La torre di Menfi rischia di crollare, un appello per salvarla

Dopo le alluvioni dello scorso novembre, il monumento simbolo del borgo marinaro di Porto Palo è minacciato da una frana

di Lilia Ricca

È il simbolo di Menfi e oggi rischia di crollare. Le alluvioni dello scorso novembre hanno causato danni incalcolabili a diverse città del Belìce, tra cui Sciacca e Menfi. Affacciata sul mare africano, meta di migliaia di turisti, ogni anno, soprattutto in estate, la torre anti-corsara di Menfi, che sovrasta il borgo marinaro di Porto Palo è in pericolo. A lanciare l’allarme sono i cittadini e le istituzioni, per mettere in sicurezza il monumento preoccupati per l’incolumità di un luogo che racchiude storia, memoria e ricordi, il cui rischio è dovuto da una frana ai piedi dell’edificio e ad una seconda frana in una curva a gomito sotto la torre, attualmente in vistoso movimento.

La frana sotto la torre

Centinaia di scatti racchiudono il panorama che si gode dalla torre, una terrazza affacciata sul mare da cui ammirare il tramonto e la costa agrigentina. Qui, dove, 500 anni fa, sotto il dominio spagnolo, i temibili pirati saraceni che minacciavano di attraccare la costa meridionale siciliana, venivano avvistati e cacciati via.

La torre d’avvistamento

È il 1583 e siamo sotto la dominazione di Carlo V d’Asburgo. Il progetto, per volere del vicerè di Sicilia Juan de Vega viene affidato all’architetto e ingegnere militare fiorentino Camillo Camilliani, che collaborò alla realizzazione della famosa fontana di piazza Pretoria a Palermo, e progettò gran parte delle torri di guardia che punteggiavano le coste siciliane durante la dominazione spagnola.

Le case di Porto Palo minacciate dalla frana

In uso fino ai primi anni dell’Ottocento, la sua posizione sopraelevata consentiva di dominare gran parte del litorale mediterraneo. Costruita con mattoni di pietra e ornata da una merlatura, di cui si conserva una mensola che doveva reggere gli ornamenti, la torre, con base tronco piramidale di 10,90 metri e fusto a base quadrata di 11,50 per 11,75 metri, si sviluppa su due livelli. Un’ampia terrazza era adibita a magazzino di artiglieria e armi. Al pianoterra, una cisterna ad uso merci conservava quello che arrivava dal porto.

La torre e il belvedere

Rimasta negli anni in ottime condizioni, la sua posizione domina l’antico insediamento di pescatori dalle bianche casette, che hanno conservato l’antica fisionomia, affacciandosi sul porticciolo di Menfi. Antico approdo orientale della vicina Selinunte, testimonianza di questi traffici ne sono i ritrovamenti subacquei e un relitto di nave onoraria romana naufragata tra il Secondo e il Primo secolo avanti Cristo, vicino all’attuale molo di ponente.

A Montevago riaffiorano i tesori sepolti dal sisma dopo 54 anni

Torna fruibile e aperta al culto l’antica Cattedrale della cittadina belicina. Sono stati esposti in mostra reperti e oggetti sacri recuperati durante una prima fase di restauro

di Lilia Ricca

“I massi accasciati l’uno sopra l’altro, segno di una cicatrice perenne e testimonianza di una distruzione senza pari, hanno lasciato il posto alla maestosità, al ricordo, alla vita e all’eternità”. Sono le parole del sindaco di Montevago, Margherita La Rocca Ruvolo, nei giorni dell’anniversario del terremoto del Belìce. Adesso, a distanza di 54 anni, è tornata fruibile e aperta al culto l’antica Chiesa Madre della cittadina, simbolo della memoria.

Messa nella Chiesa Madre di Montevago

Ricordo e commozione per i cittadini presenti all’inaugurazione, che tra le antiche mura della Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo ricordano i momenti della loro vita, tra matrimoni e  ricorrenze, prima di quella tragica notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, che segnò drasticamente il territorio.

La Chiesa Madre di Montevago

Quanto era bella la Matrice, ricca di stucchi, affreschi e opere d’arte. Tantissimi reperti sono stati ritrovati, come suppellettili, resti di marmi, frammenti di decorazioni, esposti nella nuova Chiesa Madre per la mostra temporanea “Salvati e ritrovati. I tesori di Montevago restituiti alla comunità”, in cui hanno trovato spazio una mazza cerimoniale del cardinale Gravina, dei calici e degli ostensori. Un angelo, una statua dell’Immacolata, una pisside rimasta dentro il tabernacolo per diversi anni e poi recuperata, una vara del Venerdì Santo, che verrà restaurata. Tesori ritrovati, accanto a quelli salvati e custoditi nel Museo Diocesano di Agrigento, che ha collaborato all’allestimento della mostra, durata solo quattro giorni, auspicando ad un Museo della Memoria a Montevago.

 

Una prima fase di restauro e catalogazione ha reso fruibile gli interni della Chiesa, tra i resti del presbiterio, della navata centrale e delle cappelle. Un percorso che ha ridato vita alle macerie, con un progetto avviato già da qualche anno, che presto porterà ad una copertura e ad un percorso museale duraturo. “Dopo un primo finanziamento di 740mila euro, un ulteriore, di 1 milione e 400mila euro, consentirà alla Chiesa, una copertura, per essere conservata ed evitare che il tempo e il clima distruggano quello che le macerie hanno conservato per 54 anni”, dichiara il primo cittadino.

La navata della Chiesa Madre

Storia, cultura, identità e memoria. “Non già quello che fu prima del sisma, perché non lo potrà più ritornare ad essere, ma ciò che sarà da oggi in poi. Ognuno di noi deve ritrovare qui un pezzo di propria identità”, conclude La Rocca Ruvolo. Anche il vescovo Domenico Mogavero ha ricordato la strage del Belìce, in una Santa Messa, la sera del 15 gennaio, a Partanna: “Il Belìce risorgerà, perché sta ritrovando in se stesso le risorse per risollevarsi. La Valle saprà darsi un futuro riscoprendo la vocazione di terra madre”.

(Foto Francesco Graffeo)

Il santuario dell’acqua che domina Cefalù, nuovi studi sul Tempio di Diana

L’archeoastronomo Andrea Orlando effettuerà una scansione laser ed un rilievo 3D dell’antichissima vasca rituale all’interno del sito nascosto sulla Rocca

di Lilia Ricca

Che si tratti di una fortezza o di un santuario, un alone di mistero circonda il Tempio di Diana, sulla Rocca di Cefalù. Un luogo legato all’antico culto dell’acqua, per la presenza di una cisterna inglobata al suo interno, o una fortezza di avvistamento considerata la sua posizione in rialzo dal mare. “Un vero tempio solare”, definito dall’archeoastronomo siciliano Andrea Orlando, in uno dei suoi primi studi di archeoastronomia in Sicilia, condotto sul Tempio di Diana e presentato nel corso del quindicesimo Congresso della Società Italiana di Archeoastronomia, nel 2015 a Catania. Un sito dalla storia stratificata che lo studioso si prepara nuovamente a indagare.

