Quell’eremo che abbraccia il mare alle pendici dell’Etna

Circondata dal verde, a un passo da Aci San Filippo, si trova la settecentesca chiesa di Sant’Anna, da cui si gode un incantevole panorama che si perde nello Ionio

di Livio Grasso

Un gioiello alle pendici dell’Etna che si affaccia sullo Ionio. A un passo da Aci San Filippo, piccola frazione di Aci Catena, si trova l’eremo di Sant’Anna. Una chiesa molto amata dai catanesi, da cui si gode un incantevole panorama che si perde nel mare. Le fonti storiche tramandano che il complesso, arroccato sul ciglio di una faglia, è stato fondato da fra’ Rosario Campione nel 1751. Immersa in una rigogliosa area verdeggiante, in passato ha dato vita anche a un’importante comunità agricola, realizzata dai frati Gioacchino Maugeri e Giovanni Battista Strano.

Chiostro con cisterna realizzata da fra’ Campione

L’interno dell’edificio religioso ospita la tomba di fra’ Rosario, finemente decorata da tre pannelli che raffigurano gli episodi più significativi della sua vita: la costruzione della cisterna per la raccolta delle acque piovane, l’apparizione della Madonna e il momento della sua morte. Le scene riportate simboleggiano la grande laboriosità del frate nel corso della vita terrena e la devozione che ha nutrito verso Dio e la Madonna. La sua lapide, fino ad oggi meta di pellegrinaggio, è custodita dentro la chiesa e può essere visitata solo tre volte l’anno. Come racconta don Enzo, rettore dell’eremo, “l’urna viene aperta al pubblico il 26 luglio, giorno della festa di Sant’Anna, l’8 novembre, anniversario della nascita di fra’ Campione e, infine, il 10 dicembre, data della sua morte”.

Ricca di decorazioni parietali è anche la navata centrale dell’edificio, abbellita dalle tele che raffigurano alcuni santi eremitici, tra cui Santa Margherita da Cortona,  San Zosimo e Santa Maria Egiziaca. Di grande pregio anche l’opera pittorica che rappresenta “Sant’Anna, la Madonna e il Bambino”, attribuita a Pietro Paolo Vasta, sebbene, alcuni studiosi d’arte, credano sia stata realizzata da Alessandro Vasta, figlio del grande artista.

Stemma episcopale in ceramica di Caltagirone

Sul pavimento si può ammirare, invece, lo stemma episcopale di monsignor Salvatore Ventimiglia, ordinato vescovo di Catania nel 1757, che finanziò l’opera di pavimentazione in ceramica di Caltagirone. Sappiamo che è rimasto poco e nulla del primo esemplare ceramico, sostituito da un altro materiale della stessa fattura intorno alla metà del Novecento. Nelle vicinanze dell’eremo, inoltre, sono state girate alcune scene di due film: “Don Giovanni in Sicilia”, diretto da Alberto Lattuada, tratto dal romanzo di Vitaliano Brancati, e “Storia di una Capinera” di Franco Zeffirelli, ispirato all’omonimo romanzo di Giovanni Verga.

La facciata dell’eremo di Sant’Anna (foto da un video di Alessio Giunta)

L’immensa distesa alberata, curata nei minimi dettagli, è una vera e propria oasi che mescola natura e sacralità. L’estensione territoriale dell’eremo è di circa 25mila metri, ciò impone un’assidua manutenzione che richiede la collaborazione di molte mani per garantirne bellezza, salubrità e decoro. Come spiega don Giuseppe D’Aquino, sacerdote che vive all’interno dell’eremo, “in questo luogo sacro è possibile trovare pace, serenità e benessere interiore. Meraviglioso rifugio di contemplazione e preghiera. Il nostro compito è preservare l’integrità di questa immensa area affinché possa sempre brillare nel suo splendore”.

(Nella prima immagine grande in alto, la chiesa ripresa dal drone. Foto da un video di Heli-lab)

Etna 1669, la grande eruzione che cambiò il volto di Catania

Nel Palazzo centrale dell’Università una mostra sull’evento catastrofico che 350 anni fa sconvolse il territorio. Esposti documenti, quadri, libri e reperti

di Livio Grasso

A 350 anni dalla devastante eruzione dell’Etna del 1669 la Regione Siciliana richiama alla memoria quell’evento catastrofico con una mostra al Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane, all’interno del Palazzo centrale dell’Università di Catania. La pianificazione di questo iter artistico-vulcanologico, curato dalla Soprintendenza ai Beni culturali di Catania, è stato anche frutto di una stretta collaborazione con il Sistema museale dell’Ateneo catanese e di un’attiva partecipazione dell’Osservatorio Etneo dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, concludendo la rassegna di eventi realizzati nel corso del 2019 per ricordare l’eruzione.

