Un faro di Ustica diventerà resort e museo del mare

L’edificio di Punta Omo Morto riqualificato ospiterà una struttura ricettiva. Spazio anche alla riapertura del parco Ailanto dopo anni di abbandono

di Maria Laura Crescimanno

La piccola Ustica non è solo un concentrato di paesaggi marini mozzafiato, ma anche espressione di un patrimonio storico e culturale mediterraneo di inestimabile valore e bellezza. Un’isola vulcanica, dal cuore agricolo, dove è in corso da anni un puntuale recupero da parte degli abitanti, della terra e delle colture autoctone, dalla lenticchia locale, agli ortaggi, dal grano al vino. Tutta la costa, palmo a palmo, racconta la storia geologica e preistorica dell’isola, al centro del Mediterraneo sin dalle antiche rotte dell’ossidiana, ed è oggetto di attenzione e interventi di recupero. A partire dalla bonifica della plastica sulle spiagge della riserva, curata quest’anno dai volontari del Wwf Sicilia Nord occidentale. Tema di drammatica attualità, di cui si parlerà su Linea Blu in onda su Rai Uno il 10 agosto.

Il parco Ailanto in via di riqualificazione

Ma l’isola aspetta ormai a giorni la riapertura del parco Ailanto, grande spazio verde suburbano sotto la Falconiera, caduto in stato di abbandono dopo anni di chiusura, che si estende a strapiombo sul blu con vista sul faraglione. Aprirà al pubblico a fine luglio, ritornando ad essere il magico luogo di ritrovo per il tramonto, dopo un’inverno di intensi lavori per riqualificare il verde ed i sentieri. L’Ailanto Natural Park, tra piante tropicali e mediterranee di rara bellezza e dimensione, offrirà in chiave ecosostenibile riparo, buon cibo, musica ed eventi dal mattino alla notte inoltrata.

Il faro di Punta Omo Morto

Anche la Punta dell’Omo Morto, il costone roccioso che si alza oltre il verde del parco, quasi ad incorniciarlo con la sagoma squadrata del faro omonimo, è destinato a cambiare la sua storia. Il faro nei prossimi anni ospiterà un eco-resort con un piccolo museo del mare al suo interno. L’idea è della Sabir Immobiliare di Palermo, concessionaria già del faro di punta Spalmatore, che ha realizzato il progetto di ricettività alberghiera, in concessione per 19 anni, firmato dallo studio Vajana e partners, aggiudicandosi il bando pubblico del 2018 Valore Paese.

Veduta dal parco Ailanto

Gestito ancora dal farista Giuseppe De Luca che andrà in pensione tra qualche anno, il faro come si legge dal progetto denominato “Marina”, si aprirà ad una nuova accoglienza esperienziale, offrendo una vacanza per novelli faristi. Nelle strutture da riqualificare, verrà realizzato un boutique hotel con sei suite con vista. In pratica, gli ospiti dell’eco-resort, che troveranno alloggio nei corpi attigui alla torre ottagonale con la lanterna, rivivranno e scopriranno l’emozione della vita in un faro, inteso come casa e con esso i ricordi e le narrazioni di un’epopea significativa non solo per la storia isolana, ma anche per quella della navigazione in generale.

Saranno restaurate e visitabili la stanza del marconista, la galleria del faro e sarà creato un piccolo museo che consentirà, attraverso momenti di incontro con la comunità locale, di ripercorrere l’epopea del mestiere di farista. Come l’affascinante vita di Vincenzo Di Bartolo, capitano di lungo corso usticese, che doppiò Capo Horn, giunse a Sumatra, e finì i suoi giorni in solitudine ritirandosi sulla sua isola.

Hai letto questi articoli?

I libri del mare donati a Ustica nel segno di Tusa

Nell’isola nascerà una biblioteca intitolata all’archeologo e assessore scomparso. La famiglia regalerà l’ultimo volume dedicato alla battaglia delle Egadi

di Maria Laura Crescimanno

Nascerà nella piccola isola di Ustica, mitica meta subacquea del Mediterraneo, una libreria-biblioteca specializzata su temi legati al mare, e sarà intitolata all’archeologo e assessore Sebastiano Tusa, scomparso lo scorso marzo nel disastro aereo in Etiopia. Sono già settanta i testi donati nel corso di una cerimonia organizzata in chiusura della 60esima Rassegna internazionale delle attività subacquee.

Sebastiano Tusa

Una decina dei saggi più recenti sui temi cari a Tusa, la storia della navigazione dei popoli del Mediterraneo, sono già disponibili, insieme a volumi fotografici sulle meraviglie dei fondali di tutto il mondo, ma anche saggi di carattere scientifico, archeologico, subacqueo, medico a firma delle personalità che negli anni hanno frequentato l’isola, scoprendo la bellezza dei suoi fondali.

