Ustica guarda al futuro col rilancio dell’Area marina protetta

Nominato un nuovo direttore, già al lavoro sul potenziamento dei servizi, turismo e ricerca scientifica. In arrivo anche fondi per la sistemazione delle coste

di Maria Laura Crescimanno

A Ustica, paradiso dei sub, area marina protetta più antica d’Italia e meta del primo itinerario archeologico subacqueo realizzato da Sebastiano Tusa, dopo oltre due anni di inattività e di attesa, torna la speranza di ripartire presto con nuovi progetti di rilancio. Questa primavera, ancora segnata dalla pandemia, potrebbe infatti essere ricordata per due buone ragioni: l’insediamento di un nuovo direttore arrivato da qualche settimana per far ripartire l’attività dell’Amp, da un lato, e un finanziamento di quasi 4 milioni di euro di fondi europei, finanziabili dalla Regione attraverso l’assessorato al Territorio,  per la risistemazione e messa a fruizione delle principali aree costiere, dall’altro.

Cala Santa Maria (foto Salvo Emma)

A rimettere in moto l’Amp, si è insediato da una settimana circa, con nomina del ministero dell’Ambiente, un manager palermitano, Davide Bruno, esperto di progettazione comunitaria. Bruno, con un passaggio nella Marina Militare di oltre un anno, ha alle spalle esperienza maturata con progetti transfrontalieri mediterranei e alle isole Egadi, a favore del settore della pesca. Adesso, spiega, dovrà lavorare sodo per colmare il gap di oltre due anni nei quali l’Amp non è riuscita nemmeno a garantire le boe di attracco per i diportisti, pressoché nessuna attività di ricerca e divulgazione scientifica, né di comunicazione per i turisti.

Itinerario subacqueo di Punta Cavazzi (foto Salvo Emma)

“Ustica con l’Amp, che conosco sin da quando ero ragazzo avendo fatto qui il mio brevetto e le più belle immersioni, ha grandissime potenzialità ed eccellenze non solo subacquee e per valorizzarla lo spirito che anima già questa nuova direzione è quello della sinergia con la comunità, gli operatori economici e la società civile secondo la logica della collaborazione. L’impatto in queste prime settimane di avvio, è stato più che positivo”. Le priorità sono diverse così come sono i tempi entro cui svilupparle, sottolinea il neodirettore. “Tra i primi obiettivi immediati dobbiamo considerare la realizzazione di campi boe, così come i servizi all’utenza, dal welcome terminal ai servizi per i divers. Inoltre – continua Bruno – ci stiamo attivando per far tornare il Wwf a supporto delle attività di informazione e sensibilizzazione”.

Faro di Punta Omo Morto (foto Maria Laura Crescimanno)

Sul fronte del contrasto alla pandemia, per riavviare il turismo, si punta al completamento delle vaccinazioni e all’utilizzo di azioni di controllo e monitoraggio degli sbarchi. “Immagino tamponi rapidi, comunque tutti quegli interventi necessari per far diventare l’isola Covid-free – prosegue Bruno – . Un’attenzione sarà rivolta alla comunità dei pescatori, a mio avviso veri custodi del mare. Insieme a loro sarà necessario avviare azioni per promuovere la sensibilizzazione e tutela dell’habitat marino, coinvolgendoli in nuove attività, così come gli operatori dell’hospitality, nella scelta di nuove strategie commerciali nell’ottica di una vera destagionalizzazione”.

Il centro di accoglienza dell’Area marina protetta di Ustica

C’è, poi, la ricerca scientifica, che è uno dei pilastri che ha portato all’istituzione dell’Area marina protetta. Sono in programma delle convenzioni con il Cretam dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Sicilia, la Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli e l’Università di Palermo. “In questo momento storico – conclude i neodirettore – abbiamo comunque necessità di razionalizzazione delle spese ed attività di fundraising”.

Campi di lenticchie (foto Maria Laura Crescimanno)

Intanto, ha fatto notizia il progetto di riqualificazione delle aree costiere dell’isola, redatto dall’Agenzia per il Mezzogiorno con utilizzo di fondi Po Fers Sicilia, di cui non è possibile ancora conoscere i tempi di attivazione, che non dipendono, fa sapere il sindaco Salvatore Militello, dall’amministrazione comunale. L’intervento prevede il recupero dell’acquario al porto di cala Santa Marina, sentieristica con accesso per disabili, cannocchiali per avvistamento dell’avifauna e piste ciclabili. E ancora, il recupero dell’area archeologica, la risistemazione dell’edificio comunale a cala Santoro, il recupero della Torre dello Spalmatore e del perimetro esterno e la rinaturalizzazione di alcune aree costiere. Per facilitare la mobilità verde, si prevede inoltre di dotare il comune di scooters elettrici riattivando le stazioni  di ricarica esistenti.

