Corredi funerari dell’antica Adranon tornano a Sambuca di Sicilia

Inaugurata la mostra “Doni oltre la morte” a Palazzo Panitteri. Un allestimento che valorizza reperti provenienti dal museo archeologico di Agrigento, tra cui due preziosi vasi trovati in una delle tombe su Monte Adranone

di Lilia Ricca

Correva l’anno 1886 quando tra i resti dell’antica città di Adranon, a Sambuca di Sicilia, a mille metri d’altezza, viene rinvenuto il tesoro della Tomba della Regina. Un ricco e pregiato corredo funerario nascosto in una sepoltura a camera ipogeica lunga oltre due metri, scoperta casualmente da un gruppo di contadini, il cui nome altisonante “della Regina” rimanda alla sua imponente architettura. Un tesoro in parte trafugato che viene recuperato e acquistato in quel periodo, sfuggendo ai tombaroli, dall’archeologo Antonio Salinas, appassionato di antichità e allora direttore del museo archeologico di Palermo.

La tomba della Regina

Adesso, parte di quel vasto corredo funerario è visibile nella mostra “Doni oltre la morte”, inaugurata ieri a Sambuca al museo di Palazzo Panitteri, curata dal Parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, di cui il museo fa parte e dal Comune di Sambuca. L’allestimento valorizza, in particolare, il corredo della cosiddetta Tomba 3, che custodisce anche importanti reperti e notevoli testimonianze del territorio. Tra i pezzi esposti, provenienti dal museo archeologico “Pietro Griffo” di Agrigento, c’è un “cratere”, un vaso dove si mescolava acqua e vino, simbolo della classe maschile utilizzato nel simposio, e “un’idria attica”, un vaso tipicamente femminile con due sposi raffigurati davanti alla porta degli inferi uniti in una promessa d’amore oltre la morte.

Cratere (foto Franco Lo Vecchio)

“I due vasi della tomba a due camere, chiamata anche tomba gemella, si pensa contenessero le ceneri della coppia defunta, ma è una suggestione”, spiega l’archeologa e curatrice della mostra Valentina Caminneci. “Non si sa chi vi era sepolto dato che non sono stati rinvenuti resti ossei – prosegue l’archeologa – . Oltre ai due vasi, nelle tre sale dedicate alla necropoli, sono esposti dei reperti bronzei di importazione magnogreca ed etrusca tra cui la famosa ‘patera’, con manico antropomorfo a forma di giovane di figura maschile, configurato ‘kouros’, l’elemento più pregiato e reperto-simbolo del sito di Adranone nell’immaginario dei sambucesi”.

Reperti esposti in Cina nel 2006 (foto Franco Lo Vecchio)

Reperti di Adranone, ceramiche, terrecotte e sculture sono stati oggetto della grande mostra “I fenici” del 1988, a cura dell’archeologo, studioso del mondo fenicio e punico Sabatino Moscati, a Palazzo Grassi a Venezia. Il colino bronzeo, lo strigile bronzeo, l’anfora e l’olpe bronzea sono stati esposti ad una mostra al National Museum di Pechino, in Cina, nel 2006, nella sezione “Continente Sicilia: 5000 anni di storia”, a cura dell’assessorato regionale ai Beni Culturali.

La patera e altri reperti (foto Lilia Ricca)

Un’attenzione lunga più di mezzo secolo che ha visto avvicendarsi diverse campagne di studio, mostre come quella allestita per la prima volta a Sambuca nel 1998 in occasione del convegno internazionale “Frontiere e influenze nel mondo punico mediterraneo”, l’istituzione di un Antiquarium nel 2003 e del museo archeologico di Palazzo Panitteri nel 2013. Negli ultimi anni, una rassegna del Teatro L’Idea, che la prossima estate porterà in scena “ad alta quota” ben quattro spettacoli, due dei quali in collaborazione con il Parco di Agrigento.

Testa di Demetra (foto Franco Lo Vecchio)

Secondo il direttore del Parco della Valle dei Templi di Agrigento, Roberto Sciarratta: “La dislocazione dei reperti è un’occasione per potenziare la fruizione dei beni archeologici attraverso la circolazione dei reperti tra i musei del territorio. Il Griffo e il Panitteri fanno parte del Parco di Agrigento, un ricco museo diffuso che coinvolge le comunità locali”. Per l’amministrazione di Sambuca la mostra è un motivo in più per visitare il borgo agrigentino, un valore aggiunto nel suo percorso storico-archeologico. “Per questo motivo ci impegneremo – commenta il vicesindaco e assessore alla cultura Giuseppe Cacioppo – perché tutto il corredo funerario rimanga a Sambuca, nel suo luogo di origine”.

Alla scoperta delle torri di Sambuca tra storia e devozione

Da Cellaro al casale di Adragna fino a Pandolfina, viaggio tra le antiche costruzioni a guardia del borgo agrigentino. Feudi che hanno segnato l’identità del territorio

di Lilia Ricca

Anno 1575. Tutta la Sicilia è investita da un terribile colerache miete non poche vittime a Sambuca. Stremati dalla peste gli abitanti si rivolgono alla Madonna, la cui statua marmorea è custodita nell’antica Torre di Cellaro, a valle dell’abitato. Al suo passaggio in processione nella via Infermeria trasformata in una sorta di lazzaretto cessò la peste. La Madonna dà udienza a chi invoca la sua mediazione. Nasce così un rapporto di filiazione e una plurisecolare devozione che ogni anno si festeggia la terza domenica di maggio. La peste cominciata nel 1575 cessò nel maggio 1576. La liberazione avvenne di domenica, il 20 maggio 1576.

Torre del Cellaro (foto Franco Lo Vecchio)

È facile immaginare un itinerario a piedi, in bicicletta o a cavallo alla scoperta delle torri di Sambuca. Partendo da Cellaro arrivando al casale di Adragna e a Pandolfina. Attraversando epoche diverse tra leggenda e spiritualità lungo una scia mista di fascino e mistero, tra dimore nobiliari di villeggiatura. A protezione delle torri viene spesso posta la statua di una Madonna, come nel caso di Cellaro, dove si dice sia stata collocata la Madonna dell’Udienza, per mano di Giacomo Sciarrino, a cui l’Ordine Gerosolimitano di San Giovanni di Rodi vendette il feudo omonimo o dell’Ulmo, con la torre e il mulino. La Madonna viene posta a protezione delle torri mentre queste proteggevano, a loro volta, le città. La Chiesa chiama infatti la Vergine, “Turris Eburnea” o “Davidica”. In Italia, in Francia e Germania molti castelli e luoghi fortificati sono dedicati a Maria adornati proprio da immagini che la rappresentano.

