiamo iniziato a curare anche la vegetazione che consideriamo componente essenziale del parco stesso. Il prossimo intervento sarà il recupero del vigneto che si trova sparso in più punti dei 180 ettari del Parco”.

Geometrie di sale e cielo, in mostra le opere di Salvatore Caputo

Si inaugura si inaugura alla Cappella dell’Incoronata una personale dell’artista ispirata alle saline della Sicilia occidentale

di Redazione

Con 22 opere, tra dipinti e installazioni, che rappresentano le Saline della Sicilia occidentale si inaugura alla Cappella dell’Incoronata di Palermo, mercoledì 19 gennaio alle 17.30, la mostra di Salvatore Caputo “Per le vie di sapidi cristalli. Visioni pittoriche tra mare e sale”. In esposizione 22 opere, tra dipinti e installazioni, ispirate alle saline della Sicilia occidentale che Caputo rappresenta attraverso riflessi e geometrie solo superficialmente scalfite dalla presenza della natura che, di solito, è lussureggiante nella sua produzione artistica.

La luna sul sale

Diverse le opere giocate su una paletta di colori estremamente ridotta, che esalta le geometrie di sale e cielo. Nessuna presenza umana, neppure sotto forma di statua, come per altri dipinti. Solo silenzio e luce per quadri che diventano paesaggi quasi lunari. La mostra, visitabile fino al 25 febbraio, sarà inaugurata dall’assessore regionale ai Beni Culturali, Alberto Samonà e dal direttore del Museo Riso, Luigi Biondo.

Luna sulla salina

“La mostra delle opere pittoriche di Salvatore Caputo – evidenzia l’assessore Samonà – è un contributo alla bellezza del paesaggio siciliano che non si impone soltanto per la forza della natura, ma che costituisce, piuttosto, un’occasione, una porta che ci conduce al viaggio interiore. I colori sfumati, le tinte “liquide”, l’apparente staticità delle opere esposte, sono un ipnotico invito all’introspezione, alla ricerca della spiritualità e di quello stato di autentica libertà a cui tutti aneliamo. Ancora una volta l’arte ci invita a guardarci dentro per ritrovare quella dimensione di unitarietà verso cui naturalmente tendiamo”.

Su Caputo, dice Luigi Biondo: “Le sue creazioni da tempo costituiscono l’evoluzione del colore e della materia in un tempo sospeso ed immaginifico con un anelito che rimbalza nei nostri ricordi e deve condurci verso la ricerca di verità celate per decenni ed un riscatto liberatorio. Stati dell’anima preziosi per una rinascita attesa da troppo tempo e mai così utile. Intensa, affascinante, piena di punti di partenza è la testimonianza del suo impegno che diventa anche tangibile consapevolezza di un’eco della poesia legata all’ideazione, punto di rottura con il passato e porta spalancata verso il futuro”.

Robot e sensori per scoprire tesori sommersi nei fondali siciliani

La Regione Siciliana finanzia un progetto di ricerca per valorizzare il patrimonio culturale marino dell’Isola, in vista del Centro di eccellenza dell’archeologia subacquea

di Redazione

Un progetto di indagine e documentazione dei fondali marini della Sicilia, con l’aiuto di innovativi sensori e robot, alla scoperta di nuovi siti archeologici subacquei. È stato finanziato dalla presidenza della Regione Siciliana (con oltre mezzo milione di euro), d’intesa con la Soprintendenza del mare, allo scopo di gettare le basi per l’istituzione di un Centro di eccellenza dell’archeologia subacquea (ve ne abbiamo parlato qui). L’obiettivo è quello di valorizzare il patrimonio culturale sommerso attorno all’Isola, per dare continuità al lavoro svolto dal compianto assessore Sebastiano Tusa.

Antichi lingotti trovati nei fondali di Gela

“Il progetto – sottolinea l’assessore ai Beni culturali, Alberto Samonà – avrà la durata di circa tre mesi, e interesserà i fondali di Palermo, Ustica, Isole Eolie e delle province di Catania, Siracusa, Ragusa, Caltanissetta, Agrigento e Trapani. Si avvarrà dell’utilizzo di un drone subacqueo (Auv-Autonomous underwater vehicles), in grado di effettuare contemporaneamente scansioni con strumenti sonar incorporati, immagini video e fotografiche in maniera autonoma attraverso un percorso di navigazione”.

Frammenti di anfore nei fondali di Marausa

È previsto l’utilizzo di reti di sensori sottomarine innovative che forniranno in tempo reale dati utili per la sorveglianza dei siti e per monitorare la conservazione dei reperti. Le attività saranno gestite dalla Soprintendenza del mare, con una squadra di archeologi subacquei, documentaristi e ricercatori. La prima fase sarà dedicata alla ricerca a campione a una profondità batimetrica da 50 a 200 metri di profondità e sarà realizzata una mappatura dei fondali.

Elmo romano recuperato nei fondali di Levanzo

“I fondali siciliani – afferma il presidente della Regione, Nello Musumeci – ci hanno restituito negli anni e continuano a custodire tesori preziosi, testimonianza di millenni di storia e di cultura.  L’importante lavoro di ricerca che il governo regionale ha finanziato permetterà di creare una mappatura dettagliata della situazione sottomarina da mettere a disposizione non solo degli specialisti del settore, ma anche degli studenti, turisti, appassionati di storia, gli interessanti ritrovamenti archeologici”.

Le Vie dei Tesori News

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