L’arte di riciclare le stoffe

L’architetto Manuela Palermo e il grafico Irene Penzin creano magliette, vestiti, accessori e giochi per bambini, utilizzando tessuti provenienti da tutto il mondo o da abiti dismessi, una piccola fabbrica di creatività che si trova a Siracusa

di Laura Grimaldi

Non c’è ritaglio di stoffa, anche usata, che con la loro creatività e l’abilità delle loro mani non trovi nuova vita e nuovo pratico utilizzo. Scampoli di tessuto acquistati nei mercati delle città del mondo o vestiti dismessi diventano capi di abbigliamento, borse, collane, tende e anche deliziosi e innocui giochi di stoffa adatti ai più piccoli, in cui il lupo mangia solo fragole e i pesci sorridono perché sanno che nessuno li mangerà dopo essere stati pescati.

Parliamo dell’architetto Manuela Palermo e del grafico pubblicitario, sua amica, Irene Penzin (il padre è di Belluno). Le prime tre lettere dei loro cognomi sono racchiuse nel marchio PenPal che contraddistingue le loro originali produzioni. Siracusa è la loro città. La prima macchina da cucire, una Necchi, Manuela l’ha ricevuta in regalo dagli amici nel 1997, anno della laurea. La sua passione sono sempre state le borse. All’inizio le creava riutilizzando vecchie maglie e maglioni. Da due anni, con il suo marchio brevi.manu realizza borse di stoffa multi funzioni.

L’ultimo modello, Basket fabric bag, l’ha creato insieme a Irene: una colorata e utile sporta per la spesa che all’occorrenza si trasforma in cestino per il pane da portare a tavola. La titolare di un forno a Catania ne ha ordinate un centinaio per regalarle a Natale piene di leccornie.

Manuela e Irene creano insieme bluse, shirt, vestiti e anche simpatici ponci per difendersi dal freddo. Una sorta di mantello fatto di unico grande pezzo quadrangolare di tessuto con una apertura al centro per la testa e per le braccia. Pon pon di lana sui quattro angoli nella versione invernale del pon-poncho. Su quella primaverile, Manuela e Irene hanno applicato un cuoricino di stoffa riempito di pula di farro, che altro non è che l’involucro che rimane successivamente al processo di decorticazione del chicco sia di farro che di miglio.

Anche le colorate e lunghe collane di stoffa vengono riempite di pula di farro. “È un’ottima imbottitura anche per cuscini, pre-trattata, sterilizzata e anti-acaro – spiega Manuela Palermo -. Si può facilmente lavare e anche alle collane conferisce quell’effetto croustillant, ovvero croccante sotto le dita. Molto rilassante”.

Tessuti diversi e colorati da ogni parte del mondo. Lo acquistano o li ricevono in regalo dalle amiche al ritorno da un viaggio. Ogni scampolo di tessuto viene utilizzato sino all’ultimo centimetro. Da quel che avanza dopo aver realizzato un vestito o una camicetta, si crea una borsa, oppure un comodo supporto per smartphone, un motivo decorativo o una collana.

Pupazzi e animali di stoffa sono sempre stati la passione di Irene Penzin. Per la gioia dei bambini, crea giochi, anche di società, richiudibili – e quindi facili da portare con sé anche in viaggio – con dadi e pedine. “Nel nostro mondo di favola – dice Irene – il lupo mangia solo fragole e i pesci sorridono perché nessuno li mangerà dopo essere stati pescati”.

Manuela Palermo ha un profilo facebook e la trovate su Instagram anche come brevi.manu.

L’architetto Manuela Palermo e il grafico Irene Penzin creano magliette, vestiti, accessori e giochi per bambini, utilizzando tessuti provenienti da tutto il mondo o da abiti dismessi, una piccola fabbrica di creatività che si trova a Siracusa

di Laura Grimaldi

Non c’è ritaglio di stoffa, anche usata, che con la loro creatività e l’abilità delle loro mani non trovi nuova vita e nuovo pratico utilizzo. Scampoli di tessuto acquistati nei mercati delle città del mondo o vestiti dismessi diventano capi di abbigliamento, borse, collane, tende e anche deliziosi e innocui giochi di stoffa adatti ai più piccoli, in cui il lupo mangia solo fragole e i pesci sorridono perché sanno che nessuno li mangerà dopo essere stati pescati.

Parliamo dell’architetto Manuela Palermo e del grafico pubblicitario, sua amica, Irene Penzin (il padre è di Belluno). Le prime tre lettere dei loro cognomi sono racchiuse nel marchio PenPal che contraddistingue le loro originali produzioni. Siracusa è la loro città. La prima macchina da cucire, una Necchi, Manuela l’ha ricevuta in regalo dagli amici nel 1997, anno della laurea. La sua passione sono sempre state le borse. All’inizio le creava riutilizzando vecchie maglie e maglioni. Da due anni, con il suo marchio brevi.manu realizza borse di stoffa multi funzioni.

L’ultimo modello, Basket fabric bag, l’ha creato insieme a Irene: una colorata e utile sporta per la spesa che all’occorrenza si trasforma in cestino per il pane da portare a tavola. La titolare di un forno a Catania ne ha ordinate un centinaio per regalarle a Natale piene di leccornie.

Manuela e Irene creano insieme bluse, shirt, vestiti e anche simpatici ponci per difendersi dal freddo. Una sorta di mantello fatto di unico grande pezzo quadrangolare di tessuto con una apertura al centro per la testa e per le braccia. Pon pon di lana sui quattro angoli nella versione invernale del pon-poncho. Su quella primaverile, Manuela e Irene hanno applicato un cuoricino di stoffa riempito di pula di farro, che altro non è che l’involucro che rimane successivamente al processo di decorticazione del chicco sia di farro che di miglio.

Anche le colorate e lunghe collane di stoffa vengono riempite di pula di farro. “È un’ottima imbottitura anche per cuscini, pre-trattata, sterilizzata e anti-acaro – spiega Manuela Palermo -. Si può facilmente lavare e anche alle collane conferisce quell’effetto croustillant, ovvero croccante sotto le dita. Molto rilassante”.

Tessuti diversi e colorati da ogni parte del mondo. Lo acquistano o li ricevono in regalo dalle amiche al ritorno da un viaggio. Ogni scampolo di tessuto viene utilizzato sino all’ultimo centimetro. Da quel che avanza dopo aver realizzato un vestito o una camicetta, si crea una borsa, oppure un comodo supporto per smartphone, un motivo decorativo o una collana.

Pupazzi e animali di stoffa sono sempre stati la passione di Irene Penzin. Per la gioia dei bambini, crea giochi, anche di società, richiudibili – e quindi facili da portare con sé anche in viaggio – con dadi e pedine. “Nel nostro mondo di favola – dice Irene – il lupo mangia solo fragole e i pesci sorridono perché nessuno li mangerà dopo essere stati pescati”.

Manuela Palermo ha un profilo facebook e la trovate su Instagram anche come brevi.manu.

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Il restauratore di tappeti arrivato dalla Persia

Iraniano, Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta, da studente di Architettura. Alle sue sapienti mani sono stati affidati gli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E tra i suoi clienti affezionati c’è stato anche il presidente Sergio Mattarella

di Laura Grimaldi

L’arte di restaurare i tappeti l’ha imparata da piccolo nelle botteghe artigiane di Rasht, la città sulle rive del mar Caspio dove è nato. “Lo facevo per impiegare il tempo durante le vacanze estive al termine della scuola” – racconta in un ottimo italiano Ataollah Shahidi (Ata per tutti). Un’arte che ha messo a frutto più tardi per mantenersi all’Università, frequentata in Italia dopo aver lasciato il suo Paese, la Persia, oggi Iran.

È uno spettacolo osservare le sue mani mentre restaura antichi tappeti. Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta da studente di Architettura. Oggi è sposato con Soodabeh Behjat, hanno due figli, Kian 19 anni e Shian di 17, il primo studente universitario e l’altro liceale. Nel 2015, Ata e la moglie, sua preziosa collaboratrice, hanno inaugurato una nuova stagione della loro attività artigianale e commerciale tra via Vittorio Emanuele e piazza Borsa, nel centro storico di Palermo, al piano terra dell’antico Palazzo Napolitano-Isnello.

Non potevano scegliere giorno migliore del 21 marzo, primo giorno di primavera e anche del Nowruz, il Capodanno persiano (o iraniano), che in lingua farsi significa nuovo giorno, un nuovo inizio, una nuova vita. Da allora, ogni anno in occasione del Nowruz, Ata e sua moglie Soodabeh aprono il loro negozio/laboratorio alla città che anni fa li ha accolti. Una settimana i preparativi per una grande festa tra musica, aromi e sapori della cucina tradizionale persiana.