Al centro Valeria Patrizia Li Vigni durante l’incontro

“Presto – ha spiegato Valeria Patrizia Li Vigni, direttore del Museo Riso di Palermo e moglie di Sebastiano Tusa, presente alla rassegna – donerò all’isola anche l’ultima fatica di mio marito, la storia della battaglia delle Egadi, un volume scientifico edito in inglese da un editore tedesco. Sebastiano, che era anche presidente dell’Accademia Internazionale delle Scienze Subacquee, era molto legato a quest’isola”.

Alcuni dei volumi donati

Momenti commoventi nel ricordare il grande lavoro svolto con tenacia e passione da Tusa come archeologo di terra e di mare sull’isola, dove di recente aveva realizzato il museo archeologico, oltre al primo itinerario subacqueo di punta Gavazzi. “C’è ancora molto lavoro di scavo da fare, secondo gli studi di Tusa – ha spiegato il giornalista Franco Foresta Martin, direttore del Laboratorio Museo di Scienze della Terra Isola di Ustica – . Bisogna continuare il lavoro di Tusa, che voleva portare alla luce anche il villaggio bizantino nei pressi di punta Spalmatore”.

Il centro di accoglienza dell’Area marina protetta di Ustica

Sull’isola restano oggi chiuse le due torri museo di epoca borbonica, quella di Santa Maria, che aveva molti anni fa ospitato attrezzature subacquee, reperti e libri sulla storia della subacquea, oggi custoditi dalla Capitaneria di porto, e quella di Punta Spalmatore, che doveva essere destinata all’ attività dell’Area marina protetta, cui manca, ad oggi, la nomina del direttore.

Intanto, si darà vita alla libreria dedicata a Tusa. L’iniziativa, nata dalla collaborazione tra i Tridenti d’Oro, i premi nobel del mare ogni anno assegnati nell’isola, la libreria internazionale “Il Mare” di Roma ed il Centro Studi e Documentazione di Ustica, è soltanto all’inizio, ed è rivolta alla comunità che frequenta l’isola, ma sopratutto agli usticesi, che potranno consultare i volumi previa richiesta e mail al centro studi, gestito da volontari, che ha svolto negli anni un ruolo importante per la cultura e la ricerca storica, creando un archivio da anni consultabile, moste e varie attività, ed ora aspetta una sede definitiva adeguata.

Hai letto questi articoli?

L’Orto botanico di Palermo diventa plastic free

Un gruppo di giovani studenti ha stilato il regolamento, razionalizzato le zone di raccolta per la differenziata e definito tre punti di distribuzione di acqua potabile. Inoltre vigileranno sulla corretta gestione dei rifiuti

di Maria Laura Crescimanno

L’Orto botanico di Palermo non poteva tingersi di verde più di così. Da oggi è infatti la prima struttura cittadina “plastic free”, non solo a parole, ma nei fatti, in base ad un preciso regolamento scritto che viene consegnato in due lingue ai visitatori, che da oggi in avanti sono tenuti a rispettare nel giardino una rigorosa raccolta differenziata. Già questa è una buona notizia.

I volontari del servizio civile

La seconda è che lo si deve ad un laborioso gruppo di nove giovani studenti che svolgono per l’ateneo palermitano il servizio civile e che già da tempo lavoravano all’idea di un orto libero da plastica e rifiuti inquinanti. “Un team creativo e motivato che ha risposto al bando ValorizziAmo indetto dall’Università per avviare il servizio civile”, spiega il direttore del Simua, il Sistema museale dell’Università di Palermo, Paolo Inglese, in apertura del convegno di questa mattina che ufficialmente mette al bando qualsiasi utilizzo di plastica monouso nel giardino botanico. Coordinati da Chiara Siddiolo, i ragazzi oltre ad aver organizzato la giornata di evento dalle 10 alle 17.30, hanno disegnato il logo, realizzato grafica, stilato il regolamento, razionalizzato i punti di raccolta per la differenziata e definito tre punti di distribuzione di acqua potabile. Si impegneranno, inoltre, ad effettuare controlli tra i visitatori affinché non circolino più sacchetti, bottigliette  e bicchieri, ma soltanto materiali riciclabili, bioplastica e cartone biodegradabile. Come se non bastasse, in accordo con la direzione dell’Orto, hanno previsto la sostituzione dei vasi di plastica con quelli di terracotta.

Cestini per la differenziata all’Orto botanico

Il servizio civile ha una forte implicazione etica, spiegano. Si tratta di un periodo di lavoro di un anno, non rinnovabile e retribuito, basato su progettualità concrete nel sociale, per la cultura e l’ambiente, e si può svolgere a due passi da casa. Un altro vantaggio, è che si può cumulare con il curriculum universitario grazie ai crediti formativi, oltre ad offrire un’esperienza pratica in continuità con il corso di studi seguiti. La giornata di convegno in sala Lanza è stata arricchita anche da un incontro tematico a cura del Wwf Sicilia Nord Occidentale che ha approfondito il tema “Un mondo di plastica”,  poi un’esposizione ed il contest fotografico nella casa del Papiro, e nel pomeriggio un seminario del biologo marino Renato Chemello.

