Torna la festa più antica d’Italia tra storia e mito

Ad Alcara Li Fusi, si celebra il rito del Muzzuni legato al culto di Demetra e tramandato da pastori e contadini. Dopo due anni di pandemia tre giorni di cortei, canti, escursioni e visite guidate

di Ornella Reitano

È una delle più antiche feste popolari d’Italia. Si svolge la sera del 24 giugno, ad Alcara Li Fusi, borgo dei Nebrodi, nei giorni del solstizio d’estate. “U Muzzuni” è un rito millenario in cui convive sacro e profano, festa pagana da un lato e festa religiosa dall’altro. Il Muzzuni infatti paganamente rappresenta un simbolo fallico “fonte di ricchezza e fecondità” mentre dal punto di vista religioso ricorda la decapitazione di San Giovanni Battista. Tramandata da pastori e contadini era la festa dedicata a Demetra dea dell’abbondanza, delle messi, del buon raccolto; a Dioniso dio dell’ ebbrezza e ad Afrodite dea dell’amore e della fertilità.

Muzzuni

La festa si svolge in due momenti della giornata, nel pomeriggio si celebra San Giovanni Battista con la santa Messa e la processione in onore del Santo con partecipazione delle antiche confraternite; finita la processione, subito dopo il crepuscolo, inizia la seconda parte della festa con la preparazione del Muzzuni. Le donne avvolgono un foulard di seta attorno ad una bottiglia o brocca (che in memoria del Battista ha il collo mozzato) e, a mo’ di vaso, ne fanno fuoriuscire garofani, germogli vari e mazzi di spighe di grano fatti precedentemente germogliare al buio per avere il colore dell’oro: sono i cosiddetti lavureddi.

Un momento delle celebrazioni

La brocca viene impreziosita con collane d’oro e gioielli raccolti tra le donne del borgo ed ecco che il Muzzuni è pronto per essere esposto su veri e propri altarini nei diversi quartieri del paese. Fanno da sfondo coperte e tappeti, le pezzare, magistralmente tessuti a mano seguendo l’antica arte del telaio. È una festa corale, che coinvolge tutto il paese. La sera del 24 giugno attorno agli altarini si riunisce tanta gente tra residenti, turisti e curiosi, fino a notte alta si canta, si beve e si intessono amori. Gruppi di cantori popolari alcaresi eseguono in dialetto antiche cantilene, filastrocche e canti d’amore (le chianote e le ruggere) tramandati per via orale.

Abito con spighe di grano

Questa è anche la notte delle comparanze, u Sanciuvanni, che coronate dal vino esigeranno amicizia e rispetto per tutta la vita. La comparanza si stringe attraverso l’intreccio dei diti mignoli e la recita di una filastrocca; è la notte delle promesse di matrimonio consolidate da brindisi; la notte in cui ci si ingrazia il cielo per il buon raccolto; è la notte della fratellanza e dello stare insieme in cui la gente si riunisce e dimentica i propri affanni.

Locandina della festa del Muzzuni 2022

Quest’anno la festa torna ad Alcara Li Fusi dopo due anni di pausa per la pandemia. Tre giorni, dal 24 al 26 giugno, tra riti storici, concerti, escursioni e visite guidate. “Celebriamo questa tradizione legata al grano per augurarci che Alcara ritorni al grano – sottolinea Fabio Zaiti, presidente dell’associazione culturale AlcaraBorgoNatura – . L’auspicio è che questa festa tanto legata alle nostre tradizioni possa concretamente proiettarci nel futuro”.

La chiesetta del santo eremita che nasconde un gioiello d’arte bizantina

Annessa al monastero di Santa Maria del Rogato, ad Alcara Li Fusi, sui Nebrodi, custodisce un prezioso ciclo di affreschi, capolavoro della pittura medievale siciliana

di Ornella Reitano

Custodisce uno dei più preziosi affreschi bizantini della Sicilia, dall’importante valore artistico e simbolico. In contrada Carbuncolo, ad Alcara Li Fusi, borgo incastonato nei Nebrodi, si trova una chiesetta, di grande valenza storica, nella quale si intrecciano momenti della vita del santo patrono Nicolò Politi con l’assunzione di Maria Vergine al cielo. È la chiesetta di Santa Maria del Rogato, annessa a un antico monastero basiliano, utilizzata dai monaci del comprensorio del Val Dèmone. Non vi è una data certa riguardante la costruzione, ma risulta esistente già nel 1105 come indicato nel testamento spirituale del 1116 dell’abate Gregorio di Fragalà, rettore del monastero di San Filippo di Fragalà a Frazzanò.