Particolare della torre del Cellaro (foto Franco Lo Vecchio)

Ad un chilometro da Sambuca, nella Valle dei Mulini vicino al lago Arancio, passando il fiume Rincione, si arriva a Cellaro, dove si scorgono subito la torre e i resti dell’antico feudo. Al secondo piano, in una cavità dove vi era un forno, un contadino affittuario della torre racconta di una mula trovata morta ogni anno, ogni qualvolta che il forno venisse utilizzato. Veniva profanato forse il sito della statua della Madonna? Che si tratti di un tentato furto o di un assalto alla torre, la Madonna fu nascosta in quel camino e ritrovata in quella cavità proprio nel periodo della peste. Trasportata per la prima volta da Mazara, fu portata a schiena di mulo da quattro marinai dopo l’approdo a Porto Palo o in un porto più vicino e collocata nell’antico feudo.

Visite al Cellaro (foto Franco Lo Vecchio)

Dal feudo chiamato anche “di San Giovanni di Cellaro” dall’Ordine di San Giovanni da Rodi, dove oggi resiste una chiesetta dedicata a San Giovanni (ricorrenza 24 giugno), per volontà dei sambucesi, la statua fu portata a Sambuca durante la peste, prima che alla Vergine “dell’Udienza” venisse costruita una cappella dedicata agli Sciarrino. L’immagine di Maria era di loro proprietà. Oggi, nella chiesa del Carmine dove ha sede la Madonna è visibile una lapide che reca il loro nome e ne attesta l’avvenuta sepoltura.

Sambuca di Sicilia

La terza domenica di maggio di ogni anno, la città si veste a festa tra le strade e le piazze, tra i vicoli e i cortili di Sambuca partecipando alla gioia di ogni cittadino. Quartieri e contrade si riconoscono nella tradizione. Il percorso della processione viene tutto illuminato: il corso Umberto I, con archi alla veneziana, l’illuminazione sul prospetto della Chiesa del Carmine ne ridisegna le linee architettoniche, le vie con apparati illuminanti che rimandano a simbologie mariane. Ad ogni sosta, che rappresenta un quartiere, sotto una corona lignea il simulacro fa tappa durante il suo tragitto.

Casale Adragna

Ma volgendo lo sguardo verso nord l’attenzione si sposta sul sito archeologico di monte Adranone e all’antico casale di Adragna, dove vissero i primi abitanti di Sambuca. Distrutta la città antica nel 250-240 avanti Cristo durante le guerre servili, i superstiti si rifugiano ad Adragno. Un borgo rurale ignorato dai Romani distante un chilometro dall’antica Adranon. Qui si respirava aria mite e c’erano abbondanti e fresche acque. Gli abitanti, che erano cristiani vissero pacificamente sotto il dominio arabo per mezzo del pagamento della gèsia, un tributo per professare liberamente il proprio culto e restare possessori dei beni propri.

Panorama dal casale Adragna

Beni, che con la conquista normanna non assunsero una sembianza feudale, ma furono chiamati “allodi”, “allodiali” o “borgensatici” da borgesi, nome attribuito ai possessori diversamente dai “villani” che abitavano in campagna ed erano sottoposti ai feudatari. Allodio, infatti, fu il territorio intorno al casale di Adragna. Non solo i terreni, ma anche le acque che sgorgavano dalle ricche sorgenti. Alcune delle quali furono comprate secoli più avanti dal Marchese della Sambuca, don Giuseppe Beccadelli di Bologna, che ad Adragna fece costruire anche un mulino, per desiderio e richiesta della popolazione di Sambuca, il 4 novembre 1792, che forniva l’acqua al centro cittadino. Danneggiato dal terremoto del Belìce, presto l’antico acquedotto collegato al mulino sarà recuperato. La chiesa di Santa Maria di Adragna, detta “la Bammina”, è l’unico elemento rimasto dell’antico casale.

Torre Pandolfina

Il tour delle torri di Sambuca tra storia, leggenda e spiritualità si conclude a Pandolfina, nell’ex feudo che fu baronìa dei Peralta. Nel feudo esistono ancora un’antica torre e il casamento con spaziosi magazzini e la relativa chiesa. Un bevaio esterno accostato alle mura è stato costruito negli anni ‘50 a servizio dell’agricoltura e degli allevamenti durante la riforma agraria in Sicilia. La costruzione della torre di Pandolfina non è più tarda della seconda metà del tredicesimo secolo e fu strategicamente vitale per l’intera valle di Zabut.

Le misteriose grotte nel cuore dei Monti Sicani

Gli anfratti di contrada San Biagio o Cava Grande, vicino a Bisacquino, sono un sito unico in Sicilia. Abitate dall’uomo in epoca preistorica, diventate in seguito rifugio per gli animali, oggi sono tesori nascosti di un territorio da riscoprire

di Lilia Ricca

Un luogo incontaminato e dalla storia millenaria. A pochi passi da Sambuca di Sicilia, gli anfratti di contrada San Biagio o Cava Grande, nel territorio di Bisacquino, sono un sito unico in Sicilia. Un’enclave della provincia di Palermo circondato da quella di Agrigento. Un sito risalente alla preistoria poi divenuto riparo degli armenti.

Il sito rupestre di Cava Grande (foto Michele Termine)

Qui, poco distante dagli anfratti, rimangono i resti dell’antica ferrovia che oltre cinquant’anni fa collegava i comuni di Burgio e San Carlo con Castelvetrano per un tratto ferroviario di circa 80 chilometri che copriva le province di Agrigento, Palermo e Trapani. Realizzato tra il 1910 e il 1931 visibile oggi in quasi tutta la sua estensione, il tratto per lo più viene utilizzato come strada campestre tranne la zona Santa Margherita di Belìce-Salaparuta, cancellata dalla realizzazione della Strada Statale 624 Palermo-Sciacca. L’intera linea venne chiusa il 16 agosto 1972.

Una delle grotte (foto Lilia Ricca)

Già dal Paleolitico le grotte di Cava Grande erano abitate dall’uomo. “Si tratta di un particolare tipo di grotte. Un ottimo riparo naturale perché l’uomo non aveva ancora realizzato le costruzioni epigee, che stanno fuori, diversamente dalle ipogee, che stanno sotto. Questi ripari sono l’ideale per proteggersi dagli eventi atmosferici. Le famiglie avevano un focolare e si organizzavano per dormire. Gli uomini vivevano di caccia mentre le donne si dedicavano alla raccolta delle erbe”, spiega il giornalista Michele Termine, esperto del territorio.

Scorcio dei Sicani (foto Michele Termine)

Passano migliaia di anni fino al periodo del Neolitico con la scoperta dell’agricoltura quando l’uomo diventò stanziale. “In questo periodo alcuni uomini vivevano ancora nelle grotte, mentre altri cominciano a costruire i primi villaggi – prosegue Termine – . È difficile trovare materiale ceramico in questo sito, essendo abitato dagli animali. Qui non è mai stato fatto uno scavo archeologico. In questo tipo di luoghi è facile trovare anche materiale litico, cioè delle pietre tagliate per realizzare punte di frecce e lance. Nel Neolitico essendo in una fase più evoluta, siamo tra il 6.000 e il 7.000 avanti Cristo, quasi 9.000 anni fa, cominciano ad esserci i primi vasi costruiti in terracotta. I primi recipienti utilizzati dall’uomo sia come utensili che per conservare gli alimenti. Questi anfratti vengono poi abbandonati per realizzare le prime abitazioni”.

