Corsa contro il tempo per salvare la Pinna nobilis, regina del Mediterraneo

A Ustica e nelle aree marine protette siciliane, insieme all’Università di Palermo, riparte la ricerca biologica per monitorare la nacchera a rischio di estinzione

di Maria Laura Crescimanno

Anche il mare siciliano, come tutto il Mediterraneo, sembra essersi ammalato. Molti indicatori ecologici lo rivelano da anni agli scienziati. Tra questi, la Pinna nobilis, nota come nacchera, dichiarata già nel 2016 specie in via di estinzione, che si ammala e muore da anni anche sui fondali protetti. Dagli angoli più sperduti dei lontani oceani, sino alle nostre spiagge mediterranee, il grido è lo stesso: fare in fretta, provare a mitigare i danni già evidenti del riscaldamento globale, per evitare la perdita progressiva di biodiversità, ovvero la veloce scomparsa di specie marine, coralli, mammiferi,  crostacei.

Pinna nobilis nei fondali di Marettimo (foto Desirèe Grancagnolo)

Al riscaldamento delle masse d’acqua, è ormai noto che si aggiunge la minaccia della plastica che persiste nel tempo, entrando nel ciclo vitale dei pesci che mangiamo. Le microplastiche, così come metalli ed altri inquinanti chimici sversati in mare attraverso i grandi fiumi usati come discarica, sono ormai presenti negli organi vitali di molti animali marini, incluso l’uomo. Ecco che le Amp, aree marine protette, diventano laboratori per sperimentare progetti di intervento.

“Sui fondali di Ustica, la prima la prima isola d’Italia ad aver istituito una riserva marina, i biologi stanno tornando al lavoro. Da metà luglio sull’isola – spiega il direttore della Amp di Ustica, Davide Bruno – torneranno i ricercatori di biologia della stazione Anton Dohrn di Napoli, cosi come i biologi palermitani dell’Università di Palermo, con cui è stata stipulata una convenzione”.

Ustica

L’Istituto di biologia dell’ateneo palermitano ha infatti avviato una ricerca sulla moria della ormai rara Pinna nobilis, quasi dovunque scomparsa, dalle coste della Spagna al mare turco, nei fondali del Mediterraneo. Spiega Marco Milazzo, biologo di Unipa: “Questa epidemia è stata associata alla presenza del protozoo Haplosporidium pinnae, le cui spore si diffondono attraverso correnti marine superficiali, vengono filtrate dal bivalve, si depositano nell’apparato digerente, dando origine a parassiti che occludono gradualmente il lume e portano alla morte degli individui. I tassi di mortalità registrati hanno raggiunto il 100 per cento di individui e rappresentano una seria minaccia alla persistenza di questa specie nelle acque del Mediterraneo”.

“Insieme ad alcuni istituti di ricerca ed università italiane e di diversi paesi del Mediterraneo, l’Università di Palermo – continua Milazzo – con Giorgio Aglieri della Stazione Zoologica Anton Dohrn, è iniziato un programma di monitoraggio dei pochissimi individui resistenti al patogeno in tre aree marine protette siciliane, Ustica, Isole Egadi e Isole Pelagie, dove sono state registrate morie superiori al 95 per cento. Insieme al monitoraggio dei pochi esemplari adulti rimasti, sono state posizionate delle ‘trappole’ per larve nel tentativo di aumentare il successo di reclutamento della nacchera di mare e promuovere azioni di reimpianto dei giovanili proprio in quelle zone in cui sono presenti esemplari resistenti al patogeno”.

Un esemplare di Pinna nobilis (foto Desirèe Grancagnolo)

Ed i subacquei ambientalisti, che da anni segnalano in rete situazioni simili, non stanno a guardare. In Sicilia, dove da alcuni anni le aree marine protette si sono associate in un unico organismo che dialoga con la Regione, è nata la rete Siren.it che mette insieme dodici diving centre dell’Isola, nello sforzo comune di raccogliere dati ambientali e di dare una mano all’ ambiente marino.

Segnalare, ad esempio la presenza di alghe invasive, come la caulerpa, di nuove specie tropicali e del distruttivo e dilagante vermocane. Animatore della rete siciliana è l’istruttore Roberto Fermo, con un diving sulla spiaggia di San Vito Lo Capo. Spiega Rino Amodeo, l’ultimo arrivato dopo la pandemia con il suo diving a Ustica: “Ho aderito subito alla rete per la sostenibilità della subacquea siciliana, siamo impegnati nel rilevamento dei dati ambientali, secondo uno schema di segnalazione delle specie avvistate ben preciso, che poi immettiamo insieme ai nostri subacquei in rete dopo le immersioni. È un modo intelligente per creare rapidamente una fotografia della situazione dei fondali”. Intanto la Sirena è al lavoro e speriamo che anche gli scettici si mettano a seguirla.