La chiesetta di Santa Maria del Rogato

Nicolò Politi, attuale patrono di Alcara Li Fusi, arrivò in paese nel 1137. Aveva conosciuto nel monastero di Maniace, Lorenzo Ravì, un sacerdote basiliano attuale patrono del Comune di Frazzanò. Fu dietro indicazione di quest’ultimo che decise di incamminarsi lungo i sentieri dell’Etna per arrivare sui monti Nebrodi. Oggi, questo percorso è diventato il Trekking del Santo, un cammino lungo circa 100 chilometri che parte dalle pendici dell’Etna e, attraversando il Parco dei Nebrodi, tocca i luoghi relativi alla vita, alla preghiera e ai miracoli del santo.

Pavimento di maioliche

Ad Alcara Nicolò Politi visse da eremita, ma era sua abitudine recarsi nella piccola chiesa del Rogato ogni sabato per confessarsi e comunicarsi. Quando lo trovarono morto (nel 1167) nella grotta in cui viveva, le sue spoglie furono portate proprio nella chiesa del Rogato e vi rimasero fino al 1507, anno in cui il pontefice Giulio II concesse la traslazione del corpo alla Chiesa madre della cittadina riconoscendo lo stato di santità di Nicolò Politi.

L’affresco raffigurante la Koimesis

Un elemento di pregio della chiesa del Rogato è l’affresco bizantino (risalente secondo gli studiosi tra il 1196 e il 1291) che gli ultimi restauri del 2014 hanno riportato fruibile. È la Koimesis (Dormitio Virginis), Dormizione della Santissima Madre di Dio. È questo l’unico affresco leggibile e meglio conservato tra i quattro presenti che si trovano ai due lati delle pareti dell’unica navata della chiesa. Di manifattura nasitana è iI pavimento di maioliche seicentesche.

L’interno della chiesa

A differenza di altri esempi che riguardano la koimesis (ovvero l’Assunzione nella visione orientale), come il mosaico della chiesa della Martorana a Palermo o l’immagine classica presente nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, qui, nella chiesa del Rogato il capo della Madonna è rivolto a destra e non a sinistra perché la Vergine guarda verso oriente dove sorge il sole. È un legame simbolico tra il sorgere del sole, la rinascita, la nuova vita, la resurrezione e l’assunzione di Maria. L’affresco Dormitio Virginis rappresenta proprio il momento in cui la Madonna si addormenta per essere poi assunta in cielo.

Nell’affresco ci sono altri personaggi degni di nota come l’ebreo profanatore che cerca di far cadere il corpo della Vergine afferrando e tirando il suo catafalco. Ma interviene San Michele Arcangelo che taglia in un sol colpo le mani dell’ebreo che, recise, rimangono aggrappate al drappo. È chiara ed evidente l’iscrizione in greco “IC” “XC” riferita a Gesù Cristo e in alto “HKOIMHCIC” che sta per Koimesis.

Alcara Li Fusi

Ma la vera particolarità di questo affresco bizantino è la Madonna bambina che rappresenta la sua stessa anima ed è tenuta tra le braccia da suo figlio Gesù mentre la offre agli angeli che la porteranno in cielo sotto lo sguardo degli apostoli che ne sono testimoni. Non a caso la chiesa di Santa Maria del Rogato viene aperta in occasione dell’assunzione di Maria Vergine al cielo (15 agosto) che coincide anche con l’ultima visita che fece Nicolò Politi prima della sua morte.

Di recente la chiesa è stata aperta al pubblico durante la giornata dedicata alle chiese italo-greche nei comuni della provincia di Messina. Sarà aperta anche nelle date del 21 giugno, 21 luglio, 21 agosto e 21 settembre in occasione dell’evento Notti d’Estate nelle Chiese Italo-Greche insieme ad altre chiese dello stesso tipo diffuse nei comuni parte della Città Metropolitana di Messina. Accanto alla chiesetta c’è anche una piccola cappella dedicata al miracolo della pioggia che Dio, per intercessione di San Nicolò Politi, concesse agli abitanti di Alcara Li Fusi durante un periodo di forte siccità.

Irrompe la folle fanfara dei Giudei di San Fratello

Con il loro variopinto costume tradizionale, armati di trombe e catene, mettono scompiglio tra i fedeli durante i riti della Settimana Santa nel piccolo borgo dei Nebrodi

di Ornella Reitano

Tra le feste siciliane di rito popolare-religioso di origine medievale, una delle più singolari è quella dei Giudei che si svolge nel comune nebroideo di San Fratello durante la Settimana Santa. I giudei rappresentano coloro che, deridendo e percuotendo Gesù, lo accompagnano verso il Calvario e la crocifissione.