(Nella foto grande in alto di Salvo Emma il faro di Punta Gavazzi)

Le cascate di San Nicola salvate da un gruppo di giovani volontari

Cresce l’attenzione verso il sito naturalistico nelle campagne di Bolognetta, alcuni ragazzi hanno rimosso 200 chili di rifiuti dalle strade circostanti

di Maria Laura Crescimanno

Stanno diventando talmente famose grazie ai social, che incontriamo persino una fotografa australiana fuggita da Parigi per la pandemia, in Sicilia per smart working al caldo della nostra primavera. È arrivata sin qui, tra il salto dell’acqua e la grotta dei Briganti, seguendo Facebook ed Instagram. Ma basterà tutta questa notorietà a salvare questo piccolo paradiso minacciato dai rifiuti?

Cascate di San Nicola

Sono le cascatelle di San Nicola, nelle campagne di Bolognetta (ve ne abbiamo parlato anche qui), un itinerario fluviale non certo adatto ai principianti del trekking, né a famiglie per comodi picnic, che sta suscitando, grazie anche alle splendide foto di Filippo Barbaria, la meraviglia del popolo web. Mentre cresce, di pari passo, la preoccupazione di botanici e naturalisti.  La strada per raggiungerle, la statale 134, diventa man mano che ci si inoltra tra gli uliveti, una vera discarica a cielo aperto, dove la spazzatura brucia sotto il sole e ammorba l’aria.

Cartello sul sentiero

Samuele Buglino, ventenne studente universitario di Casteldaccia, ormai noto come “il ragazzo delle cascate di San Nicola”, è impegnato quotidianamente nella valorizzazione di quest’oasi naturalistica e insieme a altri giovanissimi, ha costituito il comitato “Custodi del territorio”. “Non vogliamo soltanto far conoscere il sito – spiega – che resta non adatto per le gite domenicali dei camminatori poco esperti e mal attrezzati, ma sollevare l’interesse delle istituzioni nei confronti della sua protezione. Il motivo per cui da un anno abbiamo aperto gli account Facebook e Instagram è appunto quello di attirare l’ attenzione delle autorità preposte, ma anche dei volontari per la pulizia e la risistemazione dei camminamenti attorno al fiume”.

Rifiuti lungo la provinciale

Prima dell’alluvione del 2018, quando la devastante piena del torrente Milicia travolse tutto, questo era un paradiso naturale nascosto, ma pur sempre terra di nessuno. “Frequentandolo – prosegue Samuele – ci siamo accorti che in realtà era diventata una discarica. Sul percorso che porta al fiume, o nelle campagne intorno, abbiamo trovato rifiuti ingombranti, persino eternit, scarti di auto, plastica, sacchetti, per non parlare di altra plastica portata dal corso del fiume, le cui acque non sono mai state analizzate. Da quest’anno abbiamo messo dei cartelli, diamo indicazioni su come raggiungere in sicurezza il posto, attiriamo i volontari che si portano guanti e sacchi per raccogliere, poi il Comune, con cui abbiamo avviato una collaborazione, ci fornisce una camionetta che scarica i rifiuti differenziati  per portarli al corretto smaltimento. Sino ad oggi abbiamo liberato l’area da almeno 200 chili di rifiuti,  un fenomeno vergognoso comune a molti corsi d’acqua della Sicilia, qualcuno dovrebbe occuparsene”.

La conca delle cascate (foto Filippo Barbaria)

Il botanico palermitano Orazio Caldarella, che da sempre frequenta e studia la flora di questa zona, ci racconta che a inizio novembre del 2018, il torrente Milicia in questo punto, incontrando una strettoia a monte, si è sollevato di 5,6 metri, per poi esplodere al salto della cascata, spazzando via tutto, olmi, salici, fichi selvatici, tamerici e tutta la flora tipica ripariale. Si sono salvati però i pioppi neri, che hanno resistito alla furia dei detriti. “Adesso, sarebbe auspicabile, dopo aver ripulito completamente e bonificato la strada di accesso, – aggiunge Caldarella – lasciare che la natura, con i suoi tempi, compia da sola la rinaturalizzazione di questo sistema fluviale. Ogni intervento improvvisato di piantumazione, sentieristica e altre iniziative per incentivare la fruizione del sito in modo incontrollato, non coordinato da università, o esperti forestali e naturalisti, che dovrebbero seguire un attenta pianificazione, andrebbe evitata. Meglio lasciar fare alla natura, che mentre noi discutiamo, è già ripartita”.

(La foto grande in alto è di Filippo Barbaria)

Non solo i tulipani di Blufi: tanti fiori selvatici da proteggere

Con la primavera le fioriture spontanee tornano a colorare il paesaggio siciliano, dalle Madonie ai Sicani. Ma molte sono specie rare, come l’orchidea di Branciforti

di Maria Laura Crescimanno

I tulipani di Blufi, che crescono a migliaia in primavera sulle colline madonite, come ogni anno, stanno invadendo con la loro bellezza le pagine dei social e quelle dei giornali online. Sono molte le associazioni di trekking che stanno programmando passeggiate nelle campagne attorno al santuario della Madonna dell’Olio di Blufi, come escursione botanica fuori porta da non perdere, quando si allenteranno le restrizioni per la pandemia.  Ma non sono forse troppi i riflettori accesi – come mettono in guardia alcuni – su questa meraviglia naturale? Intanto a proteggerli dal vandalismo, cui di fatto sono sempre stati esposti, adesso intervengono anche gli abitanti del paesino madonita, che dei tulipani rossi hanno fatto il loro brand: a turno da volontari vigilano di giorno affinché nessuno li raccolga, sradicandoli e danneggiandoli irreparabilmente.