I crateri sommitali dell’Etna

L’Etna è da sempre stato uno dei simboli vitali della città, preso d’assalto da turisti e amato dai catanesi. La mostra “Etna 1669 – Storie di lava” punta l’attenzione proprio sul profondo legame che unisce la gente del posto all’imprevedibile “Muntagna” (così i catanesi chiamano l’Etna), a volte cheta e pacata, altre, invece, brutalmente distruttiva. Come ha sottolineato Stefano Branca, direttore dell’Ingv di Catania: “Per la città e l’Etna, l’eruzione del 1669 fu l’evento più importante dal punto di vista vulcanologico, ma anche storico: quell’anno viene fino ad oggi ricordato come la grande ‘ruina’”.

Frammento di aragonite

Le fonti riportano che furono distrutti dodici casali, interi paesi e grandi distese di terreni fertili, provocando gravi squilibri economici in buona parte della Sicilia orientale. Il deperimento dei campi agricoli ha innalzato vertiginosamente il livello di malnutrizione, condannando migliaia di abitanti alla povertà e alla fame. Molte furono le piantagioni di grano, vigne e frutta ad essere seppellite dall’irrefrenabile colata, che, prima di lambire il suolo catanese, ha distrutto Belpasso, Camporotondo e Misterbianco.

L’eruzione del 1669 in una stampa d’epoca

Dopo poco tempo Catania patì la stessa sorte, venendo gravemente colpita in alcune aree del perimetro urbano. I dati statistici riferiscono che circa 27mila persone persero le proprie case, rovinosamente demolite o dal peso della cenere oppure dall’inarrestabile lava. La viabilità e l’impianto urbanistico della città subirono ingenti danni, provocando un drastico mutamento della geomorfologia territoriale. Catania perse così il ruolo di città egemone e fiorente, soprattutto a causa della fuga di quasi tutti gli abitanti che provocarono una vera e propria battuta d’arresto all’assetto economico e produttivo del capoluogo etneo.

Teca con vari reperti litici

L’eruzione del 1669 ha suscitato l’interesse di esperti di molti paesi europei, divenendo argomento di primo piano e fortemente dibattuto tra gli addetti ai lavori. La mostra, dunque, è stata ideata per raccontare in modo diretto e coinvolgente le vicende che hanno caratterizzato la terribile devastazione, di cui, tuttora, rimane profonda traccia nell’immaginario collettivo catanese. Scopo della mostra è, soprattutto, illustrare la storia del fenomeno eruttivo, facendo leva su una serie di testimonianze che spiegano le ricadute sugli abitanti e sulla superficie territoriale.

Antico volume di Lazzaro Spallanzani

Ogni sala museale sfoggia un ricco ed inedito patrimonio documentale che ancora oggi è molto utile per lo studio scientifico dell’area etnea. Sono esposti, inoltre, tantissimi libri e oggetti che provengono da biblioteche, collezioni di musei e collezioni private. Il museo, articolato in più sezioni tematiche, è un meandro di reperti che spaziano dalla paleontologia alla mineralogia e dalla ceramica figurata alla petrografia. All’interno di alcune sale si possono ammirare una serie di opere pittoriche e antiche planimetrie che ricostruiscono lo strato urbanistico di tutto il versante etneo antecedente alla devastazione lavica.

Frammento di halite

L’intero allestimento è, infine, arricchito da grandi monitor che riproducono in tempo reale gli scenari paesaggistici del vulcano, il più delle volte ripreso nel corso delle potenti e spettacolari eruzioni. La mostra, a ingresso gratuito, rimarrà aperta fino al 30 ottobre.

Quei 45 “arrusi” catanesi mandati al confino nell’Italia fascista

La ricerca della fotografa Luana Rigolli è stata raccontata in un articolo sul National Geographic. Rivivono le storie di chi fu perseguitato per il proprio orientamento sessuale

di Livio Grasso

Un progetto tra documentazione fotografica e ricostruzione storica che racconta le persecuzioni di chi, durante il regime fascista, fu emarginato per il proprio orientamento sessuale. Erano gli “arrusi” catanesi, che, intorno alla fine degli anni ‘30 e gli inizi del ‘40, furono confinati nelle isole Tremiti, al largo della Puglia. La loro storia è rimasta sepolta per molto tempo, oscurando un passato che la fotografa piacentina Luana Rigolli ha contribuito a far riemergere dall’oblio con il progetto “L’isola degli arrusi”.

La mostra “L’isola degli arrusi”

Tutto nasce quando l’artista, durante una ricerca sull’architettura fascista, s’imbatte per caso in un libro intitolato “La città e l’isola”, che ripercorre le vicende storiche degli omosessuali condannati al confino. Le fonti raccontano che Catania è stata la località con il più tasso alto di arresti: ben 45 persone accusate di “pederastia passiva”. La fotografa decide di raccontare le loro storie e vola nel capoluogo etneo per fotografare tutti i luoghi del tempo frequentati dagli omosessuali, raccogliendo materiale prezioso per una precisa ricostruzione storica dei fatti.