Un momento dell’incontro all’Orto botanico

“Presto avremo in giro per l’ateneo le borracce in alluminio personalizzate, e altre iniziative per meglio differenziare i rifiuti che partono dagli studenti – ha dichiarato il rettore Fabrizio Micari, presente all’incontro di oggi – . La sensibilità alle tematiche ambientali da parte dei nostri ragazzi è forte, hanno capito bene che il mondo di oggi è quello che lasceranno ai loro figli. Ben venga una forte campagna mediatica ampia e coinvolgente”.

“Entro fine giugno – ha aggiunto il presidente della Rap, Giuseppe Norata – daremo alla cittadella universitaria una speciale macchina che distribuirà acqua potabile a chi conferisce plastica. Si producono troppi rifiuti, un chilo e 600 pro capite in città sono davvero eccessivi”.

Hai letto questi articoli?

Una micro libreria d’arte nel centro storico di Palermo

Nuova avventura culturale di Piero Onorato. Uno spazio di 30 metri quadrati davanti a piazza Pretoria, con quattromila titoli, un’area dedicata a piccole mostre e un mini salotto d’epoca

di Maria Laura Crescimanno

Piero Onorato il libraio lo ha fatto per tutta la sua vita, sin dal 1969. Un mestiere controcorrente nell’era di internet, che lo ha reso noto in città, per la sua tenacia e per l’amore sconfinato per i libri e per la carta che diventa arte.

Piero Onorato

Adesso, e gli anni non sembrano aver spento il suo entusiasmo, è pronto per una nuova avventura: La Stanza di Carta, che apre i battenti il 31 maggio, alle 10, nel cuore del centro storico di fronte a piazza Pretoria. Ospiterà in 30 metri quadrati, quattromila titoli, ma non sarà soltanto una libreria per incontri tra cultori di generi vari, dalla letteratura, al fumetto, alla fotografia, ma ospiterà anche micro opere d’arte: incisioni, miniature di carta di artisti siciliani, ceramiche. In questo spazio minimo, ci si potrà persino sedere a fare due chiacchiere con lui per i consigli di lettura e prendere un caffè.

Nella nuova Stanza i libri, inutile dirlo, tappezzano completamente le pareti dello spazio che si sviluppa in altezza con un soppalco, dove è stato ricavato un mini salotto d’epoca. Si intravedono alcune nicchie, che attirano subito la curiosità di chi entra. Sono dedicate a temi speciali, come l’eros, la fotografia e la storia delle civiltà.

La Stanza di Carta

“Ho visto molte librerie in città aprire e chiudere i battenti. Il mestiere del libraio – spiega Onorato – significa lavoro di ricerca. La mia Stanza di Carta sarà una libreria di modernariato, cioè dedicata alla cultura del ‘900 in massima parte, con pochi titoli antichi. Da dove vengono i libri e le piccole opere d’arte che propongo? I libri li cerco e li raccolgo personalmente nelle biblioteche private e nelle case quando sono ancora in ottime condizioni. Il 25 per cento saranno libri usati, il resto segue alcuni filoni precisi: l’angolo dedicato all’editore palermitano Sellerio, con la grande vetrina esterna, un altro dedicato all’editore Henry Bayle, che pubblica miniature e piccoli libri di pregio estetico, ed infine un angolo in lingua che racconta la Sicilia ai turisti, ma anche ai molti studenti che vivono nel centro storico. Perché i giovani possano ritrovare l’immenso piacere di sfogliare, leggere e conservare un libro”.

Hai letto questi articoli?

La mattanza di Favignana secondo lo storico tonnaroto

Clemente Ventrone, ex vice rais, racconta i segreti della pesca del tonno, quando le reti sono tornate a calare nell’isola più grande delle Egadi

di Maria Laura Crescimanno

Alle 8 del mattino un’insolita calma di fine maggio aleggia nella piazzetta Europa di fronte al municipio di Favignana, la più grande delle isole Egadi, sede dell’Area marina protetta. L’ultima tonnara è stata calata proprio in queste settimane dall’azienda trapanese Nino Castiglione nel canale di mare tra Favignana e Levanzo, grazie ad un ampliamento della quota tonno andata indivisa a Sicilia e Sardegna, assegnata dalla direzione generale per la Pesca Marittima del Ministero per il sistema delle tonnare fisse. Diritto che l’isola di Favignana aveva perso dal 2017.