Sbarcano a Salina cinquemila vinili, risuoneranno su grammofoni d’epoca

A Palazzo Marchetti, nel borgo di Malfa, donata una collezione di dischi con un repertorio che spazia dalla musica barocca del ‘600 a quella sinfonica e operistica. Sarà resa fruibile durante un ciclo di incontri culturali

di Maria Laura Crescimanno

C’è un palazzo sotto il vulcano di monte Fossa a Malfa, il borgo eoliano che sta raggiungendo le cronache nazionali per la sua sostenibilità ambientale nell’offerta turistica di Salina, dove la cultura non si ferma mai. A Palazzo Marchetti, grande edificio storico di inizio secolo, oggi associazione culturale, destinato a diventare la casa del cinema di Salina, sono partiti a fine giugno gli incontri culturali del Salina International Art Fest. Un nutrito calendario di oltre quattro mesi tra racconti d’autore, mostre di artisti in residenza, conferenze su temi eoliani, concerti, che si tengono al tramonto sotto il grande porticato in stile coloniale o nel giardino mediterraneo tra palme ed oleandri.

Una delle sale del palazzo

Ma la novità di questa edizione 2021, che ha comportato un lavoro organizzativo iniziato in primavera durante il lockdown, è legato alla passione per il vinile. Cinquemila dischi 33 e 78 giri di repertorio classico sono stati donati da un collezionista siciliano all’associazione culturale che gestisce le attività, Didime 90. Nelle stanze della casa museo con gli arredi originari di inizio secolo che furono del proprietario, l’imprenditore Antonio Marchetti, emigrato eoliano negli Stati Uniti e grande appassionato di musica che portò sull’isola molte innovazioni dell’epoca, veri gioielli del vintage da collezione, si trovano ancora gli antichi grammofoni portatili che saranno rimessi in funzione, rimandando tutta la magia del tempo. Il repertorio spazia dalla musica barocca del ‘600 a quella sinfonica ed operistica, una vera miniera per gli esperti e cultori del vinile.

Pianoforte d’epoca

Come spiega il curatore del progetto, il polistrumentista messinese Valerio Cairone, da marzo al lavoro al Palazzo con il sindaco di Malfa, Clara Rametta, che è anche l’ispiratrice del progetto cinema e cultura di Palazzo Marchetti, è stata risistemata la collezione donata a inizio giugno, e conservata tra il primo ed il secondo piano del palazzo.  Attualmente, al palazzo si è svolto un laboratorio d’arte contemporanea nelle sale al piano terra. Adesso – conclude – siamo pronti a rendere fruibile la collezione di vinili con incontri a tema nei pomeriggi d’estate. Sarà possibile, con il nostro supporto, rimettere in funzione i grammofoni, e perfino un pianoforte originale dell’epoca, con vecchi spartiti su carta.

Grammofono

Il programma della stagione, che prosegue per tutta l’estate, consultabile sulla pagina Facebook di Palazzo Marchetti, vedrà protagonista il pianoforte con nomi del panorama internazionale, ed un finale molto suggestivo, un festival organistico che coinvolgerà otto organi delle chiese in giro per l’isola, un progetto nuovo, che sarà presentato a Palazzo Marchetti e che vedrà coinvolti altri musicisti jazz accanto alle canne degli organi eoliani.

(Foto Maria Laura Crescimanno)

Filicudi ritrova il suo museo, piccolo scrigno d’archeologia

L’antiquarium dell’isola riapre dopo un anno e mezzo con uno speciale allestimento di opere donate dell’artista Alessandro La Motta e ispirate al mare e al mito

di Maria Laura Crescimanno

Tutto pronto per riaprire questa estate, dopo oltre un anno e mezzo di chiusura pandemica, la sede distaccata del museo archeologico Bernabò Brea di Lipari nella piccola Filicudi. Sarà un evento a far tornare la luce nei quattro piani della casa eoliana che ospita il piccolo museo archeologico. Come spiega il direttore del museo di Lipari, Rosario Vilardo, l’evento sarà dedicato a Lighea, la sirena di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, grazie alla donazione dell’artista Alessandro La Motta. “La mattina del 17 luglio inauguriamo la riapertura del museo – spiega Vilardo – con la donazione di un allestimento di piccole opere, una ventina, che compongono una vera e propria narrazione tra i temi dell’arte, del mare, dell’archeologia e del mito. Il museo resterà aperto per tre giorni alla settimana al mattino, non senza difficoltà di personale, sino ad agosto e speriamo metà settembre”.

Una delle sale del museo

Per valorizzare il territorio, attraverso un bando del Gal Eolie, in collaborazione con Federalberghi e l’associazione Nesos di Lipari, previsti anche interventi di miglioramento dei cartelli turistici, con le indicazioni di codici qr lungo i sentieri dell’isola. “Il turismo ambientale, che rientra negli obiettivi Unesco – puntualizza Vilardo – è l’unica concreta fonte di reddito fuori stagione per le isole minori,  e dovrebbe essere supportato da interventi puntuali per la manutenzione della sentieristica, che invece non è sempre assicurata, nemmeno per l’ordinario”.