I tulipani di Blufi (foto Giulio Giallombardo)

Le fioriture endemiche spontanee nelle aree montane protette del Parco delle Madonie, area geografica al confluire di tre grandi continenti, sono di straordinario pregio, ben note ai botanici siciliani ed europei. A livello regionale gli endemismi botanici, dai fiori agli arbusti, costituiscono circa il 20 per cento della flora siciliana. I tulipani spontanei, specie a fioritura precoce che viene dalla Persia (Tulipa raddii, dal nome del botanico fiorentino che li descrisse), a decine di migliaia fioriscono da marzo a maggio, formando spettacolari macchie rosse, ma – ricordano gli esperti – crescono radi anche tra i campi delle Petralie, e nelle aree delle Serre di Ciminna, sui monti Sicani.

Orchidea Branciforti (foto Michele Iannizzotto, Wikipedia)

Come spiega il botanico e direttore dell’Orto Botanico di Palermo, Rosario Schicchi, che dalla sua pagina facebook ogni martedì invita ad un breve viaggio naturalistico, occorre avere rispetto per questa piccola Olanda di Sicilia. Inutile, infatti, come invece molti fanno, raccoglierli perché in poche ore seccano e muoiono, perdendo tutta la loro bellezza.

Orchidea piramidale (foto Michele Iannizzotto, Wikipedia)

“Adesso, a maggio, sarà il turno delle orchidee – continua Schicchi – un altro spettacolo naturale di rara fragilità e bellezza. Non raccogliete i piccoli fiori viola, lilla o turchesi che crescono spontanei nei fossi e lungo i sentieri boschivi, potrebbe trattarsi di specie molto rare, al contrario, da fotografare, segnalare e proteggere”. Come quelle appartenenti alla famiglia delle Ophrys, che diventano di anno in anno sempre più rare, oppure come la Orchis Branciforti, che trova casa sulle montagne di Sicilia, in particolare nell’area della Quacella, sulle Madonie, e in Sardegna. Una preziosa orchidea dedicata a Ercole Branciforti, principe di Butera, protettore del botanico siciliano Antonino Bivona Bernardi che descrisse questa specie nel 1813.

La Sicilia riscopre il Labirinto d’Arianna, l’opera presa d’assalto nei weekend

Il Comune di Castel di Lucio è pronto realizzare un’ area attrezzata vicino alla scultura di Italo Lanfredini che fa parte della Fiumara d’arte

di Maria Laura Crescimanno

C’è un labirinto in Sicilia che aspetta solo di essere valorizzato, consentendo ai visitatori accesso e fruizione più agevoli. È il Labirinto di Arianna, nel circuito delle opere di Fiumara d’ Arte concepite dal mecenate Antonio Presti, un luogo di indubbia suggestione, in tempi di Covid riscoperto dagli amanti delle escursioni fuori porta: garantisce un’esperienza sensoriale forte, di totale immersione nel paesaggio, negli spazi naturali e inducendo alla riflessione interiore. Siamo vicino al minuscolo borgo di Castel di Lucio, milleduecento abitanti, vicoli e chiese di origini antichissime che nel medioevo furono parte della contea dei Ventimiglia, signori di Geraci, adagiate sulle colline lungo la strada statale costiera che giunge sino a Messina.

Castel di Lucio

Castel di Lucio fino a qualche anno era una meta pressoché sconosciuta ai turisti. Da alcuni anni, grazie alle tre opere di Fiumara d’Arte presenti sul suo territorio, ed in particolare al Labirinto di Arianna, come spiega il sindaco Giuseppe Nobile, la presenza turistica si è fatta sempre più costante, soprattutto nei fine settimana e sono nati i primi b&b e punti di ristoro.  Adesso, si rendono disponibili grazie ad un bando del Gal Nebrodi, 150mila euro per opere di valorizzazione e sistemazione del territorio.

 

“Il labirinto si trova ad un chilometro dal centro abitato, e necessita di servizi a disposizione dei visitatori. Il Comune – fa sapere il sindaco – intende realizzare un’area attrezzata di oltre un ettaro con servizi per il pubblico, che sorgerà a cento metri dal labirinto stesso. L’intervento comprenderà la sistemazione di un laghetto artificiale, un parcheggio, sistemazione di un’area boscata con percorsi anche per disabili, un chiosco per servizi igienici e segnaletica. Inoltre,  – prosegue il sindaco – l’amministrazione comunale, sulla scia del successo di visitatori, intende istituire anche un museo civico che avrà anche una sezione dedicata all’arte contemporanea. Il progetto vedrà il contributo di diversi artisti. Presto si inizieranno le opere di allestimento ed entro il 2021 il piccolo museo dovrebbe essere inaugurato e reso fruibile”.