I tonnaroti di Favignana

L’antico sistema di tunnel e reti, che sembrava relegato all’esposizione museale, inizia ad attirare i primi grossi tonni. Solo un paio sino ad ora, tra i 70 e gli 80 chili, sono già stati venduti nelle pescherie dell’isola, per la gioia dei primi turisti, come ci conferma lo stesso Castiglione. Ma sulla possibile mattanza di giugno tra i pescatori c’è molto scetticismo. Potrebbe come da tradizione avvenire entro la seconda settimana di giugno all’ordine del rais Salvatore Spadaro, oppure potrebbe, per diversa decisione imprenditoriale non avvenire affatto. Un bagno di sangue, in cui i tonni già stremati nella camera della morte sono stati per secoli arpionati a morte dai tonnaroti, un rituale che potrebbe non essere più gradito perfino ai turisti sull’isola.

Clemente Ventrone, ex vice rais, 74 anni, di mattanze ne ha fatte più di quaranta. È sempre lì, tra il porto e la camparìa, dove si lavora alle reti, pronto a raccontare sotto la coltre dei suoi capelli bianchi, ritornando ai bei tempi delle grandi mattanze perdute degli anni ’80. Mentre il film documentario sulla sua vita romanzata, sconvolta dalla presenza di un cadavere di extracomunitario tirato su nelle reti, “Rosso” (regia del giovane trapanese Antonio Messana) è stato selezionato per la Cinefoundation del festival di Cannes. Segno che i tempi sono davvero cambiati.

Clemente Ventrone

Clemente, pensi che la mattanza si rifarà? E ti pare il caso, oggi nel 2019 di fronte ai gravi problemi che affliggono il Mediterraneo?

“Stiamo vivendo in questi giorni sull’isola una questione davvero critica. Un imprenditore che decide di riportare in mare un sistema di pesca antico di millenni, senza avere nessuna sicurezza sul ritorno economico d’impresa. In queste settimane, sono coinvolte in mare almeno cinque grosse barche tra vascelli, muciare e barche a guadare, in tutto sono forse al lavoro 40 tonnaroti. Dall’altro lato, gli ambientalisti si sono già espressi contro l’ipotesi di fare mattanza, oggi non si vogliono più vedere né sangue né arpioni, ma si dimentica che il tonno rosso di mattanza delle Egadi è stato nei secoli considerato il numero uno perché era già naturalmente dissanguato. I grossi tonni da 200, 300 chili, che arrivavano già stremati nella camera della morte, andavano arpionati, solo così la carne era perfettamente commestibile. I tonni più piccoli da 30 o 40 chili, a discrezione del rais, si lasciavano uscire dalle reti, perché la tonnara fissa era realmente una forma di pesca in equilibrio con la natura”.

Ma il tonno, che ha creato la civiltà marinara del Mediterraneo sin dalla comparsa dell’uomo, c’è ancora abbondante nei nostri mari?

Tonnaroti si preparano alla pesca

Forse sarebbe meglio raccontarne la storia ai turisti o nei musei e combattere con più risorse la pesca illegale?

“Non si può escludere che questa operazione richiami l’attenzione e gli interessi dei giapponesi che preferiscono il nostro tonno rosso e vengono a pescarselo. Il tonno nei nostri mari c’è, e resta il migliore, anche se corre grossi pericoli. Intanto ai turisti raccontiamo le epoche passate, quando in tonnara entravano tremila tonni in due mesi, ed insegniamo come gustarlo al meglio: lavato in acqua per mezz’ora, scottato in padella e condito con un salmoriglio di erbe fresche e sale di salina”.

Hai letto questi articoli?

Alice attonita, dal Vesuvio alle Eolie

Loredana Salzano, designer di origine campana, ha creato un personaggio stilizzato che campeggia a Palermo, a Palazzo Trigona, e che sarà anche al Fuorisalone di Milano. I suoi manufatti contribuiranno a finanziare campagne di salvaguardia del mare

di Maria Laura Crescimanno

Alice guarda attonita il mondo intorno a sé. Non è un ritornello sulla falsa riga di Francesco De Gregori, ma un messaggio mediatico che ha lo scopo di farci fermare e riflettere sul nostro modo di stare al mondo. Perché il mondo che abbiamo costruito, ed il nostro modo di vivere a discapito del pianeta e del mare, va ripensato con urgenza. Alice è tra le prime creazioni di Loredana Salzano, 43 anni, napoletana ma liparota di adozione, designer ed artista di ispirazione vulcanica: un pesce povero che si adatta alle forme ed agli spazi, linee semplici che sembrano tracciate dalla mano di un bambino, occhio sgranato, tratto primitivo e colori che riportano alla creta dal rosso al nero, oppure al blu profondo del mare.

Declinata in molte possibili soluzioni decorative, con grande spazio sui social, “Alice attonita” al momento ricopre le pareti degli spazi di palazzo Trigona nel cuore del centro storico di Palermo. Qui si trovano in mostra i suoi crateri contemporanei, vasi stilizzati in forma di vulcani ispirati alle sette isole Eolie, esposti per Manifesta Collateral.