Un’anfora

La visita al piccolo museo sarà l’occasione per scoprire la storia di Filicudi, sin dagli albori delle civiltà nel Mediterraneo. Grande importanza rivestì, infatti, l’isola sia nella preistoria che nell’età del Bronzo per i commerci e nella circolazione di popoli provenienti dall’area dell’Egeo, e nel cosiddetto periodo di Capo Graziano, che ruotarono attorno alle isole Eolie.

L’ingresso del museo

Sulla piccola isola oggi sono due gli itinerari archeologici visitabili: il sito di pianura del villaggio di Filo Braccio e quello più alto di Capo Graziano, con l’itinerario delle macine di pietra di epoca romana. Nei fondali vicini, inoltre, giace un vero e proprio museo sommerso, con l’itinerario di archeosub realizzato dalla Soprintendenza del Mare, che dai 30 metri di fondale scende negli abissi dove si trovano ancora oggi molti relitti e carichi di anfore dell’ epoca. Dal villaggio di Fili Braccio, invece, proviene quella che è considerata la prima ceramica con raffigurazioni antropomorfe che ci è giunta dal passato ad oggi, la così detta coppa di Filicudi, o tazza di Filo Braccio, che presto rientrerà nella sua casa del museo di Lipari. La coppa è ancora oggi richiesta dai musei italiani e studiata dagli esperti per le sue raffigurazioni mitologiche.

Milo, borgo della musica tra i boschi dell’Etna

Per un caso del destino, il paesino del Catanese è stato rifugio sia di Franco Battiato che di Lucio Dalla, due grandi della canzone italiana

di Maria Laura Crescimanno

C’è un paesino sul versante sud del Parco dell’Etna, a 750 metri dal mare, dove si sono ritrovati, per un caso incredibile del destino, due grandi geni della canzone italiana. Milo, circa mille abitanti, è stato il rifugio dell’anima, luogo di ispirazione sia per Lucio Dalla che per Franco Battiato, il musicista, mistico ed artista catanese che si era chiuso in una villa tra i boschi fuori dal centro abitato per lavorare, comporre e registrare nell’ultima fase della sua malattia, sino alla morte (ve ne abbiamo parlato qui). Chiedersi perché Milo ed i suoi boschi silenziosi avessero fatto da casa a Battiato, e poi anche a Lucio Dalla, che a loro volta attiravano qui molti artisti nel corso delle fresche estati etnee, potrebbe spiegarci con maggiore chiarezza quale futuro si possa aprire per molti borghi siciliani immersi nella natura, nel buon cibo e nel quieto vivere.

Il municipio di Milo

Una risposta  – spiega il sindaco Alfio Cosentino, che conosceva Battiato personalmente – è di certo nell’energia e nella presenza dell’incombente vulcano attivo. “Il maestro Battiato, che era anche un raffinato mistico e pensatore riconosciuto a livello mondiale – afferma il sindaco – si era ritirato qui in cerca di ispirazione e nuova forza creativa. Aveva coniato per il festival da lui diretto per quattro edizioni il nome emblematico di MusicaMilo. Ma pensando, all’indomani della sua scomparsa, al miglior modo per ricordarlo durante l’estate – conclude – non vorremmo limitarci ad organizzare un tributo musicale, pur utilizzando i 1.700 posti del nostro teatro all’aperto, ma piuttosto ad un evento che esalti il suo legame spirituale con il borgo, cui il maestro aveva dato il suo tempo e le sue energie con la generosità che gli era propria. E siamo contenti che, per volere della famiglia, le sue ceneri torneranno a riposare nella sua casa di Milo”.

La Chiesa Madre

Tra boschi secolari di castagno, ci troviamo a pochi chilometri da Sant’Alfio e dal suo gigante verde, spettacolari ciliegi, orti, vigneti  e cantine di altissimo pregio, il paese si apre con la sua terrazza sul panorama del golfo di Giardini Naxos e di Taormina. Alle spalle, la chiesa madre in pietra lavica, attorno le case e le botteghe collegate da vicoli e scale, che in estate si animano di pochi turisti e residenti. Già alla fine del 1300, Milo era la località di villeggiatura del duca Giovanni D’Aragona, che veniva qui per sfuggire alla peste di Catania. A metà ottocento, anche un celebre fotografo tedesco che come molti altri europei nel Grand tour scopriva Taormina, vi si insediò per un lungo periodo.

Tetti innevati

Da anni Milo è già un borgo vocato per il turismo enogastronomico con la rassegna di settembre ViniMilo, che attira esperti ma anche turisti in giro per visite in cantina, per degustazioni di vini autoctoni, funghi, miele ed altri prodotti eccellenti del territorio. Ma dai prossimi giorni, l’amministrazione comunale si metterà al lavoro per cercare le risorse e la formula migliore che possa, in una sera d’estate, ricordare al meglio il suo maestro.

