SalinaDocFest nel segno dei migranti, ecco i vincitori

La giuria, composta dai registi Claudio Giovannesi e Nicolas Philibert e dal fotografo Francesco Zizola, ha assegnato il premio Tasca D’Oro per il miglior documentario a “La scomparsa di mia madre” di Beniamino Barrese

di Paola Nicita

Nell’isola più verde delle Eolie, il SalinaDocFest – Festival del Documentario Narrativo diretto da Giovanna Taviani – sceglie per la sua tredicesima edizione come tema le (R)esistenze e annuncia i vincitori.

Una scena del film “La scomparsa di mia madre”

La giuria, composta dai registi Claudio Giovannesi e Nicolas Philibert e dal fotografo Francesco Zizola, ha assegnato il premio Tasca D’Oro per il miglior documentario a “La scomparsa di mia madre” di Beniamino Barrese, che racconta la storia della madre, Benedetta Barzini, top model italiana negli anni ’60, musa di Andy Warhol, Salvador Dalì, Irving Penn e Richard Avedon. Femminista militante, a 75 anni, stanca dei ruoli, desidera lasciare tutto per raggiungere un luogo lontano dove scomparire. Turbato da questo progetto, suo figlio Beniamino comincia a filmarla, per tramandarne la memoria. Il film ha vinto anche la menzione speciale WIF – Women in Film, attribuita dalla giuria composta da Kissy Dugan, presidente di Wif, dall’attrice Valentina Carnelutti e dalla regista Antonietta De Lillo.

Naziha Arebi

Il Premio Signum, scelto dal pubblico va invece a “Freedom Fields” della regista anglo-libica Naziha Arebi, documentario che segue tre donne e la loro squadra di calcio nella Libia post-rivoluzionaria, tra sogni e speranze.

Durante le giornate del festival – che si è concluso con lo spettacolo “Refugees il respiro dei migranti – Salina Opera Paese”, diretto da Ugo Bentivegna con le musiche di Mario Incudine – sono stati attribuiti premi speciali del Festival: per Marco Bellocchio Premio Ave – Energia Della Poesia, Poesia Dell’energia; a Letizia Battaglia il Premio Irritec Sicilia.Doc.;a Abraham Yehoshua il Premio Ravesi “Dal testo allo schermo”; Premio Lady Wilmar ad Agostino Ferrente per “Selfie”; Premio Siae a Claudio Giovannesi per “La paranza dei bambini”.

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“Shooting the mafia”, Letizia Battaglia si racconta

Il film di Kim Longinotto, dedicato alla fotografa palermitana, sbarca al Festival del Cinema di Berlino in anteprima europea

di Paola Nicita

Una donna, celebre documentarista, racconta una fotografa palermitana di respiro internazionale: Letizia Battaglia. Sbarca oggi alla Berlinale il film di Kim Longinotto, autrice tra gli sguardi più autorevoli per la narrazione di storie al femminile, dedicate a donne coraggiose e ribelli che amano sovvertire l’ordine delle cose, dall’India al Giappone, dall’Iran alla Sicilia.

Questa volta infatti tocca, dunque, alla fotografa palermitana, protagonista di “Shooting the mafia”, presentato al Festival del cinema di Berlino in anteprima europea (e con tre repliche già organizzate fino al 16 febbraio) dopo la prima assoluta di qualche tempo fa al Sundance Festival di Robert Redford, altro palcoscenico d’eccezione, dove Longinotto ha ricevuto nel 2015 il World Cinema Documentary Directing Award per il suo documentario “Dreamcatcher”.

Uno scatto di Letizia Battaglia

Letizia Battaglia racconta la sua vita, le scelte che la vedono lasciare un marito, sposato appena sedicenne, e la decisione, a quarant’anni, di diventare fotografa. Sono gli anni della Palermo dove si spara e si uccide ogni giorno: la città e i suoi terribili intrecci viene raccontata de L’Ora, giornale di punta nelle battaglie contro la mafia, per il quale inizia a pubblicare le sue fotografie. E sarà proprio Letizia Battaglia la prima donna, in Italia, ad essere assunta da un quotidiano come fotografa.

I racconti della fotografa si intrecciano con i ricordi personali e professionali che spesso coincidono, e alle immagini delle sue fotografie, scolpite in bianco e nero, alle quali Longinotto affianca alcune immagini di celebri film italiani dell’epoca, in una sorta di controcanto, guidato dalla Battaglia. Giocando sul significato di “shooting”, che può significare sia sparare che fotografare, qui è la mafia ad essere il bersaglio.