L’ulivo al centro del labirinto

Il labirinto, realizzato nel 1989 dallo scultore Italo Lanfredini, è un’opera in calcestruzzo grezzo, levigata negli anni dagli agenti atmosferici, si erge sulla collina del Santissimo Salvatore in prossimità della chiesetta e di un incantevole belvedere che si apre sulla vallata sottostante. L’opera, che al centro custodisce un piccolo albero di ulivo, segno di saggezza e di conoscenza per chi lo raggiunge, è stata oggetto di restauri in questi anni. Siamo nel cuore della land art di Sicilia, una storia che val la pena ricordare, e che potrebbe assicurare nuovi flussi turistici alla fine della pandemia, legati al contatto con la natura e con l’arte.

Laghetto vicino al labirinto (foto Pippo Nobile)

Nel 1982 Antonio Presti partorisce l’idea di un parco di opere a cielo aperto da collocare sul letto del fiume dell’antica città di Halaesa. La prima opera di Pietro Consagra viene inaugurata nel 1986. Nel 1988 viene realizzata l’opera di Paolo Schiavocampo “La Curva gettata alle spalle del tempo”, lungo la provinciale 176 che collega Pettineo a Castel di Lucio. Oltre al Labirinto di Arianna, da non perdere la visita dei locali comunali della caserma dei carabinieri che sono decorati con coloratissimi pannelli in ceramica, realizzati da Piero Dorazio e Graziano Marini, che hanno dato vita all’opera “Arethusa”.

(La prima foto grande in alto è di Filippo Barbaria)

Tanti dubbi sul mega parco eolico al largo delle Egadi

Critiche sul progetto dal comparto della pesca, ma anche dai sindaci e alcune associazioni ambientaliste. Si teme per un tratto di mare ad altissima biodiversità naturale

di Maria Laura Crescimanno

Non è difficile pensare come si sarebbe espresso Sebastiano Tusa, archeologo di fama e primo soprintendente del Mare della Regione Siciliana, scomparso il 10 marzo di due anni fa, a proposito del mega impianto di pale eoliche off-shore che potrebbe sorgere sulle acque marine comprese tra la costa marsalese, le isole Egadi, a largo dell’Area marina protetta. Un tratto di mare ad altissima biodiversità naturale, l’area dei cosiddetti banchi dello Stretto di Sicilia, di sicuro uno scrigno di reperti e relitti tutti ancora da scoprire e da tutelare.

Parco eolico nel Mare del Nord

Già dieci anni fa Tusa, racconta l’ecologo Franco Andaloro, aveva scongiurato la posa di pali eolici fissi sui fondali dello Stretto – il progetto Four Winds – sollevando il pericolo in una mozione firmata da esperti ed ambientalisti che al contrario, chiedevano un vincolo di tutela per quella che sarebbe potuta diventare una riserva della biosfera Unesco. Il progetto di scempio ambientale venne valutato negativamente e quindi fermato.

Uno scorcio di Trapani

Oggi lo spettro delle gigantesche pale galleggianti, comunque ancorate sui fondali, ritorna più grande di allora. Il progetto di dimensioni faraoniche, forse tra i più grandi al mondo, presentato dall’azienda Renexia Spa, è stato pubblicato sul sito del comune di Trapani per settimane, ed è adesso in attesa di concessione demaniale marittima trentennale, nonché dello studio di impatto ambientale e di relativa valutazione Via da parte del ministero dell’Ambiente. Nella prima fase di febbraio, aperta alle osservazioni degli stakeholders del territorio, il parco eolico della Rexenia, che prevede investimenti nel settore per 9 miliardi, ha accolto pareri negativi da parecchi fronti, inclusi i sindaci di Trapani e delle Egadi, dello stesso assessorato regionale, nonché il parere non vincolante della consulta regionale della Pesca. Ma dati gli altissimi interessi in gioco, non è affatto scontato prevedere come la vicenda andrà a finire.

Favignana

Le associazioni ambientaliste locali, sulle prime si sono dette favorevoli alla transizione ecologica ed alla produzione di energie alternative come unico metodo per uscire dalla catastrofe ambientale prodotta dalla dipendenza verso gli idrocarburi. Alcune adesso, come la sezione trapanese di Italia Nostra, esprimono forti perplessità e chiedono che si realizzino studi puntuali sulle ricadute ambientali e sociali degli interventi previsti tra mare e costa. Mentre si attendono ulteriori chiarimenti e studi ambientali sulla fauna marina e sulle specie migratorie che come è noto volano dall’Africa verso il continente, la Soprintendenza del Mare diretta da Valeria Li Vigni dovrebbe esprimersi per la parte archeologica e paesaggistica.

I tonnaroti di Favignana

Apertamente contrario ad oggi il mondo della pesca siciliana, con Agci Pesca, e con Giovanni Basciano che mette in guardia sulle grave situazione del comparto, e sui danni che ne deriverebbero di sicuro per la pregiatissima pesca del gambero rosso, del tonno e del pesce spada. L’impianto – sottolinea Basciano – prevede 190 torri di 150 metri ciascuna su un’area marina grande quanto tutta la provincia di Trapani, che è vitale per la biodiversità e per la pesca siciliana: troppo grave sarebbe l’impatto sulla filiera socio-economica siciliana che non avrebbe come riconvertirsi.