(La prima foto grande in alto è di Antonio Raciti)

Un tuffo tra i tesori sommersi del golfo di Palermo

Dalle ancore bizantine alla battaglia del 1676 tra i francesi e la flotta ispano-olandese, riflettori sugli itinerari poco battuti dai sub

di Maria Laura Crescimanno

Il golfo di Palermo, lo sosteneva spesso Sebastiano Tusa, è uno scrigno di tesori ancora da individuare e proteggere. Dopo la sensazionale scoperta in alto fondale della nave romana a largo della punta Falconiera ad Ustica, dove sono iniziati i lavori di ricognizione del relitto (ve ne abbiamo parlato qui), tutto l’areale del golfo tra Solunto ed Imera tornerà adesso sotto la lente degli archeologi subacquei.

Gaetano Lino

La recente nomina dell’assessore ai Beni Culturali Alberto Samonà di ispettore onorario per i Beni culturali sommersi della Provincia di Palermo andata a Gaetano Lino, ingegnere del Genio Civile poi passato alla Soprintendenza del Mare, completa così il quadro tracciato da Tusa. Incarico onorario che sarà agevolato dalla collaborazione dei volontari del gruppo subacqueo di BCSicilia di cui è anche responsabile. Lino, ha lavorato alla Soprintendenza del Mare, dove è stato per molti anni dirigente tecnico, coordinatore in diverse operazioni di ricerca e rilievo tra cui la missione archeologica italiana nell’isola di Ojika in Giappone, la missione siciliana in Libia presso Ra’s Al-Hilal nelle acque della cirenaica, ancora a Bomba e Tobruk, ad Alessandria d’Egitto, nelle fredde acque del mare Baltico a Vyborg, ed infine responsabile di innumerevoli attività di ricerca e recupero nei mari di Sicilia.

Posizione delle flotte della Battaglia di Palermo

Cosa si conserva ancora nei fondali del golfo di Palermo e davanti all’area archeologica di Imera?

“Certamente, anche se ad Imera non si è tenuta una vera e propria battaglia navale ma uno sbarco sulla costa, l’area, pochissimo frequentata da subacquei, merita una campagna di ricerche strumentali, vista l’elevata probabilità di scoprire tracce del passato. A Palermo abbiamo invece documentazione ampia e certa, relativa appunto alla Battaglia di Palermo del 2 giugno 1676, tra francesi e coalizione ispano-olandese. Un progetto della Soprintendenza del Mare, al quale ho direttamente contribuito quando ancora in servizio a fianco di Sebastiano Tusa, prevede indagini strumentali con uso di Side Scan Sonar, Sub Bottom Profiler e Magnetometro. Auspichiamo che possa essere aggiornato e finanziato”.

Ancora di tonnara

Ma quali sono le forze in campo contro il traffico di reperti?

“Un impegno rilevante sarà quello del controllo di cui necessita l’area antistante Porticello che la Soprintendenza del Mare mi ha affidato in quanto periodicamente vengono alla luce diverse rarissime anfore puniche. Nell’area possiamo comunque contare anche sull’impegno per il controllo da parte degli uomini della Capitaneria di Porto di Porticello e del Roan della Guardia di Finanza”.

Percorso delle ancore della tonnara di Solanto

In particolare, cosa avete già individuato e messo in sicurezza? Ci sono itinerari aperti ai subacquei già fruibili?

“Nel mare di Solunto, dal 2007, una fune collega, in un fondale che va da 30 fino a 18 metri di profondità, ben dieci ancore di tonnara e cinque ceppi plumbei di ancore romane. Tutte le ancore si trovano là dove sono state perdute in quanto ancoraggio del pedale della tonnara di Solanto evidentemente attiva sin dai tempi dei greci e dei romani. Ma ancora, un altro itinerario merita di essere visitato e si tratta di quello delle ancore bizantine, otto ancore, anche queste collegate con una fune, posizionate là dove servivano da ancoraggio fisso, probabilmente per una sorta di antico pontile di attracco. È indubbio che la visita di questi due itinerari arricchisce la conoscenza e permette di entrare fisicamente nella nostra storia”.

Riapre Villa Igiea, nuova veste nel segno della Belle Époque

Lo storico albergo di Palermo riparte il 3 giugno dopo due anni di restauro. Un lavoro che ha mantenuto inalterata l’atmosfera Liberty di un tempo

di Maria Laura Crescimanno

Il Grand Hotel Villa Igiea, un cantiere in perenne attività in questi due anni, dopo una corsa contro il tempo, riapre i battenti, come previsto, il tre giugno, sotto la nuova gestione Rocco Forte. Il destino a volte si ripete. La villa-castello con il suo splendido giardino aperto sul mare del golfo di Palermo, ritorna nelle mani di una famiglia inglese, da dove era partita. Villa Igiea, dal nome della sfortunata figlia dei Florio, o come si vuole, della dea della salute, fu costruita infatti alla fine dell’Ottocento dall’ammiraglio inglese Domville in pieno stile neogotico e successivamente nel 1899 fu acquistato dai Florio, la storica famiglia di illuminati e potenti imprenditori meridionali che scelsero di modificarla.