Rilievi del 2015

“Nuovi studi – spiega Orlando – mi vedranno impegnato quest’anno insieme alla professoressa Elizabeth Riorden, dell’Università di Cincinnati, in una scansione laser ed un rilievo 3D della cisterna protostorica del Tempio di Diana, considerata la parte più antica del tempio ciclopico, e ciò con lo scopo di focalizzare nuovamente l’attenzione su uno dei siti più belli della Sicilia”.

Il Tempio di Diana dall’alto

Sulla Rocca dell’omonimo villaggio di pescatori, un altopiano calcareo di quasi 300 metri, posto ai confini orientali della provincia di Palermo, possiede un edificio con ingresso allineato al tramonto del Sole agli equinozi, una vera e propria “ierofania” che invitava i partecipanti a raggiungere la vasca rupestre per svolgere atavici culti dell’acqua. “L’azimut dell’ingresso del Tempio – spiega Orlando – misurato con un teodolite Kern di fabbricazione svizzera, di circa 270 gradi, è chiaramente equinoziale. Questo indica la direzione in cui il Sole tramonta agli equinozi”.

Il Tempio di Diana in un dipinto di Houel

Una delle prime rappresentazioni del Tempio è per mano del famoso pittore e architetto francese, uno dei più grandi viaggiatori del Grand Tour, Jean Houel, che durante il suo viaggio in Sicilia realizzò oltre 200 disegni, raccolti nei quattro volumi del “Voyage pittoresque des isles de Sicile, Malta et de Lipari” (1785). Oggi, la parte più evidente delle rovine è un edificio addossato al pendio roccioso della montagna che sovrasta Cefalù, a pochi chilometri dai ruderi di una serie di mulini e condutture forzate che raccoglievano e sfruttavano l’acqua e dai resti di un castello medievale, che dà il nome a tutta la Rocca, chiamata “u’ castieddu”. Nel Medioevo, sulle rovine del Tempio di Diana, nell’area a destra dell’ingresso, venne costruita la chiesa di Santa Venera.

Pianta del Tempio di Diana

Con una pianta irregolarmente rettangolare, ed una porta d’ingresso di circa 2,7 metri, posizionata non al centro dell’edificio, il punto più alto del tempio, nell’angolo sud-ovest, raggiunge i 5 metri. Oltre la porta inizia un corridoio lungo 7 metri che conduce alla vasca dolmenica, con una copertura a 4-5 metri di altezza dal pavimento. La cisterna, di forma ellittica, possiede un volume di circa 19 metri cubi. Frammenti ceramici di epoca greca, come cocci dipinti, pezzi di tegole e pithoi, e di epoca medievale, come frammenti di piatti normanni e ceramica bizantina vengono a galla dal tempio, dai primi scavi archeologici condotti da Pirro Marconi nella prima metà del 20esimo secolo. Mentre frammenti di vasi d’impasto, di colore rosso-piatto e giallastro, del periodo del Bronzo avanzato (primo millennio avanti Cristo) vengono alla luce dalla cisterna dolmenica.

Davide Gori e Andrea Orlando

Il Tempio di Diana sembra risalire al Sesto-Quinto secolo avanti Cristo, mentre la cisterna dolmenica in esso incorporata è considerata di epoca protostorica dagli studiosi Bovio Marconi nel 1956, Van Essen nel 1957, Vincenzo Tusa nel 1959 e Tullio nel 1974. Pur essendo poco chiara la sua funzione, sembra invece certo che l’edificio fosse strettamente collegato alla sua cisterna: l’asse del Tempio, passando per la porta principale e attraversando il corridoio, punta infatti direttamente alla cisterna. Il tempio funge così da “pronao”: per accedere alla vasca occorre passare dall’edificio.

Il Tempio di Diana sulla Rocca di Cefalù

“Dal culto di una piscina d’acqua che si forma in una cavità naturale è nata la costruzione del luogo sacro – spiega Andrea Orlando – inizialmente limitata alla semplice protezione. Mentre più tardi, durante il periodo greco, l’accesso al luogo sacro è stato sbarrato dall’edificio che ha funzione di pronao e di servizio. A questo proposito consideriamo la vasca dolmenica come un vero e proprio santuario indigeno, mentre il tempio si identificherebbe con un Artemision”. In Sicilia esistono altri luoghi che sono collegati al culto dell’acqua, per esempio: il Tempio di Diana Facellina a Milazzo, di cui oggi non ci sono più tracce, l’area archeologica di Santa Venera al Pozzo, nel territorio di Acireale o il santuario rupestre di Agrigento, considerato già da Marconi come luogo destinato al culto delle forze naturali, forse dedicato a divinità ninfali, nel periodo precedente alla colonizzazione greca.

Il Tempio di Diana ripreso da un drone

Per osservare il Sole in allineamento con la porta d’ingresso è stato realizzato un video 3D con la tecnica della fotogrammetria architettonica. Una copia digitale del lavoro è stata donata al Comune di Cefalù per iniziare un processo di tutela e valorizzazione dell’area del Tempio, sperando nella creazione del primo museo archeoastronomico interattivo della Sicilia, da realizzare probabilmente in una delle sale dell’Osterio Magno, il palazzo medievale situato nel centro della cittadina.

La città del Gattopardo riscopre le origini belicine di Elsa Morante

Uno studio conferma la nascita del padre della scrittrice a Santa Margherita di Belìce. L’amministrazione comunale le ha intitolato la biblioteca che sarà arricchita di nuovi testi

di Lilia Ricca

Augusto Gentile Morante, padre di Elsa Morante, prima donna a ricevere il premio Strega nel 1957 con il romanzo “L’isola di Arturo”, nasce il 29 maggio 1876 a Santa Margherita di Belìce, nell’Agrigentino, nella casa natìa di via Garraffello, nella zona che i margheritesi chiamano “A li cannola”. La sicilianità e in particolare le origini belicine di quella che la critica internazionale ha definito “la più grande scrittrice italiana del Novecento”, si rintracciano in tutta la sua opera letteraria. Di questa indagine si è occupato il collettivo di studiose ed esperte, l’architetto Margherita Cacioppo, la scrittrice e fotografa Gabriella Ebano, la scrittrice e storica Marinella Fiume, la psichiatra e poeta Margherita Rimi e la scrittrice e storica Angela Scandaliato, in contatto con un erede, pronipote del padre di Elsa, Francesco Morante, di origini palermitane ma che vive a Torino, dedicando all’autrice di “Menzogna e sortilegio”, moglie di Alberto Moravia e amica di Pier Paolo Pasolini, la Biblioteca comunale della “Città del Gattopardo”.