L’autrice, giovane mamma, vive da quattordici anni a Lipari, dove ha installato il suo laboratorio di creta, tessuti, carta. Gli inverni sull’isola con Caterina, la sua bambina, non l’hanno affatto spaventata e nemmeno la lontananza del marito, diviso tra Roma e la Sicilia. È a contatto diretto con la natura esplosiva di forza e colori delle Eolie e dei vulcani che la creatività di Loredana si alimenta.

“Da bambina – racconta – dalla mie finestre a Napoli vedevo il Vesuvio, rimasto per me un tramite tra l’arte e la realtà, come una grande donna forte e fragile insieme, forse come me. Dopo gli studi classici ha iniziato con la scrittura, poi è esplosa la vena creativa, la pittura ed il design, legato all’attrazione per due elementi primari, il mare e i vulcani”. Il comune denominatore del suo lavoro. “Ma con Alice attonita – continua Loredana – rappresento l’umanità comune relegata nelle scatolette, come tutti noi siamo, che con la sua semplicità dovrebbe ricordarci l’importanza e la forza degli ultimi”.

I suoi nuovi personaggi, “medusa confusa”, “polpo contorto” ed altri, sono stati scelti per “Tavola all’italiana”, uno spazio concept nuovo che raccoglie l’eccellenza nell’ambito della settimana del design al Fuorisalone di Milano, e saranno in mostra ad ottobre.
L’ attività di Loredana, come un vulcano, non si ferma. È approdata a fine agosto per la prima volta alla Biennale d’arte di Filicudi che raccoglie artisti contemporanei da tutto il mondo, esponendo una barca capovolta che diventa la base del mondo, su cui poggia il peso di una civiltà omologata. L’opera è stata realizzata con Emanuele Lo Cascio.

Adesso, l’associazione internazionale ambientalista “Sea Shepherd” le ha chiesto di realizzare dei gadget da vendere per una raccolta fondi a sostegno di campagne di salvaguardia del mare. Il mare blu delle Eolie e del Mediterraneo che Loredana – Alice cerca, nel suo piccolo, di poter salvare con il contributo della sua semplice arte. Attonita ma piena di energia.

Loredana Salzano, designer di origine campana, ha creato un personaggio stilizzato che campeggia a Palermo, a Palazzo Trigona, e che sarà anche al Fuorisalone di Milano. I suoi manufatti contribuiranno a finanziare campagne di salvaguardia del mare

di Maria Laura Crescimanno

Alice guarda attonita il mondo intorno a sé. Non è un ritornello sulla falsa riga di Francesco De Gregori, ma un messaggio mediatico che ha lo scopo di farci fermare e riflettere sul nostro modo di stare al mondo. Perché il mondo che abbiamo costruito, ed il nostro modo di vivere a discapito del pianeta e del mare, va ripensato con urgenza. Alice è tra le prime creazioni di Loredana Salzano, 43 anni, napoletana ma liparota di adozione, designer ed artista di ispirazione vulcanica: un pesce povero che si adatta alle forme ed agli spazi, linee semplici che sembrano tracciate dalla mano di un bambino, occhio sgranato, tratto primitivo e colori che riportano alla creta dal rosso al nero, oppure al blu profondo del mare.

Declinata in molte possibili soluzioni decorative, con grande spazio sui social, “Alice attonita” al momento ricopre le pareti degli spazi di palazzo Trigona nel cuore del centro storico di Palermo. Qui si trovano in mostra i suoi crateri contemporanei, vasi stilizzati in forma di vulcani ispirati alle sette isole Eolie, esposti per Manifesta Collateral.

L’autrice, giovane mamma, vive da quattordici anni a Lipari, dove ha installato il suo laboratorio di creta, tessuti, carta. Gli inverni sull’isola con Caterina, la sua bambina, non l’hanno affatto spaventata e nemmeno la lontananza del marito, diviso tra Roma e la Sicilia. È a contatto diretto con la natura esplosiva di forza e colori delle Eolie e dei vulcani che la creatività di Loredana si alimenta.

“Da bambina – racconta – dalla mie finestre a Napoli vedevo il Vesuvio, rimasto per me un tramite tra l’arte e la realtà, come una grande donna forte e fragile insieme, forse come me. Dopo gli studi classici ha iniziato con la scrittura, poi è esplosa la vena creativa, la pittura ed il design, legato all’attrazione per due elementi primari, il mare e i vulcani”. Il comune denominatore del suo lavoro. “Ma con Alice attonita – continua Loredana – rappresento l’umanità comune relegata nelle scatolette, come tutti noi siamo, che con la sua semplicità dovrebbe ricordarci l’importanza e la forza degli ultimi”.