Diversi Paesi, in Medio Oriente, nell’Asia centrale e meridionale riconoscono questa giornata come festa nazionale. Una ricorrenza antica radicata nello zoroastrismo, religione persiana più antica del Cristianesimo e dell’Islam. Sono 1397 gli anni trascorsi da quando Maometto lasciò la Mecca e raggiunse Medina dando origine alla religione islamica, nel 622 dopo Cristo. Un giorno di festa preceduto da una settimana di preparativi.

Ci sono voluti tre anni di restauri, sotto la stretta sorveglianza della Sovrintendenza ai Beni culturali, per restituire anche alla città i locali al piano terra di Palazzo Napolitano-Isnello, in cui visse a metà Ottocento Michele Amari. Curiosa coincidenza che farebbe sorridere persino “lo storico della guerra del vespro e dei musulmani di Sicilia”, come recita una targa affissa al prospetto. A due passi da via del Parlamento dove Ata Shahidi ha abitato da studente.
Nei trecento metri quadri suddivisi su due livelli si restaura e si organizzano corsi finalizzati alla conoscenza e all’acquisto consapevole dei tappeti orientali.

Per la sua lunga esperienza, ad Ata Shahidi è stato affidato in passato il recupero dei tappeti e la pulizia degli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E sottovoce come per pudore, dice che tra i suoi clienti più affezionati c’è stato anche l’onorevole Sergio Mattarella prima della sua elezione a Presidente della Repubblica.

Iraniano, Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta, da studente di Architettura. Alle sue sapienti mani sono stati affidati gli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E tra i suoi clienti affezionati c’è stato anche il presidente Sergio Mattarella

di Laura Grimaldi

L’arte di restaurare i tappeti l’ha imparata da piccolo nelle botteghe artigiane di Rasht, la città sulle rive del mar Caspio dove è nato. “Lo facevo per impiegare il tempo durante le vacanze estive al termine della scuola” – racconta in un ottimo italiano Ataollah Shahidi (Ata per tutti). Un’arte che ha messo a frutto più tardi per mantenersi all’Università, frequentata in Italia dopo aver lasciato il suo Paese, la Persia, oggi Iran.

È uno spettacolo osservare le sue mani mentre restaura antichi tappeti. Ata è arrivato a Palermo alla fine degli anni Ottanta da studente di Architettura. Oggi è sposato con Soodabeh Behjat, hanno due figli, Kian 19 anni e Shian di 17, il primo studente universitario e l’altro liceale. Nel 2015, Ata e la moglie, sua preziosa collaboratrice, hanno inaugurato una nuova stagione della loro attività artigianale e commerciale tra via Vittorio Emanuele e piazza Borsa, nel centro storico di Palermo, al piano terra dell’antico Palazzo Napolitano-Isnello.

Non potevano scegliere giorno migliore del 21 marzo, primo giorno di primavera e anche del Nowruz, il Capodanno persiano (o iraniano), che in lingua farsi significa nuovo giorno, un nuovo inizio, una nuova vita. Da allora, ogni anno in occasione del Nowruz, Ata e sua moglie Soodabeh aprono il loro negozio/laboratorio alla città che anni fa li ha accolti. Una settimana i preparativi per una grande festa tra musica, aromi e sapori della cucina tradizionale persiana.

Diversi Paesi, in Medio Oriente, nell’Asia centrale e meridionale riconoscono questa giornata come festa nazionale. Una ricorrenza antica radicata nello zoroastrismo, religione persiana più antica del Cristianesimo e dell’Islam. Sono 1397 gli anni trascorsi da quando Maometto lasciò la Mecca e raggiunse Medina dando origine alla religione islamica, nel 622 dopo Cristo. Un giorno di festa preceduto da una settimana di preparativi.

Ci sono voluti tre anni di restauri, sotto la stretta sorveglianza della Sovrintendenza ai Beni culturali, per restituire anche alla città i locali al piano terra di Palazzo Napolitano-Isnello, in cui visse a metà Ottocento Michele Amari. Curiosa coincidenza che farebbe sorridere persino “lo storico della guerra del vespro e dei musulmani di Sicilia”, come recita una targa affissa al prospetto. A due passi da via del Parlamento dove Ata Shahidi ha abitato da studente.
Nei trecento metri quadri suddivisi su due livelli si restaura e si organizzano corsi finalizzati alla conoscenza e all’acquisto consapevole dei tappeti orientali.

Per la sua lunga esperienza, ad Ata Shahidi è stato affidato in passato il recupero dei tappeti e la pulizia degli arazzi di Villa Malfitano dopo l’incendio. E sottovoce come per pudore, dice che tra i suoi clienti più affezionati c’è stato anche l’onorevole Sergio Mattarella prima della sua elezione a Presidente della Repubblica.

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I fantasmi della guerra diventano arte

Il pittore e musicista Nunzio Scibilia ha lavorato su vecchi documenti militari trovati in strada, dando un volto a chi, morto durante i conflitti mondiali, ha lasciato pensioni e vitalizi alle famiglie. Adesso tutto sarà esposto in una mostra a Palermo

di Laura Grimaldi

La signora Angelina Sala, vedova della Grande Guerra, ha ricevuto per anni la pensione per l’unico figlio maschio, Francesco, morto nel secondo conflitto mondiale. Un vitalizio è stato corrisposto sino alla maggiore età dei tre figli piccoli, e già orfani di madre, del signor Antonio Campagnoli, ucciso in battaglia. Sta tutto scritto lì, su vecchie schede d’archivio trovate per caso e salvate da sicura distruzione da Nunzio Scibilia, palermitano, pittore, musicista e docente di Direzione di coro al Conservatorio ‘Giuseppe Verdi’ di Milano.

Documenti del Ministero delle Finanze utilizzati in passato per la contabilità di pensioni di guerra destinate a militari decorati o soldati feriti, oltre a vitalizi rateizzati nei mesi e negli anni destinati alle madri, alle vedove e agli orfani dei caduti. Fogli sbiaditi dal tempo pieni di nomi, numeri arabi, cifre romane, dati anagrafici e biografici, timbri e tratti di penna con inchiostro nero, rosso e blu. Frammenti di storia italiana, nel periodo tra le due guerre mondiali, incluse le campagne d’Africa.

Con uno straordinario artificio artistico, Nunzio Scibilia, in arte Realto, ha dato un volto, e forse anche un’anima, a quei documenti del passato abbandonati su un marciapiede di Milano. “Sono loro che hanno trovato me – dice – . Uomini, tutti uomini ovviamente, militari, soldati volontari o meno, della cui assenza in famiglia è rimasta l’algebra della pensione o della decorazione”.

E “Algebra dell’assenza – Erme” è il titolo delle due esposizioni inserite nel programma di Palermo Capitale italiana della Cultura 2018 e ospitate dal 12 ottobre al 28 ottobre a Palermo nella Cripta di Santa Maria del Piliere (piazzetta degli Angelini 1 – via Bara All’Olivella) e nella Cripta di Santa Maria dell’Itria dei Cocchieri (via Alloro 133).

Quella notte di quasi vent’anni fa, Nunzio Scibilia non poteva certo immaginare cosa potessero contenere i tanti scatoloni lasciati accanto a un cassonetto. Incuriosito, fermò la sua auto e in tutta fretta afferrò alcuni di quei cartoncini “d’antico colore”, bianco ingiallito, rosa, beige. Ne lesse il contenuto più tardi a casa e ne fu colpito a tal punto da ritornare in strada per raccogliere le altre schede. Ma non c’erano più e oggi si rammarica di non averle salvate tutte quelle “vite perse nella nebbia della storia umana segnata dalla logica della sopraffazione”.

Lungi dal cercare di ricostruire in modo documentale i volti che corrispondevano a quelle identità del passato, ha cominciato invece a cercare dei visi da ritrarre sopra quei vecchi documenti tra le persone che incontrava e metteva a parte del suo progetto artistico “così che nell’artificio pittorico si realizzasse una forma di empatia”.

I volti “così espressivi di sofferenze universali” emergono dai fogli come in trasparenza al di sotto dei segni e delle scritte originali visibili sulle schede e volutamente lasciati in evidenza. Con i loro sguardi evanescenti sembrano voler incrociare gli sguardi dei visitatori, “interrogarli smarriti sull’inutilità della guerra” e raccontare la loro storia “contro l’amnesia socioculturale della nostra epoca oberata da informazioni e immagini che dimentica tutto troppo in fretta”, scrive la critica d’arte Jacqueline Ceresoli nella prefazione alla mostra.