Il vento di Trapani soffia da Palermo: ecco chi sono i creativi del video

Parlano Carlo Loforti e Alessandro Albanese, fondatori di “Just Maria”, casa di produzione che ha realizzato lo spot per la candidatura a Capitale della Cultura 2022

di Maria Laura Crescimanno

A chi dei due videomaker palermitani sia venuto in mente il brand della “zia Maria”, la “auntie” d’oltreoceano, lo spirito latino per eccellenza, accogliente e comunicativa, una voce che parla una lingua che tutti possono comprendere, non è chiaro. Ma è evidente che c’è una profonda vena creativa in Carlo Loforti e Alessandro Albanese, palermitani, trentenni, figli dell’esperienza di Mosaicoon, oggi produttori indipendenti e, come si legge sul loro sito, “video obsessed”. I due hanno fondato tre anni fa la casa di produzione “Just Maria”, e da allora non si fermano un momento, anche in tempi di pandemia.

Backstage dei “Just Maria”

È loro la regia del video spot “Noi siamo il vento”, creato per supportare la candidatura di Trapani a Capitale della Cultura 2022. Un lavoro pervaso da innegabile originalità e assenza di soliti stereotipi, affidato alla poesia di testo e immagini. “Non ho voce ma grido, non ho denti ma mordo, ho sparso mistero, suonato boschi e scompigliato capelli… sono il mondo che avanza…”. Non era facile non cadere nel didascalico per raccontare un territorio già visto milioni di volte, la città tra mare e monte, saline, isole, spiagge, sale e corallo.

Nel video spot – spiega Carlo Loforti cofounder e direttore creativo di Just Maria insieme ad Alessandro Albanese – non parlano i trapanesi, né la città, ma l’energia invisibile del vento che si fa voce narrante, incalzante, in un crescendo di lirica ed emozione. “Il vento, elemento che fortemente caratterizza il territorio trapanese, era una metafora perfetta per raccontare il progetto di Trapani Capitale, – sottolinea Loforti – tutto basato sulla vocazione all’accoglienza di una zona della Sicilia molto esposta geograficamente agli arrivi dal mare. E allora ci siamo detti: quale miglior testimonial di questo agente atmosferico che, per sua natura, è un inarrestabile motore della mescolanza? Quale delle altre dieci città finaliste potrebbe affidare il proprio racconto a una voce simile?”.

Un frame del video

Dalla nascita – ottobre 2017 – a oggi, Just Maria ha coinvolto centinaia di professionisti in tutto il mondo. “Siamo un piccolo team – aggiunge Loforti – che si occupa di strategia e creatività, produzione e post-produzione, ma che si avvale anche di molti collaboratori esterni: da fonici a sound designer, da scenografi a direttori della fotografia

“Qualche anno di esperienza in Mosaicoon ci ha insegnato moltissimo, – aggiunge il direttore creativo – ci ha trasmesso fiducia sulla possibilità che dalla Sicilia si potesse riuscire a lavorare con brand internazionali e ci ha dato il coraggio di buttarci e fare esperienza spesso su progetti molto impegnativi che ci hanno permesso di crescere. Web, tv, cinema o una parete bianca su cui proiettare immagini in movimento, per noi non fa differenza: ci interessa raccontare storie con tutti i linguaggi a disposizione”.

Mimmo Cuticchio, il re dei pupari tra miti greci e “cunti” siciliani

Reduce dai festival La Macchina dei Sogni e Le Vie dei Tesori, l’attore e cantastorie racconta il teatro al tempo del Covid, immaginando un futuro migliore

di Maria Laura Crescimanno

Instancabile, anche ai tempi del Covid. Il suo motto è “se la nave naviga con difficoltà, il suo viaggio non deve fermarsi”. Per Mimmo Cuticchio, 72 anni, puparo, cuntista e attore, la cultura non è mai troppa, e se la pandemia ha ridotto le attività e il pubblico, si stanno cercando nuovi modi di fare spettacolo, di raccontarsi e raccontare, resistendo uniti. Nei giorni scorsi lo abbiamo visto a cavallo sul set di Giovanna Taviani che sta girando il film dedicato alla storia dei pupi “Cuntami Sicilia”.

Cuticchio sul set di “Cuntami Sicilia” (foto: Maria Laura Crescimanno)

Il suo storico laboratorio di via Bara all’Olivella, nel cuore di Palermo, è stato aperto durante i weekend del festival Le Vie dei Tesori, da poco concluso. Poi, per La Macchina dei Sogni, il mese scorso, Cuticchio, si è trasformato in aedo greco. Ha raccontato, con una drammaturgia creata da lui e dagli artisti della sua compagnia, usando con la sua sapiente ironia il dialetto ed i ritmi del “cunto”, miti, guerre ed eroi ispirati all’Iliade ed all’Odissea. Attori, figuranti, arazzi, collage e testi hanno animato la trentasettesima edizione del festival, per l’occasione ambientata negli spazi all’aperto e nelle sale del Museo archeologico Salinas, trasformato nel “palazzo delle cento stanze” di Priamo. Un’edizione che ha fatto il tutto esaurito, con numeri ridotti e turni di visita. Le pietre antiche di Selinunte, l’acqua dei cortili, le statue possenti hanno trovato la loro voce, raccontando antiche leggende che ancora oggi ci parlano di noi, popoli mediterranei. Da Troia a Palermo.