Elsa Morante e Alberto Moravia a Capri

È in Sicilia, a Santa Margherita di Belìce, che Elsa si reca più volte e da cui trae ispirazione. Nel suo Diario del 1937 racconta del suo viaggio in Sicilia mentre il marito Alberto Moravia racconta delle volte in cui tornava nell’Isola e veniva accompagnata da un personaggio dalle origini sconosciute. Nel suo primo romanzo “Menzogna e sortilegio” iniziato nel 1943 e interrotto durante le retate fasciste che perseguitano la scrittrice insieme al marito, che uscirà dopo cinque anni aggiudicandosi il premio Viareggio, ex aequo con Aldo Palazzeschi, la Sicilia è in primo piano. “Una terra aspra dai paesaggi e i cieli in tumulto. Una città scorticata dal terremoto, quella di Messina, negli anni ‘40”, spiega Margherita Cacioppo, elaborando una riflessione dopo la lettura di questa e di altre sue opere.

Elsa Morante con Bernardo Bertolucci, Adriana Asti e Pier Paolo Pasolini

Ancora un racconto ambientato a Santa Ninfa, nel Trapanese, località sostituita a Santa Margherita, in quanto amore e odio caratterizzano i tumultuosi legami familiari, legati probabilmente alla doppia paternità di Elsa Morante: da un lato Francesco Lo Monaco, postino siciliano originario di Palermo, dall’altro Augusto Morante, finora considerato padre non biologico, ma che gli studi recenti sostengono essere il padre naturale. Nel “Soldato siciliano”, che fa parte de “Lo Scialle andaluso” la scrittrice chiama il paese del vero padre con il suo nome: Santa Margherita.

Palazzo Filangeri Cutò a Santa Margherita Belice

“Qualora ci fosse un legame con l’autore del Gattopardo – continua Margherita Cacioppo – questo è da rintracciare negli stralci dei racconti che Elsa pubblicava nei giornali per cui lavorava, considerando che Giuseppe Tomasi divorava qualsiasi scritto trovasse messo su carta”. Anima vulnerabile e poliedrica, compagna di vita per tre anni di Luchino Visconti, autore del colossal ispirato al romanzo di Tomasi di Lampedusa, Elsa Morante fu amica di Pier Paolo Pasolini, partecipando ai suoi film, e attrice e autrice di testi per le musiche di alcune pellicole di Franco Zeffirelli.

Francesco Morante scopre la targa della biblioteca intitolata a Elsa Morante

I dati scaturiti da accurate ricerche anagrafiche, negli archivi del Comune di Santa Margherita di Belìce e in quello parrocchiale, mettono in luce il complesso albero genealogico, confermando quanto anticipato dallo studioso abruzzese Maurilio Di Giangregorio e dal critico letterario Cesare Garboli, ovvero la nascita del padre Augusto, nella città belicina. “Santa Margherita non è più soltanto la città di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ma anche di Elsa Morante”, dichiarano il vicesindaco Roberto Marino, l’assessore alla Cultura Martina Di Giannantonio e le curatrici.

La targa della biblioteca intitolata a Elsa Morante

Alla luce delle scoperte, la biblioteca comunale è stata intitolata nei giorni scorsi a Elsa Morante e hanno annunciato dall’amministrazione comunale, un prossimo trasferimento della biblioteca nei locali restaurati di Palazzo Sacco, dove nei prossimi mesi sarà arricchita la sezione dedicata alla scrittrice e nascerà anche una biblioteca dedicata a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la più grande al mondo. “Considerata la forte valenza culturale dell’opera della Morante e il suo legame con la città di Santa Margherita – concludono le curatrici – sono in programma, con cadenza annuale, eventi culturali per mantenerne viva la conoscenza e il legame della celebre scrittrice con la sua terra d’origine. Ci si avvale del contributo di studiosi, appassionati, lettori, musicisti e poeti e non per ultimi i discendenti, ancora in vita, testimoni per ragioni diverse della turbolenta storia familiare e personale che ha segnato la grandezza della sua opera letteraria”.

L’antica Adranon che domina Sambuca, sito archeologico da riscoprire

Nell’area sono presenti le rovine di uno dei più importanti insediamenti greco-punici del Mediterraneo. Adesso rinasce grazie a una rassegna teatrale

di Lilia Ricca

Sono trascorsi due anni dai finanziamenti stanziati dalla Regione Siciliana, pari a cinquecentomila euro, per diverse campagne di scavo e restauro che hanno interessato alcuni dei siti archeologici siciliani, cosiddetti “minori”, con otto cantieri attivi nelle province di Palermo, Catania, Agrigento, Messina, Trapani, Enna e Ragusa. Due anni dall’istituzione degli altri 15 parchi archeologici siciliani mancanti per completare l’attuazione della legge regionale 20 del 2020.

I magazzini sotto l’acropoli di Adranon

Le province scelte per i finanziamenti miravano a zone su cui finora era stata posta poca attenzione, ma la cui importanza archeologica non è affatto da meno rispetto ad altri siti siciliani più conosciuti. Tra gli obiettivi dell’assessorato regionale ai Beni Culturali, dare lustro al grande passato della Sicilia con programmi di studio già avviati e strutturati che avrebbero consentito di far ritornare nella propria terra grandi studiosi andati via, garantendo quella tradizione scientifica indispensabile per lo studio del nostro passato.

La necropoli

Tra le aree interessate da questo grande intervento di rilancio non era, però, presente il sito archeologico di Monte Adranone, a Sambuca di Sicilia, nell’Agrigentino. Uno dei più alti e estesi siti archeologici del Mediterraneo, su cui l’amministrazione comunale e il Teatro l’Idea di Sambuca stanno lavorando già da tre anni. A circa mille metri sul livello del mare, pochi chilometri a nord dal centro abitato di Sambuca, al confine con le province di Trapani e Palermo sorge quella che Diodoro Siculo menzionava come Adranon, al tempo della prima guerra punica. Tra i siti archeologici più occidentali dell’Agrigentino, Adranone fu un insediamento indigeno occupato dai greci nel VI secolo avanti Cristo, colonia selinuntina, la cui storia si svolse nel contesto che derivava dal contatto tra l’area sicana ellenizzata e l’area elimo-punica, con una decisa prominenza punica riconoscibile nelle aree sacre, nell’impianto urbano e nelle opere di difesa, a partire dagli inizi del IV secolo, dopo il consolidarsi del predominio cartaginese nella Sicilia occidentale.

