Il regno delle farfalle alle pendici dell’Etna

Nel Parco Monte Serra di Viagrande, a due passi da Catania, c’è un’oasi verde di trenta ettari dove vivono centinaia rari esemplari, tra cui l’Aurora dell’Etna, a rischio di estinzione

di Livio Grasso

È un vero e proprio museo a cielo aperto, che ospita oltre cento farfalle tropicali dai colori unici e meravigliosi. Nel Parco Monte Serra di Viagrande, alle pendici dell’Etna, c’è un’oasi naturalistica di circa trenta ettari di terreno, con spazi verdi, un parco giochi e aree picnic. È la Casa delle Farfalle, uno spazio dove conoscere da vicino questi coloratissimi insetti, anche grazie a percorsi interattivi condotti da esperti del territorio.

Ingresso della Casa delle Farfalle

Chiunque si addentri nel Parco, rimane travolto dalla moltitudine di farfalle che volano liberamente nella serra. Capita pure che gran parte di esse si posino addosso ai visitatori, consentendo a ciascuno di poterne apprezzare da vicino la forma e la bellezza. Proprio qui si possono ammirare tante specie di lepidotteri, considerate tra le più affascinanti del mondo. Basti pensare, per esempio, alla Falena Cobra, alla Farfalla Civetta e alla Farfalla Foglia che si mimetizza perfettamente tra le foglie vere.

 

Insegne turistiche alla Casa delle Farfalle (foto da Facebook)

Un’altra farfallina che cattura l’interesse è l’Aurora dell’Etna. Simbolo della biodiversità del patrimonio naturale etneo, si contraddistingue per una macchia arancione sulle ali che ricorda molto il sorgere del sole. Ma a causa dei cambiamenti ambientali in cui vive, questa farfalla corre il rischio di estinguersi. Proprio per questo, già a partire dal 2007, nella Casa delle Farfalle si svolge un progetto di ricerca scientifica coordinato dall’Associazione Amici della Terra e dalla  Butterly Arc di Montegrotto Terme. Di grande supporto anche la collaborazione di Enzo Moretto, entomologo di fama internazionale che, con il supporto del Ministero dell’Ambiente e altre istituzioni scientifiche, insegue l’obiettivo di individuare le cause del decremento demografico della farfalla e impedirne la tanto temuta estinzione.

Scorcio naturalistico del Parco Monte Serra

Inoltre, questo habitat naturale è anche il posto ideale per far divertire e giocare i più piccoli. Dunque, non è solamente di un’oasi popolata da splendide falene e farfalle, ma anche di un grande parco giochi attrezzato di scivoli, altalene e casette per bimbi. All’interno della “zona divertimento” si trova pure un’area dotata di una pista artificiale per praticare tubing, attività outdoor a bordo di una ciambella che si muove sull’acqua. Non stupisce, quindi, che il Parco Monte Serra sia tra le mete predilette dalla maggior parte dei genitori, intenti a regalare ai propri figli una sana giornata a stretto contatto con la natura e il paesaggio. Quasi sempre, infatti, le guide turistiche organizzano degli interessanti tour didattici che svelano piccoli segreti e suggestive curiosità sulle farfalle e sugli insetti del sito ambientale.

In prossimità della casa si distendono diversi sentieri boschivi, facilmente percorribili e alla portata di tutti. Il più frequentato è il famoso “sentiero dei ciclamini”, particolarmente apprezzato per l’incantevole flora circostante, a conferma della bellezza di questo lembo montano.

Il misterioso Castello di Aci tra storia e leggenda

Con la sua scura mole che si staglia sulla Riviera dei Ciclopi, incastonato su un promontorio di pietra lavica, il monumento normanno è uno scrigno di racconti che si tramandano nel borgo catanese

di Livio Grasso

Luogo simbolo della Riviera dei Ciclopi, il maniero di Aci Castello custodisce segreti e misteri.  La struttura sorge su un promontorio che si è formato attraverso la risalita del magma dalle profondità marine. Ben presto quest’area divenne una strategica postazione di avvistamento sul mare. Le testimonianze storiche riferiscono che il fortilizio bizantino si sovrapponeva ad una fortificazione di epoca romana, conosciuta come “Castrum Jacis”. Intorno al 902 l’emiro arabo Ibrahim, dopo aver conquistato Taormina, avanzò verso la Riviera dei Ciclopi impossessandosi di tutto il territorio.

Castello di Aci (foto gnuckx, Wikipedia)

Nonostante le vite degli abitanti fossero state risparmiate, sappiamo che il castello e tutti i bastioni difensivi vennero rasi al suolo. Il popolo locale, infatti, consapevole di non poter opporre resistenza, si arrese ai nuovi invasori accettando di pagare la cosiddetta gizah, un tributo simile al tanto noto “pizzo”.  Si dice anche che il califfo Al Moez provvide a riedificare il bastione inserendolo in un articolato complesso di strutture difensive che avevano la funzione di prevenire eventuali incursioni nemiche.