La fanfara dei Giudei di San Fratello (foto Barbara Vairo)

Dopo due anni di pandemia, la Festa dei Giudei torna a San Fratello. Un rito che inizia all’alba del Mercoledì Santo e dura fino alla conclusione della processione del Venerdì Santo, durante la quale il loro compito è quello di disturbatori. Muniti di catene a maglie larghe tenute nella mano sinistra e al suono di trombe, irrompono, mettendo scompiglio tra i fedeli che seguono la processione, disturbando e dimostrando il loro disinteresse per il doloroso evento. I Giudei, infatti, rappresentano coloro che hanno crocifisso, flagellato e ucciso Gesù e che giubilano nel momento in cui Cristo sofferente viene condotto al Calvario.

Il mascherone con la lingua nera (foto Barbara Vairo)

È suggestiva la presenza in paese dei giudei che, al suono assordante delle trombe, correndo all’impazzata per le strade, creano un vero pandemonio tra la gente del luogo ed i turisti che arrivano curiosi durante la Settimana Santa. Spettacolare e multicolore è il costume che distingue i giudei, e nei giorni che precedono la festa, sono i tanti tra adulti, ragazzi e bambini, a indossare il tradizionale costume.

Sanfratellani in costume tradizionale (foto Barbara Vairo)

Spesso tramandato da padre in figlio, è composto da una giubba rossa con fasce laterali gialle o bianche e arricchito da pendagli, intarsi e ricami che rievocano i costumi degli antichi romani. Il volto è coperto da un mascherone sempre in stoffa con una lunga lingua nera spesso riportante il simbolo della croce e sul capo portano un elmetto con pennacchio in cima che nel loro dialetto gallo-italico è chiamato “sbirrijan”.

Particolare del costume dei Giudei (foto Barbara Vairo)

Dalla giubba, sul dorso, si possono notare delle lunghe code animalesche che arrivano fin quasi ai piedi. Le scarpe sono realizzate con cuoio grezzo e stoffa e vengono chiamate “schierpi d’piau”. Grazie al mascherone la loro identità resta segreta. Anche se i costumi hanno le stesse caratteristiche, le stampe e i decori sono del tutto personalizzati e rigorosamente lavorati a mano. San Fratello è un paese di antiche tradizioni e il sanfratellano è molto legato alla figura del Giudeo e custodisce gelosamente il costume che indossa solo ed esclusivamente nei tre giorni della Settimana Santa. Al suono delle trombe annunziano la loro festosa presenza e girano per il paese attirando l’attenzione della gente.

Catene e tromba (foto Barbara Vairo)

 

Particolare del costume dei Giudei (foto Barbara Vairo)

A Poggioreale si ripete il rito degli altari di San Giuseppe

In occasione del 19 marzo, la comunità belicina celebra antiche tradizioni che mescolano cibo e devozione. Scenografici banchetti, arricchiti da fiori, drappi, rami d’alloro e dai fitti intarsi degli “squartucciati”

di Ornella Reitano

Ogni anno il 19 marzo a Poggioreale, come in altri centri della Valle del Belìce, San Giuseppe viene onorato e festeggiato come padre della Provvidenza. In molte famiglie, per voto o per grazia ricevuta si prepara un altare (“artari”, come tradizionalmente chiamato in siciliano), lo si adorna con drappi e tovaglie ricamate e lo si arricchisce con fiori e rami di alloro, pianta da sempre considerata sacra.

Altare di San Giuseppe in una foto storica del 1940 (foto archivio Di Liberto)

Oggi, nei nuovi paesi ricostruiti dopo il terremoto del 1968, è divenuta usanza preparare gli altari di quartiere dividendo la somma che serve a realizzarli tra le diverse famiglie. Al centro dell’altare troneggia un quadro raffigurante il santo o la Sacra Famiglia e sui ripiani dell’altare una varia abbondanza di pietanze e piatti gustosi. Fanno bella mostra di sé i “cucciddati” ossia dei buccellati più o meno grandi, dal peso di otto-dieci chili: una specialità di pane che dura per molti giorni. Il numero dei buccellati varia a seconda del voto e va da un minimo di tre che è il numero della Sacra Famiglia in poi.

Uno degli altari di Poggioreale

A seguire le primizie, poi le frittate di asparagi, broccoli, carciofi e cardi, tanta frutta di stagione e infine un tripudio di dolci fatti in casa tra i quali le cassatelle, le pignolate, le sfinci, le torte, i cannoli di ricotta. Ai laterali dell’altare spiccano vasi con fiori di balaco (violaciocca), calle, ciclamini e “lu lavuri” cioè i germogli di grano tenuti al buio per mantenerli verdi. Accanto al pane si può ammirare il lavoro di intarsio degli “squartucciati”, foglie di pasta ripiene di fichi tritati, a forma di cuori, bastoni, palme, croci, pesce, pavone, ostensori, che rappresentano la verginità, il martirio, la purezza, simboli tutti legati alla vita del santo e della Sacra Famiglia.