Carta archeologica di Monte Adranone

Le ricerche fatte finora dimostrano una violenta distruzione della città intorno al 250 avanti Cristo ad opera dei romani, con sporadiche presenze, forse guarnigioni di controllo, anche nel corso della seconda guerra punica. I primi scavi risalgono al 1968, promossi da Ernesto De Miro e continuati da Graziella Fiorentini. Da allora alcune campagne hanno portato alla luce la necropoli, la poderosa cinta muraria e vasti settori della città e dell’area suburbana, in gran parte ancora inesplorata. Il perimetro della città è costituito da una possente cinta muraria, a valle, di circa 5 chilometri, che circoscrive l’area delle due colline su cui si estende l’intero abitato. Due gli accessi principali, conservati sul lato settentrionale e su quello meridionale.

Gli scavi nella necropoli (a sud) hanno rivelato l’esistenza di sepolture distinguibili per tipologia e per tempo, in tombe a camera ipogeica, riferibili al VI-V secolo avanti Cristo, tombe a cassa con pareti costruite in blocchetti di marna e semplici sepolture terragne, del periodo ellenistico sovrapposte a quelle più antiche. Tra queste, la più importante, considerata tra le più interessanti tombe a camera della Sicilia è la tomba della Regina, costruita in conci squadrati in tufo, che definiscono una camera ipogeica lunga oltre due metri, con una copertura a falsa volta ed apertura preceduta da una breve “domos”, con accesso a pozzetto.

Il tempio dell’acropoli

Al momento della scoperta di questa tomba, nel 1885, sembra essere stato rinvenuto un corredo con vasi di bronzo e in ceramica verniciata e figurata, purtroppo oggi disperso. Recenti campagne di scavo, nel 1985-1988 hanno arricchito la conoscenza sulla necropoli rivelando una sequenza di sepolture. Per esempio, le tombe a cassa in pietrame, con sarcofagi litici o fittili, ossuari, aree di cremazione e recinti, oltre a ricchi corredi di ceramica attica e indigena e suppellettili bronzee. Nel sito, che domina la contrada collinare di Adragna, zona di villeggiatura dei sambucesi, da dove nelle nitide giornate primaverili si scorge la sagoma dell’isola di Pantelleria, sono stati rinvenuti diversi importanti reperti custoditi all’interno del Museo archeologico di Palazzo Panitteri, a Sambuca, istituito nel 2013, già esposti nell’Antiquarium dell’ex Monastero di Santa Caterina, mentre altri resti fanno parte delle collezioni del Museo Salinas di Palermo e del Museo Pietro Griffo di Agrigento.

Reperti di Adranon in mostra

Dall’interno di una tomba ipogeica è venuta fuori un’idria attica a figure rosse, con scena nuziale di significato funerario, oltre ad una padella bronzea con manico configurato “kouros”, che fu esposta nella grande mostra “I fenici” del 1988, curata dall’archeologo, studioso del mondo fenicio e punico Sabatino Moscati, a Palazzo Grassi a Venezia, oltre ad una brocchetta in bronzo di produzione etrusca. Reperti di Adranone, il colino bronzeo, lo strigile bronzeo, l’anfora e l’olpe bronzea sono stati esposti ad una mostra al National Museum di Pechino, in Cina, nel 2006, nella sezione “Continente Sicilia: 5000 anni di storia”, a cura dell’assessorato regionale ai Beni Culturali.

Nell’area archeologica sono visibili la fattoria, un grandioso edificio a pianta rettangolare, con un vasto cortile al centro, intorno al quale si dispone regolarmente, sulle quattro ali dell’edificio, la serie di circa trenta ambienti principali, molti con ripartizioni interne mentre il cortile era originariamente pavimentato con lastre di pietra locale, sotto il cui livello affiorano in vari punti i resti delle strutture precedenti e alcuni ambienti di case del V secolo avanti Cristo.

La cisterna dell’acropoli

Ancora il santuario delle divinità ctonie e la grande porta di accesso (sud) fiancheggiata da torrioni. Ci sono, poi, il santuario punico sotto l’acropoli e un grande edificio a pianta rettangolare, i magazzini sotto l’acropoli, aperti su un piazzale dove sono state rinvenute circa duecento monete in massima parte siculo-puniche, raccolte in un pavimento. L’acropoli si raggiunge attraversando la porta che si apre nella relativa cinta muraria delimitata da due torrette quadrangolari. Superando i resti di alcuni ambienti in pietrame, una rampa rocciosa conduce invece al piazzale sommitale detto “l’alto luogo”, su cui sorgeva il grandioso tempio punico. Un edificio a pianta rettangolare lunga 30 metri, con un grande recinto centrale a cielo aperto.

L’ingresso dell’area archeologica

Negli ultimi anni, il Comune di Sambuca e il Teatro L’Idea hanno promosso una rassegna teatrale per far conoscere il sito ai curiosi e agli appassionati. Quest’anno Monte Adranone ospiterà la rassegna dal titolo “Lucciole e silenzio”, a partire da domenica 8 agosto. “Sono in programma tre spettacoli, due in più rispetto al 2019, anno in cui abbiamo dato il via ad una rassegna completamente dedicata al sito archeologico sambucese”, dichiara la presidente del Teatro L’Idea Costanza Amodeo, raccontando dell’iniziativa che vede per la prima volta una collaborazione con il Parco archeologico di Agrigento. Si parte domenica 8 agosto, con lo spettacolo al tramonto “Nel ventre”, e si continua giovedì 12 agosto sempre al tramonto con “Odissea Penelope”, due spettacoli dedicati all’Odissea di Omero. Il terzo e ultimo appuntamento “Vizi capitali” è per l’alba di venerdì 16 agosto, in scena alle 6.15, con la compagnia del Teatro Pirandello di Agrigento. Uno spettacolo organizzato in collaborazione con il Parco archeologico di Agrigento, a cui seguirà anche una colazione.

Rinascerà la villa romana di Montevago, tra vigneti e agricoltura didattica

Il Comune belicino punta alla valorizzazione dell’area archeologica in contrada Mastro Agostino. Impiantato un vigneto con otto varietà di uve

di Lilia Ricca

Montevago punta sul proprio territorio con un progetto di riqualificazione che renderà fruibile entro l’estate la zona archeologica della Villa Romana in contrada Mastro Agostino. Una spesa di 100.000 euro a carico del bilancio comunale che punta i riflettori su un sito individuato dopo una ricerca di superficie, da anni in stato di abbandono e ai più sconosciuto. In una vallata ricca di acque sorgive, sono venuti a galla i resti di un complesso di una villa rustica romana esteso di circa 700 metri quadrati, composto da vani rettangolari, con muri di blocchetti di calcarenite più o meno regolari, a secco, con battuti pavimentali di terriccio rosso e marna bianca.

La villa romana di Montevago

Alcuni ambienti pare fossero destinati ad attività artigianali, come prova la presenza di una fornace, mentre dai rinvenimenti ceramici si ritiene che le strutture siano databili tra il secondo secolo avanti Cristo e il primo dopo Cristo. Un luogo funzionale alla produzione di cereali considerata la posizione strategica del territorio di Montevago, che per la sua vicinanza al fiume Belìce, navigabile fino alla foce, attraverso l’antica via dei Mulini si prestava alle pratiche commerciali tipiche degli insediamenti rustici del periodo.