Il Castello di Aci in una foto degli inizi del Novecento

Comunque le fonti riportano che l’attuale castello, di cui ancora oggi si possono ammirare le vestigia, risale al periodo del dominio normanno sotto Roberto il Guiscardo e Ruggero d’Altavilla. Il loro avvento sull’Isola segnò profondi mutamenti politici; sotto il loro comando non solo venne introdotto il sistema feudale in tutta la regione, ma fu anche approvata la concessione di vasti appezzamenti di terreno a vescovi e soldati. Nel 1092, non a caso, il maniero di Jaci venne affidato alla tutela di Angario da Sant’Eufemia, vescovo e abate di Catania.

Le Isole Ciclopi

Sappiamo anche che qui, sotto l’amministrazione del vescovo Maurizio di Catania, vennero restituite le sacre reliquie di Sant’Agata. A partire dal Cinquecento, invece, la fortezza fu adibita a carcere per la detenzione di prigionieri, il più delle volte torturati e uccisi. Il monumento, inoltre, è anche un covo di leggende e racconti popolari che animano la storia del borgo di Aci. Basti pensare alla vicenda del “cacciatore imprigionato”. Si racconta, infatti, che costui fu incarcerato per aver ucciso la gazza del padrone del bastione, uomo crudele e spietato. Il povero cacciatore, però, rimasto recluso per tredici anni, venne inaspettatamente scagionato grazie al gran duca di Massa, giunto alla Rocca per far visita al governatore.

Veduta laterale del Castello

L’aneddoto racconta che il prigioniero, non appena udì la voce del nuovo ospite, intonò un dolce e soave canto. Il gran duca ne rimase subito colpito e incuriosito, chiedendo al padrone di farsi condurre da lui. Dopo averlo incontrato domandò al governatore la ragione per cui era stato rinchiuso in una cella. Quest’ultimo rispose di averlo punito per l’uccisione volontaria della sua amata gazza ma il gran duca, ritenendolo un errore involontario, lo dichiarò innocente e ne ordinò la scarcerazione.

Altre testimonianze ai limiti dell’inverosimile sono state rilasciate dall’ormai deceduto custode del castello, che pare abbia intravisto in diverse stanze alcuni fantasmi di antichi guerrieri. Strani fenomeni sono stati raccontati anche da due impiegate comunali, che avrebbero affermato di aver sentito voci lamentose, catene stridenti e rumori improvvisi. Ancora oggi si crede, alla luce di quanto tramandato, che il castello sia infestato. Leggende che rendono ancor più affascinante uno dei monumenti più belli del territorio.

(Prima foto grande in alto: panuccis da Wikipedia)

La fortezza del Tocco, quando Acireale si difendeva a colpi di cannone

Nella Riserva della Timpa, sulla falesia di Santa Maria La Scala, sorge l’antico baluardo, che proteggeva la comunità acese dalle scorrerie dei turchi. Oggi è una delle attrazioni turistiche più importanti del territorio

di Livio Grasso

Alla fine del secondo tornante delle cosiddette “chiazzette”, suggestiva stradina spagnola che collega Acireale al mare Ionio, si trovano i resti della storica fortezza del Tocco. Di grande pregio naturalistico, sappiamo che, a partire dal quindicesimo secolo, questo sentiero rivestiva una funzione commerciale di prim’ordine per l’intero abitato. In quest’area, inoltre, si può ammirare una rigogliosa vegetazione arborea che rende l’aria particolarmente profumata.

La fortezza del Tocco

La fortezza, costruita interamente in pietra, è collocata sopra la Timpa di Santa Maria La Scala. Le fonti tramandano che fu edificata dall’ingegnere Camillo Camilliani, soprintendente delle fortificazioni regie della Sicilia e incaricato, tra il 1584 e il 1593, di potenziare le difese costiere dell’Isola. In quel periodo era fondamentale frenare le scorrerie rapide dei turchi, che, malgrado fossero stati sconfitti a Lepanto nel 1571, non cessavano di essere una minaccia concreta per il versante orientale della Sicilia. Il costante rischio di pericolose incursioni, quindi, determinò la realizzazione di efficienti opere di fortificazione che stroncassero varie ed eventuali invasioni.

 

Vista panoramica dalla fortezza

La postazione a ridosso della Timpa risultava strategica sia per dominare un ampio spazio di mare che per comunicare facilmente tra le varie torri dell’Isola, note anche come garitte. La Deputazione del Regno si occupava del reclutamento degli uomini da porre a presidio dell’area, scegliendo guardie ordinarie da impiegare per tutto l’anno e guardie straordinarie che operavano da aprile a novembre. Alla custodia della torre erano addetti i così chiamati “torrieri”, che avevano il compito di osservare il mare e, qualora necessario, mandare un segnale agli abitanti del luogo in caso di navi nemiche in agguato.