L’installazione multimediale che sarà inaugurata il 12 ottobre alle 18 nella Cripta di Santa Maria del Piliere, comprende una selezione di venti schede e ritratti poggiate su piedistalli invisibili, rivisitazione delle antiche erme (ingresso gratuito da martedì a venerdì dalle 16.30 alle 19.30, sabato e domenica dalle 10 alle 19.30).

Alcune di queste opere, rielaborate digitalmente su grandi fogli verticali, quasi dei sudari, sono esposte in una installazione site specific nella Cripta di Santa Maria dell’Itria dei Cocchieri (ingresso 3 euro da lunedì a sabato 9 – 13 e 15 -18, domenica 15 – 19).

Dialoga con le immagini una composizione musicale dello stesso artista Hab vor Mißgeschick keine Angst (“Non aver paura della sventura”) che prende spunto da una frase contenuta in una lettera scritta dal prigioniero di un campo di concentramento. L’uomo, prima di morire si rivolge alla figlia e, nonostante la sua disperata condizione, le consegna, con questa frase, un commovente lascito di speranza.

Il pittore e musicista Nunzio Scibilia ha lavorato su vecchi documenti militari trovati in strada, dando un volto a chi, morto durante i conflitti mondiali, ha lasciato pensioni e vitalizi alle famiglie. Adesso tutto sarà esposto in una mostra a Palermo

di Laura Grimaldi

La signora Angelina Sala, vedova della Grande Guerra, ha ricevuto per anni la pensione per l’unico figlio maschio, Francesco, morto nel secondo conflitto mondiale. Un vitalizio è stato corrisposto sino alla maggiore età dei tre figli piccoli, e già orfani di madre, del signor Antonio Campagnoli, ucciso in battaglia. Sta tutto scritto lì, su vecchie schede d’archivio trovate per caso e salvate da sicura distruzione da Nunzio Scibilia, palermitano, pittore, musicista e docente di Direzione di coro al Conservatorio ‘Giuseppe Verdi’ di Milano.

Documenti del Ministero delle Finanze utilizzati in passato per la contabilità di pensioni di guerra destinate a militari decorati o soldati feriti, oltre a vitalizi rateizzati nei mesi e negli anni destinati alle madri, alle vedove e agli orfani dei caduti. Fogli sbiaditi dal tempo pieni di nomi, numeri arabi, cifre romane, dati anagrafici e biografici, timbri e tratti di penna con inchiostro nero, rosso e blu. Frammenti di storia italiana, nel periodo tra le due guerre mondiali, incluse le campagne d’Africa.

Con uno straordinario artificio artistico, Nunzio Scibilia, in arte Realto, ha dato un volto, e forse anche un’anima, a quei documenti del passato abbandonati su un marciapiede di Milano. “Sono loro che hanno trovato me – dice – . Uomini, tutti uomini ovviamente, militari, soldati volontari o meno, della cui assenza in famiglia è rimasta l’algebra della pensione o della decorazione”.

E “Algebra dell’assenza – Erme” è il titolo delle due esposizioni inserite nel programma di Palermo Capitale italiana della Cultura 2018 e ospitate dal 12 ottobre al 28 ottobre a Palermo nella Cripta di Santa Maria del Piliere (piazzetta degli Angelini 1 – via Bara All’Olivella) e nella Cripta di Santa Maria dell’Itria dei Cocchieri (via Alloro 133).

Quella notte di quasi vent’anni fa, Nunzio Scibilia non poteva certo immaginare cosa potessero contenere i tanti scatoloni lasciati accanto a un cassonetto. Incuriosito, fermò la sua auto e in tutta fretta afferrò alcuni di quei cartoncini “d’antico colore”, bianco ingiallito, rosa, beige. Ne lesse il contenuto più tardi a casa e ne fu colpito a tal punto da ritornare in strada per raccogliere le altre schede. Ma non c’erano più e oggi si rammarica di non averle salvate tutte quelle “vite perse nella nebbia della storia umana segnata dalla logica della sopraffazione”.

Lungi dal cercare di ricostruire in modo documentale i volti che corrispondevano a quelle identità del passato, ha cominciato invece a cercare dei visi da ritrarre sopra quei vecchi documenti tra le persone che incontrava e metteva a parte del suo progetto artistico “così che nell’artificio pittorico si realizzasse una forma di empatia”.

I volti “così espressivi di sofferenze universali” emergono dai fogli come in trasparenza al di sotto dei segni e delle scritte originali visibili sulle schede e volutamente lasciati in evidenza. Con i loro sguardi evanescenti sembrano voler incrociare gli sguardi dei visitatori, “interrogarli smarriti sull’inutilità della guerra” e raccontare la loro storia “contro l’amnesia socioculturale della nostra epoca oberata da informazioni e immagini che dimentica tutto troppo in fretta”, scrive la critica d’arte Jacqueline Ceresoli nella prefazione alla mostra.

L’installazione multimediale che sarà inaugurata il 12 ottobre alle 18 nella Cripta di Santa Maria del Piliere, comprende una selezione di venti schede e ritratti poggiate su piedistalli invisibili, rivisitazione delle antiche erme (ingresso gratuito da martedì a venerdì dalle 16.30 alle 19.30, sabato e domenica dalle 10 alle 19.30).

Alcune di queste opere, rielaborate digitalmente su grandi fogli verticali, quasi dei sudari, sono esposte in una installazione site specific nella Cripta di Santa Maria dell’Itria dei Cocchieri (ingresso 3 euro da lunedì a sabato 9 – 13 e 15 -18, domenica 15 – 19).

Dialoga con le immagini una composizione musicale dello stesso artista Hab vor Mißgeschick keine Angst (“Non aver paura della sventura”) che prende spunto da una frase contenuta in una lettera scritta dal prigioniero di un campo di concentramento. L’uomo, prima di morire si rivolge alla figlia e, nonostante la sua disperata condizione, le consegna, con questa frase, un commovente lascito di speranza.

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Il tè siciliano nato all’ombra dell’Etna

Alle pendici del vulcano, in una tenuta di 60 ettari vicino a Linguaglossa, Isabella Bambara De Luca ha dato vita a una coltivazione di particolari camelie, che verranno raccolte, essiccate e confezionate per una produzione di nicchia

di Laura Grimaldi

Un nome ancora non ce l’ha, ma sarà un tè siciliano. Una produzione di nicchia per estimatori della bevanda più antica – quasi 5000 anni – e più consumata al mondo dopo l’acqua. Sono arrivate cinque anni fa da un importante vivaio di Verbania, sul lago Maggiore, le seimila piccole Camellie sinensis piantate nella tenuta ‘Chiuse del Signore’, vicino a Linguaglossa, alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa.

In questa terra di camelie, le piante del tè sono cresciute forti e rigogliose sotto una protezione per evitare che l’eccesso di sole bruciasse le giovani foglie, lucide e coriacee. A breve verranno raccolte, essiccate e confezionate. Pronte per essere utilizzate nella preparazione di infusi aromatici da assaporare in tranquillità.

Una scommessa per Isabella Bambara De Luca, erede di questa terra generosa, a 555 metri di altezza o poco più, in una piccola valle al riparo dai venti, tra maestose querce, noci e castagni centenari, viti, peri, azzeruoli, giuggioli e alberi di mele piccole, dolci e profumate. “Il tè più vicino al cielo” – scherza Isabella che con la sua impresa ha voluto anche rendere omaggio al padre Giovan Battista, albergatore con la passione per i cappelli, i viaggi e, neanche a dirlo, il tè. Conosceva bene le lingue come testimoniano le impressioni di viaggio da lui annotate nei suoi cahiers de voyage in inglese, tedesco, francese, spagnolo e naturalmente in siciliano. Tra le tante foto d’epoca del padre ce n’è una in bianco e nero che lo ritrae in perfetto abbigliamento coloniale in groppa a un elefante sull’isola di Ceylon. “Avevo 11 anni quando mio padre morì, ma ricordo bene il rituale del tè di ogni pomeriggio e le nostre conversazioni in inglese”, racconta Isabella Bambara De Luca.