Le sue indagini all’Archivio Centrale di Stato hanno restituito una gran mole di documenti: schede biografiche, lettere di supplica, verbali della polizia, ispezioni mediche. Inflessibile promotore della “caccia agli arrusi” fu l’allora questore Alfonso Molina. A San Domino, isola delle Tremiti, sono ancora visibili alcuni casermoni in cui venivano costretti a vivere i reclusi, in pessime condizioni igieniche e senza adeguati servizi. Nel lavoro della fotografa, inoltre, viene citata una casa agricola, gestita da un tale Vittorio Carducci, dove alcuni prigionieri lavoravano, ricevendo una misera paga in cambio di faticose attività quotidiane.

Luana Rigolli

Sono state recuperate diverse lettere di supplica scritte anche dai parenti degli arrestati che imploravano il duce perché estinguesse la pena e facesse tornare a casa i propri familiari. Luana Rigolli, durante la sua ricerca, ha raccolto molte fotografie che ritraggono non solo i volti dei confinati, ma anche oggetti utilizzati per le visite mediche e le strutture dove vivevano gli esiliati, tra cui la tenuta agricola della famiglia Carducci. “Questa ricerca – spiega la fotografa – rappresenta una profonda occasione di riflessione sulle ingiustizie che hanno caratterizzato quell’epoca storica. Spero che l’orrore di quanto accaduto sotto il regime fascista possa fungere da potente stimolo per superare questa terribile discriminazione ”.

L’articolo sul National Geographic Olanda

Il progetto, che ha fatto parte della scorsa edizione del festival Le Vie dei Tesori a Catania, è stato recentemente raccontato anche dal “National Geographic Olanda” con un articolo a firma di Bart Gielen e dal 12 luglio sarà in mostra nello spazio esterno del ristorante-caffè letterario La Galleria di Cefalù. “Sono contenta che questo articolo sia stato pubblicato proprio in questi giorni, in cui in Italia si parla del decreto Zan contro l’omotransfobia – scrive la fotografa in un post su Facebook – . Questo permetterebbe di non ricadere più in questo errore, successo in Italia solo 80 anni fa”.

La mostra “L’isola degli arrusi” è stata esposta al Tabarè di Catania, associazione culturale fondata nel 2015 da cinque artiste catanesi per promuovere il Made in Sicily. L’allestimento catanese è stato frutto di uno studio d’archivio portato avanti da Cono Cinquemani, cantautore, autore e regista, ideatore del “Pronto Soccorso Letterario”. “Siamo rimasti entusiasti della mostra – dice Ljubiza Mezzatesta, architetto e artista, tra le fondatrici di Tabarè – ma soprattutto è stato toccante vedere la commozione nei volti dei visitatori davanti a storie di così grande dolore. Il progetto di Luana Rigolli – prosegue l’artista – può essere un potente veicolo per sensibilizzare la coscienza collettiva sul tema dell’omofobia, depurandola da ogni pregiudizio”.

Il lenzuolo d’acqua che sgorga nel cuore di Catania

La Fontana dell’Amenano, fiume che ancora scorre sotto la città, è uno dei simboli del capoluogo etneo. Si trova vicino a una piazzetta dove c’è chi pesca le anguille dai tombini

di Livio Grasso

Nel cuore di Catania, in piazza Duomo, vicino al Palazzo degli Elefanti e al Seminario dei Chierici, si trova la fontana dell’Amenano, realizzata da Tito Angelini nel 1867.  Le fonti storiche riferiscono che il fiume che dà il nome al monumento sia stato il principale serbatoio d’acqua della città, utilizzato in passato anche dai romani per rifornire le terme del perimetro urbano. In gergo catanese prende il nome di “acqua a linzolu” per il deflusso a cascata che precipita sul basamento, straripando dalla vasca a bordo bombato come fosse un lenzuolo.

La statua di Amenano che sormonta la fontana

L’intero complesso marmoreo, inoltre, è abbellito da tre poderose statue, due delle quali raffigurano dei tritoni, riconoscibili dai corni di conchiglia che reggono tra le mani e dalla parte inferiore del corpo a forma di pesce. In alto si erge un’altra scultura che, secondo la tradizione, personifica l’Amenano, dio fluviale particolarmente onorato dagli abitanti locali a partire dal 252 avanti Cristo. La giovane divinità è rappresentata con la mano sinistra indirizzata verso il basso, alludendo sottosuolo siciliano e ai suoi misteri, in modo particolare, all’ambigua localizzazione delle acque sorgive.

È luogo comune credere che la sorgente del fiume, fino ad oggi non identificata con certezza, sia il lago di Gurrida, che si trova a Randazzo. Carlo Gemmellaro, studioso vissuto a cavallo tra ‘700 e ‘800, pensava che il corso d’acqua attraversasse l’attuale viale Mario Rapisardi e confluisse fino alla piazza Santa Maria di Gesù. Si credeva inoltre che alimentasse il lago di Nicito, proseguendo lungo l’attuale via Botte dell’Acqua sino a sfociare vicino al Monastero dei Benedettini.