Acireale in un dipinto di Giacinto Platania del XVII secolo

La messa a punto di un sistema difensivo così organizzato mirava a proteggere tutta la comunità, in particolare le donne, che spesso si recavano alla sorgente d’acqua dolce di Santa Maria La Scala per occuparsi del bucato. La zona, essendo particolarmente esposta, poteva metterle in serio pericolo e farle divenire un facile bersaglio per potenziali attacchi. Proprio per tutelare la sicurezza pubblica, gli addetti alla guardia della costa erano soliti segnalare gli avvistamenti attraverso fuochi e cannonate. Proprio per questo, il bastione fu soprannominato “Tocco del cannone”.

La fortezza nella Riserva naturale della Timpa

Dai documenti custoditi nell’archivio municipale, si apprende, infatti, che nel 1592 furono spese circa 80 onze per la costruzione di un cannone adibito alla funzione di rapido e sonoro allarme in caso di pericolo imminente. Lo strumento militare rappresentò, dunque, una garanzia per la sicurezza di tutto il perimetro urbano e, per mantenerlo adeguatamente, gli storici riportano che ai cittadini fu imposto il pagamento di un dazio.

L’area della Timpa di Acireale

La struttura del bastione, articolata in due piani intercomunicanti, è suddivisa in ambienti destinati a depositi delle polveri e, al contempo, in altri vani progettati per l’alloggiamento dei guardiani e i pezzi di artiglieria. Inoltre, a partire dal 1651, il primitivo progetto edilizio di Camilliani subì delle sostanziali modifiche ad opera dell’architetto Vincenzo Tedeschi, divenendo luogo di prigionia. Dopo il devastante terremoto del 1693 la torre venne ulteriormente consolidata dall’ingegnere acese Vincenzo Geremia, chiamato anche Pucciddana, a cui si riconosce l’aggiunta di un cannoncino portatile. Nel diciannovesimo secolo, una volta cessate le esigenze difensive, il forte venne dismesso e il piccolo cannone spostato alla Pinacoteca Zelantea di Acireale.

Quella torre incastonata nella lava che si affaccia sullo Ionio

La garitta di Santa Tecla, costruita su uno scoglio, è il simbolo della borgata marinara catanese e faceva parte del sistema difensivo di epoca spagnola

di Livio Grasso

Piccolo borgo marinaro a pochi passi di Acireale, Santa Tecla sorge su una piattaforma lavica che, da un lato, si appoggia alla rigogliosa Timpa Falconiera, mentre, dall’altro, digrada verso il mar Ionio a ridosso di una scogliera di roccia vulcanica. Lungo questa fascia costiera si distende il golfo di Santa Tecla, illustrato nelle antiche mappe come “Sinus S. Theclae”. La zona, inoltre, vanta parecchi agrumeti, arbusti ed una serie di piante tipiche delle macchia mediterranea.

Santa Tecla dalla Grotta del Corvo

Già da diversi anni il paese gode di una certa vocazione turistica grazie all’allestimento di lidi, alle bontà culinarie e all’organizzazione di eventi culturali. Località dotata di paesaggi suggestivi e incantevoli zone balneari, Santa Tecla custodisce delle tracce storiche molto rilevanti che hanno lasciato un segno indelebile nella vita della borgata. Nella zona dello scalo Pennisi, infatti, si può osservare una garitta di vedetta collocata sopra uno scoglio, che, secondo le fonti documentali, risale al sedicesimo secolo.

La scogliera con la garitta

Le garitte erano costruzioni largamente diffuse sia in età medievale che in epoca moderna, il più delle volte destinate alla protezione di una sentinella militare con specifica funzione di presidio e difesa dell’area attraverso una completa visuale dell’orizzonte. Ebbero un ruolo di primo piano nel corso della dominazione spagnola in Sicilia, soprattutto quando l’isola era sottoposta alle improvvise scorribande dei saraceni. Le ricerche hanno confermato la numerosa presenza di queste torri d’avvistamento, realizzate per la messa a punto di un sistema difensivo che garantisse una copertura impenetrabile lungo tutta la fascia costiera del Regno di Sicilia.

Ad oggi se ne contano più di duecento e rappresentano un importante patrimonio storico-culturale corredato, nella maggior parte dei casi, da affascinanti leggende, cronache e aneddoti mitologici. Di solito, ci informano gli storici, queste strutture difensive erano caratterizzate da feritoie che permettevano ai balestrieri di colpire gli invasori rimanendo al riparo e, al contempo, poco esposti alle incursioni nemiche. Sappiamo, inoltre, che le varie postazioni comunicavano tra loro attraverso segnali luminosi, conosciuti anche come fani.

Timpa di Santa Tecla vista dal mare

Nel caso della torre di Santa Tecla, collocata sul noto scoglio dell’Apa, si può notare che, l’intero complesso, a pianta quadrata di tre metri per lato, è rivestito di pietrame lavico legato con malta e frammenti di tegole. Alta sei metri, la copertura in forma piramidale sfoggia una volta a vela ed una sfera di basalto decorata con quattro merli agli angoli. Si notano, inoltre, un intonaco rossastro sul tetto e due piccole finestre che si aprono sul lato settentrionale della torretta.