Donna minuta Isabella, con un temperamento audace forse ereditato dallo zio Attilio Castrogiovanni, fratello di sua madre, a metà del Novecento fra i dirigenti del Movimento indipendentista siciliano al fianco di Antonio Canepa. Da Attilio e Giulia, Isabella ha avuto in eredità la bella casa di campagna e la tenuta – oggi di 60 ettari – dove ha realizzato l’ambizioso progetto, condiviso con i figli Sergio e Stefania, di coltivare anche la pianta del tè.

È una particolare specie di camelia con foglie più piccole e fiori più semplici delle camelie ornamentali. L’idea di Isabella ha trovato il sostegno di Giulio Crespi, architetto paesaggista milanese innamorato della Sicilia tanto da aver scelto di viverci. “Nella zona di Giarre e Sant’Alfio ci sono camelie antiche che vivono, fioriscono e prosperano grazie all’acidità del terreno, le notti fresche e l’abbondanza d’acqua – spiega -. Ho trovato bellissimi esemplari di Camellia japonica e ho informato la Società italiana della camelia che ha mostrato grande interesse”. Società di cui oggi fa parte anche Isabella, merito di certo delle sue camelie del tè. “Non è una coltivazione intensiva come per nessun albero da frutto qui. Sarà quindi una produzione di nicchia per amatori”, dice Isabella che ha in progetto di creare un percorso botanico tra le camelie del tè e uno spazio per la degustazione della bevanda che “risveglia gli umori e i pensieri saggi, rinfresca il corpo e placa lo spirito”. Parola dell’imperatore cinese Shen Nong.

Alle pendici del vulcano, in una tenuta di 60 ettari vicino a Linguaglossa, Isabella Bambara De Luca ha dato vita a una coltivazione di particolari camelie, che verranno raccolte, essiccate e confezionate per una produzione di nicchia

di Laura Grimaldi

Un nome ancora non ce l’ha, ma sarà un tè siciliano. Una produzione di nicchia per estimatori della bevanda più antica – quasi 5000 anni – e più consumata al mondo dopo l’acqua. Sono arrivate cinque anni fa da un importante vivaio di Verbania, sul lago Maggiore, le seimila piccole Camellie sinensis piantate nella tenuta ‘Chiuse del Signore’, vicino a Linguaglossa, alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa.

In questa terra di camelie, le piante del tè sono cresciute forti e rigogliose sotto una protezione per evitare che l’eccesso di sole bruciasse le giovani foglie, lucide e coriacee. A breve verranno raccolte, essiccate e confezionate. Pronte per essere utilizzate nella preparazione di infusi aromatici da assaporare in tranquillità.

Una scommessa per Isabella Bambara De Luca, erede di questa terra generosa, a 555 metri di altezza o poco più, in una piccola valle al riparo dai venti, tra maestose querce, noci e castagni centenari, viti, peri, azzeruoli, giuggioli e alberi di mele piccole, dolci e profumate. “Il tè più vicino al cielo” – scherza Isabella che con la sua impresa ha voluto anche rendere omaggio al padre Giovan Battista, albergatore con la passione per i cappelli, i viaggi e, neanche a dirlo, il tè. Conosceva bene le lingue come testimoniano le impressioni di viaggio da lui annotate nei suoi cahiers de voyage in inglese, tedesco, francese, spagnolo e naturalmente in siciliano. Tra le tante foto d’epoca del padre ce n’è una in bianco e nero che lo ritrae in perfetto abbigliamento coloniale in groppa a un elefante sull’isola di Ceylon. “Avevo 11 anni quando mio padre morì, ma ricordo bene il rituale del tè di ogni pomeriggio e le nostre conversazioni in inglese”, racconta Isabella Bambara De Luca.

Donna minuta Isabella, con un temperamento audace forse ereditato dallo zio Attilio Castrogiovanni, fratello di sua madre, a metà del Novecento fra i dirigenti del Movimento indipendentista siciliano al fianco di Antonio Canepa. Da Attilio e Giulia, Isabella ha avuto in eredità la bella casa di campagna e la tenuta – oggi di 60 ettari – dove ha realizzato l’ambizioso progetto, condiviso con i figli Sergio e Stefania, di coltivare anche la pianta del tè.

È una particolare specie di camelia con foglie più piccole e fiori più semplici delle camelie ornamentali. L’idea di Isabella ha trovato il sostegno di Giulio Crespi, architetto paesaggista milanese innamorato della Sicilia tanto da aver scelto di viverci. “Nella zona di Giarre e Sant’Alfio ci sono camelie antiche che vivono, fioriscono e prosperano grazie all’acidità del terreno, le notti fresche e l’abbondanza d’acqua – spiega -. Ho trovato bellissimi esemplari di Camellia japonica e ho informato la Società italiana della camelia che ha mostrato grande interesse”. Società di cui oggi fa parte anche Isabella, merito di certo delle sue camelie del tè. “Non è una coltivazione intensiva come per nessun albero da frutto qui. Sarà quindi una produzione di nicchia per amatori”, dice Isabella che ha in progetto di creare un percorso botanico tra le camelie del tè e uno spazio per la degustazione della bevanda che “risveglia gli umori e i pensieri saggi, rinfresca il corpo e placa lo spirito”. Parola dell’imperatore cinese Shen Nong.

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Gli Amici del sabato mattina

Un gruppo di artigiani e artisti da anni si riunisce per un cornetto, un caffè e solidarietà. E adesso che arriva il Papa…

di Laura Grimaldi

Cornetto e caffè per far del bene al prossimo. Ogni sabato mattina, dopo la messa delle 7 e mezza nella Basilica di San Francesco d’Assisi, a Palermo, un gruppo di artigiani, artisti e commercianti della città si riunisce per far colazione in un piccolo bar al civico 132 della via Vittorio Emanuele, nel centro storico. Gli spiccioli che restano dall’acquisto di caffè e cornetti vengono conservati in un sacchetto di velluto rosso che si passano l’un con l’altro. Moneta dopo moneta, si forma un gruzzolo che viene donato a chi ha bisogno.

Un rito che si ripete da dodici anni per portare un sorriso in diversi angoli del mondo. Insieme nell’arte e nella fede, sono gli ‘Amici del sabato mattina’, come simpaticamente hanno deciso di chiamarsi. “Prima si faceva a gara tra di noi per offrire la colazione agli amici”, dice Piero Accardi, maestro argentiere in via del Parlamento. “Finché un giorno abbiamo deciso che avremmo acquistato caffè e cornetti con il piccolo contributo di ognuno di noi. Offriamo quel che possiamo e dopo aver saldato il conto del bar, conserviamo sempre quanto rimane”, spiega Antonino Catalano, artigiano orafo, tra i più assidui “Amici del sabato mattina”.

La scorsa primavera hanno deciso di devolvere la somma raccolta alla ‘Missione Speranza e Carità’ di Biagio Conte. “Di comune accordo, abbiamo pensato di aiutare fratel Biagio che ci ha accolti con un sorriso – dice Piero Accardi – Abbiamo donato quasi 700 euro per i tanti bisogni della Missione”.

Nel 2017, i 600 euro raccolti dagli ‘Amici del sabato mattina’ sono andati a una famiglia brasiliana. Una giovane donna, mamma di tre bambini miracolosamente scampati all’incendio della loro umile in un paese al confine tra il Brasile e l’Argentina. La somma è stata consegnata a padre Giuseppe Spera che in quei luoghi è stato missionario dal 1988 al 2004. Il denaro è servito all’acquisto del rivestimento interno della nuova abitazione di Franciele, 25 anni, e dei suoi tre figli, Gustavo, Maria e Gabriel.

Ci sono gesti che non hanno prezzo. Semplici azioni del nostro quotidiano che sanno di buono. Piccoli atti di generosità e amicizia che hanno un valore immenso per chi ne beneficia. E in dodici anni sono stati tanti in diversi Paesi del mondo: un centro per malati terminali in Ruanda, un altro per donne affette da Aids in Paraguay, una missione francescana che in Messico assiste centinaia di bambini, un’altra in Madagascar, nel villaggio di Nasandratrony, delle suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes e persino una delle missioni della Fraternità San Carlo Borromeo a Novosibirsk, nella profonda Siberia. L’offerta degli ‘Amici del sabato mattina’ è arrivata anche in Libano e in Siria.

“I nostri incontri hanno un orizzonte ampio”– dice Calogero Zuppardo, architetto e maestro del vetro, sempre presente il sabato mattina insieme alla moglie Angela Piscopo – L’amicizia è un sentimento che si espande e si apre al mondo. E attraverso il nostro gesto vogliamo comunicare la bellezza della nostra amicizia a tutti”.