Gli anfratti di Cava Grande (foto Michele Termine)

Dimore per gli uomini preistoriciche diventano poi delle “mannare” per gli animali. L’intero territorio con le sue montagne intorno è stato casa di una grande quantità di fauna selvatica. Nei cieli fino a una ventina di anni fa volava il capovaccaio, un tipo di rapace della famiglia dei grifoni e simbolo del Parco dei Monti Sicani. Mentre una particolare razza di aquila risiedeva nelle parti più alte e a strapiombo delle rocce: erano le aquile di Bonelli.

Escursionisti a Cava Grande (foto Lilia Ricca)

Al confine con Caltabellotta, San Biagio era il nome di un casale arabo appartenente ad uno di quelli esistenti attorno a Monte Genuardo. Nel periodo medievale, il nome del feudo era Terrusio. “Arrivano i Normanni. Il feudo Terrusio passa nelle mani della chiesa di Monreale, in seguito ad una lite tra il futuro vescovo di Palermo Gualtiero Offamilio e re Guglielmo II. Il re costruirà il Duomo di Monreale mentre il vescovo, sulla vecchia moschea, fece realizzare la Cattedrale di Palermo. Per sostenere i costi del Duomo, il re assegnerà alcuni feudi”, spiega Termine.

Lavori per la greenway (foto Facebook)

Appartenuto per lunghi anni alla chiesa di Monreale, il feudo Terrusio sarà acquisito dal governo nel 1866 dopo l’Unità d’Italia tramite una legge del vecchio regno piemontese che prevedeva l’acquisizione dei beni ecclesiastici, prima di essere venduto ad un privato, come avverrà per l’Abbazia di Santa Maria del Bosco a Contessa Entellina. “Si tratta del Barone Tortorici, di Bisacquino, – spiega ancora Termine – che acquistò un territorio molto esteso. Quando vengono formate le province l’antico feudo Terrusio, che verrà chiamato San Biagio, entrerà nella provincia di Palermo pur essendo circondato dalla provincia agrigentina. Un’enclave tra i pochi in Sicilia”. Con un occhio ai giorni nostri, vicino all’antico tratto ferroviario adiacente agli anfratti sono in corso i lavori per la realizzazione della Greenway Terre Sicane, 18 chilometri di pista ciclabile con scorci eccezionalidi paesaggio come un ponte sotto cui scorre il fiume Rincione che arriva al Lago Arancio.

Alla scoperta del lago Garcia, tesoro d’acqua della Valle del Belìce

L’invaso artificiale, a due passi dalla riserva naturale Grotta di Entella, è diventato negli anni rifugio di uccelli migratori. In passato al centro degli interessi del crimine organizzato, è oggi una risorsa idrica per l’intero territorio

di Lilia Ricca

Uno specchio d’acqua in un angolo di Sicilia che trabocca di storie e leggende. Alimentato dal fiume Belìce, all’ombra della Rocca di Entella, tra i territori di Contessa Entellina e Roccamena, il lago Garcia è uno dei più importanti invasi artificiali in Sicilia, il più grande della zona occidentale. A due passi dalla riserva naturale Grotta di Entella e punto di riferimento per gli uccelli migratori, con la sua capacità massima di 80 milioni di metri cubi d’acqua, porta acqua in case e terreni di tutto il territorio.

Lago Garcia (foto Michele Termine)

L’idea di un lago artificiale in questo lembo di Valle del Belìce, nasce negli anni ’60 del secolo scorso, quando viene realizzato il Lago Poma (o Jato) a Partinico, un altro dei grandi bacini artificiali della Sicilia occidentale, nato per fornire la piana di Partinico e Alcamo. Al centro di affari e interessi del crimine organizzato, la diga costruita nell’invaso fu intitolata nel 2013, su iniziativa di Legambiente, al giornalista Mario Francese, ucciso dalla mafia per aver denunciato le oscure vicende dietro alla realizzazione dell’opera.

Targa in ricordo di Mario Francese (foto Michele Termine)

Sono gli anni ’70 del secolo scorso, i tempi in cui Danilo Dolci si batte per far uscire dall’isolamento i paesi della Valle del Belìce, in quel momento storico privi di facili vie di collegamento e costretti a vivere nella miseria. Insieme a Dolci, protagonista di lotte sociali è il sociologo Lorenzo Barbera, che organizza una serie di assemblee popolari, di cui la più famosa a Roccamena, per la realizzazione della diga sul Belìce. Così, l’opera viene realizzata tra gli inquietanti fatti di cronaca che culmineranno con l’omicidio nel 1975 del segretario della Camera del Lavoro di Roccamena, Calogero Morreale, e poi del giornalista Mario Francese, che aveva individuato nel clan dei corleonesi, i mandanti a capo della gestione degli appalti.

La diga sul lago Garcia (foto Michele Termine)

Il progetto iniziale che prevedeva anche l’irrigazione e l’utilizzo d’acqua nei paesi della vallata, più il territorio di Contessa e le aree limitrofe al lago non è mai stato realizzato. Tutta la zona viene tagliata fuori tranne Castelvetrano, Campobello di Mazara e in parte Menfi. In tempi più recenti nasceranno nuovi progetti per irrigare i campi dei territori di Poggioreale e della vallata media: al momento un’idea rimasta incompiuta.

Un tratto del Belìce (foto Michele Termine)

Nelle intenzioni del Gal Belìce, uno dei più antichi strumenti per la programmazione territoriale e lo sviluppo locale – in Sicilia ci sono 23 Gal – c’è lo sviluppo e la promozione dei 12 comuni che fanno parte della rete ricadendo nell’area del Belìce. Paesi che tranne qualche eccezione sono accomunati anche dal tragico terremoto che colpì la Valle nel 1968 e dal successivo periodo di ricostruzione. Tra i comuni della rete ci sono Salemi e Caltabellotta, Sambuca e Santa Ninfa, Partanna, Poggioreale e Salaparuta, Santa Margherita di Belìce, Montevago e Menfi. Contessa e Gibellina. A cui potrebbero aggiungersi Castelvetrano, Roccamena e Campobello di Mazara, creando relazione anche con Sciacca.

Lago Garcia (foto Michele Termine)

Ma accanto ai più recenti fatti di cronaca, il territorio racconta una storia che affonda nella notte dei tempi. L’altopiano gessoso della Rocca di Entella, è teatro di leggende come quella della principessa musulmana, figlia del califfo Muhammad Ibn Abbad, ultima presenza araba in Sicilia, che preferì suicidarsi pur di non piegarsi all’esercito di Federico II. Una donna tanto vendicativa quanto coraggiosa, che resistette ai cristiani, rifugiandosi nella fortezza di Entella, ritenuta l’ultima roccaforte dei musulmani in Sicilia, che avevano come capitale dell’emirato Jato. Secondo la tradizione, la principessa con uno stratagemma catturò 300 cavalieri di Federico II, li uccise e fece appendere le teste ai contrafforti della rocca dov’era  rinchiusa.