Squartucciato che rappresenta la Sacra Famiglia

Le donne, aiutate da parenti e vicini di casa, dedicano diversi giorni alla preparazione di queste meraviglie. Tra due fogli di pasta sottile viene messo un ripieno di fichi secchi ben tritati; la parte superiore viene “squartucciata” cioè intagliata con dei temperini finissimi che fanno risaltare i disegni di fiori, gigli, margherite, gelsomini, rose, insomma un vero ricamo. Nella tecnica dello “squartucciato” sono esperte le donne poggiorealesi, le quali, per tramandare ai giovani di oggi le tradizioni più belle, organizzano mostre e promuovono corsi anche nelle scuole. È un lavoro certosino che richiede tempo e maestria perché nell’intagliare la pasta occorre fare attenzione a non romperla, e deve essere praticato un unico tracciato per tutto lo “squartucciato”. Anche gli uomini fanno la loro parte andando in campagna a raccogliere asparagi e verdure varie.

Uno squartucciato e il tavolo apparecchiato per il pranzo

La sera della vigilia della festa per le vie del paese è un via vai di gente che va a visitare gli altari delle famiglie o nei quartieri dove vengono offerti “ciciri” (ceci), “favi caliati” (fave tostate) e dolci. Il giorno della festa dopo la messa, al pranzo partecipano tre persone bisognose che rappresentano la Sacra Famiglia. Anche il pranzo è particolare: bucatini con sugo di finocchietti selvatici arricchiti con riso e fagioli, il tutto cosparso di “muddica atturrata” (pangrattato brustolito). Questa pasta viene anche divisa nei quartieri tra i vicini di casa e i parenti. Il pranzo comincia con tre spicchi di arancia che simboleggiano la Trinità e continua svuotando via via le pietanze sull’altare. Nel pomeriggio si va tutti quanti alla processione e si accompagna San Giuseppe per le vie del paese cantando il rosario in siciliano.

Risuonano le musiche perdute dei Nebrodi

Il gruppo “Antichi Suoni” conduce una ricerca nel repertorio di canti tradizionali, attingendo a storie e ricordi degli anziani che vivono nel territorio

di Ornella Reitano

Sono quelli che non siamo più abituati ad ascoltare e che spesso si trovano a fatica. Suoni e testi tramandati di generazione in generazione di cui via via si perdono le tracce. “Antichi Suoni” è il nome di un gruppo musicale creato da Michele Saccone, originario di Alcara Li Fusi nel territorio dei Nebrodi che, con un gruppo di amici, fa del recupero delle musiche e dei canti popolari siciliani la sua passione. Un amore che Michele ha sempre avuto e mantenuto vivo grazie anche alla collaborazione con diversi musicisti, italiani e stranieri.

L’ensemble Antichi Suoni durante un’esibizione

Il territorio dei Nebrodi, quello in cui vive e lavora, è la principale fonte di ispirazione e di ricerca. Ogni paese e ogni luogo non fa altro che apportare di volta in volta nuove informazioni che arricchiscono il suo sapere, il suo lavoro e il repertorio musicale del gruppo. I protagonisti principali delle ricerche di Saccone sono gli anziani, detentori di storie che non si trovano più sui libri o di cui non sono mai esistite pubblicazioni. Sono proprio loro gli ultimi custodi di tradizioni, usi e costumi che venivano tramandati di padre in figlio. Il loro sapere e i loro ricordi sono preziosi per la ricostruzione delle musiche di canti di lavoro, filastrocche o serenate che quasi non vengono più cantate.

Non solo ricerca etnoantropologica, ad ampliare le conoscenze nei vari settori della musica popolare sono state importanti le collaborazioni con etnomusicologi come Roberto Leydi prima e Mario Sarica dopo. Tra le varie ricerche di cui Michele va fiero c’è quella di tutti i 78 giri che avevano inciso i siciliani emigrati in America tra la fine dell’800 e i primi del ‘900. Lì avevano fatto fortuna incidendo per grosse case discografiche come la Fonit Cetra e la Rca Records.

Alcara Li Fusi

Una grande soddisfazione è stata quella di riproporre questi brani in un paio di concerti tenuti in collaborazione con l’Università di Udine durante una Biennale del restauro audio. Le ricerche di “Antichi Suoni” sono indirizzate principalmente sui canti popolari, i canti di lavoro, quelli della Settimana Santa e più in generale su tutto quello che riguarda la musica popolare. Il lavoro che il gruppo porta avanti è focalizzato su autori del ‘500 come Bernardo Storace, compositore messinese, per citarne uno. I brani più antichi che sono riusciti a ricostruire risalgono all’800. Sono musiche che hanno rivisto la luce grazie alla passione di Michele Saccone e di chi lavora con lui. Il musicista sottolinea, infatti, che prima dell’800 è difficile trovare qualcosa su cui si possa ricostruire la musica non essendoci nulla di scritto.