Il film di Kim Longinotto, dedicato alla fotografa palermitana, sbarca al Festival del Cinema di Berlino in anteprima europea

di Paola Nicita

Una donna, celebre documentarista, racconta una fotografa palermitana di respiro internazionale: Letizia Battaglia. Sbarca oggi alla Berlinale il film di Kim Longinotto, autrice tra gli sguardi più autorevoli per la narrazione di storie al femminile, dedicate a donne coraggiose e ribelli che amano sovvertire l’ordine delle cose, dall’India al Giappone, dall’Iran alla Sicilia.

Questa volta infatti tocca, dunque, alla fotografa palermitana, protagonista di “Shooting the mafia”, presentato al Festival del cinema di Berlino in anteprima europea (e con tre repliche già organizzate fino al 16 febbraio) dopo la prima assoluta di qualche tempo fa al Sundance Festival di Robert Redford, altro palcoscenico d’eccezione, dove Longinotto ha ricevuto nel 2015 il World Cinema Documentary Directing Award per il suo documentario “Dreamcatcher”.

Uno scatto di Letizia Battaglia

Letizia Battaglia racconta la sua vita, le scelte che la vedono lasciare un marito, sposato appena sedicenne, e la decisione, a quarant’anni, di diventare fotografa. Sono gli anni della Palermo dove si spara e si uccide ogni giorno: la città e i suoi terribili intrecci viene raccontata de L’Ora, giornale di punta nelle battaglie contro la mafia, per il quale inizia a pubblicare le sue fotografie. E sarà proprio Letizia Battaglia la prima donna, in Italia, ad essere assunta da un quotidiano come fotografa.

I racconti della fotografa si intrecciano con i ricordi personali e professionali che spesso coincidono, e alle immagini delle sue fotografie, scolpite in bianco e nero, alle quali Longinotto affianca alcune immagini di celebri film italiani dell’epoca, in una sorta di controcanto, guidato dalla Battaglia. Giocando sul significato di “shooting”, che può significare sia sparare che fotografare, qui è la mafia ad essere il bersaglio.

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La cyber-Turandot con i maghi della videoarte

Il nuovo allestimento dell’opera di Puccini, con cui si inaugura la stagione 2019 del Teatro Massimo, porta la firma del collettivo russo Aes+F. L’azione si sposta nel 2070 e rimanda a una visionarietà iperreale e barocca, vicina a Blade Runner

di Paola Nicita

Quando, alcuni anni fa, sbarcarono per la prima volta in Laguna in occasione della Biennale di Arti Visive di Venezia del 2007 – dove poi torneranno ancora a rappresentare la Russia nel 2009 e nel 2015 – il gruppo di videoartisti AES+F mise subito sul tappeto, attraverso una grande videoinstallazione, i temi della ricerca e la costruzione del proprio linguaggio: contenuti epici di una vita quotidiana patinata, dove il 3D modellava architetture e mondi iperrealistici, nei quali si muovevano con solennità figure di giovanetti e giovanette appena usciti dalle pagine di Vogue.

Il collettivo AES+F

E d’altronde c’erano già tutti gli elementi caratteristici degli AES+F: ovvero dei due architetti, Tatiana Arzamasova e Lev Evzovich, del grafico Eugeny Svyatsky, e del fotografo di moda Vadimir Fridkes, gli AES che si formano nel 1987 e che nel 1995 aggiungono la F del fotografo di moda Fridkes, proponendo le loro creazioni dove si intersecano fotografie, video e tecnologie digitali, senza perdere mai d’occhio la scultura e lo studio dello spazio come architettura dell’immaginifico.

E sono proprio i videoartisti russi ad essere chiamati a inventare i nuovi mondi proiettati nel futuro e immaginare videoscene e costumi di una Turandot, con le musiche di Giacomo Puccini, ma ambientata nel 2070. Con questa opera il 19 gennaio si inaugura la nuova stagione del Teatro Massimo di Palermo, con la direzione di Gabriele Ferro, il concept degli AES+F e Fabio Cherstich, che firma anche la regia; una coproduzione con il Teatro di Bologna, il Badisches Staatstheather di Karlsruhe e in partnership con il Lakhta Center di San Pietroburgo.