Tratto del fiume Amenano in piazza Pacini

A seguito della devastante eruzione del 1669, il fiume, attualmente, riaffiora solamente in alcuni tratti urbani: nella fontana centrale di largo Paisiello, nella Villa Pacini, nella fontana dei Sette Canali alla Pescheria, in una piccola grotta di piazza Currò. Come dice Carmine Rapisarda – studioso catanese – “alle spalle della fontana ci si addentra in piazza Alonzo di Benedetto, uno dei tratti dello storico mercato del pesce, dove c’è chi pratica la pesca delle anguille. In questa piazzetta, – prosegue – ci sono diversi tombini che vengono scoperchiati per la cattura dei pesci”.

La statua di Amenano che sormonta la fontana

Lo studioso ha evidenziato come la pesca dalle grate sia uno dei tratti distintivi e tradizionali della cultura locale, venendo tuttora eseguita con grande entusiasmo. In virtù di questa sovrabbondante affluenza che, ancora oggi, si dirama nei meandri sotterranei della città, l’Amenano simboleggia il trionfo dell’acqua sul fuoco e il suo incessante fluire malgrado le minacciose eruzioni del vulcano. Emblema di forza e tenacia fa riferimento alla straordinaria rinascita architettonica e culturale di Catania, divenendo uno dei capisaldi più rappresentativi della sua palingenesi.

Fontana dei Sette Canali

Le tre sculture, inoltre, sono allineate secondo un criterio geometrico che le riconduce alla figura di un triangolo, espressione della ritrovata floridezza, della perfetta armonia e della graduale evoluzione urbanistica. “Questo scenario monumentale – osserva Rapisarda – lascia sottintendere come dall’unione tra la forza e la sapienza, incarnate dai due tritoni, si possa dare slancio alla creazione della bellezza, impersonata proprio dall’avvenente dio fluviale”.

(Nella prima immagine grande in alto, un particolare della Fontana dell’Amenano. Foto Erik Törner, Flickr)

Sale multimediali e percorsi immersivi: ecco come sarà il Museo dell’Etna

Presentato a Catania il progetto per l’allestimento dello spazio espositivo che nascerà all’interno dell’ex ospedale Vittorio Emanuele

di Livio Grasso

L’ex presidio ospedaliero Vittorio Emanuele di Catania diverrà la sede del nascente Museo dell’Etna, frutto di un ambizioso progetto culturale, curato da Piero Guicciardini, Marco Magni e Giuseppe Lo Presti, dello studio Guicciardini & Magni di Firenze e presentato questa mattina al PalaRegione di Catania. Il governo regionale ha stanziato 13 milioni di euro per l’allestimento e la riqualificazione della parte centrale dell’edificio prospiciente la via Plebiscito.

Render dell’area d’accoglienza

Si tratta di un’iniziativa che apre un nuovo capitolo nella storia del capoluogo etneo. Come ha fatto notare il governatore Nello Musumeci, nel corso della presentazione del museo, “siamo di fronte al progetto più importante degli ultimi vent’anni. Eventi della stessa portata furono le realizzazioni del Museo dello Sbarco e in quello del Cinema, segnando un’importante svolta storico-culturale nel 2001”.

La Corte del Vulcano

La pianificazione strutturale mira al massimo grado di funzionalità, attraverso la creazione di locali adibiti all’accoglienza dei visitatori, in particolare caffetteria, bookshop e servizi igienici. Il museo prevede, inoltre, un’articolazione in sei settori, che ripercorrono la storia del vulcano alludendo a specifici riferimenti archeologici, geologici, mitici, letterari e cinematografici. I due fulcri espositivi saranno la “corte del Vulcano”, posta sul lato est, e la “corte dei Liotri”, nell’ala ovest. La prima area illustrerà i processi che avvengono all’interno dei condotti magmatici, la seconda, invece, ospiterà un pavimento con video led che riprodurrà un volo sopra l’Etna con una serie di immagini del paesaggio etneo. Il percorso espositivo sarà agevolato da strumenti informatici e digitali di ultima generazione che renderanno ancora più avvincente ed entusiasmante la visita di tutte le sale.

Render di una delle sale del museo

L’intero complesso museale sarà corredato di videomapping, pannelli grafici, postazioni interattive con touch screen, mappe storiche e ricostruzioni in 3d attraverso cui riprodurre il banco lavico. La straordinaria varietà tematica che il museo propone si ricollega perfettamente alle vicende storico-locali. Infatti – ha aggiunto ancora il governatore – “la scelta di pianificarlo nell’ex ospedale Vittorio Emanuele è più appropriata non solo dal punto di vista architettonico, ma anche filologico perché lambito dalla colata lavica del 1669”. La progettazione mira, dunque, a creare un luogo culturale votato alla conoscenza e all’approfondimento dell’Etna, coinvolgendo l’intera collettività nella ricerca condivisa di quel passato vulcanico che ha condizionato l’evoluzione naturalistica e geomorfologica del territorio.