Il fiume Belìce (foto Michele Termine)

Sotto la Rocca di Entella ancora oggi scorre il fiume Belìce. Di portata molto ampia con una lunghezza di 140 chilometri, era un tempo navigabile. Dalla foce, dove oggi si trovano i resti della città di Selinunte fino all’interno verso Entella, il vasto corso d’acqua era una strada di collegamento per i naviganti, che, con barche a ghiglia bassa, attraversavano la Sicilia.

Quando il vino si fa storia: gli antichi palmenti rupestri siciliani

Da un capo all’altro dell’Isola sono presenti diversi siti scavati nella roccia, destinati alla pigiatura delle uve e alla fermentazione dei mosti. Un patrimonio da valorizzare studiato dall’archeoastronomo Andrea Orlando

di Lilia Ricca

Quello dei palmenti rupestri in Sicilia è un immenso patrimonio da scoprire. Monumenti poco conosciuti o valorizzati, legati alla produzione del vino nell’antichità. Destinati alla pigiatura delle uve e alla fermentazione dei mosti, questi massi isolati, nei quali solitamente venivano scavate due vasche comunicanti tra loro da un foro, sono ricavati nella roccia arenaria. La grande tradizione vitivinicola in Sicilia viene confermata dalla presenza dei palmenti in varie zone dell’Isola: nelle province di Agrigento, Ragusa e Palermo, ma anche in quella messinese. Nei territori di Tripi e Basicò sono stati ritrovati decine di palmenti, negli ultimi anni.

Palmento della Risinata a Sambuca di Sicilia (foto di Andrea Orlando)

Tracce di vino sono state ritrovate, secondo alcune fonti, 5.000 anni fa (Età del Rame) in alcune giare, nelle grotte di Monte Kronio a Sciacca, nell’Agrigentino. Uno dei più complessi e suggestivi palmenti dell’isola è quello nel Parco della Risinata, a Sambuca di Sicilia, nella zona del Lago Arancio.

Uno dei palmenti di Rocca Pizzicata (foto di Emilio Messina)

“Formato da un sistema di vasche circolari e quadrangolari, in alcuni casi parzialmente coperte e collegate, canalizzazioni e fori riconducibili a strutture in materiale deperibile per la ripartizione funzionale degli spazi, la sua datazione è ipoteticamente riferibile all’epoca punico-ellenistica, grazie alla morfologia e all’impasto di alcuni bacini e di frammenti di due grandi pithoi, attestati nel sito archeologico di Monte Adranone”, racconta l’archeastronomo Andrea Orlando, che ha ideato e condotto insieme ai professionisti dell’Ias (Istituto di Archeastronomia Siciliana) uno studio sui siti rupestri della Valle Alcantara, durato 5 anni, dal 2015 al 2020. Una grande ricerca che ha permesso di conoscere e censire tombe, altari, grotte e palmenti rupestri.

Uno dei palmenti rupestri della Rocca di Vaniere nella Valle Alcantara (foto di Emilio Messina)

Anche il territorio etneo possiede numerosi palmenti. Secondo un primo censimento svolto nella zona Nord, nella Valle dell’Alcantara, sono stati già conteggiati più di 40 palmenti rupestri.“Immersi in un paesaggio mozzafiato, tra l’Etna, il fiume e le dolci colline, i palmenti della Valle Alcantara sono diversi nelle forme e nelle dimensioni. Solitamente queste strutture sfruttavano la conformazione e la pendenza del banco roccioso per la creazione delle vasche, di solito più di due. Ma ci sono esempi che possiedono anche tre vasche”, spiega Orlando.

Il palmento grande di Olgari (foto di Andrea Orlando)

E continua così circa la composizione di questi monumenti straordinari: “Nella vasca più grande, posta ad una quota più elevata, chiamata ‘pista’, veniva pigiata l’uva, mentre nella vasca inferiore, per la fermentazione, di solito più piccola, ma più profonda, veniva raccolto il mosto. Il liquido defluiva dalla vasca principale alla secondaria attraverso un foro nel tramezzo che metteva in comunicazione le due vasche. In alcuni casi, all’interno delle pareti della ‘pista’ si trovano degli incavi quadrangolari che suggeriscono l’utilizzo di una trave per la torchiatura. Attorno alle vasche, a volte, c’erano dei fori sul pavimento roccioso che permettevano l’alloggio di pali atti a realizzare una copertura del palmento. Il vino che andava a depositarsi nelle vasche secondarie, utilizzate per la fermentazione e la conservazione, veniva poi travasato in contenitori di ceramica per essere distribuito”.

Sistema di scale intagliate nella roccia nel sito di Rocca Pizzicata (foto di Emilio Messina)

È difficile datare questi monumenti scavati della rocciasia per la loro natura architettonica, che per l’assenza di materiale archeologico. “È bene ricordare però – spiega ancora Orlando – che nel Mediterraneo occidentale i palmenti, in diverse aree, si fanno risalire all’Età del Bronzo. È molto probabile che in Sicilia molti di questi impianti per la produzione del vino, che sfruttavano la vita selvatica, ‘vitis vinifera sylvestris’, si possano fare risalire a prima dell’arrivo dei Greci (VIII secolo avanti Cristo). Alcuni studi di archeobotanica e l’analisi morfologica dei palmenti confermano questa lettura”.

Uno degli altari rupestri nel sito di Rocca Pizzicata (foto di Emilio Messina)

Si ritiene che con l’arrivo dei Greci in Sicilia, la coltivazione della vite e la produzione del vino ebbero un forte sviluppo. “A dimostrarlo è l’iconografia delle monete di Naxos: il grappolo d’uva e la vite riconducono immediatamente alla produzione del vino e al culto di Dioniso, spesso raffigurato sulle monete greche. L’impatto della colonizzazione greca sulla viticoltura in Sicilia è comunque un tema aperto e dibattuto dagli studiosi”, dice lo studioso. In età romana e medievale si continuano a utilizzare i palmenti costruiti però in muratura secondo una tradizione che proseguirà fino al ventesimo secolo, con la realizzazione di monumentali strutture in pietra lavica, in area etnea.