Vista panoramica sul mare dello scalo Pennisi

È luogo comune credere che, il 3 maggio 1582, la garitta sia stata conquistata dal pirata Luccialì con l’apporto di un’armata pari a sette galee e trecento uomini. Si dice che Luccialì, nativo della Calabria, sia stato uno stratega militare di grande ingegno e caparbietà. Gli studiosi riportano che il comandante turco fu una vera e propria piaga per i regni spagnoli, imperversando senza tregua in tutto il mar Mediterraneo. Nei fondali sottostanti l’edificio militare, inoltre, a circa venticinque metri di profondità, ci si addentra nella rinomata Grotta dei Gamberi, chiamata così per la numerosa quantità di gamberi rossi presenti al suo interno. Straordinario anche il passaggio che conduce dentro la cavità marina, popolata da murene, scorfani, aragoste e grosse cernie.

Una terrazza sullo Ionio: Villa Belvedere tra ninfe e cafè chantant

Con il suo splendido panorama che spazia dall’Etna a Taormina, è uno dei luoghi più importanti di Acireale. Custodisce sculture e tesori botanici

di Livio Grasso

È uno dei luoghi simbolo di Acireale e dalla sua terrazza si gode uno splendido panorama che spazia sul mar Ionio. Amata dagli acesi, Villa Belvedere, prende il nome proprio dalla spettacolare vista che regala dalla balconata principale: da un lato, si possono ammirare Taormina e persino la Calabria; alle spalle, invece, incombe l’Etna, mentre, in basso, la cosiddetta Timpa, promontorio lavico a ridosso della costa prevalentemente caratterizzato da una fitta vegetazione.

Timpa di Acireale

Le fonti storiche riferiscono che la villa sia stata realizzata nel 1848 ed intitolata al re Vittorio Emanuele III. Sappiamo, inoltre, che nel 1870 l’area fu notevolmente ampliata attraverso l’acquisto di alcuni terreni confinanti, trasformandola in un giardino tipicamente all’inglese. Luogo di svago e relax per tutti gli abitanti, custodisce un patrimonio artistico e botanico di grande fascino, ed è diventata una delle mete più gettonate anche dai turisti. Saltano all’occhio la fontana in marmo, proveniente dalla chiesa di San Rocco, e l’“ingrottamento lavico”, dotato di una vasca naturale che contiene dei pesci rossi.

Gruppo marmoreo di Aci e Galatea

Di grande impatto anche i due busti scultorei collocati all’ingresso del giardino pubblico, che raffigurano i volti degli illustri acesi vissuti a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Gode di particolare fascino pure il gruppo marmoreo di Aci e Galatea, tratto da un gesso conservato nella biblioteca e pinacoteca comunale Zelantea di Acireale. Oltre ad essere un’opera di grande pregio artistico, rappresenta una delle leggende più accattivanti del territorio.

L’ingresso di Villa Belvedere

La tradizione mitologica narra che Aci, giovane e avvenente pastorello, si sia invaghito perdutamente di Galatea, ricordata tra le cinquanta ninfe dei mari, conosciute anche come nereidi. Si dice, pure, che la bella nereide abbia ricambiato il suo amore suscitando l’ira del ciclope Polifemo, a sua volta innamorato e stregato dalla travolgente bellezza dell’amata. Una sera, però, al chiarore della luna, il ciclope vide Galatea baciarsi in riva al mare con Aci. Non appena la ninfa si gettò in acqua, il gigante Polifemo, divorato dalla gelosia, sollevò da terra un enorme masso di lava e lo scagliò contro il povero giovane, schiacciandolo.

Il mito prosegue con gli dei che, impietositi dal dolore di Galatea per la perdita dell’amato, trasformarono il sangue del pastorello in un fiume che nasce dall’Etna e, pian piano, sfocia nella spiaggia dove i due innamorati erano soliti incontrarsi. Gli antichi greci battezzarono questo luogo col nome di Akis, tuttora prefisso comune a tutte le nove “Aci” limitrofe.

Arena Eden

Rimangono i ruderi di quello che un tempo fu lo storico “cafè chantant” e, subito dopo, teatro Eden, edificio in stile moresco un tempo adibito alla rappresentazione di concerti e operette. Qui, nel 1905, venne inaugurata la prima proiezione cinematografica della storia di Acireale. Tuttora, durante l’estate, il complesso edilizio viene predisposto per l’allestimento del cinema all’aperto. Ad arricchire l’immenso valore monumentale della villa sono, inoltre, una gran varietà di piante ed alberi che donano solarità all’ambiente, regalando al visitatore un delizioso scenario a metà tra arte e natura.

Quell’eremo che abbraccia il mare alle pendici dell’Etna

Circondata dal verde, a un passo da Aci San Filippo, si trova la settecentesca chiesa di Sant’Anna, da cui si gode un incantevole panorama che si perde nello Ionio

di Livio Grasso

Un gioiello alle pendici dell’Etna che si affaccia sullo Ionio. A un passo da Aci San Filippo, piccola frazione di Aci Catena, si trova l’eremo di Sant’Anna. Una chiesa molto amata dai catanesi, da cui si gode un incantevole panorama che si perde nel mare. Le fonti storiche tramandano che il complesso, arroccato sul ciglio di una faglia, è stato fondato da fra’ Rosario Campione nel 1751. Immersa in una rigogliosa area verdeggiante, in passato ha dato vita anche a un’importante comunità agricola, realizzata dai frati Gioacchino Maugeri e Giovanni Battista Strano.