In occasione della visita di Papa Francesco a Palermo, gli Amici del sabato mattina hanno convenuto di inviare quanto già raccolto all’Obolo di San Pietro“il fondo a cui il Santo padre attinge per la carità dei poveri” – come scrive Calogero Zuppardo sul suo profilo Facebook. E lancia un invito: appuntamento sabato al bar ‘Centro storico’ alle 7.30. Dopo la colazione verranno raccolte le offerte dei partecipanti e insieme si raggiungerà il Foro Italico per la messa celebrata dal Papa.

Un gruppo di artigiani e artisti da anni si riunisce per un cornetto, un caffè e solidarietà. E adesso che arriva il Papa…

di Laura Grimaldi

Cornetto e caffè per far del bene al prossimo. Ogni sabato mattina, dopo la messa delle 7 e mezza nella Basilica di San Francesco d’Assisi, a Palermo, un gruppo di artigiani, artisti e commercianti della città si riunisce per far colazione in un piccolo bar al civico 132 della via Vittorio Emanuele, nel centro storico. Gli spiccioli che restano dall’acquisto di caffè e cornetti vengono conservati in un sacchetto di velluto rosso che si passano l’un con l’altro. Moneta dopo moneta, si forma un gruzzolo che viene donato a chi ha bisogno.

Un rito che si ripete da dodici anni per portare un sorriso in diversi angoli del mondo. Insieme nell’arte e nella fede, sono gli ‘Amici del sabato mattina’, come simpaticamente hanno deciso di chiamarsi. “Prima si faceva a gara tra di noi per offrire la colazione agli amici”, dice Piero Accardi, maestro argentiere in via del Parlamento. “Finché un giorno abbiamo deciso che avremmo acquistato caffè e cornetti con il piccolo contributo di ognuno di noi. Offriamo quel che possiamo e dopo aver saldato il conto del bar, conserviamo sempre quanto rimane”, spiega Antonino Catalano, artigiano orafo, tra i più assidui “Amici del sabato mattina”.

La scorsa primavera hanno deciso di devolvere la somma raccolta alla ‘Missione Speranza e Carità’ di Biagio Conte. “Di comune accordo, abbiamo pensato di aiutare fratel Biagio che ci ha accolti con un sorriso – dice Piero Accardi – Abbiamo donato quasi 700 euro per i tanti bisogni della Missione”.

Nel 2017, i 600 euro raccolti dagli ‘Amici del sabato mattina’ sono andati a una famiglia brasiliana. Una giovane donna, mamma di tre bambini miracolosamente scampati all’incendio della loro umile in un paese al confine tra il Brasile e l’Argentina. La somma è stata consegnata a padre Giuseppe Spera che in quei luoghi è stato missionario dal 1988 al 2004. Il denaro è servito all’acquisto del rivestimento interno della nuova abitazione di Franciele, 25 anni, e dei suoi tre figli, Gustavo, Maria e Gabriel.

Ci sono gesti che non hanno prezzo. Semplici azioni del nostro quotidiano che sanno di buono. Piccoli atti di generosità e amicizia che hanno un valore immenso per chi ne beneficia. E in dodici anni sono stati tanti in diversi Paesi del mondo: un centro per malati terminali in Ruanda, un altro per donne affette da Aids in Paraguay, una missione francescana che in Messico assiste centinaia di bambini, un’altra in Madagascar, nel villaggio di Nasandratrony, delle suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes e persino una delle missioni della Fraternità San Carlo Borromeo a Novosibirsk, nella profonda Siberia. L’offerta degli ‘Amici del sabato mattina’ è arrivata anche in Libano e in Siria.

“I nostri incontri hanno un orizzonte ampio”– dice Calogero Zuppardo, architetto e maestro del vetro, sempre presente il sabato mattina insieme alla moglie Angela Piscopo – L’amicizia è un sentimento che si espande e si apre al mondo. E attraverso il nostro gesto vogliamo comunicare la bellezza della nostra amicizia a tutti”.

In occasione della visita di Papa Francesco a Palermo, gli Amici del sabato mattina hanno convenuto di inviare quanto già raccolto all’Obolo di San Pietro“il fondo a cui il Santo padre attinge per la carità dei poveri” – come scrive Calogero Zuppardo sul suo profilo Facebook. E lancia un invito: appuntamento sabato al bar ‘Centro storico’ alle 7.30. Dopo la colazione verranno raccolte le offerte dei partecipanti e insieme si raggiungerà il Foro Italico per la messa celebrata dal Papa.

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Il rock psichedelico di Gioele Valenti

L’artista siciliano aprirà i concerti di un gruppo di fama mondiale. E nel suo nuovo singolo c’è una Palermo insolitamente “dark”

di Laura Grimaldi

Sembra che il mese di settembre porti bene a Gioele Valenti. Cantautore e produttore discografico palermitano, suonerà in questo scorcio d’estate a fianco dei Mercury Rev, gruppo musicale di fama mondiale molto apprezzato dagli amanti del rock psichedelico e del dream pop.
Gioele Valenti, con lo pseudonimo Herself, che è il nome del suo progetto solista, aprirà tutti i concerti del tour in Italia della band statunitense guidata da Jonathan Donahue. La prima delle quattro date, a cura di Dna concerti, è il 12 settembre a Milano, il 13 a Savignano sul Rubicone, il 14 a Roma e il 15 a Padova. L’occasione è il ventennale di uno dei dischi di maggior successo e più apprezzati dalla critica, ‘Deserter’s Songs’, pubblicato per la prima volta nel 1998 e una seconda nel 2011 insieme a un cd di demo e inediti.

Polistrumentista, classe 1973, Gioele Valenti ha mosso i primi passi nel genere folk elettroacustico con un progetto che si chiama appunto Herself. “È una grande emozione e un’esperienza professionale importante per me, considerato che la band statunitense è da sempre una delle mie principali fonti d’ispirazione”, dice l’artista palermitano che già per due volte ha partecipato al ‘Liverpool International Festival of Psychedelia’, evento musicale che raduna ogni anno nella città dei Beatles gli “psych heads” di tutto il mondo. L’ultima proprio nel settembre del 2017, insieme alla sua band Juju, altro pseudonimo di Gioele Valenti. L’unico gruppo musicale siciliano, insieme ad un’altra realtà italiana (Julie’s Haicut) ad aver rappresentato il nostro Paese a una manifestazione tra le più importanti al mondo per gli amanti di questo genere musicale: il rock psichedelico, che affonda le sue radici nei Pink Floyd, pionieri della psychedelia e nei londinesi Small Faces, fra le più acclamate e influenti band mod degli anni Sessanta.


Sempre nel settembre dello scorso anno ha visto la luce il secondo disco di Juju (parola africana che significa amuleto), dal titolo ‘Our mother was a plant’, ovvero ‘Nostra madre era una pianta,’ con la prestigiosa etichetta indipendente inglese Fuzz Club Records, top di gamma del genere psichedelico. Nel suo catalogo figurano importanti band quali The Underground Youth, New Candys, The Telescopes, Dead Skeletons.

L’altra novità di settembre di quest’anno per questo talento palermitano è che domani uscirà su tutte le piattaforme digitali il nuovo singolo di Herself dal titolo ‘The Beast of Love’ e che vede la collaborazione musicale proprio di Jonathan Donahue.
Un singolo che anticipa l’album ‘Rigel Playground’, che contiene sette brani musicali ed è in uscita per Urtovox rec il prossimo 19 ottobre. “È un onore indescrivibile per me che Jonathan Donahue canti nel mio singolo liriche e testi scritti da me” – dice Valenti – Nella fase preparatoria abbiamo avuto un nutrito scambio epistolare e Donahue ha molto influenzato l’essenza dell’intero disco”.

Il singolo è accompagnato dal video di Volgo -Vincenzo Lo Piccolo che mostra una Palermo oscura, dai tratti gotici in cui “il metaforico vuole restituire un’inconsueta visione di una città dark, quasi un ghost-tour tra cattedrali, vicoli, scorci di natura, iconografie di santi e martiri che dilagano come un sogno a occhi aperti – racconta Valenti – “Un’immagine di Palermo molto diversa dal nitore solare politicamente corretto che tutti conosciamo”.