La Corte dei Liotri

“Per la città – ha aggiunto Salvo Pogliese, sindaco di Catania – si avvia un percorso di straordinaria valenza. Voglio ringraziare il presidente Musumeci per aver voluto la realizzazione del museo dell’Etna, che potrà determinare nuovi flussi turistici. Questa nuova realtà sarà motivo per valorizzare ulteriormente l’incredibile Patrimonio Unesco di Catania, col suo barocco, e lo stesso Vulcano”. Grandi innovazioni architettoniche interesseranno anche il rivestimento dell’edificio, che, come una nuova “pelle”, sfoggerà una muratura in mattoni e pietra lavica molto simile all’ex Monastero dei Benedettini.

Un cuore verde nel centro di Catania: spunta un giardino in piazza dell’Università

Inaugurata l’installazione “Planta Sapiens”, vincitrice della seconda edizione del Radice Pura Garden Festival, donata al capoluogo etneo

di Livio Grasso

La storica piazza dell’Università, a Catania, si fregia di una preziosa opera che abbellisce ancora di più la monumentalità e l’eleganza dell’area urbana. Si tratta del giardino “Planta Sapiens” , vincitore della seconda edizione del Radice Pura Garden Festival – Giardini Produttivi, di recente donata al capoluogo etneo, non solo per incrementarne il valore artistico e decorativo, ma, soprattutto, per lanciare un messaggio di solidarietà sociale che induca l’intera collettività a mutare il proprio rapporto con l’ambiente in cui vive.

L’installazione verde in piazza

L’installazione “green”, ideata da Domenico Dipinto, Marica Succi, Enrico Turini ed Elena Varini è, dunque, frutto di un accordo di intesa, a costo zero, tra l’amministrazione locale e la Fondazione Radice Pura per infondere un nuovo concetto di civile condivisione degli spazi pubblici  e, al contempo, attuare un nuovo piano di valorizzazione che chiami in causa la compartecipazione di tutta la comunità. Mario Faro, presidente della Fondazione Radice Pura, e Salvo Pogliese, sindaco di Catania, hanno intrapreso un’attiva collaborazione incentrata su tematiche ambientali e su specifici aspetti culturali del territorio e del paesaggio.

Come ha dichiarato il sindaco, “l’installazione di ‘Planta Sapiens’  è il risultato di un percorso sinergico con la Fondazione, azienda rinomata su scala internazionale, che ogni due anni organizza eventi importanti i cui risvolti potrebbero sortire effetti molto positivi anche nel settore turistico. Pertanto – ha concluso Pogliese – siamo molto felici di accogliere nel nostro territorio questa promettente iniziativa”.

Il giardino di Radice Pura in piazza dell’Università

Nella mentalità comune la parola “sapiens” sottintende la capacità dell’uomo di dominare su tutte le specie esistenti, ma, in questo caso, assume un significato che ridefinisce i ruoli tra l’uomo e l’ambiente circostante. “La capacità  rigenerativa e di resilienza insite nel mondo vegetale – ha spiegato Mario Faro – rientrano tra le caratteristiche più evidenti che segnano un confine tra l’essere umano, spesso responsabile di alcuni disequilibri ambientali, e l’armonia della natura. Il Giardino – ha sottolineato –  ha la funzione di comunicare un senso di benessere attraverso gli odori e i profumi che si sentono nell’aria”.

“Planta Sapiens” a Catania

“I cittadini, attraverso questo piccolo spazio verde – prosegue il presidente – possono sperimentare un nuovo approccio con le piante, traendo un vero e proprio insegnamento dalla loro capacità di adattamento e rinnovamento”. Il progetto dell’azienda botanica persegue l’obiettivo di riqualificare e salvaguardare le aree naturalistiche della Sicilia, che, dotata di una rigogliosa vegetazione e una ricca biodiversità, costituisce terreno fertile per la rinascita estetica e culturale delle bellezze mediterranee.

Da via Etnea a piazza delle Belle: quando Catania era la capitale siciliana dell’eros

Durante l’epoca fascista e anche oltre, il capoluogo etneo è stato uno centri più attivi per gli incontri a luci rosse. Strade e palazzi ne ricordano la storia

di Livio Grasso

Nell’arco del ventennio fascista, Catania ha rivestito i panni di un vero e proprio “luogo dell’eros”, divenendo meta privilegiata di tutta la Sicilia. In diverse vie della città c’erano le cosiddette “case chiuse”, piccoli locali a luci rosse frequentati da diversi clienti che si recavano lì per intrattenersi in pratiche erotiche. Antonio Aniante, scrittore del ventesimo secolo, ci informa pure di una specifica zona di “abbordamento” che avveniva di fronte alla chiesa San Michele Arcangelo ai Minoriti, nella via Etnea.