Un tamburello (foto Pixabay)

Un brano che hanno inciso nel loro ultimo lavoro discografico “Ciatu cu ciatu” è una delle serenate più antiche siciliane che sono state riprodotte. Michele trovò questo testo in un libro edito a Palermo alla fine dell’800 e grazie al lavoro meticoloso di ricerca, è riuscito a comporre la musica sulla base delle testimonianze raccolte col suo fedele registratore. Riproponendo musiche e canti di una volta non possono certo mancare gli strumenti antichi. Quelli che vengono utilizzati nei loro concerti sono il bouzouki irlandese (derivato da quello greco) e la mandola (discendente dall’arabo oud). Sono strumenti essenziali perché consentono di riprodurre i suoni tipici dei canti popolari dell’epoca. Tra gli strumenti antichi ci sono anche le bifere che risalgono al ‘600 di cui hanno fatto fare delle fedeli riproduzioni. Le loro ricerche non si esauriscono quindi con la musica e i testi ma si estendono anche agli strumenti dell’epoca.

Durante i loro recenti concerti del periodo natalizio, hanno eseguito filastrocche, “ninneredde” e canti delle feste che hanno rivisto la luce proprio grazie al loro lavoro di ricerca. Come “Dormi e vola”, una ninnananna cantata da un genitore al proprio figlioletto in cui gli augura di fare bei sogni e di vivere in un mondo senza guerre e senza orrori, oppure a “Ninnaredda” che veniva suonata la sera della vigilia di Natale, per ringraziare le famiglie che avevano donato qualcosa ai musicisti, per ringraziarli dei loro canti durante le serate della Novena.

Rosa Balistreri

Non manca nel repertorio qualche brano in ricordo della grande Rosa Balistreri, una delle maggiori interpreti di musica popolare siciliana nel mondo, con “A charamedda” o canti a tema zampogna come “Merulu ciaramiddaru”. Quella della zampogna è un tema ricorrente nei canti popolari perché veniva spesso menzionato sia lo strumento, che chi lo suonava. In particolare il riferimento è alla zampogna a paro, tipico della tradizione nebroidea e del Messinese che, a differenza delle zampogne di altri luoghi, ha i due “chanter”, (le canne melodiche) della stessa lunghezza (da cui il termine “a paro”). Un altro brano presente nel loro repertorio natalizio è “A palummedda” in cui la colomba, simbolo della pace, porta i doni al Bambinello Gesù.

Grazie al lavoro e allo studio del gruppo e dei suoi componenti (oltre a Michele Saccone, Santino Santoro, Gino Oriti, Nino Milia, Nicola Vaneria, Carlo Vitale, Salvo Saccone, Nicole Marino) è possibile ascoltare canti antichi della tradizione popolare siciliana e rivivere le emozioni dei nostri avi e dei tempi ormai passati.

Tindari dai laghetti al santuario, tra leggende e miracoli

Alla scoperta della Riserva di Marinello, lungo il sentiero Coda di Volpe che si inerpica sul promontorio con vista mozzafiato su Milazzo e le Eolie

di Ornella Reitano

C’è un sentiero molto panoramico che collega due punti di notevole interesse storico e naturalistico nel Comune di Patti: la Riserva naturale orientata dei Laghetti di Marinello e il Santuario di Tindari. Due punti così apparentemente diversi, accomunati da una storia che ha origini molto antiche. Ci troviamo in un posto davvero unico, siamo in presenza di uno degli “Spit Beach” esistenti al mondo; un cordone sabbioso naturale che continua a cambiare forma ed estensione sotto l’azione dei torrenti Timeto ed Elicona che trasportano il loro carico solido e le correnti che ne distribuiscono i sedimenti lungo la costa. Originariamente erano presenti sei laghetti rispetto ai cinque che si possono trovare oggi e che uno ha così ridotto le sue dimensioni che sembra quasi si stia prosciugando.

Riserva di Marinello

Dove oggi c’è la sabbia che separa il lago più grande dal mare, nell’antichità esisteva un collegamento diretto al mare che permetteva alle barche di ormeggiare all’interno. Era un vero e propio porto per l’attracco delle navi da carico tant’è che il lago in questione prende il nome di Porto Vecchio. La Riserva di Marinello presenta delle caratteristiche particolari non solo dal punto di vista geologico, ma anche botanico, storico e antropologico. La sua funzione era strettamente collegata con l’attività dell’antica colonia greca Tyndaris, fondata nel 396 avanti Cristo da Dionigi di Siracusa per la sua posizione strategica lungo la costa. Si trova infatti tra Messàna (l’odierna città di Messina ad est), Agatirno (l’attuale Capo d’Orlando ad ovest), le isole Eolie a nord, e Naxos a sud, prima colonia greca in Sicilia.