Chiostro con cisterna realizzata da fra’ Campione

L’interno dell’edificio religioso ospita la tomba di fra’ Rosario, finemente decorata da tre pannelli che raffigurano gli episodi più significativi della sua vita: la costruzione della cisterna per la raccolta delle acque piovane, l’apparizione della Madonna e il momento della sua morte. Le scene riportate simboleggiano la grande laboriosità del frate nel corso della vita terrena e la devozione che ha nutrito verso Dio e la Madonna. La sua lapide, fino ad oggi meta di pellegrinaggio, è custodita dentro la chiesa e può essere visitata solo tre volte l’anno. Come racconta don Enzo, rettore dell’eremo, “l’urna viene aperta al pubblico il 26 luglio, giorno della festa di Sant’Anna, l’8 novembre, anniversario della nascita di fra’ Campione e, infine, il 10 dicembre, data della sua morte”.

Ricca di decorazioni parietali è anche la navata centrale dell’edificio, abbellita dalle tele che raffigurano alcuni santi eremitici, tra cui Santa Margherita da Cortona,  San Zosimo e Santa Maria Egiziaca. Di grande pregio anche l’opera pittorica che rappresenta “Sant’Anna, la Madonna e il Bambino”, attribuita a Pietro Paolo Vasta, sebbene, alcuni studiosi d’arte, credano sia stata realizzata da Alessandro Vasta, figlio del grande artista.

Stemma episcopale in ceramica di Caltagirone

Sul pavimento si può ammirare, invece, lo stemma episcopale di monsignor Salvatore Ventimiglia, ordinato vescovo di Catania nel 1757, che finanziò l’opera di pavimentazione in ceramica di Caltagirone. Sappiamo che è rimasto poco e nulla del primo esemplare ceramico, sostituito da un altro materiale della stessa fattura intorno alla metà del Novecento. Nelle vicinanze dell’eremo, inoltre, sono state girate alcune scene di due film: “Don Giovanni in Sicilia”, diretto da Alberto Lattuada, tratto dal romanzo di Vitaliano Brancati, e “Storia di una Capinera” di Franco Zeffirelli, ispirato all’omonimo romanzo di Giovanni Verga.

La facciata dell’eremo di Sant’Anna (foto da un video di Alessio Giunta)

L’immensa distesa alberata, curata nei minimi dettagli, è una vera e propria oasi che mescola natura e sacralità. L’estensione territoriale dell’eremo è di circa 25mila metri, ciò impone un’assidua manutenzione che richiede la collaborazione di molte mani per garantirne bellezza, salubrità e decoro. Come spiega don Giuseppe D’Aquino, sacerdote che vive all’interno dell’eremo, “in questo luogo sacro è possibile trovare pace, serenità e benessere interiore. Meraviglioso rifugio di contemplazione e preghiera. Il nostro compito è preservare l’integrità di questa immensa area affinché possa sempre brillare nel suo splendore”.

(Nella prima immagine grande in alto, la chiesa ripresa dal drone. Foto da un video di Heli-lab)

Etna 1669, la grande eruzione che cambiò il volto di Catania

Nel Palazzo centrale dell’Università una mostra sull’evento catastrofico che 350 anni fa sconvolse il territorio. Esposti documenti, quadri, libri e reperti

di Livio Grasso

A 350 anni dalla devastante eruzione dell’Etna del 1669 la Regione Siciliana richiama alla memoria quell’evento catastrofico con una mostra al Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane, all’interno del Palazzo centrale dell’Università di Catania. La pianificazione di questo iter artistico-vulcanologico, curato dalla Soprintendenza ai Beni culturali di Catania, è stato anche frutto di una stretta collaborazione con il Sistema museale dell’Ateneo catanese e di un’attiva partecipazione dell’Osservatorio Etneo dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, concludendo la rassegna di eventi realizzati nel corso del 2019 per ricordare l’eruzione.

I crateri sommitali dell’Etna

L’Etna è da sempre stato uno dei simboli vitali della città, preso d’assalto da turisti e amato dai catanesi. La mostra “Etna 1669 – Storie di lava” punta l’attenzione proprio sul profondo legame che unisce la gente del posto all’imprevedibile “Muntagna” (così i catanesi chiamano l’Etna), a volte cheta e pacata, altre, invece, brutalmente distruttiva. Come ha sottolineato Stefano Branca, direttore dell’Ingv di Catania: “Per la città e l’Etna, l’eruzione del 1669 fu l’evento più importante dal punto di vista vulcanologico, ma anche storico: quell’anno viene fino ad oggi ricordato come la grande ‘ruina’”.