Villa Igiea vista dal mare

L’idea iniziale era di farne un sanatorio per i malati di tubercolosi, ma l’impresa si rivelò antieconomica quindi la villa fu destinata prima a residenza privata e poi a hotel di lusso, aperto alla nobiltà del nord Europa. Geniale intuizione di Ignazio Florio junior e della consorte Donna Franca, che qui accolsero il bel mondo e vissero i fasti della Belle Époque di inizio secolo, aprendo l’isola ad un entourage internazionale di nobili, industriali ed uomini di cultura. L’hotel fu inaugurato nel dicembre del 1900 sotto i riflettori della stampa europea.

Gli interni liberty

La mitica bellezza di Donna Franca, che D’Annunzio definì l’Unica, adesso darà il nome alla suite più lussuosa. Ma molte sono le storie legate a questi saloni, capaci di ridestare lo stupore del viaggiatore di oggi. Come quella del musicista Johannes Brahms, che durante un soggiorno nel capoluogo siciliano rimase abbagliato dalla bellezza di Donna Franca e suonò un memorabile concerto di pianoforte nella villa per pochi amici.

Una delle suite

Il primo restyling dell’imponente edificio portava la firma dall’architetto Ernesto Basile che ebbe il compito di renderlo meno statico, la realizzazione degli affreschi parietali e del mobilio furono assegnati rispettivamente al pittore siciliano Ettore De Maria Bergler e a Vittorio Ducrot, nello stile floreale dell’epoca. Motivo per cui, la celebre sala Basile, è stata negli anni set di film e location prescelta da capi di stato, attori e vip.

La piscina

Da inizio giugno, spiegano dalla direzione Pr di Roma, sarà un’apertura work in progress. Dopo un impegnativo intervento di ristrutturazione e di restauro del patrimonio storico-artistico liberty, l’hotel offrirà 78 camere e 22 suite ed avrà anche una nuova spa con piscina. Spiega il direttore Vito Giglio, che sta vivendo la fase di passaggio alla nuova gestione: “L‘allure che fin dal passato ha caratterizzato la vita di Villa Igiea tornerà a risplendere a partire dal prossimo 3 giugno. Il gioiellino liberty accoglierà i suoi ospiti in totale sicurezza e nel rispetto delle nuove normative”. Sarà dunque un urban resort di lusso, ma pur sempre collegato alla città. Il giardino terrazzato che volge sul mare, il ristorante esterno, il bar con la splendida vista sul Golfo di Palermo – prosegue Giglio – “regaleranno tramonti indimenticabili e viste mozzafiato sia ai palermitani che aspettano la riapertura della villa con grande trepidazione, sia agli ospiti internazionali che ritornano a scegliere Palermo come loro meta di viaggio per le vacanze estive”.

Sala Basile

I menù saranno firmati dallo chef romano Fulvio Pierangelini che guiderà la brigata di cucina dell’hotel.  Sui timori che l’atmosfera autentica di inizio secolo possa essere andata perduta, rassicura ancora Giglio spiegando che “l’importante progetto di restauro che ha interessato Villa Igiea negli ultimi due anni ha consacrato e messo al centro lo spirito e l’atmosfera Liberty del palazzo storico. L’hotel è un capolavoro di Art Nouveau e mantiene viva la sua storia attraverso i grandi saloni, come la Sala Basile e sala Belle Époque sposando le esigenze di comfort di oggi con il gusto di grandezza architettonica di ieri”. Il progetto di design realizzato da Olga Polizzi, director of design della Rocco Forte Hotels e gli architetti Paolo Moschino e Philip Vergeylen della Nicholas Haslam – conclude Giglio – “è partito da un’opera di meticoloso restauro per preservarne le raffinate caratteristiche storiche”.

La tessitrice di Alicudi e quelle trame ispirate dal mare

Nella piccola isola delle Eolie, Paola Costanzo ha trascorso l’inverno lavorando nella sua bottega. Dopo la pandemia, guiderà un laboratorio con le donne del carcere di Messina

di Maria Laura Crescimanno

La parte più dura della pandemia, questo secondo lunghissimo inverno, Paola Costanzo ha scelto di trascorrerlo nella più selvaggia e remota delle Eolie, lavorando al telaio. Da luglio scorso, in compagnia dei suoi dieci telai, vive in una grande casa accogliente aperta sul mare blu di Alicudi, la più marginale delle isole, settanta abitanti, nemmeno un porto per ripararsi dalle burrasche. Un’isoletta tutta scale e terrazzamenti, dove è tornato fondamentale l’ausilio degli asini. Da cinque anni lei, lipariota di nascita, ha scelto la solitudine vera sull’isola, non quella tutta moderna e forse più gravosa delle città, dei luoghi affollati oggi colpiti dal virus.