Mimmo Cuticchio al Salinas

La 37esima della della Macchina dei Sogni si è celebrata con il Covid, così come Le vie dei Tesori, ma avete registrato il tutto esaurito, è soddisfatto?

“Entrambi i festival hanno visto pubblico molto ridotto, ma l’importante è stato non fermarsi. Questa Macchina dei Sogni pensata e realizzata in questo annus horribilis, ha per noi un significato doppio, da un lato è un appuntamento che ormai si aspetta – non dimentichiamoci che sono 37 edizioni e tanti bambini di ieri, oggi sono genitori di altri bambini. Vederli partecipare agli spettacoli con i propri figli è commovente – dall’altro noi crediamo che nei momenti più difficili, il teatro aiuta ad immaginare un futuro migliore, dunque non potevamo non esserci seppure con le limitazioni oggettive. Quest’anno, immaginando la difficoltà di accogliere il pubblico che ci segue, abbiamo pensato di usare la rete. Certo non c’è la stessa emozione se si guarda uno spettacolo in streaming, tuttavia è stata l’unica possibilità di far partecipare tutti e magari, chissà, conquistare altro pubblico”.

Cuticchio nel suo laboratorio

Con la Macchina dei Sogni ha portato ancora una volta il suo teatro in un museo, poi con Le Vie dei Tesori, ha aperto le porte del suo laboratorio.

“Sì, sono state due belle esperienze. In questi anni sono entrato nei musei con i mei pupi, è vero, ma il mio mondo è legato al mio teatrino di via Bara all’Olivella, che il festival Le vie dei Tesori con i suoi laboratori per piccoli gruppi, ha fatto conoscere sempre di più. I musei ed i teatri, anche se chiusi al pubblico, devono vivere e trovare nuove forme di racconto anche in tempi difficili come questi. Questo quartiere, l’Olivella, è il teatro dove io sono cresciuto. Poi, sin dai tempi del professor Vincenzo Tusa, ho sempre subito il fascino dell’archeologia e del Museo Salinas. Queste antichissime pietre mute, testimoni della nostra storia, dovevano trovare voce e raccontare i miti fondanti della nostra cultura. Così, parlandone con la direttrice del museo, Caterina Greco, è nata l’idea del palazzo delle Cento Stanze, il palazzo di Priamo, ed il progetto di racconto dei miti di Ulisse e della guerra di Troia”.

Uno dei momenti della Macchina dei Sogni al Salinas

Qual è il suo mito classico preferito? C’è chi lo ha paragonato ad Ulisse, che è un uomo di astuzia e di grandi sfide.

“Non scomoderei né Omero e né Ulisse, io sono un cantore di storie. Chi è venuto a sentirmi al museo Salinas, ha rivissuto le storie antiche dei miti, Pan e la nascita della musica, Proserpina negli inferi, la guerra di Troia, ha visto eroi, Achille con la sua ira. Hanno risuonato nelle sale del museo, le voci dei guerrieri che erano semidei, ma anche uomini, narrata in questo contesto dalla bellezza incredibile, tra metope e reperti. E poi il mito potente di Medusa, che abbiamo raffigurato con gli arazzi meravigliosi creati dall’artista Tania Giordano, la scoperta della mitica Troia e del tesoro di Priamo compiuta da Schliemann. Forse, tra le storie che racconto, il viaggio di Ulisse resta il mio preferito, somiglia al viaggio che negli anni ha compiuto la Macchina dei Sogni, che ha con le sue edizioni dato vita ad una città degradata, affrontato mille difficoltà, superato gli ostacoli con astuzia e fatica. E siccome una nave non si muove da sola, c’è voluta un’intera compagnia di artisti per ritornare oggi all’Olivella, nel palazzo di Priamo, la Compagnia figli d’arte Cuticchio, il nostro legame, sono stati la chiave per andare avanti”.

Il canto dei pesci nel mare che è tornato a vivere

Si è conclusa la campagna di Marevivo lungo le coste, sub hanno registrato i suoni dei fondali e scoperto una grande rete abbandonata al largo di Porticello

di Maria Laura Crescimanno

I sessanta giorni di quarantena ormai è chiaro a tutti, non sono bastati a risanare il nostro mare segnato in modo indelebile da reti abbandonate, plastiche, rifiuti, scarichi inquinanti, ma sono stati sufficienti a lanciarci un segnale forte sulla necessità di arrestarsi davanti all’uso indiscriminato dell’ambiente marino. I risultati delle 100 ore di immersioni lungo le coste italiane, inclusi alcuni punti di costa siciliana, effettuate da Marevivo con l’ausilio delle forze di polizia nell’ambito della campagna “Il mare ai tempi del coronavirus”, sono stati coordinati per la parte scientifica da Ferdinando Boero, professore ordinario di zoologia dell’Università Federico II di Napoli e da Enzo Saggiomo, direttore della Fondazione Dohrn.