L’area della Villa Romana

Presenti anche alcuni frammenti di lucerne tra cui una con Eracle bambino sul disco. Dal sito provengono anche delle monete di bronzo augustee, altre monete acragantine con Zeus ed un fulmine o con Apollo e due aquile, insieme ad assi romani con Giano e una prua di nave, che testimoniano una frequentazione del sito già dal quarto-terzo secolo avanti Cristo. “La posizione e la fisionomia del complesso fanno ipotizzare una destinazione agricola di queste strutture, riferibili, con tutta probabilità, ad una grossa fattoria che, a giudicare dall’estensione delle aree di frammenti in superficie, circa 4000 metri quadrati, controllava una proprietà piuttosto vasta”, si legge nel pannello illustrativo all’interno dell’area archeologica.

Vitigni nell’area della villa romana

Oltre alla riqualificazione del sito, il Comune di Montevago senza dimenticare la propria cultura millenaria dedita al vino, in collaborazione con il Parco archeologico di Agrigento porterà avanti dei progetti di agricoltura didattica per dare un’identità anche rurale alla zona: sono stati impiantati, infatti, un vigneto con otto varietà tra cui il grillo e il catarratto, l’insolia e il nero d’avola, il nerello cappuccio e il mascalese, oltre a un uliveto che si aggiungono alle piante di fichi d’india, ai limoni e ad altri frutti già presenti nel luogo.

Interno di una vecchia abitazione di Montevago

Un percorso da valorizzare e rendere presto fruibile. Dall’ingresso del paese, infatti, passando dalla Villa Romana, un polmone verde dentro il centro abitato pensato come luogo di svago e cultura, tra sport e passeggiate, si prosegue verso il centro storico lungo un filo rosso che collega il sito archeologico con il museo en plein air “Percorsi visivi”, tra le rovine del Sisma del ’68 e i resti dell’antica Chiesa Madre.

Nuova luce sulle misteriose grotte di San Giovanni a Sambuca

Si torna a indagare sul complesso preistorico che custodisce centinaia di graffiti tra i più importanti del Mediterraneo. Un luogo unico che potrà inserirsi tra i percorsi di visita del borgo agrigentino

di Lilia Ricca

Il complesso preistorico delle grotte di San Giovanni a Sambuca di Sicilia, poste su un impianto collinare vicino al lago Arancio e alla Torre di Cellaro, si appresta a rivelare nuove e importanti scoperte grazie ad uno studio promosso dall’amministrazione comunale, condotto dall’archeologo Fabio Cavulli, dall’archeoastronomo Andrea Orlando e dal fotografo Emilio Messina, con la collaborazione della Soprintendenza di Agrigento. Un luogo singolare già scoperto dallo studioso menfitano, esperto di archeologia e preistoria Rocco Riportella, poi analizzato insieme a Sebastiano Tusa e Cecilia Buccellato, che comprende una considerevole quantità di incisioni rinvenute sulle pareti rocciose, l’una accanto all’altra, in verticale, oltre a figure triangolari – sono più di 400 le incisioni all’interno dei tre ripari – che non ha eguali nell’intera architettura preistorica.

Il complesso delle grotte di San Giovanni (foto Andrea Orlando)

Mentre le figure geometriche, riconducibili a delle vulve, insieme ad altre incisioni sono ascrivibili all’Epigravettiano (15.000 anni fa circa), tracce di pigmento rosso e nero compongono figure attribuibili all’inizio del periodo Neolitico (6000-3500 avanti Cristo) .I rilievi si avvarranno di tecnologie avanzate che permetteranno nuovi studi e potrebbero aiutare a riscrivere l’antropizzazione di questo territorio e della più ampia narrativa preistorica. I ripari di San Giovanni che arricchiscono la storia millenaria del territorio di Sambuca dopo essere stati valorizzati, si potranno inserire in un contesto culturale che comprende il lago Arancio e il palmento della Risinata, le tombe a camera di contrada Scoma, il fortino di Mazzallakkar (ve ne abbiamo parlato qui), la gola della Tardara, la grotta della Lisaredda, ricca di stalattiti e stalagmiti, e i resti dei mulini ad acqua attorno al bacino artificiale.

Una delle iscrizioni parietali (foto Andrea Orlando)

Lo studio di Riportella custodito nel libro “Il complesso di San Giovanni a Sambuca di Sicilia”, edito dalla sede di Sambuca dell’Archeoclub d’Italia, trae spunto dai numerosi ritrovamenti di manufatti silicei e dalle scoperte di arte figurativa e parietale preistorica fatti nell’estate del 1986, nell’agro di contrada San Giovanni. Sulla superficie della scarpata sottostante ai ripari sono stati rinvenuti alcuni ciottoli con vistose incisioni di animali di piccole e medie dimensioni. Scoperte fatte insieme all’ispettore onorario dell’assessorato regionale dei Beni Culturali, conoscitore e studioso del territorio, Vito Gandolfo, che vennero presentate all’11esimo congresso dell’Uispp (l’Unione internazionale per le scienze preistoriche) a Magonza, in Germania, nel 1987 dal presidente del Centro siciliano di studi preistorici e protostorici di Agrigento, Gerlando Bianchini.

Il gruppo di lavoro (foto Giuseppe Cacioppo)

Ulteriori riscontri, acquisizioni e approfondimenti hanno contribuito alla necessaria divulgazione sull’antico sviluppo dell’arte preistorica in Sicilia limitata fino a quel momento ai complessi delle grotte dell’Addaura a Palermo, di Cala dei Genovesi di Levanzo, dei Cavalli e dell’Uzzo a San Vito Lo Capo. Il riparo più interessante del complesso di San Giovanni è il secondo sulla parete del costone (riparo A/Riportella) di notevoli dimensioni – circa 5 metri di altezza e 12,50 metri di larghezza – con una parete di fondo leggermente arcuata e lucidata dal vello di animali, per un’altezza di circa un metro, dove sono presenti circa 400 incisioni lineari verticali e geometriche, diverse tra loro sia per lunghezza – le dimensioni variano tra i 48 e i 2 centimetri – che per la marcatura dell’incisione.

Incisioni nel Riparo A (foto Giuseppe Cacioppo)

L’elemento lineare è uno dei grafemi più ricorrenti nell’ambito delle manifestazioni parietali mediterranee tra il tardo Paleolitico e il Neolitico. I raggruppamenti di linee incise, in genere verticali, sono presenti in numerose grotte siciliane, e sono diffuse sia in Europa, che nel Mediterraneo e in Nord Africa. “Particolarmente interessanti sono i confronti con i cosiddetti ‘traits capsiens’, incisi su pietre o sulle pareti dei ripari nord-africani, datati al Neolitico, di tradizione capsiana. Quest’ultimo confronto assume particolare importanza se si mette in relazione alla possibile esistenza di contatti fra l’Africa settentrionale algero-tunisina e la Sicilia durante il Mesolitico”, scriveva nel 2012 Cecilia Albana Buccellato.