Paola Costanzo

Ad Alicudi, per tutto l’inverno ha lavorato da sola alle sue creazioni di tessitura, ore ed ore tra filati ed attrezzi tradizionali, ad inventare nuovi disegni, pattern personalissimi, che ormai, tra i social ed internet, vengono apprezzati in tutta Italia. Presto i suoi lavori, dalla bottega eoliana, saranno trasferiti ed esposti anche nelle vetrine dei grandi magazzini di Palermo.  Una passione ereditata forse dalla nonna, che poco ha da vedere con il suo passato di marketing manager.

Uno dei telai

Dopo la laurea in economia a Bologna ed il master in marketing turistico a Milano, alcuni anni di vita intensa e cittadina, Paola capisce che le sue Eolie la chiamano verso casa. Siciliana di scoglio, sente forte il richiamo dell’insularità dell’animo, ritorna a Lipari e ricomincia tutto daccapo, scegliendo di mettere qui le sue radici. “La mia idea di artigianato, di tessitura – spiega – non è solo legata ad un progetto di recupero delle antiche tradizioni, ma è anche improntata sul desiderio di divulgare questa arte come pratica che abbia una valenza terapeutica, sociale e culturale e trasformarla in un’occasione di lavoro per i soggetti fragili, per chi sta ai margini della società”.

La bottega di Paola Costanzo

Da qui nasce il progetto “maGAZZIno Tessile”, che ripartirà dopo la pandemia, un laboratorio artigiano e creativo per donne ristrette nella libertà, donne di cui poco si parla e poco si sa e che rappresentano, una minoranza dell’universo carcerario. Il progetto è stato accolto dal carcere di Messina “Gazzi” e realizzato anche grazie – aggiunge Paola – “al supporto dell’associazione Anymore Onlus che mi ha aiutato a coprire le spese, e Kano sartoria sociale, che ha invece confezionato delle borse con i tessuti realizzati dalle detenute. Il ricavato derivante dalla vendita delle borse è stato interamente devoluto alla sezione femminile del carcere di Messina”.

Ustica guarda al futuro col rilancio dell’Area marina protetta

Nominato un nuovo direttore, già al lavoro sul potenziamento dei servizi, turismo e ricerca scientifica. In arrivo anche fondi per la sistemazione delle coste

di Maria Laura Crescimanno

A Ustica, paradiso dei sub, area marina protetta più antica d’Italia e meta del primo itinerario archeologico subacqueo realizzato da Sebastiano Tusa, dopo oltre due anni di inattività e di attesa, torna la speranza di ripartire presto con nuovi progetti di rilancio. Questa primavera, ancora segnata dalla pandemia, potrebbe infatti essere ricordata per due buone ragioni: l’insediamento di un nuovo direttore arrivato da qualche settimana per far ripartire l’attività dell’Amp, da un lato, e un finanziamento di quasi 4 milioni di euro di fondi europei, finanziabili dalla Regione attraverso l’assessorato al Territorio,  per la risistemazione e messa a fruizione delle principali aree costiere, dall’altro.

Cala Santa Maria (foto Salvo Emma)

A rimettere in moto l’Amp, si è insediato da una settimana circa, con nomina del ministero dell’Ambiente, un manager palermitano, Davide Bruno, esperto di progettazione comunitaria. Bruno, con un passaggio nella Marina Militare di oltre un anno, ha alle spalle esperienza maturata con progetti transfrontalieri mediterranei e alle isole Egadi, a favore del settore della pesca. Adesso, spiega, dovrà lavorare sodo per colmare il gap di oltre due anni nei quali l’Amp non è riuscita nemmeno a garantire le boe di attracco per i diportisti, pressoché nessuna attività di ricerca e divulgazione scientifica, né di comunicazione per i turisti.

Itinerario subacqueo di Punta Cavazzi (foto Salvo Emma)

“Ustica con l’Amp, che conosco sin da quando ero ragazzo avendo fatto qui il mio brevetto e le più belle immersioni, ha grandissime potenzialità ed eccellenze non solo subacquee e per valorizzarla lo spirito che anima già questa nuova direzione è quello della sinergia con la comunità, gli operatori economici e la società civile secondo la logica della collaborazione. L’impatto in queste prime settimane di avvio, è stato più che positivo”. Le priorità sono diverse così come sono i tempi entro cui svilupparle, sottolinea il neodirettore. “Tra i primi obiettivi immediati dobbiamo considerare la realizzazione di campi boe, così come i servizi all’utenza, dal welcome terminal ai servizi per i divers. Inoltre – continua Bruno – ci stiamo attivando per far tornare il Wwf a supporto delle attività di informazione e sensibilizzazione”.