L’artista siciliano aprirà i concerti di un gruppo di fama mondiale. E nel suo nuovo singolo c’è una Palermo insolitamente “dark”

di Laura Grimaldi

Sembra che il mese di settembre porti bene a Gioele Valenti. Cantautore e produttore discografico palermitano, suonerà in questo scorcio d’estate a fianco dei Mercury Rev, gruppo musicale di fama mondiale molto apprezzato dagli amanti del rock psichedelico e del dream pop.
Gioele Valenti, con lo pseudonimo Herself, che è il nome del suo progetto solista, aprirà tutti i concerti del tour in Italia della band statunitense guidata da Jonathan Donahue. La prima delle quattro date, a cura di Dna concerti, è il 12 settembre a Milano, il 13 a Savignano sul Rubicone, il 14 a Roma e il 15 a Padova. L’occasione è il ventennale di uno dei dischi di maggior successo e più apprezzati dalla critica, ‘Deserter’s Songs’, pubblicato per la prima volta nel 1998 e una seconda nel 2011 insieme a un cd di demo e inediti.

Polistrumentista, classe 1973, Gioele Valenti ha mosso i primi passi nel genere folk elettroacustico con un progetto che si chiama appunto Herself. “È una grande emozione e un’esperienza professionale importante per me, considerato che la band statunitense è da sempre una delle mie principali fonti d’ispirazione”, dice l’artista palermitano che già per due volte ha partecipato al ‘Liverpool International Festival of Psychedelia’, evento musicale che raduna ogni anno nella città dei Beatles gli “psych heads” di tutto il mondo. L’ultima proprio nel settembre del 2017, insieme alla sua band Juju, altro pseudonimo di Gioele Valenti. L’unico gruppo musicale siciliano, insieme ad un’altra realtà italiana (Julie’s Haicut) ad aver rappresentato il nostro Paese a una manifestazione tra le più importanti al mondo per gli amanti di questo genere musicale: il rock psichedelico, che affonda le sue radici nei Pink Floyd, pionieri della psychedelia e nei londinesi Small Faces, fra le più acclamate e influenti band mod degli anni Sessanta.


Sempre nel settembre dello scorso anno ha visto la luce il secondo disco di Juju (parola africana che significa amuleto), dal titolo ‘Our mother was a plant’, ovvero ‘Nostra madre era una pianta,’ con la prestigiosa etichetta indipendente inglese Fuzz Club Records, top di gamma del genere psichedelico. Nel suo catalogo figurano importanti band quali The Underground Youth, New Candys, The Telescopes, Dead Skeletons.

L’altra novità di settembre di quest’anno per questo talento palermitano è che domani uscirà su tutte le piattaforme digitali il nuovo singolo di Herself dal titolo ‘The Beast of Love’ e che vede la collaborazione musicale proprio di Jonathan Donahue.
Un singolo che anticipa l’album ‘Rigel Playground’, che contiene sette brani musicali ed è in uscita per Urtovox rec il prossimo 19 ottobre. “È un onore indescrivibile per me che Jonathan Donahue canti nel mio singolo liriche e testi scritti da me” – dice Valenti – Nella fase preparatoria abbiamo avuto un nutrito scambio epistolare e Donahue ha molto influenzato l’essenza dell’intero disco”.

Il singolo è accompagnato dal video di Volgo -Vincenzo Lo Piccolo che mostra una Palermo oscura, dai tratti gotici in cui “il metaforico vuole restituire un’inconsueta visione di una città dark, quasi un ghost-tour tra cattedrali, vicoli, scorci di natura, iconografie di santi e martiri che dilagano come un sogno a occhi aperti – racconta Valenti – “Un’immagine di Palermo molto diversa dal nitore solare politicamente corretto che tutti conosciamo”.

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Un artigiano palermitano in Russia

Nel laboratorio di via Dante nascono le creazioni del maestro Calogero Zuppardo che hanno girato il mondo, da Israele alla Palestina. E grazie a un opificio e a un’associazione si promuove la collaborazione tra le arti

di Laura Grimaldi

Raggiungerà la Russia l’ultima creazione artistica nata ne “L’Opificio delle Arti”, a Palermo. Una particolare ‘Annunciazione’ in vetro dipinto e trattato a fusione realizzata da Aleksandra Ostapova in stretta collaborazione con Calogero Zuppardo, maestro nella lavorazione artistica del vetro. Non a caso Aleksandra Ostapova ha scelto Palermo quale città per realizzare il suo progetto. A Palazzo Abatellis è esposto il capolavoro di Antonello da Messina, “l’ Annunziata”. E ne l’Opificio delle Arti ha trovato un ambiente artistico stimolante. 

“Dalla bozza agli ultimi ritocchi di pennello”, Aleksandra Ostapova ha lavorato fianco a fianco con Calogero Zuppardo. Architetto, originario di Camporeale, progetta, realizza e restaura vetrate e oggetti in vetro. Per apprezzare le sue creazioni, bisogna visitare il laboratorio al civico 69 di via Marconi, vicino all’antica stazione ferroviaria Lolli, lungo la via Dante. Ha riscoperto a metà degli anni Ottanta l’antica tradizione vetratista palermitana.

La sua esperienza ha superato da tempo i confini siciliani e ha raggiunto la Terra Santa dove è stato chiamato per restaurare alcune opere d’arte dell’Ottocento e del Novecento. Sul Monte Tabor, poco lontano da Nazareth, per completare il delicato restauro di due vetrate della basilica della Trasfigurazione. Poi a Gerico, sul Mar Morto, in territorio palestinese, per riportare ad antico splendore una delle vetrate dell’abside nella chiesa del Buon Pastore. E ancora a Gerusalemme, per creare la nuova vetrata della biblioteca della Custodia di Terra Santa, l’ordine dei frati minori presenti in tutto il Medio Oriente sin dai tempi del pellegrinaggio di San Francesco d’Assisi, nel 1200. Tre anni di viaggi e di sapiente lavoro artigiano quello di Calogero Zuppardo, in quelle terre straziate da decenni di conflitti.


Al suo fianco, Piero Accardi, maestro palermitano nel restauro dell’argento. Insieme al figlio Vincenzo, architetto anche lui, Calogero Zuppardo ha progettato e realizzato nel 2014 la vetrata artistica per la cappella centrale all’interno del carcere Ucciardone. “Dal punto di vista umano, è stata la mia più bella esperienza di lavoro – dice il maestro – I detenuti hanno lavorato con entusiasmo e noi con loro”.
E insieme ad un altro stimato maestro del vetro, Roberto Alabiso, Calogero Zuppardo ha realizzato alcuni anni fa nella chiesa di San Francesco di Sales, in via Notarbartolo, la grande vetrata artistica dell’abside e le altre dodici sistemate ai lati della navata. Suo è il progetto iconografico, di Roberto Alabiso i bozzetti e le pitture.

Collaborazione e partecipazione sono da sempre alla base dell’esperienza artistica di Calogero Zuppardo. Prova ne è l’associazione “Il Baglio”, fondata dai due maestri del vetro e simbolo della condivisione di diverse esperienze di artigianato d’arte di tutto il mondo. Da anni promuove il Corso-LabORAtorio di Arti e Architettura per la Chiesa. E già sono in corso i preparativi per la ventiquattresima edizione che quest’anno si svolgerà dal 27 al 4 novembre tra Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Per informazioni si può scrivere a info@opificiodellearti.com

Nel laboratorio di via Dante nascono le creazioni del maestro Calogero Zuppardo che hanno girato il mondo, da Israele alla Palestina. E grazie a un opificio e a un’associazione si promuove la collaborazione tra le arti

di Laura Grimaldi

Raggiungerà la Russia l’ultima creazione artistica nata ne “L’Opificio delle Arti”, a Palermo. Una particolare ‘Annunciazione’ in vetro dipinto e trattato a fusione realizzata da Aleksandra Ostapova in stretta collaborazione con Calogero Zuppardo, maestro nella lavorazione artistica del vetro. Non a caso Aleksandra Ostapova ha scelto Palermo quale città per realizzare il suo progetto. A Palazzo Abatellis è esposto il capolavoro di Antonello da Messina, “l’ Annunziata”. E ne l’Opificio delle Arti ha trovato un ambiente artistico stimolante. 

“Dalla bozza agli ultimi ritocchi di pennello”, Aleksandra Ostapova ha lavorato fianco a fianco con Calogero Zuppardo. Architetto, originario di Camporeale, progetta, realizza e restaura vetrate e oggetti in vetro. Per apprezzare le sue creazioni, bisogna visitare il laboratorio al civico 69 di via Marconi, vicino all’antica stazione ferroviaria Lolli, lungo la via Dante. Ha riscoperto a metà degli anni Ottanta l’antica tradizione vetratista palermitana.