Incisione triangolare (Foto Giuseppe Cacioppo)

Il complesso di Sambuca è il più ricco finora ritrovato in Italia e forse nell’intero Mediterraneo. Date le sue caratteristiche non sembra aver avuto funzione abitativa, sembra piuttosto un luogo adibito a funzioni simboliche di tipo sacrale, luogo di incontro per la comunità del comprensorio, nel periodo tra l’Epigravettiano e il Mesolitico. “Gli elementi lineari, pur non mostrando un ordine, talvolta danno l’impressione di essere raggruppati in insiemi caratterizzati da analogie nell’incidenza del solco e mostrano chiaramente di essere un insieme fortemente unitario”, scriveva Sebastiano Tusa.

Sepoltura in contrada Scoma

L’altro riparo (B/Riportella) è invece di modesta profondità e ad altezza umana. La roccia è ricoperta da uno strato di concrezione calcarea “a buccia d’arancia”, sulla quale, in senso verticale, si osserva un alone rossastro con tratti bruni e rosso più vivo. Si tratta probabilmente di un’immagine in bicromia, bruno e rosso ocra, resa evanescente per l’esposizione agli agenti atmosferici: accanto a figure antropomorfe stilizzate in rosso, sono presenti “figure alberiformi a catenella”, il cui significato rimane ancora incerto.

Dentro le leggendarie grotte vaporose di Monte Kronio

Viaggio nella storia delle stufe di San Calogero, all’interno della montagna che sovrasta Sciacca. Dalle prime esplorazioni alle scoperte più recenti

di Lilia Ricca

Una leggenda vuole che Dedalo, il famoso costruttore del labirinto del Minotauro per mano del re Minosse, dopo la sua fuga dalla Grecia e l’amichevole accoglienza del re dei Sicani, Cocalo, in Sicilia, abbia scavato delle grotte, dove ingegnosamente raccolse il calore che usciva caldissimo dalla roccia, sulla cima del monte Kronio, che sovrasta la città di Sciacca. Non solo la tradizione, ma anche la letteratura ha celebrato da sempre le terme di Sciacca, per le loro qualità terapeutiche e la suggestiva posizione naturale. Le grotte vaporose di monte Kronio, conosciute anche come stufe di San Calogero, dove sorge la basilica dedicata al santo patrono della cittadina, sono un sito unico al mondo, per il misterioso fenomeno che ancora divide gli esperti.

Veduta di monte San Calogero (foto Michele Termine)

Monte Kronio non è un vulcano, ma una montagna di rocce calcaree, uguale alle adiacenti montagne di Caltabellotta e Genuardo, a nord, e fa parte del sistema dei Sicani: è la propaggine più a sud verso il canale di Sicilia. L’ipotesi più probabile, come hanno scritto molti, è che nelle profondità della montagna vi siano delle acque calde che ne determinano il calore. Un fenomeno attenuato poi dalla successiva costruzione dell’hotel di San Calogero, negli anni ’50, che ne ha sfruttato le incredibili risorse terapeutiche.

Speleologo del Cai di Trieste nel 1986

Conosciuto sin dall’antichità, monte Kronio, era utilizzato dagli uomini preistorici come punto di controllo sul canale di Sicilia, approdo per chi arrivava dalla Grecia o dal Libano. Le particolari grotte che emanano calore erano un’attrattiva di svago e beneficio. Da quello che riportano le fonti storiche, le grotte venivano utilizzate come santuario. Gli antichi credevano che quei vapori caldi fossero segni di un evento soprannaturale e che nelle grotte vivessero gli dei. Le grotte sono legate anche al culto di San Calogero, il “santo nero” originario di Calcedonia, sapiente (sempre raffigurato con un libro in mano) e maestro di esorcismi. Come spesso ci insegna la storia religiosa, il luogo naturale diventa un rifugio per il santo, di cui scopre anche gli effetti taumaturgici sulla salute.

Santo Tinè nella grotta Fazello nel 1959

Il primo esploratore delle grotte, nel secolo scorso, fu Santo Tinè, allora giovane archeologo, originario di Canicattini Bagni, che allora collaborava con la Soprintendenza ai Beni Culturali della Sicilia Orientale guidata da Luigi Bernabò Brea. Tinè trova vasi e ceramiche, simili a quelli rinvenuti a Stentinello, oggi alla periferia di Siracusa, risalenti al 6.000 avanti Cristo, che testimoniano la prima presenza umana stabile in Sicilia. Senza dare un nome preciso alle ceramiche saccensi, Tinè le attribuirà alla “Cultura del Kronio”. Reperti oggi esposti all’Antiquarium di San Calogero attualmente chiuso, presto però di nuovo fruibile ai visitatori (ve ne abbiamo parlato qui).

 

Negli anni precedenti alla Seconda guerra mondiale arriva a Sciacca Luciano Medeot, un militare di Trieste e stimato speleologo, in servizio a Siracusa. Medeot esplora le grotte e all’interno dell’antro di Dedalo, dove si trovano le “stufe”, con sedili intagliati nella pietra, lo speleologo comprende la difficoltà di arrivare fino in profondità perché il calore, ma soprattutto l’umidità, non lo rendono possibile. Successivamente, nel dopoguerra, Medeot torna nelle grotte con Giulio Perotti, comandante delle spedizioni del Club Alpino Italiano di Trieste, e con Santo Tinè, per esplorare le viscere del Kronio, dove trova alcuni vasi in una galleria. Una scoperta sorprendente di cui nessuno era a conoscenza.

Strumento per rilevare la velocità dell’aria (foto Michele Termine)

Dopo la scoperta, la Regione Siciliana finanzia una campagna di scavo nella grotta Fazello, confermando l’eccezionalità del luogo: una montagna calda ed un sito preistorico che ha conservato integralmente i materiali custoditi al suo interno. Nel 1985 viene realizzata una ricognizione delle pareti della montagna, con l’esplorazione di una grotta, già raggiunta ma poco conosciuta fino alle profondità. Si tratta della grotta Cucchiara. Un anno dopo è la volta di una documentazione televisiva sulle grotte con le prime immagini a colori. È lo speleologo Mario Gherbaz che si inoltra nelle viscere del Kronio con il riscontro della mancanza di acqua ed un cumulo di detriti che saranno rocce cadute dalla parte alta. Non c’è nessun ingresso e l’aria è più fredda rispetto alla parte più in alto: scoperta che sta a significare, però non accertata, dell’arrivo dell’aria dentro il pozzo da un ingresso nelle pareti. 