Faro di Punta Omo Morto (foto Maria Laura Crescimanno)

Sul fronte del contrasto alla pandemia, per riavviare il turismo, si punta al completamento delle vaccinazioni e all’utilizzo di azioni di controllo e monitoraggio degli sbarchi. “Immagino tamponi rapidi, comunque tutti quegli interventi necessari per far diventare l’isola Covid-free – prosegue Bruno – . Un’attenzione sarà rivolta alla comunità dei pescatori, a mio avviso veri custodi del mare. Insieme a loro sarà necessario avviare azioni per promuovere la sensibilizzazione e tutela dell’habitat marino, coinvolgendoli in nuove attività, così come gli operatori dell’hospitality, nella scelta di nuove strategie commerciali nell’ottica di una vera destagionalizzazione”.

Il centro di accoglienza dell’Area marina protetta di Ustica

C’è, poi, la ricerca scientifica, che è uno dei pilastri che ha portato all’istituzione dell’Area marina protetta. Sono in programma delle convenzioni con il Cretam dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Sicilia, la Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli e l’Università di Palermo. “In questo momento storico – conclude i neodirettore – abbiamo comunque necessità di razionalizzazione delle spese ed attività di fundraising”.

Campi di lenticchie (foto Maria Laura Crescimanno)

Intanto, ha fatto notizia il progetto di riqualificazione delle aree costiere dell’isola, redatto dall’Agenzia per il Mezzogiorno con utilizzo di fondi Po Fers Sicilia, di cui non è possibile ancora conoscere i tempi di attivazione, che non dipendono, fa sapere il sindaco Salvatore Militello, dall’amministrazione comunale. L’intervento prevede il recupero dell’acquario al porto di cala Santa Marina, sentieristica con accesso per disabili, cannocchiali per avvistamento dell’avifauna e piste ciclabili. E ancora, il recupero dell’area archeologica, la risistemazione dell’edificio comunale a cala Santoro, il recupero della Torre dello Spalmatore e del perimetro esterno e la rinaturalizzazione di alcune aree costiere. Per facilitare la mobilità verde, si prevede inoltre di dotare il comune di scooters elettrici riattivando le stazioni  di ricarica esistenti.

(Nella foto grande in alto di Salvo Emma il faro di Punta Gavazzi)

Le cascate di San Nicola salvate da un gruppo di giovani volontari

Cresce l’attenzione verso il sito naturalistico nelle campagne di Bolognetta, alcuni ragazzi hanno rimosso 200 chili di rifiuti dalle strade circostanti

di Maria Laura Crescimanno

Stanno diventando talmente famose grazie ai social, che incontriamo persino una fotografa australiana fuggita da Parigi per la pandemia, in Sicilia per smart working al caldo della nostra primavera. È arrivata sin qui, tra il salto dell’acqua e la grotta dei Briganti, seguendo Facebook ed Instagram. Ma basterà tutta questa notorietà a salvare questo piccolo paradiso minacciato dai rifiuti?

Cascate di San Nicola

Sono le cascatelle di San Nicola, nelle campagne di Bolognetta (ve ne abbiamo parlato anche qui), un itinerario fluviale non certo adatto ai principianti del trekking, né a famiglie per comodi picnic, che sta suscitando, grazie anche alle splendide foto di Filippo Barbaria, la meraviglia del popolo web. Mentre cresce, di pari passo, la preoccupazione di botanici e naturalisti.  La strada per raggiungerle, la statale 134, diventa man mano che ci si inoltra tra gli uliveti, una vera discarica a cielo aperto, dove la spazzatura brucia sotto il sole e ammorba l’aria.

Cartello sul sentiero

Samuele Buglino, ventenne studente universitario di Casteldaccia, ormai noto come “il ragazzo delle cascate di San Nicola”, è impegnato quotidianamente nella valorizzazione di quest’oasi naturalistica e insieme a altri giovanissimi, ha costituito il comitato “Custodi del territorio”. “Non vogliamo soltanto far conoscere il sito – spiega – che resta non adatto per le gite domenicali dei camminatori poco esperti e mal attrezzati, ma sollevare l’interesse delle istituzioni nei confronti della sua protezione. Il motivo per cui da un anno abbiamo aperto gli account Facebook e Instagram è appunto quello di attirare l’ attenzione delle autorità preposte, ma anche dei volontari per la pulizia e la risistemazione dei camminamenti attorno al fiume”.

Rifiuti lungo la provinciale

Prima dell’alluvione del 2018, quando la devastante piena del torrente Milicia travolse tutto, questo era un paradiso naturale nascosto, ma pur sempre terra di nessuno. “Frequentandolo – prosegue Samuele – ci siamo accorti che in realtà era diventata una discarica. Sul percorso che porta al fiume, o nelle campagne intorno, abbiamo trovato rifiuti ingombranti, persino eternit, scarti di auto, plastica, sacchetti, per non parlare di altra plastica portata dal corso del fiume, le cui acque non sono mai state analizzate. Da quest’anno abbiamo messo dei cartelli, diamo indicazioni su come raggiungere in sicurezza il posto, attiriamo i volontari che si portano guanti e sacchi per raccogliere, poi il Comune, con cui abbiamo avviato una collaborazione, ci fornisce una camionetta che scarica i rifiuti differenziati  per portarli al corretto smaltimento. Sino ad oggi abbiamo liberato l’area da almeno 200 chili di rifiuti,  un fenomeno vergognoso comune a molti corsi d’acqua della Sicilia, qualcuno dovrebbe occuparsene”.