Una scena di Turandot

Gli AES+F, fedeli alla loro ricerca, inventano figure totemiche zoomorfe e antropomorfe, che intersecano le loro presenze e che spesso si pongono in continuità visiva con le figure in carne e ossa che si muovo sul palco: Turandot è a capo di un matriarcato, i draghi rossi sorvolano città galleggianti, in una visionarietà iperreale e barocca dai colori accesi, che appare più prossima a Blade Runner: che, per coincidenza, era proprio ambientato nella Los Angeles del 2019. Qui niente pioggia acida, ma la conferma che l’invenzione fantastica parla un linguaggio sempre attuale, capace di trasportare in altre e nuove dimensioni e visioni.

 

Il nuovo allestimento dell’opera di Puccini, con cui si inaugura la stagione 2019 del Teatro Massimo, porta la firma del collettivo russo Aes+F. L’azione si sposta nel 2070 e rimanda a una visionarietà iperreale e barocca, vicina a Blade Runner

di Paola Nicita

Quando, alcuni anni fa, sbarcarono per la prima volta in Laguna in occasione della Biennale di Arti Visive di Venezia del 2007 – dove poi torneranno ancora a rappresentare la Russia nel 2009 e nel 2015 – il gruppo di videoartisti AES+F mise subito sul tappeto, attraverso una grande videoinstallazione, i temi della ricerca e la costruzione del proprio linguaggio: contenuti epici di una vita quotidiana patinata, dove il 3D modellava architetture e mondi iperrealistici, nei quali si muovevano con solennità figure di giovanetti e giovanette appena usciti dalle pagine di Vogue.

Il collettivo AES+F

E d’altronde c’erano già tutti gli elementi caratteristici degli AES+F: ovvero dei due architetti, Tatiana Arzamasova e Lev Evzovich, del grafico Eugeny Svyatsky, e del fotografo di moda Vadimir Fridkes, gli AES che si formano nel 1987 e che nel 1995 aggiungono la F del fotografo di moda Fridkes, proponendo le loro creazioni dove si intersecano fotografie, video e tecnologie digitali, senza perdere mai d’occhio la scultura e lo studio dello spazio come architettura dell’immaginifico.

E sono proprio i videoartisti russi ad essere chiamati a inventare i nuovi mondi proiettati nel futuro e immaginare videoscene e costumi di una Turandot, con le musiche di Giacomo Puccini, ma ambientata nel 2070. Con questa opera il 19 gennaio si inaugura la nuova stagione del Teatro Massimo di Palermo, con la direzione di Gabriele Ferro, il concept degli AES+F e Fabio Cherstich, che firma anche la regia; una coproduzione con il Teatro di Bologna, il Badisches Staatstheather di Karlsruhe e in partnership con il Lakhta Center di San Pietroburgo.

Una scena di Turandot

Gli AES+F, fedeli alla loro ricerca, inventano figure totemiche zoomorfe e antropomorfe, che intersecano le loro presenze e che spesso si pongono in continuità visiva con le figure in carne e ossa che si muovo sul palco: Turandot è a capo di un matriarcato, i draghi rossi sorvolano città galleggianti, in una visionarietà iperreale e barocca dai colori accesi, che appare più prossima a Blade Runner: che, per coincidenza, era proprio ambientato nella Los Angeles del 2019. Qui niente pioggia acida, ma la conferma che l’invenzione fantastica parla un linguaggio sempre attuale, capace di trasportare in altre e nuove dimensioni e visioni.

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Bruno Zevi e la sua “eresia” necessaria

Una mattina dedicata ad uno dei maggiori architetti italiani, in occasione della presentazione del volume a lui dedicato, curato da Antonietta Iolanda Lima

di Paola Nicita

Ci sono libri che prendono forma come urgenze legate al tempo, perché è di esso che ne costituiscono emanazione: è questo il caso di “Bruno Zevi e la sua eresia necessaria”, a cura di Antonietta Iolanda Lima, attenta osservatrice dell’architettura specie in relazione ai fenomeni sociali ed etici, che viene presentato mercoledì 23 gennaio alle 10 da Feltrinelli.

Una mattina dedicata ad uno dei maggiori architetti italiani, che sarà l’occasione per ascoltare, insieme a Iolanda Lima, Michele Sbacchi, professore di Progettazione architettonica; Michele Cometa, professore di Letterature comparate e Cultura visuale; l’architetto della Califonia Polytechnic Roma Program, Thom Rankin; Giovanni Francesco Tuzzolino, professore di Progettazione architettonica dell’Università di Palermo e l’architetto Piero Sartogo, cui si devono architetture e allestimenti di grande rilevo, e che proprio con Bruno Zevi ha collaborato per molti progetti, come la grande mostra dedicata a Brunelleschi a Firenze.