Chiesa di San Michele Arcangelo ai Minoriti

Secondo quanto raccontato dall’autore, nei giorni delle messe, gruppi di ragazzi si riunivano all’esterno della parrocchia per corteggiare le giovani che entravano dentro la chiesa, aspettando la fine della liturgia per tentare di catturarne l’interesse. Aniante, nei suoi scritti, racconta che spesso erano accompagnate dalle zie o dalle madri per evitare che venissero importunate dai corteggiatori, il più delle volte spudorati e disinibiti.

Ivan Nicosia, scrittore e guida turistica, che ha curato un itinerario dedicato ai luoghi dell’eros a Catania, ha spiegato: “La via Etnea che oggi conosciamo come sede principale di negozi, bar e gioiellerie, in realtà, ai tempi del fascismo, era una delle strade più bazzicate per ostentare l’arte della seduzione. Soprannominata in gergo locale ‘u struscio’, aveva come punto di raccordo proprio la chiesa dei Minoriti”.

Piazza Goliarda Sapienza

Poco più avanti della chiesa si snoda un piccolo viale che conduce verso la vecchia piazza delle “Belle”, ora chiamata piazza Goliarda Sapienza. Questo piccolo tratto urbano era circondato dalle “case di tolleranza”, gestite da parte delle tenutarie che si dedicavano all’abbigliamento delle prostitute, al trucco, ai profumi e all’igiene. Prima della legge Merlin, che nel febbraio 1958 ha abrogato ogni forma di prostituzione, qualunque donna interessata a lavorare per conto di una tenutaria avrebbe dovuto acquisire conoscenze approfondite nel settore farmaceutico e medico. Per essere ritenute idonee bisognava anche affrontare uno studio improntato sulla prossemica, sulla gestualità, sulle pose e su un seducente approccio con la clientela.

“Della selezione – dice Nicosia – se ne occupavano la tenutaria e la tubista, medico specializzato nella nutrizione e nella prescrizione delle diete alimentari. Diversi sono stati i casi in cui alcune ragazze, a causa di un atteggiamento goffo o di un corpo eccessivamente magro, non sono state accolte nelle case”. Di questa procedura parlano varie fonti letterarie che illustrano chiaramente alcuni prerequisiti ritenuti indispensabili: un fisico formoso e tornito, un atteggiamento squisitamente espansivo, nessun velo di timidezza.

Casa natale di Ercole Patti

Altra zona di Catania che rientra nelle fila della intimità amorosa è la Civita, quartiere nativo di Ercole Patti e luogo in cui si è formato artisticamente lo scultore Emilio Greco. Sempre Aniante ci informa che qui vivevano i marinai con le mogli, raccontando che chi passava da quelle parti, soprattutto di sera, notava un lumicino acceso nelle stanze attraverso cui si intravedevano le coppie in pieno coinvolgimento reciproco. Queste testimonianze rivelano a chiare lettere l’eccessiva libidine e la sfrenata lussuria che contraddistingueva l’intera città, cuore pulsante della movida erotica e fonte di appagamento per tutti gli appassionati dell’eros.

Porta Uzeda, l’araba fenice della nuova Catania

Costruita dopo il disastroso terremoto del 1693, simboleggia la rinascita della città e rientra nel piano di rilancio urbanistico voluto dal vicerè spagnolo Juan Francisco Pacheco

di Livio Grasso

L’antica Porta Uzeda si staglia lungo il versante sud della via Etnea di Catania e collega il Palazzo del Seminario dei Chierici, oggi sede del museo Diocesano, alla vicina Cattedrale di Sant’Agata. Realizzata nel 1696 per volere di Giuseppe Lanza, conosciuto anche come duca di Camastra, rappresenta uno dei simboli architettonici più importanti del Catanese. Secondo le fonti documentali, il duca, nominato vicario generale da Juan Francisco Pacheco di Uzeda, fu tra i protagonisti più attivi della ricostruzione di Catania subito dopo il disastroso terremoto avvenuto il 9 gennaio del 1693.

Porta Uzeda

Le testimonianze storiche ricordano quell’evento come il peggiore degli ultimi mille anni, provocando la distruzione di ben 54 città e 300 villaggi. Il piano di rilancio urbanistico si ricollega alla leggenda secondo cui Giuseppe Lanza, prima di dedicarsi alla ristrutturazione dell’area cittadina, avesse attraversato in groppa al suo cavallo l’intera città sommersa dalle macerie ragionando sul nuovo impianto urbano che voleva realizzare. Si occuparono della pianificazione edilizia anche Angelo Italia, architetto gesuita, e Carlos Grunenbergh, che ha contribuito al recupero di diversi edifici.