La conca delle cascate (foto Filippo Barbaria)

Il botanico palermitano Orazio Caldarella, che da sempre frequenta e studia la flora di questa zona, ci racconta che a inizio novembre del 2018, il torrente Milicia in questo punto, incontrando una strettoia a monte, si è sollevato di 5,6 metri, per poi esplodere al salto della cascata, spazzando via tutto, olmi, salici, fichi selvatici, tamerici e tutta la flora tipica ripariale. Si sono salvati però i pioppi neri, che hanno resistito alla furia dei detriti. “Adesso, sarebbe auspicabile, dopo aver ripulito completamente e bonificato la strada di accesso, – aggiunge Caldarella – lasciare che la natura, con i suoi tempi, compia da sola la rinaturalizzazione di questo sistema fluviale. Ogni intervento improvvisato di piantumazione, sentieristica e altre iniziative per incentivare la fruizione del sito in modo incontrollato, non coordinato da università, o esperti forestali e naturalisti, che dovrebbero seguire un attenta pianificazione, andrebbe evitata. Meglio lasciar fare alla natura, che mentre noi discutiamo, è già ripartita”.

(La foto grande in alto è di Filippo Barbaria)

Non solo i tulipani di Blufi: tanti fiori selvatici da proteggere

Con la primavera le fioriture spontanee tornano a colorare il paesaggio siciliano, dalle Madonie ai Sicani. Ma molte sono specie rare, come l’orchidea di Branciforti

di Maria Laura Crescimanno

I tulipani di Blufi, che crescono a migliaia in primavera sulle colline madonite, come ogni anno, stanno invadendo con la loro bellezza le pagine dei social e quelle dei giornali online. Sono molte le associazioni di trekking che stanno programmando passeggiate nelle campagne attorno al santuario della Madonna dell’Olio di Blufi, come escursione botanica fuori porta da non perdere, quando si allenteranno le restrizioni per la pandemia.  Ma non sono forse troppi i riflettori accesi – come mettono in guardia alcuni – su questa meraviglia naturale? Intanto a proteggerli dal vandalismo, cui di fatto sono sempre stati esposti, adesso intervengono anche gli abitanti del paesino madonita, che dei tulipani rossi hanno fatto il loro brand: a turno da volontari vigilano di giorno affinché nessuno li raccolga, sradicandoli e danneggiandoli irreparabilmente.

I tulipani di Blufi (foto Giulio Giallombardo)

Le fioriture endemiche spontanee nelle aree montane protette del Parco delle Madonie, area geografica al confluire di tre grandi continenti, sono di straordinario pregio, ben note ai botanici siciliani ed europei. A livello regionale gli endemismi botanici, dai fiori agli arbusti, costituiscono circa il 20 per cento della flora siciliana. I tulipani spontanei, specie a fioritura precoce che viene dalla Persia (Tulipa raddii, dal nome del botanico fiorentino che li descrisse), a decine di migliaia fioriscono da marzo a maggio, formando spettacolari macchie rosse, ma – ricordano gli esperti – crescono radi anche tra i campi delle Petralie, e nelle aree delle Serre di Ciminna, sui monti Sicani.

Orchidea Branciforti (foto Michele Iannizzotto, Wikipedia)

Come spiega il botanico e direttore dell’Orto Botanico di Palermo, Rosario Schicchi, che dalla sua pagina facebook ogni martedì invita ad un breve viaggio naturalistico, occorre avere rispetto per questa piccola Olanda di Sicilia. Inutile, infatti, come invece molti fanno, raccoglierli perché in poche ore seccano e muoiono, perdendo tutta la loro bellezza.

Orchidea piramidale (foto Michele Iannizzotto, Wikipedia)

“Adesso, a maggio, sarà il turno delle orchidee – continua Schicchi – un altro spettacolo naturale di rara fragilità e bellezza. Non raccogliete i piccoli fiori viola, lilla o turchesi che crescono spontanei nei fossi e lungo i sentieri boschivi, potrebbe trattarsi di specie molto rare, al contrario, da fotografare, segnalare e proteggere”. Come quelle appartenenti alla famiglia delle Ophrys, che diventano di anno in anno sempre più rare, oppure come la Orchis Branciforti, che trova casa sulle montagne di Sicilia, in particolare nell’area della Quacella, sulle Madonie, e in Sardegna. Una preziosa orchidea dedicata a Ercole Branciforti, principe di Butera, protettore del botanico siciliano Antonino Bivona Bernardi che descrisse questa specie nel 1813.

Le Vie dei Tesori News

Send this to a friend