Analisi sui vasi (foto Michele Termine)

Arriviamo al 2007, quando il Club Alpino Italiano di Trieste fa un accordo con l’associazione geografica La Venta, famosa già per uno studio in una miniera messicana più calda delle grotte di monte Kronio. Gli esploratori entrano attrezzati con maschere per respirare aria fredda. Viene prelevato uno dei vasi e dalle analisi effettuate sui bordi si scoprirà che le sostanze contenute sarebbero riconducibili al vino. Il mondo verrà a sapere dai media che a Sciacca c’è il vino più antico, ipotesi non sposata però da tutti gli studiosi. In tempi più recenti, gli speleologi del Club Alpino di Trieste, accompagnati da alcuni esperti dell’Università di Palermo, portano l’astronauta Luca Parmitano dentro la grotta Cucchiara, per un’esercitazione in un ambiente estremo. Qui, per la prima volta viene usato un drone sperimentato in Svizzera, con due telecamere, una termica e una per le riprese video.

Michele Termine

“Tutte le grotte sono piene di vasi – racconta Michele Termine, giornalista saccense esperto del territorio – . La conoscenza di monte Kronio è una scoperta ancora aperta, considerando che la montagna non è stata esplorata per intero. Per restituire al pubblico una parte di questo sito unico nel mondo dobbiamo aspettare la ristrutturazione dell’Antiquarium, dove con una serie di apparecchi multimediali sarà possibile inoltrarsi in questo viaggio affascinante”. Accessibile solo agli esperti, nessuna delle grotte del Kronio è visitabile. Soltanto una, ad un metro e mezzo dal sentiero a piedi, che costeggia la montagna: è la grotta della Nobildonna. Anche questa vaporosa, da esplorare in totale sicurezza.

(Nella prima immagine grande in alto, la grotta della Nobildonna, foto Enzo Termini)

La Sicilia terra di smart working: i borghi diventano uffici diffusi

Da Castelbuono a Cianciana, da Santo Stefano di Camastra a Licata, fino a Palazzolo Acreide e Sambuca, sono tanti i coworking che stanno nascendo per facilitare il lavoro agile

di Lilia Ricca

La migrazione dei siciliani all’estero è ormai un fatto storico oltre che il ricordo sbiadito di vecchie foto e lettere piene di emozioni che raccontano l’antico desiderio di ritornare a casa. Un viaggio nell’oceano lungo più di un mese per raggiungere le Americhe in cerca di fortuna. Oggi, il lavoro da casa generato dal South working, termine inserito nell’enciclopedia Treccani, per riscoprire i luoghi del Sud Italia anche in ottica turistica, è uno scenario a cui almeno 100mila meridionali (dati Svimez) si sono adeguati, a distanza di un anno dall’inizio della pandemia.

Veduta di Cianciana

In Sicilia, associazioni come South working – Lavorare dal Sud o la start up pisana HeadQuarter Village, trovano terreno fertile per favorire il lavoro agile tra lavoratori e aziende, creando partnership tra amministrazioni locali e strutture pubbliche o private. Tra i vicoli di Cianciana, nell’Agrigentino, decine di lavoratori sono arrivati da 17 paesi trasformando il piccolo centro nel “paese degli smart worker internazionali”. Merito dell’amministrazione che qualche anno fa ha iniziato a vendere diverse abitazioni, a prezzi irrisori, per contrastare lo spopolamento dell’antico borgo. A Licata, l’ex consulente finanziario Angelo Sanfilippo, con un team di professionisti ha creato il “Make hub Licata”, grazie all’acceleratore Tim Wcap di Catania, chiedendo l’inserimento tra i presidi di comunità del progetto South working.

Santo Stefano di Camastra

A Santo Stefano di Camastra, nel Messinese, con uno sguardo sulle isole Eolie, il Comune ha già messo uno spazio di coworking a disposizione nelle sale del Museo delle Ceramiche, e presto ne nascerà un altro. “Tre requisiti base per gli enti locali che mirano a diventare un presidio per chi lavora dal Sud – spiega la presidente dell’associazione South working, Elena Militello, che dall’estero è tornata a Palermo – : una buona connessione internet, un mezzo di trasporto che permetta di arrivare con facilità ad un aeroporto o ad una stazione con alte velocità, entro due ore, e almeno uno spazio di coworking pubblico o privato per i piccoli comuni, e uno per circoscrizione nelle grandi città”.

Coworking nel Castello di Castebuono (foto ccncastelbuono.com)

Dai centri più estesi ai piccoli e medi borghi. Sinergie con i ristoratori e gli organizzatori per il tempo libero. Destagionalizzazione, spazi funzionali all’interno di poli museali e sedi storiche, a pochi passi dal mare. Questi gli obiettivi del progetto South working, che raggiunge Trapani, Palazzolo Acreide, nel Siracusano e Castelbuono. Il comune madonita è uno dei primi presidi nelle aree interne d’Italia, con tre coworking e un ecosistema dedicato ai lavoratori da remoto. Una delle tre sedi è lo storico castello dei Ventimiglia, oltre al museo naturalistico all’interno di un suggestivo chiostro francescano e al Centro Polis, nelle stanze di una casa ottocentesca che si affaccia sulla storica piazza principale.

Castelbuono

“South Working Castelbuono – spiegano dall’associazione – è un modello che accoglie il lavoro agile di ogni professionista: da chi è nativo di questi luoghi ma ha dovuto lasciarli per il Nord Italia e l’Europa, a chi ancora non conosce questo splendido borgo medievale dove tutto è raggiungibile a piedi, e vuole sceglierlo per trascorrere una parentesi di lavoro green”. Un sito web dedicato raccoglie gli elementi necessari per permettere agli utenti di pianificare la propria esperienza di lavoro: spazi coworking con un sistema wifi avanzato offerto da Fiber Telecom e un tool di prenotazione delle 20 postazioni disponibili, accoglienti strutture ricettive, ottimi ristoranti per la pausa pranzo e molte idee per il tempo libero. “Un occasione d’oro per il Sud per dimostrare le proprie capacità in fase di progettazione e di velocità di realizzazione, elevando la qualità dei servizi sia per la comunità locale che per i turisti, senza alcun investimento economico”, spiegano dal Comune. Sulle Madonie, con tanti progetti in cantiere, si muove anche Gangi, che ha aderito a HeadQuarter Village, la start up, che ha come obiettivo la valorizzazione dei borghi italiani.

Case nel quartiere saraceno a Sambuca

Tornando nell’Agrigentino, da qui alla fine dell’estate, dovrebbe diventare un HeadQuarter Village” anche Sambuca di Sicilia, con diverse strutture messe a punto dal Comune e una call di intermediazione che sarà lanciata a breve. La start up pisana è convinta che il paese belicino possa trasformarsi in una sede aziendale diffusa, sostenibile e resiliente. “Tra qualche giorno – dichiarano dalla start up – sarà online la vetrina di HQ Village, che presenterà Sambuca insieme ad altri comuni, come luogo ideale per fare smart working”. A seguire i proprietari immobiliari potranno registrare gratuitamente e senza esclusività le proprie case sulla vetrina. Un modo utile per valorizzare le seconde case o i fabbricati rurali non utilizzati.