Frammento di aragonite

Le fonti riportano che furono distrutti dodici casali, interi paesi e grandi distese di terreni fertili, provocando gravi squilibri economici in buona parte della Sicilia orientale. Il deperimento dei campi agricoli ha innalzato vertiginosamente il livello di malnutrizione, condannando migliaia di abitanti alla povertà e alla fame. Molte furono le piantagioni di grano, vigne e frutta ad essere seppellite dall’irrefrenabile colata, che, prima di lambire il suolo catanese, ha distrutto Belpasso, Camporotondo e Misterbianco.

L’eruzione del 1669 in una stampa d’epoca

Dopo poco tempo Catania patì la stessa sorte, venendo gravemente colpita in alcune aree del perimetro urbano. I dati statistici riferiscono che circa 27mila persone persero le proprie case, rovinosamente demolite o dal peso della cenere oppure dall’inarrestabile lava. La viabilità e l’impianto urbanistico della città subirono ingenti danni, provocando un drastico mutamento della geomorfologia territoriale. Catania perse così il ruolo di città egemone e fiorente, soprattutto a causa della fuga di quasi tutti gli abitanti che provocarono una vera e propria battuta d’arresto all’assetto economico e produttivo del capoluogo etneo.

Teca con vari reperti litici

L’eruzione del 1669 ha suscitato l’interesse di esperti di molti paesi europei, divenendo argomento di primo piano e fortemente dibattuto tra gli addetti ai lavori. La mostra, dunque, è stata ideata per raccontare in modo diretto e coinvolgente le vicende che hanno caratterizzato la terribile devastazione, di cui, tuttora, rimane profonda traccia nell’immaginario collettivo catanese. Scopo della mostra è, soprattutto, illustrare la storia del fenomeno eruttivo, facendo leva su una serie di testimonianze che spiegano le ricadute sugli abitanti e sulla superficie territoriale.

Antico volume di Lazzaro Spallanzani

Ogni sala museale sfoggia un ricco ed inedito patrimonio documentale che ancora oggi è molto utile per lo studio scientifico dell’area etnea. Sono esposti, inoltre, tantissimi libri e oggetti che provengono da biblioteche, collezioni di musei e collezioni private. Il museo, articolato in più sezioni tematiche, è un meandro di reperti che spaziano dalla paleontologia alla mineralogia e dalla ceramica figurata alla petrografia. All’interno di alcune sale si possono ammirare una serie di opere pittoriche e antiche planimetrie che ricostruiscono lo strato urbanistico di tutto il versante etneo antecedente alla devastazione lavica.

Frammento di halite

L’intero allestimento è, infine, arricchito da grandi monitor che riproducono in tempo reale gli scenari paesaggistici del vulcano, il più delle volte ripreso nel corso delle potenti e spettacolari eruzioni. La mostra, a ingresso gratuito, rimarrà aperta fino al 30 ottobre.

Quei 45 “arrusi” catanesi mandati al confino nell’Italia fascista

La ricerca della fotografa Luana Rigolli è stata raccontata in un articolo sul National Geographic. Rivivono le storie di chi fu perseguitato per il proprio orientamento sessuale

di Livio Grasso

Un progetto tra documentazione fotografica e ricostruzione storica che racconta le persecuzioni di chi, durante il regime fascista, fu emarginato per il proprio orientamento sessuale. Erano gli “arrusi” catanesi, che, intorno alla fine degli anni ‘30 e gli inizi del ‘40, furono confinati nelle isole Tremiti, al largo della Puglia. La loro storia è rimasta sepolta per molto tempo, oscurando un passato che la fotografa piacentina Luana Rigolli ha contribuito a far riemergere dall’oblio con il progetto “L’isola degli arrusi”.

La mostra “L’isola degli arrusi”

Tutto nasce quando l’artista, durante una ricerca sull’architettura fascista, s’imbatte per caso in un libro intitolato “La città e l’isola”, che ripercorre le vicende storiche degli omosessuali condannati al confino. Le fonti raccontano che Catania è stata la località con il più tasso alto di arresti: ben 45 persone accusate di “pederastia passiva”. La fotografa decide di raccontare le loro storie e vola nel capoluogo etneo per fotografare tutti i luoghi del tempo frequentati dagli omosessuali, raccogliendo materiale prezioso per una precisa ricostruzione storica dei fatti.

Le sue indagini all’Archivio Centrale di Stato hanno restituito una gran mole di documenti: schede biografiche, lettere di supplica, verbali della polizia, ispezioni mediche. Inflessibile promotore della “caccia agli arrusi” fu l’allora questore Alfonso Molina. A San Domino, isola delle Tremiti, sono ancora visibili alcuni casermoni in cui venivano costretti a vivere i reclusi, in pessime condizioni igieniche e senza adeguati servizi. Nel lavoro della fotografa, inoltre, viene citata una casa agricola, gestita da un tale Vittorio Carducci, dove alcuni prigionieri lavoravano, ricevendo una misera paga in cambio di faticose attività quotidiane.