“Rileggere il lavoro di Bruno Zevi – dice Antonietta Iolanda Lima – insieme alle scelte compiute nella sua vita, al suo pensiero profondo, è il modo migliore per guardare un presente sempre più in bilico, che sembra aver perso i suoi punti di riferimento”. Il volume raccoglie gli atti del convegno dedicato a Zevi, realizzato lo scorso anno tra Palermo e Catania; tra gli scritti, quelli di Adachiara Zevi, Aldo Loris Rossi e Massimo Pica Ciamarra.

Una mattina dedicata ad uno dei maggiori architetti italiani, in occasione della presentazione del volume a lui dedicato, curato da Antonietta Iolanda Lima

di Paola Nicita

Ci sono libri che prendono forma come urgenze legate al tempo, perché è di esso che ne costituiscono emanazione: è questo il caso di “Bruno Zevi e la sua eresia necessaria”, a cura di Antonietta Iolanda Lima, attenta osservatrice dell’architettura specie in relazione ai fenomeni sociali ed etici, che viene presentato mercoledì 23 gennaio alle 10 da Feltrinelli.

Una mattina dedicata ad uno dei maggiori architetti italiani, che sarà l’occasione per ascoltare, insieme a Iolanda Lima, Michele Sbacchi, professore di Progettazione architettonica; Michele Cometa, professore di Letterature comparate e Cultura visuale; l’architetto della Califonia Polytechnic Roma Program, Thom Rankin; Giovanni Francesco Tuzzolino, professore di Progettazione architettonica dell’Università di Palermo e l’architetto Piero Sartogo, cui si devono architetture e allestimenti di grande rilevo, e che proprio con Bruno Zevi ha collaborato per molti progetti, come la grande mostra dedicata a Brunelleschi a Firenze.

“Rileggere il lavoro di Bruno Zevi – dice Antonietta Iolanda Lima – insieme alle scelte compiute nella sua vita, al suo pensiero profondo, è il modo migliore per guardare un presente sempre più in bilico, che sembra aver perso i suoi punti di riferimento”. Il volume raccoglie gli atti del convegno dedicato a Zevi, realizzato lo scorso anno tra Palermo e Catania; tra gli scritti, quelli di Adachiara Zevi, Aldo Loris Rossi e Massimo Pica Ciamarra.

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“Memoria collettiva”, due case d’arte per un unico atelier

Il progetto di Lorenzo Calamia e Serena Ribaudo prevede mostre e performance nel centro storico di Palermo. Sarà inaugurato all’interno dell’Itinerario Contemporaneo, nell’ambito del festival Le Vie dei Tesori

di Paola Nicita

Curatrice della rassegna “Itinerario contemporaneo”

Ci sono luoghi e persone che hanno loro gemelli sconosciuti altrove, e nel momento dell’incontro si conoscono, ma soprattutto si riconoscono: è così che è accaduto per Casa Spazio, dimora-atelier palermitana di Lorenzo Calamia e Marco Russotto, e Casa Sponge, luogo di esposizione e incontro marchigiano, che ha festeggiato adesso i suoi dieci anni di attività, con le attività coordinate da Giovanni Gaggia e Serena Ribaudo.

Entrambi “casa”, presentano adesso un progetto comune, dal titolo “Memoria collettiva”, a cura di Lorenzo Calamia e Serena Ribaudo che si terrà a Palermo, nella casa al centro storico che si trasformerà in atelier–dimora per tanti artisti, in occasione de Le Vie dei Tesori, all’interno dell’Itinerario Contemporaneo, che si inaugura il 5 ottobre alle 18.

“Casa Sponge è accolta ed ospitata da Casa Spazio – raccontano Lorenzo Calamia e Serena Ribaudo – in una circolarità di intenti, figure artistiche, rimandi progettuali che annodano le due Case per immergerci in un’esperienza che vede la casa non nella definizione della stretta delle sue mura ma come topos vero dello spirito. Così, vivificandosi reciprocamente, esse danno vita ad un percorso polimorfo e fascinoso. Il tema-guida è quello dell’accoglienza, presente come substantia del concetto stesso di casa, che si sposa con quello della memoria, di cui essa è custode e contenitore”.