I suoi nuovi personaggi, “medusa confusa”, “polpo contorto” ed altri, sono stati scelti per “Tavola all’italiana”, uno spazio concept nuovo che raccoglie l’eccellenza nell’ambito della settimana del design al Fuorisalone di Milano, e saranno in mostra ad ottobre.
L’ attività di Loredana, come un vulcano, non si ferma. È approdata a fine agosto per la prima volta alla Biennale d’arte di Filicudi che raccoglie artisti contemporanei da tutto il mondo, esponendo una barca capovolta che diventa la base del mondo, su cui poggia il peso di una civiltà omologata. L’opera è stata realizzata con Emanuele Lo Cascio.

Adesso, l’associazione internazionale ambientalista “Sea Shepherd” le ha chiesto di realizzare dei gadget da vendere per una raccolta fondi a sostegno di campagne di salvaguardia del mare. Il mare blu delle Eolie e del Mediterraneo che Loredana – Alice cerca, nel suo piccolo, di poter salvare con il contributo della sua semplice arte. Attonita ma piena di energia.

Hai letto questi articoli?

Il fiume Oreto salvato dai social

Al lavoro le community per far ripartire la bonifica del corso d’acqua. A settembre una giovane associazione avvierà i trekking lungo il suo percorso. Crescono intanto i clic per scalare la classifica del Fai nell’ambito del concorso nazionale “I luoghi del Cuore”

di Maria Laura Crescimanno

Forse, a realizzare il sogno perduto del parco urbano sul fiume Oreto, potrebbe essere la tenacia di una community di giovani palermitani armati di smartphone ed attivi sui social. Un piccolo esercito che conta già oltre un migliaio di volontari riuniti nel comitato “Salviamo l’Oreto”, che ha lanciato sul web l’hashtag #nostroreto, con l’obiettivo concreto di raccogliere voti per il concorso biennale nazionale “I luoghi del Cuore” promosso dal Fai, il Fondo italiano per l’ambiente.

Bersaglio quasi del tutto centrato. Grazie ai clic, il fiume Oreto potrebbe rientrare tra i primi tre posti in classifica nazionale, già primo nella sezione dedicata ai corsi d’acqua. Il vincitore si aggiudicherebbe 50 mila euro per avviare i lavori, assieme alla visibilità sui media nazionali.

Quella del recupero del fiume dimenticato perfino dai palermitani, che scorre per circa venti chilometri nella Conca d’Oro, e sfocia sul litorale di Sant’Erasmo, dopo aver attraversato le campagne di altri due comuni, Monreale e Altofonte, è una delle grandi scommesse perse in passato dalle amministrazioni comunali. Esempio di paralisi nel recupero ambientale della periferia schiacciata dal cemento. Anche se, nell’ultimo Piano regolatore del 2006, il bacino dell’Oreto era già destinato a diventare un’area protetta.

L’ecologo palermitano Silvano Riggio, che ha seguito le vicende del fiume dei palermitani negli ultimi cinquant’anni, sull’ipotesi di bonifica del corso fluviale, non sembra per niente ottimista: “Ormai, dopo gli anni della cementificazione dell’alveo del fiume e dell’abusivismo edilizio nella valle, la situazione ambientale di degrado è davvero molto grave, gli scarichi fognari, i frantoi e i pesticidi che vi si riversano, hanno alterato la vegetazione spontanea di canne e salici, che non riesce a funzionare più come depurazione e filtraggio naturale. Ci vorrebbe un progetto d’ingegneria ambientale illuminato, basato sulla green economy, cioè sul ritorno all’agricoltura nei terrazzamenti, che un tempo dava alla città frutta ed ortaggi di speciale pregio. Troppo cemento è stato gettato alla foce, adesso il regime delle acque è veramente compromesso”.

Frattanto, il fiume dei palermitani in questi ultimi anni di silenzio è diventato sempre più “una cloaca” a cielo aperto. Così la definisce il blogger e videomaker palermitano Igor D’India che dal 2012 ha esplorato il fiume da mare a monte almeno due volte, denunciando con i suoi video molto cliccati su canali online, lo stato di degrado ambientale tra plastica, scarichi e altri rifiuti ingombranti. Assieme ad altri cittadini volenterosi, ha lavorato all’idea di rimettere gli attori giusti attorno ad un tavolo, per tornare, fuor di metafora, a smuovere le acque.

Primi obiettivi centrati: alcune riunioni operative la domenica mattina nella sede del museo del Mare di Sant’Erasmo. Non si è trattato solo di parole. Il risultato è stato rimettere in contatto i responsabili del degrado e far insediare un tavolo tecnico, con amministratori regionali e comunali, sindaci dei tre comuni coinvolti, Arpa, Agenzia regionale per l’Ambiente, polizia ambientale Nopa, responsabili delle associazioni ambientaliste locali, e soprattutto l’assessorato regionale competente, che da metà giugno sono di concerto al lavoro per realizzare il primo contratto di fiume, il nuovo strumento che dovrebbe consentire di utilizzare fondi europei per la bonifica ed il recupero, a fronte di un nuovo progetto condiviso che deve essere ancora realizzato.