Uno scorcio del golfo di Patti

A rendere ancor più affascinante questa laguna è un’antica leggenda legata alla Grotta di Donna Villa e ispirata dal poema di Omero. Si narra infatti che in una cavità naturale a picco sul mare, proprio sul promontorio, abitava una strega poco avvenente, che assumendo le fattezze di una bellissima giovane, Donna Villa, riusciva ad attrarre a sé, col suo canto, i viaggiatori in mare derubandoli dei loro averi: per lo più monete e tesori. Si narra poi che per liberarsi di loro li divorasse o li facesse morire in una fossa molto profonda. Per chi non soffre di vertigini, contattando le guide locali, è possibile visitare la grotta.

Il santuario di Tindari dal sentiero Coda di Volpe

Ma torniamo alla realtà dei fatti e riprendiamo il nostro cammino. Abbiamo parlato di un porto molto attivo e di un’antica città di Tyndaris poco distante, è logico pensare che ci fosse anche un’arteria di collegamento tra i due punti. E questo tracciato è riconducibile, almeno in parte, al sentiero Coda di Volpe così denominato per la sua sinuosità. Si trova proprio alle spalle dei laghetti di Marinello e consiste in un bellissimo percorso molto panoramico di circa 1 chilometro per un dislivello complessivo di quasi 250 metri con dei tratti abbastanza ripidi. Il sentiero è faticoso, ma la vista ricompensa delle fatiche: uno splendido panorama su Capo Milazzo e le Eolie.

La Madonna Nera di Tindari

Il sentiero si snoda tra piantagioni di ulivi e tanta macchia mediterranea e alla fine conduce alle spalle del santuario di Tindari che si trova proprio sul promontorio e dove si può ammirare la piccola statua della Madonna Nera. È un’opera di origini bizantine scolpita su legno di cedro del libano, da cui il colore scuro. È seduta su un trono e tiene in grembo il Bambino “vestito con una tunica candida e con sul capo una corona regia”, sul basamento è incisa la frase: Nigra Sum Sed Formosa (“sono nera ma bella”).

Il santuario di Tindari

È una statua che arriva dall’Oriente e che è stata sottratta dalla persecuzione iconoclastica. Tradizione vuole che fosse nascosta in un baule e trasportata da una nave che, colta da una tempesta improvvisa, si riparò nei pressi della baia di Tindari (l’attuale Riserva di Marinello). Tornato il sereno i marinari si prepararono per ripartire, ma non riuscivano a spostare la nave in alcun modo. La alleggerirono lasciando a terra diversi carichi ma nulla sembrava cambiare. Avendo provato con tutto ciò che avevano, non restava che lasciare a terra il baule contenete il simulacro della Vergine Maria. E fu solo allora che la nave riuscì a salpare e a riprendere la sua rotta. I marinai della zona trovarono questo baule abbandonato sulla spiaggia, lo aprirono e rimasero stupiti alla vista di quello che essa custodiva.
Tutta la gente decise di portare la statua nel punto più alto e più bello di Tindari, ossia sul promontorio proprio dove oggi si trova il santuario a lei dedicato.

Le Eolie e il santuario di Tindari

È anche la Madonna di un grande miracolo che ricollega ancora una volta Tindari all’area delle riserva naturale. Si narra infatti che in tempi non definiti una donna avesse pregato la Madonna del Tindari affinché guarisse la figlioletta malata. Una volta ricevuta la grazia si recò sul posto per ringraziarla di presenza, ma appena vide la statua scura disse: “Ho fatto tutta questa strada per vedere una più brutta di me?”. Nel frattempo la bambina si era allontanata dalla madre e cadde giù dal promontorio. La donna allora tornò a pregare la Madonna chiedendole di salvare sua figlia nuovamente.

Uno dei laghetti della riserva

I soccorsi non tardarono, un marinaio che si trovava lì, scese velocemente verso il mare per cercare di trovare la bambina ancora viva. Quando arrivò sul posto notò con grande stupore che il mare si era ritirato lasciando spazio alla sabbia. L’attuale laghetto Porto Vecchio aveva assunto la forma di una donna con le mani giunte in preghiera e lì accanto trovò la bambina che giocava spensierata. Era stata nuovamente miracolata.