Insieme alle esposizioni con le opere di Adalberto Abbate, Filippo Berta, Cristiano Berti, Bianco-Valente, Alessandro Brighetti, Giulio Cassanelli, Roberto Coda Zabetta, Mario Consiglio, Alessandro Giampaoli, Christian Leperino, Vincenzo Marsiglia, Jasmine Pignatelli, Giuseppe Stampone, Cristina Treppo, Zoo per Stefania Galegati Shines, durante i cinque weekend d’apertura saranno realizzati alcuni momenti performativi.

Il salone d’ingresso di CasaSpazio si trasformerà in una “stanza delle meraviglie”, con l’allestimento delle opere, e per tutta la durata della mostra sei artisti, in altrettanti weekend, vivranno la casa ed accoglieranno il pubblico. Ad ognuno di questi sei artisti e alle loro performances sarà destinata una stanza, comprese cucina e bagno, dando vita ad un’agenda ricca di appuntamenti uniti nella meditazione sulla memoria. “Custodi” della casa in questo programma di residenze brevi, saranno Marco Russotto e Pietro Saporito, Angelo Bellobono, Filippo Riniolo, Tiziana Pers, Elena Bellantoni, Giovanni Gaggia, con performance di grande coinvolgimento per il pubblico. Siete arrivati, il viaggio si compie dentro queste stanze.

Il progetto di Lorenzo Calamia e Serena Ribaudo prevede mostre e performance nel centro storico di Palermo. Sarà inaugurato all’interno dell’Itinerario Contemporaneo, nell’ambito del festival Le Vie dei Tesori

di Paola Nicita

Curatrice della rassegna “Itinerario contemporaneo”

Ci sono luoghi e persone che hanno loro gemelli sconosciuti altrove, e nel momento dell’incontro si conoscono, ma soprattutto si riconoscono: è così che è accaduto per Casa Spazio, dimora-atelier palermitana di Lorenzo Calamia e Marco Russotto, e Casa Sponge, luogo di esposizione e incontro marchigiano, che ha festeggiato adesso i suoi dieci anni di attività, con le attività coordinate da Giovanni Gaggia e Serena Ribaudo.

Entrambi “casa”, presentano adesso un progetto comune, dal titolo “Memoria collettiva”, a cura di Lorenzo Calamia e Serena Ribaudo che si terrà a Palermo, nella casa al centro storico che si trasformerà in atelier–dimora per tanti artisti, in occasione de Le Vie dei Tesori, all’interno dell’Itinerario Contemporaneo, che si inaugura il 5 ottobre alle 18.

“Casa Sponge è accolta ed ospitata da Casa Spazio – raccontano Lorenzo Calamia e Serena Ribaudo – in una circolarità di intenti, figure artistiche, rimandi progettuali che annodano le due Case per immergerci in un’esperienza che vede la casa non nella definizione della stretta delle sue mura ma come topos vero dello spirito. Così, vivificandosi reciprocamente, esse danno vita ad un percorso polimorfo e fascinoso. Il tema-guida è quello dell’accoglienza, presente come substantia del concetto stesso di casa, che si sposa con quello della memoria, di cui essa è custode e contenitore”.

Insieme alle esposizioni con le opere di Adalberto Abbate, Filippo Berta, Cristiano Berti, Bianco-Valente, Alessandro Brighetti, Giulio Cassanelli, Roberto Coda Zabetta, Mario Consiglio, Alessandro Giampaoli, Christian Leperino, Vincenzo Marsiglia, Jasmine Pignatelli, Giuseppe Stampone, Cristina Treppo, Zoo per Stefania Galegati Shines, durante i cinque weekend d’apertura saranno realizzati alcuni momenti performativi.

Il salone d’ingresso di CasaSpazio si trasformerà in una “stanza delle meraviglie”, con l’allestimento delle opere, e per tutta la durata della mostra sei artisti, in altrettanti weekend, vivranno la casa ed accoglieranno il pubblico. Ad ognuno di questi sei artisti e alle loro performances sarà destinata una stanza, comprese cucina e bagno, dando vita ad un’agenda ricca di appuntamenti uniti nella meditazione sulla memoria. “Custodi” della casa in questo programma di residenze brevi, saranno Marco Russotto e Pietro Saporito, Angelo Bellobono, Filippo Riniolo, Tiziana Pers, Elena Bellantoni, Giovanni Gaggia, con performance di grande coinvolgimento per il pubblico. Siete arrivati, il viaggio si compie dentro queste stanze.