Il busto marmoreo di Sant’Agata

L’obiettivo – come spiega l’archeologa Silvia Scollo – era anche quello di creare una rete viaria con strade larghe e spaziose che si intersecavano con altre della stessa dimensione. “Infatti – chiarisce la studiosa – alcune vie del centro storico rispecchiano questo schema strutturale, che si articola in quattro assi viari principali: la via Uzeda, odierna via Etnea, la via Lanza, nota come via San Giuliano, gli assi di San Francesco e San Giuliano, che percorrono l’attuale corso Vittorio Emanuele”.

Camminamento di Porta Uzeda

La Porta Uzeda fa parte di questo tessuto viario e si apre verso il mare all’interno dell’antica cinta muraria costruita da Carlo V di Spagna. Si dice, inoltre, che da una prospettiva aerea l’andamento delle quattro direttrici abbia la forma di due braccia e due gambe leggermente divaricate. “Questa maglia stradale – spiega ancora Scollo – fa riferimento proprio alla nascita della primogenita del vicerè Francisco Uzeda e alla sua volontà di immortalare la ricostruzione della città in onore della propria figlia. Il monumento, dunque, allude simbolicamente all’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri, assumendo il significato del nuovo volto di Catania”.

Stemma del duca

Risalgono al Settecento, invece, i piani sopraelevati rispetto all’arco, realizzati su progetto di Salvatore Ventimiglia, vescovo di Catania dal 1757 al 1773. In alto si nota anche un grande fastigio con una nicchia che ospita il busto marmoreo di Sant’Agata, dedicato al trionfo della nuova bellezza sulle antiche devastazioni.

Catania esoterica tra simboli e misteri

Da Palazzo Tezzano alla fontana dell’Elefante, decorazioni, monumenti, statue e anche le scure pietre laviche, rimandano spesso a significati nascosti

di Livio Grasso

Il centro storico di Catania è ricco di segni esoterici che decorano edifici, statue e sculture, rivelando preziose verità sulla tradizione locale. Palazzo Tezzano, in piazza Stesicoro, presenta lungo i contorni del grande orologio un elefante, simbolo di protezione, un leone, che allude alla forza, e una fenice con le ali dispiegate che nella tradizione mitologica assume il significato della rinascita. Come dice il professore Carmine Rapisarda, esperto di simbologia ed esoterismo: “Queste tre figure sono tra le icone principali della città e si ricollegano in modo concreto  a tutti gli avvenimenti storici che nei secoli hanno caratterizzato l’entroterra catanese. I violenti terremoti, le devastanti eruzioni e tutte le civiltà  che si sono susseguite nel tempo hanno contribuito al consolidamento di questi simbolismi, ancora oggi molto sentiti da parte degli abitanti locali”.

Palazzo Tezzano

Al centro di piazza Stesicoro, si trova un altro importante monumento dedicato a Vincenzo Bellini, circondato da quattro statue. “Le sculture – osserva il professore – rappresentano le opere liriche di Vincenzo Bellini: Norma, I puritani, La sonnambula e Il pirata. Queste composizioni – ha spiegato – in particolare ‘Norma’, sono ricche di simbologie che hanno un diretto collegamento con la massoneria. Infatti – aggiunge lo studioso – i massoni anticamente hanno favorito la rinascita culturale e architettonica della città, restaurando e riqualificando molti luoghi urbani che erano stati danneggiati dai fenomeni sismici”.

“U liotru” con la dea Minerva scolpita

Emergono informazioni preziose anche sulla fontana dell’Elefante, chiamato in gergo locale “u liotru”. L’ elefante, realizzato da Giovanni Battista Vaccarini, in questo caso – ha specificato il docente – “non rimanda al simbolo della saggezza, ma a quello del profano. Si parla di un certo Eliodoro, figlio di una nobile famiglia siciliana, che, secondo la leggenda, si sarebbe dato alla negromanzia e stregoneria”. Le fonti storico-leggendarie tramandano che sia stato proprio lui a scolpirlo, cavalcandolo per compiere dei riti magici ai danni del popolo. Leone II il Taumaturgo, vescovo di Catania, – spiega ancora Rapisarda –  considerandolo un eretico e soprattutto un impostore anticristiano, lo condannò al rogo per pratiche occulte e demoniache. La leggenda narra che, al momento della morte, l’anima di Eliodoro sia trasmigrata nell’elefante. Questa è la ragione per cui la pietra scura si riferisce alla magia nera”.

Iscrizioni sulla fontana dell’Elefante con a lato i putti

Sul basamento marmoreo si leggono delle iscrizioni latine in cui viene espresso chiaramente il senso blasfemo della scultura. I putti con la cornucopia e i cereali, la raffigurazione della dea Minerva, i geroglifici incisi sull’obelisco, sono stati volutamente realizzati per indurre il popolo a non considerarlo come un luogo di culto cristiano. “Vaccarini – ha aggiunto Rapisarda – era un  grande conoscitore dell’esoterismo. Si deve proprio a lui la progettazione di una città nuova con dei chiari riferimenti allo stile architettonico romano, molto evidente, per esempio, nella cattedrale di Sant’Agata che sfoggia una serie di marmi bianchi simili allo stile del Bernini e Borromini. Significativo – conclude lo studioso – l’orientamento dell’elefante verso la Cattedrale, che sulla parte sopraelevata dell’edificio religioso ospita la statua di Sant’Agata in posa trionfale, emblema della vittoria sul maligno”.