Vasca di raccolta del palmento rupestre più grande nella Rocca di Vaniere (foto di Andrea Orlando)

Con lo scopo di promuovere un patrimonio che giace nascosto come quello dei palmenti siciliani è nato il format “Il vino nella roccia”, da un’idea di Andrea Orlando, dedicato al “wine trekking”, tra visite guidate e degustazione di vini. Un’esperienza che ha visto coinvolto il territorio Etna Nord, nelle domeniche del 3 e 10 aprile, con due visite ad alcuni dei più suggestivi palmenti della Valle Alcantara. Si è andati alla scoperta dei palmenti di Rocca Pizzicata, tra Moio Alcantara e Roccella Valdemone, e poi di quelli di Rocca Vaniere, a confine tra Francavilla di Sicilia, Castiglione di Sicilia e Moio Alcantara.

La Ferdinandea tra passato e presente: alla scoperta dell’isola che non c’è

Il lembo di terra affiorato e poi scomparso nel 1831 al largo di Sciacca è stato fonte di suggestioni letterarie e ricerche scientifiche. Oggi è un vulcano sommerso oasi di biodiversità

di Lilia Ricca

Giugno 1831. Una serie di scosse telluriche sconvolge la città di Sciacca. Erano i segni di un evento geologico senza precedenti: la nascita in mezzo al mare dell’isola Ferdinandea. Un vulcano a poche miglia dalla città e dall’isola di Pantelleria, in questo tratto del Canale di Sicilia che presto diventerà scenario di dispute internazionali irrisolte.

L’eruzione dell’Isola Ferdinandea in un dipinto di Camillo De Vito (foto Wikipedia)

Tra il 18 e il 20 luglio 1831, il geologo tedesco Friedrich Hoffmann fu il primo a recarsi sul posto per un resoconto sull’isola appena affiorata. Partito da Palermo nella notte tra il 18 e il 19 luglio attraversando la strada di Corleone per Sciacca, essendo il punto più vicino alla costa per osservare il fenomeno, Hoffmann racconta così nella prima parte del suo testo: “Favoriti da un tempo bellissimo, giungemmo nella notte del 20. Trovandoci ancora a circa diciotto miglia distanti dalla spiaggia, sopra le alture tra Contessa e Sambuca, scoprimmo per la prima volta l’oggetto desiderato del nostro viaggio, formante una colonna di fumo densissimo che si alzava in mezzo dell’alto mare. Avvicinatici nell’oscuro della notte a Sciacca, noi vedemmo di tanto in tanto, nella stessa direzione, comparire un rossore lampeggiante all’orizzonte, inviluppato nella nebbia che allora l’offuscava”.

Uno scorcio di Sciacca dalla Torre di San Michele

Era luglio. La Sicilia fremeva per l’arrivo a Palermo, di re Ferdinando II di Borbone, in occasione della festa di Santa Rosalia, che ogni anno si celebra in questo periodo. Anche il mare fremeva, solcato dai pescatori di Sciacca che battevano le acque antistanti la costa siciliana sud-occidentale. Il mare ribolliva e dalle profondità venivano a galla grandi cernie “bollite”, pomici e chiazze oleose mentre l’aria odorava di zolfo. Il 5 luglio, al rimescolio delle acque si aggiungeva la fuoriuscita di fumo. Poi l’emissione di lava infuocata, cenere e lapilli, il 7 luglio. Oltre al sollevarsi di alte colonne d’acqua. Uno spettacolare quanto terrificante evento ben visibile dalla città.

Scienziati da ogni parte del mondo si affrettarono a studiare lo strano fenomeno a distanza durante l’eruzione e poi sbarcandovi. Tra questi Carlo Gemmellaro, dell’Università di Catania, che nel corso di un’importante conferenza annunciò di dedicare l’isola a sua Maestà Ferdinando II di Borbone battezzandola “Ferdinandea”.

Monte Kronio

Il 21 luglio, Hoffmann racconta di una gita nei dintorni di Sciacca, al Monte di San Calogero, con le sue stufe e le acque termali, aspettando l’occasione favorevole per raggiungere l’isola appena nata. Una storia antichissima quella di Sciacca e dei suoi fenomeni caloriferi naturali, come quelli nelle grotte di Monte Kronio, utilizzati a scopo terapeutico. Continua così lo studioso tedesco: “Noi trovammo la loro temperatura ed abbondanza non alterate, per la vicina eruzione vulcanica, e ci divertimmo assai volte di scorgere quella gran massa di fumo che continuamente si alzava dall’orizzonte, fino all’altezza di più di venti gradi”.

Sciacca dal mare

Anche gli abitanti assistono all’evento straordinario. La sera del 21 luglio, dal piano di San Domenico (o piazza Angelo Scandaliato, nel centro della città) Hoffmann e i suoi amici naturalisti che lo accompagnavano in viaggio, i signori Schult e Philippi di Berlino, e il signor Escher della Linth di Zurigo, scorsero le manifestazioni dell’isola all’orizzonte: “Osservammo insieme a molti abitanti della città assai spesso quel sopraddetto rossore lampeggiante nel denso fumo dell’alta colonna e udimmo con una certa commozione assai chiaramente un rimbombo molto rassomigliante ad un lontano cannoneggiamento continuato talvolta per lo spazio d’un quarto d’ora e più”.

Le barche ordinarie non potevano raggiungere l’isola. Finalmente alle tre del pomeriggio del 24 luglio Hoffmann si era avvicinato molto alla grande colonna di fumo. Il geologo e i suoi rimasero incantati dai “giganti nuvoloni di fumo bianchissimo simili a grandi palloni di neve freschissima, o di bianco cotone lanciato incessantemente nell’aria, che fuoriuscivano con una velocità incredibile e quasi ininterrottamente”. Nell’intervallo di due minuti, la colonna veniva spezzata da un getto di scorie, ceneri e acqua che formavano una mescolanza.

Il Banco di Graham

Il vulcano sottomarino formò progressivamente un cono vulcanico di circa 65 metri, largo poco meno di 300, con un perimetro di quasi 1 chilometro, che affiorava appena di 4 metri sul livello del mare. “L’attività eruttiva – come riporta l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – si posiziona su un basamento lavico sommerso a 200 metri sotto il livello del mare dove si riconoscono almeno altri 9 piccoli apparati. Recenti ricerche oceanografiche hanno evidenziato che il Banco Graham (nome attribuito all’isola dagli inglesi) costituisce con i vicini banchi ‘Terribile’ e ‘Nerita’ uno dei coni associati al vulcano sottomarino Empedocle, un grande edificio vulcanico che si eleva a circa 500 metri dal fondo del mare”.

Corallo al Museo Nocito

Spezzando i giacimenti semi fossili di corallo, l’eruzione diede inizio alla pesca “miracolosa” del Corallo di Sciacca. Unico al mondo per colore e composizione. La tradizione vive ancora con artigiani d’eccellenza. Come riporta ancora l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: “L’eruzione che cessò il 20 agosto lasciò al centro una piccola mofeta fumante e ribollente. Per la fragilità delle rocce, per l’assenza di altre eruzioni, l’isola fu erosa dal mare nel giro di pochi mesi. Le cronache riportano altre due emersioni nel 1846 e nel 1863. Oggi, il banco sommerso a meno di 6,9 metri rappresenta il relitto dell’isola e può essere esplorato”.