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Yves Saint Laurent, la nuova campagna a Palermo

Un grande marchio, un gruppo di modelle di richiamo, una città scelta come luogo d’attrazione, alcuni scatti fatti a Villa Tasca: il sogno di una notte d’estate

di Paola Nicita

Il sogno di una notte d’estate? Non c’è dubbio, è a Palermo. A dirlo è un marchio come Yves Saint Laurent, che per la sua nuova campagna, realizzata in questi giorni, ha scelto la città per il suo nuovo slogan che accompagnerà la comunicazione: “Palermo Summer Night”, la città come come luogo d’attrazione, un misto di glamour, arte e bellezza.

Insomma, Palermo continua a far sognare, e fortifica il legame con la creatività, moltiplicando la sua carica attrattiva, sensuale ed esotica. Lo shooting è stato realizzato a Villa Tasca, complice la bellezza del luogo, antica dimora dai soffitti affrescati e dal giardino di otto ettari, dove Wagner compose alcune parti del Parsifal, che per alcuni giorni è stata trasformata in set fotografico.

Tra le modelle, il nuovo volto di YSL, Kaia Gerber, figlia di Cindy Crawford – come dire, piove sempre sul bagnato – e di Rande Gerber, modello anche lui e imprenditore. Il volto biondo maschile è invece Paul Hameline, studente della scuola d’arte Saint Martin di Londra, modello in ascesa che ama il low profile.

La scelta del luogo si deve al nuovo direttore artistico della Maison, Anthony Vaccarello, stilista belga di trentacinque anni, giramondo nato da genitori siciliani; che dopo le esperienze con Fendi e Versace, da due anni è approdato alla guida di uno dei marchi più prestigiosi della moda, ruolo di grande responsabilità che Vaccarello gestisce con risultati già ottimi, nel rilancio del marchio e nelle vendite.

E che per la nuova campagna con la quale presenterà la sua nuova collezione ha deciso di tornare alle sue radici, nella Sicilia da cui erano partiti i suoi genitori, per lanciare “Palermo Summer Night”: d’altronde “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, scriveva Shakespeare.

Un grande marchio, un gruppo di modelle di richiamo, una città scelta come luogo d’attrazione, alcuni scatti fatti a Villa Tasca: il sogno di una notte d’estate

di Paola Nicita

Il sogno di una notte d’estate? Non c’è dubbio, è a Palermo. A dirlo è un marchio come Yves Saint Laurent, che per la sua nuova campagna, realizzata in questi giorni, ha scelto la città per il suo nuovo slogan che accompagnerà la comunicazione: “Palermo Summer Night”, la città come come luogo d’attrazione, un misto di glamour, arte e bellezza.

Insomma, Palermo continua a far sognare, e fortifica il legame con la creatività, moltiplicando la sua carica attrattiva, sensuale ed esotica. Lo shooting è stato realizzato a Villa Tasca, complice la bellezza del luogo, antica dimora dai soffitti affrescati e dal giardino di otto ettari, dove Wagner compose alcune parti del Parsifal, che per alcuni giorni è stata trasformata in set fotografico.

Tra le modelle, il nuovo volto di YSL, Kaia Gerber, figlia di Cindy Crawford – come dire, piove sempre sul bagnato – e di Rande Gerber, modello anche lui e imprenditore. Il volto biondo maschile è invece Paul Hameline, studente della scuola d’arte Saint Martin di Londra, modello in ascesa che ama il low profile.

La scelta del luogo si deve al nuovo direttore artistico della Maison, Anthony Vaccarello, stilista belga di trentacinque anni, giramondo nato da genitori siciliani; che dopo le esperienze con Fendi e Versace, da due anni è approdato alla guida di uno dei marchi più prestigiosi della moda, ruolo di grande responsabilità che Vaccarello gestisce con risultati già ottimi, nel rilancio del marchio e nelle vendite.

E che per la nuova campagna con la quale presenterà la sua nuova collezione ha deciso di tornare alle sue radici, nella Sicilia da cui erano partiti i suoi genitori, per lanciare “Palermo Summer Night”: d’altronde “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, scriveva Shakespeare.