La rete trovata nella Secca della Formica (foto Riccardo Cingillo)

In Sicilia, positivo di sicuro l’aumento del numero dei pesci che sono tornati sotto costa – hanno sottolineato i biologi – e straordinaria la registrazione dei suoni, effettuata dagli idrofoni posizionati nei fondali in un mare in perfetto silenzio. Aragoste, particolarmente nei fondali siciliani, corvine, cernie e saraghi hanno fatto ascoltare i loro suoni, la loro voce. Grave invece, il ritrovamento di una rete di circa 50 metri nuova, che i sub hanno trovato incastrata sulla Secca della Formica, ad un miglio dalla marineria di Porticello, a Santa Flavia, un vero santuario per i subacquei con grotte ed anfratti che ospitano un grandissima varietà di vita marina. Il 15 giugno è già prevista una missione di Marevivo Sicilia che, con l’ausilio della polizia di Stato, andrà a rimuoverla per liberare il fondale coralligeno che in quella zona risulta essere interdetto all’ancoraggio ed alla pesca, dunque protetto.

Sub nel corso del monitoraggio (foto Riccardo Cingillo)

I siti d’immersione documentati in Sicilia nell’ambito della campagna Marevivo, sono stati: la secca della Formica, Isola delle Femmine e Capo Gallo e Capo Milazzo. Adesso filmati e dati raccolti saranno analizzati e confrontati con immagini delle stesse aree dell’anno scorso, da un team di biologi marini ed esperti di bio-acustica, per rilevare la presenza di eventuali specie poco conosciute.

L’idrofono calato nei fondali (foto Riccardo Cingillo)

Ha spiegato Riccardo Cingillo, cineoperatore sub, che ha effettuato le immersioni: ”A nove miglia dal porto di Palermo, ci siamo tuffati in acqua ed abbiamo istallato l’idrofono del laboratorio di Bioacustica del Cnr di Capo Granitola per cominciare a registrare l’audio subacqueo, ma il silenzio del mare è durato solo sino a fine maggio. L’assenza di disturbo da parte delle barche e dell’uomo ha consentito ai pesci di riappropriarsi del loro mare, e di farci ascoltare i suoni emessi, le pareti sono apparse colorate piene di gorgonie rosse, gialle, spugne, posidonia. Continuando l’immersione tra pareti e anfratti sono rimasto basito dalla quantità di aragoste che ho incontrato, il mare ha ripreso a vivere anche sotto costa a basse profondità, un segnale di cui l’uomo dovrà tener conto”.

Pedalare sulle Madonie, itinerari in bici nel Parco

Il massiccio montuoso offre molte soluzioni per una vacanza sportiva in mezzo alla natura, da sentieri pianeggianti e accessibili a percorsi più impegnativi

di Maria Laura Crescimanno

Potrebbe essere l’estate post covid quella in cui, come già avviene da anni in Trentino ed in Toscana, scopriremo la bellezza di una vacanza sportiva nella natura, e sceglieremo di andare in bicicletta. Su sterrati fuoripista, con o senza una guida, in piccoli gruppi, su terreni pianeggianti e collinari, ma sempre in mezzo a scenari montani e collinari di immensa bellezza. Il territorio delle Madonie, con la sua straordinaria varietà, formazioni geologiche e carsiche, boschi e vallate, offre moltissime soluzioni, dai percorsi di montagna in zona A del Parco, a Piano Battaglia, con itinerari attorno al monte Mufara, oppure i sentieri più dolci che si dipartono da Collesano, Caltavuturo, e dai piccoli borghi sui diversi versanti, come quello di Pollina e San Mauro Castelverde.

Il rifugio di Valle Giumenta (foto Sandro Maniscalco)

Per evitare la fatica eccessiva, i meno allenati sceglieranno le bici a pedalata assistita, oppure semplicemente pedaleremo negli orari meno centrali della giornata. Un’offerta di natura slow, da integrare con la gastronomia locale e la visita ai molti borghi storici, che piacerebbe anche agli stranieri. La Sicilia, con i suoi paesaggi tra mare e monti, è infatti l’ideale per il suo clima, sino all’autunno inoltrato, quando il centro Europa è già avvolto dalla nebbia e dal freddo.

Panorama sul Carbonara e la Quacella (foto Sandro Maniscalco)

“Nel 2015 – racconta Alessandro Ficile di Sosvima, l’agenzia per il territorio madonita – abbiamo avviato due progetti su scala regionale per lanciare le vacanze in mountain bike nel Parco. Sulle Madonie sono nati due ampi percorsi, il primo che segue la Via Francigena da Caccamo a Gangi, il secondo, sul Sentiero Italia, che tocca le aree naturali e circa 10 comuni del Parco”. Grazie al progetto, quindici bici a pedalata assistita, sono oggi a disposizione dei turisti che possono affittarle richiedendo una guida naturalistica come accompagnatore partendo da alcuni punti strategici: Petralia Sottana ed il Parco Avventura, oppure a Caltavuturo, dove opera l’associazione Identità Madonita di Tommaso Muscarella, guida esperta di bici ed arrampicata, e a Piano Battaglia, nel centro di educazione ambientale Il Grifone.