L'area archeologica di Tindari con il santuario sullo sfondo (foto Giulio Giallombardo)
L’area archeologica di Tindari con il santuario sullo sfondo

Finisce qui il percorso proposto che parte dal mare per arrivare fin sul promontorio. È un po’ faticoso ma ne vale la pena. Ma se si vuole scoprire anche la storia dell’antica Tyndaris, basterà percorrerre la strada che prosegue oltre il santuario, raggiungendo il Parco archeologico, con la basilica, il teatro, le terme publiche, le domus e l’antiquarium.

(Nella prima foto grande in alto, i laghetti della riserva di Marinello, foto gmrichards.t21, Wikipedia)

Acquedolci e il suo castello, storia di un tesoro in attesa di rinascere

Affacciata sul Tirreno, oggi resta ben poco della quattrocentesca fortezza del borgo messinese. Un gioiello che fu feudo operoso sotto i nobili catalani Larcan, lussuosa dimora con il principe di Palagonia e residenza baronale dei Cupane

di Ornella Reitano

Nella Marina Vecchia di Acquedolci, in provincia di Messina, si trovava un piccolo borgo nato attorno all’antica torre di avvistamento di epoca medievale. Sviluppo che fu incentivato dalla nobile famiglia catalana Larcan de Soto, che arrivò in questi luoghi nel 1391 al seguito di re Martino I. Augerot Larcan ottenne dal re la baronia di San Fratello e fece costruire la torre nei primissimi anni del 1400. Ma fu ad opera del nipote Antonio Giacomo Larcan la riedificazione e fortificazione della torre già esistente grazie alla licenza avuta nel 1498 e successivamente, ottenne anche il permesso di costruire il baglio, applicare i merli a coronamento delle mura e l’apertura di una tonnara.

Castello di Acquedolci

Ma non finirono qui le concessioni che gli furono date, nel 1499 nella marina del suo feudo ebbe concesso di attivare un nuovo caricatore di frumento che contribuì allo sviluppo del commercio di quello che fu poi il comune di Acquedolci. Nel 1555 il figlio Vincenzo Larcan fece costruire un nuovo trappeto di cannamele dando impulso alla coltivazione della canna da zucchero considerando che poteva essere garantita sia la presenza di acqua necessaria all’irrigazione che il legname occorrente per la cottura. Nello stesso periodo venne costruito anche il fondaco al di fuori del trappeto. La baronia dei Larcan continuò con Giulia fino al 1622 ed alla sua morte passò alla casa Lucchesi dei Marchesi di Delia. Nel 1698 la baronia di San Fratello passò a Ferdinando Francesco Gravina e Cruyllas, principe di Palagonia, insignito dell’onorificenza del Toson d’oro a seguito del matrimonio con Anna Maria Lucchesi e Filangeri.

 

La chiesa di San Giuseppe

Fu sotto il Principe di Palagonia che si abbandonò la coltivazione della canna da zucchero e il baglio venne trasformato in una lussuosa dimora feudale con stucchi, dipinti, tele e mobili pregiati. Fa parte dell’intero complesso anche una piccola chiesa dedicata a San Giuseppe che fino al 1929 è stata la chiesa principale del borgo di Acquedolci e dipendeva dalla Chiesa Santa Maria Assunta del comune di San Fratello. È stata restaurata nel 2004 e si possono vedere all’interno sia alcune decorazioni architettoniche originarie che maioliche appartenute all’appartamento del principe. Ospita, inoltre, un altare con motivi decorativi del tardo barocco siciliano con al centro un dipinto del Santo col Bambino Gesù. Sull’altare si nota anche la presenza dello stemma della famiglia Gravina che durante il Settecento ne curò il restauro.

Corte interna

Il prospetto nord che si affaccia sulla costa tirrenica presenta dei torrioni cilindrici, che amplificano il carattere di fortezza della residenza baronale, posti a fianco della costruzione della torre di avvistamento di cui oggi purtroppo non restano che ruderi. Nel maggio del 1966, essendo stata danneggiata e resa pericolante durante gli eventi bellici, si pensò bene che questa torre dalle spesse mura e molto alta per permetterne la visibilità con le torri vicine, composta da più piani oltre la terrazza e il parapetto con merli ghibellini, dovesse essere distrutta con l’esplosivo per mettere in sicurezza la linea ferrata sottostante Messina-Palermo. E così fu.

Ingresso sud

Gli ingressi erano tre: sul lato ovest si aveva accesso anche con le carrozze che potevano arrivare fino alle stalle; dall’ingresso a sud entravano i coloni ed era anche l’accesso riservato per il carico-scarico necessario alle varie lavorazioni; sul lato est c’era l’ingresso su un ponte. Oggi è stata realizzata una scala per raggiungere il livello del portone, vista la costruzione della strada che conduce fino al mare.