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La Biennale di Filicudi, la più piccola del mondo

“Quest’isola come paradigma del mondo, perché su questo scoglio ci conviviamo tutti, con le nostre differenze”: così parla Francesco Pessina, direttore della manifestazione d’arte nata nel 1996 e che per tre giorni si anima in due sale. Dal 19 agosto

di Paola Nicita

“Lo vuole l’isola”, scrivevano gli artisti sul catalogo della prima edizione della Biennale di Filicudi, la più piccola del mondo, nel 1996: una dichiarazione programmatica, si direbbe, per far comprendere il rapporto con questa isola delle Eolie, meta agognata di tranquillità e simbolo di voluto distacco con il mondo: tra gli ultimi luoghi a non avere energia elettrica, fino a qualche anno fa.

A Filicudi anche quest’anno si realizza la manifestazione dedicata alla creatività contemporanea, che proporrà le opere di quaranta artisti che esporranno presso il salone dell’hotel Phenicusa, in località Porto, dal 19 al 21 agosto. Nelle giornate precedenti, sarà possibile vedere gli artisti al lavoro, mentre l’opening è stabilito per domenica 19 agosto, quando, dalle 21 in poi, saranno inaugurati i lavori; il giorno seguente, spazio aperto per tutti coloro che vorranno realizzare performance estemporanee, e conclusione il 21 con un simposio con gli artisti.

La Biennale di Filicudi nasce da un’idea di Jaques Basler, Francesco Pessina, Franco Menna e Marcel Cordeiro nell’estate del 1996: artisti che erano giunti sull’isola, separatamente, fra gli anni Settanta e gli Ottanta. Durante questo lungo periodo, la casa-atelier Basler, per un’unica notte ogni due anni, sarà la base della “biennalina” e luogo espositivo, fino al 2016, quando il testimone per la direzione artistica passa a Francesco Pessina, artista che da vent’anni ha scelto di vivere a Filicudi; e che adesso organizza la “Biennale più piccola del mondo” insieme a Aurelia Raffo e Roberta Passeretti, con il coinvolgimento di amici e volontari. “Ricordo la volta che andai a chiedere ad Ettore Sottsass di partecipare– racconta Francesco Pessina – era contentissimo e divenne un grande sostenitore, una presenza fissa.

Dopo tanti anni la Biennale è certo cambiata, cerca adesso di mostrare la sua parte più pubblica e meno privata, coinvolgendo pubblico e ospiti dell’isola. Ma mantiene intatto il suo carattere di autogestione. Siamo passati però da un’unica notte a tre giorni, per cercare il contatto con il pubblico”. Pessina, milanese approdato a Filicudi, dove vive e realizza le sue opere, è rappresentato da una galleria di Londra, Patrick Heide Gallery, e si allontana dall’isola solo in occasione delle sue mostre. “Ed è molto strano – commenta – che alla fine da Filicudi sia più facile raggiungere una clientela internazionale piuttosto che italiana”.

Il tema di quest’anno è “L’isola… micro realtà nel macro”: una ristretta superficie abitativa, priva di una sorgente d’acqua propria, in un clima sempre più secco e meno gestibile, il tutto miscelato da un collettivo con esperienze intellettuali diverse fra loro, che interagiscono e convivono, nel grande flusso migratorio estivo. Spiega Pessina: “Filicudi come paradigma del mondo, perché su questo scoglio ci conviviamo tutti, con le nostre differenze”.

Gli artisti della Biennale di Filicudi 2018 saranno: Alessandra Andreolli, Jacques Basler, Emilio Battisti, Mario Bellavista, Monica f. Blasi&Chiara Bruno, Stefano Butturini, Ziganoi, Francesco Cuvera’,Tanino Cincotta, Marcel Cordeiro, Johnny dell’Orto, Salvo de Benedetto, Barbara Fiorillo,Ggabriella Gabrieli, Giovanni Gastel, Goldschmied &Chiari, Carlo Gloria, Ugo La Pietra, Nanette Libiszewski, Clare Littlewood, Contessa di Alicudi Schifanoja, Eliana Lorena, Sunny Jeanne, Franco Menna, Glauco Miller, Melo Minnella, Manuela Molica Bisci, Francesca Mosconi, Demetrio Nicolo’, Giovanna Nigi, MarinaKlemente, Umberto Passeretti, Maurizio Peregalli, Francesco Pessina, Aurelia Raffo, Franco Raggi, Massimo Rinversi, Roman Reifler, Loredana Salzano& Emanuele Lo Cascio, Sergio Santamarina, Stefania Simanschi, Elise Collet Soravito, Laura Viale, Cinzia Viola.