Tutti volevano Ferdinandea. Si trattava di una terra emersa in un tratto di mare di grande importanza strategica: il centro del Canale di Sicilia. Mentre dalle semplici rivendicazioni si stava passando al possesso territoriale, con navi da guerra che si affollavano intorno al nuovo vulcano, l’isola sembrò beffare tutti scomparendo per sempre nel mare.

Lapide sui resti dell’isola Ferdinandea (foto Domenico Macaluso)

L’interesse ritorna nel 1995 quando Domenico Macaluso, direttore scientifico del Wwf Sicilia Area Mediterranea, insieme ad un gruppo di geologi, inizia delle immersioni per conoscere i resti del leggendario vulcano, per documentarlo e prelevare pezzi di roccia da esaminare. “In seguito alle nostre esplorazioni tornano gli interessi della Gran Bretagna che sospettosa, immagina che l’isola stesse per riemergere”, racconta Macaluso. La risposta degli studiosi fu provocatoria: “Abbiamo invitato a Sciacca il principe Carlo Di Borbone, discendente diretto di Re Ferdinando, per donare ciò che restava dell’isola al popolo siciliano, con la deposizione subacquea di una lapide in marmo, in cui oltre a quello borbonico spiccavano gli stemmi in ceramica della Lega Navale, promotrice dell’iniziativa e del Comune di Sciacca, che recitava ‘Questo lembo di terra una volta isola Ferdinandea era e sarà sempre del popolo siciliano’”.

Macaluso recupera la lapide rotta dagli inglesi

Alla cerimonia del 21 marzo 2001 (inizialmente prevista l’1 ottobre del 2000) partecipa la stampa internazionale. Prima che gli inglesi due mesi dopo raggiunsero il mare di Sciacca per distruggere la lapide. La reazione fu quella di preparare una nuova lapide in bronzo donata dalla principessa Beatrice Di Borbone e apposta sui fondali marini. “Al di là della singolare e straordinaria storia dell’isola, la Ferdinandea sottomarina rappresenta oggi un paradiso di biologia marina. Un trionfo di biodiversità, per la grande varietà di animali, piante e organismi che trovano rifugio in questa oasi del Mediterraneo”, spiega Macaluso. Anemoni, sargassi, tane di dotti e cerniotte. Se si è fortunati anche stelle marine, aragoste, torpedini e barracuda. Dentici, ricciole, delfini e tartarughe, squali volpe e verdesche.

Domenico Macaluso sul culmine della Ferdinandea

Scendendo lungo i massoni, fino ai 30 metri, si arriva all’interno del cono vulcanico, vera distesa di sabbia nera. “Ma le nostre più recenti immersioni hanno evidenziato purtroppo che l’ecosistema sta risentendo delle variazioni climatiche. Molti pesci che vi stazionavano da millenni grazie alle fresche acque ricche di ossigeno sono fuggiti. Rimpiazzati da specie aliene provenienti dai mari tropicali che rompendo delicatissimi equilibri – conclude l’esperto – stanno alterando questo incomparabile mondo sottomarino”.

Immersioni alla Ferdinandea (foto Domenico Macaluso)

Macaluso racconterà la sua esperienza con la Ferdinandea ai giovani studenti delle Direzione Didattica 1° Circolo “Giovanni XXIII” di Sciacca, giovedì 7 aprile alle 10,30 al complesso Fazello, nel corso di un ciclo di incontri, nato in seno al Festival FerdinanDea, in corso a Sciacca, organizzato dalle Vie dei Tesori, in collaborazione con il Comune (ve ne abbiamo parlato qui). “È importante far conoscere alle nuove generazioni questo paradiso sottomarino, sensibilizzando i ragazzi al rispetto verso il mare, non solo fonte di vita, ma anche fucina di storia. Ecco lo straordinario servizio offerto da iniziative come questo Festival, che contribuendo a mantenere vive storia e tradizioni, rinnova la consapevolezza della grande bellezza della nostra terra e del nostro mare”.

Un’avventura dei sensi a tu per tu con la natura

Una giornata organizzata dall’associazione Tulime alla scoperta dell’educazione alla Terra, tra esperienze sensoriali e incontri al Castello di Rampinzeri, sede della Riserva naturale Grotta di Santa Ninfa

di Lilia Ricca

Ci vogliono testa, cuore e mani per amare il nostro Pianeta. Se il tradizionale metodo di educazione ambientale non ha sempre prodotto sentimenti di stupore e attaccamento verso la Terra, è chiaro che qualcosa non ha funzionato. “Manca un metodo nei programmi educativi, l’educazione ambientale è considerata una ‘materia trasversale’ nelle scuole, mancano i valori positivi nei nostri bambini e negli adulti e c’è un cattivo approccio verso la natura”, spiega Francesco Picciotto, presidente dell’associazione Tulime, associazione che da tempo si occupa di cooperazione ed ecologia, che ha tenuto nei giorni scorsi un seminario di educazione alla Terra, organizzato per lo staff delle Vie dei Tesori, nella Riserva naturale Grotta di Santa Ninfa. Il Centro Esplora Ambiente della Riserva, gestita da Legambiente Sicilia, è un chiaro esempio dell’innovativo metodo scelto da Tulime, che privilegia un approccio sensoriale sulla natura che ci circonda.

Un momento del seminario al Castello di Rampinzeri

“L’educazione alla Terra – spiega Picciotto – non è un tipo di educazione ambientale, ma una vera e propria alternativa ad essa. Un processo che aiuta le persone a vivere con più gioia e armonia nel mondo naturale. Se ci fermiamo ad osservare attentamente alle condizioni della Terra e dei suoi sistemi di vita risulta chiaro che siamo nei guai. C’è un urgente bisogno di rieducare le persone nel comprendere come funzionano i sistemi ecologici di base, ma soprattutto fargli vivere un contatto personale e profondo con la natura, facendo sì che se ne innamorino”.

Esperienza sensoriale con Tulime

L’educazione alla Terra, dunque, ci aiuta ad apportare qualche cambiamento nel nostro stile di vita, con la realizzazione di programmi educativi strutturati per età, che utilizzando il gioco avvicinano i bambini e i ragazzi fisicamente e sentimentalmente al nostro Pianeta.

Armadio interattivo al Centro Esplora Ambiente

All’interno del Castello di Rampinzeri, a Santa Ninfa, un antico baglio del ‘600 di cui fu proprietario il nobile palermitano, primo barone e marchese di Santa Ninfa, don Luigi Arias Giardina, il Centro Esplora Ambiente della Riserva, inaugurato nel 2016 è un museo naturalistico e coinvolgente che racconta il contesto naturalistico dell’area protetta e il territorio attraverso esposizioni tematiche, ricostruzioni di ambienti, plastici tridimensionali, video e allestimenti didattici ed è basato sul coinvolgimento diretto dei visitatori, su un apprendimento sensoriale ed emotivo.