Il culto di Iside a Catania tra devozione e mito

La figura della dea egizia ha avuto larga diffusione in molti luoghi dell’Isola, in particolare nel capoluogo etneo, dove sono presenti simboli che alludono a questa divinità

di Livio Grasso

Nuove ricerche sulla venerazione di Iside nella Sicilia romana confermano l’importanza di questa divinità egizia che ancora oggi sopravvive nelle tradizioni popolari attraverso simboli, feste e usanze. Le fonti riportano che il culto della dea abbia avuto larga diffusione in molti luoghi dell’Isola, in particolare a Catania. Il  nero che decora le facciate della maggior parte di case e palazzi catanesi, le leggende sul vulcano e i ritrovamenti archeologici in nostro possesso testimoniano questo antico legame da cui nasce persino la devozione popolare per la patrona Sant’Agata.

Geroglifici sull’obelisco

Nel mondo egizio il nero è simbolo sia di rinascita che di morte e probabilmente l’utilizzo della pietra lavica per la costruzione degli edifici ha dei profondi contatti con questa simbologia. L’Etna, identificata sia come madre della terra che come portatrice di catastrofi, riprende il principio della natura ambivalente di Iside. Ma è proprio l’obelisco di piazza Duomo – fa notare Carmine Rapisarda, docente catanese e studioso della simbologia locale – che lascia un’impronta indelebile del culto della dea nella città. “L’obelisco – ha aggiunto  – è  infatti un tipico strumento egizio che nell’antichità funzionava da vero e proprio orologio solare. Questo esemplare si pensa sia stato importato da Roma a Catania intorno al terzo secolo avanti Cristo”.

Putto del basamento dell’obelisco con il grano

“Sappiamo che nel Campo Marzio – prosegue lo studioso – c’era un tempio dedicato alla dea Iside e che il rito in suo onore si sia affermato in Sicilia dopo l’arrivo dei romani nell’Isola. Significativi pure i geroglifici incisi sulla pietra che rievocano la tradizione egizia. Si ricollegano a Iside anche i putti scolpiti nel basamento marmoreo del monumento che appaiono con degli oggetti  fra le mani: la cornucopia, simbolo di abbondanza, e il cesto con dentro il grano, che allude alla fertilità. In cima all’obelisco sono invece raffigurate le palme e la croce, tipici simboli di Sant’Agata”.

Sculture nella chiesa di Sant’Agata al Carcere

Non passano in secondo piano nemmeno le “A “ incise sul palazzo degli Elefanti, poiché potrebbero fare riferimento a Sant’Agata oppure ad Aset, il  nome originale di Iside. “Tutto ciò – spiega Rapisarda – non fa altro che indicare un profondo substrato egizio che accomuna l’immaginario collettivo dell’entroterra catanese”. Altre testimonianze si possono ammirare al Castello Ursino, che conserva delle piccole statuette votive raffiguranti Aset, diversi papiri e delle monete di epoca romana connesse alla sua adorazione. Rientrano nella “Catania dei misteri” anche le piccole statue scolpite nella facciata esterna della chiesa di Sant’Agata al Carcere. Nei capitelli si notano delle piccole sculture “apotropaiche”, che nella tradizione religiosa avevano la funzione di allontanare il maligno. Figurano pure una statuetta antropomorfa, che assume il significato della profonda devozione a Dio, un leone che sbrana i cuccioli, simbolo della ferocia e della potenza contro gli infedeli, e  un altro leone, nel lato opposto, che invece li accudisce.

Piazza Duomo

“Il leone – ha spiegato il docente – ha una duplice valenza simbolica, racchiudendo sia la violenza contro gli ingiusti che la protezione per i servitori di Dio. La chiesa è inoltre un modello di architettura mista con strutture murarie di epoca romana, normanna e barocca. La stratificazione architettonica del monumento religioso, che combina stili artistici di epoche diverse,  è uno dei tanti esempi edilizi che testimonia l’influenza di tutte le civiltà antiche sull’evoluzione urbanistica della città. Una città che a causa dei frequenti e violenti terremoti è stata sempre danneggiata, ricostruita e riadattata con tecniche edilizie più efficienti che potessero resistere agli impatti violenti dei fenomeni sismici. La pietra lavica che decora tanti palazzi e chiese – conclude Rapisarda – è dunque un simbolo caratteristico di questo territorio che segna un profondo legame con il suolo lavico sottostante”.

Le Vie dei Tesori News

Send this to a friend