“Quest’isola come paradigma del mondo, perché su questo scoglio ci conviviamo tutti, con le nostre differenze”: così parla Francesco Pessina, direttore della manifestazione d’arte nata nel 1996 e che per tre giorni si anima in due sale. Dal 19 agosto

di Paola Nicita

“Lo vuole l’isola”, scrivevano gli artisti sul catalogo della prima edizione della Biennale di Filicudi, la più piccola del mondo, nel 1996: una dichiarazione programmatica, si direbbe, per far comprendere il rapporto con questa isola delle Eolie, meta agognata di tranquillità e simbolo di voluto distacco con il mondo: tra gli ultimi luoghi a non avere energia elettrica, fino a qualche anno fa.

A Filicudi anche quest’anno si realizza la manifestazione dedicata alla creatività contemporanea, che proporrà le opere di quaranta artisti che esporranno presso il salone dell’hotel Phenicusa, in località Porto, dal 19 al 21 agosto. Nelle giornate precedenti, sarà possibile vedere gli artisti al lavoro, mentre l’opening è stabilito per domenica 19 agosto, quando, dalle 21 in poi, saranno inaugurati i lavori; il giorno seguente, spazio aperto per tutti coloro che vorranno realizzare performance estemporanee, e conclusione il 21 con un simposio con gli artisti.

La Biennale di Filicudi nasce da un’idea di Jaques Basler, Francesco Pessina, Franco Menna e Marcel Cordeiro nell’estate del 1996: artisti che erano giunti sull’isola, separatamente, fra gli anni Settanta e gli Ottanta. Durante questo lungo periodo, la casa-atelier Basler, per un’unica notte ogni due anni, sarà la base della “biennalina” e luogo espositivo, fino al 2016, quando il testimone per la direzione artistica passa a Francesco Pessina, artista che da vent’anni ha scelto di vivere a Filicudi; e che adesso organizza la “Biennale più piccola del mondo” insieme a Aurelia Raffo e Roberta Passeretti, con il coinvolgimento di amici e volontari. “Ricordo la volta che andai a chiedere ad Ettore Sottsass di partecipare– racconta Francesco Pessina – era contentissimo e divenne un grande sostenitore, una presenza fissa.

Dopo tanti anni la Biennale è certo cambiata, cerca adesso di mostrare la sua parte più pubblica e meno privata, coinvolgendo pubblico e ospiti dell’isola. Ma mantiene intatto il suo carattere di autogestione. Siamo passati però da un’unica notte a tre giorni, per cercare il contatto con il pubblico”. Pessina, milanese approdato a Filicudi, dove vive e realizza le sue opere, è rappresentato da una galleria di Londra, Patrick Heide Gallery, e si allontana dall’isola solo in occasione delle sue mostre. “Ed è molto strano – commenta – che alla fine da Filicudi sia più facile raggiungere una clientela internazionale piuttosto che italiana”.

Il tema di quest’anno è “L’isola… micro realtà nel macro”: una ristretta superficie abitativa, priva di una sorgente d’acqua propria, in un clima sempre più secco e meno gestibile, il tutto miscelato da un collettivo con esperienze intellettuali diverse fra loro, che interagiscono e convivono, nel grande flusso migratorio estivo. Spiega Pessina: “Filicudi come paradigma del mondo, perché su questo scoglio ci conviviamo tutti, con le nostre differenze”.

Gli artisti della Biennale di Filicudi 2018 saranno: Alessandra Andreolli, Jacques Basler, Emilio Battisti, Mario Bellavista, Monica f. Blasi&Chiara Bruno, Stefano Butturini, Ziganoi, Francesco Cuvera’,Tanino Cincotta, Marcel Cordeiro, Johnny dell’Orto, Salvo de Benedetto, Barbara Fiorillo,Ggabriella Gabrieli, Giovanni Gastel, Goldschmied &Chiari, Carlo Gloria, Ugo La Pietra, Nanette Libiszewski, Clare Littlewood, Contessa di Alicudi Schifanoja, Eliana Lorena, Sunny Jeanne, Franco Menna, Glauco Miller, Melo Minnella, Manuela Molica Bisci, Francesca Mosconi, Demetrio Nicolo’, Giovanna Nigi, MarinaKlemente, Umberto Passeretti, Maurizio Peregalli, Francesco Pessina, Aurelia Raffo, Franco Raggi, Massimo Rinversi, Roman Reifler, Loredana Salzano& Emanuele Lo Cascio, Sergio Santamarina, Stefania Simanschi, Elise Collet Soravito, Laura Viale, Cinzia Viola.

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