La sua esperienza ha superato da tempo i confini siciliani e ha raggiunto la Terra Santa dove è stato chiamato per restaurare alcune opere d’arte dell’Ottocento e del Novecento. Sul Monte Tabor, poco lontano da Nazareth, per completare il delicato restauro di due vetrate della basilica della Trasfigurazione. Poi a Gerico, sul Mar Morto, in territorio palestinese, per riportare ad antico splendore una delle vetrate dell’abside nella chiesa del Buon Pastore. E ancora a Gerusalemme, per creare la nuova vetrata della biblioteca della Custodia di Terra Santa, l’ordine dei frati minori presenti in tutto il Medio Oriente sin dai tempi del pellegrinaggio di San Francesco d’Assisi, nel 1200. Tre anni di viaggi e di sapiente lavoro artigiano quello di Calogero Zuppardo, in quelle terre straziate da decenni di conflitti.


Al suo fianco, Piero Accardi, maestro palermitano nel restauro dell’argento. Insieme al figlio Vincenzo, architetto anche lui, Calogero Zuppardo ha progettato e realizzato nel 2014 la vetrata artistica per la cappella centrale all’interno del carcere Ucciardone. “Dal punto di vista umano, è stata la mia più bella esperienza di lavoro – dice il maestro – I detenuti hanno lavorato con entusiasmo e noi con loro”.
E insieme ad un altro stimato maestro del vetro, Roberto Alabiso, Calogero Zuppardo ha realizzato alcuni anni fa nella chiesa di San Francesco di Sales, in via Notarbartolo, la grande vetrata artistica dell’abside e le altre dodici sistemate ai lati della navata. Suo è il progetto iconografico, di Roberto Alabiso i bozzetti e le pitture.

Collaborazione e partecipazione sono da sempre alla base dell’esperienza artistica di Calogero Zuppardo. Prova ne è l’associazione “Il Baglio”, fondata dai due maestri del vetro e simbolo della condivisione di diverse esperienze di artigianato d’arte di tutto il mondo. Da anni promuove il Corso-LabORAtorio di Arti e Architettura per la Chiesa. E già sono in corso i preparativi per la ventiquattresima edizione che quest’anno si svolgerà dal 27 al 4 novembre tra Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Per informazioni si può scrivere a info@opificiodellearti.com

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Tutti i ritmi del mondo in una bottega

Santo Vitale, nel suo laboratorio del centro storico di Palermo, costruisce e ripara tamburi provenienti da decine di paesi diversi. Tra le sue attività il “Drum Circle”, un tripudio di percussioni aperto a tutti

di Laura Grimaldi

Pezzi di mondo e culture diverse si concentrano nella Bottega delle Percussioni, tra i civici 16 e 18 in via del Parlamento, a Palermo. Pochi minuti a piedi dal Foro Italico, attraverso Porta Felice,  costeggiando piazza Marina e superando la fontana barocca del Garraffo.

Due scalini appena per iniziare il giro del mondo attraverso un’ampia varietà di strumenti a percussione esposti in due ambienti. Dal pavimento al soffitto, dappertutto ci sono tamburi di forme, materiali, caratteristiche e funzioni diverse. Da suonare con una sola mano o con tutte e due insieme oppure utilizzando un paio di bacchette. Tamburi italiani, spagnoli, brasiliani, africani, giapponesi. Ogni tamburo ha un suono diverso.

Santo Vitale, fisico da normanno, li costruisce e li ripara nel suo laboratorio che si trova alle spalle di via Vittorio Emanuele, nel centro storico della città. Una passione nata per caso e che coltiva con sacrifici da vent’anni. Da quando fece di necessità, virtù. Ovvero, aguzzando l’ingegno riuscì a riparare il tamburo che lui stesso aveva regalato tempo prima alla sorella. Uno djembè, tipico tamburo dell’Africa occidentale con l’inconfondibile forma a calice e pelle di capra.  “Quando il tamburo africano si ruppe non fu facile trovare chi lo potesse riparare” – ricorda  – . Utilizzai un tappeto in pelle di nostra madre. Il tamburo l’ho tenuto per me e lo conservo ancora”.

Di una passione ne ha fatto un’attività, lasciando un posto da impiegato per dedicarsi alla musica. Suona, costruisce e ripara tamburi di tutto il mondo. In questi anni dal suo laboratorio sono passati noti percussionisti che si sono esibiti in città. Ha venduto tamburi in Francia, Germania, Austria, Polonia, Norvegia e persino in Canada e in Giappone. Costruisce strumenti a percussione utilizzando anche materiale riciclato come pneumatici e fondi di vecchie sedie. ”Tutto suona” – dice Santo Vitale, padre di tre figli e una moglie appassionata di chitarra – “Mi affascina pensare che il tamburo siauno dei più antichi strumenti musicali inventati dall’uomo”.

Tra le sue ultime attività, il “Drum circle”, un evento ritmico aperto a tutti. Persone di qualsiasi età, cultura, religione e indipendentemente dal livello di esperienza musicale. Attività che Santo Vitale svolge da cinque anni nelle scuole, festival, matrimoni, strutture riabilitative.  “Il Drum circle è un metodo che aiuta a risolvere determinate problematiche presenti nei gruppi – spiega -. I partecipanti si dispongono in cerchio e con l’aiuto di un ‘direttore d’orchestra’ si creano ritmi improvvisati utilizzando tamburi e percussioni di ogni tipo e si condivide l’energia che sta dentro ognuno di noi”.

Una grande passione che alcuni anni fa lo ha spinto ad aprire anche una scuola in via Lincoln, poco distante dalla sua bottega. Uno spazio multiculturale aperto a grandi e piccoli in cui imparare a suonare ma anche a costruire percussioni etniche. La scuola ha anche una sua orchestra composta di una quarantina di elementi di età, razze e culture diverse “dagli otto ai settantadue anni” – dice Vitale -. Il gruppo si chiama “Jambo Sana” una parola dal significato benaugurante e che in lingua suahili vuol dire “buongiorno”.

Santo Vitale, nel suo laboratorio del centro storico di Palermo, costruisce e ripara tamburi provenienti da decine di paesi diversi. Tra le sue attività il “Drum Circle”, un tripudio di percussioni aperto a tutti

di Laura Grimaldi

Pezzi di mondo e culture diverse si concentrano nella Bottega delle Percussioni, tra i civici 16 e 18 in via del Parlamento, a Palermo. Pochi minuti a piedi dal Foro Italico, attraverso Porta Felice,  costeggiando piazza Marina e superando la fontana barocca del Garraffo.

Due scalini appena per iniziare il giro del mondo attraverso un’ampia varietà di strumenti a percussione esposti in due ambienti. Dal pavimento al soffitto, dappertutto ci sono tamburi di forme, materiali, caratteristiche e funzioni diverse. Da suonare con una sola mano o con tutte e due insieme oppure utilizzando un paio di bacchette. Tamburi italiani, spagnoli, brasiliani, africani, giapponesi. Ogni tamburo ha un suono diverso.

Santo Vitale, fisico da normanno, li costruisce e li ripara nel suo laboratorio che si trova alle spalle di via Vittorio Emanuele, nel centro storico della città. Una passione nata per caso e che coltiva con sacrifici da vent’anni. Da quando fece di necessità, virtù. Ovvero, aguzzando l’ingegno riuscì a riparare il tamburo che lui stesso aveva regalato tempo prima alla sorella. Uno djembè, tipico tamburo dell’Africa occidentale con l’inconfondibile forma a calice e pelle di capra.  “Quando il tamburo africano si ruppe non fu facile trovare chi lo potesse riparare” – ricorda  – . Utilizzai un tappeto in pelle di nostra madre. Il tamburo l’ho tenuto per me e lo conservo ancora”.

Di una passione ne ha fatto un’attività, lasciando un posto da impiegato per dedicarsi alla musica. Suona, costruisce e ripara tamburi di tutto il mondo. In questi anni dal suo laboratorio sono passati noti percussionisti che si sono esibiti in città. Ha venduto tamburi in Francia, Germania, Austria, Polonia, Norvegia e persino in Canada e in Giappone. Costruisce strumenti a percussione utilizzando anche materiale riciclato come pneumatici e fondi di vecchie sedie. ”Tutto suona” – dice Santo Vitale, padre di tre figli e una moglie appassionata di chitarra – “Mi affascina pensare che il tamburo siauno dei più antichi strumenti musicali inventati dall’uomo”.