Ma il fermento attorno al recupero dell’Oreto è solo iniziato: dopo i caldi estivi, da fine settembre partiranno alcune passeggiate alla riscoperta della sorgente. Risalire il fiume da mare a monte, dove si trovano il torrente e la fontana Lupo, non è affatto semplice, ma di sicuro sorprendente per la portata d’acqua, la fauna che lo popola, ed i paesaggi insoliti. Sulla rete, infatti, l’Oreto non mostra soltanto la sua faccia peggiore, ma anche insoliti paesaggi d’acqua, uccelli, natura ed orti che stanno via via rinascendo lungo le campagne.

Sul gruppo facebook Oreto Urban, Igor D’India, esploratore e videomaker, scriveva a fine maggio: “O adesso o mai più, non ci sono più scuse”. Sono suoi i video choc che mostrano lo stato di degrado del corso d’acqua, pronto a rigonfiarsi di pioggia in modo minaccioso in autunno, che Igor ha risalito due volte, dalla foce sino alle montagne.

A portare abitanti e giovani studenti lungo le sponde dell’Oreto, ci sta anche pensando la giovane associazione Up Palermo, con la sua presidente ventiquattrenne Beatrice Raffagnino, laureanda in disastro ambientale ed aspetti giuridici, che si è messa in testa di portare i palermitani da settembre, a faret rekking guidati lungo il fiume, attraversando fondi e campagne private.

A fine maggio si è chiusa una mostra fotografica che ha documentato gli aspetti naturalisti e paesaggistici davvero sorprendenti della zona alta del fiume. Pregi ben noti agli esperti, docenti di ecologia e di architettura, che da anni sollecitano interventi concreti per salvaguardare il sito fluviale, peraltro inserito tra i Sic, zona di interesse comunitario.

“Un conglomerato di problemi da monte a mare – spiega Beatrice Raffagnino di Up Palermo -. La cosa più urgente è ripartire dal censimento fatto a suo tempo, anche se superato, individuare gli scarichi fognari abusivi, convogliandoli al depuratore di Acqua dei Corsari. Nonostante i passaggi in zone private, con l’assenso dei residenti, stiamo tracciando un trekking possibile, per proporlo con la guida di esperti, a piccoli gruppi. Lungo l’Oreto si coltivano ancora oggi frutta, albicocche e cachi, ma anche funghi, e si cominciano a vedere i primi orti ben coltivati. Ma la plastica, i rifiuti e gli scarichi restano sotto gli occhi di tutti”.

A volere il parco urbano con forza, adesso, a distanza di vent’anni, con la forza dei loro clic, potrebbero essere i giovani abitanti dei quartieri interessati dal futuro parco fluviale di Altofonte, Maredolce, Sant’ Erasmo. Staremo a vedere.

(Foto: Giulio Giallombardo)

Al lavoro le community per far ripartire la bonifica del corso d’acqua. A settembre una giovane associazione avvierà i trekking lungo il suo percorso. Crescono intanto i clic per scalare la classifica del Fai nell’ambito del concorso nazionale “I luoghi del Cuore”

di Maria Laura Crescimanno

Forse, a realizzare il sogno perduto del parco urbano sul fiume Oreto, potrebbe essere la tenacia di una community di giovani palermitani armati di smartphone ed attivi sui social. Un piccolo esercito che conta già oltre un migliaio di volontari riuniti nel comitato “Salviamo l’Oreto”, che ha lanciato sul web l’hashtag #nostroreto, con l’obiettivo concreto di raccogliere voti per il concorso biennale nazionale “I luoghi del Cuore” promosso dal Fai, il Fondo italiano per l’ambiente.

Bersaglio quasi del tutto centrato. Grazie ai clic, il fiume Oreto potrebbe rientrare tra i primi tre posti in classifica nazionale, già primo nella sezione dedicata ai corsi d’acqua. Il vincitore si aggiudicherebbe 50 mila euro per avviare i lavori, assieme alla visibilità sui media nazionali.

Quella del recupero del fiume dimenticato perfino dai palermitani, che scorre per circa venti chilometri nella Conca d’Oro, e sfocia sul litorale di Sant’Erasmo, dopo aver attraversato le campagne di altri due comuni, Monreale e Altofonte, è una delle grandi scommesse perse in passato dalle amministrazioni comunali. Esempio di paralisi nel recupero ambientale della periferia schiacciata dal cemento. Anche se, nell’ultimo Piano regolatore del 2006, il bacino dell’Oreto era già destinato a diventare un’area protetta.