Ruderi della torre

Nell’Ottocento, il barone Francesco Cupane acquistò le proprietà della famiglia Gravina, tra cui il castello ed è proprio qui, dove si trovava l’antico borgo, che si pensò di ricostruire la nuova cittadina di San Fratello dopo la brutta frana del 1922 che distrusse gran parte dell’abitato. Dal 2002 tutto il complesso è di proprietà del Comune di Acquedolci. Oggi, del “Castello dell’Acque Dolci, munito di sette cannoni e con un soldato di guardia”, non resta che un ricordo. In attesa dei lavori di messa in sicurezza, la speranza è che presto questo complesso che ancora resiste alle intemperie, possa tornare pienamente fruibile e raccontare a tutti la storia di cui è testimone.

Quell’amore perduto tra le gole dei Nebrodi

Il Passo Zita, che si affaccia sulla sulla Stretta di Longi, profondo canyon roccioso, prende il nome dalla storia di due sfortunati amanti in fuga

di Ornella Reitano

Come spesso succede i nomi di alcuni luoghi sono legati a vicende, reali o inverosimili, che identificano quelle stesse località. È questo il caso del Passo Zita a Longi, paese dei Nebrodi appartenente al Val Demone, che si affaccia sulla magnifica Stretta di Longi, il canyon dei Nebrodi. La leggenda che ancora oggi si racconta in più versioni, è tramandata attraverso la tradizione orale di generazione in generazione. Come ogni leggenda
che si rispetti la storia vede come protagonisti due innamorati.

Il Passo Zita

Un nobile barone si invaghì di una bellissima ragazza che non era di pari ceto sociale, una semplice giovane donna senza titoli. Ma questo non bastò a fermare il barone che fece di tutto affinché quella giovane donna divenisse la sua “zita” (“fidanzata” in siciliano, temine che deriva dal persiano e significa “pura, vergine” ancora oggi ampiamente in uso). Ma come spesso accade in questi casi, la nobile famiglia era contraria a quest’unione e cercò di opporsi in ogni modo; i due innamorati, non volendo sentire ragione alcuna, continuarono a vedersi di nascosto senza rinunciare al loro amore. La famiglia del barone scoprì però molto presto il posto segreto dei due innamorati, mettendo fine a questi incontri intimi. I due amanti allora decisero che l’unica soluzione possibile per stare insieme era la fuga e si diedero appuntamento nel vicino borgo di Frazzanò.

Panorama di Longi

Il barone, impaziente, iniziò il suo viaggio in anticipo rispetto alla sua amante per farsi trovare sul posto al suo arrivo, ma un brutto temporale lo colse all’improvviso, una pioggia fitta e battente cadde come se non ci fosse un domani e lampi e tuoni non si fecero attendere. I cavalli che trainavano il carretto si imbizzarrirono, facendo così sbalzare il barone al di sotto della strada, fino ad una gola rocciosa, la stretta di Longi.

Il torrente Milè

Una versione più attendibile narra che i due fidanzati fossero insieme sul carretto quando arrivò il brutto temporale e furono entrambi sbalzati fuori ma i loro corpi non furono mai trovati. Una versione ancora diversa è quella in cui i protagonisti erano un personaggio molto in vista a Longi e l’innamorata di un vicino paese dei Nebrodi. Avevano fissato un incontro nello stesso luogo, per incontrarsi con le famiglie e sancire questa unione. L’uomo con i suoi familiari era accompagnato anche dalla banda del paese per dare un tocco più festoso all’incontro. Dall’altro lato arrivava la fidanzata in groppa ad un asino seguita dai suoi familiari. La banda suonò lungo il tragitto i suoi pezzi migliori, ma arrivati al punto concordato, l’asino, al rullo dei tamburi e scoppio dei petardi, si imbizzarrì facendo cadere la “zita” nel sottostante burrone. Se pensiamo che il Passo Zita si trova a 716 metri, c’è da dire che fece un gran bel volo.

Le Rocche del Crasto

Quale sia la storia che più si avvicina al vero non è dato sapere, di certo è che il luogo in cui si è consumata la tragedia è uno dei posti più belli di tutto il territorio dei Nebrodi. Una stretta gola formatasi dall’azione incessante e continua del torrente Milè, affluente del fiume Fitalia che superando diversi dislivelli forma delle cascatelle e laghetti con scenari suggestivi. È un luogo di notevole interesse naturalistico, oggi meta di escursionisti appassionati di trekking fluviale e non, che possono godere di paesaggi di incantevole bellezza percorrendo sentieri costeggiati tra l’altro da rovi, che non mancano di offrire gustose more ai passanti, nonché da piante di menta selvatica il cui profumo si diffonde intorno. La vegetazione molto fitta in alcuni tratti arricchisce questi luoghi rendendoli davvero unici. Un territorio che soddisfa tutti e cinque i sensi, lasciando solo la voglia di ritornarci.

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