Un vicolo di Sambuca

“Una nuova opportunità per Sambuca a fianco dell’iniziativa delle case a 1 euro – spiega il vicesindaco e assessore alla cultura Giuseppe Cacioppo – affitti a medio termine trasformeranno le seconde case in uffici periferici dell’azienda per la quale l’ospite lavora. Il comune farà da tramite per stipulare convenzioni con ristoranti e bar, imprese di pulizie e supermarket, associazioni di sviluppo locale e cantine, tutti servizi indispensabili affinché il soggiorno sia il più gradevole possibile”. “Una nuova linfa per Sambuca, in un periodo di difficoltà – sottolinea il sindaco Leo Ciaccio – che consentirà l’arrivo nel nostro borgo, soprattutto in bassa stagione, di decine di lavoratori che potranno coniugare lavoro e vacanza in uno dei Borghi più Belli d’Italia”.

(Nella prima foto grande in alto uno spazio di coworking nel Castello di Castebuono – foto ccncastelbuono.com)

Case a 1 euro nei borghi, la scommessa vincente di Sambuca

In un libro si traccia il bilancio dell’innovativa esperienza immobiliare nel comune belicino, con richieste da ogni parte del mondo e oltre 90 atti di compravendita

di Lilia Ricca

Nel 2019 le antiche pietre di Sambuca accolgono nuovi cittadini approdati con l’iniziativa delle case a 1 euro, promossa dall’amministrazione comunale all’interno di un programma di sviluppo che ha coinvolto l’intera comunità e ha fatto del paese belicino un esempio di successo nel modo di governare il territorio. Prospettive, strategie e azioni messe a punto con il primo bando del 2019 per la vendita di vecchi immobili del centro storico sambucese sono raccontate da Fabrizio Ferreri nel libro “Case a 1 euro nei borghi d’Italia. Sambuca di Sicilia: un esempio di successo nel governo del territorio”, edito da Dario Flaccovio.

La copertina del libro

Il Comune di Sambuca riceve più di 100mila email da tutto il mondo, passaggi su tutte le principali emittenti televisive nazionali e internazionali, circa 90 atti di compravendita direttamente o indirettamente connessi all’iniziativa delle case a 1 euro. Un programma impiantato sulla visione di un paese che deve ricercare e valorizzare le proprie origini per costruire il futuro, oltre alla relazione tra la città e i suoi abitanti, vecchi e nuovi. Il buon vivere in un luogo non è altro, infatti, che l’insieme di risorse e valori che vengono trasmessi e tramandati da generazioni. Come diceva Italo Calvino: “Le città sono relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato”.

Un vicolo di Sambuca

Il libro di Fabrizio Ferreri, di 160 pagine, diviso in tre parti più una premessa e un’appendice, raccoglie le riflessioni e i diversi punti di vista di urbanisti, sociologi, esperti di sviluppo locale e progettazione europea, analisti del settore turistico, giuristi e amministratori locali. Con un tono divulgativo, il libro è per un pubblico ampio: dagli amministratori ed esperti di sviluppo locale, che vogliono replicare l’iniziativa nel proprio territorio, per i cittadini e amanti dei luoghi meno conosciuti e battuti che pensano all’idea di comprare casa a 1 euro nei posti in cui è attiva una simile iniziativa, per ricercatori e studiosi che vogliono approfondire la questione nei suoi vari aspetti.

Chiesa del Carmine

Lo spopolamento dei piccoli centri soprattutto nel Sud Italia alza l’età media dei residenti e vede svanire i sogni dei più giovani. Sono sempre più da fronteggiare fenomeni come l’invecchiamento della popolazione, le economie locali in regressione, il degrado del costruito, l’abbandono e l’impoverimento del suolo agricolo. Nell’iniziativa delle case a 1 euro si concentra una visione del territorio complessiva, delle forme e modalità con cui governarlo per riattivare dinamiche di sviluppo sostenibile e duraturo. Si parla di “territori del margine”, pensati in una rappresentazione plurale e multicentrica dell’Italia, all’interno di articolazioni complesse e interdipendenti che non devono competere con le città e i grandi centri urbani, evitando allo stesso tempo la trappola del folclore e una visione idilliaca dei paesi, potenziando le fragilità spesso presenti in questi territori. Si tratta di rendere possibili nuove e diverse forme di vivere, di produrre e abitare questi luoghi. Con la dotazione di servizi, la creazione di opportunità e il risveglio della coscienza del luogo, nei suoi abitanti.

Il belvedere

Il libro si apre con l’intervento di Maurizio Carta, urbanista e docente all’Università di Palermo, che richiama ad una visione per il futuro, in termini di sfida culturale e politica, in cui la città viene intesa come un arcipelago che accoglie le differenze, allo stesso tempo attento ai valori coesivi e di cooperazione della comunità. Nella visione di Carta, si parla di una linea di distribuzione, di un’articolazione necessaria in una geografia policentrica e diversificata che non va contro la città, ma nella direzione di un’area urbana rivoluzionata nella sua configurazione.

Case nel quartiere saraceno

Nella prima parte del libro, di carattere narrativo, intervengono il vicesindaco di Sambuca Giuseppe Cacioppo e il consulente per lo sviluppo locale dell’amministrazione sambucese, Gori Sparacino. La seconda parte che è più scientifica lascia spazio agli interventi della professoressa Barbara Lino dell’Università di Palermo, del dottore di ricerca all’Università di Milano e Kore di Enna, Fabrizio Ferreri, e del professore Filippo Grasso dell’Università di Messina. Nell’ultima parte del libro che è di carattere più tecnico viene esposto il progetto europeo inserito in un master dell’Università La Sapienza di Roma, dal professore Vanni Resta, che vede capofila il Comune di Sambuca, a partire dall’iniziativa delle case a 1 euro. Il progetto viene visto come misura contro lo spopolamento dei piccoli centri.

Palazzo Panitteri

C’è poi l’intervento dell’avvocato Marco Magaraggia, già consulente di diverse amministrazioni pubbliche e altre iniziative italiane di vendita di case a 1 euro, che spiega gli aspetti legali e burocratico-amministrativi dell’iniziativa sambucese, illustrando come si costruisce il bando, quali sono i vincoli e come si gestisce la procedura amministrativa fino alla vendita degli immobili. Chiude il libro un’appendice in cui sono riportati il bando dell’iniziativa emanato dal Comune di Sambuca, il modulo per presentare la manifestazione di interesse all’acquisto dell’immobile e delle faq con le risposte alle domande sollevate con più frequenza dai potenziali acquirenti.

Le Vie dei Tesori News

Send this to a friend