Panorama su Caltavuturo

“Per gli amanti di mountain bike, i più allenati ai dislivelli montani, ma anche per gruppetti familiari con ragazzini dai dieci anni in sù – spiega la guida Giovanni Nicolosi dell’associazione Madonie a passo lento – proponiamo escursioni di media difficoltà in zona di Parco, come l’anello tra i boschi secolari del piano Cervi, oppure i sentieri di Serra Daino, tra ulivi e frassini attorno alle alture di Pollina, a poca distanza dalle gole di Tiberio, su percorsi puliti dalle guardie forestali. Siamo organizzati per portare i turisti in sicurezza, far trovare le bici sul punto di ritrovo: finalmente il turismo nella natura sta diventando una realtà concreta anche nei nostri territori”.

(La prima foto grande in alto è di Sandro Maniscalco)

Sub e turismo, stagione al collasso per i diving siciliani

Gli operatori del settore sono in attesa di ripartire in vista dell’estate. Hanno chiesto alla Regione chiarimenti su come operare in sicurezza e aiuti economici

di Maria Laura Crescimanno

La subacquea ricreativa è uno sport per piccoli gruppi di nicchia che anche in Sicilia, negli ultimi anni, aveva registrato notevoli incrementi con l’arrivo dei turisti stranieri. Alla base di questo successo, l’unicità del brand legato al mare siciliano, ma anche l’ottimo stato di conservazione dei fondali marini nelle aree protette dell’Isola, molte delle quali ricadono negli arcipelaghi delle Egadi, Pelagie, Ustica e Pantelleria, dove al subacqueo sono assicurati gli scenari sottomarini più integri del Mediterraneo. Investimenti, ampliamenti, promozione nelle borse e fiere di settore all’estero, avevano di recente attratto un nuovo segmento di incoming, quello dei subacquei non solo italiani, ma anche stranieri dal centro e nord Europa, che con le famiglie al seguito, avevano garantito il difficile traguardo dei sei mesi di apertura stagionale.

Sub durante un’immersione (foto Andreas Schau, Pixabay)

Un comparto, il diving siciliano, che non è rappresentato da un’associazione di categoria, né tantomeno mappato nella sua crescente attività legata ad un indotto tecnico, che conta forse più di un centinaio di imprese regolarizzate secondo alcuni portali web nazionali, e che ai tempi del coronavirus, sta rischiando di perdere l’intera stagione. Nell’elenco regionale dei centri d’immersione e delle scuole di sub, aggiornato al 2018, i centri censiti e autorizzati erano 72, ma nel frattempo i numeri potrebbero essere cambiati.

Uno scorcio di Ustica (foto Maria Laura Crescimanno)

“Adesso – spiega Tatiana Geloso che gestisce uno dei maggiori diving di Ustica – viene fuori un problema irrisolto che la categoria italiana dei diving riuniti da gruppi Facebook discute in questi giorni, cioè l’assenza di una precisa collocazione d’impresa, al momento a cavallo tra il turismo e l’attività sportiva, che non dispone in questo momento di un codice ateco di riferimento. Di fatto per lo stato siamo assenti”. Per scongiurare lo scenario di un’intera stagione turistica in gravi perdite, molti diving siciliani tra medi e grandi, adesso chiedono alla Regione di sapere come riuscire a recuperare questa stagione che, per gran parte degli operatori è già compromessa. In una lettera controfirmata già da 48 diving, indirizzata all’assessore regionale al Turismo, Manlio Messina, molte delle imprese di diving chiederanno presto di conoscere le linee guida sulla sicurezza, almeno in generale, e quali supporti economici immediati potranno essere destinati alle famiglie impegnate nel settore della subacquea con guide, dive master e altre figure professionali, e dell’indotto che ruota attorno per garantire sicurezza e assistenza al turista.

La spiaggia di San Vito Lo Capo

Tre sono i quesiti principali – spiega Roberto Fermo, titolare di un diving center a San Vito Lo Capo, che normalmente è già attivo da aprile – “quando sarà previsto l’inizio attività per il settore e la riapertura della navigazione? E a quali normative dovrà fare riferimento la subacquea siciliana per operare in piena sicurezza, rispetto ai protocolli che si stanno mettendo a punto? Al centro c’è la questione dei voucher emessi dalla Regione, che i diving ad oggi non sanno se comprenderanno anche i pacchetti di subacquea, una possibilità concreta per dare respiro alle aziende più piccole, che magari non riusciranno a trovare le condizioni per riaprire, troppo stringenti e costose”.

Sub esplora i fondali (foto Joakant, Pixabay)

Una videoconferenza con l’assessore al Turismo è comunque attesa da un giorno all’altro, per dare le prime risposte ed approfondire la questione dei sostegni economici. Conclude Tatiana Geloso: “Siamo nella confusione più totale. La nostra clientela abituale non è fatta da siciliani, semmai da italiani affezionati della vacanza sub in Sicilia, e ormai sempre più da stranieri. Il Covid ci sta mettendo in ginocchio non tanto per gli altri standard di sicurezza, che già questa disciplina a livello internazionale prevede con precisi protocolli, quanto per l’impossibilità di prevedere almeno gli ultimi mesi della stagione estiva”.

Le Vie dei Tesori News

Send this to a friend