Tra le sue ultime attività, il “Drum circle”, un evento ritmico aperto a tutti. Persone di qualsiasi età, cultura, religione e indipendentemente dal livello di esperienza musicale. Attività che Santo Vitale svolge da cinque anni nelle scuole, festival, matrimoni, strutture riabilitative.  “Il Drum circle è un metodo che aiuta a risolvere determinate problematiche presenti nei gruppi – spiega -. I partecipanti si dispongono in cerchio e con l’aiuto di un ‘direttore d’orchestra’ si creano ritmi improvvisati utilizzando tamburi e percussioni di ogni tipo e si condivide l’energia che sta dentro ognuno di noi”.

Una grande passione che alcuni anni fa lo ha spinto ad aprire anche una scuola in via Lincoln, poco distante dalla sua bottega. Uno spazio multiculturale aperto a grandi e piccoli in cui imparare a suonare ma anche a costruire percussioni etniche. La scuola ha anche una sua orchestra composta di una quarantina di elementi di età, razze e culture diverse “dagli otto ai settantadue anni” – dice Vitale -. Il gruppo si chiama “Jambo Sana” una parola dal significato benaugurante e che in lingua suahili vuol dire “buongiorno”.

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L’argentiere di Palermo amato nel mondo

Piero Accardi è uno dei maestri d’arte sacra che resistono ancora alla crisi del settore. Con le sue opere, nate nella bottega nel cuore della città, ha impreziosito tantissime chiese

di Laura Grimaldi

Aveva nove anni quando iniziò a muovere i primi passi nella bottega di argentatura e doratura del nonno. Oggi Piero Accardi è uno dei maestri argentieri d’arte sacra apprezzati in Sicilia e nel resto d’Italia, in Austria, Germania, Egitto e Brasile. È facile vederlo all’opera nel suo laboratorio nel centro storico di Palermo. In via del Parlamento 34, che scorre parallelamente all’antico Cassaro, a pochi passi da piazza Marina. È lì che Accardi crea e restaura preziose opere d’arte soprattutto ad uso liturgico.

Come l’ostensorio raffigurante un roveto ardente destinato alla chiesa della Madonna della Pace di Sharm El Sheik. Alla sua arte ed esperienza si sono affidati in tanti per delicati interventi di restauro. Ad esempio sulla secolare urna d’argento di Sant’Angelo, a Licata. Il maestro Accardi ha impiegato sette mesi per cesellare a mano i decori di quattro fasce, due di un metro e trenta e le altre di 90 centimetri. Oltre quattro metri di bandoni montati attorno all’urna settecentesca e arricchiti di ventidue margherite stilizzate e di ventisei candele ottenute piegando manualmente le lastre d’argento, poi cesellate a mano.

Nel 2009, insieme ad altri orafi, argentieri, studiosi e professionisti della città, il maestro Accardi ha dato vita al Comitato della festa di Sant’Eligio che da anni si batte per salvare ciò che resta dell’antica chiesa intitolata a Sant’Eligio, orefice di corte e vescovo di Noyon nel VII secolo. Un monumento seicentesco intimamente legato alla storia di una delle più importanti maestranze della città, quella degli orafi e degli argentieri, e oggi ridotto in rovina dal tempo e dall’incuria. Si trova in via Argenteria, alle spalle di piazza San Domenico, lì dove fin dal Medioevo erano concentrate le botteghe di argentieri e orefici tra le vie Materassai, Argenteria Vecchia e Ambra, nel quartiere della Loggia.

Pochi di loro resistono ancora alla crisi del settore e con impegno trasmettono l’arte orafa ai giovani che dalle scuole arrivano nei loro laboratori. Il maestro Accardi è tra questi. Con tutta la passione e l’arte che lo contraddistinguono, ha forgiato un calice in argento di quasi ottocento grammi da donare simbolicamente alla chiesa di via Argenteria per salvarla dal degrado e restituirla al culto e alla città. Quattro mesi di lavoro per creare una preziosa opera d’arte e richiamare l’attenzione delle istituzioni.

Un lunga ricerca storico – artistica ha preceduto la fase di lavorazione del calice che ha forme geometriche essenziali arricchite da eleganti motivi floreali in bassorilievo. A nome di tutti gli orafi e gli argentieri della città, Accardi ha creato a proprie spese un prezioso oggetto d’arte. Lo dice l’incisione in latino racchiusa in una delle formelle che compongono la base esagonale del calice: “Nobilis ars panormitanorum aurificum argentariorumque”. Sopra la scritta l’immagine dell’aquila, simbolo di Palermo, non con le ali spiegate come siamo abituati a vederla, ma basse. “Si raffigurava così prima del 1715 – spiega Piero Accardi – . Era il marchio del consolato di Palermo che veniva impresso sugli oggetti in argento solo dopo averne verificata l’autenticità. In periodo spagnolo è nella chiesa di Sant’Eligio che il console della maestranza punzonava gli oggetti preziosi davanti all’immagine della Madonna delle Grazie”.

Piero Accardi è uno dei maestri d’arte sacra che resistono ancora alla crisi del settore. Con le sue opere, nate nella bottega nel cuore della città, ha impreziosito tantissime chiese

di Laura Grimaldi

Aveva nove anni quando iniziò a muovere i primi passi nella bottega di argentatura e doratura del nonno. Oggi Piero Accardi è uno dei maestri argentieri d’arte sacra apprezzati in Sicilia e nel resto d’Italia, in Austria, Germania, Egitto e Brasile. È facile vederlo all’opera nel suo laboratorio nel centro storico di Palermo. In via del Parlamento 34, che scorre parallelamente all’antico Cassaro, a pochi passi da piazza Marina. È lì che Accardi crea e restaura preziose opere d’arte soprattutto ad uso liturgico.

Come l’ostensorio raffigurante un roveto ardente destinato alla chiesa della Madonna della Pace di Sharm El Sheik. Alla sua arte ed esperienza si sono affidati in tanti delicati interventi di restauro. Ad esempio sulla secolare urna d’argento di Sant’Angelo, a Licata. Il maestro Accardi ha impiegato sette mesi per cesellare a mano i decori di quattro fasce, due di un metro e trenta e le altre di 90 centimetri. Oltre quattro metri di bandoni montati attorno all’urna settecentesca e arricchiti di ventidue margherite stilizzate e di ventisei candele ottenute piegando manualmente le lastre d’argento, poi cesellate a mano.

Nel 2009, insieme ad altri orafi, argentieri, studiosi e professionisti della città, il maestro Accardi ha dato vita al Comitato della festa di Sant’Eligio che da anni si batte per salvare ciò che resta dell’antica chiesa intitolata a Sant’Eligio, orefice di corte e vescovo di Noyon nel VII secolo. Un monumento seicentesco intimamente legato alla storia di una delle più importanti maestranzedella città, quella degli orafi e degli argentieri, e oggi ridotto in rovina dal tempo e dall’incuria. Si trova in via Argenteria, alle spalle di piazza San Domenico, lì dove fin dal Medioevo erano concentrate le botteghe di argentieri e orefici tra le vie Materassai, Argenteria Vecchia e Ambra, nel quartiere della Loggia.

Pochi di loro resistono ancora alla crisi del settore e con impegno trasmettono l’arte orafa ai giovani che dalle scuole arrivano nei loro laboratori. Il maestro Accardi è tra questi. Con tutta la passione e l’arte che lo contraddistinguono, ha forgiato un calice in argento di quasi ottocento grammi da donare simbolicamente alla chiesa di via Argenteria per salvarla dal degrado e restituirla al culto e alla città. Quattro mesi di lavoro per creare una preziosa opera d’arte e richiamare l’attenzione delle istituzioni.

Un lunga ricerca storico – artistica ha preceduto la fase di lavorazione del calice che ha forme geometriche essenziali arricchite da eleganti motivi floreali in bassorilievo. A nome di tutti gli orafi e gli argentieri della città, Accardi ha creato a proprie spese un prezioso oggetto d’arte. Lo dice l’incisione in latino racchiusa in una delle formelle che compongono la base esagonale del calice: “Nobilis ars panormitanorum aurificum argentariorumque”. Sopra la scritta l’immagine dell’aquila, simbolo di Palermo, non con le ali spiegate come siamo abituati a vederla, ma basse. “Si raffigurava così prima del 1715 – spiega Piero Accardi – . Era il marchio del consolato di Palermo che veniva impresso sugli oggetti in argento solo dopo averne verificata l’autenticità. In periodo spagnolo è nella chiesa di Sant’Eligio che il console della maestranza punzonava gli oggetti preziosi davanti all’immagine della Madonna delle Grazie”.

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