Un momento dell’attività nella Riserva

C’è un armadio interattivo, fatto di scompartimenti e piccoli cassetti da aprire e da esplorare. “Prova, gusta, tocca. Si prega di toccare. Metti le mani in questi fori e scopri delle sensazioni inaspettate”, si legge. All’interno diverse specie di semi e di piante provenienti dalla Riserva, oggetti smarriti, indovinelli per scoprire i “fantastici 4” elementi della natura.

Con Tulime nella Riserva Grotta di Santa Ninfa

Dalla teoria alla pratica, dunque. Nell’approccio di Tulime, fondamentale raggiungere gli obiettivi è l’elaborazione manuale. “Ci vogliono testa, cuore e mani per l’educazione alla Terra – spiega ancora Picciotto – , attraverso ‘ganci’ per incuriosire le persone, come lettere misteriose, mappe e indovinelli e ‘organizzatori della conoscenza’, ovvero quegli oggetti che servono a definire il percorso proposto ai fruitori”.

Elementi naturali raccolti durante l’esperienza

Strumenti e metodi per emozionare immergendosi in un’esperienza coinvolgente. Come la creazione della propria sinfonia di suoni o un cocktail che sa di terra, fiori, acqua e piante, la formazione con relativo attestato di “controllore della linea di sgranocchiamento” o l’utilizzo del “terzo occhio” per scoprire la tridimensionalità della natura e degli spazi intorno. Per vivere la natura attraverso tutti i sensi.

La torre di Menfi rischia di crollare, un appello per salvarla

Dopo le alluvioni dello scorso novembre, il monumento simbolo del borgo marinaro di Porto Palo è minacciato da una frana

di Lilia Ricca

È il simbolo di Menfi e oggi rischia di crollare. Le alluvioni dello scorso novembre hanno causato danni incalcolabili a diverse città del Belìce, tra cui Sciacca e Menfi. Affacciata sul mare africano, meta di migliaia di turisti, ogni anno, soprattutto in estate, la torre anti-corsara di Menfi, che sovrasta il borgo marinaro di Porto Palo è in pericolo. A lanciare l’allarme sono i cittadini e le istituzioni, per mettere in sicurezza il monumento preoccupati per l’incolumità di un luogo che racchiude storia, memoria e ricordi, il cui rischio è dovuto da una frana ai piedi dell’edificio e ad una seconda frana in una curva a gomito sotto la torre, attualmente in vistoso movimento.

La frana sotto la torre

Centinaia di scatti racchiudono il panorama che si gode dalla torre, una terrazza affacciata sul mare da cui ammirare il tramonto e la costa agrigentina. Qui, dove, 500 anni fa, sotto il dominio spagnolo, i temibili pirati saraceni che minacciavano di attraccare la costa meridionale siciliana, venivano avvistati e cacciati via.

La torre d’avvistamento

È il 1583 e siamo sotto la dominazione di Carlo V d’Asburgo. Il progetto, per volere del vicerè di Sicilia Juan de Vega viene affidato all’architetto e ingegnere militare fiorentino Camillo Camilliani, che collaborò alla realizzazione della famosa fontana di piazza Pretoria a Palermo, e progettò gran parte delle torri di guardia che punteggiavano le coste siciliane durante la dominazione spagnola.

Le case di Porto Palo minacciate dalla frana

In uso fino ai primi anni dell’Ottocento, la sua posizione sopraelevata consentiva di dominare gran parte del litorale mediterraneo. Costruita con mattoni di pietra e ornata da una merlatura, di cui si conserva una mensola che doveva reggere gli ornamenti, la torre, con base tronco piramidale di 10,90 metri e fusto a base quadrata di 11,50 per 11,75 metri, si sviluppa su due livelli. Un’ampia terrazza era adibita a magazzino di artiglieria e armi. Al pianoterra, una cisterna ad uso merci conservava quello che arrivava dal porto.

La torre e il belvedere

Rimasta negli anni in ottime condizioni, la sua posizione domina l’antico insediamento di pescatori dalle bianche casette, che hanno conservato l’antica fisionomia, affacciandosi sul porticciolo di Menfi. Antico approdo orientale della vicina Selinunte, testimonianza di questi traffici ne sono i ritrovamenti subacquei e un relitto di nave onoraria romana naufragata tra il Secondo e il Primo secolo avanti Cristo, vicino all’attuale molo di ponente.

A Montevago riaffiorano i tesori sepolti dal sisma dopo 54 anni

Torna fruibile e aperta al culto l’antica Cattedrale della cittadina belicina. Sono stati esposti in mostra reperti e oggetti sacri recuperati durante una prima fase di restauro

di Lilia Ricca

“I massi accasciati l’uno sopra l’altro, segno di una cicatrice perenne e testimonianza di una distruzione senza pari, hanno lasciato il posto alla maestosità, al ricordo, alla vita e all’eternità”. Sono le parole del sindaco di Montevago, Margherita La Rocca Ruvolo, nei giorni dell’anniversario del terremoto del Belìce. Adesso, a distanza di 54 anni, è tornata fruibile e aperta al culto l’antica Chiesa Madre della cittadina, simbolo della memoria.

Messa nella Chiesa Madre di Montevago

Ricordo e commozione per i cittadini presenti all’inaugurazione, che tra le antiche mura della Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo ricordano i momenti della loro vita, tra matrimoni e  ricorrenze, prima di quella tragica notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, che segnò drasticamente il territorio.

La Chiesa Madre di Montevago

Quanto era bella la Matrice, ricca di stucchi, affreschi e opere d’arte. Tantissimi reperti sono stati ritrovati, come suppellettili, resti di marmi, frammenti di decorazioni, esposti nella nuova Chiesa Madre per la mostra temporanea “Salvati e ritrovati. I tesori di Montevago restituiti alla comunità”, in cui hanno trovato spazio una mazza cerimoniale del cardinale Gravina, dei calici e degli ostensori. Un angelo, una statua dell’Immacolata, una pisside rimasta dentro il tabernacolo per diversi anni e poi recuperata, una vara del Venerdì Santo, che verrà restaurata. Tesori ritrovati, accanto a quelli salvati e custoditi nel Museo Diocesano di Agrigento, che ha collaborato all’allestimento della mostra, durata solo quattro giorni, auspicando ad un Museo della Memoria a Montevago.

 

Una prima fase di restauro e catalogazione ha reso fruibile gli interni della Chiesa, tra i resti del presbiterio, della navata centrale e delle cappelle. Un percorso che ha ridato vita alle macerie, con un progetto avviato già da qualche anno, che presto porterà ad una copertura e ad un percorso museale duraturo. “Dopo un primo finanziamento di 740mila euro, un ulteriore, di 1 milione e 400mila euro, consentirà alla Chiesa, una copertura, per essere conservata ed evitare che il tempo e il clima distruggano quello che le macerie hanno conservato per 54 anni”, dichiara il primo cittadino.