Luana Rigolli

Sono state recuperate diverse lettere di supplica scritte anche dai parenti degli arrestati che imploravano il duce perché estinguesse la pena e facesse tornare a casa i propri familiari. Luana Rigolli, durante la sua ricerca, ha raccolto molte fotografie che ritraggono non solo i volti dei confinati, ma anche oggetti utilizzati per le visite mediche e le strutture dove vivevano gli esiliati, tra cui la tenuta agricola della famiglia Carducci. “Questa ricerca – spiega la fotografa – rappresenta una profonda occasione di riflessione sulle ingiustizie che hanno caratterizzato quell’epoca storica. Spero che l’orrore di quanto accaduto sotto il regime fascista possa fungere da potente stimolo per superare questa terribile discriminazione ”.

L’articolo sul National Geographic Olanda

Il progetto, che ha fatto parte della scorsa edizione del festival Le Vie dei Tesori a Catania, è stato recentemente raccontato anche dal “National Geographic Olanda” con un articolo a firma di Bart Gielen e dal 12 luglio sarà in mostra nello spazio esterno del ristorante-caffè letterario La Galleria di Cefalù. “Sono contenta che questo articolo sia stato pubblicato proprio in questi giorni, in cui in Italia si parla del decreto Zan contro l’omotransfobia – scrive la fotografa in un post su Facebook – . Questo permetterebbe di non ricadere più in questo errore, successo in Italia solo 80 anni fa”.

La mostra “L’isola degli arrusi” è stata esposta al Tabarè di Catania, associazione culturale fondata nel 2015 da cinque artiste catanesi per promuovere il Made in Sicily. L’allestimento catanese è stato frutto di uno studio d’archivio portato avanti da Cono Cinquemani, cantautore, autore e regista, ideatore del “Pronto Soccorso Letterario”. “Siamo rimasti entusiasti della mostra – dice Ljubiza Mezzatesta, architetto e artista, tra le fondatrici di Tabarè – ma soprattutto è stato toccante vedere la commozione nei volti dei visitatori davanti a storie di così grande dolore. Il progetto di Luana Rigolli – prosegue l’artista – può essere un potente veicolo per sensibilizzare la coscienza collettiva sul tema dell’omofobia, depurandola da ogni pregiudizio”.

Il lenzuolo d’acqua che sgorga nel cuore di Catania

La Fontana dell’Amenano, fiume che ancora scorre sotto la città, è uno dei simboli del capoluogo etneo. Si trova vicino a una piazzetta dove c’è chi pesca le anguille dai tombini

di Livio Grasso

Nel cuore di Catania, in piazza Duomo, vicino al Palazzo degli Elefanti e al Seminario dei Chierici, si trova la fontana dell’Amenano, realizzata da Tito Angelini nel 1867.  Le fonti storiche riferiscono che il fiume che dà il nome al monumento sia stato il principale serbatoio d’acqua della città, utilizzato in passato anche dai romani per rifornire le terme del perimetro urbano. In gergo catanese prende il nome di “acqua a linzolu” per il deflusso a cascata che precipita sul basamento, straripando dalla vasca a bordo bombato come fosse un lenzuolo.

La statua di Amenano che sormonta la fontana

L’intero complesso marmoreo, inoltre, è abbellito da tre poderose statue, due delle quali raffigurano dei tritoni, riconoscibili dai corni di conchiglia che reggono tra le mani e dalla parte inferiore del corpo a forma di pesce. In alto si erge un’altra scultura che, secondo la tradizione, personifica l’Amenano, dio fluviale particolarmente onorato dagli abitanti locali a partire dal 252 avanti Cristo. La giovane divinità è rappresentata con la mano sinistra indirizzata verso il basso, alludendo sottosuolo siciliano e ai suoi misteri, in modo particolare, all’ambigua localizzazione delle acque sorgive.

È luogo comune credere che la sorgente del fiume, fino ad oggi non identificata con certezza, sia il lago di Gurrida, che si trova a Randazzo. Carlo Gemmellaro, studioso vissuto a cavallo tra ‘700 e ‘800, pensava che il corso d’acqua attraversasse l’attuale viale Mario Rapisardi e confluisse fino alla piazza Santa Maria di Gesù. Si credeva inoltre che alimentasse il lago di Nicito, proseguendo lungo l’attuale via Botte dell’Acqua sino a sfociare vicino al Monastero dei Benedettini.

Tratto del fiume Amenano in piazza Pacini

A seguito della devastante eruzione del 1669, il fiume, attualmente, riaffiora solamente in alcuni tratti urbani: nella fontana centrale di largo Paisiello, nella Villa Pacini, nella fontana dei Sette Canali alla Pescheria, in una piccola grotta di piazza Currò. Come dice Carmine Rapisarda – studioso catanese – “alle spalle della fontana ci si addentra in piazza Alonzo di Benedetto, uno dei tratti dello storico mercato del pesce, dove c’è chi pratica la pesca delle anguille. In questa piazzetta, – prosegue – ci sono diversi tombini che vengono scoperchiati per la cattura dei pesci”.