L’ecologo palermitano Silvano Riggio, che ha seguito le vicende del fiume dei palermitani negli ultimi cinquant’anni, sull’ipotesi di bonifica del corso fluviale, non sembra per niente ottimista: “Ormai, dopo gli anni della cementificazione dell’alveo del fiume e dell’abusivismo edilizio nella valle, la situazione ambientale di degrado è davvero molto grave, gli scarichi fognari, i frantoi e i pesticidi che vi si riversano, hanno alterato la vegetazione spontanea di canne e salici, che non riesce a funzionare più come depurazione e filtraggio naturale. Ci vorrebbe un progetto d’ingegneria ambientale illuminato, basato sulla green economy, cioè sul ritorno all’agricoltura nei terrazzamenti, che un tempo dava alla città frutta ed ortaggi di speciale pregio. Troppo cemento è stato gettato alla foce, adesso il regime delle acque è veramente compromesso”.

Frattanto, il fiume dei palermitani in questi ultimi anni di silenzio è diventato sempre più “una cloaca” a cielo aperto. Così la definisce il blogger e videomaker palermitano Igor D’India che dal 2012 ha esplorato il fiume da mare a monte almeno due volte, denunciando con i suoi video molto cliccati su canali online, lo stato di degrado ambientale tra plastica, scarichi e altri rifiuti ingombranti. Assieme ad altri cittadini volenterosi, ha lavorato all’idea di rimettere gli attori giusti attorno ad un tavolo, per tornare, fuor di metafora, a smuovere le acque.

Primi obiettivi centrati: alcune riunioni operative la domenica mattina nella sede del museo del Mare di Sant’Erasmo. Non si è trattato solo di parole. Il risultato è stato rimettere in contatto i responsabili del degrado e far insediare un tavolo tecnico, con amministratori regionali e comunali, sindaci dei tre comuni coinvolti, Arpa, Agenzia regionale per l’Ambiente, polizia ambientale Nopa, responsabili delle associazioni ambientaliste locali, e soprattutto l’assessorato regionale competente, che da metà giugno sono di concerto al lavoro per realizzare il primo contratto di fiume, il nuovo strumento che dovrebbe consentire di utilizzare fondi europei per la bonifica ed il recupero, a fronte di un nuovo progetto condiviso che deve essere ancora realizzato.

Ma il fermento attorno al recupero dell’Oreto è solo iniziato: dopo i caldi estivi, da fine settembre partiranno alcune passeggiate alla riscoperta della sorgente. Risalire il fiume da mare a monte, dove si trovano il torrente e la fontana Lupo, non è affatto semplice, ma di sicuro sorprendente per la portata d’acqua, la fauna che lo popola, ed i paesaggi insoliti. Sulla rete, infatti, l’Oreto non mostra soltanto la sua faccia peggiore, ma anche insoliti paesaggi d’acqua, uccelli, natura ed orti che stanno via via rinascendo lungo le campagne.

Sul gruppo facebook Oreto Urban, Igor D’India, esploratore e videomaker, scriveva a fine maggio: “O adesso o mai più, non ci sono più scuse”. Sono suoi i video choc che mostrano lo stato di degrado del corso d’acqua, pronto a rigonfiarsi di pioggia in modo minaccioso in autunno, che Igor ha risalito due volte, dalla foce sino alle montagne.

A portare abitanti e giovani studenti lungo le sponde dell’Oreto, ci sta anche pensando la giovane associazione Up Palermo, con la sua presidente ventiquattrenne Beatrice Raffagnino, laureanda in disastro ambientale ed aspetti giuridici, che si è messa in testa di portare i palermitani da settembre, a faret rekking guidati lungo il fiume, attraversando fondi e campagne private.

A fine maggio si è chiusa una mostra fotografica che ha documentato gli aspetti naturalisti e paesaggistici davvero sorprendenti della zona alta del fiume. Pregi ben noti agli esperti, docenti di ecologia e di architettura, che da anni sollecitano interventi concreti per salvaguardare il sito fluviale, peraltro inserito tra i Sic, zona di interesse comunitario.

“Un conglomerato di problemi da monte a mare – spiega Beatrice Raffagnino di Up Palermo -. La cosa più urgente è ripartire dal censimento fatto a suo tempo, anche se superato, individuare gli scarichi fognari abusivi, convogliandoli al depuratore di Acqua dei Corsari. Nonostante i passaggi in zone private, con l’assenso dei residenti, stiamo tracciando un trekking possibile, per proporlo con la guida di esperti, a piccoli gruppi. Lungo l’Oreto si coltivano ancora oggi frutta, albicocche e cachi, ma anche funghi, e si cominciano a vedere i primi orti ben coltivati. Ma la plastica, i rifiuti e gli scarichi restano sotto gli occhi di tutti”.

A volere il parco urbano con forza, adesso, a distanza di vent’anni, con la forza dei loro clic, potrebbero essere i giovani abitanti dei quartieri interessati dal futuro parco fluviale di Altofonte, Maredolce, Sant’ Erasmo. Staremo a vedere.

(Foto: Giulio Giallombardo)

Hai letto questi articoli?
Le vie dei Tesori News

Send this to a friend