La navata della Chiesa Madre

Storia, cultura, identità e memoria. “Non già quello che fu prima del sisma, perché non lo potrà più ritornare ad essere, ma ciò che sarà da oggi in poi. Ognuno di noi deve ritrovare qui un pezzo di propria identità”, conclude La Rocca Ruvolo. Anche il vescovo Domenico Mogavero ha ricordato la strage del Belìce, in una Santa Messa, la sera del 15 gennaio, a Partanna: “Il Belìce risorgerà, perché sta ritrovando in se stesso le risorse per risollevarsi. La Valle saprà darsi un futuro riscoprendo la vocazione di terra madre”.

(Foto Francesco Graffeo)

Il santuario dell’acqua che domina Cefalù, nuovi studi sul Tempio di Diana

L’archeoastronomo Andrea Orlando effettuerà una scansione laser ed un rilievo 3D dell’antichissima vasca rituale all’interno del sito nascosto sulla Rocca

di Lilia Ricca

Che si tratti di una fortezza o di un santuario, un alone di mistero circonda il Tempio di Diana, sulla Rocca di Cefalù. Un luogo legato all’antico culto dell’acqua, per la presenza di una cisterna inglobata al suo interno, o una fortezza di avvistamento considerata la sua posizione in rialzo dal mare. “Un vero tempio solare”, definito dall’archeoastronomo siciliano Andrea Orlando, in uno dei suoi primi studi di archeoastronomia in Sicilia, condotto sul Tempio di Diana e presentato nel corso del quindicesimo Congresso della Società Italiana di Archeoastronomia, nel 2015 a Catania. Un sito dalla storia stratificata che lo studioso si prepara nuovamente a indagare.

Rilievi del 2015

“Nuovi studi – spiega Orlando – mi vedranno impegnato quest’anno insieme alla professoressa Elizabeth Riorden, dell’Università di Cincinnati, in una scansione laser ed un rilievo 3D della cisterna protostorica del Tempio di Diana, considerata la parte più antica del tempio ciclopico, e ciò con lo scopo di focalizzare nuovamente l’attenzione su uno dei siti più belli della Sicilia”.

Il Tempio di Diana dall’alto

Sulla Rocca dell’omonimo villaggio di pescatori, un altopiano calcareo di quasi 300 metri, posto ai confini orientali della provincia di Palermo, possiede un edificio con ingresso allineato al tramonto del Sole agli equinozi, una vera e propria “ierofania” che invitava i partecipanti a raggiungere la vasca rupestre per svolgere atavici culti dell’acqua. “L’azimut dell’ingresso del Tempio – spiega Orlando – misurato con un teodolite Kern di fabbricazione svizzera, di circa 270 gradi, è chiaramente equinoziale. Questo indica la direzione in cui il Sole tramonta agli equinozi”.

Il Tempio di Diana in un dipinto di Houel

Una delle prime rappresentazioni del Tempio è per mano del famoso pittore e architetto francese, uno dei più grandi viaggiatori del Grand Tour, Jean Houel, che durante il suo viaggio in Sicilia realizzò oltre 200 disegni, raccolti nei quattro volumi del “Voyage pittoresque des isles de Sicile, Malta et de Lipari” (1785). Oggi, la parte più evidente delle rovine è un edificio addossato al pendio roccioso della montagna che sovrasta Cefalù, a pochi chilometri dai ruderi di una serie di mulini e condutture forzate che raccoglievano e sfruttavano l’acqua e dai resti di un castello medievale, che dà il nome a tutta la Rocca, chiamata “u’ castieddu”. Nel Medioevo, sulle rovine del Tempio di Diana, nell’area a destra dell’ingresso, venne costruita la chiesa di Santa Venera.

Pianta del Tempio di Diana

Con una pianta irregolarmente rettangolare, ed una porta d’ingresso di circa 2,7 metri, posizionata non al centro dell’edificio, il punto più alto del tempio, nell’angolo sud-ovest, raggiunge i 5 metri. Oltre la porta inizia un corridoio lungo 7 metri che conduce alla vasca dolmenica, con una copertura a 4-5 metri di altezza dal pavimento. La cisterna, di forma ellittica, possiede un volume di circa 19 metri cubi. Frammenti ceramici di epoca greca, come cocci dipinti, pezzi di tegole e pithoi, e di epoca medievale, come frammenti di piatti normanni e ceramica bizantina vengono a galla dal tempio, dai primi scavi archeologici condotti da Pirro Marconi nella prima metà del 20esimo secolo. Mentre frammenti di vasi d’impasto, di colore rosso-piatto e giallastro, del periodo del Bronzo avanzato (primo millennio avanti Cristo) vengono alla luce dalla cisterna dolmenica.

Davide Gori e Andrea Orlando

Il Tempio di Diana sembra risalire al Sesto-Quinto secolo avanti Cristo, mentre la cisterna dolmenica in esso incorporata è considerata di epoca protostorica dagli studiosi Bovio Marconi nel 1956, Van Essen nel 1957, Vincenzo Tusa nel 1959 e Tullio nel 1974. Pur essendo poco chiara la sua funzione, sembra invece certo che l’edificio fosse strettamente collegato alla sua cisterna: l’asse del Tempio, passando per la porta principale e attraversando il corridoio, punta infatti direttamente alla cisterna. Il tempio funge così da “pronao”: per accedere alla vasca occorre passare dall’edificio.

Il Tempio di Diana sulla Rocca di Cefalù

“Dal culto di una piscina d’acqua che si forma in una cavità naturale è nata la costruzione del luogo sacro – spiega Andrea Orlando – inizialmente limitata alla semplice protezione. Mentre più tardi, durante il periodo greco, l’accesso al luogo sacro è stato sbarrato dall’edificio che ha funzione di pronao e di servizio. A questo proposito consideriamo la vasca dolmenica come un vero e proprio santuario indigeno, mentre il tempio si identificherebbe con un Artemision”. In Sicilia esistono altri luoghi che sono collegati al culto dell’acqua, per esempio: il Tempio di Diana Facellina a Milazzo, di cui oggi non ci sono più tracce, l’area archeologica di Santa Venera al Pozzo, nel territorio di Acireale o il santuario rupestre di Agrigento, considerato già da Marconi come luogo destinato al culto delle forze naturali, forse dedicato a divinità ninfali, nel periodo precedente alla colonizzazione greca.

Il Tempio di Diana ripreso da un drone

Per osservare il Sole in allineamento con la porta d’ingresso è stato realizzato un video 3D con la tecnica della fotogrammetria architettonica. Una copia digitale del lavoro è stata donata al Comune di Cefalù per iniziare un processo di tutela e valorizzazione dell’area del Tempio, sperando nella creazione del primo museo archeoastronomico interattivo della Sicilia, da realizzare probabilmente in una delle sale dell’Osterio Magno, il palazzo medievale situato nel centro della cittadina.

Le Vie dei Tesori News

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