La statua di Amenano che sormonta la fontana

Lo studioso ha evidenziato come la pesca dalle grate sia uno dei tratti distintivi e tradizionali della cultura locale, venendo tuttora eseguita con grande entusiasmo. In virtù di questa sovrabbondante affluenza che, ancora oggi, si dirama nei meandri sotterranei della città, l’Amenano simboleggia il trionfo dell’acqua sul fuoco e il suo incessante fluire malgrado le minacciose eruzioni del vulcano. Emblema di forza e tenacia fa riferimento alla straordinaria rinascita architettonica e culturale di Catania, divenendo uno dei capisaldi più rappresentativi della sua palingenesi.

Fontana dei Sette Canali

Le tre sculture, inoltre, sono allineate secondo un criterio geometrico che le riconduce alla figura di un triangolo, espressione della ritrovata floridezza, della perfetta armonia e della graduale evoluzione urbanistica. “Questo scenario monumentale – osserva Rapisarda – lascia sottintendere come dall’unione tra la forza e la sapienza, incarnate dai due tritoni, si possa dare slancio alla creazione della bellezza, impersonata proprio dall’avvenente dio fluviale”.

(Nella prima immagine grande in alto, un particolare della Fontana dell’Amenano. Foto Erik Törner, Flickr)

Sale multimediali e percorsi immersivi: ecco come sarà il Museo dell’Etna

Presentato a Catania il progetto per l’allestimento dello spazio espositivo che nascerà all’interno dell’ex ospedale Vittorio Emanuele

di Livio Grasso

L’ex presidio ospedaliero Vittorio Emanuele di Catania diverrà la sede del nascente Museo dell’Etna, frutto di un ambizioso progetto culturale, curato da Piero Guicciardini, Marco Magni e Giuseppe Lo Presti, dello studio Guicciardini & Magni di Firenze e presentato questa mattina al PalaRegione di Catania. Il governo regionale ha stanziato 13 milioni di euro per l’allestimento e la riqualificazione della parte centrale dell’edificio prospiciente la via Plebiscito.

Render dell’area d’accoglienza

Si tratta di un’iniziativa che apre un nuovo capitolo nella storia del capoluogo etneo. Come ha fatto notare il governatore Nello Musumeci, nel corso della presentazione del museo, “siamo di fronte al progetto più importante degli ultimi vent’anni. Eventi della stessa portata furono le realizzazioni del Museo dello Sbarco e in quello del Cinema, segnando un’importante svolta storico-culturale nel 2001”.

La Corte del Vulcano

La pianificazione strutturale mira al massimo grado di funzionalità, attraverso la creazione di locali adibiti all’accoglienza dei visitatori, in particolare caffetteria, bookshop e servizi igienici. Il museo prevede, inoltre, un’articolazione in sei settori, che ripercorrono la storia del vulcano alludendo a specifici riferimenti archeologici, geologici, mitici, letterari e cinematografici. I due fulcri espositivi saranno la “corte del Vulcano”, posta sul lato est, e la “corte dei Liotri”, nell’ala ovest. La prima area illustrerà i processi che avvengono all’interno dei condotti magmatici, la seconda, invece, ospiterà un pavimento con video led che riprodurrà un volo sopra l’Etna con una serie di immagini del paesaggio etneo. Il percorso espositivo sarà agevolato da strumenti informatici e digitali di ultima generazione che renderanno ancora più avvincente ed entusiasmante la visita di tutte le sale.

Render di una delle sale del museo

L’intero complesso museale sarà corredato di videomapping, pannelli grafici, postazioni interattive con touch screen, mappe storiche e ricostruzioni in 3d attraverso cui riprodurre il banco lavico. La straordinaria varietà tematica che il museo propone si ricollega perfettamente alle vicende storico-locali. Infatti – ha aggiunto ancora il governatore – “la scelta di pianificarlo nell’ex ospedale Vittorio Emanuele è più appropriata non solo dal punto di vista architettonico, ma anche filologico perché lambito dalla colata lavica del 1669”. La progettazione mira, dunque, a creare un luogo culturale votato alla conoscenza e all’approfondimento dell’Etna, coinvolgendo l’intera collettività nella ricerca condivisa di quel passato vulcanico che ha condizionato l’evoluzione naturalistica e geomorfologica del territorio.

La Corte dei Liotri

“Per la città – ha aggiunto Salvo Pogliese, sindaco di Catania – si avvia un percorso di straordinaria valenza. Voglio ringraziare il presidente Musumeci per aver voluto la realizzazione del museo dell’Etna, che potrà determinare nuovi flussi turistici. Questa nuova realtà sarà motivo per valorizzare ulteriormente l’incredibile Patrimonio Unesco di Catania, col suo barocco, e lo stesso Vulcano”. Grandi innovazioni architettoniche interesseranno anche il rivestimento dell’edificio, che, come una nuova “pelle”, sfoggerà una muratura in mattoni e pietra lavica molto simile all’ex Monastero dei Benedettini.

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